giovedì 30 giugno 2016

Crisi, dopo i dati sul calo di imprese e famiglie Confesercenti prevede una ulteriore frenata dei consumi a fine anno

Si conferma la tendenza al peggioramento del clima di fiducia delle famiglie italiane. A giugno l'indice scende per il terzo mese consecutivo, un calo prolungato che potrebbe prefigurare una frenata dei consumi nel corso della seconda meta' dell'anno. E' l diagnosi dell'economia italiana che fa Confesercenti commentando i dati sulla fiducia diffusi dall'Istat in mattinata.
"Il segnale lanciato dai cittadini - sostiene Confesercenti - e' rafforzato dai dati sulla fiducia delle imprese, che mostrano un andamento al ribasso analogo a quello delle famiglie, anche se meno lineare. Colpito con particolare intensita' il commercio al dettaglio, che a giugno segna la quarta riduzione consecutiva dell'indice. A pesare sono le valutazioni delle imprese sull'andamento delle vendite, che negli ultimi mesi sono apparse improntate ad una maggiore prudenza, in contrasto con il costante miglioramento registrato sino ad inizio anno. Una prudenza ispirata dalla situazione di sostanziale stallo in cui pare entrato il mercato interno: da diversi mesi ormai le vendite al dettaglio continuano a registrare una stabilizzazione al ribasso, senza lasciare intravedere una chiara inversione di tendenza. E anche la domanda di autovetture, pure in prossimita' di volumi di vendita relativamente elevati, si sta assestando.

Confesercenti ribadisce la necessita' di "un ulteriore alleggerimento del fisco che grava su famiglie e imprese: il percorso di riduzione della pressione fiscale iniziato dal Governo, sottolineato dal Ministro Padoan anche oggi, deve accelerare. Solo cosi' potremo evitare un
consolidamento del clima di incertezza che potrebbe avere conseguenze negative gia' a partire dalla prossima stagione
autunnale".

mercoledì 29 giugno 2016

Che accadrà all’Europa dopo il trionfo della ‘Brexit’?

Dopo il trionfo della ‘Brexit’ nel referendum tenutosi il 23 giugno, l’economia mondiale è entrata in una grave turbolenza: miliardi di dollari sono scomparsi nelle principali borse in poche ore, tanto che i rischi dell’esplosione di una nuova crisi bancaria in Europa sono aumentati. Secondo Ariel Noyola, il rapido collasso del progetto d’integrazione europea sembra piuttosto improbabile perché, anche se in molti Paesi è già stato richiesto il referendum per lasciare l’Unione Europea, la maggior parte dei Paesi dell’Europa continentale fa anche parte dell’eurozona e finora, fatta eccezione per i partiti politici di estrema destra, non ci sono forze politiche disposte ad abbandonare la moneta comune.
Anche se i principali sondaggisti hanno pubblicizzato per diverse settimane che gli inglesi erano convinti della permanenza nell’Unione europea, la posizione a favore dell’uscita del Regno Unito (chiamata ‘Brexit’) infine è prevalsa nel referendum tenutosi il 23 giugno con un margine di quasi quattro punti: 51,9 per cento a favore e 48,1 per cento contro. Sorprendentemente, il primo ministro David Cameron ha in seguito annunciato le dimissioni; il commercio di sterline ha registrato i dati peggiori dal 1985 e i principali mercati azionari sono crollati. Sia nella regione Asia-Pacifico che in Europa i mercati azionari sono scesi tra il 6 e il 10 per cento. In breve, l’imminente uscita del Regno Unito dell’Unione europea ha aperto una nuova fase di grande incertezza in un momento di estrema vulnerabilità per l’economia mondiale.
La crisi finanziaria mondiale
Ai primi di giugno, la Banca Mondiale ha abbassato di nuovo la previsione di crescita dell’economia globale nel 2015 a 2,9-2,4 per cento; il Fondo monetario internazionale (FMI) da parte sua, ha recentemente avvertito che il nazionalismo economico può minare la libera circolazione dei flussi commerciali e d’investimento tra i Paesi, mentre la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) controlla molto da vicino i rischi alla base di una nuova ‘guerra valutaria’. La cooperazione monetaria internazionale vive una delle peggiori sfide e così, con il rischio che i mercati del credito si restringano di volta in volta, Mario Draghi della Banca centrale europea (BCE) e Mark Carney della Banca d’Inghilterra, sono venuti alla ribalta per chiarire che avrebbero risparmiato risorse per garantire la stabilità finanziaria. In giornata, soprattutto dopo i primi segni che la ‘Brexit’ aveva trionfato alle urne, la BCE è intervenuta con violenza nel mercato del debito sovrano per evitare un’escalation dei premi di rischio sulle obbligazioni delle economie periferiche: Grecia, Spagna, Italia, Portogallo, ecc. Nel frattempo, la Banca d’Inghilterra aveva già preparato una potente batteria di 250 miliardi di sterline per difendere il tasso di cambio contro gli attacchi degli speculatori. La Federal Reserve System (FED) da parte sua, sotto il comando di Janet Yellen, ha lanciato una serie di linee di credito (‘scambio’) per fornire liquidità aggiuntiva alle altre banche centrali del Gruppo dei 7 (formato da Germania, Canada, il Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito), se la volatilità dei mercati finanziari andasse fuori controllo. Ma i piani d’emergenza delle autorità monetarie erano insufficienti. I mercati azionari globali hanno registrato perdite per oltre 2 miliardi di dollari in 24 ore. Va inoltre notato che il crollo della sterlina ha precipitato la massiccia fuga di capitali dal portafoglio della London Stock Exchange, che subito si rifugiavano a Wall Street. Di fronte alle turbolenze finanziarie, gli investitori azionari cercano maggiore sicurezza nei fondi in dollari e metalli preziosi che servono da riserva di valore, come oro e argento, per esempio. Tuttavia, i massicci acquisti di dollari non hanno fatto altro che approfondire la debacle dei prezzi di altre materie prime (‘commodities’), già molto bassi rispetto agli anni precedenti il 2009. Per esempio, i prezzi del petrolio di riferimento internazionale, West Texas Intermediate (WTI) e Brent, che salivano ad aprile e maggio, sono scesi di nuovo. I prezzi del petrolio sono ora sotto i 50 dollari al barile, una situazione che aggrava la deflazione (prezzi in calo) e che, in combinazione con il trend della bassa crescita del prodotto interno lordo (PIL) e col crollo dei vantaggi finanziari, aumenta esponenzialmente il rischio di una nuova crisi bancaria in Europa.
La ‘Brexit’ non significa necessariamente la fine dell’integrazione europea
Il voto per la ‘Brexit’ ha rivelato l’enorme rifiuto dell’integrazione europea. La politica economica nel Regno Unito ha sostanzialmente seguito lo stesso modello degli altri Paesi dell’Europa continentale: liberalizzazione indiscriminata degli scambi di beni e servizi, deregolamentazione finanziaria e politica del lavoro che ha paralizzato l’aumento salariale, con l’obiettivo di eliminare i benefici sociali dei lavoratori. E’ chiaro che il sogno di un’Europa democratica, sociale e solidale sia proprio tale, una fantasia. Lo ‘Stato sociale’ costruito dopo la seconda guerra mondiale è oggi in gran parte smantellato. La qualità di una democrazia non può essere valutata esclusivamente da un referendum e dal rispetto dei risultati del governo. Democrazia significa, prima di tutto, partecipazione diretta alle decisioni importanti che riguardano la società, sia nell’economia che nella vita politica. Ed è qui che la costruzione dell’Unione europea ha grossi difetti: il disegno del piano d’integrazione è diventata questione riservata alle élite economiche. Le grandi aziende sono i principali beneficiari della realizzazione di un ‘mercato comune’, insistendo nell’approvare al più presto possibile l’Accordo transatlantico commerciale e degli investimenti (TTIP, nell’acronimo in inglese) promosso dal governo Stati Uniti, e promuovendo l’offensiva dell’Organizzazione del trattato del Nord Atlantico (NATO). E’ vero che l’Europa ha urgente bisogno di una riprogettazione istituzionale, senza dubbio. Infatti, dopo il trionfo della ‘Brexit’ in molti Paesi si è proposto il referendum per lasciare l’Unione europea; tuttavia si tenga conto che la maggior parte dei Paesi europei continentali fa anche parte dell’eurozona, e così non era per il Regno Unito che ha sempre rifiutato di adottare la moneta comune. E finora le forze progressiste in Europa non hanno proposto di abbandonare l’euro. Ricordiamo ad esempio il caso della Grecia nel 2015: con un governo di sinistra, la troika (composta da Banca centrale europea, Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale) ha respinto tutte le proposte del programma economico di Syriza. Anche se il governo greco indisse un referendum per rifiutare le condizioni inique del terzo programma di salvataggio, l’austerità fiscale alla fine s’è imposta di nuovo. Il Primo ministro Alexis Tsipras è sempre riluttante a far lasciare l’eurozona alla Grecia (la cosiddetta ‘Grexit’), essendo finora impossibile avviare una politica economica alternativa e allo stesso tempo andare incontro le richieste della troika. A mio avviso, il grande dramma che vive l’Europa in questo momento è che i sostenitori dell’abbandono dell’euro e quindi dell’Unione Europea, sono i leader dei partiti politici dell’estrema destra che usano la retorica xenofoba per distogliere l’attenzione dalle vere cause della crisi e, diciamo chiaramente, non hanno alcuna intenzione di far rinascere

martedì 28 giugno 2016

Mai più senza banca. Il dominio completo

La Banca Mondiale guida la cordata dell’onnipotente lobby che predica l’inclusione finanziaria per tutti gli abitanti del pianeta. Servirebbe, dicono i portavoce della finanza, a combattere il riciclaggio e il narcotraffico. La vera ambizione, però, è quella di ridurre a cifre trascurabili il numero dei refrattari ai servizi offerti dalle banche e dei poveri che rifiutano di aprire un conto. Si potrebbe finalmente sancire così la dipendenza dal sistema bancario dell’intera popolazione mondiale. Il passo successivo del controllo dettagliato e di un dominio veramente completo sarebbe l’eliminazione dell’uso dei contanti. Raúl Zibechi analizza le possibili ragioni della mancanza di una discussione seria tra chi si oppone al dominio del denaro sulle persone su un tema tanto decisivo per l’affermazione del capitale finanziario a spese delle fasce sociali più deboli e della vita stessa
di Raúl Zibechi - L’inclusione finanziaria è una delle principali iniziative neoliberali: perciò è difficile accettare lo scarso dibattito esistente tra coloro che si proclamano nemici di questo modello incentrato sul dominio del capitale finanziario. La Banca Mondiale (BM) è la principale promotrice dell’inclusione finanziaria, con l’obiettivo che tutta la popolazione del mondo dipenda dal sistema bancario che, da parte sua, intende eliminare il denaro fisico.
La tesi iniziale era che l’inclusione finanziaria è necessaria per la lotta al riciclaggio del denaro e al narcotraffico. In seguito, la stessa banca è andata aggiungendo nuove argomentazioni, molto simili a quelle che utilizza per la “lotta alla povertà”. Nel 2015, sulla sua pagina web diceva: “Due miliardi di persone, ovvero il 38 per cento degli adulti nel mondo, non utilizzano i servizi finanziari formali e una percentuale ancora maggiore di poveri non ha un conto in banca”.
La Banca Mondiale difende le tesi secondo cui l’inclusione finanziaria contribuisce a ridurre la povertà, a “conferire maggior autonomia alle donne” e a “promuovere la prosperità condivisa”. Tra i suoi obiettivi c’è quello che tutte le entrate e le spese dei settori popolari siano effettuati per via elettronica e incoraggia il pagamento delle prestazioni sociali non in contanti, bensì attraverso il sistema bancario, così come già avviene in diversi paesi.
A breve termine, la Banca Mondiale punta a “raggiungere un altro miliardo di persone, che oggi si ritrovano escluse dal sistema finanziario” e utilizza perfino la parola chiave “esclusione”, per dare l’impressione che si tratti di persone con carenze e che l’accesso ai servizi finanziari sia la chiave per la loro inclusione come cittadini. Il presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, ha imposto degli obiettivi per offrire l’accesso universale ai servizi finanziari a tutti gli adulti in età lavorativa, al massimo nel 2020.
L’obiettivo è portare avanti la bancarizzazione nei paesi emergenti e del sud del mondo. Negli Stati Uniti e in Europa, le persone che non hanno un conto in banca sono meno del 20 per cento, cifra che in America Latina arriva al 50 per cento e in diversi paesi dell’Africa supera l’80 per cento della popolazione.
Quello che a dir poco colpisce è che i governi progressisti abbiano adottato questa politica senza aver preventivamente aperto una discussione. In Brasile, tra il 2001 e il 2015, il salario è cresciuto dell’80 per cento ma il credito individuale è aumentato del 140. Il risultato è una crescita esponenziale del consumismo e dell’indebitamento delle famiglie: nel 2015, il 48 per cento del loro reddito era destinato al pagamento dei debiti, rispetto al 22 per cento del 2006.
L’inclusione finanziaria è il primo passo verso l’eliminazione del denaro fisico: con ciò dipenderemo tutti dalla banca e dal sistema finanziario, annullando o rendendo estremamente difficile la nostra autonomia individuale e collettiva. Si tratta di una forma “micro” del dominio a tutto tondo. In diversi paesi, come l’Uruguay, sono già state imposte delle limitazioni alla quantità di denaro che si può prelevare dai bancomat e quest’anno i viaggi in taxi devono essere pagati con carte di debito o credito.
In Germania c’è una campagna contro l’eliminazione del denaro fisico, con lo slogan “Il contante ti protegge dal controllo dello Stato”. Diversi gruppi politici condannano le limitazioni sul denaro contante. Konstantin von Notz, deputato del Partito dei Verdi, ne ha spiegato le ragioni sul suo profilo Twitter: “Nelle operazioni di ogni giorno, il contante ci permette di rimanere nell’anonimato. In una democrazia costituzionale, è una libertà che deve essere difesa” (The Guardian).
I dati mostrano una chiara divergenza tra il comportamento dei tedeschi e quello di altri cittadini di paesi sviluppati. Nel 2013, in Germania, solamente il 18 per cento dei pagamenti sono stati effettuati tramite carte bancarie, a fronte del 59 per cento in Gran Bretagna, del 54 per negli Stati Uniti e del 50 in Francia; ogni cinque fatture, quattro sono pagate con banconote e monete.
Ritengo che ci siano due ragioni per cui l’inclusione finanziaria e la scomparsa del denaro fisico non fanno parte delle discussioni necessarie al pensiero critico latinoamericano, tra le sinistre e i movimenti popolari.
La prima è la scelta di non mettere in discussione le attuali basi del capitalismo, cioè di non mettere sotto i riflettori quel famoso uno per cento della popolazione, sebbene i discorsi dicano il contrario. Il capitale finanziario gioca un ruolo centrale nel mondo attuale e contendergli il potere comporta il fatto di giocare forte, tanto da mettere a rischio il mantenimento delle poltrone presidenziali e i benefici che solitamente hanno i dirigenti politici, dal momento che questo settore detiene una grande capacità di provocare crisi e di accelerare la caduta di qualsiasi governo.
Attraversiamo un periodo di adattamento al sistema da parte delle sinistre e del progressismo. È più facile criticare l’imperialismo in astratto che lavorare con le proprie basi sociali intrappolate nel consumismo – e quindi, attraverso la banca, con il capitale finanziario – affinché superino la cultura del consumo. La sconfitta culturale nel campo popolare ha portato a rifiutare il conflitto come fonte dei cambiamenti e a sovrastimare la questione elettorale.
La seconda ragione riguarda appieno il pensiero e i pensatori critici. Si può definire come l’incapacità di andare contro il senso comune, l’adattarsi alla realtà e il non mettere in discussione le idee egemoniche tra i settori popolari a causa della mancanza di coinvolgimento con loro. È impossibile avanzare se non si è capaci di nuotare controcorrente, il che evidentemente implica un certo isolamento, sia dalle istituzioni statali che dalla parte di popolazione che ancora crede in esse.
Se il capitale riesce a consolidare un tipo di società basata sul consumo di massa, avrà trovato la soluzione al principale ostacolo per il suo dominio: l’esistenza di eterogeneità strutturali e sociali. Anche se una parte della sinistra pensa che si tratti di residui del passato, senza mercati ambulanti, tequio [lavoro collettivo svolto dagli abitanti di un villaggio a favore della comunità] e reciprocità non possiamo nemmeno sognare di superare il capitalismo.

Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo Inclusión financiera y dominación de espectro completo.
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo
Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento, è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. L’edizione italiana del suo ultimo libro, “Alba di mondi altri” è stata stampata in Italia nel luglio 2015 dalle edizioni Museodei.

lunedì 27 giugno 2016

Una lezione di democrazia

La lezione di democrazia è la cosa più importante e si articola su più livelli. Dobbiamo apprezzare la decisione del Primo Ministro britannico, David Cameron, di lasciare che le diverse posizioni divergenti si esprimessero, anche all’interno dello stesso partito conservatore e del governo. Allo stesso modo dobbiamo apprezzare la maturità degli elettori britannici che, pur legittimamente sconvolti dalla tragedia dell’omicidio della deputata laburista Jo Cox non si sono lasciati sopraffare dalle emozioni e hanno mantenuto ferme le loro posizioni in favore di un’uscita dall’UE.
Va detto che non tutto è stato perfetto in questa campagna elettorale. Ci sono stati degli eccessi da entrambe le parti, ci sono state bugie, come quelle di George Osborne [1], il Ministro delle Finanze, e di tutti quelli con licenza di catastrofismo dalla parte di Bruxelles. La copertura mediatica è stata sbilanciata in favore del “Remain”, ma meno di quanto sarebbe avvenuto se il voto si fosse tenuto in Francia [2]. Era evidente come l’élite finanziaria stesse facendo una campagna isterica affinché il Regno Unito votasse per restare nell’UE. E questa cerchia di persone ha in mano la vera arma da guerra: i soldi. Ma abbiamo visto anche come gli elettori non si siano lasciati particolarmente influenzare dal potere del denaro e dagli argomenti che le autorità hanno riversato sui media. Il successo della Brexit può in questo senso essere paragonato al successo che ebbe il “No” al progetto del Trattato Costituzionale Europeo nel Referendum del 2005 in Francia. In entrambi i casi un elettorato popolare e operaio ha resistito contro le autoproclamate “élite” e i giornalisti a loro libro paga. Il nuovo leader del partito laburista, Jeremy Corbyn, che ha fatto campagna a favore del “Remain”, dell’UE, è stato sconfessato da una parte importante del suo elettorato. Entrambi i referendum riflettono la vitalità dei sentimenti democratici da entrambi i lati della Manica. Il referendum britannico, inoltre, si è dimostrato un vero e proprio colpo per il Presidente degli Stati Uniti, che alcune settimane fa aveva viaggiato in Gran Bretagna per invitare gli elettori a rimanere nell’Unione Europea, a testimonianza di quale sia la vera natura dell’UE.
Come ultimo elemento di questa lezione di democrazia, David Cameron ha detto di avere compreso la decisione del popolo britannico e che questa sarà rispettata, che avrebbe avviato il processo legale per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE. Anche qui c’è una importante differenza con il comportamento delle élite politiche francesi, che hanno continuamente messo in atto decisioni che erano ampiamente respinte dal loro elettorato.
Ritorno delle Nazioni e negazione della realtà
Questa lezione di democrazia avrà delle conseguenze importanti per il futuro. Non tanto in termini di conseguenze finanziarie. Le turbolenze dei mercati finanziari dureranno qualche giorno, poi si calmeranno quando gli operatori di borsa si accorgeranno che il voto non interrompe di certo i flussi di merci o la produzione. La Norvegia e la Svizzera non sono membri dell’UE, e non se la passano male, se guardiamo le statistiche economiche. Le conseguenze più importanti saranno, evidentemente, politiche.
Dobbiamo ricordare che questo è il primo voto con il quale un paese membro dell’UE, e prima ancora della Comunità Economica Europea, cioè quello che viene chiamato il mercato comune, prende la decisione democratica di separarsi da questa istituzione. L’impatto sarà importante sia perché costituisce un precedente, sia perché può dare luogo a imitazioni. Si può già vedere come in altri paesi, quali l’Olanda, la Danimarca o la stessa Francia, questo voto stia dando ispirazione ai diversi partiti euroscettici. Oltre alla vittoria nelle elezioni amministrative italiane del Movimento 5 Stelle, cosiddetto “populista” di Beppe Grillo, o la sconfitta sul filo del rasoio del candidato del Partito delle Libertà alle elezioni presidenziali in Austria (ma questo risultato è ora oggetto di un ricorso), la Brexit mostra che è in atto una forma di ribellione verso l’Unione Europea. Le cose si muovono, come abbiamo potuto vedere nello studio realizzato dal Pew Research Center, che ha mostrato una prevalenza dei pareri negativi verso l’UE rispetto a quelli positivi in quattro paesi: Spagna, Grecia, Francia e Regno Unito [3].
Il voto britannico non avviene per caso. È solo a dimostrazione dell’enormità della negazione di realtà da parte delle élite europeiste che esso può giungere come una sorpresa. La politica della negazione è quella che è. Non ci possiamo aspettare una vera messa in discussione delle opzioni della politica europea da parte delle stesse persone che le hanno implementate. È quindi probabile che assisteremo, nelle prossime settimane, a un’escalation di queste politiche. Ma i fatti sono testardi: tutto l’impegno verso maggiore “federalismo”, tutte le opzioni “sovranazionali” non portano ad altro che a una maggiore resistenza da parte dei cittadini. E speriamo che questi vengano consultati rapidamente, perché in caso contrario la resistenza potrebbe anche assumere forme violente.
Questo voto britannico porta con sé la condanna della forma del progetto europeo. La logica e il buon senso vorrebbero che si prendesse atto di questo e che si tornasse a forme più rispettose della sovranità e quindi della democrazia, nel quadro delle nazioni che costituiscono l’Europa.
L’importanza e l’impasse della “sinistra” nella lotta per la sovranità
C’è ancora un’ultima lezione. La vittoria della Brexit in Gran Bretagna è stata possibile solo grazie a una parte dell’elettorato laburista che, come abbiamo detto, ha votato in modo contrario alle indicazioni date dalla direzione del suo partito. Questo porta a due osservazioni. La prima è sulla cecità dei partiti socialdemocratici, che si rifiutano di ammettere che le conseguenze concrete dell’Unione Europea sono negative per le classi popolari. I regolamenti europei sono stati il cavallo di Troia della deregolamentazione e della finanziarizzazione delle economie nazionali. Continuare oggi a fingere di poter cambiare l’UE dall’interno, fare discorsi sulla “Europa sociale” è una menzogna che si trasforma in un’impasse strategica. Questa menzogna deve essere denunciata continuamente se vogliamo che la sinistra possa uscire dall’impasse nel quale si è cacciata.
La seconda osservazione riguarda l’importanza, per il successo di un voto che si potrebbe definire “sovranista” di un elettorato tradizionalmente situato a sinistra. Questo elettorato si può impegnare solo attraverso mediazioni politiche specifiche. In Gran Bretagna i comitati “Laburisti per la Brexit” sono stati determinanti per il voto di uscita dall’UE. Possiamo comprendere l’importanza delle forme autonome di organizzazione dell’elettorato di sinistra affinché possa esprimersi per delle opzioni sovraniste.

venerdì 24 giugno 2016

Sempre meno persone credono alle favolette sulla crescita

Nonostante le grancasse di praticamente tutti i media, i governi, i politici, gli industriali, i sindacalisti, gli imprenditori che invocano e martellano sulla crescita, ormai alle favolette ci credono sempre meno persone e le vendite eccezionali del libro sono un'altra dimostrazione di ciò.
Chi, sano di mente, può infatti credere alla crescita infinita in un mondo dalle risorse finite? Chi può chiudere gli occhi di fronte ad un inquinamento alle stelle, a mari ormai brodi di plastica, a cambiamenti climatici fuori controllo, alla produzione senza sosta di montagne di rifiuti e oggetti inutili che sono elemento cardine della crescita?
Chi sano di mente può pensare che la vita si riduca ad essere dei consumatori? Ad essere considerati dai pubblicitari esclusivamente oggetti che comprano oggetti? Chi sano di mente può pensare di fare lavori alienanti, senza senso, in cui si producono cose inutili e superflue quando se ne potrebbero fare innumerevoli altri di lavori che hanno un senso, che creano occupazione, che salvaguardano l’ambiente e gli altri essere umani?
Le persone vedono cosa sta accadendo, vedono l’insensatezza di vite immolate all’acquisto, percepiscono le prospettive misere che dà il sistema del consumo e della crescita e cercano risposte laddove sicuramente le trovano. Le risposte e proposte che noi diamo nelle nostre pubblicazioni sono razionali, concrete e realizzabili domani mattina per creare una società dove tutti siano inclusi e i valori siano completamente diversi e lontani dai messaggi falsi e plastificati che vediamo nelle pubblicità di tutti i giorni.
A quanto pare il libro esaurito in breve tempo ci dimostra che abbiamo contro dei giganti che sembrano essere veramente dai piedi di argilla se nonostante la prevista censura mediatica riusciamo ad avere risultati così importanti. Il sistema della crescita ha migliaia di persone alle sue dipendenze: giornalisti, “esperti”, opinionisti da salotto televisivo, una potenza di fuoco impressionante ma che è alla fine è fuffa, teorie povere e vuote che vengono ripetute come dischi rotti e che non stanno in piedi in nessun modo. L’unico obiettivo di queste persone è salvaguardare stipendi e privilegi senza farsi nessuna domanda o scrupolo sulle conseguenze del loro agire.
Solo la crisi ci può salvare non è una bestemmia ma un percorso di speranza e rinascita dalle macerie di un sistema basato sulla religione del PIL intollerabile e inaccettabile da ogni punto di vista, umano e ambient

giovedì 23 giugno 2016

Parigi brucia

Sulla legge di riforma del lavoro la conflittualità in Francia è giunta al massimo e comporta, oltre allo scontro sociale, un acuto scontro politico fra governo e opposizione, che intende far pagare tutti i costi politici e amministrativi alla CGT. Ma la forza politica che più ne sta traendo vantaggio è il Fronte Nazionale di […]
Alta tensione a Parigi. Moltissimi scioperi sono in corso da diversi giorni in tutto il paese, comprese le centrali nucleari. La CGT ha convocato una giornata nazionale di protesta a Parigi e ha avuto uno straordinario successo; la stampa non dà notizie precise ma si è parlato di diverse centinaia di migliaia, manifestanti raccolti fra l’una del pomeriggio e le sette di sera in un lunghissimo e fitto corteo.
L’atmosfera era aggravata dall’uccisione da parte di un adeto dello stato islamico alla periferia di Parigi: Larossi Abdala era noto alla polizia come referente musulmano per le prigioni; di buonora alla mattina, aveva ucciso un poliziotto e poco dopo ne aveva raggiunto l’abitazione per sgozzare la moglie, funzionaria di polizia anch’essa. È stato risparmiato solo il bambino di 3 anni, del quale si occupano i parenti. La destra ha attaccato il governo perché aveva lasciato libero questo Abdala, il quale però aveva scrupolosamente rispettato le misure che il giudice gli aveva imposto, per cui non c’era un elemento che si potesse usare contro di lui. La manifestazione si è dunque svolta con la partecipazione di fatto di tutti i sindacati e associazioni per il lavoro sotto tensione.
Allo stato di eccezione programmato dal governo da tempo, si è aggiunta la mobilizzazione per la sicurezza dovuta agli Eiropei, sfida di calcio che raccoglie tre manifestazioni al giorno. I tifosi, specie se inglesi o russi, si lasciano facilmente andare ad atti di violenza e fra di essi si insinuano i “casseurs”, i quali, ieri, se la sono presa in particolare con un obiettivo finora mai aggredito, cioè l’ospedale per i bambini Necker; hanno sfondato le vetrate a pianterreno, terrorizzando i bambini ammalati e il personale. Sarkozy ne ha approfittato per chiamare in causa la responsabilità penale e finanziaria della CGT. Poco dopo nella stessa giornata, un ragazzino di undici anni colpiva con una pugnalata al cuore un compagno di scuola a Vénissieux, nella regione del Rodano. Sono stati arrestati una quarantina di supporter russi con energiche proteste del ministro Lavrov. Il governo ha minacciato di vietare tutte le manifestazioni che possono recar danno a persone o a proprietà; il comunicato ha prodotto una protesta molto forte da parte della CGT: “Vuol dire che il governo è allo stremo.
È anche giornata di prova generale del Bac (il nostro esame di maturità); comincia con le prove scritte di filosofia. Insomma, si tratta di un periodo estremamente teso. I manifestanti mantengono la richiesta di ritirare la legge El-Komri, più o meno simile al nostro Jobs Act, ma il governo rifiuta di portarvi il minimo cambiamento e di riaprire la discussione, compiuta in sede parlamentare. Venerdì prossimo dovrebbe esserci un incontro tra le parti, ma se si mantengono le posizioni odierne non avrà alcun esito, esacerbando il conflitto. Gli obiettivi più discussi dalla manifestazione sono la ministra del lavoro El-Komri e il primo ministro Manuel Valls che si dichiarano indisponibili, come il presidente Hollande, a qualsiasi ritocco della legge.
Può darsi che la rigidezza del governo derivi da una direttiva europea; certo, la conflittualità sembra giunta al massimo. E comporta, oltre allo scontro sociale, un acuto scontro politico fra governo e opposizione, che intende far pagare tutti i costi politici e amministrativi alla CGT, ritenuta la maggior responsabile dell’attuale tensione. Considerando che fra un anno avranno luogo le elezioni politiche del nuovo presidente del consiglio, non si capisce bene quale sia la strategia del governo Hollande; né esso né la CGT sembrano disposti a venirsi incontro e, per ora, la forza politica più avvantaggiata dalla situazione è il Fronte Nazionale di Marine Le Pen.

mercoledì 22 giugno 2016

Le dichiarazioni shock di Mario Monti sul Brexit: “Cameron? Ha abusato della democrazia”

Il giorno del referendum che decreterà se il Regno Unito rimarrà dentro o abbandonerà l’Unione Europea è ormai prossimo. In questi mesi di campagna mediatica ne abbiamo sentite di tutti i colori, specialmente dai sostenitori del “Remain”. Lo stesso Premier britannico David Cameron ci è andato subito giù pesante, invocando prima il rischio di una guerra mondiale e poi quello di non poter pagare più le pensioni in caso di Brexit. Per gli esperti del ” The Guardian”, invece, il rischio si basava soprattutto sul fatto che la Premier League non si potrebbe più permettere l’ingaggio delle grandi stelle del calcio europeo. Ma il premio per la sparata più grossa, a nostro parere, se l’è aggiudicato il Financial Times, che prima ha allarmato l’opinione pubblica dicendo che il Brexit aumenterebbe il rischio di contrarre il cancro e poi ha dichiarato che “la cioccolata diventerà più cara per colpa della Brexit”.
Tuttavia, anche con un terrorismo mediatico simile, gli ultimi sondaggi davano il “Leave” con 10 punti di vantaggio sul “Remain”. Proprio questo clima favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’UE aveva creato dubbi sulla strategia adottata fino a quel momento dagli europesti, tanto che nei giorni scorsi, il Presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato: “Sul Brexit, minacciare gli elettori elencandogli conseguenze terribili non ha funzionato. Dobbiamo concentrarci sulle cose cose positive di cui goderebbero i britannici se rimanessero con noi”. Il problema, purtroppo per Dijsselbloem, sta tutto nel capire dove trovarli questi benefici.
Si sa, la prima minaccia parte sempre da chi si sente minacciato e il terrorismo mediatico contro il Brexit a cui abbiamo assistito in questi mesi ci da testimonianza soltanto di una cosa: L’UE ha paura che il Brexit possa innescare una reazione a catena, che porterebbe in poco tempo alla disgregazione dell’Unione Europea. D’altronde, molti dei timori avanzati dai sostenitori del “Remain” possono essere smentiti facilmente, mentre tutto il resto può essere oggetto di un serio studio economico (potete approfondire qui e qui).
Poi, come un fulmine a ciel sereno, è arrivato l’assassinio di Jo Cox, deputata laburista e madre di due bambini: l’assassino, uno squilibrato mentale di nome Thomas Mair, simpatizzante per i neonazisti americani della National Alliance dai quali nel 1999 acquistò un manuale sulla fabbricazione artigianale di una pistola, prima di accoltellare la vittima avrebbe gridato “Britain Fist”. Oggi, portato davanti ai giudici della Magistrates Court di Westminster per formalizzare le imputazioni a suo carico, alla richiesta di dichiarare il suo nome, l’instabile Mair ha gridato: “Il mio nome è morte ai traditori, Gran Bretagna libera”. E’ bastato che tutti i mass media europei strumentalizzassero questo omicidio, senza curarsi di confermare se l’uomo abbia davvero detto quel “Britain First”, per far rientrare nei ranghi l’allarme del Brexit.
Eppure, c’è chi non è ancora del tutto soddisfatto. Il nostro ex Premier Mario Monti, colui che nel 2011 subentrò a Berlusconi e “salvò” il nostro Paese dalla crisi della Spread (secondo altre cronache, invece, a salvarci dallo Spread fu una famosa frase di un altro Mario, Draghi), intervenuto riunione del Consiglio Italia-Usa sul tema “Quo vadis Europe?”, ha accusato il Premier britannico David Cameron, dicendo:
“Cameron? Ha abusato della democrazia. Il gioco di Cameron è tutto volto al mantenimento del potere. Non sono d’accordo con chi dice che questo referendum è una splendida forma di espressione democratica. Le dico di più: sono contento che la nostra Costituzione, quella vigente e quella che forse verrà, non prevede la consultazione popolare per la ratifica dei Trattati internazionali. […] Cameron non ha deciso di far scegliere gli inglesi il bene della UE, e nemmeno per gli interessi del Regno Unito, e aggiungerei nemmeno per quelli del Partito conservatore. È stata tutta una partita per levarsi d’impiccio il blocco euroscettico fra i Tory e rafforzare la leadership. Per questo ho parlato di abuso della democrazia. […] Le conseguenze del voto, indipendentemente dall’esito, sono pesanti per l’Unione stessa. Non dobbiamo illuderci; se anche il Regno Unito votasse per restare, ormai c’è un precedente. Cosa succederebbe se altri Stati decidessero di intraprendere un cammino simile a quello britannico? Un qualche Paese dell’Est o altri. Che si dice loro? Siete piccoli, non potete chiedere queste cose?”.
L’ex Presidente della Commissione Trilaterale non è nuovo a certe uscite. Nei giorni scorsi, invitato a SkyTG24 per commentare la decisione della Consulta di bocciare la spending review fatta dal suo governo nel 2013, ha detto: “In Italia negli anni ’70-’80-’90 sono stati conquistati molti diritti individuali, ma adesso chi deve governare deve rimettere in discussione una parte dei diritti. Questa è una cosa che le Corti Costituzionali faticano a capire”.
Insomma, è ormai chiaro che gli interessi dei popoli d’Europa e gli interessi delle elitès politico-finanziarie viaggiano su due binari diversi. Il voto popolare, sia che si tratti di elezioni politiche e sia che si tratti di referenda, fa paura: il popolo ormai tende a fare scelte diverse da quelle desiderate dalla UE e dai suoi difensori. Ben presto, forse, il nostro “Professore” Mario Monti arriverà perfino a chiedere di limitare l’utilizzo dei più normali strumenti democratici e chissà se dall’Europa non gli daranno pure retta, quando non funzioneranno più né il terrorismo mediatico e né le minacce economiche della BCE e dei “mercati”. Anche di questo dovranno tener conto i britannici quando giovedì andranno ai seggi per votare. Difficilmente avranno (o meglio, avremo) una seconda occasione.