venerdì 30 settembre 2016

L’impero bancario colpisce ancora

Sin dall’inizio del suo mandato, Matteo Renzi non si è mai mostrato particolarmente incline a seguire il sentimento popolare. Di conseguenza, ha anche sbriciolato le arcigne barricate che hanno plasmato la sua immagine durante la campagna elettorale delle Primarie del dicembre 2013, e grazie alle quali sperava di opporsi alla casta della vecchia nomenclatura. Qualche mese successivo al suo insediamento nella segreteria del Partito Democratico, però, i piani dell’ex sindaco di Firenze sono notevolmente variati: i 100 giorni sono diventati 1000, il rigetto verso ogni forma di potere costituito s’è trasformato in affiliazione al sistema che s’era prefisso di sconfiggere, e le proposte di riforma si sono dimostrate un ottimo espediente narrativo per manipolare l’attenzione collettiva ed indottrinarla al culto del renzismo. Omettendo qualsiasi argomentazione che prevedesse una modalità per risollevare le sorti del benessere comunitario.
Che non coincide necessariamente con il desiderio sfrenato di appagare i propri bisogni, né con la spasmodica inclinazione di riempirsi la pancia, affamando il prossimo. Piuttosto, si esprime nella “essenza del politico”, parafrasando Julien Freund: provvedere alla tutela delle grandi masse, preservandone la ricchezza ed incrementandola. Possibilmente, senza che banche ed affini costole del capitalismo finanziario ingeriscano a dismisura nelle dinamiche pubbliche, prodigandosi soltanto all’esaltazione del profitto privato. In linea con ciò, Renzi non perde occasione per ricordare della sua incapacità di agire a chiunque ancora lodi in modo faziosamente miope la sua spicciola competenza. Banco Popolare, UniCredit ed Ubi – tre fra i principali cardini dell’attuale complesso bancario italiano – apporteranno un’aggiunta campione di 25 euro su ogni estratto conto. A diniego di quasi 13 milioni di clienti implicati, pari a circa il 20% dell’intera popolazione nostrana.
Tutto per adeguarsi alle disposizioni sulle spese relative al Fondo Nazionale di Risoluzione, che, sorvolando sui tecnicismi, si profila come un’enorme usurpazione legalizzata di quattrini ai danni della collettività, volta a risanare speculazioni di svariati colletti bianchi a cui non verrà torta nemmeno la stoffa delle tasche. “La distinzione tra un banchiere e un usuraio è puramente nominale”: Pierre-Joseph Proudhon fu addirittura ottimista nelle previsioni. Infatti, la tirannia bancaria continua a strozzare correntisti e creditori, famiglie e piccoli/medi imprenditori, nel silenzio assenso di Palazzo Chigi e di quello Stato che sembra aver smarrito completamente la sua impronta sociale. La manovra presentata da Banco Popolare, UniCredit ed Ubi, sgomenta per ferocia e prepotenza: violente caratteristiche che da tempo immemore contraddistinguono la dispotica indole degli istituti finanziari, ma che oggi appaiono ancora più marcate. E lacerano la quotidianità e (soprattutto) l’avvenire di milioni di persone.

giovedì 29 settembre 2016

Referendum, l’insulto della scheda

Una furbata a cui neanche Silvio Berlusconi sarebbe mai arrivato. La scheda per il referendum costituzionale presentata la settimana scorsa dal premier Matteo Renzi non è solo l’apoteosi della politica ridotta a marketing, ma anche un colpo bassissimo, una vera scorrettezza nei confronti di chi si batte perché vinca il NO e, comunque, per tutti gli elettori.
Il quesito che ci ritroveremo davanti fra un paio di mesi recita così: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”»?
È un chiaro tentativo di manipolare l’elettorato, un arrembaggio in extremis per far pendere dalla propria parte gli elettori più indecisi. Ed è tanto più odioso perché evidentemente mette nel mirino le persone più ingenue e inermi, quelle che hanno meno strumenti per rendersi conto di quando qualcuno cerca di raggirarle.
Quell’anima pia del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi - non a caso occultata nelle ultime settimane, da quando cioè a Palazzo Chigi si sono resi conto che la sua arroganza e il tono con cui ripete a memoria i ritornelli renziani danneggiano il fronte del Sì - non ha perso nemmeno stavolta l’occasione di tacere, ricordandoci che “il quesito referendario si limita a riprodurre il titolo della legge costituzionale”. Già, formalmente ha ragione… Ma che c’entra?
In tutta la storia referendaria repubblicana, nei quesiti appare il numero della legge e la data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale; i nomi delle leggi sono noiosi e burocratici e i quesiti referendari con cui si chiede al popolo di esprimersi su quelle leggi lo sono altrettanto. Un motivo c’è: la campagna elettorale deve terminare prima della votazione. Non è lecito influenzare gli elettori quando sono già entrati in cabina elettorale, ovvero quando i sostenitori della parte avversa non hanno più occasione di replicare, di smentire la tua propaganda.
Forse non tutti se lo ricordano, ma il 7 ottobre 2001 andammo a votare per decidere se confermare o meno la modifica del Titolo V della Costituzione e sulla scheda leggemmo questo: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche al titolo quinto della parte seconda della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 59 del 12 marzo 2001»?
Poco meno di cinque anni dopo, il 25 e il 26 giugno del 2006, fummo chiamati invece a esprimerci su un’altra riforma costituzionale, quella varata dal governo Berlusconi. In quel caso il quesito referendario recitava così: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente “Modifiche alla parte II della Costituzione” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005»?
In entrambi i casi la domanda era semplice, concisa ed equilibrata. Chi non aveva la minima idea di cosa si stesse parlando non poteva trarre alcuna indicazione su come votare dal testo del quesito. Dieci anni fa, per fortuna, gli italiani s’informarono a sufficienza prima di andare a votare e bocciarono quella legge, salvando la Costituzione da Berlusconi. Oggi, purtroppo, di fronte al cesarismo turlupinatorio di Renzi, ci siamo ridotti a citare Berlusconi come un esempio di democrazia.
Già, perché non è democratico far ascoltare agli elettori una sola campana. Non è corretto parlare di “superamento” del bicameralismo paritario - suggerendo un’idea di miglioramento - senza spiegare in quale scempio si trasformerà il nuovo Senato. Non è giusto parlare di “riduzione del numero dei parlamentari” senza spiegare che il Senato sarà riempito di sindaci e consiglieri regionali che non saranno eletti a Palazzo Madama direttamente, ma attraverso una legge elettorale che ancora non esiste. Non è onesto parlare di “contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni”, senza spiegare che si tratta degli spicci per la merenda, compresi tra lo 0,01 e un po’ più dello 0,03% del Pil.
Le schede devono essere asettiche. Anche perché, a voler formulare un quesito realmente didattico, si dovrebbe anche precisare che - combinando gli effetti di questa riforma all’attuale assetto dell’Italicum - il risultato è un rafforzamento allarmante del potere esecutivo a danno di quello legislativo. Stranamente, però, questo dettaglio è stato omesso. In effetti, forse dovremo ritenerci fortunati se sulla scheda troveremo ancora la casella del NO.

martedì 27 settembre 2016

L’accordo per gli aiuti degli Stati Uniti dà il via libera alla cancellazione della Palestina da parte di Israele

L’annuncio della settimana scorsa da parte degli Stati Uniti circa il più grande pacchetto di aiuti militari dati a Israele nella sua storia,– è stata una vittoria per entrambe le parti.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha potuto vantarsi che le sue pressioni avevano incrementato gli aiuti da 3,1 miliardi di dollari all’anno, a 3,8 miliardi di dollari all’anno – un aumento del 22% – per un decennio, a partire dal 2019.
Netanyahu ha presentato questo come uno scacco per coloro che lo accusano di mettere a rischio gli interessi della sicurezza di Israele con i suoi ripetuti affronti alla Casa Bianca.
Soltanto nelle scorse settimane, Avigdor Lieberman ha paragonato il patto nucleare dell’anno scorso tra Washington e l’Iran con il patto di Monaco del 1938 che aveva rinforzato Hitler; Netanyahu ha insinuato che l’opposizione degli Stati Uniti all’espansione degli insediamenti è uguale all’appoggio per la “pulizia etnica” degli ebrei.
Nel frattempo, il presidente americano Barack Obama, spera di trattenere i suoi critici che insinuano che sia anti-israeliano. L’accordo dovrebbe servire come stimolo anche a Hillary Clinton, la candidata del Partito Democratico a succedere a Obama nell’elezione di novembre.
In realtà, tuttavia, l’amministrazione Obama ha tranquillamente punito Netanyahu per il suo cattivo comportamento. Le aspettative di Israele di un accordo per 4,5 miliardi di dollari all’anno erano stati ridotti dopo che l’anno scorso Netanyahu aveva bloccato i negoziati quando cercava di portare il Congresso dalla sua parte nella battaglia contro il patto con l’Iran.
Di fatto, Israele riceve già circa 3,8 miliardi di dollari se viene incluso l’aiuto del Congresso per lo sviluppo dei programmi di difesa missilistica. In particolare, Israele è stato costretto a promettere di non rivolgersi al Congresso per avere finanziamenti extra.
L’accordo di Netanyahu su questi termini ha fatto inferocire i lealisti del Congresso come il senatore Repubblicano Lindsay Graham si era schierato dalla parte di Netanyahu per ottenere un sussidio anche maggiore dai contribuenti americani. Venerdì ha accusato il primo ministro israeliano di “averci tirato via il tappeto da sotto i piedi”.
Come ha anche fatto notare Ehud Barack, l’ex ministro della difesa di Netanyahu,
in una serie di interviste alla televisione israeliana che il patto non tiene conto o dell’inflazione o dell’svalutazione del dollaro rispetto allo shekel.
Un colpo anche più forte è la richiesta della Casa Bianca di eliminare una speciale esenzione che permetteva a Israele di spendere localmente quasi il 40% degli aiuti per acquisti di armi e combustibile. Israele presto dovrà comprare tutti i suoi armamenti dagli Stati Uniti, mettendo fine a quello che equivaleva a un sussidio per la sua industria delle armi.
Netanyahu ha preferito firmare il patto ora piuttosto che aspettare fino a quando si insedierà il nuovo presidente, anche se la Clinton e il suo sfidante Repubblicano, Donald Trump, si suppone che saranno anche più codardi verso Israele. Questo sembra riflettere il timore di Netanyahu che l’ambiente politico degli Stati Uniti sarà più incerto dopo l’elezione e potrebbe provocare lunghi ritardi per l’accordo e apprensione circa le implicazioni per Israele della generale opposizione di Trump all’aiuto straniero.
Cionondimeno, la prolungata generosità di Washington – nonostante gli insulti quasi ininterrotti – alimenta inevitabilmente le dichiarazioni che la coda di Israele si sta muovendo davanti al cane statunitense. Anche il New York Times ha definito i pacchetto di aiuti “troppo grosso”.
Fin dalla guerra del 1973, Israele ha ricevuto almeno 100 miliardi di dollari in aiuti militari e altri aiuti nascosti alla vista.
Già negli anni ’70, Washington pagava metà del bilancio militare israeliano. Oggi
Paga ancora un quinto del conto, malgrado il successo economico di Israele.
Gli Stati Uniti, però, si aspettano una ricaduta positiva per il loro massiccio investimento. Come osservò una volta il defunto politico e generale israeliano Ariel Sharon, Israele è stata un “portaerei” degli Stati Uniti in Medio Oriente, agendo come un despota regionale e compiendo operazioni che beneficiano Washington.
Quasi nessuno implica gli Stati Uniti negli attacchi israeliani che hanno eliminato i programmi nucleari dell’Iraq e della Siria. Tuttavia, un Iraq o una Siria provviste di armi nucleari, avrebbero scoraggiato mosse successive appoggiate dagli Stati Uniti per rovesciare il regime e avrebbero anche contrastato il vantaggio strategico che Israele trae dal suo ampio arsenale nucleare.
Inoltre, l’abilità militare di Israele finanziata dagli Stati Uniti è una tripla pacchia per l’industria delle armi degli Stati Uniti, la lobby più potente del paese. I fondi pubblici vengono “travasati” per permettere a Israele di comprare regali dai fabbricanti di armi americani. Questo, a sua volta, serve come vetrina per altri clienti e spinge a un gioco infinito e redditizio di mettersi alla pari nel resto del Medio Oriente.
I primi caccia F-35 che arriveranno a Israele in dicembre, i cui vari componenti sono prodotti negli Stati Uniti, aumenteranno il clamore per l’aereo da guerra all’avanguardia.
Israele è anche un “laboratorio in prima linea”, come ha ammesso durante il fine settimana l’ex negoziatore militare israeliano Eival Gilady, dove di sviluppano sviluppa e si testano sul campo delle nuove tecnologie che poi Washington stessa può in seguito usare.
Gli Stati Uniti stanno progettando di ricomprare il sistema di intercettazione dei missili, l’Iron Dome (Cupola di ferro) – che neutralizza le minacce militari di ritorsione – che in gran parte loro avevano pagato. Israele opera strettamente anche con gli Stati Uniti per sviluppare la guerra cibernetica * come lo il virus Stuxnet che ha danneggiato il programma nucleare dell’Iran per usi civili.
Ma il messaggio più chiaro che arriva dal pacchetto di aiuti per Israele è quello trasmesso ai palestinesi: Washington non vede alcun interesse strategico pressante di porre fine all’occupazione. E’ stato contrario a Netanyahu per l’accordo con l’Iran, ma non rischierà uno scontro dannoso con Israele e i suoi lealisti al Congresso riguardo al problema della Palestina come stato.
Alcuni credono che Obama abbia firmato l’accordo per gli aiuti per ottenere la credibilità necessaria a prevalere sulla sua lobby israeliana interna e tirar fuori il coniglio dal cappello: un’iniziativa rivelata poco prima che lasci la carica e che mette Netanyahu con le spalle al muro per fargli fare la pace.
Si sono sollevate speranze da un atteso incontro alle Nazioni Unite a New York, svoltosi mercoledì. Ma i loro primi colloqui in 10 mesi sono programmati soltanto per dimostrare l’unità necessaria a confondere i critici dell’accordo per gli aiuti.
Se Obama avesse realmente voluto fare pressioni su Netanyahu, avrebbe usato l’accordo per gli aiuti come una leva. Ora Netanyahu non deve temere ritorsioni finanziarie dagli Stati Uniti, anche se intensifica l’effettiva annessione della Cisgiordania.
Netanyahu ha tratto la giusta lezione dall’accordo per gli aiuti: può agire contro i palestinesi con impunità continua e un sacco attrezzature militari degli Stati Uniti.

lunedì 26 settembre 2016

Le rivolte continueranno

100 anni di rivolte
Nel 1917, i fautori delle supremazia della razza bianca, la Guardia Nazionale e la polizia di Saint Louis hanno ucciso un numero di persone di colore stimato tra 150-200, durante quello a cui si fa riferimento come “Massacro di St.Louis Est.” Proprio come Saint Louis, Chicago era una città industriale emergente che stava sperimentando massicci cambiamenti demografici come conseguenza della “Grande Migrazione” verso nord all’inizio del ventesimo secolo. Analogamente, Chicago sperimentò le sue rivolte razziali nel 1919, dove 39 persone furono uccise e 500 ferite. Due anni dopo, furono uccisi oltre 300 persone di colore durante la “Rivolta razziale di Tulsa.” In altre parole, nulla di tutto questo è una novità per gli Americani di colore.
Purtroppo la storia ha un modo perverso di ripetersi.
Venerdì 16 settembre 2016 una poliziotta bianca di Tulsa, Betty Shelby, ha sparato in pieno giorno a Terence Crutcher e lo ha ucciso, vicino al suo SUV in panne (Betty Shelby ha sostenuto che che stava cercando il suo Taser)*. Quattro giorni dopo, la polizia di Charlotte ha freddato Keith Lamont Scott mentre era seduto in macchina. Mentre a Tulsa le gente è rimasta alquanto controllata, le tensioni sono aumentate a Charlotte. Finora una persona è stata uccisa e un poliziotto è stato mandato in ospedale con ferite imprecisate.
Mentre scrivo, i tumulti continuano. Posso sentire il rumore degli stivali della polizia
che cammina con passi pesanti, il suono sfocato degli slogan scanditi dai dimostranti arrabbiati, e le osservazioni concise dei giornalisti partecipativi che sono realmente l’unica fonte affidabile dell’azione dal vivo sul web o alla TV. Chi ha bisogno della CNN quando ho gli amici su Facebook che stanno trasmettendo in streaming senza i commenti plastificati e la propaganda di destra?
Le persone di colore hanno continuato a fare sollevazioni da oltre un secolo in questo paese, e, purtroppo, mentre molte cose sono cambiate (soltanto grazie al lavoro di attivisti coraggiosi), molto resta come prima.
Dalle rivolte di Harlem nel 1964, dove la polizia aveva sparato e ucciso James Powell, a quelle di Miami del 1981 che sono state conseguenza del fatto che la polizia aveva ucciso Arthur McDuffie, un ex marine nero di 29 anni, poi commerciante, dopo un inseguimento ad alta velocità, la gente ha continuato a opporsi per molti decenni alla violenza della polizia.
E, naturalmente, non e è soltanto negli Stati Uniti che si sono sollevate le persone di colore in conseguenza di uccisioni per mano della polizia, e di disuguaglianza economica, ma anche a Londra (1958), in Sud Africa (1976), a Liverpool (1981), Brixton (1985), Sydney (2004), Parigi (2005). Fin dal 2008, le più grosse rivolte negli Stati Uniti si sono svolte a Ferguson (2014) e a Baltimora (2015).
I bianchi si stanno svegliando?
Oggi, grazie ai media sociale e a Internet, la gente di tutto il mondo riceve reportage in tempo reale, video e informazioni sulle sparatorie della polizia negli Stati Uniti. Di conseguenza, l’America bianca è stata costretta a occuparsi del fatto che le persone di colore in America in pratica vivono in uno Stato di apartheid, sia dal punto di vista razziale che da quello economico. La vita dei neri è minacciata dalla seconda più fidata istituzione della società americana: la polizia (le forze armate sono la numero uno).
Le prime rivolte che mi ricordo sono quelle avvenute a Los Angeles nel 1992. In effetti, a quel tempo, avevo poca conoscenza (ero alla scuola elementare) del motivo per cui accadessero. Mio padre lavorava a tempo pieno, e a mia madre non si curava dei notiziari, e così nessuno mi spiegava perché le persone di colore sarebbero state così sconvolte se incendiavano degli edifici e sfasciavano le automobili della polizia.
Senza dubbio, ero un ragazzino bianco normalmente ignorante e ingenuo che non si preoccupava mai di poter essere picchiato, messo in prigione o ucciso a causa del colore della sua pelle.
Quasi 25 anni dopo, cerco di rimettermi in quell’atteggiamento mentale quando parlo con qualcuno della mia famiglia bianca e con amici che non riescono ancora a capire il fatto che il problema non sono “poche mele marce”, ma tutto l’intero stato di polizia carcerario-industriale (sempre più militarizzato). E’ un compito difficile, ma necessario, se speriamo di costruire movimenti interrazziali.
Ci potrebbero volere parecchi anni prima che emergano i dati appropriati, o forse li scopriremo perché fioriranno nuovi movimenti sociali e coalizioni, ma ritengo che un numero sempre maggiore di americani, specialmente di giovani americani che passano il loro tempo su Internet, diventeranno sempre più critici nei confronti della polizia, di che cosa fa, e di chi serve. In qualche modo, lo vediamo già adesso.
Costruire movimenti più efficaci
Le élite, i media, molti bianchi e la polizia sperano che i movimenti esistenti spariscano, ma non succederà, semmai i problemi di sorveglianza, di razzismo sistematico, di disuguaglianza economica sistematica e di corruzione politica diventeranno soltanto sempre più evidenti dato che le istituzioni esistenti diventano sempre più militarizzate e violente.
Nel frattempo, i movimenti progressisti/di sinistra, stanno perdendo su molti fronti. Certo, è vero che le persone (prima di tutto i giovani attivisti di colore) stanno reagendo, ma ottengono risultati limitati. L’anno scorso nessun poliziotto è stato accusato di omicidio colposo o di assassinio. Quest’anno le uccisioni per mano della polizia stanno per superare le raccapriccianti cifre dell’anno scorso (1.146 persone uccise). In altre parole, qualunque cosa facciamo come movimento o come serie di movimenti, non funziona.
Ora sto semplicemente scrivendo ciò che molti attivisti sanno ma che sono restii a esprimere: cioè il fatto che le cose stanno peggiorando in campo economico, ecologico, politico, militare, ecc.
Continuiamo, tuttavia, a opporci usando le stesse strategie e tattiche, o senza di queste. Inoltre, i nostri movimenti mancano di una visione. Che cosa vogliamo, esattamente? Certo, vogliamo meno sparatorie, più obbligo di rispondere dei reati, meno prigioni e più lavoro, ma come possiamo ottenere queste cose? E sono sufficienti le proteste, le sommosse, la disobbedienza civile e il giornalismo partecipativo per fermare una delle forze di polizia più brutali e militarizzate del mondo?
Agli attivisti interessa riformare la polizia e/o sostituire la polizia? Non penso che le due cose si eliminino a vicenda, proprio come non considero che la riforma e la rivoluzione su una scala più ampia siano strade che si escludono a vicenda. Abbiamo bisogno di tutto quello detto in precedenza. Ci serve tutto e ci serve subito, perché la situazione è critica.
Fin dall’assassinio di Eric Garner, i dimostranti neri hanno scandito: “Non posso respirare”! (Sono le ultime parole pronunciate da Garner prima di morire che sono diventate uno slogan, n.d.t.). Gli americani dovrebbero ascoltarli.
Una delle lezioni più importanti che ho appreso da quando partecipo agli eventi di BLM (Black Lives Matter) , è che la gente di colore sta vivendo in un costante “Stato di Emergenza.” Sopportano quotidianamente omicidi autorizzati dallo stato e il problema sta peggiorando, non migliorando.
In conclusione, dovremmo sempre appoggiare gli attivisti che scendono nelle strade a protestare. Riceveranno sufficienti critiche dalla stampa tradizionale e dai bianchi reazionari – non servono loro quelle dei progressisti e della sinistra.
Fino a quando le vite dei neri saranno importanti, le sommosse continueranno, come è giusto che sia.

venerdì 23 settembre 2016

Financial Times: sempre più americani simpatizzano per Putin

Nonostante i politici statunitensi continuino a criticare fortemente il presidente russo Vladimir Putin, il numero di suoi simpatizzanti tra gli americani è in costante crescita, soprattutto tra i Repubblicani, scrive il Financial Times. Secondo il sondaggio di agosto condotto dall'Istituto per le ricerche sull'opinione pubblica YouGov e dall'Economist, solo il 27% dei Repubblicani si relaziona negativamente rispetto al presidente russo. E' interessante notare che 2 anni fa la percentuale era del 66%, si afferma nell'articolo. Dal sondaggio emerge che l'85% dei Repubblicani ritiene Putin un leader forte, mentre condivide lo stesso parere su Obama solo il 18% degli intervistati. Si segnala inoltre che un sostenitore su tre del candidato del Partito Repubblicano Donald Trump ha un atteggiamento positivo verso Vladimir Putin. E' interessante notare che il cambiamento della percezione di Putin si è iniziato a verificare di recente, quando le tensioni tra la Russia e gli Stati Uniti hanno raggiunto un livello simile a quello della guerra fredda. Come notato da alcuni sostenitori di Trump, questa contrapposizione li ha resi più vicini a Putin e alla sua visione del mondo, in gran parte dovuto al fatto che il presidente russo per le sue qualità personali e politiche è l'esatto opposto di Obama, scrive il giornale

giovedì 22 settembre 2016

Italicum, quel gran pastrocchio istituzionale

E’ di questi giorni la decisione della Consulta di rimandare il giudizio sull’Italicum a dopo il referendum costituzionale. Si parla di gennaio 2017. La motivazione principale pare essere la difficoltà di valutare la legge elettorale senza avere la certezza sull’assetto istituzionale del Paese. Nelle intenzioni originarie del premier, le due riforme sono saldate assieme dalla forza della coerenza logica, data l’inutilità dell’una senza l’altra di fronte all’obiettivo sbandierato della governabilità. Avere una maggioranza bulgara alla Camera non avrebbe senso con un Senato sostanzialmente proporzionale, si ripeterebbe la necessità di elemosinare verdiniani di oggi. Al contrario, avere la Camera con un Senato depotenziato ed eletto su base territoriale, dove il Pd è ancora tradizionalmente forte, darebbe al Governo un potere sostanzialmente illimitato, senza contrappesi. Questo dunque il progetto di Renzi, forte dell’appoggio di Bruxelles e Washington, ai quali le lungaggini del parlamento provocano fastidiose orticarie al momento del recepimento di nuove direttive. Di traverso si son messi però, ancora una volta i cittadini (i non più giovani ricorderanno la stangata presa dalla Dc sulla “legge truffa”), che a rigor di sondaggi spedirebbero al governo dritti dritti i 5 Stelle. Di qui le progressive aperture di Renzi alle modifiche dell’Italicum.
A questo punto, la palla passa alle opposizioni. Il 21 settembre si voterà la mozione sull’Italicum presentata prima dell’estate da Sinistra Italiana. Nel mentre, il Movimento 5 Stelle rilancia il suo Democratellum, la proposta scritta in Rete tre anni fa, basata su di un proporzionale quasi puro, collegi medio-piccoli per garantire il legame tra deputati e territorio e un’interessante sistema di preferenze e contro preferenze. Renzi da New York conferma, almeno a parole, la disponibilità al dialogo, girando la patata bollente al centro destra. Forse se ne sarebbe potuto discutere collegialmente prima.
Ora, la questione della governabilità è vecchia almeno quanto Craxi. Essendo la Costituzione nata in antitesi al fascismo, che fu, dal punto di vista istituzionale, qualcosa di simile ad una gigantesca ipertrofia dell’esecutivo, essa effettivamente pecca in direzione opposta. Inutile citare il numero spropositato di governi che si sono succeduti, uno più atrofico dell’altro, in attesa di una morte certa per consunzione. Preso atto del problema, due sono le soluzioni. La prima è copiare dagli inglesi il sistema maggioritario, che consente la formazione di stabili maggioranze parlamentari a scapito della rappresentanza. E’ la strada che si è cercato più volte di percorrere, provocando più disastri che altro. L’alternativa sono il modello francese o quello americano, espressione l’uno centralista e l’altro federalista di un sistema presidenziale, nel quale il capo dell’esecutivo e dello Stato viene eletto direttamente dal popolo e non ha bisogno della fiducia del Parlamento. Con esso deve dialogare, chiaramente, per le questioni nelle quali le competenze si sovrappongono, ma può venirne sfiduciato solo in rari e ben circostanziati casi. Questa è la strada che, probabilmente, sarebbe più consona allo spirito del Paese. Essa consentirebbe infatti di mantenere il proporzionale per le camere (che possono essere una o due, indifferentemente) e di avere un Governo solido, in grado di rappresentare l’Italia all’estero.
Renzi ha scelto una terza via, replicando sostanzialmente la Legge Acerbo del 1923, quella che consentì a Mussolini di blindare il suo potere. Sono entrambe leggi gravate dal più grave dei peccati, molto frequente nel nostro Paese: sono figlie della contingenza, non di principi assoluti. Entrambe hanno avuto e vorrebbero avere lo scopo di garantire una solidissima maggioranza parlamentare al Governo in carica, annullando i contrappesi normalmente vigenti in un ordinamento democratico. La differenza sostanziale è che Renzi non è Mussolini, e si è accorto di essere destinato a fallire.
Ora, se l’ipotesi più perniciosa è il sì al referendum, l’Italicum immodificato ed una vittoria di Renzi, anche una vittoria a 5 Stelle sarebbe probabilmente inutile in questo contesto. Il nuovo Senato infatti, per quanto inutile su quasi tutto, avrebbe il potere di mettere i bastoni tra le ruote proprio nei temi cruciali, come i trattati europei e la politica estera. Se, viceversa, vincerà il no, una riforma dell’Italicum sarebbe imperativa, dovendo coinvolgere necessariamente il Senato. In quale direzione però? Il Democratellum è una buona proposta, che ha il merito particolare di essere stata scritta avendo in mente gli assoluti e non il particolare e l’interesse, ma non garantirebbe solidità al governo. Anzi, sarebbe un notevole passo indietro. Se la forza della retorica di Renzi sulla questione referendaria si annida in due punti, la voglia (e la necessità) reale di governabilità e la retorica del risparmio, al Movimento non può bastare vincere facile sulla seconda. Una controproposta, in senso presidenziale, sulla Costituzione, aiuterebbe una fetta, probabilmente consistente, di indecisi a votare no in Ottobre.

mercoledì 21 settembre 2016

Guerra al terrore: un inganno da 5 mila miliardi

Un recente studio condotto dalla Brown University negli Stati Uniti ha provato a stimare il costo complessivo dal 2001 a oggi della “guerra al terrore” condotta dalle amministrazioni dei presidenti George W. Bush e Barack Obama. I risultati sono nulla di meno che sbalorditivi e consentono di percepire, anche se con ogni probabilità in maniera parziale, gli effetti distruttivi di un’impresa lanciata per ragioni legate esclusivamente agli interessi economici e strategici di un’altrettanto distruttiva classe dirigente americana.
A tutto il mese agosto di quest’anno, la spesa complessiva sostenuta dagli USA per le guerre ha sfiorato i 5 mila miliardi di dollari. Le voci considerate includono le somme stanziate dal Congresso di Washington per finanziare le operazioni nei teatri di guerra veri e propri, gli interessi sul debito contratto per queste ultime, il bilancio del Dipartimento della Sicurezza Interna e l’assistenza ai reduci fino all’anno 2053.
Il solo costo delle operazioni di guerra all’estero è ammontato in quindici anni a 1.700 miliardi di dollari. Questa cifra viene peraltro considerata a parte rispetto al bilancio ordinario del Dipartimento della Difesa che, nello stesso arco di tempo, si è aggirato addirittura attorno ai 7 mila miliardi di dollari.
Il finanziamento dei conflitti in cui sono coinvolti gli Stati Uniti avviene regolarmente tramite stanziamenti separati, anche se il carattere eccezionale o di emergenza, che spiega appunto le modalità con cui il denaro pubblico viene destinato a questo scopo, ha ormai lasciato spazio alla normalità della guerra permanente. In questo modo risulta evidentemente più facile aggirare eventuali tetti di spesa fissati per le spese militari ordinarie.
I fondi per garantire la sicurezza interna di un paese che, dal 2001, ha assistito a un numero irrisorio di attentati o minacce legate in qualche modo al terrorismo islamico sono stati invece pari a 548 miliardi di dollari. La spesa sostenuta finora per i veterani delle guerre al terrore è stata di 213 miliardi, ma entro il 2053 salirà a quota mille miliardi.
Ingente è anche il peso degli interessi sul debito accumulato dal governo federale per finanziare le guerre, uguale cioè a 453 miliardi. Secondo gli autori dello studio, se gli USA non cambieranno le modalità di finanziamento delle guerre, i soli interessi aumenteranno di mille miliardi nel 2023, per arrivare all’incredibile cifra di 7.900 miliardi nel 2053.
La spesa totale, anche se gigantesca, è destinata ad aumentare nei prossimi anni, dal momento che non è in vista alcun disimpegno degli Stati Uniti all’estero sul fronte militare. Per la guerra in Afghanistan, dove sono tuttora presenti 15 mila soldati americani, l’amministrazione Obama ha chiesto ad esempio più di 44 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2017.
A questa cifra vanno aggiunti, sempre per il prossimo anno, 13,8 miliardi per le operazioni contro lo Stato Islamico (ISIS/Daesh) in Iraq e in Siria e 35 miliardi per il funzionamento del Dipartimento della Sicurezza Interna. Per i ricercatori della Brown University, oltretutto, i fondi di cui il Pentagono sostiene di avere bisogno nei prossimi anni sono sottostimati, soprattutto se verranno implementati i piani militari attualmente allo studio.
Se i numeri sono già di per sé estremamente significativi, lo studio sottolinea nondimeno che essi non possono rendere conto delle conseguenze della guerra sulle popolazioni di Iraq e Afghanistan, né di quelle di paesi come Siria o Pakistan, a cui nel corso degli anni si è allargata la “guerra al terrore”. Nel solo Iraq, la cui società è stata letteralmente distrutta, alcune stime valutano in oltre un milione le vittime seguite all’invasione americana del 2003, mentre i profughi dei paesi interessati dalle guerre degli ultimi quindici anni superano abbondantemente i 12 milioni.
Il numero di vittime tra le forze armate americane e i “contractors” privati in Iraq e Afghanistan è inoltre superiore a 7 mila, mentre più di 50 mila sono i feriti e i mutilati. Difficili da quantificare sono invece i reduci che soffrono di stress post-traumatico e altre forme di disturbo mentale connesse all’esperienza bellica, così come quelli resi permanentemente disabili. Il numero di coloro che rientrano in queste categorie, per i soli Stati Uniti, è certamente nell’ordine delle centinaia di migliaia.
L’intera “guerra al terrore” risulta anche una sorta di enorme inganno ai danni dei cittadini americani e del resto del mondo. Non solo le giustificazioni non corrispondevano alle motivazioni reali che l’hanno innescata, com’è stato dimostrato negli anni successivi all’11 settembre, ma la stessa entità dell’impegno militare e finanziario è stata nascosta all’opinione pubblica.
Lo studio della Brown University ricorda a questo proposito come nell’autunno del 2002, durante la preparazione dell’invasione dell’Iraq, il consigliere economico dell’allora presidente Bush, Lawrence Lindsey, aveva stimato tra i 100 e i 200 miliardi di dollari il tetto massimo del costo della guerra che sarebbe stata lanciata di lì a poco.
Addirittura, Lindsey fu attaccato da più parti e, in particolare, il dipartimento della Difesa del segretario Donald Rumsfeld e la commissione Bilancio della Camera dei Rappresentanti avevano previsto un costo complessivo non superiore ai 60 miliardi di dollari.
Lo spreco di risorse rappresentato dalla “guerra al terrore” documentato per la prima volta dalla ricerca della Brown University è tale da essere quasi difficile da concepire. I 5 mila miliardi di dollari andati perduti in questo modo, sostanzialmente per promuovere o conservare la posizione internazionale del capitalismo americano, possono avere maggiore senso se si considera l’utilizzo che se ne sarebbe potuto fare a beneficio di decine o centinaia di milioni di persone.
Ad esempio, le infrastrutture pubbliche americane, secondo quanto calcolato dalla società USA degli ingegneri civili, sono in uno stato di degrado tale da avere bisogno di investimenti pari a circa 3.200 miliardi nei prossimi dieci anni. Ancora, il debito scolastico complessivo che grava su studenti ed ex studenti negli Stati Uniti ammonta a più di 1.200 miliardi.
La spesa per i buoni alimentari da destinare alle fasce più disagiate della popolazione, soggetta a continui drastici tagli in questi anni perché ritenuta “insostenibile”, è costata infine “solo” 70 miliardi nel 2014 e poco più di 50 nel 2015.
Le voci di spesa sotto continuo assedio nei bilanci federali e che potrebbero essere finanziate con il denaro destinato alle guerre sarebbero molteplici, dall’assistenza sanitaria alle indennità di disoccupazione, dall’edilizia popolare ai fondi pensione dei dipendenti pubblici.
Al contrario, gli stanziamenti per guerre e “sicurezza nazionale” sono destinati a crescere in parallelo agli sforzi per invertire il declino del peso degli Stati Uniti sullo scacchiere internazionale. Se l’impegno per combattere, almeno ufficialmente, qualche migliaia di terroristi ha richiesto quasi 5 mila miliardi di dollari dal 2001 a oggi, c’è da chiedersi quale livello di spesa e quale impatto sulle popolazioni potrebbero avere le guerre del prossimo futuro con potenze militari come Russia o Cina.