venerdì 8 maggio 2015

Putin gela Erdogan e riconosce il genocidio degli armeni

Vladimir Putin si era recato nei giorni scorsi a Erevan, in Armenia, per commemorare il genocidio degli armeni per mano dell’Impero Ottomano. Chiaramente Ankara non ha mai riconosciuto il genocidio del popolo armeno, e per rappresaglia Erdogan ha annunciato che non parteciperà il 9 maggio alla cerimonia per il 70esimo della vittoria sul nazismo nella Piazza Rossa.
Il 70esimo della vittoria sul nazismo a parte dell’Urss evidentemente fa venire mal di pancia un pò a tutti. E’ particolarmente di moda infatti utilizzare come pretesto l’acrimonia con la Russia come pretesto per disertare la cerimonia prevista in Piazza Rossa. Il pretesto questa volta è la presenza di Vladimir Putin, bellamente ignorata dai nostri media, a Erevan, in Armenia, dove nei giorni scorsi ha partecipato alla commemorazione del genocidio degli commesso dall’Impero Ottomano e avvenuto tra il 1915 e il 1921 e mai ammesso e riconosciuto dalle autorità turche, che anzi polemizzano violentemente con tutti coloro che fanno un passo in avanti in questa direzione. E’ successo anche a Papa Francesco, e ora anche a Vladimir Putin che ha “ostato” presentarsi a Erevan nel memoriale di Tsitsernakaberd per ricordare il Genocidio del popolo armeno. Si parla di oltre un milione e mezzo di civili uccisi o fatti morire dai Giovani Turchi, ma ancora oggi Ankara si rifiuta nel modo più categorico di fare riconoscimenti in questo senso. Non solo, Erdogan basa gran parte del suo potere proprio sul rilancio della Grande Turchia e sul nazionalismo spinto, e inoltre rappresenta un saldo alleato della Nato, questo nonostante la democrazia nel paese turco sia stata brutalmente messa in discussione nel silenzio assordante dei media internazionali. A fare arrabbiare più del normale Erdogan devono essere state le parole di Putin pronunciate per l’occasione: “Niente può giustificare massacri di massa. Oggi ci raccogliamo a fianco del popolo armeno” . E proprio la Russia si è fatta promotrice di un gran numero di iniziative volte a regolamentare la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, identificato come un atto vietato dal diritto internazionale. Mosca vorrebbe che la perpetrazione del genocidio possa comportare la responsabilità internazionale dello Stato e la responsabilità penale di chi compie atti di genocidio, una posizione pienamente condivisibile ma non dalla Turchia. “La comunità internazionale ha il dovere di fare qualunque cosa per evitare che tali tragici eventi del passato tornino a ripetersi, per far sì che tutti i popoli possano vivere in pace e armonia, senza arrivare a conoscere gli orrori che scaturiscono dal fomentare faide religiose, nazionalismi aggressivi e xenofobia“, ha aggiunto Putin. Ma Putin si sa, per i media occidentali è il “cattivo” per eccellenza, così nessuno ha opportunamente evidenziato la gravità della posizione turca, paese che non riconoscendo il genocidio da lei perpetrata dimostra di non condividere le regole internazionali e soprattutto di non condividere valori considerati comuni per il resto della comunità internazionale. Piaccia o no la Russia ha detto chiaro e tondo di condividere il dolore del popolo armeno e ha promesso oltre duemila eventi di commemorazione del genocidio in tutta la Russia, con celebrazioni che coinvolgeranno oltre ai tre milioni di russi di etnia armena anche persone di altre etnie. Incredibilmente però per l’opinione pubblica occidentale Putin è considerato un “dittatore feroce”, mentre Erdogan un legittimo premier democratico.

giovedì 7 maggio 2015

L’Expo, il cibo e l’agricoltura italiana

C’è un fondamento storico evidente e apprezzabile nella scelta di dedicare l’Expo italiano del 2015 all’alimentazione e all’agricoltura. La varietà, ricchezza, genialità della nostra cucina sono ormai un’ovvietà da senso comune. E tale fondamento si ritrova anche nella scelta di Milano, che oltre a vantare un prestigio di grande città e la modernità dei suoi servizi, custodisce un passato agricolo di rilievo mondiale. Almeno dal XVIII secolo Milano e la bassa Lombardia hanno visto fiorire una delle più prospere agricolture d’ Europa e del mondo. Come sappiamo, questa grande opportunità, la ricchezza potenziale, culturale e politica di tale scelta, è andata in buona parte compromessa, se non è del tutto fallita. Certo, in tutte le Esposizioni universali del passato, sia che si tenessero a Londra o a Parigi, lo spettacolo ha avuto sempre una parte preponderante. D’altra parte, si trattava per l’appunto di Esposizioni, cioè delle esibizioni di un capitalismo orgoglioso di mostrarsi a un pubblico internazionale con le sue mirabilia tecnologiche, ma anche nei suoi virtuosismi estetici, incastonati entro mondi urbani in febbrile espansione. L’affanno e il ritardo con cui ci arriva Milano sono lo specchio impietoso di un capitalismo nazionale gravemente usurato nella sua capacità progettuale, corroso all’interno dalla prolungata corruttela che governa da decenni la vita pubblica italiana.
Di sicuro circoleranno nelle giornate milanesi dei prossimi mesi discussioni importanti e serie, contributi alla comprensione della complessa realtà del mondo agricolo e della produzione e distribuzione del cibo. Ma intanto tutti i mesi di preparazione sono già passati sprecando una grande occasione: almeno un ampio dibattito nazionale sulle condizioni della nostra agricoltura, oltre che del nostro cibo, gettando uno sguardo sugli squilibri intollerabili che governano l’architettura mondiale della produzione alimentare. Un Expo che si occupa del tema di “nutrire il pianeta” non dovrebbe dimenticare che il cibo si ottiene dalla terra e che è la sua mancanza alla base della fame di milioni di famiglie. Quella terra sottratta ai contadini dai possessi latifondistici, come accade in America Latina, dagli scavi minerari e dalle dighe, come accade in India e in Cina, dagli inquinamenti petroliferi, dall’agricoltura industriale, dalla desertificazione, e ora dalle guerre in Africa e in Medio Oriente.
Ma il cuore della discussione avrebbe dovuto essere e dovrebbe ancora essere la ragione storica del primato alimentare italiano. Perché il nostro cibo è cos’ straordinariamente ricco, sapido, inventivo, vario, amato e imitato dappertutto? La risposta è all’apparenza facile e nota. Ma perché esso rispecchia la ricchezza unica e irriproducibile della nostra biodiversità agricola, frutto della varietà straordinaria di habitat naturali della Penisola e di una storia senza possibilità di confronti delle numerosissime comunità agricole che vi hanno operato per millenni. E la manipolazione alimentare delle infinite varietà di piante, di ortaggi, legumi, frutta è anch’essa opera storica del mondo contadino, della creatività popolare. In Italia come in Europa – lo ha ricordato più volte Massimo Montanari – anche l’elaborazione “alta” della cucina da parte dei cuochi professionali, faceva base sui piatti inventati dai contadini. E dunque l ‘Expo di Milano avrebbe dovuto e dovrebbe ancora porsi il problema fondamentale: quale sorte è riservata oggi ai contadini e ai lavoratori della terra del nostro Paese? Perché dovrebbe essere evidente il paradosso a cui l’Italia certo non sfugge: i contadini, i piccoli agricoltori, i produttori di cibo, quelle figure che alla fine consentono a tutti noi di vivere, che sono ancora oggi la base primaria e imprescindibile delle nostre società, sono i peggio remunerati fra tutti i ceti produttivi esistenti. Spesso sono in condizione di schiavitù sostanziale, come accade ai braccianti agricoli “extra-comunitari” di Rosarno, di Nardò e di altre campagne italiane. Un lato oscuro e vergognoso del made in Italy, denunciato da pochi coraggiosi, tra cui Carlo Petrini.
Tale discussione è drammaticamente urgente non solo per ragioni di giustizia sociale, ma perché è in pericolo anche il nostro patrimonio, quel cibo su cui si regge ancora tanta parte della nostra ricchezza e della nostra identità nazionale. E qui occorre esser chiari. Se noi non assicuriamo ai nostri produttori agricoli una remunerazione dignitosa, se non conserveremo la terra fertile per produrre cibo, noi perderemo in breve tempo la base di biodiversità agricola su cui si è fondata la nostra eccellenza in cucina. Il made in Italy diventerà una finzione commerciale, un trucco all’Italiana di cui i consumatori internazionali si accorgeranno ben presto. Il processo è già in atto da tempo. Tra il 1982 e il 2010 sono scomparse 1 milione mezzo di aziende dalle nostre campagne. Abbandonano i campi i piccoli produttori e resistono le grandi aziende. E allora occorre chiedersi: è questo il modello di agricoltura che vogliamo? Vogliamo puntare sulle grandi imprese per “produrre di più” riducendo i costi? Dobbiamo addirittura inserire il mais e la soia Ogm nelle nostre campagne, come pretendono taluni scienziati italiani, che hanno tanto a cuore le sorti della loro ricerca, e si curano così poco della storia e delle ragioni della nostra agricoltura?
La sparizione delle piccole aziende tradizionali comporta di necessità una crescente uniformità bioagricola dei prodotti. Su questo abbiamo prove allarmanti. Oggi siamo in grado di misurare gli esiti statistici ed epidemiologici di tale processo omologante dell’agricoltura e dell’alimentazione industriale. Nel rapporto Nuove evidenze nell’evoluzione della mortalità per tumore in Italia, pubblicata nel 2005 dall’Istat e dall’Istituto Superiore di Sanità, si legge: «L’uniformità alimentare ha prodotto un danno alle popolazioni del Sud, che in questi trenat’anni hanno perso un vantaggio di salute che avevano» sul resto della popolazione italiana. L’alimentazione contadina che a lungo aveva protetto i meridionali dall’incidenza del cancro è stata dunque travolta. Un mutamento di paradigma alimentare che li espone alla virulenza cancerogena propria degli stili di vita delle società industriali.
Appare dunque evidente che le sorti dell’eccellenza italiana, il nostro cibo e i suoi infiniti piatti, al di la delle montagne di retorica che si sono sovrapposte sul tema, sono inscindibilmente legate al modello di agricoltura che vogliamo realizzare e in parte conservare. Essa dipende dal destino dei piccoli e medi produttori biologici, dalla loro disponibilità di terra, dalla remunerazione dei loro prodotti, dal premio dato a chi tutela la salubrità delle campagne, protegge il territorio su cui vive e opera, custodisce e restaura il paesaggio del Belpaese

mercoledì 6 maggio 2015

Il lavoro che non c'è

In Italia il lavoro non c'è e non ci sarà ancora per molto tempo. Questa l'amara realtà che emerge dai dati ufficiali sull'occupazione nel nostro Paese. Dati che ci dicono che nel periodo 2007-2014 la disoccupazione è aumentata più del doppio rispetto alla media europea. Una disoccupazione che, e questo è l'aspetto più grave, ha colpito quella che era una caratteristica tipica degli italiani: l'arte di arrangiarsi.
Anche il lavoro nero, il lavoro precario, ne è stato infatti colpito con riflessi economici pesantissimi sul livello di vita di milioni di cittadini. Non ci sono più i lavori saltuari, quelli che permettevano di raggranellare qualche spicciolo in più. Chi te lo potrebbe offrire, preferisce darlo a degli stranieri che sono più affamati, più flessibili e, teoricamente, hanno meno pretese e danno meno fastidi di tipo legale. Il presente e il futuro sono neri soprattutto per i giovani. Vantiamo, si fa per dire, il più alto livello di disoccupazione in Europa tra i 15 e i 24 anni. Moltissimi di loro, i cosiddetti “neet”, per utilizzare la solita insopportabile terminologia anglofona, scoraggiati dall'aria che tira nel settore hanno rinunciato a cercare un lavoro e quel che è più grave hanno smesso pure di studiare e di aggiornarsi, per accrescere la propria preparazione di base.
Un'altra pietra tombale sul nostro futuro perché è chiaro che se non si istruiscono i quadri di domani, quando il vento sarà sperabilmente cambiato, non riusciremo a coprire la domanda che verrà dalle imprese.
Collegata ovviamente al livello di disoccupazione, considerato che ne è la premessa, è il calo della produzione industriale, crollata del 25% in sette anni. Una enormità, ma consoliamoci, visto che la Spagna ha perso circa un 30%. Un fenomeno che in Italia è antico, essendo stato avviato con lo smantellamento dell'industria pubblica imposto all'Italia nei primi anni della cosiddetta Seconda Repubblica. Quindi, in buona sostanza, dopo il 1992. Un aspetto che molti, troppi, tendono a sminuire se non addirittura ad ignorare. Ma è da lì che bisogna partire.
L'impresa pubblica, sia pure con molti dei suoi limiti, aveva assicurato commesse, lavoro ed occupazioni. Molte volte questo aveva comportato l'installazione dell'attività produttiva nel collegio elettorale di questo o quel politico ma quell'industria fungeva da effetto moltiplicatore per molte altre attività sul territorio. Imprese fornitrici di beni (componenti) e di servizi. Il classico modello keynesiano che i politici democristiani e socialisti avevano fatto proprio. Smantellate o privatizzate tali aziende, l'effetto moltiplicatore ha funzionato all'inverso ed è stata notte fonda.
Si potrebbe osservare, anzi si dovrebbe, che molto spesso tali attività delle aziende madri finivano per essere in perdita, ed era un ente pubblico come l'Iri, quindi il contribuente, ad intervenire finanziariamente e coprire il rosso. Ma si trattava comunque di una realtà finanziariamente sopportabile e comune anche ad altri Paesi europei, tanto per dirne uno la Germania. La privatizzazione di settori pubblici come la siderurgia, la telefonia (Telecom), l'industria petrolifera (Eni) e la cessione del loro controllo a soggetti esteri, quindi una nostra colonizzazione, hanno avuto un effetto devastante sia sotto l'aspetto politico-economico che occupazionale, gettando le premesse per trasformarci da mercato produttivo in un semplice mercato di sbocco per prodotti esteri.
Con l'attività produttiva è calato di riflesso anche il reddito disponibile. Da qui il crollo di un settore, come quello dell'edilizia e delle costruzioni che in una città come Roma rappresenta da sempre il primo per livello dell'occupazione e che in Italia rappresenta la pietra angolare della ricchezza delle famiglie. Gli investimenti nel mattone (l'85% degli italiani possiede almeno un appartamento) sono infatti da sempre il segnale della salute dell'economia interna.
Al di là delle aride cifre offerte dagli istituti di statistica, al di là degli amari paragoni con gli altri Paesi, quello che sembra emergere è un generale senso di sconforto e di rassegnazione che coinvolge non solo i disoccupati ma anche gli occupati. Chi ha un lavoro cerca disperatamente di tenerselo a tutti i costi, accettando anche nuove condizioni capestro sui ritmi di lavoro e sulle retribuzioni, sempre più legate agli straordinari e ai risultati. Un modello stakanovista che, non a caso, ha visto l'inesorabile e progressiva marginalizzazione di un sindacato fino a poco tempo fa egemone tra i metalmeccanici, come la Fiom-Cgil che della difesa dei diritti aveva fatto la propria bandiera. Un modello che ha registrato la fisiologica sostituzione dei contratti nazionali con contratti aziendali. Il caso più eclatante, che ha funzionato da battistrada, è stato quello della Fiat.
La crisi finanziaria del 2007-2008, provocata dalle speculazioni delle banche anglo-americane, alle quali si erano accodate quelle europee ed italiane, ha fatto il resto. Obbligate per sopravvivere a ricostruire il capitale proprio, le banche italiane, pur gonfie dei prestiti a tasso irrisorio della Bce, hanno smesso di fare credito alle imprese o hanno preso a concederlo a condizioni troppo onerose, preferendo farlo allo Stato, comprando a man bassa Bot, Cct e Btp. Da qui un'ulteriore mazzata alle imprese e all'occupazione.
Ora in molti sperano che il Jobs Acrt di Renzi, che di fatto ha liberalizzato i licenziamenti, possa invogliare le imprese ad assumere. Ma si tratta di una follia. Le imprese non assumono semplicemente perché non hanno commesse dall'estero e dal mercato interno, perché l'economia mondiale, Cina esclusa, non tira nonostante le massicce iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali per stimolare la domanda. E le imprese non assumono e quelle nuove non aprono perché, in Italia, si trovano di fronte ad una burocrazia ottusa, criminale e autoreferenziale che crea ostacoli all'attività industriale e a nuove attività solo per il gusto di dimostrare di esistere e di contare qualcosa.

martedì 5 maggio 2015

Expo 2015: l’esposizione dell’ipocrisia

Premetto di non essere tra coloro che sono pregiudizialmente ostili all’EXPO 2015. Si tratta certamente di una grande vetrina per la nostra produzione agroalimentare (ma ha senso ancora chiamarla “nostra”?) oltre che di una preziosa occasione di sviluppo e di lavoro per taluni. Per taluni ma non per tanti – sia detto per inciso – malgrado la bufala dei giovani italiani che avrebbero rinunziato ad un “lavoro” precarissimo e sottopagato, assai meno dei 1.300 euro (al lordo) strombazzati sulla stampa. Poco male; gli immigrati sono qui per questo, per fare “i lavori che gli italiani non vogliono più fare”, disposti anche a dormire per terra e a mangiare cicoria, mentre quegli scansafatiche dei nostri giovani pretendono di potersi pagare vitto e alloggio.
A parte questo genere di considerazioni, comunque, quel che lascia l’amaro in bocca è soprattutto la consapevolezza che la scintillante vetrina dell’Expo non andrà neanche a scalfire la gigantesca manovra che è in atto per derubare l’intero pianeta del diritto all’alimentazione, e per trasformare tale diritto in una fonte di guadagno per pochissimi speculatori.
Lo strumento di questa sporca, sporchissima manovra sono le sementi. Fino ad oggi, tutti i popoli del mondo hanno piantato le loro sementi, e da queste sementi sono venuti i frutti che hanno consentito loro di nutrirsi, oltre ad assicurare quella biodiversità che è una delle grandi ricchezze del nostro mondo; e, in particolare, di alcune sue regioni (Italia in testa). Da alcuni anni a questa parte, invece – più o meno da quando gli USA sono rimasti l’unica superpotenza del globo – ci si muove in direzione esattamente opposta, si va verso la creazione di tipologie uniche di sementi e verso la loro privatizzazione: nelle mani – manco a dirlo – di alcune grandi multinazionali americane. L’obiettivo è evidente, anche se si fa di tutto per dissimularlo: esattamente come si è già fatto per il diritto di creare danaro (prima facoltà degli Stati ed oggi appannaggio delle “banche centrali” private), si intende sottrarre ai popoli la facoltà di creare il proprio cibo, costringendoli a comprare questo diritto da coloro che ne avranno legalmente il monopolio.
Attenzione, siamo soltanto all’inizio: per il momento nell’occhio del ciclone ci sono soltanto le produzioni di medie dimensioni, quelle che costituiscono l’ossatura dei mercati agroalimentari nazionali, soprattutto nei paesi europei. Ma – ci scommetto – in un futuro non so quanto lontano anche il singolo contadino che coltiva il suo orto con sementi “illegali” sarà passibile di pene severissime. Come negli scenari di certi romanzi di fantascienza dal sapore apocalittico.
Quando leggo la domanda-slogan che fa da sottotiolo all’Expo 2015, dunque, non posso che sorridere, amaramente: «è possibile assicurare a tutta l’umanità un’alimentazione buona, sana, sufficiente e sostenibile?»
ogm-i-rischi-per-la-salute-genetic-roulette-libro_51156Sorrido amaramente perché non è a questo che tendono i “poteri forti” che governano il mondo d’oggi. Loro intenzione non è nutrire l’umanità, ma tenere sotto scacco l’umanità. Loro intenzione non è assicurare un’alimentazione buona e sana, bensì un’alimentazione omologata, omogeneizzata, inquinata da pesticidi sempre più pericolosi e da OGM (organismi geneticamente modificati) i cui effetti a lunga scadenza non sono nemmeno immaginabili. Ed ancor più amaramente sorrido quando penso al destino dell’industria agroalimentare italiana (o a quel che ne resta); destino che in questo momento è oggetto di trattative nel quadro dei colloqui segreti che preludono all’incombente trattato di libero scambio fra USA ed Unione Europea (il famigerato TTIP). E ci sarà ben un motivo perché tali trattative non vengano condotte alla luce del sole, ma siano – lo ribadisco – avvolte nel più assoluto segreto. E tale motivo non può essere che uno ed uno solo: evitare la sollevazione di tutti i settori produttivi e mercantili dei paesi europei – agroalimentare in testa – i cui interessi stanno per essere sacrificati sull’altare dalla carità pelosa dello Zio Sam. Magari con lo spauracchio di un Califfato che ci inquieta e di una “quinta colonna” di 5.000 (secondo i prudentissimi calcoli dei servizi segreti) adepti dell’ISIS dislocati in Europa.
Intanto – mentre fervono le trattative segrete – il legislatore americano e quello europeo non sono rimasti con le mani in mano, ed hanno già iniziato solertemente a costruire l’ossatura su cui si articolerà l’intero edificio del nascente monopolio agroalimentare ispirato dalla filosofia OGM. Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato nel marzo 2013 la legge finanziaria HR933, all’interno della quale si annida un codicillo che consente alla Monsanto ed alle altre multinazionali delle sementi di produrre colture geneticamente modificate senza la possibilità d’interferenza da parte del Dipartimento dell’Agricoltura, fino ad ieri incaricato di verificare l’assenza di pericoli per la salute dei consumatori. Dal canto suo, la Commissione Europea – apprendo dal sito specializzato in campo agrario ilfattaccio.org – ha proposto una legge che, se approvata, costringerebbe i produttori agricoli europei ad utilizzare soltanto sementi “analizzate, approvate e accettate” da un organismo creato ad hoc, ponendo automaticamente fuori legge la coltivazione di semi derivati dalle colture tradizionali e localistiche. In altre parole, una condanna a morte per la biodiversità e, con essa, per quella specificità che ha fatto dell’agroalimentare italiano una produzione d’eccellenza con valenza mondiale.
ttipIntanto – come dicevo – i rappresentanti dell’Unione Europea continuano le trattative segrete per il Trattato di Libero Scambio con gli Stati Uniti. Secondo quanto inizia faticosamente a trapelare, scopo principale (e inconfessabile) del trattato sarebbe lo spalancamento totale dell’Europa all’ingresso di merci americane, con in primissimo piano le merci del settore alimentare e con l’introduzione di meccanismi che farebbero automaticamente decadere ogni tutela per le specificità, per la varietà e per la superiorità della produzione agricola europea. In aggiunta, un micidiale meccanismo di carattere giudiziario inibirebbe – pena fortissime sanzioni pecuniarie – la possibilità per le industrie europee di opporsi in qualunque modo ad una concorrenza soverchiante e probabilmente sleale. Altra notiziola che faticosamente emerge dalle trattative, è quella che vorrebbe la fine di ogni ostacolo alla libera circolazione di prodotti geneticamente modificati; in particolare, i cow-boy pretenderebbero la fine dell’obbligo di indicare in etichetta la presenza di agenti OGM.
Ecco perché – ritornando all’Expo – quando sento parlare di «assicurare all’umanità un’alimentazione buona, sana, sufficiente e sostenibile» sorrido amaramente. Mi sembra un inutile sfoggio di ipocrisia. Tutti sanno benissimo che, dopo la prevista abbuffata di cibi genuini provenienti dall’Italia e dal mondo intero, si riprenderà a lavorare con nuova lena per l’esatto contrario: assicurare alle multinazionali il monopolio di una alimentazione omologata, geneticamente modificata e priva di garanzie per i consumatori.

lunedì 4 maggio 2015

Il ministro che mente agli studenti

“La mafia ha perso, lo Stato ha vinto”, mancavano solo queste frasi per infiocchettare la bella favola raccontata agli studenti oggi presenti al Salone della Giustizia per un incontro sulla criminalità organizzata. A parlare loro, il ministro degli interni Angelino Alfano (già “baciatore” del boss agrigentino Croce Napoli al matrimonio della figlia, ndr) e il capo della Polizia Alessandro Pansa, brava persona, che ha presentato al giovane pubblico una lotta alla mafia nella quale “abbiamo gli anticorpi” per combattere organizzazioni criminali “meno invasive, organizzate e pericolose” e collusioni “non più in forma strutturata”. Poi, la ciliegina sulla torta: "Pensate alle facce dei più grandi mafiosi come ad un album di figurine – ha detto con orgoglio il ministro Alfano – sono tutti nell'album delle carceri: tutti in galera. Continuiamo a cercare Matteo Messina Denaro e siamo convinti che anche la sua latitanza, come è stato per Provenzano e Riina, finirà". Il ministro, nella sua tragicomica performance, ha però omesso di specificare che i nostri storici latitanti oggi dietro le sbarre vantano una latitanza l’uno di 24 anni (Totò Riina), l’altro di 43 (Bernardo Provenzano) entrambi arrestati a Palermo e dintorni dopo anni di permanenza quasi indisturbata (salvo, nel caso di Provenzano, di indagini e blitz poi misteriosamente stoppati). Numeri di cui non possiamo certo andare fieri. La stessa storia si sta ripetendo con Matteo Messina Denaro, ricercato a piede libero dal ’93, ad oggi introvabile nonostante la primula rossa tuttora tiri le fila della mafia trapanese di cui è capo indiscusso.
I ragazzi hanno ascoltato le dolci e bellissime parole secondo le quali la mafia ormai si è ridotta ad un’accozzaglia di delinquenti: a restare in libertà, infatti, sarebbero solo “gli ultimi giapponesi”, ormai senza più speranza, in lotta contro lo Stato, che già canta una vittoria non ancora ottenuta. Le parole del capo della Polizia, seppure in buona fede, e quelle di Alfano, a lui superiore di ruolo e non in buona fede, hanno disegnato una mafia prossima a cadere. Se non vivessimo sulla nostra pelle gli effetti di questa tragica situazione (con 100 miliardi tolti alle nostre tasche ogni anno dalla corruzione e 150 dal “fatturato” delle mafie) ci sarebbe persino da ridere dato che, nel predisporre una seria lotta alla mafia, lo Stato ha più volte promesso senza mai mantenere la sua parola. E i dati degli introiti illeciti, purtroppo, parlano chiaro.
Perché le basi su cui si regge il nostro Paese sono corrotte e mafiose, e prendere per i fondelli i nostri ragazzi non servirà a vincere questa battaglia, né a far sviluppare in loro quegli anticorpi indispensabili per saper distinguere il confine (sempre più labile) tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Caro ministro Alfano, arriverà il giorno in cui cesserà di mentire, sapendo di mentire?

domenica 3 maggio 2015

“Der Spiegel” in Germania accusa la Merkel di tradimento. I tedeschi iniziano a svegliarsi dal letargo?

“Il tradimento”: è questo il titolo di copertina dell’edizione di der Spiegel in edicola che accusa Angela Merkel di essere corresponsabile del Datagate.
“Il Bnd e il governo federale contro gli interessi tedeschi”, si legge sulla foto della cancelliera, del suo ministro degli Interni, Thomas de Maiziere, e del capo degli 007 tedeschi Gerhard Schindler. Il governo è da giorni sotto pressione con l’accusa di aver mentito al Parlamento sugli abusi dell’americana NSA in Ue e Germania. (Tratto da Imola Oggi)
L’avevamo scritto qualche settimana addietro, che la Merkel ha dimostrato definitivamente di essere una “quinta colonna” degli interessi USA in Germania e la prova era che era stata dal fatto che la Merkel si era affrettata a dare la sua approvazione per l’introduzione in Germania della tecnologia del Fracking (micidiale per i suoi effetti sull’ambiente), la cui importazione in Germania è stata autorizzata per la prima volta (approvazione avvenuta il 1.04.2015), in modo tale che la stessa Frau Merkel aveva confermato il suo ruolo, quello di essere di fatto un agente degli interessi USA in Europa. Vedi: Controinformazione.info 3.04.2015
Le notizie di ieri rafforzano e consolidano il nostro giudizio sulla Frau Merkel e questo lo si deduce da quanto la stessa stampa tedesca (l’autorevole Der Spiegel) oggi afferma, essendo emerse le prove della complicità della Merkel con lo spionaggio effettuato dai servizi americani a danno degli interessi tedeschi.
Possiamo quindi spiegarci oggi la incomprensibile posizione di passività e di accettazione supina di tutte le decisioni di Washington da parte della Governo Merkel riguardo alla crisi dell’Ucraina, con l’avallo del golpe pilotato dai servizi USA a Kiev per rovesciare un governo eletto e sostituirlo con un governo fantoccio degli USA; ci spieghiamo anche perchè la Germania si sia schierata decisamente con Washington per l’approvazione delle sanzioni contro la Russia, nonostante il parere contrario delle associazioni degli industriali tedeschi e di altri esponenti tedeschi che vedono questo come un grave colpo agli interessi economici e politici della Germania, i quali considerano fondamentale mantenere una rapporto di cooperazione con la Russia.
Senza parlare poi dell’assenso del governo tedesco alla politica bellicista, di aperta provocazione attuata dagli USA e dalla NATO contro la Russia, con invio di truppe USA ed esercitazioni nei paesi baltici, a ridosso delle frontiere della Federazione Russa e con l’invio di armamenti letali ed addestratori al governo golpista di Kiev, responsabile della tentata “pulizia etnica” della popolazione di etnia russa nella zona est del paese.
Questa Frau Merkel si dimostra la “paladina” degli interessi dell’Impero USA in Europa ed è il personaggio che si è adoperato in tutti modi per spogliare il suo paese di ogni sovranità nazionale e di una politica estera autonoma che la Germania potrebbe condurre in contrappeso al dominio imperiale ed agli interessi imposti da Washington sui paesi europei.
Possiamo domandarci se i tedeschi, iniziando adesso a porsi delle domande critiche sul proprio governo, stiano dando finalmente segnali di volersi svegliarsi dal letargo?
Ce lo dobbiamo augurare anche per la triste condizione dell’Italia che, al contrario, non mostra alcun sintomo di risveglio ma anzi si caratterizza per la “libidine di servilismo” manifestata in più occasioni dai suoi responsabili di governo (Renzi e soci) e per la triste condizione di asservimento totale in cui si trova rispetto alle centrali di potere sovranazionali.

venerdì 1 maggio 2015

Expo, il Governo manda l'esercito. Da ieri in piazza per le "Cinque giornate di Milano"

Renzi va a Milano con l’elmetto. Il Consiglio dei ministri ieri sera ha autorizzato, con due distinti provvedimenti, "l'utilizzazione delle organizzazioni di volontariato della protezione civile e di personale militare per il supporto operativo necessario allo svolgimento dell'Esposizione universale". Che vuol dire? Vuol dire che più che una esposizione universale sarà una trincea. Da ieri si respira aria pesante. La polizia si è lanciata in una cosiddetta “azione preventiva” con arresti, fermi e perquisizioni. Al suo fianco avrà il sistema mass mediatico che non vede l’ora di “mettere l’obiettivo” sopra qualche vetrina infranta. Cosa ci sarà mai da raccontare, infatti, di questa kermesse targata Mc Donald’s tra una pastasciutta aglio pomodoro e basilico e un ovetto Kinder?
Stamattina la polizia ha scoperto, pensate un po’, un “covo freddo”. Proprio così, una casa popolare abbandonata dove non è stato trovato manco un coltello da cucina. Eppure il mass media system parla proprio di “covo freddo”. Chi lo dice, la questura? No, le immancabili e preziose “indiscrezioni”.
Intanto, le “Cinque Giornate di Milano” (qui il programma), con centri sociali e aree antagoniste, studenti, oggi in corteo, e precari, sono in piedi già da ieri, con la manifestazione antinazista da piazza Tricolore a cui hanno partecipato un migliaio di persone. Il punto di snodo di questa iniziativa sarà il 'MayDay', la grande manifestazione in programma il 1 maggio. E poi ancora altri due giorni di mobilitazione, fino a domenica, che avranno come luogo centrale il campeggio del parco di Trenno. Tanto basta per far alzare al massimo livello l'attenzione degli apparati di sicurezza e dell'intelligence in vista dell'inaugurazione dell’Expo.
Il sito dell'Expo è stato diviso in un'ottantina di zone, ognuna con un responsabile di sicurezza assegnato.Lo schieramento sarà imponente: in tutto più di 2.500 tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, mille militari delle varie forze armate, 750 vigilantes privati. E, a vegliare dall'alto, droni in servizio 24 ore su 24. - Tutta l'area, del resto, vivrà costantemente sotto l'occhio vigile delle telecamere -circa 2.500 in totale, di cui 500 fisse sulla zona espositiva e le altre dislocate in città- mentre di notte la sorveglianza sarà affidata a centinaia di militari di pattuglia lungo il perimetro dell'Expo, protetto da una recinzione alta tre metri. Diverse centinaia di operatori delle varie forze armate continueranno poi a sorvegliare gli obiettivi sensibili a rischio di attentato terroristico nel quadro dell'operazione 'Strade Sicure'.
Sotto i riflettori degli apparati della sicurezza, anche la prima della Turandot alla Scala, nella serata di venerdì, proprio in concomitanza con l'inaugurazione di Expo 2015.