mercoledì 3 maggio 2017

Per aiutare la famiglia l’Italia spende solo l’1,5% del Pil

A quanto ammonta, in Italia, la spesa pubblica destinata alla protezione sociale di famiglie e bambini?
Stiamo parlando di quella parte di spesa pubblica destinata a favore di famiglie con figli a carico, indennità o sovvenzioni per maternità, nascita di figli o congedi per motivi di famiglia, assegni familiari, sovvenzioni per famiglie con un solo genitore o figli disabili, sistemazione e vitto fornito a bambini e famiglie su base permanente (orfanotrofi, famiglie adottive, ecc.), beni e servizi forniti a domicilio a bambini o a coloro che se ne prendono cura, servizi e beni di vario genere forniti a famiglie, giovani o bambini (centri ricreativi e di villeggiatura).
Il nostro Paese per il sostegno alla famiglia spende solo l’1,5% del Pil. Una cifra inferiore all’1,7% del Pil che i paesi dell’Unione a 28 e dell’area Euro spendono in media a favore dei nuclei con figli a carico. L’Italia si piazza in 17° posizione sulle trenta nazioni prese in considerazione da Eurostat. Tra i grandi Paesi europei, peggio di noi fanno Portogallo e Olanda (1,1%), Grecia e Spagna (0,6%). È quanto emerge da un’indagine del Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione degli ultimi dati Eurostat (2015).
In Italia non si fanno figli perché lo Stato abbandona le famiglie. Non le assiste, non le supporta.
Tra i Paesi più virtuosi che hanno a cuore il problema troviamo la Danimarca, con il 4,6% del Pil. Il Lussemburgo, con il 4,1%. La Norvegia, con il 3,5%. La Finlandia, con il 3,2% e la Francia con il 2,5%. La Germania si posiziona appena sopra il nostro Paese, con l’1,6% del Pil.
Il Centro studi ha poi quantificato quanto spende pro capite, e in termini assoluti, lo Stato italiano per il sostegno alla famiglia.
Secondo le elaborazioni la spesa italiana destinata alle famiglie e ai bambini è pari a 413,99 euro a cittadino, una cifra che pone il nostro Paese al 15esimo posto della classifica. Nonostante ciò il valore registrato in Italia è più vicino a quello dell’ultimo paese in classifica, vale a dire la Lettonia, con 80,81 euro pro-capite, che alla spesa pro capite del Paese europeo più virtuoso, ovvero il Lussemburgo, con ben 3.726,39 euro.

martedì 2 maggio 2017

Aumentano poveri e precari, il Jobs Act è stato un disastro: ecco perché

Numeri raccapriccianti ci consegna il dossier di Uninpresa. Più disoccupazione e più lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani non ce la fanno e sono a rischio povertà. Dunque è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2015 al 2016 altre 105mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 347 mila soggetti in difficoltà. Smascherata senza alibi l’incapacità del governo Renzi e del ministro Padoan che hanno “toppato” clamorosamente la politica economica. Gli “zero virgola” in più spacciati come ripresa sono uno squallido tentativo di abbindolare gli italiani meno attrezzati a leggere i numeri disastrosi delle performance economiche e di tranquillizzare i garantiti, quelli che non temono crisi, né ora né in futuro. Lo avevamo ampiamente previsto, ma i numeri sono peggiori di come li avremmo immaginati.
Il Jobs Act ha peggiorato le cose
Crescono in particolare gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 28mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio. A delineare il quadro è Centro studi di Unimpresa
sottolineando che ai “semplici” disoccupati vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,34 milioni di persone è relativo al quarto trimestre del 2016 e complessivamente risulta in aumento dell’1,14% rispetto al quarto trimestre del 2015, quando l’asticella si era fermata a 9,24 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.
Unimpresa: “I numeri non mentono”
Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento. “Non sono bastati gli interventi dei governi che si sono passati il testimone in questi anni a ridare slancio al mercato del lavoro. Facciamo i conti, e i numeri non mentono, con una situazione drammatica che è destinata a peggiorare”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Maria Concetta Cammarata. “Finita la droga degli incentivi contributi, le imprese sono rimaste senza aiuti, vanno aiutate di più ora non sono adeguatamente supportate”. Un disastro annunciato e compiuto che rischia di inguaiarci ancora per molto.

venerdì 28 aprile 2017

La squallida festività del centro commerciale

Aperto anche a Pasqua è la scritta che molti hanno potuto leggere all’ingresso di molti negozi in tutta Italia, e che vedranno sempre più spesso negli anni a venire. Ma i lavoratori dell’outlet di Serravalle Scrivia non erano d’accordo. Così due cortei hanno bloccato le entrate, per impedire l’accesso a imperterriti clienti decisi a trascorrere un giorno di festa, uno degli ultimi ancora liberi dallo sfruttamento, nel tempio del consumo. Ma a quanto pare ad alcuni irriducibili consumatori non sono bastati neanche i picchetti e gli insulti dei manifestanti per convincersi a desistere.
Molti lavoratori non hanno partecipato alla protesta, e perché costretti dai capi, e perché rassegnati a una vita sacrificata sull’altare del Dio Capitale. E la rassegnazione emerge dalle parole del sindaco del paese, che su di essa ha trovato motivo di lucro, economico ed elettorale: “Siamo in un’economia di mercato” dice “Io comunque non avrei potuto fare nessuna ordinanza per chiudere, anche perché siamo zona turistica”. Il centro commerciale porta soldi e turisti, e l’economia urbana non può che giovarne. “Siamo in un’economia di mercato”, è il capitalismo, bellezza!
L’Italia è l’unico Paese europeo che non prevede alcuna restrizioni di orari (e di aperture) per festivi e superfestivi. La novità è stata introdotta dal governo Monti che nel 2012 con il provvedimento Cresci Italia ha voluto liberalizzare del tutto gli orari degli esercizi pubblici.
L’Italia è l’unico Paese europeo che non prevede alcuna restrizioni di orari (e di aperture) per festivi e superfestivi. La novità è stata introdotta dal governo Monti che nel 2012 con il provvedimento Cresci Italia ha voluto liberalizzare del tutto gli orari degli esercizi pubblici.
Le liberalizzazioni degli orari hanno progressivamente ridotto il tempo libero (dove “libero” deve intendersi non soltanto come non occupato dal lavoro individuale ma nemmeno dal consumo). Prima si è cominciato ad aprire i supermercati saltuariamente di domenica, poi si è approdati all’apertura domenicale fissa, infine si è passati ad aperture eccezionali a Natale, a Pasqua, a Capodanno. Persino il 25 aprile, la Festa della Liberazione e il Primo Maggio, Festa dei Lavoratori, quasi con una triste e cinica ironia. Alcune grandi catene hanno addirittura pensato di introdurre l’apertura di ventiquattro ore, sull’esempio degli Stati Uniti, dove ormai è da tempo una prassi consolidata. L’Italia in questo campo, come direbbero i cantori del “progresso” neoliberale, non è “rimasta indietro”: siamo l’unico paese in Europa a non aver nessun tipo di restrizione sugli orari degli esercizi commerciali. E laddove esistono ancora lavoratori recalcitranti ci pensano i contratti flessibili e la minaccia dei licenziamenti “facili” a far loro cambiare idea.
Il valore di scambio colonizza tempi e spazi. Lavora di più, chi può lavorare, perché chi non lavora abbassi le pretese e non sia troppo “choosy”, come diceva un ex ministro in lacrime; e tutti quanti, poi, consumano. E perché questo avvenga nuovi spazi devono essere strappati alla vita comunitaria, a ciò che ne rimane, o alle rare nicchie di ambiente non ancora urbanizzato, per essere messi a profitto dalla produzione-consumo. Supermercati, grandi catene, negozi che contengono altri negozi al loro interno come scatole cinesi, vere e proprie città consumistiche, l’ultima frontiera della grande distribuzione.
L’outlet di Serravalle Scrivia è una delle tante cittadine commerciali – la più grande d’Europa – dove la gente può passeggiare, girando per i negozi attaccati l’uno all’altro, scorrendo di vetrina in vetrina, arrivando a mani vuote e andandosene, al calar del sole, carica di buste gonfie di merce acquistata in saldo. È l’esemplificazione perfetta di come il capitalismo abbia colonizzato tutti gli spazi e tutti i tempi di esistenza, e di conseguenza l’immaginario e le (in)coscienze. Probabilmente, molti di coloro che la domenica sono immersi nella gioia effimera della liturgia consumistica, il giorno dopo dovranno tornare a lavorare in un altro centro del consumo. Turni massacranti, contratti flessibili, con la minaccia del licenziamento o del mancato rinnovo, che il capitalismo postmoderno costringe ad accettare quasi con un senso di colpa, perché il lavoro è poco, e chi ce l’ha deve essere grato e non fare tante storie. Ma quando non si lavora non si riesce a fare nient’altro che far lavorare altri, i quali producono non per quello di cui la società umana abbisogna, ma perché altri possano consumare. E tutto si svolge in questa turnazione, dove il lavorare-per-il-consumo si alterna al consumo: il valore di scambio forgia per intero le nostre vite. Si arriva al paradosso che se anche esistessero turni e orari più umani, molti non saprebbero che farsene, se non trascorrere il tempo in qualche grande catena, in un fast-food o in un parco divertimenti, con tutta la famiglia al seguito. Perché la colonizzazione dei luoghi e dei tempi non è qualcosa di meramente negativo, che sottrae ai luoghi e ai tempi liberi, ma è la loro modulazione, definizione, la loro stessa creazione e ideazione.
Piazza di Catania: lo sport lo porta McDonald's
Piazza di Catania: lo sport lo porta McDonald’s
Un esempio illuminante è la mutazione della piazza – e l’Italia urbana, si può dire, si è fondata sulla piazza. Da centro e fulcro della vita pubblica cittadina sia religiosa (la chiesa) che laica (Il Comune, la Prefettura, ecc.) a non-luogo, simulacro di se stesso per attrarre turisti. La piazza, nella postmodernità, ha perduto la sua centralità come luogo della vita comunitaria e politica della popolazione urbana (anche perché praticamente non esiste più una vita comunitaria e politica). Le piazze d’Italia, nella loro magnificenza ereditata dal passato, sono state riadattate a luogo di semplice transito pedonale, “appoggio” per i locali, i bar e i ristoranti che vi si affacciano invadendola con i loro tavolini, cartoline turistiche, parcheggi (a pagamento) dove depositare l’auto per recarsi a lavorare o a consumare. Non più centri del pubblico, del collettivo e del politico, ma propaggini del mercato, del profitto e dell’individualistico.
Non bastano, quindi, le sacrosante rivendicazione lavorative, soltanto simulate dai sindacati e di cui oggi ci sarebbe bisogno urgente; per sfuggire alla morte civile e ripensare a un’autentica ribellione alla costellazione capitalistica odierna bisogna ridefinire gli spazi e i tempi, modellati dalle esigenze del profitto e del consumo, sulla base di istanze non consumistiche e non capitalistiche, di vita associata e di politica intesa nel suo più alto significato.

giovedì 27 aprile 2017

Macron e il sogno non nascosto di intervento armato contro la Siria

Ospite de L'Emisisone politique lo scorso 6 aprile, Emmanuel Macron si è dichiarato su France 2 a favore di "un intervento militare" in Siria, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, dopo il presunto attacco chimico che ha colpito la piccola città di Khan Cheikhoun e ucciso 86 persone.
Il candidato alla presidenza ritiene che "l'intervento internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite" è essenziale se sarà confermata la responsabilità del governo siriano . "Se sono confermati questi fatti, è indispensabile agire con forza", ha detto il fondatore di En Marche!.
A venti giorni da quell'intervista, il ministreo degli Affari Esteri francese, Jean-Marc Ayrault, ha presentato un rapporto che indica che il processo di produzione di sarin, che è stato utilizzato nel presunto attacco, porterebbe la firma di Damasco.
"L'uso di sarin non è in dubbio. La responsabilità del regime siriano nemmeno considerando il processo di fabbricazione del sarin utilizzato nell'attacco ", ha detto Jean-Marc Ayrault, alla fine di un Consiglio di Difesa il 26 aprile. Il capo della diplomazia francese ha presentato un rapporto sui risultati delle analisi dei servizi segreti francesi circa il presunta attacco chimico contro la città di Khan Cheikhoun in Siria, che ha ucciso 87 persone il 4 aprile.
Secondo Jean-Marc Ayrault, la relazione basata sul campionamento e l'analisi effettuata dai servizi francesi, permette di stabilire "in maniera affidabile, che il processo di produzione del sarin raccolto è tipico del metodo sviluppato nei laboratori siriani. " Il ministro ha aggiunto: "Questo metodo porta la firma del regime ed è quello che ci permette di stabilire la responsabilità di questo attacco."
Il documento analizza ciò che è accaduto il 4 aprile da campioni prelevati in loco e esami biomedici delle vittime eseguite negli ospedali, riporta Le Monde . Una nota dell'intelligence suggerisce una somiglianza del prodotto utilizzato il 4 aprile con il contenuto di una granata chimica - che non è esplosa - trovata il 29 Aprile 2013, in un attacco contro Saraqeb intervenuto.
"Tutto porta ad accusare Damasco, assemblaggio, miscelazione, vettore" , ha detto un diplomatico francese.

mercoledì 26 aprile 2017

LE FIGARO: MACRON/LE PEN E IL CLAMOROSO RITORNO DELLA LOTTA DI CLASSE…

Credevamo che il concetto di lotta di classe fosse superato. Intellettuali di sinistra come Chantal Mouffe e Jean-Claude Michea, benché nutriti al pensiero marxista, recentemente hanno dichiarato che il concetto di lotta di classe doveva essere ripensato. E nessun candidato della sinistra, con l’eccezione di Nathalie Arthaud, ne ha parlato durante la campagna elettorale.
Tuttavia, le cose non stanno così. La lotta di classe riemerge politicamente nel secondo turno di ballottaggio che opporrà il liberale Emmanuel Macron alla sovranista Marine Le Pen.
L’elettorato di Macron raccoglie la Francia che sta andando bene, la Francia ottimista, la Francia che si guadagna la vita senza problemi, la Francia, che non ha bisogno di confini e di patria, quei vecchi miti del mondo antico: la Francia “aperta”, generosa perché ne ha i mezzi. La Francia di Marine Le Pen è la Francia che soffre, che ha paura. Si preoccupa del suo futuro, di arrivare alla fine del mese, soffre nel vedere i padroni che guadagnano tanti soldi e insorge contro l’incredibile arroganza della borghesia, che dà lezioni di umanesimo e progressismo dall’alto dei suoi 5000 euro al mese.
Le Pen in Francia probabilmente perderà contro il “fronte repubblicano” che si va organizzando contro di lei. Qualunque cosa si pensi del candidato del Fronte nazionale, c’è qui una forma di ingiustizia su cui interrogarsi: la Francia dei piani alti si prepara a confiscare alle classi popolari le elezioni presidenziali, un‘elezione che potenzialmente determina il loro destino.
Bastava vedere, la notte scorsa, la differenza tra gli attivisti di Macron – consulenti alla moda, studenti delle scuole di business, sicuri della loro superiorità di classe – e i sostenitori di Le Pen, gente semplice, timida, che non padroneggia i codici sociali e mediatici. Che contrasto, anche, tra l’atmosfera da discoteca nella sede di Macron e i balli improvvisati nella sede di Le Pen.
Dietro questa lotta di classe si nasconde uno scontro tra due visioni del mondo. La visione liberale e universalistica che non crede né nello Stato né nella nazione; e la visione oggi definita populista o sovranista, che vuole ritornare allo Stato, ai confini nazionali e al senso di comunità contro le devastazioni della globalizzazione. E‘ la grande battaglia che in definitiva non è mai cessata, dal 1789.

venerdì 21 aprile 2017

Titanic Italia

Dopo anni di retorica sulla necessità di difendere ed esportare, sino a riabilitare la guerra di aggressione, i diritti umani in tutto il mondo, finiamo con il dover constatare di esserne rimasti carenti. Non solo per la palese violazione dei diritti umani a causa della loro imposizione con la violenza della guerra, spesso condotta con i metodi terroristici dei bombardamenti sulla popolazione civile; non solo per le devastanti conseguenze delle guerre, che hanno favorito l’affermazione di forze che li violano in modo ancora più aperto, ma per aver trascurato l’esigenza prioritaria di farli rispettare al nostro interno.
A denunciarlo non è qualche incorreggibile disfattista comunista, ma la recentissima relazione della Commissione dei diritti umani dell’Onu emessa sull’Italia, a verifica del rispetto del “Patto dei diritti civili e politici” ratificato dal nostro paese. Non si tratta, purtroppo, di una pur grave trascuratezza, considerato che il rapporto è giunto con ben sei anni di ritardo a causa della reticenza del nostro Stato a consegnare all’organismo internazionale le informazioni indispensabile per redigerlo.
Negli “appena” 44 punti su cui si basa la denuncia della Commissione si spazia dalla carente libertà di stampa, messa ancora più a rischio dalla mancata depenalizzazione del reato di diffamazione e blasfemia, alla negazione del “libero e tempestivo accesso ai servizi di aborto legale sul territorio”, all’assenza di un reato di tortura, favorendo così le violenze delle forze dell’ordine. A questo proposito la Commissione denuncia “la prevalenza di impunità” per gli agenti "coinvolti in uso eccessivo della forza", anche per il rifiuto di introdurre identificativi sulle divise e “un codice di condotta specifico per i funzionari delle forze dell’ordine”.
La violazione di alcune delle più elementari libertà formali penalizzano proprio i soggetti più deboli e bisognosi, dalle discriminazioni delle persone LGBT, alle tragiche condizioni nelle carceri sovraffollate, sempre più riempite da poveri, soprattutto immigrati, cui è spesso negata la possibilità di guadagnarsi onestamente da vivere. Questi ultimi sono spesso i più colpiti dal mancato rispetto dei diritti umani, non solo per “la sovra rappresentazione degli stranieri in carcere”, ma per la “discriminazione degli stranieri nei procedimenti penali”, per la non persecuzione dell’incitamento all’odio e alle discriminazioni razziali, per le espulsioni collettive e i respingimenti privi di garanzie, persino per i minori non accompagnati, per gli abusi nei centri identificativi e le discriminazioni "in tutti i campi, compresa la sfera privata", per non parlare della segregazione e gli sgomberi forzati dei Rom (in particolare nella Roma governata dal M5S).
A ciò si aggiunge la denuncia da parte della Commissione dello “svolgimento di uno studio sulla discriminazione degli stranieri nei procedimenti penali” che, purtroppo, nel frattempo sta divenendo legge, ancora una volta con la forma antidemocratica del decreto legge su cui il governo imporrà nuovamente la fiducia. Si tratta del famigerato decreto Minniti-Orlando, anche se il nome di quest’ultimo è generalmente omesso, non solo perché il decreto proposto dal Ministro della giustizia è a forte rischio di incostituzionalità, ma perché si sta facendo del guardasigilli l’ennesima foglia di fico per coprire a sinistra il Pd, dopo l’ennesima fuoriuscita della “sinistra” interna.
La misura è stata duramente contestata dalle associazioni che si occupano di immigrazione, ma anche dall’Associazione nazionale magistrati e dal Consiglio superiore della magistratura che, in un parere inviato nei giorni scorsi al Guardasigilli, ha denunciato il rischio di una "diffusa compressione delle garanzie del richiedente". Tale arbitraria limitazione potrebbe aprire la strada a un possibile ricorso alla Corte costituzionale. Del resto persino due senatori del Pd hanno denunciato che il decreto Minniti-Orlando “configura per gli stranieri una giustizia minore e un ‘diritto diseguale’, se non una sorta di ‘diritto etnico’ connotati – spiegano – da significative deroghe alle garanzie processuali comuni”. Fortunatamente in Italia c’è una salda opposizione di massa a cinque stelle, subito pronta a incalzare il governo accusandolo di aver imposto delle norme che non risolveranno la questione dell’immigrazione, in quanto di difficile applicazione. Per tali campioni della democrazia il problema non è una legge per la quale è più tutelato chi subisce una contravvenzione, in quanto potrà ricorrere a tre gradi di giudizio, rispetto a chi è costretto ad abbandonare il proprio paese per non morire – sovente a causa delle guerre da noi portate avanti per il rispetto dei diritti umani – che avrà diritto a solo due gradi e non potrà nemmeno far valere direttamente le proprie ragioni in tribunale. Il problema per i pentastellati è piuttosto che tale legge non permetterà di sveltire le procedure di esame delle richieste di asilo, visto che i paesi di provenienza non accetteranno i rimpatri.
A ciò si aggiunge la criminalizzazione della stessa solidarietà nei confronti dei più deboli da parte di chi si sforza di sopperire alle lacune delle istituzioni. Così, ad esempio, le organizzazioni non governative, che si sforzano di mettere in salvo dai naufragi i disperati che cercano di attraversare il mediterraneo, sono posti sotto indagine con l’accusa di favorire l’immigrazione clandestina. Allo stesso modo i volontari che soccorrono coloro che sono costretti a bivaccare nei pressi di Ventimiglia, per la carenza di strutture di accoglienza, nella speranza i attraversare il confine, hanno cominciato a essere denunciati sulla base di una ordinanza del sindaco che vieta la distribuzione di alimenti. Anche in questo caso si distinguono i Cinque stelle con l’ordinanza della Raggi volta a criminalizzare i disperati costretti a cercare da vivere riciclando ciò che altri gettano nell’immondizia.
Tale accanimento verso i più poveri, coloro che sono costretti ad abbandonare tutto, ad affrontare viaggi pericolosissimi pur di poter trovare qualcuno che sfrutti la propria forza-lavoro, oltre a essere disumano, è, anche in ciò in linea con l’attuale modo di produzione, profondamente irrazionale. Si pensi, ad esempio, a come soltanto tali individui costretti a emigrare possano evitare il tracollo di paesi come l’Italia, in cui la guerra sociale ai subalterni e il pensiero unico ultra individualista hanno prodotto uno squilibrio sempre più insostenibile fra le persone ancora in grado di lavorare e chi non lo è più a causa dell’età.
Al contrario, la nostra società, improntata al dogma del profitto individuale, invece di favorire lo sfruttamento legalizzato della forza-lavoro immigrata, da cui prelevare i contribuiti pensionistici per gli autoctoni, mira ancora a ridurre il livello delle pensioni, destinate sempre più ad andare al di sotto del livello di sussistenza e ad aumentate l’età lavorativa, già fra le più alte, a discapito della sempre più esplosiva disoccupazione giovanile.
Tornando al decreto Orlando-Minniti, va ricordato che esso offre la possibilità ai Comuni di utilizzare i richiedenti asilo in lavori socialmente utili, senza compensi, favorendo ulteriormente la prassi del lavoro gratuito, sempre più cavallo di battaglia dell’ideologia dominante. Così, non solo nei grandi mezzi di comunicazione, ma persino sull’unico quotidiano “comunista”, si dà rilievo a tesi inquietanti come quella del sociologo De Masi, che ha trovato un’eccezionale soluzione al problema della disoccupazione, per altro strutturale nella società capitalista, nel lavoro gratuito. L’esimio professore, così, svela involontariamente la grande mistificazione dell’ideologia dominante, persino a “sinistra”, per cui il problema sarebbe la mancanza di lavoro e non piuttosto la difficoltà a trovare un livello di sfruttamento “dignitoso”, ovvero un salario in grado di garantire la riproduzione della forza-lavoro. Al contrario l’informazione mainstream e anche quella sedicente di sinistra ritiene molto significativa la proposta del sociologo di organizzare i disoccupati per convincerli a offrire lavoro gratuito agli imprenditori, quale arma di ricatto nei confronti degli occupati.
Ecco così che al solito, confondendo la radicalità con la radicalizzazione dell’esistente, si propone la distopia di portare alle estreme conseguenze il meccanismo di base del capitalismo, che crea un sempre crescente esercito di riserva per ricattare gli occupati, costringendoli a lavorare di più con uno stipendio ridotto all’osso. Se i disoccupati, infatti, non si limitassero a vendere la propria forza lavoro al di sotto del proprio valore, necessario alla propria stessa riproduzione, con orari di lavoro sempre più lunghi e ritmi più intensi, ma iniziasse a lavorare gratuitamente, non sarebbero più disoccupati. Elementare Watson!
Anzi, tale proposta realizzerebbe anche l’obiettivo del programma minimo dei marxisti, la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, non con la demodè lotta di classe dal basso, ma con la sempre più mainstream guerra fra poveri. In effetti, a ulteriore dimostrazione di come il marxismo sia considerato un ferro vecchio, si sostiene che la classe rivoluzionaria sarebbe formata appunto dai disoccupati che, una volta organizzatisi al fine di lavorare gratuitamente, sfruttando – ça va sans dire – il potenziale rivoluzionario del web, costringerebbero quei terribili egoisti dei lavoratori salariati, che pretenderebbero di tenere per sé tutto il lavoro, a dividerlo.
In tale scenario mitologico scompare completamente la realtà, ovvero il predominio del modo di produzione capitalista, che, per arginare la sua crisi strutturale, adottando il modello toyotista porta lo stipendio al di sotto della soglia di sussistenza, costringendo così i lavoratori salariati a entrare in concorrenza fra loro per poter accedere a quelle ore di straordinario, sempre più sottopagate, senza le quali diviene impossibile arrivare alla fine del mese.
Come appare evidente, soltanto recuperando strumenti ideologici in grado di comprendere la realtà, demistificando il pensiero unico, i subalterni potranno porre fine alla lotta fratricida cui costantemente li spinge l’ideologia dominante. Solo riscoprendo il portato critico del socialismo scientifico potranno recuperare quella coscienza di classe indispensabile alla loro riorganizzazione, in funzione di un’alternativa realmente progressista di sistema.

giovedì 20 aprile 2017

La legittimità delle lotte sociali ai tempi di Minniti

L'indifferenza, la subalternità e la stupidità bonhoefferiana si nutrono, più che del clamore mediatico, del silenzio: quando lo si riscontra, assordante, in alcuni movimenti sociali troppo spesso improvvisati, nostalgici o forcaioli, privi di una solida base politico-morale, di obiettivi univoci - sganciati, in soldoni, dal mero tornaconto dei capi e capetti di turno -, si ripresenta prepotentemente la necessità di una cultura diffusa o, per dirla più prosaicamente, di un'unità di intenti.
Per costruirla, oltre che impegno, costanza e coraggio contro gli impedimenti e le difficoltà, servirebbe tornare al pensiero dei partigianied alle loro lotte di testimonianza e Resistenzache, attraverso la storia e i libri da riscoprire come grandi classici, giungono a noi sottoforma di guida da traslare nei nostri tempi, faro in grado di dissipare le nebbie storico-culturali e politiche coeve.
Tra essi, è quantomeno doveroso menzionare uno dei più grandi reporter del mondo, Ryszard Kapuscinski. La sua intuizione sul ruolo del silenzio nella storia è folgorante e sempre attualissima: “La gente che scrive libri di storia dedica troppa attenzione agli eventi cosiddetti significativi, studia troppo poco i periodi di silenzio. Difetta dell’infallibile intuizione di cui è provvista ogni madre che avverte un improvviso silenzio nella camera del bambino. Una madre sa che quel silenzio indica qualcosa di brutto, che nasconde sempre qualcosa e si precipita ad intervenire perché sente un pericolo nell’aria. Lo stesso vale per il silenzio nella storia e nella politica.
Il silenzio è un segnale di disgrazia, spesso di un crimine. È uno strumento politico esattamente come lo scatto di un’arma o il discorso fatto a un comizio. Tiranni e occupanti hanno bisogno del silenzio per nascondere il loro operato. […] Oggi si parla molto di lotta contro il rumore, mentre sarebbe più importante la lotta contro il silenzio. Scopo della lotta contro il rumore è la pace dei nervi, quello della lotta contro il silenzio la salvaguardia della vita umana. […]
Sarebbe interessante indagare fino a che punto i sistemi mondiali di informazione di massa lavorino al servizio dell’informazione e fino a che punto al servizio del silenzio e della quiete. È più quel che si dice o quel che si tace? Possiamo tranquillamente contare coloro che lavorano nel campo della comunicazione. E se provassimo a contare coloro che lavorano a mantenere il silenzio? Quale gruppo risulterebbe più numeroso?”. [1]
Nel ciclo di convegni dal titolo “Repressione e resistenze”, giunto nella giornata del 29 marzo alla sua tappa presso l'auditorium della biblioteca “Sebastiano Satta” di Nuoro, il silenzio diviene incipit e spunto di riflessione dal quale partire per poi sviluppare una riflessione di ampio respiro, un'analisi critica dei nostri tempi in previsione di quelli futuri: tutto ciò a partire dalla realtà carceraria del 41bis, ossia da un presente drammatico, un'attualità pressante che continua a bussare alle porte della nostra indifferenza, la quale tende semplicemente ad ignorarla o a liquidarla con argomentazioni giustizialiste.
Il monologo di Carlo Valle, evocativamente intitolato “La mia ora di libertà” è contemporaneamente claustrofobico nella sua drammaticità ed enfatizzato al massimo.
Con gli interventi della scrittrice e ideatrice del Centro di documentazione lotta rosso 17 Paola Staccioli e di Italo Di Sabato, responsabile nazionale di Osservatorio sulla Repressione, si giunge alla comprensione di una delle componenti non secondarie della repressione stessa: qualora la posta in gioco sia la credibilità istituzionale di qualcuno o qualcosa succede spesso, in contrapposizione al silenzio che cala strategicamente su alcuni aspetti di un fatto, di imbattersi in strategie studiate da esperti nella comunicazione che mirino alla riabilitazione del soggetto e al ripristino di una versione più conveniente, ovviamente a scapito della veridicità. Perciò, per destabilizzare l'avversario e porsi al centro dell'attenzione spacciandosi per disinteressati paladini di una causa - o populisti da strapazzo -, si fa ricorso alla provocazione pubblica mediante attacco frontale del nemico di turno, facendo sovente ricorso a rivelazioni fintamente sbalorditive, dal tono scandalistico, assemblate ad arte o mendaci, manipolate tanto da snaturarle, in modo tale da spostare l'attenzione sull'altro.
La realtà è, invece, sempre sfaccettata e complessa, piena di sfumature, così come la situazione politica odierna, sempre più liquida ma, per quanto riguarda il mondo della sinistra extraparlamentare, mai così determinata nel cercare di mettere a punto obiettivi comuni contro il domino imperialista basato sull'oppressione, lo stesso che si nutre di queste strategie di repressione, tanto bieche quanto striscianti, in grado di condizionare il nostro modo di pensare e agire anche grazie alla loro pervasività.
Infatti, quanti mass media si prestano, come sottolineato da Kapuscinski, al ruolo di megafono dei potenti di turno, di scribacchini dei loro comunicati ufficiali, abdicando ai loro compiti di analisi, inchiesta e comprensione della realtà?
Quest'ultima, soprattutto in condizioni economiche difficili, di profonda crisi sistemica, tende ad acuire il malcontento e ad inasprire i toni ed i metodi di lotta politica e sociale: in risposta ad esse, anziché affrontare in maniera sostanziale i problemi che affliggono la maggior parte della popolazione, si adotta una logica emergenziale che legittimi la repressione in tutte le sue forme. Le seppur legittime rivendicazioni sociali vengono così ridotte a meri problemi di ordine pubblico: i soggetti non coinvolti da queste ultime sono invece inconsapevoli vittime di una società che, anche attraverso un incontrollato quanto alienante progresso tecnologico privo di guide al suo utilizzo, appiattisce la curiosità e lo sviluppo delle naturali tendenze umane - su tutte, quella alla socializzazione - su una sola dimensione, quella dominante, ormai divenuta autoritaria.
Il coordinamento delle forze politiche intenzionate ad analizzare la situazione repressiva nazionale, europea ed, in particolare, gli abusi perpetrati dalle forze dell'ordine, trova la sua occasione di denuncia, il suo ruolo giuridico- legale attraverso l'Osservatorio sulla Repressione, nato ormai dieci anni fa.
Come sottolineato da Italo Di Sabato, responsabile nazionale di questo importantissimo progetto, l'obiettivo odierno, alla luce dell'inasprimento dei metodi repressivi messi in atto dallo Stato (basti consultare i dati diffusi dal Viminale in relazione alle lotte sociali quali quella NoTav, NoTrip, NoMuos, NoTap ed altre meno note all'opinione pubblica, sia a livello nazionale sia a livello europeo, che hanno determinato oltre 200.000 processi), punta alla separazione di due concetti, troppo spesso confusi tra loro: la legalità e la legittimità.
Come ribadito da Di Sabato, “le lotte sociali per il diritto alla casa, alla salute, all'istruzione, alla salubrità dell'ambiente, contro le violenze squadriste che fomentano disuguaglianze e discriminazioni, anche se considerate illegali dallo Stato in virtù di leggi troppo spesso inique, debbono essere considerate legittime e, dunque, necessitano della difesa di comitati, associazioni, collettivi e reti di solidarietà locali”.
Vengono menzionati i casi di repressione e resistenza nelle lotte di personaggi tra i quali Nicoletta Dosio e Davide Rosci, balzati, loro malgrado, all'onore delle cronache, così come quelli ai danni di numerosi antimilitaristi sardi [2].
Sia per Paola Staccioli che per Italo di Sabato, questi casi debbono costituire delle spinte verso una “resistenza oltre misura”, mutuando la definizione data dagli anarchici torinesi, affinché ogni realtà locale - tra le quali, come già sottolineato, quella antimilitarista sarda presente all'evento con numerosi sui giovani rappresentanti - lotti per le proprie rivendicazioni senza cadere nella trappola del legalitarismo che, nel migliore dei casi, ridurrebbe loro, per dirla come Étienne de La Boétie, al ruolo di servi volontari del potere, fautori del suo assistenzialismo, che si accontentano delle briciole cadute dal tavolo del padrone, le quali “nutrono una sterminata schiera di subalterni, avvelenando l'intero corpo sociale”.
Allo scopo di evitare questa deriva, si sottolinea il ruolo di una possibile contromisura, un'altra possibile “arma” politica in risposta al silenzio: la solidarietà.
Quest'ultima, infatti, può concedere spazi di agibilità politica a coloro i quali resistono alla repressione del dissenso o, come i migranti in cerca di rifugio, alle persecuzioni all'interno di una Europa che, mutuando le parole della Staccioli e di Di Sabato, “si presenta sempre più come una fortezza”. “Non capisco per quale ragione - continua Di Sabato - si sia verificata una letterale levata di scudi contro l'arresto del dissidente Nalvalny e la situazione politica russa e da che pulpito venga quest'indignazione dato che quasi nessuno si è scandalizzato poi tanto per gli arresti preventivi avvenuti a Roma durante la manifestazione di Eurostop, anzi, ancora una volta si è incensato l'operato del ministro dell'Interno Minniti”.
Bisognerebbe invece prestare particolare attenzione a tutte quelle situazioni che, tanto in Italia quanto negli altri Paesi europei ed extraeuropei, hanno di fatto comportato un soffocamento dei diritti costituzionali di espressione e manifestazione: “tra i provvedimenti da non prendere sottogamba”, sottolinea ancora Italo Di Sabato, si deve annoverare “il decreto Minniti”.
Questo finirà infatti per rappresentare un grimaldello in grado di scardinare il diritto di resistenza” perché, “soprattutto attraverso l'introduzione di figure denominate 'sindaci sceriffi', legittimati ad emettere Daspo anche solo per violazioni del decoro urbano come l'affissione non autorizzata di volantini, tende ad individuare classi pericolose, ovvero soggetti ai margini della società, altri classi di soggetti che lottano, ovvero potenziali pericoli pubblici da reprimere preventivamente, ottenendo così, in una logica di emergenza infinita, la decostituzionalizzazione del diritto penale del nemico di turno, dall'ultras violento al semplice e pacifico manifestante” e la realizzazione di quello che sempre Di Sabato definisce “lo Stato penale massimo”.
Lo stesso Stato che, soprattutto a partire dal G8 2001 di Genova, permette l'applicazione delle misure cautelari (tra le quali l'obbligo di firma e i fogli di via), un tempo pensate per essere alternative alla detenzione, come provvedimenti propedeutici alla carcerazione; misure adottate dalle Procure che, con pugno di ferro, perseguono reati previsti dal fascista codice Rocco ed applicano sempre più spesso il nebuloso capo d'imputazione di devastazione e saccheggio, arrivando a comminare pene severissime che si traducono in anni di reclusione.
Lo “Stato penale massimo” del quale parla Italo Di Sabato, si nutre di istituzioni sempre più sorde alle istanze della popolazione, di tecnocrati europei e di piccoli burocrati all'italiana i quali, col loro comportamento, spingono i soggetti culturalmente più fragili e influenzabili a cadere nella trappola del populismo di bassa lega che imperversa, con i suoi spicci modi da sciacallo, nei tempi di crisi. Ecco perché si dovrebbe prestare attenzione anche alla terminologia che si adopera quando si parla di argomenti scottanti come questi.
“L'utilizzo indiscriminato di termini come 'società civile' per legittimare le argomentazioni del demagogo di turno, la confusione terminologica fra la legalità e la legittimità e le facili generalizzazioni” tra le quali la diffusissima “attivista sociale, uguale terrorista” sarebbero le stesse che, sempre a detta di Di Sabato, “hanno originato slogan quali quello di Libera, il loro 'Siamo tutti sbirri': così facendo, anziché mettere seriamente in luce il terreno fertile per le mafie, ovvero il connubio tra certi strati produttivi, le istituzioni deviate, i traffici ed i profitti illeciti, si ripropone un'ulteriore quanto inutile militarizzazione del territorio portata avanti da forze dell'ordine ammantate da un alone di impunità. In questo modo, i casi Cucchi, Aldrovandi, Uva e gli altri potranno essere all'ordine del giorno perché, essendo tutti sbirri, vivremmo nella convinzione di avere a che fare con pubblici ufficiali che agiscono sempre correttamente, nel nostro nome, anche se palesemente collusi o, peggio, violenti”.
Secondo Italo Di Sabato, facendo ricorso a frasi virali come queste anziché rispondere alle provocazioni in maniera compiuta, “si delegittimano ulteriormente le lotte, riducendole a manifestazioni ad orologeria o ad una specie di scampagnata a base di fischetti e palloncini, svuotandole del loro significato e delle loro rivendicazioni”.
Le campagne dell'Osservatorio, esattamente come lo scopo dell'evento descritto, non intendono universalizzare una specifica forma di lotta (come rimarca Di Sabato “ciò che funziona per i NoTav in Val di Susa non può andar bene per tutte le altre”), bensì ha lo scopo di tornare nei territori, nei quartieri, “sporcandosi le mani, rompendo definitivamente con il riformismo politico che ha fallito in quanto impermeabile alle rivendicazioni sociali e con la legalità in senso stretto per tornare alla dignità della legittimità”.
Citando gli esempi pratici fatti da Italo Di Sabato, “aiutare un migrante clandestino o creare mercati popolari per fermare la speculazione dei prezzi sono atti illegali ma giusti”. Dunque, come ampiamente sottolineato, rivendicando la giustizia e la legittimità delle lotte, si rafforzano le resistenze e si costruiscono percorsi e processi socio-culturali che rompono le catene della repressione, troppo spesso invisibili e circondate da una spessa cortina di strumentale silenzio, con lo scopo di arrivare ovunque, dalle periferie degradate alle aule giudiziare che, sovente, vedono alla sbarra chi non intende arrendersi ma solidarizza, lotta e resiste.