venerdì 2 gennaio 2015

Padova, cento euro di multa al senza dimora che dorme per strada

«Si sdraiava a terra sul marciapiede utilizzandolo come giaciglio per dormire. Nell’occasione utilizzava cartoni e coperte che venivano fatte rimuovere», si legge nel verbale dei vigili urbani di Padova che affibbia cento euro di multa a Massimo Susa, 48 anni, originario di Torino, uomo tranquillo, ex dipendente di una ditta di illuminazione. Una volta perso il lavoro, non è più riuscito a trovarne altri. E’ accaduto la notte del solstizio d’inverno, alle 2.25 del 21 dicembre ma la notizia ha varcato da poche ore i confini della provincia. Al gelo di Padova s’è sommata la ferocia delle politiche per la sicurezza della città veneta governata dal centrodestra e con un assessore di cui Popoff ha avuto spesso ragione di descrivere le gesta: Maurizio Saia (ex rautiano, ex finiano, postfascista di lungo corso), ora sodale del sindaco leghista Bitonci.
E’ l’assessore che scatena i cani contro i mendicanti, l’eroe della guerra alle povertà.
Un mendicante con una gamba sola, la scorsa estate, venne indagato per resistenza e oltraggio ai quattro vigili che lo “ciancicavano” in una piazza di mercato sotto gli occhi delle telecamerine di sbigottiti passanti. Cani poliziotto contro i mendicanti, sgomberi di migranti dai ricoveri di fortuna, carte bollate contro gli artisti di strada, sigilli a un centro sociale, tagli drastici al servizio di trasporti pubblici, deportazione degli ambulanti nelle questure – anche se non sussistono reati – per fargli perdere la giornata di lavoro. Queste le medaglie al valore di questo amministratore pubblico di una città dove ogni notte almeno cento persone dormono all’addiaccio. «Ordinaria follia securitaria», come non si stancano di denunciare le reti solidali della città.
“Gli accattoni devono capire che l’aria è cambiata. Devono essere consapevoli che, se vengono trovati a chiedere l’elemosina, verranno accompagnati in maniera sistematica al commando dei vigili e lì dovranno rimanerci per qualche ora – ebbe a dichiarare Saia – l’idea è quella di portarli al comando, procedere con il foto segnalamento, fare un verbale e tenerli lì il più a lungo possibile. Devono perdere la giornata di “lavoro”, perché questo è il deterrente”.
Saia è piuttosto esperto in questo genere di cose perché in una vita precedente è stato assessore alla sicurezza per conto di Alleanza nazionale senza disdegnare la compagnia di gente di Forza nuova. In quella consiliatura, prima che una giunta del Pd li ricacciasse all’opposizione senza apprezzabili variazioni sul tema, Saia aveva inventato le Sis, squadre intervento speciale dei pizzardoni padovani col chiodo fisso di terrorizzare i migranti e provocare i centri sociali, mai sciolte dai successori.

giovedì 1 gennaio 2015

Le riforme dell’instabilità

Babbo Natale Renzi fuori tempo massimo ha costretto con l’endorsment del presidente della Repubblica a chiudere la pratica sulla legge di stabilità con un’accelerazione dovuta certamente ai tempi, ma che non ha tenuto conto di tutti gli emendamenti che la Commissione bilancio doveva votare. Complessivamente la manovra della finanziaria vale poco più di 30 miliardi di cui 10 miliardi sono stati interamente devoluti per stabilizzare il bonus Irpef da 80 euro. Sostanzialmente chi prima tra guadagni ordinari e straordinari percepiva un tantino oltre la soglia dei 26 mila euro annuali, avrà un bel disincentivo a produrre e si adeguerà al bonus. Come osserverebbe l’economista di scuola keynesiana Hyman Minsky, vi è una differenza sostanziale tra uno stato che interviene per creare posti di lavoro e uno stato che interviene per favorire l’assistenzialismo. Ma andiamo oltre. Gli unici due provvedimenti che andrebbero nella giusta direzione sono il taglio dell’Irap (che comunque sarebbe stato opportuno rendere di maggiore entità) e la prevista chiusura di alcune società partecipate
Dal punto di vista delle imposte, babbo Renzi si è preso letteralmente gioco degli alluvionati genovesi e di tutti i territori colpiti dalle recenti inondazioni. Oggi infatti si verseranno tutte le tasse doverosamente sospese, vergognosamente non rinviate a data da destinarsi. Un altro aspetto tragico, sempre per quanto riguarda la tassazione- e questo passa ogni limite di ragionevolezza- è l’aumento dei prelievi sui fondi pensione: un disincentivo totale da parte dello stato, in un momento di de-crescita e di disoccupazione strutturale, a creare le così dette pensioni integrative. Un’implicita difesa da parte del governo a favore dell’attuale sistema pensionistico, oggettivamente insostenibile nei numeri. Babbo Renzi non sta facendo un favore ai giovani come più volte ha blaterato: semplicemente gli sta dicendo di andarsene da questo paese, oppure di rimanere alle sue condizioni, cioè alle condizioni di uno stato che non offre più servizi, ma solo sperequazioni
Chiudiamo con l’Europa. Sta infatti per finire il semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea. Ragionevolmente qualcuno potrebbe chiedersi se sia mai iniziato: coni di gelato a parte, la voce dell’Italia in Europa si è fatta sentire solo per informarla dell’abolizione dell’articolo 18, del jobs act e dell’eliminazione delle Province, che doveva essere maggiormente graduata visto che adesso si pone il problema ancora una volta della ricollocazione di tutti i dipendenti: ritorniamo sulle famose parole che piacciono poco all’Europa delle libertà economiche e dei mercati, ma tanto alla nostra carta costituzionale, la quale per il momento è ancora fondata sul lavoro e sull’occupazione. Concetti diversi, forse incompatibili. Ma se chi rappresenta questo paese e la sua Costituzione, non nota le divergenze storiche e culturali tra i due livelli di governo (nazionale e sovranazionale). Evidentemente ce ne dobbiamo fare una ragione. D’altronde questo governo se ne frega dei vari livelli di governo: basti pensare al trattamento riservato ai territori regionali. Accantonato il federalismo al servizio di sua maestà Europa, non vi è alcuna strategia. Solo tatticismo da politicanti

mercoledì 31 dicembre 2014

OBAMA X CHIUSURA DEL CARCERE DI GUANTANAMO

Mentre trascorrono i giorni di Natale, l’eventuale chiusura del carcere nella base navale di Guantanamo, a Cuba, si posiziona oggi come una delle principali sfide nell’agenda del presidente USA, Barack Obama.
Di fronte alla prospettiva di un Congresso all’opposizione in entrambe le camere, da gennaio, e dopo l’annuncio azioni esecutive catalogate come audaci in materia migratoria e di relazioni con Cuba, Obama ha lasciato alla ribalta – prima di partire per le Hawaii con la sua famiglia – la polemica intorno al centro di detenzione situato in territorio cubano occupato contro la volontà del governo dell’isola.
Il presidente ha firmato, la scorsa settimana, la legislazione che autorizza 585 miliardi di dollari per il Dipartimento della Difesa, ma ha inviato un messaggio al Campidoglio, nel quale ha osservato che il mantenimento in funzione della prigione di Guantanamo mina la sicurezza nazionale.
“Dobbiamo chiuderla”, ha detto Obama, che è tornato sul tema in un “talk show” alla CNN, durante il quale ha testimoniato che farà di tutto per raggiungere tale obiettivo.
1JxGMzDNRXK6zgBFmArouAL’inquilino della Casa Bianca ha messo in discussione le restrizioni al trasferimento dei detenuti in centri sul suolo USA e, a sua volta, è stato criticato per il trasferimento di questi ai loro paesi di origine.
Dal punto di vista del governante, le disposizioni del Congresso, su questo tema, potrebbero, in certe circostanze, violare il principio costituzionale della separazione dei poteri.
Pertanto, esortò ancora una volta i membri di ambo i partiti a lavorare per chiudere il tristemente celebre centro di detenzione (tenuto dal 2002), ciò che considera un “imperativo nazionale”.
Questa settimana si sono conosciute le dimissioni di Cliff Sloan, che negoziava la chiusura della detta prigione nella base di Guantanamo.
Secondo la stampa nordamericana, Sloan si è dimesso da inviato speciale del Governo per il trasferimento dei detenuti per la frustrazione per il ritardo del Pentagono nello spostarli dopo aver approvato le partenze.
Fonti vicine al funzionario hanno detto che solo pochi prigionieri erano stati liberati – quattro sono stati recentemente trasferiti in Afghanistan ed altri sono stati accolti in Uruguay – mentre altri sono inutilmente trattenuti.
Dallo scorso novembre sono stati trasferiti 17 prigionieri e l’amministrazione pensa ridurre la loro quantità a Guantanamo a meno di 100, al fine di fare pressione sul Congresso per revocare la legge che vieta il loro trasferimento negli USA.

martedì 30 dicembre 2014

Al Jobs Act non c’è fine

È con­fer­mato: il regalo di Natale del governo Renzi sarà un bel pacco pieno di licen­zia­menti. Ieri il pre­mier ha incon­trato il mini­stro del Lavoro Giu­liano Poletti, per met­tere a punto i decreti dele­gati che saranno varati al con­si­glio dei mini­stri (Cdm) di domani: «Al Cdm avremo tutto pronto», ha spie­gato Poletti uscendo dal con­fronto con il capo dell’esecutivo.
Il Jobs Act, quindi, avrà una sua prima decli­na­zione, e pro­prio sul fronte della parte più con­te­stata, quella che ha messo in sof­fitta l’articolo 18 per pas­sare al pre­ca­riz­zante «con­tratto a tutele cre­scenti». Non si cono­sce ancora il con­te­nuto del prov­ve­di­mento, e ieri è anzi tra­pe­lato — voce non smen­tita — che il governo sta­rebbe pen­sando ad auto­riz­zare il licen­zia­mento per «scarso rendimento».
Biso­gnerà capire se que­sta tipo­lo­gia — sem­pre che venga con­fer­mata l’intenzione — verrà inse­rita nell’ambito dei licen­zia­menti di carat­tere oggettivo/economico (il che sarebbe tec­ni­ca­mente più sem­plice, e non darebbe luogo, in forza della riforma stessa, al rein­te­gro) o invece in quelli disci­pli­nari (il che invece, visto che que­sti ultimi pre­ve­de­reb­bero in alcuni casi la rein­te­gra, com­pli­che­rebbe poi l’applicabilità). Ed è chiaro che un licen­zia­mento del genere, dovun­que lo inse­ri­sci, lasce­rebbe piena discre­zio­na­lità all’imprenditore.
Come sap­piamo con Mat­teo Renzi l’asticella del pos­si­bile si spo­sta sem­pre più verso l’hard, quindi pur­troppo c’è da temere di tutto: basti ricor­dare come fino all’estate il pre­mier insi­stesse ovun­que che l’articolo 18 non era tema di discus­sione, per poi ese­guire una bella gira­volta improv­visa a fine agosto.
I sin­da­cati per ora restano divisi sul da farsi. La Cisl pro­cede tran­quilla, e aspetta che tutto sia defi­nito per (even­tual­mente) pro­nun­ciarsi: «Non siamo abi­tuati a scon­tri pre­ven­tivi — dice la segre­ta­ria gene­rale Anna Maria Fur­lan — Siamo abi­tuati a veri­fi­care le leggi quando le abbiamo davanti. Il con­fronto non fini­sce qui. È fon­da­men­tale che il con­tratto a tutele cre­scenti dia rispo­ste al precariato».
Deciso a «resi­stere», come aveva già annun­ciato nel corso dello scio­pero gene­rale del 12 dicem­bre, è invece il segre­ta­rio gene­rale della Uil, Car­melo Bar­ba­gallo: «Dob­biamo dar vita a un’altra resi­stenza facendo bat­ta­glie sul merito di un Jobs Act e di una riforma del lavoro ini­que — ha spie­gato — Quello che non è riu­scito a fare Ber­lu­sconi lo sta facendo que­sto governo».
«La con­cer­ta­zione — ha pro­se­guito Bar­ba­gallo — non trova più spa­zio nella poli­tica dell’esecutivo, che invece si spreca in spot che spesso non cor­ri­spon­dono alla verità. L’intenzione di esten­dere i diritti a tutti i lavo­ra­tori, fino a prova con­tra­ria, è rima­sta sulla carta: l’articolo 18 è stato depo­ten­ziato, la faci­lità di licen­zia­mento è stata legit­ti­mata. Pro­vando a rele­gare il sin­da­cato e le parti sociali nell’angolo, annul­lando la con­trat­ta­zione nazio­nale e ridu­cendo il ruolo del sin­da­cato all’ambito aziendale».
«E non bastano — ha con­cluso il lea­der Uil — gli 80 euro, elar­giti peral­tro solo ad alcune cate­go­rie di lavo­ra­tori, dimen­ti­cando inca­pienti e pen­sio­nati. Que­sta riforma accon­tenta solo gli impren­di­tori, parla di licen­zia­menti e non di assun­zioni rese più facili. Tut­ta­via non per­diamo la spe­ranza che arrivi la con­vo­ca­zione per i decreti attuativi».
Né la Cgil, né la Fiom, ieri hanno fatto dichia­ra­zioni sul tema, ma nei giorni scorsi Susanna Camusso e Mau­ri­zio Lan­dini ave­vano spie­gato che la mobi­li­ta­zione sarebbe cre­sciuta: a mag­gior ragione se i decreti doves­sero essere peg­giori del previsto.
Even­tuali pro­te­ste sci­vo­lano a dopo le feste, con la pos­si­bi­lità per il governo — con il Paese in vacanza — di licen­ziare (la parola pare cadere a pen­nello) testi parec­chio spinti nei contenuti.
Pre­oc­cupa anche il capi­tolo inden­nizzi, che come è ormai noto, rischiano di essere molto infe­riori rispetto agli incen­tivi alle assun­zioni, ren­dendo quindi con­ve­niente per le imprese assu­mere per poi licen­ziare, senza sta­bi­liz­zare mai. La sot­to­se­gre­ta­ria al Lavoro Teresa Bel­la­nova ieri cer­cava di ras­si­cu­rare: «Sicu­ra­mente non ci sarà un peg­gio­ra­mento rispetto agli inden­nizzi attuali».
E intanto il pre­si­dente del Pd Mat­teo Orfini, per tenere buoni i pre­cari, ha pre­an­nun­ciato «un prov­ve­di­mento orga­nico sul lavoro auto­nomo», che con­terrà «diritti e tutele». Aggiun­gendo poi che nelle pros­sime set­ti­mane ver­ranno fatti incon­tri con le asso­cia­zioni delle par­titeIVA.

lunedì 29 dicembre 2014

Sulle ragioni dell’apertura statunitense a Cuba

Sulla recentissima apertura statunitense a Cuba sono state architettate le ricostruzioni e le previsioni più fantasiose. Particolarmente interessanti, da questo punto di vista, sono state le ricostruzioni degli elementi più ideologizzati, in particolare a sinistra, che hanno visto in questo avvenimento un tradimento nei confronti della causa. Ora, secondo noi, sarebbe più opportuno valutare tutta la faccenda da un punto di vista più pragmatico che ideologico.
In questi cinquant’anni il quadro geopolitico latinoamericano si è fortemente evoluto, cambiando completamente faccia. Dagli Anni Sessanta fino agli Anni Novanta, quando Cuba in seguito al crollo dell’URSS ed allo scioglimento del Comecon fu costretta a varare il durissimo “periodo speciale”, L’Avana era solo una piccola monade isolata nel contesto latinoamericano, caratterizzato da paesi che salvo rare eccezioni limitate nel tempo e nello spazio erano tutti fedeli componenti del “cortile di casa” nordamericano. Poi sono arrivati i Chavez, i Lula, i Morales, i Correa, i Kirchner, a modificare in modo tangibile la fisionomia politica di un continente fino ad allora completamente in mano agli “yanqui”. E Cuba è diventata improvvisamente l’esempio da seguire, il riferimento morale di tutti questi nuovi governi socialisti e progressisti, con cui quest’ultimi stabilivano fruttuosi e profondi legami economici, politici, culturali e sanitari. Dalla fine degli Anni Novanta Cuba non è più sola.
Così, paradossalmente, sono oggi gli Stati Uniti a ritrovarsi soli ed isolati nelle Americhe. Se vogliono riavvicinarsi ai paesi latinoamericani, in particolare al Brasile che nel frattempo è diventato una quasi superpotenza, ed ancor più agli Stati membri dell’ALBA, devono giocoforza giocare la carta cubana, ovvero aprire a L’Avana, perchè per Brasilia, Caracas, Quito, La Paz e Buenos Aires essa rappresenta un esempio ed un punto non negoziabile.
Un altro punto, ancor più importante, è rappresentato dalle coraggiose riforme economiche che Cuba ha intrapreso negli ultimi anni e che col tempo la trasformeranno in un’economia socialista di mercato paragonabile al Vietnam ed alla Cina. Si tratta di un’occasione particolarmente ghiotta per l’economia americana, che a pochi chilometri dalle sue coste si ritroverebbe con un nuovo mercato tutto da esplorare, in crescita ed in grado di offrire un ambiente ricettivo per gli investimenti, in cui la stabilità politica ed il basso costo della manodopera costituiscono i due elementi più attrattivi.
Proprio come il Vietnam, la cui economia guardacaso è sempre più integrata con quella americana; e se gli Stati Uniti intrattengono solidi legami commerciali, finanziari e persino politici con Hanoi, ovvero con un paese con cui negli Anni Sessanta e Settanta hanno combattuto una dura guerra riportando un’ancor più dura sconfitta, perchè mai allora non dovrebbero intrattenerli anche con L’Avana? Solo perchè ci sono degli esuli a Miami sempre più male in arnese e sempre meno determinanti ai fini di una vittoria elettorale? La contropartita rappresentata dal commerciare e dall’investire in una Cuba sempre più economicamente “vietnamizzata” è decisamente molto più allettante.
Certo, poi possiamo pensare tutto quel che si vuole. Persino che gli Stati Uniti vogliano blandire Cuba sulla falsariga di quanto già avvenne con la Libia di Gheddafi, che passò dalle sanzioni allo sdoganamento dell’era Bush, con una sempre più viva integrazione economica con l’Occidente poi culminata nella rivoluzione colorata di Bengasi e nella guerra che ne seguì. Ma in quel caso la Libia non voleva dare tutto, ma solo una parte del pacchetto: gli Stati Uniti reagirono come sappiamo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, e certamente anche gli americani ne avranno tratto una lezione. Del pari, anche i vertici de L’Avana avranno compreso quali siano i rischi di certe aperture, e agiranno di conseguenza. Ma, al di là di tutto questo discorso, bisogna pur dire che la Libia, nel 2011, era sola, sganciata dalle principali superpotenze mondiali o comunque legata ad esse solo superficialmente; mentre Cuba ha dietro di sé un meccanismo di relazioni internazionali tale da scoraggiare qualsiasi tentazione di ricorrere all’uso dei bombardamenti.
Senza poi considerare che, se lo facessero, gli Stati Uniti si ritroverebbero con un drammatico ed immenso problema di “boat people” diretti verso le loro coste, in particolare verso la Florida, e che perderebbero tutto il resto dell’America Latina. Sarebbe davvero una mossa suicida. Cuba è davvero inattaccabile come il Vietnam o la Corea del Nord, che hanno ai loro confini la Cina. Ma, del resto, anche una semplice rivoluzione colorata basterebbe ad innescare simili conseguenze umanitarie ed internazionali: ed anche di questo gli Stati Uniti sono perfettamente consapevoli. E allora l’unica cosa che possiamo pensare è che, stavolta, finalmente abbiano fatto una scelta più dettata dal pragmatismo che non dall’ideologia

domenica 28 dicembre 2014

Regalo a sorpresa sotto l’albero di Renzi: Tito Boeri scelto come presidente dell’Inps.

Nel Consiglio dei Ministri prenatalizio il governo ha proceduto alla nomina di Tito Boeri a nuovo presidente dell’Inps. L’economista prende il posto di Tiziano Treu, che a ottobre era stato messo al posto di Vittorio Conti con la qualifica di commissario straordinario e il compito di riformare la governance dell’Inps e portare a compimento la fusione dell’istituto di previdenza con quelli dei lavoratori pubblici (Inpdap) e dello spettacolo (Enpals).
Tra le altre nomine, quella di Gerarda Pantalone, nuovo prefetto di Napoli. C’è da registrare anche il nuovo incarico del generale Tullio Del Sette, dal prossimo 10 gennaio comandante generale dell’Arma dei Carabinieri. Subentrerà al generale Leonardo Gallitelli. Il generale Claudio Graziano è invece il nuovo capo di stato maggiore della Difesa

LA NOMINA DI BOERI
Tito Boeri a capo della “nuova Inps”: è l’annuncio a sorpresa del premier Matteo Renzi. Il Cdm nomina un vero presidente dopo due commissari straordinari, prima Vittorio Conti e poi Tiziano Treu, a cui va il ringraziamento del premier. L’ultimo presidente era, infatti, stato Antonio Mastrapasqua, Milanese, classe 1958, Boeri è un’economista sempre attivo sulle tematiche legate al lavoro, anche attraverso il portale lavoce.info, da lui fondato. Il sito d’informazione economica che riporta il suo curriculum, in cui si ricorda come Boeri sia professore ordinario all’Università Bocconi (dove si è anche laureato), direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell’economia di Trento ed editorialista della Repubblica.
Nel suo curriculum vanta un dottorato in Economia alla New York University e un’esperienza di dieci anni, da senior economist, all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse). E’ stato anche consulente del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. Sulla voce.info proprio quest’estate si è acceso il dibattito sulle pensioni d’oro. E tra gli interventi pubblicati anche quello firmato da Tito Boeri insieme a Fabrizio Patriarca e Stefano Patriarca, in cui si ipotizzava un “contributo di solidarietà” sul quel che rimane dal ricalcolo con il contributivo. Non solo, è stato anche tra gli ideatori del contratto a tutele crescenti.

sabato 27 dicembre 2014

Expo 2015 sarà un fallimento: 300 milioni di debiti

Expo è il grande esempio di come sprechi, corruzioni e infiltrazioni mafiose arrivino puntualmente in Italia in ogni evento o grande opera. Da studiare per chi vuole le Olimpiadi in Italia.
Grande evento del 2015, previsto fin dal 2006, assegnato all’Italia nel 2008, è subito diventato un’emergenza, come fosse una calamità naturale, un terremoto, un’inondazione, un’invasione di cavallette. Per tre anni (2008-2011) la politica perde tempo a litigare su chi comanda senza avviare neppure una gara. Nei tre anni successivi (2012-2014) si accorge di essere in terribile ritardo e allora via alle deroghe, in nome dell’emergenza. “Ben 82 disposizioni del codice degli appalti sono state abrogate con quattro ordinanze della presidenza del Consiglio”, si lamentava già il predecessore di Cantone, Sergio Santoro: “È emergenza perenne”. I risultati si sono visti.
Per infiltrazioni mafiose, la prefettura di Milano ha escluso, per ora, 46 aziende dai cantieri di opere connesse a Expo. Di queste, tre lavoravano direttamente sull’area dell’esposizione (Elios, Ventura, Ausengineering). Per reati come corruzione, turbativa d’asta, rivelazione di segreti e associazione a delinquere, sono scattate, sui quattro grandi appalti, quattro grandi inchieste, con arresti e accuse che hanno coinvolto il numero uno di Ilspa (Antonio Rognoni), oltre a manager di Expo spa (Angelo Paris, Antonio Acerbo, Andrea Castellotti) e di Arexpo, la società che possiede le aree (Cecilia Felicetti). L’impresa che ha avuto più successo nelle gare Expo, la Maltauro, ha ben tre appalti commissariati.
In questo clima, arriva anche la segnalazione della Corte dei conti: Expo 2015 Spa, nel 2013, ha chiuso l’esercizio con una perdita economica di 7,42 milioni di euro, 2,39 milioni in più rispetto al 2012. Una perdita, questa, riconducibile “in gran parte al pianificato aumento dei costi della produzione”. Il bilancio è in profondo rosso. E ora a Comune di Milano e Regione Lombardia restano sul gozzo (e sui bilanci futuri) oltre 300 milioni di debiti per terreni acquistati, dal destino incerto e che nessuno vuole comprare.
Chiude la Corte dei Conti: “Si rivela ora indispensabile, a pochi mesi dall’inaugurazione dell’Esposizione, che la società gestisca in modo incisivo e trasparente i problemi ancora presenti, tra i quali quelli conseguenti ai procedimenti giudiziari in corso, assicurando la legalità delle procedure di affidamento delle opere e dei servizi, al fine di salvaguardare, con il corretto impiego delle risorse impegnate, anche l’immagine del Paese nel contesto internazionale”.
Auguri, comunque vada Expo 2015 sarà un fallimento per tutti tranne che per la Mafia. E per favore nessuno parli di Olimpiadi….