L'indifferenza, la subalternità e la stupidità bonhoefferiana si
nutrono, più che del clamore mediatico, del silenzio: quando lo si
riscontra, assordante, in alcuni movimenti sociali troppo spesso
improvvisati, nostalgici o forcaioli, privi di una solida base
politico-morale, di obiettivi univoci - sganciati, in soldoni, dal mero
tornaconto dei capi e capetti di turno -, si ripresenta prepotentemente
la necessità di una cultura diffusa o, per dirla più prosaicamente, di
un'unità di intenti.
Per costruirla, oltre che impegno, costanza e
coraggio contro gli impedimenti e le difficoltà, servirebbe tornare al
pensiero dei partigianied alle loro lotte di testimonianza e
Resistenzache, attraverso la storia e i libri da riscoprire come grandi
classici, giungono a noi sottoforma di guida da traslare nei nostri
tempi, faro in grado di dissipare le nebbie storico-culturali e
politiche coeve.
Tra essi, è quantomeno doveroso menzionare uno
dei più grandi reporter del mondo, Ryszard Kapuscinski. La sua
intuizione sul ruolo del silenzio nella storia è folgorante e sempre
attualissima: “La gente che scrive libri di storia dedica troppa
attenzione agli eventi cosiddetti significativi, studia troppo poco i
periodi di silenzio. Difetta dell’infallibile intuizione di cui è
provvista ogni madre che avverte un improvviso silenzio nella camera del
bambino. Una madre sa che quel silenzio indica qualcosa di brutto, che
nasconde sempre qualcosa e si precipita ad intervenire perché sente un
pericolo nell’aria. Lo stesso vale per il silenzio nella storia e nella
politica.
Il silenzio è un segnale di disgrazia, spesso di un
crimine. È uno strumento politico esattamente come lo scatto di un’arma o
il discorso fatto a un comizio. Tiranni e occupanti hanno bisogno del
silenzio per nascondere il loro operato. […] Oggi si parla molto di
lotta contro il rumore, mentre sarebbe più importante la lotta contro il
silenzio. Scopo della lotta contro il rumore è la pace dei nervi,
quello della lotta contro il silenzio la salvaguardia della vita umana.
[…]
Sarebbe interessante indagare fino a che punto i sistemi
mondiali di informazione di massa lavorino al servizio dell’informazione
e fino a che punto al servizio del silenzio e della quiete. È più quel
che si dice o quel che si tace? Possiamo tranquillamente contare coloro
che lavorano nel campo della comunicazione. E se provassimo a contare
coloro che lavorano a mantenere il silenzio? Quale gruppo risulterebbe
più numeroso?”. [1]
Nel ciclo di convegni dal titolo “Repressione
e resistenze”, giunto nella giornata del 29 marzo alla sua tappa presso
l'auditorium della biblioteca “Sebastiano Satta” di Nuoro, il silenzio
diviene incipit e spunto di riflessione dal quale partire per poi
sviluppare una riflessione di ampio respiro, un'analisi critica dei
nostri tempi in previsione di quelli futuri: tutto ciò a partire dalla
realtà carceraria del 41bis, ossia da un presente drammatico,
un'attualità pressante che continua a bussare alle porte della nostra
indifferenza, la quale tende semplicemente ad ignorarla o a liquidarla
con argomentazioni giustizialiste.
Il monologo di Carlo Valle,
evocativamente intitolato “La mia ora di libertà” è contemporaneamente
claustrofobico nella sua drammaticità ed enfatizzato al massimo.
Con gli interventi della scrittrice e ideatrice del Centro di
documentazione lotta rosso 17 Paola Staccioli e di Italo Di Sabato,
responsabile nazionale di Osservatorio sulla Repressione, si giunge alla
comprensione di una delle componenti non secondarie della repressione
stessa: qualora la posta in gioco sia la credibilità istituzionale di
qualcuno o qualcosa succede spesso, in contrapposizione al silenzio che
cala strategicamente su alcuni aspetti di un fatto, di imbattersi in
strategie studiate da esperti nella comunicazione che mirino alla
riabilitazione del soggetto e al ripristino di una versione più
conveniente, ovviamente a scapito della veridicità. Perciò, per
destabilizzare l'avversario e porsi al centro dell'attenzione
spacciandosi per disinteressati paladini di una causa - o populisti da
strapazzo -, si fa ricorso alla provocazione pubblica mediante attacco
frontale del nemico di turno, facendo sovente ricorso a rivelazioni
fintamente sbalorditive, dal tono scandalistico, assemblate ad arte o
mendaci, manipolate tanto da snaturarle, in modo tale da spostare
l'attenzione sull'altro.
La realtà è, invece, sempre sfaccettata e
complessa, piena di sfumature, così come la situazione politica
odierna, sempre più liquida ma, per quanto riguarda il mondo della
sinistra extraparlamentare, mai così determinata nel cercare di mettere a
punto obiettivi comuni contro il domino imperialista basato
sull'oppressione, lo stesso che si nutre di queste strategie di
repressione, tanto bieche quanto striscianti, in grado di condizionare
il nostro modo di pensare e agire anche grazie alla loro pervasività.
Infatti, quanti mass media si prestano, come sottolineato da
Kapuscinski, al ruolo di megafono dei potenti di turno, di scribacchini
dei loro comunicati ufficiali, abdicando ai loro compiti di analisi,
inchiesta e comprensione della realtà?
Quest'ultima, soprattutto
in condizioni economiche difficili, di profonda crisi sistemica, tende
ad acuire il malcontento e ad inasprire i toni ed i metodi di lotta
politica e sociale: in risposta ad esse, anziché affrontare in maniera
sostanziale i problemi che affliggono la maggior parte della
popolazione, si adotta una logica emergenziale che legittimi la
repressione in tutte le sue forme. Le seppur legittime rivendicazioni
sociali vengono così ridotte a meri problemi di ordine pubblico: i
soggetti non coinvolti da queste ultime sono invece inconsapevoli
vittime di una società che, anche attraverso un incontrollato quanto
alienante progresso tecnologico privo di guide al suo utilizzo,
appiattisce la curiosità e lo sviluppo delle naturali tendenze umane -
su tutte, quella alla socializzazione - su una sola dimensione, quella
dominante, ormai divenuta autoritaria.
Il coordinamento delle
forze politiche intenzionate ad analizzare la situazione repressiva
nazionale, europea ed, in particolare, gli abusi perpetrati dalle forze
dell'ordine, trova la sua occasione di denuncia, il suo ruolo giuridico-
legale attraverso l'Osservatorio sulla Repressione, nato ormai dieci
anni fa.
Come sottolineato da Italo Di Sabato, responsabile
nazionale di questo importantissimo progetto, l'obiettivo odierno, alla
luce dell'inasprimento dei metodi repressivi messi in atto dallo Stato
(basti consultare i dati diffusi dal Viminale in relazione alle lotte
sociali quali quella NoTav, NoTrip, NoMuos, NoTap ed altre meno note
all'opinione pubblica, sia a livello nazionale sia a livello europeo,
che hanno determinato oltre 200.000 processi), punta alla separazione di
due concetti, troppo spesso confusi tra loro: la legalità e la
legittimità.
Come ribadito da Di Sabato, “le lotte sociali per il
diritto alla casa, alla salute, all'istruzione, alla salubrità
dell'ambiente, contro le violenze squadriste che fomentano
disuguaglianze e discriminazioni, anche se considerate illegali dallo
Stato in virtù di leggi troppo spesso inique, debbono essere considerate
legittime e, dunque, necessitano della difesa di comitati,
associazioni, collettivi e reti di solidarietà locali”.
Vengono
menzionati i casi di repressione e resistenza nelle lotte di personaggi
tra i quali Nicoletta Dosio e Davide Rosci, balzati, loro malgrado,
all'onore delle cronache, così come quelli ai danni di numerosi
antimilitaristi sardi [2].
Sia per Paola Staccioli che per Italo
di Sabato, questi casi debbono costituire delle spinte verso una
“resistenza oltre misura”, mutuando la definizione data dagli anarchici
torinesi, affinché ogni realtà locale - tra le quali, come già
sottolineato, quella antimilitarista sarda presente all'evento con
numerosi sui giovani rappresentanti - lotti per le proprie
rivendicazioni senza cadere nella trappola del legalitarismo che, nel
migliore dei casi, ridurrebbe loro, per dirla come Étienne de La Boétie,
al ruolo di servi volontari del potere, fautori del suo
assistenzialismo, che si accontentano delle briciole cadute dal tavolo
del padrone, le quali “nutrono una sterminata schiera di subalterni,
avvelenando l'intero corpo sociale”.
Allo scopo di evitare questa
deriva, si sottolinea il ruolo di una possibile contromisura, un'altra
possibile “arma” politica in risposta al silenzio: la solidarietà.
Quest'ultima, infatti, può concedere spazi di agibilità politica a
coloro i quali resistono alla repressione del dissenso o, come i
migranti in cerca di rifugio, alle persecuzioni all'interno di una
Europa che, mutuando le parole della Staccioli e di Di Sabato, “si
presenta sempre più come una fortezza”. “Non capisco per quale ragione -
continua Di Sabato - si sia verificata una letterale levata di scudi
contro l'arresto del dissidente Nalvalny e la situazione politica russa e
da che pulpito venga quest'indignazione dato che quasi nessuno si è
scandalizzato poi tanto per gli arresti preventivi avvenuti a Roma
durante la manifestazione di Eurostop, anzi, ancora una volta si è
incensato l'operato del ministro dell'Interno Minniti”.
Bisognerebbe invece prestare particolare attenzione a tutte quelle
situazioni che, tanto in Italia quanto negli altri Paesi europei ed
extraeuropei, hanno di fatto comportato un soffocamento dei diritti
costituzionali di espressione e manifestazione: “tra i provvedimenti da
non prendere sottogamba”, sottolinea ancora Italo Di Sabato, si deve
annoverare “il decreto Minniti”.
Questo finirà infatti per
rappresentare un grimaldello in grado di scardinare il diritto di
resistenza” perché, “soprattutto attraverso l'introduzione di figure
denominate 'sindaci sceriffi', legittimati ad emettere Daspo anche solo
per violazioni del decoro urbano come l'affissione non autorizzata di
volantini, tende ad individuare classi pericolose, ovvero soggetti ai
margini della società, altri classi di soggetti che lottano, ovvero
potenziali pericoli pubblici da reprimere preventivamente, ottenendo
così, in una logica di emergenza infinita, la decostituzionalizzazione
del diritto penale del nemico di turno, dall'ultras violento al semplice
e pacifico manifestante” e la realizzazione di quello che sempre Di
Sabato definisce “lo Stato penale massimo”.
Lo stesso Stato che,
soprattutto a partire dal G8 2001 di Genova, permette l'applicazione
delle misure cautelari (tra le quali l'obbligo di firma e i fogli di
via), un tempo pensate per essere alternative alla detenzione, come
provvedimenti propedeutici alla carcerazione; misure adottate dalle
Procure che, con pugno di ferro, perseguono reati previsti dal fascista
codice Rocco ed applicano sempre più spesso il nebuloso capo
d'imputazione di devastazione e saccheggio, arrivando a comminare pene
severissime che si traducono in anni di reclusione.
Lo “Stato
penale massimo” del quale parla Italo Di Sabato, si nutre di istituzioni
sempre più sorde alle istanze della popolazione, di tecnocrati europei e
di piccoli burocrati all'italiana i quali, col loro comportamento,
spingono i soggetti culturalmente più fragili e influenzabili a cadere
nella trappola del populismo di bassa lega che imperversa, con i suoi
spicci modi da sciacallo, nei tempi di crisi. Ecco perché si dovrebbe
prestare attenzione anche alla terminologia che si adopera quando si
parla di argomenti scottanti come questi.
“L'utilizzo
indiscriminato di termini come 'società civile' per legittimare le
argomentazioni del demagogo di turno, la confusione terminologica fra la
legalità e la legittimità e le facili generalizzazioni” tra le quali la
diffusissima “attivista sociale, uguale terrorista” sarebbero le stesse
che, sempre a detta di Di Sabato, “hanno originato slogan quali quello
di Libera, il loro 'Siamo tutti sbirri': così facendo, anziché mettere
seriamente in luce il terreno fertile per le mafie, ovvero il connubio
tra certi strati produttivi, le istituzioni deviate, i traffici ed i
profitti illeciti, si ripropone un'ulteriore quanto inutile
militarizzazione del territorio portata avanti da forze dell'ordine
ammantate da un alone di impunità. In questo modo, i casi Cucchi,
Aldrovandi, Uva e gli altri potranno essere all'ordine del giorno
perché, essendo tutti sbirri, vivremmo nella convinzione di avere a che
fare con pubblici ufficiali che agiscono sempre correttamente, nel
nostro nome, anche se palesemente collusi o, peggio, violenti”.
Secondo Italo Di Sabato, facendo ricorso a frasi virali come queste
anziché rispondere alle provocazioni in maniera compiuta, “si
delegittimano ulteriormente le lotte, riducendole a manifestazioni ad
orologeria o ad una specie di scampagnata a base di fischetti e
palloncini, svuotandole del loro significato e delle loro
rivendicazioni”.
Le campagne dell'Osservatorio, esattamente come
lo scopo dell'evento descritto, non intendono universalizzare una
specifica forma di lotta (come rimarca Di Sabato “ciò che funziona per i
NoTav in Val di Susa non può andar bene per tutte le altre”), bensì ha
lo scopo di tornare nei territori, nei quartieri, “sporcandosi le mani,
rompendo definitivamente con il riformismo politico che ha fallito in
quanto impermeabile alle rivendicazioni sociali e con la legalità in
senso stretto per tornare alla dignità della legittimità”.
Citando gli esempi pratici fatti da Italo Di Sabato, “aiutare un
migrante clandestino o creare mercati popolari per fermare la
speculazione dei prezzi sono atti illegali ma giusti”. Dunque, come
ampiamente sottolineato, rivendicando la giustizia e la legittimità
delle lotte, si rafforzano le resistenze e si costruiscono percorsi e
processi socio-culturali che rompono le catene della repressione, troppo
spesso invisibili e circondate da una spessa cortina di strumentale
silenzio, con lo scopo di arrivare ovunque, dalle periferie degradate
alle aule giudiziare che, sovente, vedono alla sbarra chi non intende
arrendersi ma solidarizza, lotta e resiste.