mercoledì 11 maggio 2016

Crisi bancaria: Padoan invoca la Troika

Noi avevamo detto che rimborsi non ce ne sarebbero stati ed invece il governo stavolta ci ha smentiti, almeno in parte. Nel fine settimana scorso, il Consiglio dei Ministri ha presentato la sua proposta, confluita nel decreto banche, con la quale si regolamentano i rimborsi per i risparmiatori che hanno perso azioni e obbligazioni subordinate nel salvataggio delle quattro banche in crisi, Banca Marche, Banca Etruria, CariChieti e Cariferrara.
Verranno rimborsati subito, senza passare dagli arbitrati e per l’80% del valore complessivo dell’investimento fatto, coloro che rispettano le seguenti condizioni: un reddito lordo sotto i 35.000 euro o un patrimonio mobiliare sotto i 100.000 euro. Su un totale di 10mila obbligazionisti chiamati in causa dal decreto, questi rimborsi automatici riguarderanno circa la metà delle persone. Tuttavia, se queste persone hanno già ottenuto dei rendimenti positivi dai bond, il rimborso sarà inferiore all’80%. Tutti gli altri risparmiatori, invece, dovranno far ricorso all’arbitrato, il quale deciderà se sono meritevoli di rimborso o no. Attenzione, possono ricevere il rimborso forfettario, però, solo coloro che hanno sottoscritto obbligazioni entro la data del 12 giugno 2014. A rimaner fuori dal rimborso forfettario rimangono 158 persone che hanno comprato obbligazioni subordinate sul mercato secondario online, ma come ha fatto capire Renzi, difficilmente le loro istanze verranno accolte.
Dura la reazione delle associazioni dei consumatori, Adusbef e Federconsumatori, che definiscono “inaccettabili” le condizioni poste dal governo e che i rimborsi “sono elemosine che non sanano il grave vulnus agli espropriati per decreto, che saranno costretti ad adire azioni giudiziarie per tentare di sanare la gravissima ingiustizia patita, per precise responsabilità del Governo, e soprattutto di Consob e Bankitalia”. Va giù duro invece il Codacons, con Carlo de Rienzi, il quale invoca il giudizio della Corte Costituzionale:
“I risparmiatori si sentono presi in giro e umiliati dai criteri fissati dal Governo sui rimborsi. Per tale motivo daremo vita non solo a mobilitazioni di protesta sul territorio, ma ad una vera e propria battaglia legale contro il decreto sulla banche. Il nostro ufficio legale sta già lavorando per impugnare il provvedimento al Tar e portarlo in Corte Costituzionale, e invitiamo tutti gli obbligazionisti che intendano tutelare la propria posizione a prendere contatti con la nostra associazione per far cadere sul Governo una valanga di ricorsi”.
Per quanto ci riguarda, non possiamo certo essere soddisfatti di questa soluzione perché dimostra palesemente l’inconsistenza delle condizioni che vengono poste: troppo arbitrarie sembrano le condizioni trovate dal governo, tanto più che nessuno riceverà il 100% del rimborso, ma ci si dovrà accontentare al massimo dell’80% (anche perché, a quanto pare, il fondo interbancario di tutela dei depositi che dovrebbe sia provvedere ai rimborsi e sia garantire i correntisti sotto i 100mila euro in caso di bail-in, è ridotto all’osso). Il governo continua a trattare queste persone (ricordiamo chi sono: famiglie e pensionati) come dei cattivi speculatori che investono denaro alla ricerca di profitto.
Troppo difficile dire le cose come stanno e cioè che queste 130mila famiglie sono state truffate da un decreto del governo Renzi, che ha sacrificato i loro risparmi per salvare quattro istituti bancari, non potendo più intervenire con soldi pubblici, a causa dell’Unione Bancaria sottoscritta in Europa dal PD e dal Governo Letta. Anche le associazioni dei consumatori non dovrebbero solamente puntare il dito contro la mala gestione delle quattro banche salvate, ma dovrebbero al contrario puntare il dito direttamente contro il governo, che in barba all’articolo 47 della nostra Costituzione, ha sacrificato i risparmi di queste famiglie in nome delle regole europee. Per questo, non va rimborsato l’80% ma il 100% dei soldi che il governo ha espropriato e non vanno rimborsate solo 10mila famiglie, ma tutti i risparmiatori coinvolti.
Passiamo invece ad altro. Come ricorderete, nel precedente articolo, avevamo detto che uno dei compiti di Atlante, il nuovo fondo creato per gestire la crisi bancaria, era quello di intervenire negli aumenti di capitale di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Leggendo il blog Vincitori e Vinti, apprendiamo di più: Atlante è praticamente servito ad evitare il bail-in sulla Popolare di Vicenza. Infatti, il fondo Atlante è subentrato a Unicredit nell’impegno a sottoscrivere l’inoptato per l’aumento di capitale della Popolare di Vicenza. Unicredit si era impegnato a sottoscrivere completamente l’inoptato solo nel caso in cui le azioni della banca Popolare di Vicenza fossero quotate nel mercato telematico. Facendosi sempre più probabile l’ipotesi che questa quotazione (com’è davvero avvenuto poi) sarebbe saltata, di pari passo aumentava il pericolo che Unicredit non sottoscrivesse completamente l’inoptato dell’aumento di capitale e la banca rischiasse il bail-in. Il fondo Atlante, quindi, ha dovuto modificare il proprio regolamento in modo da poter sottoscrivere l’aumento di capitale anche in caso di mancata quotazione sul mercato delle azioni della Popolare di Vicenza. Come poi è avvenuto nei giorni scorsi, la quotazione in borsa della suddetta banca è saltata, ma il fondo Atlante è comunque potuto intervenire per sottoscrivere completamente l’aumento di capitale della banca da 1,5 miliardi di euro e quindi sarà l’azionista di maggioranza con il 99,33% delle quote. Il bail-in sulla Popolare di Vicenza è stato quindi scongiurato, tuttavia la mancata quotazione in borsa è una beffa per i piccoli azionisti della banca stessa, i quali, a proposito di truffe, negli anni passati sono stati costretti a comprare azioni in cambio di finanziamenti e ora, con la quotazione in borsa, speravano di poter recuperare (cosa comunque molto dubbia) i loro risparmi persi ( fino al 2015 le azione della Popolare di Vicenza valevano 62,5 euro, oggi valgono circa 10 centesimi).
Sempre rimanendo in tema di Atlante, l’altro giorno, 3 maggio 2016, Ignazio Angeloni, membro del comitato di vigilanza della Bce, è intervenuto in audizione al Senato, parlando di banche e di fondo Atlante, dicendo:
“Il fondo Atlante rappresenta un passo ulteriore nella giusta direzione. […] Ma con un’entità attuale relativamente ridotta il fondo potrà intervenire su un numero ridotto di banche.”
Ovviamente queste dichiarazioni hanno alimentato il clima di sfiducia della borsa, dove, nei giorni scorsi, i titoli bancari sono nuovamente crollati. Tuttavia, è talmente palese che le risorse di Atlante siano limitate e che, anche se con buone intenzioni, quello che può ora fare il fondo è intervenire, come abbiamo visto, nelle situazioni che nell’immediato richiedono più urgenza. Ma effettuati gli aumenti di capitale alle due banche a rischio e utilizzato il resto della disponibilità per i crediti deteriorati di MPS, Atlante ha sparato le sue cartucce. Sono quindi necessarie altre soluzioni.
Nel decreto banche da oggi in vigore, si legge che il Tesoro entra in possesso della Sga, la società pubblica che alla fine degli anni ‘90 ha rilevato i crediti in sofferenza del Banco di Napoli. A fonte di un corrispettivo di 600mila euro, pari al valore nominale delle azioni di Sga, il Tesoro entra in possesso del 100% di questa società. Secondo le previsioni del governo, Sga potrà “acquisire sul mercato crediti, partecipazioni e altre attività finanziarie” e permetterà al Tesoro “di mobilitare risorse altrimenti non utilizzabili”. Inizialmente la Sga doveva essere uno dei sottoscrittori del fondo Atlante insieme alla Cassa Depositi e Prestiti, ma poi non se ne fece nulla. Ora, invece, due sembrano essere le possibilità di utilizzo di Sga: o come nuovo sottoscrittore di Atlante alla prossima apertura del fondo o addirittura, potrebbe essere utilizzata come bad bank pubblica col compito di acquistare e gestire i crediti deteriorati del sistema bancario. Tuttavia, quest’ultima soluzione è molto improbabile perché sarebbe sicuramente catalogata in sede europea come “aiuto di Stato” e quindi bocciata. Molto più probabilmente, le risorse fornite da Sga serviranno per operazioni di salvataggio mirate (il Fatto Quotidiano suggerisce il salvataggio di banca Tercas).
Ma come abbiamo più e più volte detto, questi fondi e queste bad bank alla fine sono soltanto dei palliativi utili a tappare momentaneamente delle falle. L’unica soluzione possibile per risolvere la crisi bancaria è l’intervento pubblico, che però è vietato dall’Europa. Qual è la reale soluzione che l’Unione Europea offre in caso di una crisi sistematica del sistema bancario? L’unica soluzione è l’utilizzo del fondo ESM, il Meccanismo Europeo di Stabilità, l’unico che possiede le risorse sufficienti a coprire i 300 e passa miliardi di sofferenze bancarie in Italia. L’unico problema è che il finanziamento del fondo ESM viene concesso a determinate condizioni, quali: il commissariamento politico da parte della Troika e l’obbligo a fare le “riforme strutturali”, come accaduto in Grecia (tagli agli stipendi e alle pensioni, privatizzazioni di assets pubblici e del patrimonio dello Stato, riduzione del Welfare State).
Due giorni fa, 3 maggio, intervenendo ad un convegno presso la facoltà di Economia della Sapienza di Roma, il nostro Ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha proposto la creazione di un “Fondo monetario europeo che faciliti in modo coordinato i Paesi che hanno bisogno di essere messi in riga in termini macroeconomici e fiscali”, utilizzando proprio i soldi del MES, soldi che “giacciono come in un frigorifero” e che quindi, secondo il Ministro, potrebbero essere utilizzati per obiettivi comuni a tutti i paesi UE. Peccato che, come abbiamo detto, e come Padoan sa bene, l’utilizzo di quelle risorse implica l’insorgere di un piccolo effetto collaterale, la Troika

martedì 10 maggio 2016

Al lavoro 6 ore. La Svezia sperimenta

In Svezia sperimentano la giornata di lavoro di 6 ore. Un esperimento costoso ma, secondo un primo bilancio, dai molteplici benefici, anche in termini di produttività
“Meno congedi per malattia, personale più felice e anziani più soddisfatti” scriveva il quotidiano svedese Dagens Nyheter il 21 aprile, dopo che alla facoltà di Economia di Göteborg sono stati presentati i risultati della ricerca che ha valutato la sperimentazione della giornata di 6 ore in una casa di riposo della città svedese. I risultati dello studio sono netti: la riduzione dell’orario di lavoro ha effetti benefici sotto numerosi punti di vista. La giornata lavorativa di 6 ore a parità di salario è stata introdotta a gennaio 2015 per gli operatori sanitari nella casa di riposo pubblica di Svartedalen, che occupa 68 dipendenti. Per compensare la riduzione di orario nell’ultimo anno sono state assunte 14 persone. Lo studio confronta i dati relativi all’anno trascorso con i dati dell’anno precedente e mostra le differenze con quanto avvenuto nello stesso periodo sia in un’altra casa di riposo in cui non è stato modificato l’orario di lavoro, sia nell’insieme delle case di riposo cittadine. La differenza principale riguarda le assenze per malattia: a Svartedalen si riducono dal 6,4% al 5,8%, mentre nello stesso periodo aumentano sia nel caso “di controllo” (dal 7% all’ 8,4%), sia nella media cittadina, dove arrivano al 12,1%. Questo fa sì che, nella sede dove è stato ridotto l’orario di lavoro, le ore effettivamente lavorate siano aumentate, mentre nelle altre sedi sono diminuite: la percentuale di ore lavorate (rispetto a quelle da contratto) è passata dall’87,5% all’89,2%, mentre nel caso di confronto è scesa dall’87 all’83,4% (e la media cittadina è 85,1%). Questi dati si accompagnano a una serie di risultati positivi in termini di percezione della propria salute da parte dei lavoratori/trici: la differenza rispetto al caso preso a confronto è positiva in tutti gli indicatori (percezione dello stato di salute, percezione della propria energia, attività sportive svolte,…). Nelle risposte aperte emergono altri aspetti interessanti: una lavoratrice riporta che la riduzione dell’orario di lavoro ha avuto “un significato incredibile nella vita di tutti i giorni, dal momento che sono una madre single”, mentre un’altra racconta: “ciò che è cambiato è che consumiamo più cibo sano e fatto in casa e meno cibo pronto”. Sul piano della qualità del lavoro, un indicatore rilevante è quello del numero di attività che i lavoratori fanno insieme ai pazienti, che indica quanto questi ultimi siano stimolati, oppure quanto vengano semplicemente accuditi nelle necessità basilari: a febbraio 2016 il numero medio di attività al giorno per operatore a Svartedalen era 3,4, mentre è 2,3 nel caso usato per il confronto.
Molti sono gli argomenti a vantaggio della riduzione dell’orario di lavoro in questa specifica categoria occupazionale, che è la più grande della Svezia, con 175.000 lavoratori, di cui il 93% donne: il lavoro di cura è estremamente faticoso e richiede elevati livelli di attenzione, pazienza e capacità di ascolto, che non sono caratteristiche indipendenti dall’organizzazione e dai tempi di lavoro. Esistono però ricerche in ambito sanitario che portano argomenti a favore della riduzione dell’orario di lavoro che sono trasversali ai gruppi professionali: ad esempio, un recente studio pubblicato su The Lancet a ottobre 2015, analizza 24 coorti in Europa, USA e Australia, e identifica una correlazione positiva e significativa tra ore lavorate e rischio di infarti.
Il caso di Svartedalen non è isolato, ma segue una serie di esprimenti iniziati alla fine degli anni ‘80 in Svezia e Norvegia, soprattutto nel settore pubblico. Al tempo stesso, anche alcune imprese private, come Brath AB e Filimundus, attive nel settore informatico, hanno introdotto riduzioni dell’orario di lavoro. Questi casi hanno avuto una forte eco mediatica qualche mese fa, quando i giornali stranieri hanno rimbalzato la notizia di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro in Svezia. A questa eco hanno risposto studiosi sulle pagine di alcuni giornali svedesi, indicando che questi esperimenti sono lungi dal diventare la norma: “questa attenzione mediatica è un bene” –dice Roland Paulsen dell’Università di Lund- “perché indica che la riduzione dell’orario di lavoro è un tema sentito. Al tempo stesso, però, vediamo che nei fatti l’orario di lavoro tende ad aumentare anziché diminuire”. Uno studio del sindacato svedese TCO stima infatti che nel 2014 circa il 18% dei lavoratori lavorasse oltre il suo orario di lavoro: “se il lavoro extra potesse essere convertito in incremento occupazionale, questo rappresenterebbe tra i 117.000 e i 150.000 posti in più”.
Non sappiamo ancora se l’esperimento della casa di riposo Svartedalen continuerà, dato che il consiglio comunale di Göteborg ha rimandato la decisione a fine maggio; la proposta cittadina arriva dall’amministrazione rosso-verde, mentre i partiti di centrodestra (Moderaterna in testa) si oppongono. In generale l’attenzione sul tema è alta, ma lo è anche l’opposizione politica. Quali sono i principali nodi sollevati dai critici? Innanzitutto, la produttività: i detrattori della riduzione dell’orario di lavoro si appellano all’esigenza di competitività nel mercato globalizzato. E’ una critica che poco si applica al caso di servizi pubblici, ma, in ogni caso, anche gli esempi del settore privato non sembrano confermare questa tesi. In un’intervista al sito Företagarna (“Le imprese”), Mary Bråth, della Brath AB, dichiara: “Ci sono molti miti sulla giornata di 6 ore, il più comune è che la produzione cali proporzionalmente alle ore lavorate. Ma la nostra esperienza è che produciamo quanto prima. L’impatto sullo staff è positivo, siamo un’azienda attrattiva con basso turnover dei lavoratori e tutti parlano di noi”. Il CEO della Filimundus, intervistato da Science Alert, continua sulla stessa linea: “la mia impressione è che ora sia più facile concentrarsi intensamente sul lavoro che deve essere fatto, hai più energia per farlo e te ne rimane quando esci dall’ufficio”.
L’attacco principale, però, è sul fronte dei costi. Il costo della sperimentazione di Göteborg è stato, per le casse del comune, di circa 6 milioni di corone (circa 600.000 euro), che corrisponde al salario dei nuovi assunti, al netto delle minori spese per congedi malattia, per straordinari e per contratti brevi mirati a coprire le assenze per motivi di salute. Da un punto di vista fiscale nazionale, però, bisogna tenere nel conto il risparmio dei sussidi di disoccupazione delle 14 persone assunte per coprire la riduzione di orario, che viene stimato a circa 3 milioni di corone (sempre secondo il rapporto della società di consulenza che ha valutato l’esperimento). Una valutazione precisa dei costi è però difficile perché bisognerebbe stimare il risparmio futuro di un miglioramento delle condizioni di salute. Ma sono davvero i costi il tema su cui basare una riflessione più ampia sulla riduzione dell’orario di lavoro? No, sostiene il ricercatore Roland Paulsen, sociologo presso l’Università di Lund. La ragione alla base della riduzione della giornata lavorativa è di natura redistributiva, ed è quello che ne giustificherebbe l’estensione per legge, al di là di singole sperimentazioni. Negli ultimi 20 anni la produttività in Svezia è aumentata in modo vertiginoso; per produrre le stessa quantità sarebbero quindi necessarie meno ore lavorate. Al tempo stesso, questi guadagni in termini di produttività sono andati sproporzionatamente a vantaggio dei redditi da capitale (anche la Svezia, come l’Italia, ha visto calare la quota salari del PIL). Un provvedimento di questo tipo risponderebbe quindi prima di tutto a un’esigenza di redistribuzione del reddito verso il fattore lavoro, che negli ultimi decenni ha perso quote di prodotto nazionale. Questo può essere ottenuto aumentando i salari o riducendo le ore lavorate a parità di salario. Sempre Paulsen sostiene che, da diverse indagini tra i lavoratori svedesi, emerga chiara la preferenza per la seconda opzione; la maggior parte delle persone vuole essere al riparo dai mali provocati dalla disoccupazione, ma, una volta evitati questi, tra aumenti salariali e riduzioni dell’orario di lavoro, preferisce queste ultime. Rispetto alla domanda se una riduzione dell’orario di lavoro sia un costo per le imprese, la risposta è quindi: “sì, ma è giusto che lo sia”. Perché fino a qualche decennio fa l’orario di lavoro si è gradualmente ridotto e poi questa tendenza si è arrestata? Oggi, il potenziale produttivo per ridurre l’orario di lavoro c’è, a maggior ragione dopo gli ultimi 20 anni; la questione è tutta sul piano della redistribuzione.

lunedì 9 maggio 2016

Solo il no alla riforma di Renzi è cambiamento

Matteo Renzi ha dato il via alla campagna per il Si alla sua controriforma costituzionale. Non è solo per svalutare le elezioni amministrative, che si preannunciano abbastanza tristi per il suo partito, che ha fatto ora questa scelta. Il plebiscito è l'arma finale di tutti i sistemi autoritari, e spesso viene giocato quando il potere è sicuro di vincerlo. Renzi ricorre a questa arma perché è convinto che solo con una investitura plebiscitaria potrà confermare e consolidare il suo potere.
La domanda è: perché Renzi si sente così sicuro? Sulla carta il referendum sulla legge Boschi è perso per lui. Il PD nei sondaggi viaggia attorno al trenta per cento. Anche aggiungendo tutto il mondo centrista, verdiniano, alfaniano, è difficile pensare che lo schieramento politico per il Si superi il quaranta. Tutte le altre forze politiche, sinistra, destra, Cinque Stelle sono contro. Quindi sulla carta non ci sarebbe partita, ma perché invece Renzi punta tutto su di essa? Perché pensa di sgretolare gli schieramenti politici contando sulla spinta conservatrice, dispersa ma sempre esistente, nel paese. Perché Renzi proporrà al popolo italiano di concludere la lunga marcia più che trentennale di distruzione di principi costituzionali con un sistema organicamente autoritario. Il suo vero messaggio sarà questo: volete dare compimento alla controriforma sociale e politica iniziata negli anni 80 o volete, con il No, il salto nel buio? La sua sarà un campagna profondamente reazionaria, che farà appello a tutti gli istinti antidemocratici che covano nel DNA di una parte del popolo italiano. Basta con i partiti, i sindacati, le proteste ed i conflitti, basta con la democrazia, ci vuole ordine.
Questo il suo messaggio vero, quello su cui conta per vincere. Il resto, l'apologia del cambiamento senza chiarirne la direzione, il giovanilismo e il conflitto generazionale al posto dei contrasti sociali e di interesse, la contrapposizione tra nazione sana per il sì e sabotatori per il no, tutto il resto che Renzi presenta come il suo progressismo, è in realtà una facciata ancora più reazionaria dei contenuti reali del suo progetto.
Ne “Il Gattopardo”, il giovane Tancredi allo zio principe di Salina spiega che perché tutto resti come prima, bisogna che tutto cambi. Da D'Annunzio a Mussolini fino ai giorni nostri la più brutale conservazione del potere costituito, quando quest'ultimo rischiava di essere messo in discussione, si è sempre presentata come rivoluzione del nuovo.
Matteo Renzi rientra perfettamente in questa biografia della nazione.
Non c'è nulla di nuovo nella sua controriforma costituzionale. Il centro di essa in realtà non è il cambiamento della Carta, ma la legge ordinaria elettorale. Con l'Italicum il partito di migliore minoranza acquisisce una maggioranza devastante, tutta composta di parlamentari nominati dal capo. Ma non basta avere potere assoluto sul parlamento se non si cambia l'assetto costituzionale. La legge elettorale serve a decidere chi governa, ma la riforma costituzionale gli dà il potere di comandare sul serio. Non c'è niente di nuovo in tutto questo. Da sempre tutte le forze conservatrici e reazionarie in Italia vogliono un capo che faccia il capo senza opposizioni o conflitti che lo disturbino. Lasciatelo lavorare dicevano i fan di Berlusconi nel 1994, ora Renzi realizza i loro desideri.
Non c'è niente di nuovo nella controriforma di Renzi ed è probabile che essa finirebbe nel nulla di altri precedenti tentativi, se a suo favore non giocassero i poteri forti dell'economia e soprattutto il sistema finanziario ed il potere dell’Unione Europea. Questa sarà la carta finale che Renzi giocherà. Se vogliamo che l'Europa ci rispetti, ed a questo scopo lui si diverte ad alzare la voce contro la UE, dobbiamo approvare le riforme. È stato così per la cancellazione dell'articolo 18, un successo renziano che appare anche più grande ora che in Francia il paese è in rivolta contro l'equivalente d'oltralpe del Jobs Act.
Le riforme liberiste e le privatizzazioni sono lo scopo di tutto, per realizzarle e renderle irreversibili serve la controriforma costituzionale. E il primo atto di essa è avvenuto quando ancora il governo attuale non esisteva, con un parlamento, camera e senato, che quasi all'unanimità ha votato la modifica dell'articolo 81. L'obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, introdotto come applicazione del fiscal compact nei mesi della massima pressione dello spread, ha già stravolto il significato sociale della Costituzione del 1948.
Allora la stampa conservatrice britannica commentò che con quella decisione Keynes veniva messo fuorilegge. Poco tempo dopo la Banca Morgan chiedeva di mettere definitivamente in soffitta le costituzioni antifasciste europee, ostacolo istituzionale alle riforme liberiste. Ora la legge Boschi e l'Italicum realizzano l'opera, istituzionalizzando il sistema di potere che deve distruggere ciò che resta dello stato sociale. Se misuriamo trenta anni di discesa verso le diseguaglianze sociali, mentre passo dopo passo la nostra democrazia veniva sottomessa ai diktat della Troika, delle banche, della finanza, se pensiamo a tutto questo il Si ratifica la continuità, il No apre la via al cambiamento.
La controriforma costituzionale si sconfigge se si chiarisce il suo scopo autoritario e socialmente reazionario. Accettiamo la sfida di Renzi e proviamo a vincerla.

domenica 8 maggio 2016

I pm di Trani contro Deutsche Bank: fu vero golpe nel 2011

L'inizio dell'era Troika in Italia da Monti a Renzi iniziò con la famosa lettera della Bce. Le riforme “richieste” da Trichet sono state tutte attuate dai vassalli che si sono succeduti al potere da allora in Italia. Il clima di terrore finanziario e mediatico (“Fate presto”) fece il resto. Ma fu un clima studiato ad arte da un piano premeditato?
L'AntiDiplomatico, grazie al lavoro del Prof. Becchi in particolare, l'ha sempre denunciato tra i pochissimi, ora saranno i giudici a far luce. Oggi la procura di Trani ha, infatti, deciso di indagare sul ruolo di Deutsche Bank nella tempesta finanziaria contro l'Italia durante il primo semestre del 2011 e ha messo sotto indagine l'ex management del gruppo, accusandolo di aver manipolato il mercato per colpire l'Italia.
La vicenda riguarda la massiccia vendita, per 7 miliardi di euro circa, di titoli di Stato italiani avvenuta in quel periodo. L'accusa, secondo i pm di Trani, è molto dura: l'ex management di Deutsche Bank avrebbe nascosto ai mercati e al MEF l'intenzione di ridurre drasticamente l'esposizione nei titoli di stato. Anzi, in quel periodo, comunicava ai mercati finanziari la sostenibilità del debito sovrano dell'Italia. Il possesso di titoli del debito italiano in portafoglio della banca ammontavano a fine 2010 a otto miliardi di euro. "La vendita massiccia dei titoli di Stato italiani per oltre sette miliardi di euro entro giugno
2011 - ha spiegato il pm Ruggiero - ha alterato il valore di mercato dei titoli stessi perché è stata fatta violando la normativa in vigore".
Scrive il Giornale come “Nei giorni scorsi i militari della Guardia di Finanza di Bari, insieme al pm Michele Ruggiero, hanno sequestrato atti e mail nella sede milanese dell'istituto tedesco, in piazza del Calendario, e hanno già iniziato ad ascoltare i primi testimoni”. Il Corriere della Sera precisa come: “Gli indagati per manipolazione di mercato sono, infatti, l'ex presidente di Deutsche Bank Josef Ackermann, gli ex co-amministratori delegati Anshuman Jain e Jurgen Fitschen (quest'ultimo è attualmente co-ad uscente dell'istituto), l'ex capo dell'ufficio rischi Hugo Banziger e Stefan Krause, ex direttore finanziario ed ex membro del board di Deutsche Bank”. Ad essere ascoltato come testimone sarebbe stato il responsabile di Db Italia, Flavio Valeri, presidente e consigliere delegato del Consiglio di gestione di Deutsche Bank Italia, estraneo alle indagini in corso che riguardano esclusivamente le attività della sede tedesca della banca.
Deutsche Bank ha dato l'ordine di scatenare la tempesta finanziaria (spread) contro il nostro paese per il commissariamento della nostra democrazia sotto la regia di Merkel (e Napolitano)? Nel frattempo, abbiamo abdicato alla nostra democrazia, ai nostri diritti e al nostro Welfare. E' il momento di riprenderci tutto.

venerdì 6 maggio 2016

Re Giorgio non ha (ancora) abdicato

Il vecchio è meglio del nuovo. Sempre che il vecchio non si appollai sulla negligenza del nuovo, e non ne approfitti per trarre vantaggi tramite l’autorevolezza – spesso mal declinata in “Autorità” – dell’esperienza. Ed ammesso che il nuovo non soffra della peggiore patologia del lassismo, permettendo le peggiori turpitudini all’ingordigia mai doma del vecchio. La dialettica è presto composta, e il proscenio si infanga di menzogne e cialtronerie, nel magma di un’Italia preda dell’allucinazione dell’onnipotenza soggettiva. Quella dottrina de “L’uomo solo al comando” tanto cara ai cerimonieri del cerchiobottismo, pronti a criminalizzare e a bandire l’oppositore, a prescindere dalla bontà delle sue tesi.
Giorgio Napolitano è l’esegeta massimo della fenomenologia del mitomane, e Matteo Renzi è un diligente allievo. Le ingerenze del Giorgione nazionale nelle cronache politiche dell’ultimo anno sono la propaggine della fallacia dei contenuti che ha sfoggiato nella sua (esageratamente prolungata) carriera istituzionale. Dal costante e partigiano supporto all’esecutivo da lui indetto, alla propaganda della presidenza del semestre europeo, dove ogni singola esternazione di Renzi – a parere di Re Giorgio – si contornava di un’aurea messianica. Senza dimenticare i trascorsi al Quirinale. Napolitano è stato il detrattore principale del nazifascismo e dei consequenziali spargimenti di sangue dell’alleanza italo-tedesca del 1939, salvo poi brindare con Togliatti, nell’ottobre del ’56, sulla carneficina sovietica a Budapest; si è distinto per la rigida ed incontrovertibile agenda di sovranazionalizzazione dello Stato italiano, nonostante decenni di militanza in un partito fermamente coinvolto nella promozione della socializzazione; ha sorretto con dichiarazioni e proclami la svendita dell’autodeterminazione politica, economia, sociale, e culturale, dello Stivale, malgrado le battaglie all’americanizzazione del ’60-’70.
Sino ad arrivare alle sferzate alle questioni referendarie – passate e future -, che si interpongono fra le scipite rughe di un potere gerontocratico che non cessa di sfoggiare la sua influenza. Una sottesa forma di regime, ove un Presidente della Repubblica emerito – dall’alto della sua dannosa longevità politica – ostenta pensieri formalmente oggettivi, ma surrettiziamente filo-renziani. Nei quali il 17 aprile incentiva a boicottare la democrazia, mentre oggi, in previsione della riforma costituzionale, esorta a rispettarla, e a sostenere un Governo a cui dobbiamo il continuo appiattimento della nostra identità e il completo svuotamento della nostra sovranità. Ecco: più che formalmente emerito, intellettualmente indegno.”

mercoledì 4 maggio 2016

Marchini, il Nazareno e le due guastafeste

Per molti era il candidato “segreto” di Renzi e Berlusconi. E’ stato tenuto nascosto quasi fino alla consegna ufficiale delle liste, poi è stato gettato nella mischia. Per la corsa a sindaco di Roma c’è anche lui: Patto di nome, del Nazareno di cognome. Con un Guido Bertolaso ormai bollito ed un Roberto Giachetti sfiatato, il cavaliere ed il suo vero erede, sono stati costretti a correre ai ripari, prima che fosse troppo tardi per giocarsi la possibilità di andare almeno al ballottaggio.
Virginia Raggi e Giorgia Meloni, le due signore in corsa per il Campidoglio, fanno sul serio e continuano a macinare consensi. Gli attacchi all’indirizzo della candidata grillina, condotti dall’Unità e da Libero, hanno sortito solo l’effetto di rafforzarla. I suoi presunti scheletri nell’armadio (il praticantato nello studio Previti, il ruolo di presidente del consiglio di amministrazione dell’Hgr, una società romana vicina a Franco Panzironi ed il video “bufala” della campagna elettorale di Forza Italia del 2008, rilanciato dall’Unità sulla base delle segnalazioni di alcuni utenti via Twitter che avevano scambiato grossolanamente una comparsa per la candidata M5s a sindaco di Roma), non hanno distratto l’elettorato che continua a vederla di buon occhio. A vuoto stanno andando anche i colpi sparati dai vari Fini, Alemanno e Storace contro l’ex mascotte e sodale, Giorgia Meloni. Sobria nelle uscite pubbliche e mediaticamente abile la prima; tignosa e più abituata alla piazza la seconda. Entrambe intenzionate a non mollare nemmeno un centimetro lungo la strada che porta alla poltrona che è stata fino a pochi mesi fa di Ignazio Marino.
Una brutta gatta da pelare per Renzi, sponsor dell’ex radicale, verde e margheritino Giachetti, che faceva affidamento sull’abilità di Berlusconi nel coagulare attorno alla Forza Italia attuale, sempre più in fase di smobilitazione nonostante i proclami battaglieri, un centrodestra innocuo, senza i numeri per puntare al bersaglio grosso. Lo smarcamento degli scissionisti Salvini-Meloni, insospettiti dalla forte puzza di “desistenza” proveniente dalle truppe fedeli al cavaliere, e la crescita nei sondaggi di Virginia Raggi, però, hanno imposto un cambio di passo e di spartito, con una soluzione di riserva e di salvataggio. Requisiti richiesti: trasversalismo, presenza nei salotti buoni romani e profilo da Partito della Nazione. Con poco tempo a disposizione, prima del gong, la scelta è caduta, obbligatoriamente, su uno dei candidati già in corsa.
Ci ha pensato Silvio Berlusconi a perferzionarla. Fuori Bertolaso, dentro Alfio Marchini, il Ridge Forrester romano. La prima scelta azzurra (com’è stata poi definita dal cavaliere), lo spauracchio della minoranza dem che nelle ore successive alle dimissioni di massa del Pd per mandare a casa Marino, a cui si erano aggiunte anche quelle dell’ingegnere, aveva parlato di “un’operazione spregiudicata” e di “embrione del partito della Nazione, con Alfio Marchini candidato sindaco”.
Un sospetto tramutatosi in certezza. Se Giachetti dovesse steccare, toccherà a Marchini scongiurare il rischio di scossoni politici ad un palmo di naso dal Governo. In nome del Nazareno.

martedì 3 maggio 2016

Neocolonialismo e giustizia climatica

Il marzo scorso è stato il più caldo da quando si è iniziato a misurare la temperatura. Se ciò non bastasse nel trentennale del disastro di Cernobyl e a poche ore dalla cerimonia di firma dell’Accordo di Parigi, avvenuta il 22 aprile scorso, la Nasa ha informato che le emissioni di gas serra provocheranno un aumento della temperatura oltre i 1,5 gradi, soglia più o meno definita nell’Accordo adottato alla Cop 21 del dicembre scorso.Benvenuti nell’era dell’Antropocene, una realtà di siccità, sconvolgimenti dei cicli della Terra, perdita di terra, biodiversità, cibo, acqua e rifugio.
Una situazione che imporrebbe – attraverso una visione «decolonizzata» non certo «catastrofista» – di mettersi dalla parte di chi subisce gli effetti del climate change, considerando queste comunità e popoli non come vittime, ma come portatori di diritti fondamentali, alla sopravvivenza ed alla vita.Tuttavia a Parigi i governi hanno solo riconosciuto ufficiosamente la relazione tra clima e diritti umani lasciando aperto un fronte di lavoro ed iniziativa urgente per evitare che gli ingenti flussi di risorse finanziarie che verranno stanziati per programmi di adattamento e mitigazione non finiscano per aggravare ulteriormente la già tragica situazione di milioni di persone. Basti pensare all’espansione della palma da olio per biodiesel. O al Beccs (Bioenergy Energy Carbon Capture and Storage), «escamotage» per aumentare la capacità di assorbimento di carbonio della Terra coltivando biomasse per la produzione di bioenergia con capacità di stoccaggio e cattura di carbonio.
Il Beccs aprirebbe una nuova ondata di landgrabbing su almeno 700 milioni di ettari di terra. Il paradigma economico di mercato entra così nuovamente in collisione con quello basato sui diritti umani, delle comunità e della Madre Terra.Un’incompatibilità che caratterizzerà i prossimi anni fino al 2020 quando l’Accordo di Parigi entrerà in vigore. Eppoi, chi implementerà gli accordi , e come? Parigi ha sancito il ruolo centrale del Fondo Verde per il Clima (Green Climate Fund) istituzione che assicura un ruolo cardine per imprese, banche pubbliche e private nell’attuazione delle politiche climatiche. E tra queste, banche quali l’Hsbc (che dal 2010 ha erogato almeno 5.4 miliardi di dollari solo nel settore carbonifero) o istituzioni come la Banca Mondiale. Ai paesi ed alle comunità resta il compito di disegnare la cornice nella quale spendere tali fondi, o accontentarsi delle briciole.
Per dare un’iniezione di fiducia alla comunità internazionale, quest’anno il Fondo spenderà circa 2,5 miliardi di dollari, con una crescita esponenziale rispetto allo scorso anno, senza disporre di strutture adeguate per la valutazione del possibile impatto socio-ambientale dei progetti, né di politiche vincolanti sui diritti umani o sul diritto alla terra. Per chi conosce la storia di una delle più grandi Banche Multilaterali di Sviluppo, la Banca mondiale, questa «pressione all’esborso» è stata foriera di grandi disastri e di un altrettanto grave perdita di credibilità. Tra i prossimi progetti a rischio del Fondo molti saranno nelle foreste tropicali o in aree contigue. Non è un caso, visto che Parigi ha sottolineato con enfasi il ruolo delle foreste nella mitigazione ai cambiamenti climatici, e l’urgenza di rilanciare programmi di riduzione di emissioni da deforestazione, e immissione nei mercati globali di certificati di carbonio.
Così il Fondo Verde, su pressione di alcuni tra i principali donatori quali la Norvegia, ansiosa di poter neutralizzare le proprie emissioni da combustibili fossili, potrebbe finanziare prima della Cop22 di Marrakech del dicembre prossimo – progetti forestali al fine di produrre certificati di carbonio per compensare le emissioni altrui. Evidente il rischio di alimentare nuove bolle speculative sui mercati di carbonio, proprio quando arriva la notizia di una nuova imminente bolla speculativa collegata alle attività di fracking e la produzione di gas e petrolio di scisto.È questo il lato oscuro che la vulgata mainstream sul cambiamento climatico decide di occultare o sfumare secondo convenienza, e che i movimenti globali per la giustizia climatica intendono portare alla luce del sole, non solo opponendosi all’estrazione di gas e petrolio, ma anche denunciando forme di nuovo colonialismo.
Quello del carbonio, che ridisegna geografie di inclusione ed esclusione, decide che territori e comunità già impattate dai cambiamenti climatici vengano subordinate agli interessi delle imprese e dei vari Nord del mondo. La strada verso la giustizia climatica e l’equità, il riconoscimento dei diritti dei popoli e della Madre Terra resta lunga. L’altra, quella delle ipotetiche buone intenzioni, rischia di portarci dritto all’inferno.