venerdì 13 marzo 2015

“Piano Juncker”: Soluzione o ulteriore problema?

A novembre è stato annunciato come “il più grande piano di investimenti che l'UE abbia mai creato”. 315 miliardi per rilanciare l'economia nel vecchio continente. Il totale dovrebbe essere raggiunto grazie a fondi messi dalla Commissione (per 16 miliardi, di cui 6 provenienti da altri progetti europei, 2 di rimanenze di bilancio e 8 non ancora specificati) e dalla BEI (5 miliardi), per un totale di 21 miliardi. Gli Stati sono poi stati “invitati” a integrare il fondo iniziale di 21 miliardi. Tali contributi verrebbero esclusi dal computo delle spese pubbliche ai fini del raggiungimento degli obiettivi del Patto di Stabilità e Crescita. Il 10 marzo l'Italia ha deciso di partecipare tramite la Cassa Depositi e Prestiti con 8 miliardi di euro, come fatto da Francia e Germania, mentre la Spagna ha promesso un contributo minore. Il European Fund for Strategic Investment" (EFSI), sotto l'ombrello della BEI, dovrebbe poi emettere dei titoli per arrivare a un totale di 63 miliardi. La Commissione ipotizza che partendo da questi 63 miliardi, i privati ne metteranno altri 252, portando così il totale a 315 miliardi.
Un primo problma è che se anche si dovesse arrivare a questo totale, parliamo di un piano che rappresenta circa lo 0,8% del PIL europeo. Una somma che appare del tutto insufficiente rispetto alle necessità europee e considerando gli impatti della crisi. In aggiunta, per molti Paesi tali impatti hanno assunto carattere strutturale – per l'Italia parliamo di un crollo del 25% della capacità produttiva – e molto difficilmente si può pensare oggi di recuperare il terreno perduto.
A maggior ragione l'impegno effettivo delle istituzioni appare quindi una briciola rispetto alle reali necessità europee. Guardando ad altre esperienze del passato, tipicamente un investimento pubblico-privato ha raggiunto moltiplicatori molto più bassi di 5:1, o addirittura di 15:1. Il piano da 315 miliardi, comunque ampiamente insufficiente, appare al momento poco più di un annuncio.
Per stimolare il raggiungimento di tali moltiplicatori, gli investitori privati dovrebbero avere lo status di “senior tranches”, mentre il pubblico riceverebbe le “junior tranches”. Nel linguaggio finanziario, questo significa che è il pubblico che dovrebbe subire eventuali perdite fino a esaurimento del proprio investimento, e unicamente se tali perdite superassero l'importo del pubblico ci sarebbero rischi anche per i privati. Questo ultimo aspetto non sembra ancora chiaro, in quanto potrebbero essere messi in piedi ulteriori strumenti di garanzia per i privati anche in caso di default di maggiori dimensioni. In pratica il piano Juncker sembra mettere in piedi una struttura in cui gran parte degli eventuali profitti rimangono privati, mentre si assiste a una socializzazione delle perdite in caso di problemi.
Rasenta l'incredibile vedere come, anche per quello che viene dipinto come l'unica misura pubblica di sostegno all'economia, di fatto la stragrande maggioranza delle risorse debba arrivare dal privato. Nel piano Juncker, di pubblico c'è (quasi) solo l'assunzione di rischi e la garanzia per gli investitori privati.
Il piano Juncker potrebbe di fatto tradursi in un ulteriore aumento della distanza economica e delle diseguaglianze tra Paesi del centro riuniti attorno alla Germania e Paesi della periferia europea, con impatti addirittura nocivi rispetto alle attuali necessità di una UE caratterizzata da pesanti squilibri interni e dall'assenza di trasferimenti fiscali e monetari tra le regioni più ricche e quelle più povere, fattori che stanno esacerbando le tensioni sulla moneta unica. Non si rimettono in discussione ma si rischia addirittura di esasperare le cause strutturali della crisi, a partire dalle crescenti diseguaglianze tanto tra Paesi europei quanto all'interno dei singoli Paesi, l'ipertrofia finanziaria, gli squilibri interni all'UE.
Se con il piano Juncker si riconosce (finalmente) la necessità di una qualche misura pubblica di stimolo alla domanda, la stessa domanda aggregata viene depressa dall'imposizione del patto di Stabilità (che assimila gran parte degli investimenti a spesa pubblica nell'anno di realizzazione dell'investimento, limitando di fatto la possibilità degli Stati di realizzarne) e del Fiscal Compact. Una vera e propria schizofrenia delle politiche europee che rende se possibile ancora più evidente il fallimento delle misure messe in campo negli ultimi anni e dell'austerità nel suo insieme.
Un reale piano di stimolo della domanda aggregata e degli investimenti dovrebbe essere di un ordine di grandezza superiore (stime vanno dai 250 ai 1.000 miliardi l'anno, ovvero tra il 2% e il 5% del PIL europeo e per un periodo di 10 anni), e avere un forte indirizzo pubblico per realizzare diversi obiettivi: un piano per il lavoro, per la riconversione ecologica dell'economia, la riduzione delle diseguaglianze tra Paesi e all'interno dei singoli Paesi, e altri ancora. Ammesso e non concesso che la “competitività” debba essere un obiettivo in sé, non si può pensare di inseguire la Cina e le altre potenze emergenti sul piano del costo del lavoro o delle normative ambientali. E' sulla ricerca, la formazione e l'innovazione tecnologica che l'Europa deve investire nel prossimo futuro.
Le possibilità per finanziare un tale piano ci sarebbero, se solo ci fosse la volontà politica di realizzarlo. La Banca Centrale Europea ha fornito nel periodo Dicembre 2011 - Marzo 2012 la cifra di 1000 miliardi di fondi speciali alle banche private al tasso di interesse dell’1%, con risultati nulli in termini di impatto sull’economia reale. I 21 miliardi di investimento pubblico potrebbero essere messi in rapporto con gli oltre 1.100 miliardi (60 al mese per almeno 19 mesi) previsti dalla stessa BCE con il suo Quantitative Easing.
Non si capisce per quale motivo l'EFSI sia chiamato a emettere titoli per finanziare il piano Juncker, ma il discorso su titoli europei (Eurobond) sia ancora un tabù. Così come non si capisce perché la BCE crei 60 miliardi al mese di liquidità, ma non si possa pensare a un Quantitative Easing con finalità fiscali e non solo monetarie. In altre parole, un'istituzione europea deputata a finanziare un piano di investimenti emette dei titoli, e questi titoli (o una loro parte) vengono acquistati dalla BCE mediante allargamento della base monetaria. Si può fare e si è fatto per salvare le banche private responsabili della crisi – e che non hanno ripreso a erogare credito all'economia – ma non si può fare per sostenere Stati e cittadini in enorme difficoltà?
A questo potrebbero sommarsi altre forme di finanziamento, da una tassa sulle transazioni finanziarie a un diverso uso della leva fiscale, con il doppio obiettivo di ridurre le diseguaglianze e generare un reddito aggiuntivo. In questa direzione, da tempo si parla in Europa della necessità di un accordo fiscale su una tassazione minima delle imprese multinazionali. Al di là del gettito, parliamo di una misura necessaria per evitare la concorrenza esasperata tra Paesi europei, in un'Europa impantanata tra una moneta unica e la libera circolazione delle merci e dei capitali ma l'assenza di politiche fiscali condivise.
Gli investimenti che servono all'Europa darebbero dal punto di vista finanziario ritorni bassi e sul lungo periodo, garantendo nel contempo un elevato ritorno in termini sociali e ambientali. Il pubblico può e dovrebbe avere tali obiettivi di sviluppo perseguendo l'interesse generale. E' quasi inutile ricordare come gli stessi obiettivi siano invece del tutto indifferenti per investitori privati che dovrebbero mettere la stragrande maggioranza delle risorse nel piano Juncker, e che cercano il massimo profitto nel minore tempo possibile.
Vedere una Commissione europea che nega qualsiasi intervento politico o di indirizzo pubblico al piano di investimenti, mentre promette una tournée in giro per il mondo per racimolare risorse private è l'emblema stesso della dottrina ordo-liberista che guida l'Europa: l'obiettivo delle istituzioni e dei governi non è più il benessere dei cittadini ma unicamente mettere le proprie imprese nella condizione migliore di vincere una gara su scala internazionale. Una visione che in questi anni ha portato l'Unione Europea sull'orlo del baratro, e che il piano Juncker sposa integralmente, smentendo alla base tanto lo spirito quanto le finalità di un piano di investimenti.
Un piano che sarebbe fondamentale, ma che per dimensione, gestione, finalità e obiettivi deve andare in direzione totalmente diversa rispetto a quanto proposto dalla Commissione, e che potrebbe rivelarsi non solo inutile ma addirittura nocivo rispetto alle necessità europee. L'ennesimo esempio di quanto un cambio di rotta sia tanto urgente quanto necessario per salvare l'Unione Europea dalle sabbie mobili nelle quali essa stessa si è impantanata da ormai troppi anni.

giovedì 12 marzo 2015

La rottamazione della democrazia

“Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria. Si distruggono i loro libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo s’incomincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è stato. E il mondo intorno a lui lo dimentica ancora più in fretta!”.
Queste parole dello scrittore ceco Milan Kundera si attagliano in modo particolare al nostro Paese, dove da oltre 20 anni è in corso un processo di liquidazione della memoria che in questo tempo contorto si è trasformato in un vero e proprio uragano e si appresta a cogliere la sua vittoria definitiva attraverso una incisiva controriforma della democrazia costituzionale attuata mediante l’interazione fra la riforma elettorale e la revisione della Costituzione.
Nelle Costituzioni c’è la memoria storica dei popoli. Nella Costituzione italiana c’è la memoria del risorgimento e della Repubblica romana, c’è la memoria delle conquiste liberali, c’è la memoria delle contraddizioni e dei limiti dello Stato monarchico che portarono all’avvento del fascismo, c’è la memoria delle nefandezze del fascismo, che sono state ripudiate, c’è la testimonianza viva della passione e delle speranze della lotta di liberazione, che incarnano il lascito della Resistenza.
“Dietro ogni articolo di questa Costituzione, – diceva Calamandrei nel famoso discorso agli studenti il 25/1/1955 – o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta”.
Mettere mano alla Costituzione significa confrontarsi con quel patrimonio di beni pubblici repubblicani che ci è stato tramandato dalle generazioni passate, come testamento di centomila morti, perché noi lo curassimo, lo mettessimo a frutto e lo consegnassimo, a nostra volta, alle generazioni future. Ebbene, in quel patrimonio, la giustizia, l’eguaglianza, la dignità umana non sono solo rivendicate, ma sono istituite e garantite attraverso una trama istituzionale che le rende resistenti alle insidie e alle sfide del tempo.
Se i principi fondamentali della Costituzione sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo, tuttavia è l’architettura del sistema istituzionale che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al governo forze politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (è proprio quello che si è verificato nel corso degli ultimi vent’anni in Italia), queste forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle istituzioni, aggredendo il pluralismo istituzionale o l’eguaglianza e i diritti fondamentali.
La Costituzione ha insediato la libertà che ci è stata donata dalla Resistenza, rendendo impossibile ogni forma di “dittatura della maggioranza”. Proprio per questo negli ultimi venti anni da un vasto arco di forze politiche la Costituzione è stata vissuta come un impaccio, come una serie di fastidiosi vincoli, di cui sbarazzarsi per restaurare l’onnipotenza della politica.
Quale sia il modello di ordinamento a cui puntano le forze politiche che, ormai da un ventennio si avvicendano al Governo del Paese, ce l’ha detto Silvio Berlusconi con la consueta franchezza che lo contraddistingue. Qualche anno fa, nel corso di un dibattito pubblico alla presentazione di un libro di Bruno Vespa sui precedenti Presidenti del Consiglio, Berlusconi dichiarò testualmente: “Tra tutti gli uomini di cui si parla in questo libro, c’è un solo uomo di potere, ed è Mussolini. Tutti gli altri, poteri, non ne hanno, hanno solo guai. Credo che se non cambiamo l’architettura della Repubblica non avremo mai un premier in grado di decidere, di dare modernità e sviluppo al Paese” (Corriere della Sera, 12 dicembre 2007).
Col tramonto di Berlusconi non è tramontata la sua concezione delle istituzioni e la politica ha continuato a perseguire l’obiettivo di demolire l’architettura dei poteri pubblici come configurata dalla Costituzione, cioè il pluralismo istituzionale ed il sistema dei pesi e contrappesi, per concentrare i poteri supremi di direzione della politica nazionale nelle mani di un unico decisore politico. Oggi si è messa in moto una grande macchina mediatica che vuole farci accettare l’idea che l’abolizione del Senato o la sua trasformazione in una sorta di Conferenza Stato-Regioni sia un grande risultato per la democrazia italiana e che le elezioni siano una sorta di lotteria popolare che serve per investire un capo politico del potere di governare e legiferare senza limite alcuno. Dobbiamo dirlo chiaro e forte!
Se finora abbiamo conservato la libertà, se il percorso politico verso la dittatura della maggioranza non è riuscito a quelle forze politiche che avevano come modello l’architettura istituzionale realizzata da Mussolini, questo è avvenuto perché hanno resistito le garanzie che saggiamente i Padri costituenti hanno posto a presidio della libertà.
Ha resistito la Corte Costituzionale, ha resistito, salvo che negli ultimi anni, la garanzia politica incarnata dal ruolo del Presidente della Repubblica, ha resistito il sistema dell’indipendenza della magistratura che ha svolto una funzione di argine agli abusi dei leaders politici, ha resistito, malgrado le distorsioni a cui è stato sottoposto, il pluralismo nell’informazione, mentre il sistema del bicameralismo, pur in presenza di un Parlamento nel quale è stata annichilita la rappresentanza, ha consentito di rallentare e rendere più meditata la decisione politica, dando la possibilità alla società civile di interloquire con i suoi rappresentanti istituzionali per correggere le scelte più inaccettabili.
Proprio l’esperienza storica di questi ultimi anni ci ha insegnato che, se non vi fosse stato il bicameralismo, sarebbero divenuti legge progetti folli, approvati da un ramo del Parlamento, come l’espulsione di migliaia di fanciulli dalle scuole italiane, come il c.d. “processo breve” che consegnava la resa dello Stato alla mafia, o la c.d. legge bavaglio, che disarmava la polizia e la magistratura dei mezzi di investigazione moderni, aprendo la strada all’impunità.
Dopo che la Corte Costituzionale ha dato il massimo contributo possibile alla difesa della democrazia nel nostro paese, cancellando gli istituti più ingiuriosi (per i diritti politici dei cittadini) del porcellum, viene riproposta una nuova legge elettorale che va in direzione ostinatamente contraria alla Costituzione italiana e alla coraggiosa sentenza della Corte Costituzionale ed è perfino peggiorativa del porcellum perché recupera una innovazione introdotta da una legge del 1923, il premio di maggioranza alla lista più votata, che consentì ad un unico partito di controllare insieme il Parlamento ed il Governo, realizzando il massimo della governabilità con i risultati che tutti noi conosciamo.
L’impostazione antitotalitaria della Costituzione del 1948 nasce dalle dure lezioni della storia ed è dissennato considerarla obsoleta, solo perche le esperienze totalitarie del 900 sono tramontate. Consegnare il controllo del parlamento e del governo nelle mani di un unico partito o di un unico capo politico, ci consente di conservare la libertà solo a patto che sia virtuoso il soggetto politico a cui conferiamo tali prerogative. Ma l’esperienza della nostra storia recente dovrebbe farci dubitare della virtuosità dei soggetti politici in campo. Abbiamo dimenticato che soltanto qualche anno fa a un ministro della difesa, intervenendo alla cerimonia dell’8 settembre, in ricordo dei caduti per la difesa della città di Roma, gli scappò di fare l’elegio dei combattenti della Repubblica di Salò? Abbiamo dimenticato che soltanto pochi giorni fa un leader politico che, come avveniva in Germania negli anni 30 del secolo scorso, ha trovato negli stranieri il capro espiatorio della crisi, ha riunito le sue truppe, fra un tripudio di croci celtiche e di saluti romani?
Per quale motivo noi dobbiamo rimuovere le valvole di sicurezza che tutelano l’edificio della democrazia e consegnare le chiavi della nostra libertà nelle mani del soggetto politico minoritario che riceverà l’investitura popolare?
Come ha scritto Gustavo Zagrebelsky, noi: “sommessamente ma tenacemente continuiamo a pensare, con i nostri Costituenti, che la buona politica richieda più, non meno, democrazia, cioè più partecipazione e meno oligarchia, più aperture e meno chiusure ai bisogni sociali: i bisogni di chi meno conta nella società e perciò più ha diritto di contare nelle istituzioni”.

mercoledì 11 marzo 2015

Comprereste un’auto usata da Renzi?

Su Facebook sta furoreggiando un video di Matteo Renzi, colto in palese contraddizione sulle pensioni d’oro dalla trasmissione “Presa Diretta”, che ha trasmesso un’intervista rilasciata a Bruno Vespa un anno e mezzo fa quando Renzi era in corsa per la leadership del Partito democratico e poi, sempre a Vespa, qualche tempo fa, nelle vesti di premier. La contraddizione è palese: il Renzi del dicembre 2013 cavalca l’onda dell’antipolitica e proclama la necessità di tagliare senza pietà le pensioni sopra i 3.500 euro netti. Il Renzi premier, nemmeno un anno dopo, nel settembre 2014, afferma esattamente il contrario, ovvero che pensioni oltre i 2.800 euro non sono d’oro e non vanno assolutamente tagliate. Cambia anche l’entità della manovra. Prima Renzi assicurava che tagliando le pensioni d’oro si potevano risparmiare addirittura dai 4 ai 12 miliardi di euro, poi il beneficio per le casse pubbliche si riduce ad appena 100 milioni di euro.
Renzi è stato giustamente massacrato dal popolo di Internet. Sono fioriti gruppi su Facebook che grondano indignazione per quella che viene considerata una presa per i fondelli. Ma a interessarmi non è tanto la sua giravolta, che può sorprendere solo Renzi con la Merkelchi ancora non ha capito la natura del personaggio e la sua inconsistenza politica, quanto le sue tecniche di comunicazione. Ascoltatelo bene. Renzi parte sempre evocando un luogo comune, un sentore comune, scandendo bene le parole, come se stesse parlando al bar. Conquistato l’assenso implicito dell’ascoltatore, lancia il suo proclama presentandolo sempre come la cosa più ovvia del mondo, o meglio la cosa giusta da fare per chi – ovviamente come lui – persegue il bene del paese. E lasciando intendere che lui è di quella idea da sempre. Renzi è un parlatore innato ma ha evidentemente affinato la propria oratoria con tecniche di persuasione tipiche degli spin doctor. Sa che la gente ha la memoria cortissima e che da sempre, anche in Italia, si lascia incantare da chi parla bene; anzi da chi la vende bene. La bufala, ben inteso.
In America a lungo i candidati presidenziali per screditare i propri rivali hanno chiesto agli elettori: comprereste un’auto usata da quest’uomo? Aggiorno lo slogan. E voi, di Renzi? E’ superfluo che indichi la mia risposta. Ma gli italiani? Se non fosse stato Marcello Foaper il servizio di Riccardo Iacona e della sua squadra, il clamoroso dietrofront di Renzi sarebbe passato inosservato. In realtà è passato comunque inosservato, perché gli altri media non hanno ripreso il servizio di “Presa Diretta”, che ha avuto eco solo su Facebook, raggiungendo alcune centinaia di migliaia di persone. Troppo poco per cambiare il percepito degli elettori. E allora la risposa è: sì, gli italiani ancora gli credono. E continueranno fino a quando non scopriranno che l’auto comprata con tanto entusiasmo da quel simpatico venditore toscano che assomiglia a Mister Bean e fa le smorfie mentre parla, li avrà lasciati a piedi. Ma a quel punto sarà troppo tardi per recriminare. E il danno ormai compiuto.

martedì 10 marzo 2015

Riforme Grecia bocciate

Nessuna tranche di aiuti per la Grecia dopo il secco no dei creditori europei. Preannunciato nel fine settimana il no è diventato ufficiale oggi alla riunionedei ministri delle Finanze dell'area euro. Una riunione che è durata solo 90 minuti, come conferma un articolo di Reuters.
La riunione "è terminata", ha detto un funzionario, facendo riferimento alle discussioni sulla Grecia. I ministri hanno detto che "ora bisogna andare avanti". Un altro funzionario greco ha confermato la conclusione del meeting.
Secondo altre indiscrezioni, la Grecia aprirà trattative con gli esperti di Ue, Bce e Fmi a Bruxelles nella giornata di mercoledì. Si tornerà alla fine a trattare con la troika?
Una fonte governativa riporta che Atene sarebbe pronta a presentare altre proposte di riforma.
Sarebbero tre: 1) dare ai contribuenti la possibilità di presentare altre dichiarazioni, relative agli anni precedenti, senza incorrere in sanzioni; 2) una proposta per affrontare il tema dell'evasione fiscale delle grandi multinazionali, insieme al resto dell'Unione europea; 3) incentivi per i contribuenti al fine di indurli a dichiarare quanto possiedono e guadagnano.
Il presidente dell' Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, al suo arrivo a Bruxelles, ha precisato alla stampa che "le riforme (della Grecia) dovrebbero ripartire in fretta, invece stiamo perdendo veramente troppo tempo". E ancora: "Come sapete abbiamo detto che supporteremo la Grecia se concretizzeranno le riforme che sono necessarie. Dobbiamo lavorare per dare alla Grecia un futuro forte nell'Ue. Siamo pronti ad aiutarli sulla base di altri progressi, ma sembra che stiamo perdendo tempo. E' stato fatto poco in termini di attuazione".
Ha parlato anche il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, che secondo alcune fonti ha continuato a ripetere che è la troika che deve occuparsi del caso Atene. Ha usato proprio quella parola: troika, che il premier greco aveva chiesto di non usare più.
Sulla Grecia "non c'è niente di nuovo, non è successo quasi nulla dal nostro ultimo Eurogruppo, ora è soprattutto una questione per la Troika". E la parola troika, rigettata dai greci, è stata proferita anche dal ministro delle finanze spagnolo Luis de Guindos, che ha affermato che i ministri devono ascoltare il ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, poi le opinioni della troika, e a quel punto si potrà iniziare a lavorare e capire il da farsi.
Da Tokyo, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha ammesso di trovarsi in un cammino difficile con il paese ellenico. "La nostra politica è che la Grecia resti nell'Eurozona. Per molti anni abbiamo lavorato per questo, ma naturalmente ci sono due facce della stessa medaglia: una è la solidarietà e l'altra è la determinazione a spingere sulle riforme; se la via è questa c'e' ancora molta strada da fare".
In tutto questo, la verità cocente è che a marzo non è prevista nessuna tranche di prestiti e la Grecia rischia ora il fallimento. È una doccia fredda per il governo Tsipras, con il premier che ha implorato l'Eurogruppo di non cedere alle cessioni politiche.
Alexis Tsipras sta cercando una sponda politica in Francia, come dimostra la telefonata del premier al presidente Hollande.
Se l'iniezione di liquidità da 7,2 miliardi di euro, l'ultima tranche di un programma di aiuti esterni concordato con la troika tre anni fa, non viene approvata in qualche modo, la Grecia rischia un default del debito pubblico, come ricorda il Sunday Times.
Yanis Varoufakis ha presentato un piano costituito da sette punti. Entro venerdì Atene deve restituire 2 miliardi di euro di debiti tra cui Titoti di stato e obblighi con il Fmi venerdì (vedi grafico a fianco).
Secondo il ministro delle Finanze una soluzione da ultima spiaggia potrebbe essere fare ricorso all'emissione di titoli a breve che potrebbe comprare il settore bancario. L'unico problema è che le banche stanno facendo i conti con una fuga di capitali notevole negli ultimi mesi e con il rifiuto della Bce di accettare titoli come garanzia.
In caso di bocciatura definitiva, Varoufakis ha proposto di indire "un referendum sulle misure" per uscire dalla crisi, ma non un referendum sull'euro come qualcuno in un primo momento aveva temuto. Lo hanno precisato fonti del governo di Atene al 'Corriere della Sera'. L'ipotesi, in ogni caso, non è "uno scenario di base" e anzi sarebbe "sfortunata", perché significherebbe che i negoziati con i creditori sono finiti in un vicolo cieco. Atene spera ancora di scongiurare un simile evento.

lunedì 9 marzo 2015

L'Eurogruppo spinge la Grecia al fallimento

L'Unione Europea sembra abbia deciso: la Grecia deve morire. O almeno questo suo strano governo che pretende di restare "in Europa" ma senza le regole idiote che hanno distrutto quel paese solo per salvare le banche tedesche e francesi e "far vedere chi comanda".
Il ministro delle finanze di Atene, Yanis Varoufakis, aveva inviato la lettereìa di impegni in vista della riunione dell'Eurogruppo di domani, accompagnando con interviste - da parte sua, di Tsipras e persino dell'alleato minore, il destro PanosKammenos, ministro della difesa - in cui il tabù di un referendum popolare sull'euro veniva citato apertamente. Una dimostrazione di determinazione da parte greca, della serie "più di così non medieremo, piuttosto ce ne andiamo".
Ma l'Eurogruppo, su forte spinta tedesca e olandese, fiancheggiati però dai governi di destra di Spagna, Irlando e Portogallo (che rischiano di uscire di scena con le prossime elezioni politiche), ha scelto la linea durissima, al limite e olre il limite dell'insulto.
La lista di riforme annunciate da ATene viene infatti definita «lontana dall’essere completa», in ogni caso realizzabile su tempi troppo lunghi (lotta all'evasione e alla corruzione, portano risultati non quantificabili in anticipo e, appunto, richiedono tempo e battaglie politico-amministrative dure).
La notizia più tragica, però, è l'annuncio - fatto direttamente dal presidente dell'Eurogruppo, il super-falco olandese Jeroen Dijsselpbloem - che «Nessuna tranche di aiuti verrà versata nel mese di marzo». L'intenzione criminale è dunque di alsciare Atene senza liquidità a stretto giro di giorni, magari sperando - o lavorando dietro le quinte - che le forze di destra elleniche prendano l'occasione per tentare la spallata di forza contro il governo Syriza.
A questo punto divenat molto più probabile il ricorso al referendum popolare per chiedere al popolo greco se davvero vuole restare - come dicevano i sondaggi fino al giorno delle elezioni, il 25 gennaio - dentro l'Unione Europea, i suoi trattati e dunque anche la moneta comune. Sarebbe la certificazione dell'impossibilità di "riformare" l'Unione Europea, prigione da cui si può solo cercare di evadere il prima possibile.
Il ministro Varoufakis ha dato una formulazione leggermente più restrittiva, parlando di un referendum solo «sulle misure» che il governo dovrebbe adottare nel caso che la Troika (Bce, Ue, Fmi) conitnuino a chiedere a un governo di "sinistra radicale" di adottare le stesse "riforme" chieste e realizzate dal governo di destra precedente. Un modo di attivare tutto il popolo e farsene forti anche nelle trattative istituzionali a Bruxelles.
I più carogneschi sono stati però in giornata due dei funzionari della Troika che per anni avevano imperversato ad Atene, scrivendo la legisalzione che poi Papandreou e Samaras avevano adottato, ma che il nuovo governo aeva perfino rifiutato di incontrare: seconodo loro, infatti, molte delle misure indicate nella lettera all'Eurogruppo sarebbero "dilettantesche".
A seguire i "tecnici" che hanno analizzato la lettera di Atene, i quali - appunto - avrebberoconcluso che "non rispetta" i termini dell'accordo di 15 giorni fa e pertano impedisce di sblccare la tranche di liquidità che doveva essere erogata a marzo.

domenica 8 marzo 2015

Obama concede ai jihadisti la capacità di ordinare attacchi aerei doppi standard

L’amministrazione Obama si sta preparando a concedere ai cosiddetti ribelli siriani “moderati” la possibilità di ordinare attacchi aerei statunitensi, nonostante la riconosciuta alleanza del gruppo con lo Stato Islamico.
Membri dell’Esercito Libero Siriano (ELS) saranno dotati di radio per chiamare l’intervento degli aerei bombardieri americani B-1B così come di camion pickup armati con mitragliatori, in seguito alla realizzazione del piano –in fase di finalizzazione da parte del Presidente- di addestrare circa 3.000 ribelli in Giordania e in Turchia entro la fine del 2015.
“Le negoziazioni sono state concluse e un testo di accordo sarà firmato con gli Stati Uniti in merito all’addestramento dell’Esercito Libero Siriano nel prossimo periodo”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri turco Tanju Bilgic.
Gli aerei, a quanto è stato detto, useranno munizioni simili a quelle viste in Afghanistan, metteranno nel proprio mirino qualsiasi cosa che vada dai piccoli veicoli ai carri armati, con bombe guidate che vanno dalle 500 alle 2.000 libbre.
Oltre ai pickup Toyota Hi-Lux, diversi gruppi di ribelli riceveranno in dotazione mortai e probabilmente anche armi anticarro.
Un alto ufficiale parlando con il Wall Street Journal ha dichiarato che la decisione sarà probabilmente quella di emulare le recenti campagne di bombardamento contro lo Stato Islamico in Irak.
“La maniera in cui immaginiamo l’intervento è molto simile a Kobani” ha dichiarato l’ufficiale.
Ritrattando in maniera ridicola le dichiarazioni precedenti, con il rivendicare di non essere in guerra con il governo siriano, gli ufficiali statunitensi sostengono che gli attacchi non saranno mirati verso l’esercito siriano.
Nonostante gli annunci dell’amministrazione Obama, numerosi funzionari militari e dell’intelligence hanno affermato che essenzialmente i ribelli “moderati” non esistono, e che ben oltre il 90% dei ribelli appartiene a gruppi terroristici o è ideologicamente allineato ad essi.
Proprio lo scorso settembre un comandante dell’Esercito Libero Siriano ha ammesso di aver combattuto assieme a diverse organizzazioni terroristiche nella regione, compreso lo Stato Islamico.
“Stiamo collaborando con lo Stato Islamico e il Fronte Al Nusra nell’attacco all’esercito siriano raccolto presso… Qalamun” ha detto Bassel Idriss, comandante di una brigata di ribelli guidati dall’Esercito Libero Siriano. “Diciamocelo: il Fronte Al Nursa è la più grande potenza presente in questo momento a Qalamun e noi come Esercito Libero Siriano collaboreremo a qualsiasi missione essi lancino finchè le stesse coincideranno con i nostri valori”.
Jamal Maarouf, il leader del Fronte Rivoluzionario Siriano, ha anche detto ai giornalisti lo scorso aprile che i suoi combattenti avevano lavorato regolarmente con Al Qaeda e con Al Nusra.
Durante lo stesso periodo è stato riportato che “diverse fazioni all’interno dell’Esercito Libero Siriano, incluse Ahl Al Athar, Ibin al-Qa’im” hanno deciso di consegnare le proprie armi allo Stato Islamico prima di giurare fedeltà all’organizzazione.
Un combattente dello Stato Islamico a colloquio con Al-Jazeera nel 2013 ha rivelato che l’Esercito Libero Siriano ha regolarmente venduto loro le sue armi, immediatamente dopo aver ricevuto le spedizioni direttamente dagli Stati Uniti.
“Stiamo comprando armi dall’Esercito Libero Siriano” ha detto Abu Atheer. “Abbiamo comprato 200 missili antiaereo e armi anticarro Koncourse. Abbiamo buone relazioni con i nostri fratelli dell’Esercito Libero Siriano”.
Alla fine del 2014, i ribelli di Obama e lo Stato Islamico sono arrivati anche a firmare un patto di non aggressione per marciare contro il governo di Assad.
Infatti, con migliaia di ribelli che hanno apertamente disertato per associarsi alle schiere dello Stato Islamico, il Presidente Obama, senza alcuna vergogna, è stato costretto ad abrogare parti di una legge statunitense che vietava la fornitura di armi a gruppi riconosciuti come terroristici, per mantenere il flusso di armi attivo.
Le azioni di Obama hanno suscitato una grande reazione all’interno dell’esercito alla fine del 2013, con la conseguenza che numerosi soldati statunitensi hanno pubblicato sulle reti sociali proprie foto con cartelli su cui c’era scritto che non avrebbero mai combattuto a fianco di terroristi in Siria.
Il senatore texano Ted Cruz con lungimiranza nel 2013 aveva avvisato che il Presidente Obama stava velocemente trasformando gli Stati Uniti nella forza aerea di Al Qaeda man mano che la situazione di guerra in Siria aumentava di intensità.
“Dovremmo essere concentrati nella difesa degli Stati Uniti d’America” disse Cruz. “Questo è il motivo per cui giovani uomini e giovani donne si arruolano nell’esercito, non per servire come aviazione di Al Qaeda”

venerdì 6 marzo 2015

Gioco d’azzardo: triste primato italiano. Abbiamo una slot machine ogni 143 abitanti

I più colpiti dalla calamita del gioco d’azzardo sono i giovani, quasi la metà degli studenti di scuola media superiore. Il governo deve scegliere.
Gioco d’azzardo: triste primato italiano. Abbiamo una slot machine ogni 143 abitanti Diffusione gioco d'azzardo in Italia, numero di slot machines e dati sulla ludopatia, ormai una malattia di massa.
 Abbiamo anche questo, tra i tristi primati del Paese: in Italia c’è una slot machine ogni 143 abitanti. Record europeo. Basta pensare che in paesi come la Germania e la Spagna questa percentuale sale, rispettivamente, a 261 e 245 cittadini per ogni slot machine. Il gioco d’azzardo è un’industria, stretta nella mani di un club di aziende, che produce utili e tasse a favore delle casse pubbliche. Ma anche patologie sociali, vere e proprie epidemie.
Il giro d’affari delle società che si dividono la torta delle scommesse legali (dalla Sisal alla Snai, da Lottomatica a Intralot), grazie al meccanismo delle concessioni, è di 15 miliardi di euro l’anno, sui quali i margini di profitto sono molto alti. Quanto alle tasse, lo Stato ha incassato lo scorso anno circa 4,8 miliardi di euro. Soldi che, come scrivono in un articolo ben documentato su La Repubblica Federico Fubini e Andrea Greco, sono diventati preziosi per abbattere il rapporto tra deficit pubblico e prodotto lordo ed evitare così l’infrazione prevista dai patti dell’Unione europea.
DATI SULLA LUDOPATIA IN ITALIA -
Il prezzo, però, di questi giganteschi guadagni, pubblici e privati, è salatissimo. La ludopatia è ormai una malattia di massa, con 7mila italiani in cura ufficialmente, e con ambulatori che continuano ad aprire in tutta Italia (l’ultimo è stato appena inaugurato a Roma). Inoltre il gioco d’azzardo colpisce in particolare i giovani, coinvolgendo quasi il 50 per cento degli studenti di scuola media superiore. Sono numeri che dovrebbero fare riflettere, innanzitutto il governo alle prese in questi giorni con decisioni importanti in materia di gioco d’azzardo: dalla tassazione alla eventuale riduzione del numero delle slot machine. La pressione della lobby del gioco d’azzardo è fortissima, così come è sbagliato criminalizzare un intero settore di attività economica. Ma è venuto il momento, per Renzi, di scegliere da quale parte stare, e se vuole schierarsi con quelli che almeno provano a contenere il fenomeno, dovrà fare scelte chiare. Più tasse e meno privilegi alle società che si spartiscono il ricco fatturato, e meno slot machine per abitante. Almeno per stare in linea con la media europea.