lunedì 5 ottobre 2015

Tagliano la sanità utile per finanziare un ponte inutile

E’ ritornato in ballo il ponte sullo Stretto, me lo aspettavo e ad annunciarlo è il ministro Alfano, nemmeno quello delle infrastrutture. Si cominciano a regolare i conti in casa del governo. Così, si potranno sprecare i soldi pubblici per celebrare la grandezza dell’attuale premier/segretario. Rispettando naturalmente tutto quello che ci sarà dietro: mazzette, tangenti, appalti concessi a peso d’oro, costi gonfiati naturalmente per i vari passaggi di mano. Oltre al fatto che questo era il “piatto forte” che Berlusconi voleva servire agli italiani e non ci è riuscito anche per l’opposizione di quelli che oggi invece, cambiando di nuovo idea, appoggiano il progetto (perché ci sono loro a grufolare nel trogolo).
Al solito però si è guardato al fatto in superficie, senza però curare quelli che saranno “gli effetti collaterali” sicuramente negativi, che poi è una costante delle riforme e dei provvedimenti che il premier/segretario sta mettendo in atto.
In un paese dove uno dei problemi principali è l’occupazione non si è pensato che semmai sarà messo in opera questo “monumento” alla grandezza del premier/segretario, che già se ne bea, tutta quella piccola economia che ruota intorno alle due sponde morirà creando un deserto, senza contare i posti di lavoro che si perderanno perchè immancabilmente le compagnie di navigazione adibite al passaggio dello stretto saranno costrette a chiudere o al massimo ridurre notevolmente l’attività, e qui altri posti di lavoro che si perderanno e tante famiglie andranno ad incrementare le percentuali, già cospicue, di povertà. Oltre ai danni ambientali che sicuramente ci saranno. Senza calcolare il costo che come tutte le opere pubbliche parte con un costo iniziale per poi farlo crescere “miracolosamente” nel corso dei lavori.
Oppure, si inventeranno il “trucco” del project-financing, quella “finanza di progetto” che mescola i soldi pubblici con quelli privati, a vantaggio chiaramente delle banche. Ho trovato questa bellissima definizione sul web:
– Project financing. Inevitabile e appetitosa conseguenza dei patti di stabilità, costringe il committente pubblico a delegare l’investimento al privato e quindi: a) ad affidarsi ai fornitori finanziariamente – e non qualitativamente – più forti, escludendo dalla redistribuzione i player medio-piccoli; b) a spendere di più. Un’opera da 500.000 in project financing ventennale (tasso 5%) costa alla collettività 800.000. La differenza (300.000) è il costo del capitale da versare alle banche tramite aumento delle tariffe o intervento pubblico (aumento delle tasse o dell’indebitamento).
Ma tutto questo a chi vuole questa opera “epica” non interessa, in linea con la loro politica di facciata che di sostanza ha solo benefici per il poteri forti, ed un “pelo sullo stomaco” lungo quanto sarà lungo il ponte davanti alla prospettiva di incrementare la disoccupazione e la chiusura di attività commerciali che facevano vivere, come già detto, le località limitrofe alle due sponde.
Ora al governo manca solo di mettere mano alla giustizia come la voleva Berlusconi per poi completarne il programma che all’ex cavaliere non è riuscito di fare. Del resto Renzi ha sempre detto di guardare all’elettorato “deluso” di destra che oggi sarà invece contento perché lui è riuscito in quello che Berlusconi ha fallito.
Tutti questo alla faccia di chi ancora rivendica ditte, case, giardini: tutti spazi ormai occupati da chi un tempo era il nemico giurato del partito del premier/segretario e che oggi sono addirittura gli ispiratori di questa politica scellerata che porterà il paese a distruggere il ceto medio, spaccando l’Italia in due sole categorie: i ricchi e i poveri, proprio come vogliono i suoi veri “datori di lavoro”, i poteri forti, le banche, la BCE, la Merkel e la EU, e naturalmente, Berlusconi.

domenica 4 ottobre 2015

La guerra eterna afghana: i civili sempre vittime

Conclusa o meno la battaglia di Kunduz (l’esercito afghano ha riconquistato alcuni edifici governativi nel raggio di alcune centinaia di metri del centro città, però i talebani sono ancora nei sobborghi e sfrontati ne controllano un’ampia area fino all’aeroporto) chi risulta ancora una volta vittima è la popolazione civile. Completamente in balìa degli eventi e nient’affatto sicura, come al contrario blatera il presidente Ghani che conosce e nasconde le magagne della struttura militare interna. Solo l’intervento aereo Nato e quello diretto via terra da alcuni reparti statunitensi e britannici hanno dato vita a una risposta sul campo, perché lunedì scorso buona parte dei settemila soldati dell’ANSF era rimasta inerte o era fuggita di fronte all’assalto guerrigliero. L’instabilità d’un governo, che a un anno di vita, sta subendo lo smacco di queste ore non è una novità per un Paese immerso nelle guerre da quarant’anni. Ghani da mesi le sta provando tutte, ha cercato di rilanciare colloqui di pace coi turbanti, ma questi un po’ perché divisi, un po’ perché alla ricerca d’una leadership forte che sostituisse il mullah Omar, sono rimasti in bilico. Una parte di loro è assolutamente contraria a ogni accordo, come lo era un quinquennio addietro. Ora l’uomo di ferro della nuova fase, mullah Mansour, sembra aver tralasciato ogni ipotesi di trattativa.
L’operazione Kunduz ne è la prova: i Talib si sentono e si mostrano forti e non faranno concessioni a un regime fantoccio ancor più claudicante di quello di Karzai. Il clima di guerra non è affatto un buon viatico per milioni di afghani intrappolati nelle province e anche in grandi centri come Kunduz. I talebani, cambiano tattica, escono dalle zone rurali, si riaffacciano nelle città, cercano di accattivarsi le simpatie della gente, in primo luogo d’ignari giovani che non ne hanno conosciuto passate nefandezze. Poco possono le iniziative di protesta che attivisti coscienti e gruppi politici democratici mettono in atto. Ieri a Kabul c’è stato un raduno spontaneo; quest’estate Hambastagi aveva manifestato contro tutte le sopraffazioni: dei militari Nato, dei talebani, dei signori della guerra che siedono nell’attuale governo. Eppure nelle scorribande dimostrative compiute per due giorni a Kunduz, gli “studenti col kalashnikov” si facevano fotografare dai ragazzi del posto che li osservavano più ammirati che impauriti. Non è una buona prospettiva, commentano gli attivisti democratici, ma il corto circuito creato dai governi collaborazionisti con gli occupanti occidentali e la popolazione è profondo e difficile da sanare, anche perché al di là dei proclami nessun principio democratico è nei programmi del ceto dirigente che guida il Paese. Per non parlare dei fallimentari disegni dei suggeritori d’Oltreoceano.
E fra i tanti sfollati e profughi che nell’estate hanno invaso le isole del Dodecaneso di fronte alle coste turche c’è un gran numero di afghani, come nel 2004-2005 quando l’Enduring Freedom di Bush mostrava gli effetti drammatici della sua deriva e loro fuggivano, affrontando ogni avventura per scampare alla morte. I dati dell’Unama, l’agenzia Onu che s’occupa delle vittime civili, per i primi sei mesi del 2015 riferiscono un numero minore di vittime (1592) ma superiore di feriti (3329) rispetto all’anno precedente. Nella somma la quota aumenta, comunque, dell’1%. Ma esistono province schiacciate in pieno dai conflitti; quella del Badakhshan nei mesi scorsi ha visto quasi raddoppiare il numero degli abitanti uccisi (da 311 a 545). Colpiti anche dalla guerriglia oppure da chi li caccia: in quella zona del nord-est trovano riparo i Tahreek, talebani dissidenti e comunque sanguinari responsabili della strage alla scuola di Peshawar, inseguiti fuori dai confini dall’esercito pakistano. Una guerra nella guerra d’un Medioriente che non si vuole pacificare. I bambini continuano a essere l’anello debole, insieme alle donne, d’uno stillicidio senza fine. La triste statistica dell’anno in corso conferma la tendenza: il 13% in più di vittime per gli infanti, il 23% per sorelle, madri, nonne. Quest’ultime sono sempre meno. Invecchiare è un lusso non concesso al genere femminile afghano.

sabato 3 ottobre 2015

Caos migranti, il piano Soros-Cia per destabilizzare l’Europa

Proprio come le forze oscure della miliardaria rete di organizzazioni non governative della Central Intelligence Agency degli Stati Uniti e di George Soros, che complottarono per destabilizzare Medio Oriente e Nord Africa attraverso l’uso dei social media, realizzando la cosiddetta “primavera araba”, tali forze hanno aperto un nuovo capitolo sulla disfunzionalità globale facilitando il flusso di rifugiati e migranti economici da Medio Oriente, Asia e Africa all’Europa. Nel marzo 2011, il leader libico Muhammar Gheddafi predisse cosa sarebbe accaduto all’Europa se la stabilità del suo paese veniva minata dalle potenze occidentali. In un’intervista a “France 24”, Gheddafi predisse correttamente: «Ci sono milioni di neri che potrebbero attraversare il Mediterraneo per la Francia e l’Italia, e la Libia svolge un ruolo nella sicurezza nel Mediterraneo». Il figlio di Gheddafi, Sayf al-Islam Gheddafi, condannato a morte dal regime radicale che governa Tripoli, fece eco ai commenti del padre nella stessa intervista al notiziario francese. Sayf disse: «La Libia può diventare la Somalia del Nord Africa, del Mediterraneo. Vedrete i pirati in Sicilia, a Creta, a Lampedusa. Vedrete milioni di immigrati clandestini. Il terrore sarà vicino».
Come si è visto nei recenti avvenimenti, Sayf aveva proprio ragione. Infatti, per l’Europa, il terrore è letteralmente a fianco. Si stima che ben 4.000 jihadisti veterani degli olocausti terroristici in Siria, Iraq e Yemen, abbiano approfittato dell’assenza dei George Soroscontrolli sulle frontiere di Schengen dell’Unione europea per entrare o ritornare in Europa. Molti giovani “migranti” hanno iPhone, bancomat, diversi passaporti e molto contante, difficilmente ciò che ci si aspetta di trovare in possesso di veri profughi di guerra. Non solo gli africani hanno inondato l’Europa meridionale dopo aver attraversato in modo periglioso il Nord Africa, tra cui la Libia, ma i profughi siriani, per lo più creati dal trasferimento massiccio occidentale ai jihadisti siriani di armi catturate in Libia dopo il rovesciamento di Gheddafi, innescando la sanguinosa guerra civile siriana, fluiscono via mare e via terra nel cuore dell’Europa. Soros, che non è altro che un frontman miliardario dell’ancor più ricca famiglia di banchieri Rothschild dell’Europa occidentale, ha supervisionato la completa distruzione degli Stati nazionali nell’Europa sud-orientale, che oggi consentono l’accesso incondizionato dei migranti economici e dalla guerra civile da Siria, Iraq, Nord Africa, Africa sub-sahariana, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Birmania, Sri Lanka e altre nazioni del Terzo Mondo devastate da guerra e povertà.
Risultato dei programmi di reingegnerizzazione delle nazioni, Soros prima ha contribuito a distruggere la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, con l’aiuto attivo dell’Unione Europea e della Nato. Le sette repubbliche indipendenti che una volta costituivano la Jugoslavia, ora sono le principali vie di transito per decine di migliaia e prossimi centinaia di migliaia di migranti non europei. La Grecia, che soffre per l’austerità degli “avvoltoi” dei banchieri centrali e privati europei, tra cui Soros e i suoi mandanti Rothschild, difficilmente può affrontare il massiccio flusso di rifugiati. I banchieri si sono assicurati che la Grecia non possa nemmeno fornire i servizi sociali di base al proprio popolo, lasciando soli i profughi da zone di guerra e nazioni che soffrono del crollo di governi ed economia. La Macedonia, che continua a subire il tentativo di “rivoluzione colorata” in stile ucraino su concessione dei neocon dell’amministrazione Obama, come l’assistente del segretario di Stato per Victoria Nulandgli affari europei ed eurasiatici Victoria Nuland, non può trattenere l’invasione della massa di rifugiati dalla Grecia. Molti rifugiati sono trattati al confine greco-macedone con fastidio, ammucchiandosi in Macedonia e poi in Serbia.
I migranti hanno cercato ogni modo possibile per raggiungere le accoglienti Austria e Germania. I rifugiati a Budapest sommersero la stazione ferroviaria centrale, costringendo a chiuderla ai passeggeri, profughi che cercavano di raggiungere Austria e Germania, così come ungheresi e turisti. I rifugiati musulmani arrivati a Monaco di Baviera erano irritati dalla presenza per le strade di tedeschi e stranieri che celebrano l’annuale “Oktoberfest” bevendo birra. Già vi sono stati scontri per le strade tra celebranti l’Oktoberfest ubriachi e alcuni rifugiati musulmani che si oppongono alla presenza dell’alcol. I funzionari della città di Monaco di Baviera avevano detto che potevano ricevere solo 1000 nuovi rifugiati al giorno. La città ha visto il numero salire a 15.000 al giorno con circa il 90 per cento che non si registra presso le autorità locali, scomparendo per destinazioni sconosciute. Nelle città e nei paesi dell’Europa, i migranti appena arrivati dormono nei parchi e sui marciapiedi creando l’incubo della salute pubblica con feci umane nei parchi e puzza di urina permeare le pareti degli edifici.
La situazione è aggravata dal recente arrivo dei rifugiati siriani nel nord della Germania, che scambiano il velenoso fungo selvaggio “tappo della morte” per una varietà commestibile che cresce nel Mediterraneo orientale. Nonostante le avvertenze in arabo e curdo distribuite ai rifugiati, i profughi hanno ingerito i funghi velenosi, subendo vomito e diarrea incontrollabile, aggiungendo altro dilemma alla salute pubblica in Europa. E’ solo questione di tempo prima che le malattie trasmesse dai rifiuti umani, come colera e tifo fanno, facciano il loro trionfale ritorno nelle città d’Europa dalle pandemie mortali dello scorso millennio. La cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente del Consiglio dell’Unione europea Donald Tusk e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker hanno la responsabilità diretta dell’afflusso di oltre un milione di rifugiati politici ed economici nel cuore dell’Europa. Merkel non ha fatto segreto del desiderio di aggiungerli alle file dei lavoratori Juncker e Tuskospiti, “Gastarbeiter”. Tuttavia, come mostrato da altri lavoratori ospiti in Germania arrivati negli ultimi decenni, questi lavoratori non si considerano “ospiti” ma residenti permanenti e cittadini.
Nel frattempo, Tusk e Juncker, quest’ultimo originario del minuscolo Lussemburgo, hanno minacciato di multare i membri non comunitari Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda se non assorbono la loro quota di rifugiati, una percentuale dettata dagli “eurocrati” dell’Ue a Bruxelles. Anche se Tusk ha chiesto ai Paesi dell’Ue di aprire frontiere e tesorerie ai profughi, la sua nativa Polonia è reticente ad accettarne più di qualche centinaio. L’opposizione della Polonia si unisce a quella di Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia. Il successore di Juncker a primo ministro del Lussemburgo, Xavier Bettel, primo capo europeo ad avere un matrimonio gay, ha accolto centinaia di rifugiati. Bettel crede nell’Europa senza frontiere e, quindi, come Merkel, Tusk e Juncker, è un eroe delle Ong finanziate da Soros che fanno dell’Europa un esperimento d’ingegneria sociale mortale. Molti lussemburghesi cercano qualcuno come Marine Le Pen in Francia per fermare il carrozzone dell’accoglienza dei rifugiati che minaccia di cancellare il Granducato del Lussemburgo.
I paesi che hanno radicalizzato gli eserciti jihadisti in Siria e Iraq, in particolare Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, hanno ritenuto opportuno non prendere nessun rifugiato dai combattimenti in Siria e Iraq. L’Arabia Saudita ha avuto il coraggio assoluto di offrire alla Germania la costruzione di 200 moschee per i rifugiati, dove viene solo predicato e insegnato la versione wahabita dell’Islam. Nel frattempo, vi sono prove che la Turchia esorti i rifugiati dalla Siria sul suo suolo ad unirsi all’esodo su carrette del mare verso l’avversaria Grecia. Tale mossa ha provocato la morte di molti bambini e donne, servita solo a commuovere gli europei del nord che hanno invitato migliaia di profughi nei loro paradisi sociali. La Turchia ha anche distribuito manuali ai migranti per istruirli su dove andare una volta giunti in Germania, per avere dal governo l’assistenza sociale. Proprio come si è visto con le rivoluzioni colorate dirette da Soros e Cia nei paesi arabi e Ucraina, il flusso di migranti è stato istruito via Twitter su dove c’erano controlli alle frontiere e come aggirarli. Tale direzione “esterna” ha guidato i profughi da Grecia, Macedonia, Serbia a Croazia e Slovenia, instradandosi verso le frontiere austriache e tedesche, evitando in tal modo Madsen, ex funzionario della Nsale sempre più ostili Ungheria e Serbia. C’è già stata una scaramuccia al confine tra polizia croata di scorta a un treno carico di profughi al confine ungherese e le guardie di frontiera ungheresi.
Che siano neo-conservatrici e neo-liberisti, le politiche che hanno portato alla peggiore crisi dei rifugiati in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale hanno radice nei crogioli politici dei gruppi di facciata finanziati da George Soros e Cia in Europa e Stati Uniti. E’ solo questione di tempo prima che i loro ruoli in ciò che è avvenuto in Europa sia scoperto da nazionalisti di destra e di sinistra e che loro case editrici e siti web vadano in fiamme. Alla fine, gli europei si sveglieranno e scopriranno che la Russia s’è immunizzata dal flagello dei rifugiati evitando di frequentare l’Ue e le sue messinscene. Quando i migranti appena arrivati inizieranno a defecare, vomitare e urinare per le strade di Tallinn, Riga, Vilnius, Helsinki e Stoccolma, la Russia libra dalla crisi dei rifugiati non sembrerà così male, dopo tutto.

venerdì 2 ottobre 2015

La Russia è di nuovo una grande potenza

La settantesima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tuttora in corso, ha rappresentato lo spartiacque della politica internazionale recente. Ascoltare i discorsi della prima giornata di lavori, durante la quale i leader delle maggiori potenze mondiali si sono alternati sul pulpito dell’aula dell’Assemblea Generale, ha fatto percepire una sorta di inversione di tendenza. Le parole di Vladimir Putin hanno riecheggiato nel Palazzo di Vetro, applaudite nel finale da gran parte dei delegati presenti. Il mondo ha un nuovo leader, e lo stesso Obama se ne è accorto. I temi chiave, in entrambi i casi, sono stati le crisi internazionali che vedono coinvolti i principali attori, ovvero Ucraina e Siria, e la cooperazione per la lotta al terrorismo transnazionale. A tal proposito si è evinto come il leader russo calcasse la mano sull’impotenza delle organizzazioni internazionali, o meglio, su come l’imposizione di un egemone in particolare avesse reso inutile l’operato dell’Onu nella fattispecie. Perseguire gli interessi di una singola potenza, bramosa di imporre il proprio modello e la propria influenza su una serie di stati vassalli, ha prodotto il grande sconvolgimento cui l’Occidente, oggi, assiste passivamente.
La necessità di accogliere il favore della comunità internazionale si è presentata al presidente Putin con l’aggravarsi della crisi in Siria. Ricorrenti, infatti, sono state le notizie delle ultime settimane, durante le quali si affacciava timida la possibilità di un intervento militare russo entro i confini di Damasco per combattere i ribelli jihadisti, tra i quali Daesh e Al Nusra, al fianco delle truppe regolari siriane al servizio di Bashar Al-Assad. Proprio questo è il nodo gordiano della faccenda: una sorta di “novità” rispetto al passato, che ha reso la strategia militare approntata dal Cremlino più convincente e (si spera) anche più vincente rispetto alla disastrosa esportazione democratica di matrice occidentale. Mentre a Washington e nei sobborghi della Nato in Europa si continua a temporeggiare con la scusa dell’impossibilità di appoggiare un regime criminale, mercoledì 30 settembre il Presidente Putin ha ottenuto dal Consiglio della Federazione l’autorizzazione all’intervento dell’aviazione militare russa per colpire gli obiettivi strategici dello Stato Islamico. L’utilizzo delle forze armate fuori dai confini della Federazione è consentito solo previo rilascio dell’autorizzazione della Camera Alta del parlamento russo (in base a come disposto dall’articolo 102 della Costituzione del 1993), ed è la seconda volta nel giro di 18 mesi che ciò si verifica – l’ultima volta, il primo marzo 2014 si era autorizzato l’intervento in Crimea. I reparti dell’aviazione militare – già da agosto dislocate presso le basi di Tartus e Latakia – hanno effettuato circa una ventina di voli di ricognizione partiti dall’avamposto siriano di Hmeymim al fine di localizzare gli obiettivi sensibili di Daesh, situati in una zona di montagna. Secondo quanto comunicato all’agenzia Tass dal portavoce del ministero della Difesa russo, il Generale-maggiore Igor Konashenkov, sono stati colpiti otto bersagli sensibili tra i quali alcuni centri di controllo dello Stato Islamico, depositi di munizioni, carburante ed attrezzature militari, senza tuttavia colpire infrastrutture civili, poiché situati in zone lontane dai centri abitati. È stato specificato, inoltre, che la Difesa russa predisporrà esclusivamente operazioni aeree, che quindi non prevedono l’intervento di truppe di terra.
La diplomazia russa ha, dal canto suo, informato Stati Uniti e Israele delle proprie strategie, chiedendo agli Stati Uniti di non interferire con le operazioni militari russe, evitando di far sorvolare lo spazio aereo siriano con i propri velivoli. L’attrito tra Mosca e Washington, in tal senso, non si è ancora consumato: la battaglia diplomatica e mediatica è proseguita per tutta la giornata, e difficilmente cesserà nelle prossime ore. In una nota del Dipartimento della Difesa americano, a nome del Generale John Kirby, è stato condannata l’azione militare in Siria, classificata come “aggressione”. Per quanto ci si possa impegnare a voler mantenere una posizione neutrale nelle proprie considerazioni, risulta quantomeno difficile non poter notare una palese nota di trasformismo istituzionale di scarso livello. Senza scomodare tifi da stadio, pare piuttosto evidente come l’azione militare russa si classifichi assolutamente legittima, in ossequio alle norme di quel diritto internazionale ripetutamente bistrattato dalle grandi potenze, gli Stati Uniti in primis. L’intervento russo è stato richiesto e ottenuto dal legittimo presidente siriano Bashar Al-Assad, quindi con il consenso del Paese sotto attacco, mentre le autonome azioni militari operate da USA, Francia ed Australia continuano a verificarsi in contraddizione con i principi del medesimo diritto, senza autorizzazione alcuna da parte di nessuno.
Sembra difficile continuare a credere che i paladini della giustizia, gli esportatori di democrazia per eccellenza, si stiano opponendo con tutte le loro forze alla lotta contro i veri attentatori alla sicurezza internazionale. Eppure è stato proprio Washington a porre il veto sulla risoluzione ONU per classificare l’Isis come organizzazione terrorista. Gli sviluppi che ci saranno nei prossimi giorni non saranno in grado di fornire scenari più rosei, probabilmente le tensioni si acuiranno ulteriormente. La Casa Bianca vede crollare inesorabilmente il suo progetto egemonico mediorientale, ed inasprirsi il suo cammino verso l’intrusione nel Caucaso del Nord. Il fallimento tattico militare americano si perpetra lungo una direttrice che fa cadere la maschera finto-buonista in dotazione agli yankee. Deformare la realtà agli occhi del grande pubblico non rende una “piccola”nazione un grande Paese. Osteggiare aprioristicamente un’azione – almeno apparentemente – sensata quale l’intervento russo in Siria, non fa altro che mettere in evidenza un totale disinteresse per la tutela dell’ambiente internazionale, mostra altresì l’intenzione spietata di asservire tale sistema per il soddisfacimento dei propri interessi. “Ma vi rendete conto di cosa avete fatto?”

giovedì 1 ottobre 2015

L'abbondanza e il capitale

l capitalismo ha un grande e tenace nemico, una malattia che produce esso stesso incessantemente: l'abbondanza...(continua a leggere)
Il capitalismo ha un grande e tenace nemico, una malattia che produce esso stesso incessantemente: l'abbondanza. Oggi l'abbondanza che lo minaccia è, come sempre, quella delle merci, ma in una misura che non ha precedenti. Ad essa, negli ultimi decenni, se ne è aggiunta un'altra, assolutamente inedita, che coinvolge un vasto e crescente ambito di servizi. Per alcuni beni la saturazione del mercato capitalistico è visibile a occhio nudo ormai da tempo. I capi d'abbigliamento si comprano ancora nei negozi, a prezzi che generano un certo profitto a chi li produce e a chi li vende. Ma per il vestiario esiste un mercato parallelo così esteso e abbondante che ormai sfiora la gratuità. Si può dire che nelle nostre società più nessuno ormai, nemmeno il più misero degli individui, ha il problema di vestirsi. Non dissimile fenomeno possiamo osservare nell'ambito dei servizi più avanzati: l'accesso all'informazione, alla cultura, all'arte, alla musica.
Certo, occorre almeno possedere un cellulare, pagare un contratto a un gestore. Ma è evidente che siamo invasi anche qui - insieme, certo, al ciarpame - da un'abbondanza di offerta, a prezzi decrescenti che tendono a creare uno spazio di fruizione fuori mercato. Sappiamo che il capitale anche da tali beni riesce a trarre ancora profitti, ma oggi è sotto i nostri occhi uno scenario di abbondanza di servizi e beni culturali, di umana emancipazione, potenziale e di fatto, che non ha precedenti. Solo 50 anni fa tutto questo era lontano dalla nostra immaginazione. Occorre sempre gettare un occhio al passato, per evitare di scorgere nel presente solo un cumulo di sconfitte.
Com'è noto, il capitale combatte la caduta tendenziale del saggio di profitto inventando nuovi beni e nuovi bisogni, dilatando il suo dominio sulla natura per trasformare il vivente in merci brevettabili, strappando al controllo pubblico servizi che un tempo erano dei comuni e dello stato. Ma il capitale, aiutato da circostanze storiche fortunatissime - la crisi e poi il crollo del blocco comunista, la burocratizzazione dei partiti democratici di massa e dei sindacati, la rivoluzione informatica - ha sventato la più grande minaccia da abbondanza che gli sia parata dinnanzi nella sua storia: quella degli ultimi decenni del XX secolo. Un oceano di beni stava per riversarsi nel mercato dei Paesi avanzati, un sovrappiù di merci che avrebbe costretto imprenditori e governi a innalzare i salari e soprattutto a ridurre drasticamente l'orario di lavoro. Si sarebbe arrivati a quel passaggio epocale previsto da Keynes nel saggio Possibilità economiche per i nostri nipoti (1928-30), che, con la crescita della produttività a «a un ritmo superiore all'1% annuo» avrebbe spinto le società industriali, nel giro di un secolo, a istituire una durata del lavoro a 15 ore settimanali.
In realtà, la crescita della produttività mondiale è stata superiore alle stesse previsioni di Keynes, con risultati però opposti rispetto alle sue aspettative. In un saggio prezioso per rilevanza documentaria e nitore espositivo, Abbondanza, per tutti (Donzelli, 2014) Nicola Costantino ha ricordato che il tasso di crescita annuo della produttività a livello mondiale, nel corso del XX secolo, ha oscillato tra il 2 e il 3%. Negli Usa, tra il 1950 e il 2000 è stato in media, del 2,5%, in Francia, nel solo settore industriale, tra il 1978 e il 1998, del 3,7%. Il che ha significato che la produttività oraria del singolo lavoratore, a un tasso di crescita del 2% annuo, è aumentata di ben 7 volte, molto di più delle 2,7 volte ipotizzate da Keynes e su cui egli fondava la previsione delle 15 ore settimanali.
Ma la giornata lavorativa non è stata accorciata, se non in Francia, in maniera contrastata e oggi rimessa in discussione. Ovunque, specie negli ultimi anni, la durata del lavoro quotidiano è cresciuta a dismisura. Negli USA, già prima della crisi era diventato generale il fenomeno del workaholic, l'alcolismo del lavoro, mentre oggi sempre di più gli americani lamentano la mancanza di tempo, il time squeeze, time pressure, time poverty (S.Bartolini, Manifesto per la felicità, Donzelli 2010). Lavorano tutto il giorno come dannati: ma almeno guadagnano bene? Niente affatto, essi sono in grandissimo numero poveri e indebitati. Come ha ricordato Maxime Robin su Le Monde diplomatique-Il Manifesto (Stati Uniti, l'arte di ricattare i poveri, settembre 2015) oggi in Usa i check casher, piccole banche per prestiti veloci, dilagano nei quartieri poveri più dei McDonald's. Ma in genere tutti gli americani della middle class sono indebitati. «Uno statunitense nella norma è un cittadino indebitato che paga le rate in tempo». E le cose non son certo migliorate con la ripresa santificata dai media. Il 95% dei redditi aggiuntivi che si sono creati dopo la crisi – ricordava The Economist nel settembre 2013 – è andato all'1% delle persone più ricche. Al restante 99% sono andate le briciole del 5%. Tutto come prima, peggio di prima.
Che cosa dunque è accaduto? Perché dal mondo dell'abbondanza a portata di mano siamo precipitati nel regno della scarsità? La risposta essenziale è molto semplice. Perché il capitalismo dei paesi dominanti (Usa e Europa in primis), ricercando nuovi mercati e occasioni di profitto nei paesi poveri (la cosiddetta globalizzazione), innalzando la produttività del lavoro, ristrutturando e innovando le imprese, non incontrando resistenze in sindacati e partiti avversi, hanno generato un'arma strategica formidabile: la Grande Scarsità, la scarsità del lavoro. Il lavoro inteso come occupazione, come job. I dati recenti sono impressionanti.Tra il 1991 e il 2011 - ricorda Costantino - mentre il Pil reale planetario è cresciuto del 66%, il tasso globale di occupazione è diminuito dell'1,1%. In 20 anni un quarto di beni in più con meno lavoro.
Ma una vasta e ben controllata disoccupazione è oggi un arma politica, non solo un effetto delle trasformazioni economiche. Tale scarsità, diventata permanente e sistematica, ha reso i rapporti tra capitale e lavoro, economia e politica, poteri finanziari e cittadini, drammaticamente asimmetrici e sbilanciati. Tutti invocano lavoro come gli affamati un tempo chiedevano il pane, fornendo al capitale una legittimazione mai goduta in tutta la sua storia. L'intera struttura dello stato di diritto ne risente, gli istituti della democrazia vengono progressivamente svuotati. Sindacati e partiti, funzionari del presente, invocano la “ripresa” come se il futuro possa “riprendere” le fattezze del passato.
E tuttavia tale artificiale scarsità non può durare a lungo. Non solo perché le innovazioni produttive in arrivo (stampanti 3D, intelligenza artificiale,ecc) stanno per rovesciarci interi continenti di merci e servizi, sostituendo perfino lavoro intellettuale con macchine. Ma anche perché l'abbondanza del capitale che la Grande Scarsità del lavoro oggi genera è una forma di obesità, una malattia sistemica. C'è troppo danaro in giro, masse smisurate di risorse finanziarie, rispetto alle necessità della produzione. Patrimoni concentrati in gruppi ristretti che non corrono il rischio dell'investimento produttivo in società ormai sature di beni e con una domanda debole, mentre la grande massa dei lavoratori è tenuta a basso salario perché i loro padroni devono poter competere a livello globale. Tutti i capitalismi nazionali comprimono i salari, allungano gli orari di lavoro, sperando nelle esportazioni e tutti, o quasi, languono nella generale stagnazione. Mentre i soldi si accumulano, generano altri soldi, muovono speculazioni nei mercati finanziari e preparano altre crisi.
Questo quadro che non teme smentite – poggia su una vasta e solida letteratura - ha una grande importanza per la sinistra. In esso è possibile scorgere che una vita di gran lunga migliore sarebbe possibile per tutti e che solo i rapporti di forza dominanti la ostacolano, facendo regredire la società nel suo insieme. Non c'è una crisi, intesa come un evento naturale. E' stato il cedimento storico dei partiti della sinistra, dei sindacati, dei governi a favorire la vittoria della scarsità sull'abbondanza. Una grande battaglia perduta, ma da cui ci si può riprendere. Da questa lezione si può comprendere come niente di naturale è rinvenibile nella situazione presente: è tutto dipendente da scelte politiche, da puri rapporti di forza.
Si può così smascherare l'idea di una scarsità a cui occorre piegarsi come all'antico Fato. Così come l'idea di una “ripresa” affidata alle riforme del mercato del lavoro, alla flessibilità dei lavoratori, senza toccare la piramide delle ricchezze accumulate. Non ci sono i soldi, recita la litania dei politici, di gran parte degli economisti main stream, gli aguzzini intellettuali più attivi sulla scena pubblica, con il loro seguito di giornalisti orecchianti. E' la più grande menzogna della nostra epoca. I soldi non ci sono per pensioni dignitose, per il reddito di cittadinanza, non ci sono per le borse di studio agli studenti, che disertano gli studi universitari, non ci sono per i nostri ricercatori e per la gioventù intellettuale, costretta a migrare all'estero. Ma ci sono in misura crescente e cumulativa nei patrimoni privati: in un solo anno, tra il 2011 e 2012, mentre infuriava la crisi, il numero degli individui con un patrimonio superiore a un milione di dollari è cresciuto nel mondo del 6%, in Italia del 10% . I soldi ci sono in quantità senza precedenti per le banche. E le centinaia di miliardi di euro che la BCE sta profondendo a piene mani, semplicemente stampandoli?
Dunque, una grande abbondanza (auspichiamo, di beni e servizi avanzati, frutto di una generale riconversione ecologica, di riduzione del lavoro ) è alla nostra portata. E bisogna infondere non solo nel nostro popolo, ma nella società italiana tutta intera questa grande pretesa. La pretesa della prosperità e del ben vivere per tutti. E' una prospettiva di nuovi bisogni, che non solo è possibile soddisfare, ma coincide con una tendenza storica inarrestabile e che capitale e ceto politico possono solo ritardare, con danno generale. La redistribuzione dei redditi e del lavoro e la lotta alle disuguaglianze incarnano come mai nel passato l'interesse generale, una necessità indifferibile e universale. Oggi possiamo far sentire a tutti, anche agli scoraggiati e ai perplessi, che nelle nostre vele può tornare a soffiare il vento della storia.

mercoledì 30 settembre 2015

Non solo "cervelli", anche pensionati in fuga dall'Italia

Secondo i dati Inps, nel 2014 crescita del 65%.
E l'Inps paga all’estero 400mila assegni per oltre un miliardo di euro.
Secondo l'Inps, oltre 36.500 pensionati "in fuga" dal 2003 al 2014.

Secondo l'Inps, oltre 36.500 pensionati "in fuga" dal 2003 al 2014.
Non sono solo i giovani a caccia di lavoro che fanno le valigie per andare a vivere all'estero. Secondo un rapporto Inps, sono sempre più numerosi i pensionati italiani che decidono di lasciare l'Italia per andare a vivere in paesi dove il costo della vita è meno caro e dove il peso fiscale incide meno sulle pensioni.
Risultato finale: solo nel 2014 i pensionati espatriati sono stati 5.345, il 65% in più dell'anno precedente. Dal 2010 il numero è più che raddoppiato (+109%). Oltre 36.500 pensionati "in fuga" dal 2003 al 2014.
Il fenomeno non ha certo riflessi economici positivi per il paese. L'Inps eroga all’estero circa 400mila trattamenti pensionistici all’anno per un importo complessivo di oltre un miliardo di euro in più di centocinquanta Paesi. E questo "rappresenta una perdita economica per l’Italia in quanto l’importo erogato non rientra sotto forma di consumi o di investimenti e genera un minor volume di imposte", ha spiegato l'Inps.
Senza considerare poi che nei Paesi che hanno stipulato una convenzione in materia fiscale con l’Italia le pensioni vengono erogate al lordo e, per evitare una "doppia tassazione". Il presidente Boeri propone a questo proposito lo stop delle prestazioni non contributive all'estero. "Paghiamo integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali a persone che vivono e pagano le tasse altrove".
Ma dove vanno i nonni in fuga dall'Italia? Sempre secondo i dati Inps, il 71% dei pensionati emigrati negli ultimi cinque anni si è trasferito in altri Paesi europei, il 10% in America settentrionale e il 6% in America meridionale.

lunedì 28 settembre 2015

Malattia, visite fiscali, reperibilità: tutte le novità

Il lavoratore ammalato deve sottoporsi, preferibilmente sin dal primo giorno di malattia, ad un accertamento sanitario da parte del proprio medico curante, che produce un’apposita certificazione. La disciplina cambia caso a seconda che l’assenza per malattia sia di durata pari o inferiore a 10 giorni, oppure sia superiore a 10 giorni:
– per le assenze da malattia pari o inferiori a 10 giorni, nonché per le assenze fino al secondo evento nel corso dell’anno solare, il lavoratore può rivolgersi anche al medico curante non appartenente al SSN (o con esso convenzionato);
– se invece l’assenza supera i 10 giorni o nei casi di eventi di malattia successivi al secondo nel corso dell’anno, la certificazione deve essere rilasciata esclusivamente dal medico del SSN (o con esso convenzionato).
MEDICO E LAVORATORE: CHI FA COSA
Il medico è tenuto ad inviare la certificazione per via telematica all’INPS, con le specifiche tecniche e le modalità procedurali determinate dall’Istituto.
Il lavoratore deve richiedere al medico il numero di protocollo identificativo del certificato inviato e fornirlo al proprio datore di lavoro, quando richiesto.
L’INPS, a sua volta, mette a disposizione dei datori di lavoro, attraverso i propri canali telematici, gli attestati di malattia ricevuti dai medici.
Il lavoratore è esonerato dall’invio della documentazione in forma cartacea.
Il lavoratore può continuare a presentare, sia all’INPS che al datore di lavoro, il certificato di malattia in formato cartaceo quando lo stesso viene rilasciato da medici privati non abilitati all’invio telematico o da strutture di pronto soccorso, nonché quando l’evento di malattia comporta il ricovero ospedaliero.
Al momento della visita il lavoratore può richiedere al medico la copia cartacea del certificato e dell’attestato di malattia, o, in alternativa, l’invio della copia dei documenti in formato pdf alla propria casella di posta elettronica.
Quando la stampa della certificazione non è oggettivamente possibile, il medico può limitarsi a chiedere al lavoratore conferma dei dati anagrafici inseriti rilasciandogli il numero di protocollo.
Il lavoratore, infine, può prendere visione dei propri certificati accedendo al sito internet dell’INPS, tramite PIN o codice fiscale.
IL CONTROLLO DEL MEDICO FISCALE INPS
Tutti i datori di lavoro devono presentare le richieste di visita medica di controllo in via telematica, attraverso il portale dell’INPS (servizio “Richiesta visita medica di controllo“).
Al termine della visita di controllo il medico redige presso il domicilio del lavoratore un apposito verbale informatico e ne fornisce copia al lavoratore. Il verbale viene trasmesso in tempo reale ai sistemi informatici dell’INPS e reso contestualmente accessibile al datore di lavoro che ha richiesto la visita.
Il datore di lavoro può inviare all’INPS, con un’unica operazione (funzione “Invio richieste multiple”), più richieste di visite mediche di controllo (al massimo 50).
OBBLIGO REPERIBILITA’ DEL LAVORATORE E FASCE ORARIE
Per consentire il controllo dello stato di malattia, il lavoratore ha l’obbligo di essere reperibile presso l’indirizzo abituale o il domicilio occasionale:
tutti i giorni durante la durata della malattia comprese le domeniche ed i giorni festivi
nelle seguenti fasce orarie giornaliere:
1) lavoratori statali e personale enti locali
mattina: dalle ore 9 alle 13
pomeriggio: dalle ore 17 alle 18.
2) Lavoratori settore privato
mattina: dalle ore 10 alle 12
pomeriggio: dalle ore 17 alle 19.
Se i contratti collettivi dovessero stabilire regole diverse sarebbero nulli e quindi inapplicabili.
IL LAVORATORE GIA’ VISITATO PUO’ RICEVERE UNA SECONDA VISITA?
Su tale punto i giudici hanno fornito pareri discordanti. Alcune sentenze ritengono che il lavoratore debba sempre rendersi reperibile nelle fasce orarie, anche nel caso in cui il controllo medico sia già avvenuto, in quanto il datore di lavoro ha diritto alla reiterazione delle visite nei limiti in cui ciò non abbia lo scopo di molestare o danneggiare il lavoratore senza un valido motivo.
Un altro orientamento stabilisce invece che, posto il carattere eccezionale della limitazione della libertà di movimento che deriva dall’obbligo della reperibilità, il lavoratore non è più tenuto a rispettarla una volta che il medico di controllo abbia accertato la malattia. Diversamente si potrebbe addirittura incidere negativamente sulla guarigione, specialmente per alcune patologie la cui cura può richiedere l’allontanamento dal luogo abituale di residenza per località più consone alle condizioni del lavoratore ammalato.
SE IL LAVORATORE OSTACOLA LA VISITA
Il lavoratore ha il dovere di cooperare all’effettuazione delle visite domiciliari, in modo da consentire al medico l’immediato ingresso nell’abitazione. Se non rispetta tale dovere per incuria, negligenza o altro motivo (si pensi all’assenza del nome del lavoratore sul citofono) scatta la decadenza dal diritto al trattamento economico; non vi si può rimediare neanche con la conferma della malattia in una successiva visita ambulatoriale.
LAVORATORE ASSENTE ALLA VISITA
Se il lavoratore risulta assente alla visita di controllo domiciliare, il medico:
– rilascia, possibilmente a persona presente nell’abitazione del lavoratore, un avviso recante l’invito per quest’ultimo a presentarsi il giorno successivo (non festivo) alla visita di controllo ambulatoriale, salvo che l’interessato non riprenda l’attività lavorativa;
– comunica l’assenza del lavoratore all’INPS che, a sua volta, avvisa il datore di lavoro.
Se il lavoratore non si reca alla visita ambulatoriale, l’INPS ne dà comunicazione al datore di lavoro ed invita il lavoratore a fornire le proprie giustificazioni entro 10 giorni.