giovedì 29 dicembre 2016

Salvataggio Mps: una cura “alla greca” contro tutti noi

Nuovi capitoli del caso MPS. Questo paese non sarà più lo stesso dopo il “salvataggio” (lo abbiamo già ipotizzato in questo articolo sui tagli a welfare e sanità). In molti lo intuiscono ma a volte manca il dettaglio per avere tutti i pezzi davanti.
Guardate questo titolo dal sito finanza.com: “Mps: Bce chiede 8,8 miliardi di aumento, vuole trattamento alla greca. Oggi titoli sospesi”. Voi direte, ma come prima di Natale i miliardi necessari, per la ricapitalizzazione, erano 5 e ora sono quasi 9? E’ solo una parte del problema come è solo una parte del problema il fatto che questi soldi sono sottratti ai servizi alla sanità e alla spesa sociale. Come è solo una parte del problema quanto ci rimetteranno i risparmiatori, gente come ne conosciamo tanta.
Il problema più grosso, l’avete capito da soli, è quel “alla greca”. Vediamo se dalle parole di Varoufakis si intuisce qualcosa. Ecco come il popolare ex ministro greco commenta il complesso dell’operazione di salvataggio delle banche greche: “malgrado le iniezioni di capitale [soldi dei greci che si sono ridotti in miseria ndr] per circa 47 miliardi di euro…, la quota del patrimonio netto dei contribuenti [il peso del settore pubblico nelle banche] è passata da oltre il 65% a meno del 26%, mentre gli hedge fund e gli investitori stranieri (ad esempio, John Paulson, Brookfield, Fairfax, Wellington e Highfields) si sono accaparrati il 74 per cento del patrimonio bancario [greco] investendo appena 5,1 miliardi di euro”.
Così si capisce cosa significa alla greca. Noi investiamo, in soldi altrimenti destinati a uno stato sociale che ne ha bisogno, la maggioranza dei soldi per salvare MPS (mangiata dal PD tra l’altro) e i grandi investitori esteri, con la minoranza dei soldi si beccano il controllo facendo il bello e il cattivo tempo nelle politiche bancarie. Avendo così peso, come in Grecia, per chiedere ulteriori privatizzazioni etc.

mercoledì 28 dicembre 2016

Crisi, ancora un Natale dimesso. Gli italiani pensano ai tempi magri che li aspettano

Feste all'insegna della sobrieta' quelle che le famiglie italiane si preparano a trascorrere al termine di questo 2016. Secondo i dati raccolti da Conflavoro PMI per il 56,3% sara' meno di 200 euro il budget totale stanziato per i regali. Per il 31% degli intervistati, dal Nord al Sud del Paese, la spesa sale fino a 400 euro, mentre per qualche "fortunato" (4,4%) la cifra destinata ai regali raggiunge i 600 euro.
Secondo le previsioni dell’Adoc, rispetto allo scorso anno le famiglie italiane, infatti, taglieranno sensibilmente la spesa, riducendola in media di un quarto. “Per i cenoni e pranzi delle feste prevediamo una riduzione del 7% della spesa da parte delle famiglie italiane”, dicono dall’associazione. Una scelta legata alla necessità di risparmiare ma anche ad una nuova sensibilità alimentare “anti-spreco”.
Difatti, “la tendenza sarà ridurre la quantità puntando sulla qualità dei prodotti e sul recupero dei piatti “poveri” tradizionali”, fa notare Roberto Tascini, presidente Adoc. “Stimiamo infatti una crescita pari al 20% dei consumi di prodotti regionali e locali, o di produzione biologica. Riteniamo inoltre che oltre la metà dei prodotti che imbandiranno le tavole saranno di origine italiana, legati al territorio o biologici”.
Non sarà un Natale di grandi regali per gli italiani,quindi. Avranno in tasca qualche soldo in più ma il maggior reddito a disposizione sarà usato per le spese destinate alla casa, per gli alimentari, per qualche vacanza, per rimettere in sesto il bilancio familiare. Ai regali in senso stretto sarà destinata una spesa procapite di 164 euro (un paio di euro in meno rispetto allo scorso anno). A pesare è una crescita ancora debole e l’assenza di una direzione precisa per il futuro del paese. Così Confcommercio vede quest’anno i consumi natalizi.
Dal punto di vista economico, la spesa media per singolo commensale sarà tra i 18 e i 23 euro, per cui per una tavolata di 10 persone si spenderanno circa 205 euro. Segno che si può tranquillamente preparare un bel cenone senza spendere cifre esagerate.
La spesa delle famiglie per i regali di Natale segna una flessione continua dal 2010 a oggi: il calo in quattro anni è stato di quasi il 40% con una flessione di oltre 82 euro nel budget a disposizione, passato dagli oltre 200 euro del 2010 agli attuali 125 euro a famiglia. Questa è la stima dell’Osservatorio nazionale di Federconsumatori che sottolinea come quest’anno sarà uno dei Natali più “freddi” degli ultimi anni in tema di consumi. Secondo quanto rilevato dall’Osservatorio negli ultimi anni c’è stata una inarrestabile caduta della spesa per i regali di Natale.
Un andamento che si conferma anche quest’anno, con una contrazione del 6,2% rispetto allo scorso anno, ma se si estende il confronto al 2010 emerge che la flessione della spesa delle famiglie per i regali di Natale è pari al 39,9%. Sono oltre 82 euro a famiglia. La spesa di ogni famiglia per i regali di Natale è infatti passata, nel dettaglio, dai 208,33 euro del 2010 (pari a un giro d’affari complessivo di 5,2 mld di euro) ai 166 euro del 2011, poi è scesa ancora a 148 euro nel 2012, a 131 euro l’anno scorso e quest’anno si fermerà a 125,70 euro. I settori che hanno risentito maggiormente di tale andamento – e questo è noto da tempo – sono quello dei mobili, dell’arredamento e degli elettrodomestici, seguito da abbigliamento e calzature e dal turismo.
Il 71,7% degli italiani prevede “un Natale molto dimesso” (erano il 72,9% nel 2015 e appena il 33,7% nel 2009), mentre l’86% dichiara che effettuerà regali contro l’85,9% dello scorso anno e il 91% del 2009. Eppure, secondo l’analisi dell’Ufficio studi di Confcommercio, in tasca gli italiani avranno più soldi rispetto al dicembre dell’anno scorso: l’ammontare netto delle tredicesime sarà di 40 miliardi, di cui il 12% sarà messo da parte e il 30% circa sarà destinato ai consumi. Ogni famiglia spenderà dunque 1.331 euro da tredicesima, il 3,1% in più su base annua. Questa dicotomia tra aumento del reddito disponibile e stasi dei consumi natalizi è dovuta per Confcommercio a una “congiuntura particolarmente oscura: il Paese non ha trovato una chiara direzione di marcia e molte sono le debolezze dal punto di vista della crescita. La politica dei bonus funziona nel breve termine, serve invece un messaggio chiaro alle forze produttive con il taglio generalizzato alle aliquote Irpef”.
Pochi giorni fa il presidente della Comunita' di Sant'Egidio Marco Impagliazzo nel corso della conferenza stampa di presentazione
dell'edizione 2017 di 'Roma Dove', la guida su dove mangiare, dormire e lavarsi dedicata ai senza fissa dimora della capitale ha sottolineato che in Italia ci sono 4,5 milioni di persone in poverta' assoluta nel 2016 - a fronte di un dato del 2005 sotto la soglia dei due milioni -, 8 milioni quelli in poverta' relativa, pari al 13% della popolazione italiana. Dati allarmanti che si legano ad un trend in crescita anche nella capitale e fotografano la difficolta' del Paese ad uscire dalla crisi. "Le difficolta' economiche- sottolinea Impagliazzo- riguardano principalmente le famiglie e le famiglie con tre o piu' figli.

martedì 27 dicembre 2016

Renzi è andato via ma Padoan è rimasto. Ed un motivo c’è

Un po’ di valzer, tanti discorsi discorsi ma lui il prof. Pier Carlo Padoan è rimasto al suo posto. I Renzi cambiano i Padoan invece no. In giro ce ne sono molti meno ed il loro addestramento ha richiesto molto più tempo.
Il governo Gentiloni con Padoan sempre al suo posto serve a non alterare gli equilibri parlamentari con pericolose elezioni popolari ed a proteggere la continuità della forza normativa e operativa che arriva dai centri direzionali europei e dell’area occidentale. Padoan è un “nodo” di una rete amministrativa dove i significati e i principi morali della gestione dell’economia non possono e non devono cambiare. Padoan è funzionale ad una serie di aggiustamenti che possono oscillare solo dentro una scala di parametri decisi a tavolino.
La contraddizione più grossa dentro l’idea di sviluppo economico che questi economisti asserviti continuano a promuovere è l’inefficacia della governance riformista davanti ai dati reali di un insuccesso ormai conclamato.
Lo sviluppo economico che genera disoccupazione, degrado sociale e ambientale non crea effetti al margine trascurabili ma agita milioni di persone. Sono effetti negativi fondamentali il cui corso non è mai stato né interrotto né invertito. Ci sono stati tentativi riformisti imposti senza consenso sia interno, a livello comunitario, sia a livello internazionale dove il processo competitivo ha aperto e chiuso guerre finanziarie dal dopoguerra ad oggi.
Attualmente con la gran paura che la Cina vada dritta al raggiungimento della prima posizione nella classifica del prodotto interno lordo e nelle dotazioni patrimoniali sovrane (anziché prendere atto che l’innovazione tecnologica debba esser spinta a favore della tutela dei beni comuni anziché creare profitti privati o fondi di garanzia a favore di big fail) si continua a spingere sul calo del costo del lavoro portando i paesi europei dell’area mediterranea allo sfinimento e nel lungo periodo allo spopolamento.
La prima risposta che l’umanità mette in campo di fronte alla scarsità di risorse e di opportunità di vita e lavoro in un luogo è l’emigrazione.
La seconda è la chiusura nei confronti dell’esterno nella pia illusione di essere autosufficienti. Operazione tanto istintiva quanto senza senso promossa da insulsi della politica, il leghismo e ogni altra formula di semplificazione dell’agire economico e sociale.
Il risultato finale in questo caso potrebbe rivelarsi ben peggiore dell’inefficienza riformista messa in atto dallo sconclusionato governo europeo e dei singoli stati appartenenti.
Così l’attenzione ricade su Padoan e sul suo ruolo. Per capirlo evitiamo lo sforzo di andare su wikypedia ma leggiamo il suo “L’economia europea” combinandolo anche semplicemente con una sua recente uscita in occasione di un evento promosso da Affari & Finanza titolata Va fermato il declino ora investiamo sul futuro (http://www.mef.gov.it/ufficio-stampa/articoli/article.html…)
Molte sono le analisi condivisibili nel suo sforzo di ricostruzione storica dal dopoguerra ad oggi ma rivolgere lo sguardo al futuro senza voler accettare ciò che riportano i dati a questo link (https://data.oecd.org/unemp/unemployment-rate.htm) significa continuare una carriera nell’asservimento di qualcuno che dall’alto ti dice cosa fare oppure non sentirsi sicuro dei propri mezzi, della propria economia di provenienza, quella dello Stato in cui te che sei Ministro di Economia e Finanza svolgi il tuo ruolo.
In ultima battuta, quando si sente rammentare il terrorismo come pesante causa da risolvere viene automatico reagire perché è proprio la certezza dell’inconsistenza del futuro che generando disoccupazione e disperati tentativi di emigrazione, italiani compresi che se ne starebbero anche volentieri a casa, porta tutto alle estreme conseguenze e reazioni.
Dagli anni ’60 abbiamo visto crescere i PIL ma la quota dei salari, di cui sono componente appunto del reddito aggregato, è rimasta molto indietro, in Italia come in ogni altro paese. Questo è accaduto volutamente a più riprese affinché non si creassero eccessi di domanda di beni che avrebbero spinto in alto l’inflazione danneggiando gli interessi della finanza internazionale. Una storia di sfruttamento delle masse che da millenni si ripete e che ancora oggi non trova discontinuità anzi spesso sono le masse stesse a legittimarla appena raggiunto un tenore di vita con un livello di consumi accettabile.
Visto quindi che Padoan tocca spesso il nodo della formazione dovremmo proprio pensare di cambiare dalla base le coscienze mettendo in atto processi didattici e formativi che contemplino altre economie chiudendo per sempre il disumano capitolo della competizione capitalistica.
Di fronte agli Helycopter Money, i Quantitative Easing, quei 60 miliardi al mese erogati dalla Bce per salvare i bilanci degli stati e di grandi aziende compresi i salvataggi pubblici di interi sistemi bancari, sia in US che in Europa e in Italia, come si fa a non considerare lo sviluppo di economie differenti? Il recupero, il risparmio delle risorse, la tutela ambientale, la gestione globale della scarsità potranno mai diventare una volta per tutte le priorità reali?
Si continua a credere nelle riforme senza mai spingere sulla vera essenza della norma ossia il suo contenuto, il principio, la ratio, l’approccio di eventuali nuove economie.
Se non accade questo passaggio le masse, di cui noi tutti siamo parte, rimarranno ancora a lungo tempo imprigionate in conflitti interni dell’uno contro l’altro e del debole contro il più debole.
Si devono per forza oggi considerare i dati della disoccupazione nella comunità europea accostandoli alla caduta della capacità di spesa dei redditi delle persone fisiche e non si può attendere ulteriormente un’apertura e un passaggio determinato alle nuove economie in un sistema monetario che è allo sbando. Solo la mano pubblica può cambiare il fatiscente paradigma dell’economia dei commerci, della mobilità del capitale e della deportazione di milioni di persone da un’area produttiva ad un’altra, dal rurale alle aree metropolitane.

venerdì 23 dicembre 2016

Il futuro il futuro di servizi sociali, scuola, sanità? Occhio al prossimo decreto salvabanche

Una grave, e lunga, crisi bancaria si intreccia a misure che finiranno, vedremo in che modo e grandezza, a incidere sulla spesa pubblica, sui servizi, sull’educazione e le prestazioni sanitarie
Entro pochi giorni, se non addirittura ore, è in arrivo il decreto salvabanche del governo. Forse verrà chiamato salvarisparmio ma va capito bene cosa, in effetti, fa risparmiare. Detto in estrema sintesi, il decreto verrà emanato, dopo l’avvenuta autorizzazione in parlamento, per far fronte alla grave crisi di MPS. Fin qui le notizie date con ragionevole certezza. Poi c’è la dimensione dell’incerto, quella largamente più estesa, che riguarda non solo le modalità di applicazione ma anche la sua possibilità di successo.
E’ bene essere chiari: dal modo con il quale verrà emanato prima, e applicato poi, il decreto dipende una parte importante del futuro dei nostri servizi sociali. Perché le cifre che sono in ballo sono di quelle serie, dai 20 ai 60 miliardi di euro a seconda degli scenari che si creeranno. Ed è serio anche il possibile impatto sull’economia: sia perché anche l’ipotesi minore, 20 miliardi di debito in più, può avere un effetto depressivo, oltre a provocare tagli ai servizi, sia perché il mondo del risparmio può subire ulteriori crisi. Diciamo che gli scenari, grosso modo, in questo senso si restringono a due. Entrambi con delle variabili ma semplifichiamo, anche per motivi di lettura, il quadro in ipotesi light e in quella hard.
Ipotesi light. Ipotesi che, alla fine, tanto light non è visto che comunque verranno sottratte risorse a una società che ha bisogno di allocarle in ben altri settori. Secondo Padoan il decreto di salvataggio dovrebbe stanziare 20 miliardi (e dove e come vengano allocati è incerto e tutt’altro che un dettaglio) che andrebbero posizionati su due fronti. Il primo è quello della garanzia per il ripristino della capacità di finanziamento di MPS (e non solo) a medio e lungo termine. Il secondo è quello della partecipazione diretta nelle banche (MPS e vedremo chi) dopo la conversione forzosa delle obbligazioni dei risparmiatori in azioni. E in quest’ultimo punto sta un dettaglio non da poco: quanto i risparmiatori lasceranno sul campo e che effetto, sull’economia e sulla politica, avrà questo sacrificio. Poi c’è la questione di come verranno messi a bilancio questi 20 miliardi e come verranno smaltiti. L’importo (20 miliardi) è pari all’intervento per la riduzione del deficit della manovra Monti. Manovra che arrivò a 30 miliardi ma è anche vero che al governo Gentiloni l’ “Europa” ha chiesto di rientrare, leggi tagliare, almeno 5 miliardi rispetto alla manovra elettorale di Renzi. L’ipotesi light è che il governo Gentiloni riesca a fare un decreto con qualche danno ma non catastrofico: diluire lo smaltimento dei 20 miliardi, il peso sui risparmiatori, convincere l’”Europa”, allontanare le clausole di salvaguardia, leggi aumento dell’IVA in caso di mancati tagli, lasciate in eredità da Renzi. Alla fine, come dice qualche analista serio e per niente filogovernativo, se il governo azzecca il decreto e le modalità di intervento di MPS magari i miliardi impiegati possono essere meno di venti. Entro un quadro di interventi duro, per la società, ma non catastrofico. Oltre a Forza Italia, il gruppo di Verdini si è già espresso in aula a favore del decreto. Se l’ora è grave, e il voto pesa, Denis non manca mai. Anche se Silvio, vista la vicenda Vivendi, l’aiuto del governo se lo tiene già caro di suo.
Ipotesi hard. L’ipotesi hard parte da una analisi interna al mondo finanziario. Bloomberg ha stimato la cifra necessaria per il salvataggio delle banche italiane in 60 miliardi. Il triplo di quanto eventualmente stanziato, e vedremo come, dal governo italiano. Se questa analisi viene adottata dai mercati finanziari non è impossibile che il quadro del valore di borsa delle banche italiane vada verso il basso, magari non subito, anche in presenza del decreto. Questo scenario potrebbe intrecciarsi con un altro: la bocciatura del decreto italiano su MPS da parte delle autorità europee di supervisione degli accorsi sull’Unione bancaria. E, a quel punto, la richiesta di rientro, al governo Gentiloni, del deficit eccessivo contratto dal governo Renzi potrebbe, sempre per le autorità europee, farsi automatica in parallelo a questa bocciatura. Se consideriamo che lo stesso governo Renzi ha lasciato in eredità una clausola di salvaguardia (tagli sicuri oppure aumento IVA) il conto, per la società italiana, si farebbe salato. Diverse decine di miliardi (60 miliardi sono due manovre Monti del 2011) per le banche, una manovra correttiva per i 5 miliardi, lasciati per strada dal governo Renzi, e una per evitare che scattino le clausole di salvaguardia per l’aumento dell’Iva (seriamente depressivo per l’economia). Uno scenario decisamente hard, economicamente il peggiore dalla fine della seconda guerra mondiale. Scenario che non terminerebbe qui. La Frankfurter Allgemeine, per mano del suo corrispondente a Roma, ha chiesto il commissariamento delle banche più interessate dalla crisi secondo le regole ESM. E non è la prima testata tedesca che invoca queste regole per l’Italia. Quelle del fondo chiamato, con discreto coraggio, salvastati. In poche parole arriverebbe, sempre dall’” Europa”, una struttura commissariale non solo delle banche ma anche della parte di bilancio dello stato necessario a smaltire la loro crisi. In caso di precipitazione degli eventi, come sempre negli ultimi vent’anni e più, comunque tutto dipende dalla Germania. E da quale strategia, per l’Italia, sceglierà la cancelliera nel 2017, anno elettorale. Anno difficile anche per la Germania alle prese con cambiamenti di scenario globale tutti, anche per lei, da decifrare.
I fatti ci faranno capire quale ipotesi prevarrà oppure cosa, degli scenari hard e light, finirà per mescolarsi per comporre lo scenario vero. Resta, nel frattempo, la realtà: una grave, e lunga, crisi bancaria si intreccia a misure che finiranno, vedremo in che modo e grandezza, a incidere sulla spesa pubblica, sui servizi, sull’educazione e le prestazioni sanitarie. L’impatto per servizi sociali, scuola, sanità ci sarà comunque. Il punto sta nella violenza o meno di questo impatto. Il resto è retorica.
Ovviamente l’economia internazionale farà la sua parte in tutto questo. Un paio d’anni di ripresa americana, accompagnata dal rialzo tassi Usa, o una crisi cinese, magari esplosa per lo stesso motivo, possono incidere in un senso o in un altro. Come incideranno le modalità –economiche, logistiche e tecnologiche- di ristrutturazione del sistema bancario. Modalità che incedono con i ritmi di una vera e propria rivoluzione. Il punto, quello che interessa, è capire quante risorse per la società, e i servizi di cui necessita, ci sono dopo questi passaggi. E anche chi le governa. Temi non da poco mentre si va verso un altro anno che si annuncia tutt’altro che facile

giovedì 22 dicembre 2016

Cresce l’uso di voucher: +32%. Poletti: “Pronti a ripensare le norme

Nel periodo gennaio-ottobre 2016 sono stati venduti 121,5 milioni di voucher destinati al pagamento delle prestazioni di lavoro accessorio, del valore nominale di 10 euro, con un incremento, rispetto ai primi dieci mesi del 2015, pari al 32,3%. Lo comunica l’Inps, sottolineando che nei primi dieci mesi del 2015 la crescita dell’utilizzo dei voucher, rispetto al 2014, era stata pari al 67,6%.
Il governo è pronto a «rideterminare dal punto di vista normativo il confine dell’uso dei voucher» spiega il ministro Giuliano Poletti, parlando a Fano. «Abbiamo introdotto la tracciabilità, e dal prossimo mese vedremo l’effetto. Se è quello di una riduzione della dinamica di aumento e di una messa sotto controllo di questo strumento, bene. Se invece i dati ci diranno che anche questo strumento non è sufficiente a riposizionare correttamente i voucher la cosa che faremo è rimetterci le mani» ha spiegato.
Se necessario in sostanza, ha detto Poletti rispondendo alle domande dei giornalisti in un incontro presso la Coop Pesce Azzurro, «ridetermineremo un’altra volta dal punto di vista normativo il confine dell’uso» dei voucher. «Pensiamo che i voucher siano uno strumento che ha una sua utilità - ha sottolineato il ministro del Lavoro - ma che deve essere limitato a determinate condizioni...,i lavori saltuari sono nati così».
Poi, ha ammesso, «c’è stata una dinamica...che peraltro non è una dinamica collegata al Jobs act, perché questo cambiamento di norma l’hanno fatto il Governo Monti e la Fornero, non l’abbiamo fatta noi la liberalizzazione dei voucher». Oggi, ha concluso, «bisogna riportarla ad una condizione che sia una condizione compatibile, perché noi vogliamo un mercato del lavoro stabile, non un mercato del lavoro precario. Quindi se abbiamo una strumentazione che induce a precarietà bisogna cambiarla

mercoledì 21 dicembre 2016

20 miliardi dal governo per salvare Mps (e non solo)

Nuovo regalo ai parassiti che hanno fatto il loro nido nel mondo della finanza. Chi pagherà? Ciò che resta del nostro welfare:dalla sanità all’assistenza, dalla formazione alla ricreazione, dalle bellezza all’utilità delle nostre città. Il Fatto quotidiano, 20 dicembre 2016 Mesi passati a smentirlo, pochi minuti per approvarlo e presentarlo alla stampa alle nove di sera con una conferenza lampo convocata senza nessun preavviso: il governo approva così la bozza di intervento per soccorrere il sistema bancario. Il Consiglio dei ministri metterà sul piatto 20 miliardi che serviranno allo Stato per ricapitalizzare diversi istituti di credito in difficoltà: in testa Monte dei Paschi di Siena, ma anche le due popolari venete (Vicenza e Veneto Banca), Carige e le 4 banchette nate dalle ceneri di Etruria, Marche, Carife e Carichieti. Che la situazione sia seria lo conferma la modalità “notturna” dell’annuncio e le facce funeree che il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan mettono su in sala stampa. Anche il nome (“Operazione salva risparmio”) dà l’idea della portata: puntellare diverse banche per evitare una crisi sistemica dopo gli interventi disastrosi fatti negli ultimi due anni.
Le misure vere finiranno in un decreto già scritto da tempo e limato negli ultimi giorni. “Le modalità saranno da definire”, spiega Padoan, ma a grandi linee l’ennesimo “salva banche” è chiaro. Matteo Renzi se l’è tenuto nel cassetto per settimane, ritardando fino a dopo il referendum la resa dei conti. D’altronde ammettere che la carta bianca data a Jp Morgan sul futuro di Monte dei Paschi si sta rivelando una fregatura non era un bel biglietto per presentarsi agli elettori. Il decreto conterrà anche garanzie pubbliche per la liquidità del settore. Il governo Renzi aveva ottenuto a luglio scorso una deroga dall’Ue per garantire le emissioni obbligazionarie delle banche “solvibili” ma con difficoltà a rifinanziarsi: un problema che all’epoca non esisteva e invece oggi sì, proprio a causa del mancato intervento del premier, consapevole da mesi di dover intervenire. Il decreto farà salire il debito nel 2017 e proprio perché modificherà i saldi di finanza pubblica dovrà essere approvato attraverso il percorso previsto dall’articolo 81 della Costituzione sul pareggio di bilancio: il governo dovrà prima ottenere dal Parlamento – a maggioranza assoluta – il permesso di peggiorare i saldi. Ieri il Cdm ha autorizzato proprio questa richiesta da fare alle Camere, in un voto forse già mercoledì. La fretta è per i guai di Mps.
La prima indiziata è infatti proprio la banca senese, alle prese con un aumento di capitale da 5 miliardi che Renzi – in forza del 4 per cento detenuto dal Tesoro – ha affidato alla banca dell’amico Jamie Dimon (con commissioni stellari). Gli investitori sono rimasti freddi: terminerà giovedì, mercoledì invece si chiude l’offerta di conversione volontaria delle obbligazioni subordinate in azioni riaperta la scorsa settimana. La banca, con l’avallo della Consob (che in due settimane si è smentita) punta a convincere i 40 mila piccoli risparmiatori che hanno in tasca bond per 2,16 miliardi. Ma non basta. E il governo è pronto a un “intervento precauzionale” partecipando all’aumento di capitale. “Anche sottoscrivendo azioni di nuova emissione”, spiega Padoan.
Problema: dal 2013 l’Ue vieta agli Stati di risolvere le crisi bancarie senza prima accollare una parte dei costi ai creditori degli istituti: è il cosiddetto burden sharing. Se lo Stato ci mette i soldi, almeno gli obbligazionisti subordinati devono contribuire, possibilmente con una conversione forzata dei bond in azioni. A rimetterci sono anche gli azionisti. Se il governo interverrà, una parte (o tutta) dei 4,3 miliardi di obbligazioni di Mps seguiranno questa strada. L’accordo con l’Antitrust Ue, guidato dalla Commissaria Margrethe Vestager, prevede che poi lo Stato possa risarcire i piccoli risparmiatori (forse all’80%). Questo intervento è “precauzionale”, perché non riguarda banche non in dissesto. Altrimenti si applicherebbe il “bail-in” previsto da una direttiva del 2014: il conto del dissesto viene scaricato sugli azionisti, poi sugli obbligazionisti e se necessario perfino sui depositanti sopra la soglia dei 100.000 euro garantiti. È l’approccio che il governo ha applicato a novembre 2015 per Etruria scatenando il panico.
Il Tesoro non userà subito i 20 miliardi. Prima di natale o capodanno farà un decreto con le misure più urgenti per il settore: la sospensione dell’obbligo di trasformazione in spa (forse per sei mesi) delle popolari, resa necessaria visto che il Consiglio di Stato ha stroncato la riforma e chiamato in causa la Consulta; un’ulteriore rata che sarà chiesta a tutte le banche italiane per ripulire Etruria & C. e permetterne la vendita (il conto è ormai di oltre 4 miliardi) e ulteriori sgravi fiscali.
Il governo aveva pensato di fare un decreto unico, ma l’entità della cifra l’ha obbligato a passare dalle Camere. A Mps servono 5 miliardi, per le venete si parla di 3, tra i 500 milioni e 1 miliardo per Carige e un altro (pare) per CariCesena e CaRim. Tutto questo perché il fondo salva banche Atlante, partecipato dal settore ma anche dalla pubblica Cdp, messo in piedi in fretta e furia a marzo scorso ha finito i soldi.

martedì 20 dicembre 2016

Mediaset, Telecom e non solo. Lo shopping delle multinazionali francesi nel Belpaese

Appare quantomeno irrituale il cicaleccio – tardivo e strumentale – del governo e dei mass media sulla “colonizzazione” straniera dell'economia italiana. L'occasione è data dalla scalata ostile del gruppo francese Vivendi alla Mediaset. Sui poco onorevoli risvolti politici della vicenda (salvare le aziende di Berlusconi per garantire una stampella al prossimo governo del Pd), abbiamo scritto in altra parte del giornale. Sul fatto che al Vivendi sia stata venduta la quota di maggioranza di una vera azienda “strategica” come Telecom solo pochi hanno dato dimostrazione di memoria e coerenza.
Resta invece da portare alla luce come l'incursione ostile di Vivendi sul sistema delle comunicazioni in Italia (Telecom e Mediaset) sia solo la punta dell'iceberg di un vero e proprio shopping a prezzo di saldo che le aziende francesi e tedesche hanno realizzato negli anni verso aziende italiane. Una svendita di patrimonio industriale, tecnologico e sistemi che in qualche modo giustifica la categoria di colonizzazione usata tardivamente in questa occasione da alcuni commentatori.
Oggi le aziende francesi hanno partecipazioni azionarie su aziende quotate alla Borsa di Milano per un controvalore di 34,5 miliardi di euro. Il doppio di quelle italiane in Francia. Facendo un stock degli ultimi dieci anni, il rapporto diventa di cinque a uno (29 miliardi le acquisizioni francesi in Italia, 6,3 quelle italiane in Francia). Il 7% del listino di Piazza Affari parla francese, così come quasi un quinto delle partecipazione estere nelle aziende del Belpaese. In termini assoluti è assai meno di quanto controllino alcuni fondi di investimento statunitensi come Blackrock, Vanguard, Carlyle etc. La differenza è che quelli statunitensi sono investimenti solo finanziari, quelli francesi “mordono” invece la struttura industriale, creditizia e di brand del nostro paese.
Si tratta della Edf con Edison, di Lactalis con la Parmalat, di Lvmh con Loro Piana e Bulgari, di Bnp Paribas e Crèdite Agricole con banche come Bnl e Carparma. Meno bene sono andate le scorrerie di Auchan e Carrefour nella grande distribuzione in cui sono scesi al 15,8% del mercato. “I numeri dicono chiaramente che in questi anni il nostro paese è stato terra di conquista delle aziende francesi” commenta il Sole 24 Ore di giovedi.
Più infingarda è invece la strategia delle multinazionali tedesche, le quali già dai tempi dell'acquisizione della Miralanza da parte della Benckiser, hanno un atteggiamento più cannibalesco. Spesso acquisiscono aziende italiane per chiuderle e prendersi la loro quota di mercato. Secondo un rapporto di KPMG del 2015 negli ultimi sette anni, le imprese italiane cedute ai tedeschi sono 72, più di 10 all’anno. E la metà, aggiunge l’autorevole società di revisione olandese, apparteneva al comparto industriale, ultima in ordine di tempo l'Italcementi, per un valore complessivo delle acquisizioni pari a 15 miliardi di euro. Con una strategia chiara: le aziende tedesche puntano ad inglobare dei potenziali concorrenti, togliendoli dal mercato.
Si calcola che dal 2008– l'anno in cui l'ultima crisi si è manifestata con forza – più di 850 aziende italiane secondo alcune fonti, sono passate sotto il controllo o la partecipazione decisiva di aziende straniere. Superfluo rammentare che a parte alcuni casi come Alitalia, la maggior parte sono andate in mano a multinazionali francesi e tedesche.
Ma perchè alle aziende straniere piace così tanto fare shopping di aziende italiane? Secondo uno studio curato dal Censis insieme all'Associazione delle Banche Estere durante il governo Renzi, l’attrattività dell’Italia è dovuta principalmente alla qualità delle risorse umane (giudicate con un punteggio di 8,11 lungo una scala da 1 a 10), seguono la solidità del sistema bancario (7,24), scendono invece gli indicatori sulla stabilità politica (5,97), l’efficacia dell'azione di governo (5,95), la disponibilità di reti e infrastrutture logistiche (5,82), la flessibilità del mercato del lavoro (5,53). La perdurante compressione dei salari e la approvazione del Jobs Act hanno fatto salire indubbiamente quest'ultimo indicatore. Eppure gli investimenti esteri in Italia non hanno prodotto i grandi benefici tanto decantati. Secondo un rapporto del European Attractiveness Survey, nel 2015 solo 1.383 posti di lavoro in più, niente rispetto ai 43mila in Gran Bretagna o ai 19.651 in Polonia o ai 7.126 della Spagna, addirittura la metà di quelli in Portogallo (3.469). Effetti della cannibalizzazione, appunto