venerdì 2 dicembre 2016

I giovani lavorano meno, ma il governo dichiara il contrario

A tre giorni dal referendum arrivano pessime notizie, per il governo, dal fronte dell'occupazione. Naturalmente i media di regime provano a ribaltae la frittata, enfatizzando oltre misura il “calo della disoccupazione giovanile”. Vediamo perciò in dettagli la nota dell'Istat, per distinguere il grano (la verità) dal loglio (la propaganda filogovernativa).
Dice l'Istat: “Nel mese di ottobre la stima degli occupati cala lievemente rispetto a settembre (-,1%, pari a -30 mila unità). La flessione è attribuibile alle donne a fronte di una sostanziale stabilità per gli uomini e riguarda tutte le classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Diminuiscono, in questo mese, i dipendenti a tempo indeterminato, mentre crescono quelli a termine e restano stabili gli indipendenti. Il tasso di occupazione è pari al 57,2%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a settembre”.
Tradotto dallo statistichese stretto: ci sono 30.000 occupati in meno, in un solo mese, soprattutto donne e giovani. Gli unici a reggere sono gli ultracinquantenni, perché – come abbiamo spiegato spesso – l'esperienza nel mestiere è preferita dalle aziende in tutte quelle mansioni non brutalmente “di fatica muscolare”. Il saper fare, insomma, risulta comunque più “produttivo”, anche dal punto di vista imprenditoriale, anche se ovviamente costa un po' di più.
La stessa diminuzione degli occupati viene confermata dal dato trimestrale: “Nel complesso del periodo agosto-ottobre si registra un calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,2%, pari a -34 mila), che interessa gli uomini, le classi di età fino a 49 anni e i lavoratori indipendenti, mentre segnali di crescita si rilevano per donne, over 50 e lavoratori dipendenti”. Qui cambiano leggermente le percentuali per classi di età e genere, ma agosto è un mese “strano”, rispetto agli altri, perché si satura di lavori stagionali (che di preferenza riguardano giovani e donne; dalla ristorazione all'albergjiero, o comunque nel rampo turistico).
Non manca il solito dato apparentemente contradditorio: “La stima dei disoccupati a ottobre diminuisce (-1,2%, pari a -37 mila), dopo l'aumento del 2,2% registrato nel mese precedente. La diminuzione è attribuibile alle donne (mentre si registra una lieve crescita tra gli uomini) e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione risulta pari all'11,6%, in calo di 0,1 punti percentuali su base mensile.”
Com'è possibile che calino contemporaneamente sia gli occupati che i disoccupati? Non c'è nulla di strano, se non i criteri statistici stabiliti da Eurostat (l'organismo comunitario del ramo), che fanno riferimento a due bacini diversi invece che – come sarebbe logico attendersi, trattandosi della stessa popolazione – a uno soltanto.
In pratica, gli occupati sono dati in cifra assoluta (22milioni e 750mila, all'incirca; tenendo comunque presente che per essere considerati tali basta aver lavorato anche una sola ora nella settimana della rilevazione); mentre il tasso di occupazione (57,2%) mette in relazione quella cifra assoluta con quella, altrettanto assoluta, della popolazione in età lavorativa (dai 15 ai 64 anni, convenzionalmente). Se si fosse conseguenti, il tassodi disoccupazione sarebbe del 42,8%. Ma da questo bacino bisogna ovviamente escludere gli studenti della scuola dell'obbligo, i disabili, ecc. Quindi, per stabilire il tasso di disoccupazione uggiciale, si usa un altro criterio: si prende la cifra degli iscritti alle agenzie del lavoro, quindi persone ufficialmente alla ricerca di un lavoro, e si calcola la percentuale in relazione alla somma che viene fatta con gli occupati. Tutti gli altri cittadini, non occupati né iscritti alle agenzie del lavoro, vengono classificati e conteggiati come “inattivi”. Né-né…
Capito questo, ecco che diventa chiaro il mistero del calo contemporaneo di due insiemi che dovrebbero invece avere una dinamica opposta. “La minore partecipazione al mercato del lavoro a ottobre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa all'aumento della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,6%, pari a +82 mila). Tale crescita compensa in parte il forte calo registrato a settembre (-0,8%).” E ancora “Il tasso di inattività sale al 35,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali.” Cresce dunque, e di molto, l'esercito dei disoccupati reali che non vengono conteggati come tali. Uscendo dalle percentuali, stiamo parlando di oltre 10 milioni di persone che – per età e salute – potrebbero benissimo lavorare, ma hanno smesso persino di cercare un lavoro. Non proprio un dato di cui andare orgogliosi, ma che viene pudicamente occultato.
In ogni caso, e tenendo presenti i criteri statistici folli imposti anche all'Istat, il saldo annuale dà ancora un segno positivo per gli occupati (anche per una sola ora alla settimana!): “Su base annua si conferma la tendenza all'aumento del numero di occupati (+0,8% su ottobre 2015, pari a +174 mila). La crescita tendenziale è attribuibile ai lavoratori dipendenti (+194 mila, di cui +178 mila permanenti) e si manifesta sia per la componente maschile sia per quella femminile, concentrandosi principalmente tra gli over 50 (+376 mila). Nello stesso periodo calano gli inattivi (-2,2%, pari a -308 mila) e aumentano i disoccupati (+1,3%, pari a +38 mila).”
E i giovani? “A ottobre il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), è pari al 36,4%, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al mese precedente. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi.”
E dunque, “Il tasso di occupazione dei 15-24enni diminuisce di 0,1 punti percentuali, mentre quello di inattività aumenta di 0,4 punti.” Ormai si può capirlo facilmente. La disoccupazione giovanile è “scesa” non perché ci siano più giovani al lavoro, ma perché sono aumentati quelli che hammo smesso di cercarlo.
Vi sembra una buona notizia? A noi – e a quei giovani – non sembra proprio che o sia…

giovedì 1 dicembre 2016

Tutta colpa della Costituzione

In tanti hanno evidenziato, anche sulle colonne del nostro bel quotidiano, quanto i tratti del dibattito sviluppatosi attorno al referendum costituzionale stiano assumendo un carattere quantomeno grottesco. E il cattivo gusto, superato un certo limite che potremmo definire decenza, finisce col diventare da stucchevole a offensivo. Diciamoci le cose come stanno, senza le sciocche reticenze del politically correct.
È offensivo che il Governo, lo stesso Governo che con questo sistema bicamerale è riuscito a demolire la legislazione in tema di diritto del lavoro, ci venga a dire che la Costituzione sia un intralcio alle riforme necessarie al paese. È offensivo che il Governo ci venga a dire che quel testo al vaglio degli elettori serva a semplificare una realtà troppo complicata. È offensivo che il Governo ci venga a dire che questa riforma serva a contenere i costi della politica, dinanzi a un debito pubblico che supera il 130% del PIL. È offensivo che il Governo ci venga a dire che questa riforma serva a riconoscere un maggiore ruolo alla sovranità popolare, mentre dispone un innalzamento del numero di firme necessarie a mettere in moto gli istituti di democrazia diretta e preveda un Senato di non eletti. È offensivo che questo Governo ci venga a dire che il nuovo testo si fondi su equità e giustizia sociale, mentre la riforma è sostenuta da Confindustria e osteggiata dalla CGIL. È offensivo che il Governo ci venga a dire che la riforma sia nell’interesse del paese e del popolo, mentre sono le agenzie di rating e i grossi gruppi bancari ad averla voluta e a temere maggiormente un suo naufragare. È offensivo che il Governo ci venga a dire di essere forte della bontà dei contenuti della riforma, mentre per paura di fallire ha messo in campo tutti i poteri forti possibili e immaginabili: dall’ambasciata americana, a quel patetico Obama il cui lascito e stato giustamente preso a calci da Donald Trump, alle maggiori Istituzioni comunitarie, ai Capi di governo europei, a quasi tutti gli organi di stampa italiani e stranieri. È offensivo che il Governo fondi la sua campagna sul ricatto e sulla paura, facendo intendere che benefici come gli 80 euro o il futuro di banche sistemiche siano appesi al filo della vittoria del SI. È offensivo che il Governo ci venga a dire che la vittoria del NO comporterebbe un crollo ingestibile delle borse. È offensivo che il Governo ci venga a dire che il paese possa permettersi di rinunciare alla genitorialità costituzionale di Calamandrei, Togliatti, Iotti, Di Vittorio, Gronchi, Moro, Scalfaro, De Gasperi, Dossetti, Mortati, Croce, Einaudi, Nenni e Pertini (nomi presi a caso!) in favore di quella di Maria Elena Boschi. È offensivo che il Governo ci venga a dire che la riforma costituzionale serva a guarire i malati di cancro ed è imperdonabilmente criminale che alcuni sindaci italiani, indegnamente vestiti del tricolore, stiano girando il paese a raccontare che in caso di vittoria del SI i sistemi sanitari meridionali potranno essere paragonati a quello lombardo.
Dinanzi all’arroganza di chi pensa di poterti offendere, diventa difficile restare saldi e ancorarsi ostinatamente alle regole del gioco democratico. Bisogna che i governanti facciano attenzione. Il popolo è una bestia tendenzialmente pigra, che tende anche ad accontentarsi di poco pur di crogiolarsi nelle sue misere ma stabili certezze. Tuttavia, e in Italia sembra si tenda sempre più rapidamente in questa direzione, se la politica si rivela offensiva, disonesta e unicamente portatrice di interessi singolari, particolari e autoreferenziali, allora potrebbero cominciare i guai. E come biasimare coloro i quali decidano di mettere in campo opere di mutuo soccorso, non confidando più nei diritti sociali che lo Stato dovrebbe tutelare? E come biasimare coloro i quali decidano di fare esercizio di disobbedienza fiscale, non confidando più nei diritti politici che lo Stato dovrebbe tutelare? E come biasimare coloro i quali decidano di armarsi e di farsi giustizia da soli, non confidando più nei diritti civili che lo Stato dovrebbe tutelare?
È vero, viviamo nell’epoca della deresponsabilizzazione: sono in molti, volendosi sollevare a tutti i costi dai propri doveri, magari anche consapevoli dei propri sbagli tanto nella vita politica quando in quella privata, a non agire, nella sciocca e codarda speranza che a farlo siano sempre gli altri. Eppure, c’è sempre una sottile linea di demarcazione, un quasi invisibile limite che però una volta valicato segna il confine tra il vivere civile e la rivolta.
E quando l’esercizio della rivolta, che in quel momento viene vissuto come apocalittico, drammatico, dirompente, definitivo e drastico, si placa, allora viene ricordato quasi come doveroso, quasi come esso stesso fosse stato espressione paradossale di senso civico. E col depositarsi del tempo, col sedimentarsi degli anni, il ricordo diventa storia e rivive avvolto in un dolce senso di gloria. È questo che i Re devono ricordare, che le vicende si ripetono e che il popolo si rispetta perché espressioni violentemente rivoluzionarie sono cicliche nella storia e rappresentano la rabbia di quel mostro che, per quanto pigro e accomodante possa apparire, se destato finirà col pretendere un gravosissimo sacrificio

mercoledì 30 novembre 2016

Il referendum nell’Italia dei guelfi e ghibellini

L’argomento più forte del bravo D’Alimonte è che “l’Italia è l’unico Paese dell’unione europea con due Camere che hanno gli stessi poteri”. Sarà vero, forse. Che argomento è, però? Anche del voto alle donne si sarà certo pensato, a un certo punto, da qualche parte: siete pazzi; voto alle donne!… Non c’è alcun altro paese con un’anomalia analoga…
Anche noi dell’ accozzaglia , come ha ripetuto per ultimo Landini, avremmo voluto cambiare l’anomalia del bicameralismo perfetto, forse non tutti. Non per esempio io militante a titolo personale nell’accozzaglia, che da vecchio perdigiorno non butterei niente prima di averci guardato dentro e fatta la raccolta differenziata.
L’articolo 70 della Costituzione vigente che prevede due Camere con pari poteri è lungo tre quarti di riga: La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere ; l’indice dei cambiamenti suggeriti da D’Alimonte per l’articolo 70, utilizza 35 righe su due colonne a stampa del Sole , senza contare i titoli in grassetto.
Osservando con attenzione il modello delle due Camere, anzi della Camera dei Deputati e del Senato si può ricordare che qualcuno chiedeva “una Camera sola” e altri si opponeva temendo i pericoli di un giudizio unificato (Togliatti, tanto per fare un nome, voleva togliere di mezzo, con il Senato, ogni retaggio monarchico). Una discussione accesa riguardò anche il vincolo di mandato escluso nella nostra Costituzione all’articolo 67 e che certuni vorrebbero oggi inserire finalmente, lamentando i famosi “cambi di casacca”. Torniamo alla previsione di due letture parlamentari per approvare il governo e i suoi bilanci e quindi di due Camere. Esse avevano la stessa funzione di approvare il governo o negargli la fiducia, erano però volutamente molto diverse tra loro come forma, contenuti, significato. Un incompetente come me avrebbe potuto notare che all’inizio della repubblica e della sua Costituzione erano previste almeno sei differenze di qualità presenti al tempo della prima votazione politica, il 18 aprile 1948. Non tutte hanno resistito ai tempi, già molto prima del referendum del 4 dicembre 2016, ma alcune sono ancora in campo. In ogni caso queste erano le diversità mostravano queste caratteristiche:
la prima era relativa alla durata e alle scadenze. I deputati restavano in carica cinque anni e i senatori sei. A sistema avviato, l’anno del voto per la Camera sarebbe coinciso con quello del Senato solo ogni trenta anni;
la seconda, che vige ancora, è la differenza di età per il voto attivo. 21 (la maggiore età, ora a 18 anni) e 25 anni;
la terza riguarda il voto maggioritario a elezione diretta (65% dei votanti) per il Senato a fronte di quello proporzionale per la Camera;
la quarta era la differenza dei collegi: più piccoli quelli del senato: si prevedeva di eleggere 237 senatori ai quali aggiungere i senatori a vita e gli ex presidenti della repubblica;
la quinta riguardava l’età dei candidati senatori: 40 anni contro i 25 dei deputati;
la sesta consisteva nel diverso numero dei membri delle due assemblee: 574 contro appunto 237+ 5+X, dove X indica la possibile presenza di presidenti della repubblica al termine dell’incarico. Oggi, come è noto, si tratta di 630 deputati e 315 senatori+ 5 senatori a vita + i presidenti emeriti della repubblica.
La Costituzione riuniva nella Nazione un popolo di ricchi e poveri, come dicevano i cattolici, (padroni e proletari dicevamo noi), di operai e contadini, terroni e polentoni, uomini e donne, giovani staffette partigiane e vecchi filosofi del prefascismo. Teneva infatti conto che vi erano i giovani aperti al futuro, ma ignari di tutto e i fratelli maggiori che avevano fatto e subìto la guerra, lottato nella resistenza, che erano scampati alle persecuzioni, sopravissuti al fascismo, aperti alla democrazia; la Costituzione rispecchiava i problemi del tempo, le diverse esperienze, la volontà di cambiare il mondo; anche però la coscienza di essere in molti e dover convivere con gli altri, insegnare loro con saggezza e amicizia e imparare da essi, quel tanto o poco che sapevano più di noi.
In complesso l’idea di avere due letture per lo stesso governo era una garanzia: la democrazia, la pace sociale, l’accettazione dell’altro partito e di noi stessi non erano a rischio; anzi sarebbero continuate e continuate nei decenni avvenire. Era la sicurezza che si sarebbe discusso e discusso prima di scegliere il modo finale.
Per errore o disattenzione, o forse per le conseguenze della Guerra fredda allora in voga, si cominciò subito a smantellare la combinazione originale di Costituzione – il doppio strato di protezione – e legge elettorale. Alla questione eminente, politica, della sopravvivenza del proprio campo, si aggiunse la ricerca di vantaggi materiali per la propria parte o di scudi per ovviare all’eccesso di forza economica e sociale dell’avversario e a questo fine si saccheggiò la Costituzione, costruendovi, sopra e sotto, (alla luce del sole e di nascosto) vantaggi e privilegi, prebende e pensioni.
Ora si vuole cambiare e cambiare di nuovo. Anche quelli del no dicono di volerlo fare, di averlo anzi fatto senza successo. Per il futuro alcuni di loro affermano di voler scegliere i tempi per eliminare la doppia lettura secondo la propria ispirazione. Ma è proprio la doppia lettura che sarebbe opportuno conservare, in Italia, tra guelfi e ghibellini quali siamo, da circa un millennio. Si tratta dell’unico modo realistico per conservare l’alternanza (delle alternative) e la nostra storia comune, quella del passato e quella del futuro.

martedì 29 novembre 2016

L’economia del referendum

Mancano meno di due settimane al fatidico voto e il terreno politico è arroventato già da mesi da parecchie dichiarazioni e falsità riguardo lo scenario post referendum. Si susseguono scenari apocalittici da entrambi gli schieramenti, e ormai si è davvero passato il limite delle bestialità, in una campagna refendaria davvero di cattivissimo gusto. Tralasciando quelli che sono gli aspetti politici, tecnici e istituzionali della riforma, noi analizzeremo qui il lato prettamente economico. Per cominciare partiamo dallo scenario più esilarante, quello che è stato fatto quest’estate dal centro studi della Confindustria, che senza spiegare minimamente quali dati abbia usato, e benché meno quali modelli matematici, prevede in caso di vittoria del Sì un aumento di PIL del 4%, un aumento degli investimenti del 17% e 600 mila occupati in più. Insomma ricomincia il miracolo italiano. A parte questi scenari inverosimili, si possono delineare due ipotesi razionali in merito a quello che succederà. In caso di vittoria del NO, possiamo attenderci qualche giorno di turbolenza sulle borse a causa dell’instabilità che piomberà sul governo Renzi, ma occorre tenere a mente che già due giorni dopo la Brexit la Borsa di Londra era in netta ripresa. D’altronde, anche la borsa americana non ha subito il tracollo che ci si aspettava dopo l’elezione di Trump (in parte perché i mercati si sono tardivamente resi conto che il programma del presidente-eletto è alquanto pro-business). Se le borse non hanno reagito secondo le attese è anche perché la situazione bancaria europea rimane molto precaria, a causa dei risicatissimi margini dovuti ai tassi di interesse ai minimi storici e della enorme quantità di titoli tossici e di crediti deteriorati che appesantiscono i bilanci. Un attacco speculativo, per esempio sulla Borsa di Milano, potrebbe far crollare una qualsiasi delle nostre banche che si porterebbe dietro a catena tutte le altre, dando inizio al tracollo dell’intero settore bancario europeo. Ecco perché i grandi investitori non hanno mantenuto la parola con attacchi speculativi dopo la Brexit e l’elezione di Trump, perché ne andava anche del loro interesse, con buona pace della loro credibilità.
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Andamento dell’indice S&P 100 sull’ultimo anno. Dopo le turbolenze nei giorni precedenti alle elezioni di Trump, l’indice è tornato a crescere a velocità di crociera (Fonte: Il Sole 24 Ore).
In caso di vittoria del SI, possiamo attenderci una bella impennata in Borsa, giacché i grandi investitori e le grandi banche d’affari si sono già espressi in favore di questa riforma, I sostenitori del Sì promettono grandi investimenti interni, che tuttavia si possono fare anche senza riforma (ma che andrebbero comunque fatti in deficit e l’Europa non li approverebbe, come già fatica ad approvare la spesa fuori dal patto di stabilità per i terremoti) e grandi investimenti provenienti dall’estero. Eppure, non si trova il motivo per cui per attirare investimenti si debba modificare la nostra Costituzione. Gli Stati Uniti hanno la stessa Costituzione da più di 200 anni, ma a nessuno è venuto in mente di modificarla per avere più investimenti. La Costituzione rappresenta la legge fondamentale dello Stato, riguardante i suoi principi democratici, perché dovremmo aderire a questo ricatto?
Si può entrare poi più nel merito della riforma, e visto che nel quesito referendario viene citato il “contenimento dei costi delle istituzioni” vediamo se è veramente così. Il governo sostenitore della riforma parla di un grande risparmio di 500 milioni; anche qui non si capisce perché ridurre il discorso sulla legge fondamentale dello Stato ad una mera questione di costi. In questo senso, allora, la forma di stato più economica è la dittatura, ma non forse la più auspicabile. La stima più affidabile su cui possiamo fare riferimento è quella della Ragioneria Generale dello Stato, che stima un risparmio di 48 milioni di euro, attraverso tagli alle Indennità, tagli alle spese di svolgimento del mandato, spese alla diaria, ecc. Dato che il costo del Senato quest’anno si attesterà sui 540 milioni, l’8.8% sul totale dei costi della Camera Alta, si tratterebbe di un risparmio piuttosto risicato. E ciò perché si manterrebbe intatto tutto l’impianto del Senato, con tutti i suoi funzionari e i suoi dipendenti. Ancora più risicato se lo confrontiamo con la spesa di tutta la pubblica amministrazione che si attesta su 830 miliardi circa. Si tratterebbe di un risparmio dello 0.006%, circa un caffè all’anno per ogni italiano. Sarebbe più proficua in termini di risparmio una seria legge sugli appalti piuttosto che lo stravolgimento della carta costituzionale. Ecco dunque profilarsi la dimensione della pagliuzza negli occhi del nostro fratello. Dalla nostra analisi si evince che il lato economico è totalmente ad uso e consumo della propaganda populista del Sì per accaparrarsi il voto degli indecisi. In luce di ciò, possiamo sbilanciarci concludendo che il lato economico della riforma sia pressoché irrilevante, e che occorre pertanto soffermarsi su quelle che sono le implicazioni tecniche e politiche della riforma oggetto di voto referendario.

lunedì 28 novembre 2016

I valori supremi della Costituzione traditi dalla riforma

La Corte Costituzionale ha affermato che ci sono dei valori supremi sui quali si fonda la Costituzione, che non possono essere sovvertiti o modificati nemmeno da leggi di revisione costituzionale. Questi principi supremi affermati soprattutto nella prima parte della Costituzione sono in gioco nella seconda, che ne dovrebbe garantire l’attuazione; ma proprio questi sono ora disattesi o traditi nella riforma sottoposta al voto popolare del 4 dicembre.
La sovranità popolare
I - Il primo principio, che sta scritto all’inizio della stessa Costituzione, è quello della sovranità popolare. Dice l’art. 1: “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Questo principio è il fondamento di tutta la Costituzione. In rapporto ad esso la Costituzione sta o cade.
La statuizione di questo principio è frutto di secoli di lotte, è costata lacrime e sangue, ed è il punto di svolta della storia dai regimi assoluti a ordinamenti di libertà. Passare dalla condizione di sudditi a quella di sovrani, cambia infatti la vita, cambia il destino delle persone e dei popoli.
Che la sovranità sia di uno solo, di un monarca o di tutti, è decisivo anche per l’alternativa suprema, che è quella tra la guerra e la pace. Quando, più di un secolo fa, nel settembre 1911 l’Italia dichiarò guerra alla Turchia per prendersi la Libia, dando inizio a quel conflitto con l’Oriente e con l’Islam che dura ancor oggi, tutto avvenne in segreto e come se niente fosse, col Re che era in vacanza a San Rossore, Giolitti che se ne stava a Dronero e il Parlamento che era chiuso per ferie. Nel 1944 quando nel radiomessaggio del sesto Natale di guerra Pio XII fece la storica scelta a favore della democrazia disse che forse, se avessero avuto la democrazia, i popoli avrebbero potuto impedire la guerra. Nel 1969 un popolo di sovrani in America e nel mondo diede vita a un grandioso movimento pacifista che poi costrinse gli Stati Uniti a ritirarsi dal Vietnam e a porre fine a quella guerra. Ciò mostra l’importanza del principio della sovranità popolare.
Ora questo principio supremo è violato nella proposta di Costituzione sottoposta a referendum in molteplici modi.
Prima di tutto il Senato, che continuerà ad avere vastissime competenze legislative e politiche, non sarà più eletto dal popolo; esso sarà designato, checché dica il documento firmato da Cuperlo, da 904 consiglieri regionali, cioè da politici appartenenti alla nomenclatura e ai partiti che comandano nelle Regioni.
In secondo luogo la sovranità popolare è violata dalla elevatissima distorsione del rapporto di proporzionalità tra i voti espressi dal popolo e i seggi attribuiti, a causa della legge elettorale maggioritaria oggi vigente che trasforma in modo ineguale i voti in seggi; si dice che sarà cambiata ma intanto la riforma si vota con quella.
Il principio della sovranità popolare è violato inoltre dalla dissuasione dalla partecipazione politica (un manifesto del PD prometteva, in cambio del Sì al referendum, la diminuzione dei “politici”).
E poi c’è il fatto che una volta eletto il primo ministro con tutti i suoi deputati, per il popolo sovrano non ci sarà più niente da fare per cinque anni, essendo artificialmente assicurato un governo di legislatura, e dunque i cittadini perdono di cinque anni in cinque anni il diritto sancito dall’art. 49 della Costituzione di concorrere a determinare la politica nazionale.
Inoltre è violato il principio che la sovranità popolare si esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, perché tra queste forme e questi limiti la Costituzione prevede che il popolo non elegga direttamente il presidente del Consiglio, ma che questo sia nominato dal presidente della Repubblica; invece secondo la legge elettorale connessa alla riforma costituzionale “il capo della forza politica” che vince le elezioni e ottiene il premio di governabilità è automaticamente, la sera stessa, acclamato come presidente del Consiglio, anche se il presidente della Repubblica che secondo la Costituzione lo dovrebbe nominare, sta dormendo.
Ma la lesione più grave del principio di sovranità consiste nel portare a compimento quel passaggio della sovranità dal popolo ai mercati che da tempo ci chiedono la Trilaterale, Gelli, la banca Morgan, l’Europa, gli ambasciatori americani: una riforma che appunto, come oggi si dice, era attesa da trent’anni e che neanche Berlusconi era riuscito a realizzare. Ma questo transito della sovranità dagli uomini ai mercati, è precisamente ciò che depreca il papa quando denuncia la bancarotta di una società in cui il denaro governa invece di servire e in cui vengono salvate le banche ma non le persone.
Il lavoro come fondamento della Repubblica
II – Il secondo principio supremo, che figura nello stesso incipit della Costituzione, è il principio lavorista, perché’ l’Italia è concepita come una Repubblica fondata sul lavoro. È un principio straordinario che attua il rovesciamento cristiano del servo in signore. Il lavoro che era la schiavitù addossata al servo, è ora riconosciuto come la dignità stessa dell’uomo. Questo principio, insieme con l’art. 4 che riconosce il diritto al lavoro e prescrive alla Repubblica, cioè alla politica, di renderlo effettivo, fa sì che siano costituzionalmente obbligatorie politiche di piena occupazione. La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica, secondo la Costituzione, non può non fare.
Ma questo è impedito dall’art. 117 della nuova Costituzione che ribadisce in modo ancora più stringente il vincolo già previsto nel testo oggi vigente, stabilendo che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto “dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea” (prima si parlava con minore precisione di “comunità europea”). Ma l’ordinamento dell’Unione Europea è un ordinamento che trasforma in regime la scelta economica neo-liberista e l’ideologia della sovranità dei mercati. Esso tutela la competizione e la concorrenza in quello che chiama il “mercato interno”, che sarebbe poi la stessa Europa, e all’art. 107 proibisce gli aiuti concessi dagli Stati o il trasferimento di risorse statali alle imprese, cioè proibisce l’intervento dello Stato nell’economia, sotto pena di una condanna da parte della Commissione europea o di un giudizio davanti alla Corte di giustizia europea.
Ciò vuol dire, tra le altre cose, che politiche di piena occupazione, che sarebbero costituzionalmente dovute, sono costituzionalmente proibite da questa seconda parte della Carta che vincola la legislazione ai diktat europei.
E proprio qui c’è il punto di caduta finale della nuova Costituzione. Essa modifica la forma di Stato, perché svuota il sistema delle autonomie restaurando il centralismo statale; modifica la forma di governo perché trasforma il governo parlamentare in potere monocratico elettivo di legislatura, come quello dei sindaci, e perciò in un premierato mascherato; modifica i compiti e i fini della Repubblica, perché come dice la relazione che accompagnava il disegno di legge di riforma Renzi-Boschi, l’obiettivo è di adeguare la Repubblica “alle nuove esigenze della governance europea e alle relative stringenti regole di bilancio”; e queste tre modifiche della forma di Stato, della forma di governo e dei fini della Repubblica nel loro insieme portano a compimento il lungo processo, cominciato già qualche decennio fa, di trasferimento della sovranità dal popolo ai mercati.
Una democrazia parlamentare
III – Il terzo principio fondamentale che è tradito dalla riforma è quello per il quale la nostra non è una democrazia dell’investitura, ma è una democrazia parlamentare. Nella democrazia parlamentare l’architrave di tutto il sistema è l’istituto della fiducia, perché è grazie alla fiducia del Parlamento che il governo può sorgere, ed è a causa della perdita della fiducia che un governo può cadere, come è giusto che sia se un governo, a giudizio della maggioranza parlamentare, invece del bene comune produce un male comune.
Ma la riforma attacca e sostanzialmente distrugge l’istituto della fiducia che non sarà più la fiducia del Parlamento, perché a metà del Parlamento, che resta bicamerale, cioè al Senato, questo potere viene tolto; e quanto alla fiducia che resterà nel potere della sola Camera, essa non sarà più una fiducia parlamentare, ma un atto interno di partito, perché un solo partito, il cui segretario o il cui capo sarà il presidente del Consiglio, grazie alla legge elettorale disporrà di 340 voti alla Camera, sicché la fiducia sarà non il frutto di una valutazione politica, ma una atto dovuto per disciplina di partito.
Per cui ci sarà, almeno formalmente, una democrazia, ci sarà un Parlamento, ma non ci sarà più una democrazia parlamentare.
Il ripudio della guerra
IV – Il quarto principio supremo tradito dalla riforma è il principio pacifista, per il quale l’Italia ripudia la guerra, ogni guerra che non sia quella corrispondente al “sacro dovere” della difesa della Patria, inteso come popolo e territorio. Tale principio avrebbe dovuto semmai avere maggior tutela, dopo che il Nuovo Modello di Difesa varato nel 1991, ha spostato i confini fino ai pozzi di petrolio, alle dighe e ai popoli del Medio Oriente e la patria è stata identificata con gli interessi economici dell’Occidente da difendere anche militarmente in tutto il mondo globalizzato.
Invece la riforma rende più facile e mette in mano ad una sola persona la scelta della deliberazione di guerra, dalla quale il Senato, cioè mezzo Parlamento, è proprio quello che secondo i riformatori dovrebbe più direttamente rappresentare le popolazioni locali, è tagliato fuori; la semplificazione che dà più estesi e più facili poteri al presidente del Consiglio funzionerà anche per la decisione sull’impiego delle Forze Armate e sulla guerra, e la sovranità popolare sarà completamente esclusa dalla decisione sulla pace e sulla guerra.
Il principio internazionalista
V – Il quinto principio supremo abbandonato nella riforma è il principio internazionalista, perché in tutte le nuove norme che riguardano la formazione e l’attuazione delle prescrizioni dell’Unione Europea non c’è il minimo accenno ad una intenzione riformatrice degli stessi Trattati Europei per guardare al di là dell’Europa ai fini della costruzione di un ordine di pace e di giustizia fra le Nazioni.
Inoltre non c’è il minimo accenno a una riforma del diritto di asilo e a un’accoglienza degli stranieri e dei migranti secondo le nuove dimensioni del fenomeno che secondo alcune stime arriverà a coinvolgere 250 milioni di profughi, di fuggiaschi, di rifugiati nell’anno 2050.
Né c’è il minimo accenno all’ultima discriminazione che una Costituzione democratica dovrebbe abolire: la discriminazione della cittadinanza, la quale limita i diritti fondamentali e l’esercizio dei diritti politici e sociali ai soli cittadini, con l’esclusione degli stranieri. Una vera riforma del Senato sarebbe una riforma che non ne facesse l’ultima trincea dei vecchi localismi, ma ne facesse un Senato dei popoli, dove sedessero i rappresentanti non solo dei cittadini, ma delle persone di tutte le nazioni, le lingue e le culture che abitano in Italia e dormono sotto il suo cielo.

venerdì 25 novembre 2016

Jobs Act: calano ancora le assunzioni, i voucher macinano record su record

Inps. Renzinomics: con il taglio degli incentivi diminuiscono i contratti stabili. Le assunzioni stabili calano del 7,7%, i voucher aumentano del 34%. Manca poco al referendum, il governo affronta le conseguenze delle sue politiche sul lavoro.
Nei primi nove mesi dell’anno sono calate le assunzioni a tempo indeterminato a causa del taglio degli sgravi contributivi per i neo-assunti con il Jobs Act ed è continuato il boom dei voucher. Tra gennaio e settembre 2016 sono stati venduti 109 milioni e 553.754 mila «buoni lavoro» (+34,6%). È stato quasi raggiunto il record del 2015, quando ne sono stati staccati più di 115 milioni. Per l’Osservatorio sul precariato dell’Inps a settembre le nuove assunzioni a tempo indeterminato sono state 925 mila 825 a fronte del milione e 368.405 mila dei primi nove mesi del 2015. C’è stata una riduzione del 32% rispetto al periodo in cui il governo ha previsto la decontribuzione previdenziale piena. La stessa che vorrebbe ora assicurare per i soli assunti a Sud. L’occupazione prodotta dai fondi pubblici destinati alle imprese è ormai inferiore sia al 2015 che al 2014, quando il Jobs Act e gli sgravi non c’erano. Nei primi nove mesi del 2016, nel settore privato, il saldo tra assunzioni e cessazioni, è stato +522 mila, in calo rispetto al 2015 (+666 mila), ma superiore a quello registrato nei primi nove mesi del 2014 (+378 mila). Il saldo totale dei contratti stabili, cioè le assunzioni a tempo indeterminato comprese le trasformazioni e meno le cessazioni a tempo indeterminato, resta positivo nei primi tre trimestri del 2016 con 47.455 unità, ma è inferiore rispetto all’anno scorso ( un clamoroso meno 90% rispetto al saldo di 519.690 unità del 2015) e rispetto al 2014 quando il saldo era di oltre 104 mila unità.
***Il girone infernale del popolo dei voucher
La tendenza è nota da almeno un anno ed è stata confermata ancora una volta dall’Inps. Sono i fondi statali a produrre occupazione, non le imprese. E non può che essere così, visto che manca la domanda. Dopo l’abolizione dell’articolo 18 per i nuovi assunti, il Jobs Act continua a funzionare sui licenziamenti. L’osservatorio Inps ha confermato l’aumento dei licenziamenti complessivi (+4%) con un boom per quelli disciplinari (+28%), soprattutto nelle imprese con più di 15 dipendenti (+32%). Per il presidente dell’Inps Tito Boeri «ci sono state letture dei dati sui licenziamenti un pò affrettate – ha spiegato Boeri – il tasso di licenziamento è in calo». L’aumento dei licenziamenti è compatibile con un calo del tasso di licenziamento nel periodo considerato (dal 4,2% al 4,1%) ed è dovuto all’aumento generale dell’occupazione a tempo indeterminato. Nello specifico, la crescita dei licenziamenti disciplinari per giusta causa o giustificato motivo sarebbe dovuta anche alle dimissioni on-line, «una procedura ancora molto complicata soprattutto per i lavoratori stranieri» sostiene Boeri. Questi lavoratori si sarebbero resi irreperibili senza dare le dimissioni online. I datori di lavoro sarebbero stati costretti al licenziamento disciplinare.
«Al crescere degli incentivi crescono le assunzioni e, purtroppo, viceversa. Temiamo che tale fenomeno, del tutto prevedibile, spinga le imprese verso forme di lavoro non stabili e non sempre tutelate. Dimostrazione ne è la costante crescita dell’utilizzo dei voucher – sostiene Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil. Loy sostiene che un ruolo lo abbia anche la gig economy, l’economia dei servizi on-demand via app per smarthphone: «È un mercato non definito e non regolato: quello che nasce dalle piattaforme digitali produce, spesso, un’occupazione a basso costo».

giovedì 24 novembre 2016

La Cina prevale sugli USA con la fine imminente del TPP

China's President Xi Jinping addresses audience during a meeting of the APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) Ceo Summit in LimaLa battaglia per il dominio del commercio mondiale va a favore della Cina. Di fronte alle minacce di Donald Trump d’imporre barriere tariffarie e liquidare gli accordi di libero scambio, come l’alleanza TPP, Pechino tesse rapporti coi vari partner importanti di Washington. Nel XXIV vertice APEC è apparso chiaro che la fine imminente del TPP sia un’ottima opportunità per la Cina che, sorprendentemente, ha proposto ai Paesi che hanno firmato il TPP a febbraio la costruzione di un grande accordo di libero scambio, senza gli Stati Uniti.
L’influenza degli Stati Uniti nel commercio mondiale svanisce. Poco dopo la vittoria elettorale di Donald Trump su Hillary Clinton, la squadra del presidente Barack Obama ha sorpreso amici e nemici abbandonando, improvvisamente, la pressione intensa sul Congresso per la ratifica dell’accordo transpacifico di cooperazione economica (TPP). La fine del TPP è imminente. Secondo le disposizioni, per entrare in vigore è necessaria l’approvazione legislativa di almeno sei Paesi e, in parallelo, questi devono totalizzare l’85% del prodotto interno lordo (PIL) dei 12 membri. L’economia degli Stati Uniti ne rappresenta da sola oltre il 60%. Pertanto, una volta che Obama cede il TPP a Trump, è quasi certo sarà sepolto dal prossimo Congresso degli Stati Uniti. Michael Froman, rappresentante del commercio degli Stati Uniti, aveva già avvertito a luglio che se i legislatori del Paese non ratificavano il TPP, le “chiavi per il castello” della globalizzazione sarebbero passate alla Cina. Parole profetiche. Le aspirazioni imperiali di Obama sono fallite e gli USA non detteranno più le regole del gioco. Attualmente, la maggior parte del commercio si concentra in Asia, Cina in testa. I leader di Pechino lavorano da tempo su varie iniziative di libero scambio multilaterali, per consolidare l’influenza regionale e globale con il Partenariato regionale globale economico (RCEP) e L’Accordo per il libero commercio in Asia-Pacifico (FTAAP). Al XXIV vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC), tenutosi a Lima (Perù), Il Presidente della Cina Xi Jinping ha proposto ai Paesi firmatari del TPP diAmerica (Cile, Messico e Perù) e Oceania (Australia e Nuova Zelanda), l’adesione agli accordi di libero scambio promossi dal suo governo e all’Associazione delle Nazioni del Sudest asiatico (ASEAN). Ma quale delle due iniziative di libero scambio promosse dalla Cina davvero soppianterà il TPP?
Per Pechino sarà difficile attuare il FTAAP, che comprende gli Stati Uniti; perché se Donald Trump finora s’è categoricamente opposto al TPP, è chiaro che non sosterrà un’iniziativa sul libero scambio guidata dalla Cina. Si ricordi anche che Trump ha promesso agli elettori di abbandonare, o nel migliore dei casi rinegoziare, gli accordi di libero scambio che gli Stati Uniti hanno firmato negli ultimi decenni. A suo avviso, gli accordi come il North American Free Trade Agreement (NAFTA, per il suo acronimo in inglese) sono un disastro. In questo scenario, la Cina cerca di far aderire alla sua causa i principali partner commerciali degli Stati Uniti, con l’impegno a continuare a favorire la libera circolazione delle merci. Dal mio punto di vista, il RCEP è l’iniziativa di libero scambio che dà alla Cina la possibilità di colmare il vuoto che Washington lascia col TPP. “La Cina dovrebbe redigere un nuovo accordo che soddisfi le aspettative del settore e continuare lo slancio per la creazione di una zona di libero scambio”, dichiarava ai primi di novembre Li Baodong, Viceministro degli Esteri della Cina. Il RCEP comprende i Paesi membri del TPP meno Canada, Cile, Messico, Perù e ovviamente Stati Uniti. Con oltre 3 miliardi di abitanti, il RCEP comprende gli altri Paesi asiatici dal grande dinamismo economico: Cambogia, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Filippine, Laos, Myanmar e Thailandia. Sorge allora la domanda se la RCEP sia una sorta di espansione del TPP, con la Cina che sostituisce gli Stati Uniti. Non esattamente. La portata della RCEP non è la stessa del TPP. Finora gli obiettivi della RCEP si limitano all’eliminazione delle barriere tariffarie. Il TPP, tuttavia, è molto più di un accordo di libero scambio, perché tra le altre cose, mette a disposizione delle grandi aziende i diritti di proprietà intellettuale, minaccia la protezione dell’ambiente, viola i diritti dei lavoratori e, per quanto poco, consegna ai tribunali internazionali la risoluzione delle controversie tra governi e aziende. Pertanto, diversi leader guardano favorevolmente al ‘piano B’ suggerito dai cinesi, tra cui il presidente del Perù Pedro Pablo Kuczynski, che crede che un accordo di libero scambio alternativo al TPP sia necessario. Sebbene i Paesi dell’Alleanza del Pacifico (composta da tre membri latino-americani del TPP, più la Colombia) sono interessati a continuare a mantenere ottimi rapporti con gli Stati Uniti, allo stesso tempo vogliono avere accordi con Cina e Russia.
Senza dubbio, l’incertezza politica che affligge gli Stati Uniti dopo le elezioni dell’8 novembre viene magistralmente sfruttata dal drago cinese. Di fronte alle minacce di Trump di aprire una nuova era protezionistica, la risposta di Xi è potente: la globalizzazione del commercio guidato da Pechino continuerà, con o senza appoggio di Washington.