martedì 2 febbraio 2016

Sul lavoro è strage senza limiti: +16% i morti nel 2015

C'è un indicatore certo dellle caratteristiche omicide dello sfruttamento capitalistico, e sono gli infortuni sul lavoro. Per qualche anno, con l'avvitarsi della crisie conomica, i dati relativi erano stati registrati in lieve calo. Meno gente sul lavoro, meno morti e feriti. Tutto normale, ma anche quel calo fisiologico era comunque inferiore – percentualmente – a quello dei posti di lavoro che si erano intanto perduti. Se ne poteva dedurre facilmente che si lavorava comunque in condizioni peggiori, con meno attenzione – tanto da parte delle aziende, quanto da parte di lavoratori molto più ricattati di prima – alle misure di sicurezza.
Del resto i governi (tutti) si erano sforzati di ridurre i controlli e gli ispettori del lavoro, segnalando così alle aziende che ora dovevano preoccuparsi ancor meno di prima.
È bastato che il tasso di occupazione ufficiale smettesse di scendere – molte nuove assunzioni sono in realtà "emersioni dal lavoro nero" oppure passaggi contrattuali dalle varie forme di precariato al nuovo "contratto a tutele crescenti", incentivato con una decontribuzione che può arrivare fino a 8.000 euro annui per tre anni – perché il numero dei morti ricominciasse a crescere in modo addirittura drammatico: 163 morti in più rispetto al 2014 (+ 16 per cento), cresciuti del 18 per cento gli infortuni mortali in occasione di lavoro. e del 12 per cento quelli in itinere.
I dati, elaborati dal l'Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engineering di Mestre, sulla base di dati INAIL, non lasciano margini alle interpretazioni riduttive. "E' una vera strage che a fine anno prende forme e contenuti di un massacro. Una tragedia che racconta di 1172 vittime registrate sul lavoro da gennaio a dicembre 2015 e che fa registrare un'inquietante media di 98 infortuni mortali al mese (24 alla settimana e più di tre al giorno). Uno scenario che diventa ancor più drammatico nel confronto con il 2014. Perché l'incremento della mortalità registrato è del 16 per cento (163 morti in più); ed arriva al 18 per cento l'aumento dei decessi nella rilevazione degli incidenti mortali avvenuti in occasione di lavoro (erano 746 nel 2014 e 878 nel 2015). Mentre quelli in itinere sono passati da 263 a 294 (+12 per cento)".
In totale, 1072 uomini e 100 donne. La differenza, com'è intuibile, dipende dal fatto che i lavori più rischiosi sono ancora appannaggio - "privilegio", direbbe magari qualche opinionista ben foraggiato – dei maschi.
I dati diaggregati, peraltro, confermano una certa uniformità su base territoriale, aconferma che lo sfruttamento funziona dappertutto in modo sostanzialmente simile. Non c'è insomma difefrenza significativa tra regioni più indstrializzate emeno, tra territori più rispettosi della legalità e qulli a maggiore presenza di attività semi-illegali.
È infatti la Lombardia ad indossare la maglia nera con il più elevato numero di vittime in occasione di lavoro (124 decessi); seguono: la Campania (87), la Toscana (79), il Lazio (76), il Veneto (71); l'Emilia Romagna (69), il Piemonte (66), la Sicilia (62), la Puglia (57). E poi ancora: le Marche (29), l'Abruzzo (28), l'Umbria (22), la Calabria (21), il Trentino Alto Adige e la Liguria (19), il Friuli Venezia Giulia (15), la Sardegna (12), il Molise e la Basilicata (11). Mentre l'indice di rischio più elevato rispetto alla popolazione lavorativa viene registrato in Molise (110,6) contro una media nazionale di 39,2. Seguono Umbria (61,4) e Basilicata (61,1).
La disaggregazione per comparti produttivi assegna ancora una volta all'edilizia la palma d'oro dei lavori killer: 132 vittime, pari al 15 per cento del totale. Seguono le Attività manifatturiere (109 decessi) e il Trasporto e magazzinaggio (91).
Pesante anche la differenza per fasce di età, perché - a dispetto delle regole scritte a tavolino da criminali che non sanno cos'è il lavoro manuale – con lavanzare dell'età aumenta fisiologicamente il rischio di incidenti: più della metà delle vittime aveva un'età compresa tra i 45 e i 64 anni (485 morti).
La provincia in cui si conta il maggior numero di infortuni mortali è il regno storico dei "palazzinari", Roma con 47 morti; seguono da Milano (35), Napoli (34), Bari (26), Torino (23), Brescia (21), Palermo e Salerno (19), Cuneo e Perugia (17), Verona e Bologna (15).
Le donne che hanno perso la vita nel 2015 in occasione di lavoro sono state 48. Gli stranieri deceduti sul lavoro sono 138, pari al 15,7 per cento del totale, pur rappresentando una percentuale assai inferiore sul piano degli occupati in generale. Significa che a loro sono riservate le mansioni più rischiose, aggravate spesso dalla insufficiente conoscenza della lingua e ovviamente anche delle leggi poste a tutela del lavoratore.
"Appellarsi al buon senso dei datori di lavoro e dei dipendenti, a volte, non è sufficiente per esorcizzare i pericoli in azienda – conclude il presidente dell'Osservatorio, Rossato - e allora diventa sempre più indispensabile invocare controlli più diffusi e severi e, senza alcun dubbio, pene certe e processi più veloci per gli evasori della sicurezza sul lavoro".
L'esatto contrario di quel che vanno facendo i governi da 25 anni a questa parte.

lunedì 1 febbraio 2016

Russia e Siria ampliano la guerra al terrorismo

Ziad Fadil, Syrian Perspective Quando i ministri della Difesa s’incontrano faccia a faccia a Mosca, si sa che l’argomento è cruciale. Il Generale Sergej Shojgu, Ministro della Difesa russo, avrebbe potuto facilmente telefonare all’omologo siriano, Tenente-Generale Fahd Jasim al-Furayj, e parlargli su linee sicure. Ma l’argomento ha richiesto la massima segretezza in un mondo in cui tutte le conversazioni sono vulnerabili alle intercettazioni. SyrPer ha appreso da una fonte che l’incontro era previsto in concomitanza con la conferenza di Ginevra-III che, crediamo, non tradurrà alcuna fine immediata del conflitto. In realtà, questa posizione è sostenuta dalla stessa dichiarazione di Stefan Demistura secondo cui i colloqui non finiranno per 6 mesi. La Russia non è disposta ad aspettare che l’opposizione siriana in esilio rinsavisca e adotti una posizione unitaria. Ci sono altri sviluppi che vanno affrontati. La mia fonte ha scritto che il governo russo è profondamente preoccupato dai movimenti turchi a nord di Jarablus e al-Manbij dove le forze curde siriane pianificano l’assalto finale per togliere quelle città allo SIIL. Questa è la prima area d’interesse. La seconda, secondo Wail, è la tempistica dell’assalto di EAS e RVVS su Jisr al-Shughur. Il Generale Shojgu spinge l’Alto Comando siriano a finirla a Qinsiba al più presto possibile, nonostante condizioni meteo e geografia grottesca della zona. La terza preoccupazione è il rapido schieramento dei nuovi sistemi d’arma che i siriani non hanno mai visto prima e che i russi ritengono concluderanno la guerra più velocemente. L’EAS, tuttavia, va addestrato all’impiego dei nuovi equipaggiamenti e i due Generali hanno discusso la logistica per l’adozione e l’addestramento. Ancora più importante, l’Esercito russo si prepara a contrastare i movimenti turchi nel nord della Siria, che ritengono essenzialmente volti a placare le scimmie saudite riguardo due condizioni: 1. lo SIIL non deve essere sconfitto dai curdi e 2. la Turchia deve stabilire un saliente nella Siria, in cui i terroristi di Ahrar al-Sham, Jaysh al-Fatah e Jabhat al-Nusra/al-Qaida operino liberamente pretendendo il territorio siriano. Quest’ultima condizione è estremamente pericolosa, perché la Turchia dovrà usare l’aviazione sul territorio siriano, facendo scattare l’uso dei noti sistemi missilistici antiaerei russi S-300 e S-400, per non parlare dei formidabili missili russi della Siria. Cercano all’avvio di una grande guerra e i russi chiariscono la loro posizione all’Alto Comando dell’Esercito arabo siriano. Mi è stato detto che un gruppo di coordinamento verrà istituito per affrontare le nuove avanzate a nord.
La Turchia partecipando a tale folle piano ordito dagli inetti e scimmieschi sauditi, testimonia la follia di Erdoghan. Con il suo Paese che si dibatte economicamente dopo l’imposizione delle sanzioni russe e i curdi che scalpitano per creare un proprio Stato de facto, si potrebbe pensare che Erdoghan temporeggiasse, o addirittura esitasse all’idea di coinvolgere il Paese in una lotta esistenziale con una nazione che la Turchia non ha mai sconfitto in battaglia, nonostante 18 puntate. Dove porterà tale follia è da vedere. È tale disordine mentale che provoca i colpi di Stato dei militari. Attendiamo la prossima mossa del Generale Necdet Ozel. Wail dice che i sauditi hanno promesso di compensare la Turchia delle eventuali perdite economiche. Ma i sauditi sono quasi in bancarotta. Hanno chiuso i piani per la nuova politica sanitaria nel Paese per via della diminuzione dei finanziamenti. Come ho già scritto, il ministero degli Interni saudita ha avvertito 12000 studenti che non avranno assistenza finanziaria per studiare all’estero, nel prossimo futuro, per via del deficit di bilancio. La guerra allo Yemen comincia a costare al regno delle scimmie miliardi di dollari in mezzi e mercenari, dimenticando il costo del supporto alle decine di migliaia di terroristi in Siria. I sauditi devono aver visto Erdoghan arrivare. Nel buio passaggio di questa fase, gli iraniani devono ancora mostrare i muscoli. Ciò sarà cruciale.

domenica 31 gennaio 2016

Due pesi e due misure nella politica dell’UE di non-riconoscimento

La base legale per le relazioni tra l’UE con Israele e il Marocco, rispettivamente, è ulteriormente stabilita con quelli che si chiamano concordati associativi che sono entrati in vigore con entrambi i paesi nel 2000. Usando formulazioni leggermente diverse, l’articolo 2 di entrambi i documenti sottolinea che il rispetto per i principi democratici e i diritti umani, costituiscono una parte essenziale degli accordi. Nel firmare altri trattati bilaterali, come l’accordo per le industrie ittiche tra UE e Marocco (che dà l’accesso alle acque marocchine alle navi da pesca europee), la Commissione Europea ha di nuovo sottolineato l’importanza del rispetto per i diritti umani e la legge internazionale. “ Nel Protocollo è inserita una clausola riguardante i diritti umani, e, come in tutti gli accordi dell’UE, un meccanismo di sospensione assicura che l’UE può sospendere unilateralmente il protocollo in caso di violazioni dei diritti umani.”
Per citare un esempio recente, nel suo rapporto Occupation, Inc. (https://www.hrw.org/…/how-settlement-businesses-contribute-…) (pubblicato in gennaio), l’Osservatorio per i Diritti Umani sostiene che “il contesto delle violazioni dei diritti umani a cui contribuisce l’attività commerciale degli insediamenti israeliani, è così invasivo e grave, che le aziende dovrebbero smettere di svolgere attività all’interno degli insediamenti o a loro beneficio, come costruire unità o infrastrutture abitative, o fornire servizi per l’eliminazione o lo smaltimento in discarica dei rifiuti. Dovrebbero anche smettere di finanziare, amministrare, commerciare o altrimenti sostenere gli insediamenti o le attività e infrastrutture ad essi collegati.”
Sia il Marocco che Israele sono potenze occupanti che hanno sistematicamente violato i fondamentali diritti umani di coloro che vivono sotto la loro occupazione. Questo comprende il diritto all’autodeterminazione che la comunità internazionale nel suo complesso ha la responsabilità di sostenere. Se si guarda alla documentazione sui diritti umani del Marocco e di Israele, ci si comincia a domandare se l’UE abbia una qualche intenzione di far rispettare la sua “clausola per i diritti umani”.
Oltre le disposizioni degli accordi bilaterali, ci sono principi prioritari di legge internazionale che si collegano direttamente alle relazioni dell’UE con il Marocco e Israele a causa della gravità dei reati implicati. In caso di gravi infrazioni della legge internazionale, tutti gli stati hanno l’obbligo legale di non riconoscere nè di prestare aiuto o assistenza nel mantenere la situazione illegale.
Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, l’UE l’ha riconosciuta e ha proibito “l’importazione nell’UE di merci che vengono dalla Crimea o da Sebastopoli.” Descrivendo i motivi di questa decisione, il Consiglio ha osservato che “fa parte della politica dell’UE il non riconoscimento che riguarda l’annessione illegale della Crimea e di Sebastopoli e ha dichiarato che non la riconoscerà.”
L’Unione Europea conduce tuttavia commerci con gli insediamenti israeliani illegali. Prestare attenzione a questo commercio non è certo un esercizio di pedanteria, dato che contribuisce a sostenere l’impresa di Israele degli insediamenti. L’UE ha fatto dei passi per mettere in atto le sue responsabilità, per esempio, pubblicare delle linee guida sull’etichettatura dei prodotti dell’insediamento e sull’esclusione dei territori palestinesi occupati (OPT) dai suoi trattati bilaterali con Israele. Come viene però notato in una recente lettera inviata da preminenti autorità legali come John Dugard e Richard Falk ai decisori delle politiche dell’UE, questi passi sono completamente inadeguati. Sostengono invece che: “L’unica misura legalmente corretta è quella di rettificare l’errore nelle relazioni commerciali internazionali, rifiutandosi di commerciare con gli insediamenti. Commerciare con questi costituisce un implicito riconoscimento ed è una violazione della legge internazionale.” In effetti, come ha riconosciuto l’UE nel caso dell’annessione della Crimea, “Non chiediamo nulla di più che la coerenza nell’applicazione della politica dell’Unione Europea di non-riconoscimento”, conclude la lettera.
Mentre i casi del Marocco e di Israele sono simili, almeno sotto un punto di vista, la politica dell’UE rispetto al Sahara occidentale occupato, è molto peggiore. L’UE ha espresso il suo “impegno ad assicurare che – in linea con la legge internazionale – tutti gli accordi tra lo Stato di Israele e l’UE devono inequivocabilmente e esplicitamente indicare la loro inapplicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967.” Non c’è però nessun analogo riconoscimento riguardo al territorio occupato dal Marocco nel 1975. Questo è stato chiaramente dimostrato lo scorso dicembre quando la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha deciso di annullare un accordo commerciale con il Marocco esattamente perché non escludeva il territorio del Sahara occidentale occupato. Invece di cogliere l’occasione di sostenere i diritti umani fondamentali di un popolo occupato e di applicare la sentenza della corte che crea un precedente, i ministri degli esteri dell’UE hanno deciso di fare appello contro la decisione.
Ci sono altre due cause giudiziarie pendenti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Una riguarda l’accordo tra UE e Marocco per le industrie ittiche e l’altro per l’etichettatura delle merci che arrivano dal Sahara Occidentale occupato. E’ probabile che l’UE affronterà pressioni sempre più forti per attenersi ai suoi obblighi legali e rettificare i suoi rapporti commerciali sia con Israele che con il Marocco.

sabato 30 gennaio 2016

Multinazionali ed evasione fiscale

Da tempo ci si interroga sulle multinazionali e sulla loro natura con inutili denunce del fatto che spesso e volentieri riescano ad aggirare il fisco. Non solo le multinazionali non creano lavoro e valore nei luoghi dove producono, ma creano anche scompensi enormi nel gettito fiscale, come peraltro evidenziato anche da un premio Nobel come Joseph Stilglitz. Ma evidentemente manca la volontà politica di fermarle, e anzi con il TTIP si andrebbe nella direzione del tutto opposta…
Con qualche anno di ritardo la questione annosa delle multinazionali ora è finita anche sul tavolo della Commissione Ue. Non si potrebbe altrimenti eludere tale problema dato che si chiedono continuamente sforzi economici al popolo, cui però non corrispondono sforzi adeguati da parte dei colossi, che anzi spesso e volentieri riescono a fare i furbetti e a massimizzare i profitti. Si pensi che un’impresa che opera in diversi paesi europei potrebbe arrivare a pagare il 30% di tasse in meno rispetto a una attiva solo in un Paese. Già questo dovrebbe far capire le proporzioni del problema ancor più che sono moltissime queste imprese che passano da una giurisdizione fiscale all’altra cercando sempre e comunque il tornaconto. Si chiama “elusione fiscale” e in questo senso la Commissione Ue ha rilanciato l’impegno a riformare la tassazione societaria per “combattere l’elusione fiscale, garantire la sostenibilità del gettito e rafforzare il mercato unico per le imprese“.
Il tentativo sarebbe quello di riformare la tassazione creando una tassa unica a livello europeo per le multinazionali per andare soprattutto a richiedere il dovuto nei luoghi dove le multinazionali generano gli utili. Del resto ci sono stati casi eccellenti, vedi Apple e Amazon, esempi di grandi colossi che riescono a stringere accordi con i governi locali arrivando a strappare imposizioni fiscale davvero ridicole, vedi il 2% ottenuto dalla Apple in Irlanda. Il coltello del resto lo hanno sempre loro dalla parte del manico dato che le multinazionali sono tra i pochi attori rimasti in grado di assumere lavoratori. Se un governo alza la voce ecco che le multinazionali possono tranquillamente minacciare di andare da un’altra parte, costringendo quindi i governi a concedere tassazioni ridicole. Ora che del problema si occupa anche la Commissione Ue, se non altro, il pubblico può constatare che evidentemente quelli che a inizio XXI secolo protestavano contro lo strapotere delle multinazionali forse avevano le loro buone ragioni. In questo senso proprio la Commissione ha anche pubblicato una sorta di lista nera degli Stati non cooperativi per quanto riguarda le politiche fiscali, e ci sono i soliti nomi: da Hong Kong fino a Monaco, le Maldive, le Bahamas e il Liechtestein.
Anche un premio Nobel per l’Economia come Joseph Stiglitz in passato aveva detto la sua circa il problema delle multinazionali e del fisco: “Le imprese multinazionali agiscono come imprese singole e unificate e pertanto dovrebbero essere soggette a imposizione in quanto tali. È giunto il momento per i nostri governanti di mostrare coraggio e riconoscere la finzione legale del principio di entità separata”. Infatti come dice Stiglitz le multinazionali godono di una sorta di immunità immotivata da parte dei governi che permette loro di avere molteplici identità e soprattutto di suddividere i profitti al di sotto della soglia minima imponibile. “Durante la transizione, le nazioni sviluppate leader dovrebbero imporre la minimum corporate tax, un’aliquota d’imposta minima sul reddito delle grandi società per arrestare la corsa verso il basso e tributi sulle multinazionali come singole società”, ha aggiunto. Ma senza la volontà politica di farlo, crediamo, le multinazionali continueranno a fare il bello e il cattivo tempo, magari arrivando a ricattare i governi chiedendo minori tasse e minori diritti per i lavoratori per creare investimenti e posti di lavoro. Non casualmente sono proprio le multinazionali tra i principali responsabili dell’abbassamento del costo del lavoro in Europa e sono loro stesse tra i responsabili del mancato sviluppo di molti paesi del Terzo Mondo.
Impossibile poi in questo senso non citare il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un accordo economico tra Ue e Stati Uniti finalizzato in teoria a liberalizzare i mercati di merci e capitali tra Usa ed Europa. In molti ora cominciano a parlarne nonostante finora le trattative siano state condotte in rigoroso segreto per tenere lontano dal dibattito la questione. Secondo molti tale accordo non sarà niente altro che una sorta di gigantesco regalo ai colossi e alle multinazionali, schiudendo la porta a una privatizzazione totale di tutti i servizi pubblici essenziali. Una sorta di trionfo del privato sul pubblico che vedrà ovviamente le multinazionali americane farla da padrone assolute. Dulcis in fundo se il TTIP dovesse venire ratificato un’azienda avrà la possibilità di citare in giudizio uno Stato qualora questo le vietasse di commercializzare i propri prodotti al suo interno. E soprattutto come mai nessuno risponde al perchè i negoziati si sono svolti in gran segreto o comunque lontano dalla stampa e dai riflettori? Insomma tutti a parole si mostrano contrari nei confronti delle multinazionali, quando poi si tratta di prendere misure concrete e di fare delle prove di forza, puntualmente tutti si piegano. Così facendo il rischio è quello che le multinazionali sostituiscano, progressivamente, i governi

venerdì 29 gennaio 2016

DIECI FALSI MITI SULL’UNIONE EUROPEA

Se gli Stati Uniti vogliono essere un buon alleato per le nazioni democratiche europee, devono necessariamente vedere l’Unione europea (UE) per quello che realmente è. Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno fatto bene a incoraggiare l’Europa occidentale a commerciare più liberamente e a cooperare per la propria sicurezza, sia per difendersi contro la minaccia sovietica, sia per stabilizzare le fragili democrazie post-belliche della regione. Questa politica ha perso la sua rilevanza dopo la fine della guerra fredda e la rapida democratizzazione di gran parte dell’Europa orientale. A quel punto, gli Stati Uniti avevano ottenuto quello che volevano ottenere dal loro supporto a un’Europa unita e libera.

Ma gli Stati Uniti hanno poi continuato a credere che fosse loro interesse promuovere un’”unione sempre più stretta”, tanto da mettere sempre più a rischio la sovranità dei suoi membri democratici. Con riferimento all’imminente referendum nel Regno Unito sulla sua appartenenza all’UE, ma anche al continuo declino militare ed economico europeo, gli Stati Uniti devono rivedere il loro sostegno per l’Unione Europea. Tale rivalutazione dovrebbe iniziare dal comprendere, e ripudiare, i miti riguardo l’UE che ora offuscano le politiche americane.
Ecco i 10 falsi miti più importanti riguardo l’Unione Europea.
L’UE impedisce le guerre
I fondatori dell’Unione europea, che ha le sue origini nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio del 1951, volevano certamente rendere impossibile la guerra tra Francia e Germania. Ma ciò che in realtà ha impedito la guerra nei decenni seguenti il 1945 fu l’accettazione da parte della Germania Ovest della sconfitta (meritata) della seconda guerra mondiale, la creazione dell’alleanza NATO e la soppressione delle rivalità europee da parte delle due super-potenze, gli Stati Uniti e l’URSS. Oggi, non esiste nessun rischio serio di guerra tra gli stati membri dell’Unione Europea. Ciò che lo garantisce non è l’adesione all’UE: è il fatto che i membri dell’UE sono democrazie. Se non lo fossero, l’adesione all’UE non li dissuaderebbe dal combattere.
L’UE è la versione europea degli Stati Uniti
Il mito più comune sull’UE negli Stati Uniti – sentito occasionalmente anche in Europa– è che siamo tronati al 1776: cioè alla creazione di una nuova Unione federale. Questo è un mito particolarmente potente e pericoloso. L’UE non è una federazione, nel quale importanti poteri vengono mantenuti permanentemente da Stati e solo un set definito e necessario è delegato al governo centrale: è un’unione sempre più stretta che punta all’eliminazione progressiva dei poteri dello stato sovrano. Inoltre, i popoli europei non sono un organo politico, un popolo: parlano lingue diverse, hanno culture diverse e hanno storie diverse. A differenza del popolo americano, non sono uniti da una comune lotta per l’indipendenza, una costituzione adottata liberamente, una grande guerra civile e un’enorme mobilità tra gli Stati. Se esiste un’analogia con gli Stati Uniti in Europa, è la Repubblica federale di Germania o il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord – non l’Unione Europea.
L’UE riduce gli estremismi politici
I fondatori dell’UE, come molti americani al tempo, erano naturalmente preoccupati che l’Europa potesse sperimentare un’altra discesa nella follia politica che la inghiottì nel 1930. Essi giustamente credevano che la prosperità dovuta alla cooperazione economica avrebbe aiutato a prevenirlo. Ma oggi, l’UE di fatto incoraggia l’estremismo. Da Syriza in Grecia al Fronte Nazionale in Francia, tutti i movimenti di estrema sinistra ed estrema destra europei sono rafforzati proprio dal risentimento popolare rispetto alle posizioni dell’UE sull’immigrazione e sull’Euro in particolare, e più in generale a causa del suo assalto alla sovranità nazionale.
L’UE fa rispettare le leggi
L’UE è fiera di presentare l’enorme volume di leggi – aquis communautaire – che le nazioni devono adottare prima di poter aderire all’Unione. Ma in realtà, le istituzioni UE non sono legate alle leggi: sono politiche, e il loro obiettivo è quello di far avanzare la causa dell’”unione sempre più stretta”. Ad esempio, il trattato di Lisbona avrebbe dovuto vietare i salvataggi nazionali, ma nel 2010, come ha ammesso l’allora ministro francese dell’economia Christine Lagarde, l’UE “violò tutte le regole perché si voleva serrare i ranghi e salvare davvero la zona Euro.” L’UE non si basa sulla legge: si basa sul potere centralizzato.
L’UE favorisce gli Stati Uniti
L’UE fa finta che gli Stati Uniti e l’UE abbiano un “partenariato transatlantico”. Senza dubbio, le relazioni degli Stati Uniti con le nazioni dell’Europa sono vitali. Ma l’UE non è le nazioni europee. L’asserzione dell’UE che esiste un partenariato riflette la sua disperata ricerca importanza, che spera di ottenere sostenendo di essere abbastanza importante da essere un partner – con l’uguaglianza di status che ciò implica – con gli USA. Inoltre, molti leader politici dell’UE palesano spesso i loro veri sentimenti sugli Stati Uniti: nel 2012, ad esempio, l’allora-Presidente del gruppo inter-parlamentarei USA – UE, un conservatore tedesco, accusò gli “Interessi anglosassoni” di fomentare la crisi dell’Euro con il lancio di una guerra economica contro l’Europa. L’UE si percepisce come entità separata con interessi che a volte coincidono e a volte confliggono con quelli USA. Ma il suo interesse principale è di essere vista come separata – non come un partner o un alleato.
Naturalmente, un sacco di questi miti non sono unicamente americani. Purtroppo, c’è chi ci crede anche in Gran Bretagna, e, naturalmente, molti dei miti sono particolarmente popolari a Bruxelles. Non è una coincidenza: i miti servono a ingigantire l’UE agli occhi europei, britannici, americani e mondiali in generale. Ma non c’è nessuna buona ragione per accettare la generosissima auto-valutazione dell’UE riguardo la sua importanza. Nella seconda metà di questo elenco, passerò alla diplomazia, alla sicurezza, al commercio, all’economia e domande più ampie sul ruolo e sul significato dell’Europa nel mondo.
Nella prima metà di questa lista, ho precisato il cinque miti americani più popolari sull’UE – che ferma la guerra, che è un’Unione federale come gli Stati Uniti, che previene l’estremismo politico, che rispetta la legge e che è pro-USA, ma siamo a meno di metà cammino. Ecco gli altri top-5 miti americani — con un undicesimo bonus, perché l’UE e la mancanza di chiarezza degli Stati Uniti sull’UE, se lo meritano.
L’UE consente all’Europa di avere un ruolo mondiale più importante
L’UE finge di “giocare ruoli importanti in diplomazia, commercio, aiuti allo sviluppo e lavora con le organizzazioni globali.” Cita, ad esempio, “La politica europea di vicinato,” anche se praticamente tutti i paesi che confinano con l’Europa, dall’Ucraina alla la Libia, sono ora in guerra. Ma essenzialmente, l’Unione Europea è un’organizzazione introversa che principalmente si occupa di elaborare le proprie istituzioni. Crea discussioni sulla ripartizione degli oneri interni, non accordi per supportare oneri al di fuori di essa. Essa non promuove il globalismo europeo, ma l’isolamento europeo.
L’UE fa bene alle economie europee
Non c’è dubbio che il libero scambio in Europa sia stato un enorme vantaggio per l’Europa e per il mondo. Ma l’UE non è una zona di libero scambio: si tratta di un mercato gestito, molti dei cui membri condividono una moneta comune. Ma come il Financial Times ha osservato, l’euro “non era necessario per la convergenza economica, anzi è stato nocivo.” Molti dei membri dell’Euro non soddisfacevano le condizioni per appartenervi. Far finta di soddisfarle, più le misure adottate per rimanere nell’Unione monetaria, ha causato enormi sofferenze: la depressione in Grecia oggi, ad esempio, è peggiore della grande depressione americana del 1930. L’UE non promuove la prosperità: fa fatica a rimediare alle catastrofi causate dalle sue stesse politiche sbagliate.
L’UE è utile alla difesa dell’Europa
Le nazioni dell’Europa hanno sostanzialmente e in molti casi scandalosamente, ridotto la spesa militare dopo la fine della guerra fredda. L’UE fa finta che la sua politica di sicurezza e difesa comune permetta agli Stati membri dell’UE di “condividere le proprie risorse e costruire migliori capacità di difesa per agire rapidamente ed efficacemente.” Si tratta di una farsa. Il rapporto di sicurezza tra gli Stati Uniti e l’Europa passa per la NATO: ogni sterlina o euro che i membri dell’Unione europea investono nelle capacità dell’Unione Europea è uno in meno che investono nella NATO. L’unione e condivisione UE, non costruisce una difesa transatlantica: semplicemente giustifica ulteriori tagli per il fatto che la condivisione farà la differenza.
L’accordo TTIP tra UE e Stati Uniti farà grandi cose
L’accordo TTIP, come è comunemente noto, è attualmente in fase di negoziazione. Se veramente rà la libertà economica, potrebbe avere un modesto effetto positivo. Ma al massimo, produrrà circa 160 miliardi di dollari di vantaggi, nel giro di quindici anni, per l’intera Unione Europea. Nel 2014, il PIL dell’UE era di 18.500 miliardi di dollari. In altre parole, il TTIP, nella migliore delle ipotesi, aumenterà le dimensioni dell’economia dell’UE di meno dell’uno per cento. Dato non sufficiente per salvare l’Euro, riavviare la crescita economica dell’Europa, salvare la NATO, aumentare le spese per la difesa europea o raggiungere uno degli altri risultati miracolosi che sono stati predette.
L’UE incarna la civiltà europea
Nel 1946, Winston Churchill chiese la “ri-creazione della famiglia europea,” al fine di ripristinare la pace “nell’origine della maggior parte della cultura, dell’arte, della filosofia e della scienza sia in tempi antichi che moderni.” Churchill voleva che la Gran Bretagna sostenesse la famiglia europea, ma che non ne facesse parte politicamente. La sua visione era di un’Europa restaurata che servisse ancora una volta come fonte della civiltà occidentale. Ma l’UE rifiuta la storia dell’Europa in qua nto storia di guerra, di nazionalismi e di fallimenti: il trattato di Lisbona fa solo riferimenti vaghi al passato dell’Europa e alla sua civiltà, considerandola non come la sorgente della grandezza dell’Europa, ma come un problema che l’UE deve superare.
Falso mito bonus: L’UE migliorerà la sicurezza energetica europea
Oltre a salvare l’euro, la fissazione più recente dell’Unione europea sta nel promuovere una politica energetica comune. Se l’Europa avesse ascoltato Ronald Reagan quando avvertì all’inizio degli anni ‘80 che dipendere dalla Russia per l’energia era pericoloso, la situazione energetica dell’Europa oggi sarebbe meno insicura. E se una politica energetica comune avesse voluto dire più scelta, più concorrenza e una griglia completamente collegata, sarebbe stata sensata. Ma per l’UE, l’obiettivo di una politica energetica comune è di permettere a Bruxelles di avere il controllo armonizzato di un altro settore delle economie europee. Se le nazioni europee avessero voluto fare sul serio riguardo la sicurezza energetica, avrebbero promosso il fracking e il nucleare, non scappando da entrambe queste fonti nazionali di energia come stanno facendo la Germania e troppe altre nazioni continentali.
Lezioni per gli Stati Uniti
Ci deve essere coerenza tra i principi su cui sono fondati gli Stati Uniti e quelli della sua diplomazia. Il più importante di questi principi è che gli Stati Uniti sono una nazione sovrana e indipendente: se gli Stati Uniti non sono liberi di fare le proprie leggi in virtù della Costituzione, non sono per niente liberi. L’essenza dell’Unione Europea, d’altra parte, è di essere un’autorità sovranazionale che ha costantemente imposto vincoli sempre più stretti per le nazioni libere e democratiche dell’Europa.
Se altri popoli desiderano rinunciare al loro diritto a governarsi – anche se tale diritto, essendo intrinseco, è in definitiva inalienabile – sono affari loro. Ma non è una cosa che gli Stati Uniti dovrebbero sostenere, perché è antitetica ai più importanti principi USA. L’UE si fonda su un principio antitetico a quello su cui sono basati gli Stati Uniti.
È certamente possibile per gli Stati Uniti fare affari con l’UE, ma il rapporto non sarà mai una vera partnership perché le parti sono fondamentalmente diverse. E gli Stati Uniti possono fare affari con l’UE in modo efficace solo se prendono atto di quello che l’UE è realmente, non di quello che vorrebbero farci credere i falsi miti. Per quanto riguarda la Gran Bretagna – essa è già meno vincolata dai miti EU rispetto a qualsiasi altro Stato membro. Purtroppo la sua libertà di pensiero non è accompagnata da una simile libertà di governarsi.

giovedì 28 gennaio 2016

Corruzione, Italia penultima in Europa

Sessantunesimi nel mondo, al decimo posto nel G20, in una lista che vede al vertice le nazioni considerate più sane, con un punteggio di 44 punti. Così si classifica l'Italia quanto a corruzione nel settore pubblico e politico secondo l'ultimo rapporto relativo al Cpi, l'indice di percezione della corruzione redatto dal Transparency International. Il dossier è stato presentato a Roma nella sede di Unioncamere da Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia, Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità Nazionale Anticorruzione, e Ivan Lo Bello, presidente di Unioncamere.
Il dato
Rispetto agli anni passati c'è un leggero miglioramento rispetto ai 43 punti del 2014 quando l'Italia si era piazzata al sessantanovesimo posto su 175, ma non c'è da stare allegri.
Leggendo il rapporto, infatti, il dato è che in una scala da zero (“molto corrotto”) a cento (“molto pulito”) la nostra collocazione resta più vicino alla fascia più negativa, ovvero tra quei paesi dove “la corruzione tra istituzioni pubblici e dipendenti è ancora comune”. Non si può non evidenziare come ci piazziamo significativamente dietro la maggior parte dei membri dell'Ocse, condividendo la sessantunesima posizione con Lesotho, Montenegro, Senegal e Sud Africa. Mentre in Europa a fare peggio è la sola Bulgaria (che l'anno scorso condivideva la nostra stessa posizione), mentre Grecia e Romania ci superano al cinquantottesimo posto, salendo entrambe di ben undici posizioni. E tra le nazioni che ci battono in trasparenza figurano anche Paesi come Botswana (ventottesima), Ruanda (quarantaquattresima) e Ghana (cinquantaseiesima).
A livello di G20 l'Italia si piazza al decimo posto, dopo Canada, Germania, Regno Unito, Australia, Stati Uniti, Giappone, Francia, Corea del Sud e Arabia Saudita.
Nel constatare la leggera inversione di tendenza Virginio Carnevali sottolinea come “la strada è ancora molto lunga e in salita”, anche se vede al futuro con una certa fiducia. Per Ivan Lo Bello "un passo in avanti del nostro Paese nelle classifiche internazionali sulla percezione della corruzione è sempre una buona notizia. Per compiere un salto di qualità importante occorre però un ruolo più forte della società civile che deve acquisire la consapevolezza che un sistema dove è grande la corruzione non crea ricchezza e alimenta profonde distorsioni del mercato”. Spesso si dice che Corruzione e mafia sono facce della stessa medaglia del nostro Paese tuttavia, fino ad ora, non si può dire che le due tipologie di reato siano state messe sullo stesso piano dai governi che si sono succeduti. Una delle proposte più recenti in merito è quella avanzata da Antonio Ingroia e Franco La Torre di estendere la legge Rognoni-La Torre (datata 13 settembre 1982) nei confronti di chi commette anche reati di corruzione e concussione.transaparency classifica 2015 675
Il resto del mondo
“Le proporzioni del fenomeno sono enormi”, sottolinea il rapporto “il 68% dei paesi del mondo ha seri problemi di corruzione e metà del G20 è tra loro”. Se allarghiamo la proiezione a livello mondiale il dossier sottolinea il crollo del Brasile, duramente colpito dal "caso Petrobras", che ha perso 5 punti scivolando dal 69esimo posto al 76esimo, mentre al vertice e in coda alla classifica la situazione rimane pressoché invariata: Somalia e Corea del Nord si confermano anche quest`anno come i Paesi più opachi mentre seguono, risalendo dal penultimo posto, Afghanistan, Sudan, Sud Sudan, Angola, Libia, Iraq, Venezuela a Guinea-Bissau.
Leggendo l'altro lato della classifica i dieci Paesi meno corrotti sono Danimarca, Finlandia, Svezia, Nuova Zelanda, Olanda, Norvegia, Svizzera, Singapore, Canada e Germania, decima a pari merito con la Gran Bretagna.
Nel rapporto viene fatto notare che “cinque dei paesi con il punteggio più basso figurano inoltre tra i dieci mosti meno pacifici del mondo. In Afghanistan, milioni di dollari destinati alla ricostruzione sono stati, scrivono, sprecati o rubati”. Inoltre, “anche quando non sussistono conflitti aperti, i livelli di ineguaglianza e povertà in questi paesi sono devastanti. In Angola il 70% della popolazione vive con due dollari al giorno o meno e un bambino su sei muore prima di compiere cinque anni”. Ciò significa che, complessivamente i paesi poveri perdono mille miliardi di dollari all'anno a causa della corruzione.
Indice di percezione
E' bene tenere in considerazione che l’indice di percezione è calcolato sulla base dei pareri raccolti, non tra i cittadini, ma tra uomini del mondo dell’economia ed esperti nazionali. “La corruzione generalmente prevede attività illegali intenzionalmente occultate, che vengono scoperte sono grazie a scandali, inchieste e processi - spiega Transparency in una nota - “Non esiste un modo affidabile per calcolare i livelli assoluti di corruzione di Paesi o territori sulla base di dati empirici oggettivi”. Comparare il numero di tangenti scoperte o il numero di processi non sempre è una soluzione efficace “perché mostra solo quanto procure, tribunali o media sono efficaci nell’investigare e portare allo scoperto la corruzione”. Ecco quindi che il rapporto di Transparency ci permette di leggere lo stato della “reputazione” del nostro Paese nel mondo, con una ripercussione inevitabile anche sulla nostra economia e sulla nostra società. Migliorare su questo aspetto può essere un percorso lungo e delicato. Un procedimento che passa sì dalle leggi e dalla loro applicazione ma anche da una maggiore consapevolezza da parte dei cittadini e per questo, la diffusione di certi dati, diventa più che mai importante se si vuole arrivare ad un cambiamento costruttivo

martedì 26 gennaio 2016

BANCHE E SANGUE: “QUESTA E’ L’ITALIA CHE RIPARTE

I risparmi degli italiani, mobiliari e immobiliari, già stimati in 8.000 miliardi, da tempo attraggono l’interesse di finanzieri e politici, che già ne hanno preso una discreta parte tra truffe bancarie ed estorsioni tributarie, come ben sanno soprattutto i molti imprenditori che devono chiedere prestiti per pagare le tasse su redditi non realizzati.
Mercoledì 20 ho ascoltato per quasi un’ora il giornalista economico di Radio 24, il quale si meravigliava del fatto che continuano le vendite massicce di azioni delle banche italiane sebbene i loro circa 300 miliardi di crediti deteriorati siano coperti per oltre il 90% da accantonamenti e garanzie. Oggi ( 22.01) i titoli bancari hanno recuperato, ma di ben poco rispetto alle perdite accumulate recentemente. MPS oggi passa da 0,50 a 0,73 – + 0,43%-, ma otto giorni fa era a 1 e otto mesi fa era 9,45!
Quest’anima candida di giornalista economico par non sapere ciò che sanno tutti gli operatori (quindi crederà a Draghi che oggi sostiene che le banche italiane siano solide).
Non sa, innanzitutto, che i crediti deteriorati sono molti di più di quelli dichiarati in bilancio, perché quasi tutte le banche hanno molte sofferenze sommerse, cioè che non dichiarano perché non hanno i soldi per fare I relativi accantonamenti.
Non sa, inoltre, che molti crediti divenuti inesigibili figurano invece a bilancio come a rischio ordinario solo perché il loro ammortamento, cioè la scadenza delle rate, è stato sospeso dalle banche stesse in accordo con i clienti morosi, nel reciproco interesse.
Non sa che molti crediti, apparentemente coperti da idonee garanzie, in realtà sono scoperti, perché le garanzie sono state sopravvalutate ad arte al fine di concedere crediti a compari e a clientele politiche che età inteso che non gli avrebbero rimborsati. O che sono beni sopravvalutati per consentire agli amici-venditori di venderli per un prezzo moltiplicato a compratori fasulli.
Non sa che le garanzie immobiliari acquisita dalle banche a collaterale dei crediti erogati si sono fortemente svalutate e sono divenute pressoché invendibili, fonte più di spese che di recuperi, a causa della quasi morte del settore immobiliare fortemente voluta con la politica fiscale dal governo Monti, sicché le banche, pur avendo sulla carta la possibilità di recuperare i loro crediti vendendo gli immobili ipotecati a copertura, in realtà incasserebbero troppo tardi perché il realizzo possa aiutare a superare la crisi odierna.
Non sa che il sistema bancario italiano non crolla solo perché continua
– a ricevere aiuti (credito gratuito) dalla BCE;
– ad avere la possibilità di realizzare profitti illeciti, ossia solo perché le varie autorità competenti non gli impediscono di continuare;
–ad applicare commissioni illegittime, interessi usurari, anatocismo;
–nonché a collocare titoli-spazzatura o sopravvalutati;
-e, come già detto, a non dichiarare in bilancio tutte le perdite sui crediti.
Tutte queste cose, al contrario, le sa la Banca Centrale Europea, che a giorni manderà i suoi ispettori nelle banche italiane, e si sa già che cosa quindi questi signori troveranno. Ecco il perché delle turbo-vendite massicce anche allo scoperto dei titoli delle banche italiane. Si sa che l’ispezione, se non solo minacciata ma anche rigidamente eseguita (e qui c’è spazio per mediazione politica e il buon senso, ovviamente) potrà portare a un disastro di tutto il sistema bancario e a conseguenze radicali per l’intero Paese. Più dell’arrivo della Troika, di nuove tasse di emergenza per finanziare la bad bank, di un bail in generalizzato, di una legge che ipotechi forzatamente i beni immobili degli italiani a garanzia di qualche prestito di salvataggio da parte del FMI.
E siccome una qualche situazione esplosiva molto probabilmente si realizzerà prima che sia stato instaurato il nuovo, schiacciante sistema di dominio autocratico del premier, cioè la riforma costituzionale ed elettorale del governo Renzi, è abbastanza possibile che il Paese si ribelli. Soprattutto se verrà divulgata la notizia (vedi il sottostante articolo dr Govoni) che gli stessi fondi di investimento e altri investitori istituzionali che stanno conducendo la campagna di svendita dei titoli delle banche italiane, sono quelli che partecipano la Banca d’Italia, le agenzie di rating, e la stessa BCE, la quale adesso manda le ispezioni.
È molto pericoloso che la gente apprenda chi e come le sta portando via il risparmio e la casa e il posto di lavoro e, al contempo, la libertà.