venerdì 5 dicembre 2014

Ma chi volete prendere ancora in giro?

Chi riesce a dire con venti parole ciò che può essere detto in dieci, è capace pure di tutte le altre cattiverie”. Secondo Giosuè Carducci, è impossibile che l’oratoria possa avere riscontri concreti. Per giunta, il poeta italiano diffidava dall’accogliere in buona fede le dialettiche forbite, indicandole persino come conseguenza di nefaste iatture. Di certo c’è che le fandonie stiano a zero e che il pragmatico debba almeno coincidere con l’esposizione argomentata dei presupposti, oppure che addirittura la superi. Peccato però che la partitocrazia nostrana – la più alta cristallizzazione della retorica -, al netto delle raccomandazioni del letterato toscano, abbia sterzato verso un’altra direzione. Fangosa e stagnante. Cialtrona e sesquipedale. Negligente e sovrastrutturale. Un apparato non intento a sbrogliare i nodi scorsoi al collo di una collettività deperita di occupazioni e di sussistenza e defraudata di identità nazionale e di sovranità assoluta. Incentivato piuttosto a circuire il prossimo con risuonanti sermoni ed ars dictandi da soloni, grazie soprattutto all’ignavia diffusa della società civile, imborghesitasi nel corso degli anni ed ossidatasi nella pilotata consapevolezza che le circostanze non varieranno. Forse però la scadenza sta incalzando, le castronerie ad orologeria per l’accattonaggio elettorale non sortiranno effetti a lungo termine, né nel breve periodo. Perché il ridicolo ha un limite. Perché la decenza richiede accortezza. Perché tra le ceneri l’araba fenice del malcontento popolare si sta lentamente rivitalizzando.

Ergo, difficile che Matteo Renzi possa perpetuare questa strategia della persuasione ancora per molto. Le sue copiose chiacchiere al congresso del Partito Democratico di domenica scorsa sono indice di un’instabilità che dalla base comincia a denotare crepe nella tattica dell’ex sindaco di Firenze. In principio, ribadire che i consensi proseguano a navigare col vento in poppa verso quel 40% raggiunto alle ultime europee, è sintomatico di un’incertezza sulle potenzialità future di intercettare preferenze con un lauto margine di vantaggio sul resto dell’offerta politica. È una diplomaticamente velata presa di coscienza dell’inquietante inoperosità sui contenuti, non auspicata dagli opinionisti al soldo dei colletti bianchi e dei burocrati capitolini, bensì annunciata dal buon senso di alcune voci lontane dai giochi di potere. Successivamente, appare denso di sfumature ombrose il monito per redarguire le recenti preoccupazioni di Silvio Berlusconi. Il padre putativo di Forza Italia, invece di applicarsi sull’attuazione del Patto del Nazareno, viene accusato da Renzi di aver smarrito la via tracciata reciprocamente nell’ormai lontano gennaio 2014, perché ispirato a reperire curricula adatti ad insediarsi al Quirinale per succedere a Giorgio Napolitano.

Quel “Sì, Berlusconi sta al tavolo ma non dà più le carte” spalanca due diramazioni. La prima è in virtù della falsità della sua (effimera) convinzione di facciata, in quanto Silvio persevera a dettare i tempi, le modalità e gli sviluppi dell’accordo; altrimenti, dall’alto della sua politicante esperienza, non avrebbe mai accettato di accomodarsi al tavolo di una trattativa formalmente istituzionale, ma celatamente mediatica ed affaristica. La seconda evidenzia che Renzi si sia autonomamente smontato: ammesso pure che da qui in avanti Berlusconi non imponesse il suo volere, significherebbe che prima d’ora l’intera pattuizione fosse orientata a tutelare giuridicamente e politicamente gli interessi di Mister B., non garantendo agli italiani la certezza di un parlamento e un governo certi ed operativi sin dal post-urne, in sintesi alla fantomatica legge elettorale che sembrerebbe vedrà la luce entro il prossimo bimestre (bah!).

giovedì 4 dicembre 2014

Tasse, privatizzazioni e via il contante: Renzi, cioè Monti

Il monopolio delle multinazionali contro il sistema delle piccole e medie imprese, da caricare di tasse. Maxi-torta in arrivo: lo smantellamento dei servizi, da “regalare” ai grandi gruppi dopo aver smantellato il Titolo V della Costituzione, che ne tutela il controllo pubblico ancora affidato a Comuni e Regioni. E infine, la sparizione del denaro contante: fine della privacy nelle transazioni commerciali e «tracciabilità di tutti gli acquisti dei cittadini come nemmeno in Unione Sovietica accadeva». Sbucci Renzi e scopri Monti, sostiene Marcello Foa: il “bomba”, quello delle «promesse che non si realizzano mai», è stato piazzato a Palazzo Chigi al posto di Letta, troppo timido sul fronte della privatizzazione dello Stato, e ovviamente dopo Monti, penalizzato dall’immagine del rigore assoluto. Renzi? Fa la stessa politica di Monti, ma col sorriso. E, a differenza del predecessore, grazie al suo «ego ipertrofico» va avanti, distraendo gli italiani a suon di retorica e propaganda, in modo che nessuno capisca quello che sta avvenendo veramente, cioè il dominio definitivo dei poteri forti, a spese dei cittadini.

«La politica economica di Renzi – scrive Foa nel suo blog sul “Giornale” – non è volta a difendere e incentivare la piccola e media impresa italiana, ma è favorevole soprattutto alle multinazionali, smaniose di trasformare ancor di più l’Italia in una Renzi e Montiriserva di talenti e di professionisti a buon mercato». Non è un caso che Renzi prediliga le sedi delle multinazionali nelle sue uscite pubbliche, prodigandosi in elogi nei loro confronti. «Ed è significativo l’atteggiamento elusivo del suo governo sui licenziamenti alla Thyssen Krupp: premuroso con i grandi gruppi, retorico e inconcludente con le piccole e medie imprese italiane». La verità? Più tasse e meno mercato. «Scusate, ma io i tanto promessi alleggerimenti fiscali e burocratici proprio non li vedo. Semmai, come ai tempi di Monti, assistiamo al moltiplicarsi di balzelli indiretti e occulti», come «la riforma per far pagare il canone Rai a tutti attraverso la bolletta della luce», esteso ai proprietari di case sfitte o di seconde o terze case. Ancora una volta, «emerge la volontà centralista vessatoria che caratterizza l’operato dei governi dalla caduta di Berlusconi in poi».

Quindi, le privatizzazioni. Renzi ha predisposto la riforma del Titolo V: «Se passasse, permetterebbe al premier di privatizzare tutte le municipalizzate del settore delle utilities, con la conseguenza che ben conosciamo: non di liberalizzare e mettere in concorrenza più fornitori, ma di sostituire un monopolio pubblico con un monopolio privato, com’è inevitabile quando per la tipologia del servizio la concorrenza è di fatto impossibile». Valga l’esempio delle autostrade cedute ai privati: da Roma a Milano ne esiste solo una, o prendi quella o percorri le statali. Il mercato dov’è? Per molte utilities la situazione è analoga. Infine, si aggiunge la mazzata dell’abolizione del contante, come spiega Enzo Pennetta sul blog “Critica Scientifica”. Primo passo, informatizzare il paese – e sin qui, ok. Poi viene annunciato che si procederà all’eliminazione dello scontrino per Marcello Foaottenere la “tracciabilità totale”, «notizia criptica ma vagamente liberatoria». Quello che non viene detto, sottolinea Pennetta, è che questo significa procedere all’eliminazione del contante.

«La tracciabilità assoluta e il superamento della necessità dello scontrino – scrive “Critica Scientifica” – non si possono conseguire che eliminando la possibilità di pagare in contanti, cosa che avrebbe dovuto essere detta con chiarezza». E così, senza neanche nominare il contante, è stato dato l’annuncio della sua prossima eliminazione. Notizia sfuggita al “Corriere della Sera”, che ha pubblicato per primo l’annuncio di Renzi, ma anche ai 58 lettori del “Corriere” che hanno commentato l’articolo. Nessuno ha intuito qual è la vera posta in gioco. E chi aveva proposto l’abolizione del contante? Mario Monti, risponde Foa, osservando che l’eliminazione del cash equivale alla cancellazione definitiva di ogni forma di privacy: saranno millimetricamente tracciati tutti gli acquisti dei cittadini, come non accadeva nemmeno in Urss. «Domenico Idone, su “Twitter”, mi ha ricordato questo articolo. Era il 2012 e Renzi diceva: “Sarò il Monti bis”. Ancora dubbi?».

mercoledì 3 dicembre 2014

Il disastro prossimo venturo

L'economia mondiale continua a crescere, laddove riesce ancora a crescere (come in Cina e negli Stati Uniti) grazie ai debiti pubblici accumulati negli ultimi anni e grazie ai finanziamenti agevolati o a fondo perduto concessi dalle banche centrali alle banche ordinarie. A questi due elementi si deve aggiungere, in particolare negli Usa, l'indebitamento cronico delle famiglie da sempre abituate a chiedere soldi in prestito per comprare casa o più semplicemente per consumare. E' un sistema che può durare finché vi è una crescita economica sufficiente e continua ma che in una fase di recessione come questa non può che essere sempre sul punto di implodere su stesso. Alla fine infatti ci sarà sempre qualcuno che si rifiuterà di prendere tra le dita il classico cerino acceso, il quale, purtroppo, nel frattempo avrà già ustionato non pochi dei suoi possessori. Le misure messe in atto finora, all'insegna dell'austerità, dai governi e dalle banche centrali europee si sono mostrate inadeguate. In Italia, tanto per dirne una, la revisione e la razionalizzazione della spesa hanno prodotto scarsi risultati. Se il disavanzo è sceso, apparentemente, sotto il 3% del Pil, il che ci fa rientrare sotto il tetto stabilito dal Patto di Stabilità, il debito pubblico resta al 135% ed è quello che, grazie ai rendimenti dei titoli decennali, contribuisce a determinare lo spread con i Bund tedeschi. Se Sparta (si fa per dire) piange, Atene non ride. La Grecia, nonostante i suoi governi abbiano offerto tutte le ricchezze del Paese (ed anche altro) alla voracità della Troika (Fondo Monetario internazionale, Bce e Commissione europea), non è riuscita a rimettersi in sesto. Il debito pubblico resta al 180%, cifra più, cifra meno. E sono sempre più insistenti le voci e i timori che la bancarotta sia dietro l'angolo e con essa, a seguire, l'uscita dall'euro con tutte le inevitabili conseguenze per la moneta unica che ne potrebbe essere travolta. Un euro, nel cui sistema, è bene sempre ricordarlo, la Grecia fu in grado di entrare dopo che i “tecnici” della Goldman Sachs (di cui Mario Draghi fu vicepresidente per l'Europa) offrirono la propria consulenza per truccare i conti pubblici e presentare la situazione economica migliore di quello che fosse in realtà. Si tratta della stessa Goldman Sachs, salvata dal fallimento grazie ai soldi di Obama, che ha speculato massicciamente contro i titoli italiani con l'intento di indebolire l'euro. Due obiettivi apparentemente opposti ed inconciliabili ma che trovano la loro ragione di essere nella ricerca sistematica del profitto. Il capitalismo, anglofono, europeo o asiatico che sia, non riconosce infatti né patrie né frontiere. Il mercato globale da esso sostenuto comporta la possibilità di spostare a piacimento i capitali, in cerca di un guadagno, allo stesso modo delle materie prime, dei prodotti finiti e della forza lavoro. La Bce, dopo aver tagliato i tassi di interesse fino al minimo storico dello 0,15 per cento, e dopo aver annunciato altri operazioni “non convenzionali”, in sostanza offrendo altri soldi alle banche, pensa adesso all'acquisto di titoli pubblici a lungo termine. Un cambio radicale di strategia perché finora ci si era limitati a comprare quelli fino a 3 anni, lasciando questa incombenza al Fondo europeo salva Stati. Una dimostrazione evidente del fatto che il timore diffuso è appunto quello di una implosione dell'euro che partirebbe da Grecia o Italia con i rispettivi titoli pubblici decennali che finirebbero fuori mercati perché nessuno vuole più comprarli perché non crede alla loro solvibilità futura. Negli Usa nel frattempo ci si prepara al solito teatrino al Congresso tra democratici e repubblicani per alzare il tetto “legale” del debito pubblico. Un teatrino al quale si assiste inevitabilmente prima di Natale e prima della chiusura estiva. Le ultime speranze di una inversione di tendenza sono offerte dal mega piano di investimenti in opere pubbliche finanziato dall'Unione Europea e dalla Banca europea degli Investimenti che ne sarà il braccio finanziario. Una svolta “keynesiana” che molti si aspettavano ed auspicavano ma che in Italia, come in passato, rischia di trasformarsi in una occasione di magna magna per le banche e per le solite consorterie nazionali e locali che cercheranno di arraffare quanto più è possibile, fregandosene altamente del nostro futuro economico.

martedì 2 dicembre 2014

Siamo persone o consumatori?

Consumare, consumare sempre ad ogni ora del giorno e della notte, un continuo e martellante messaggio. Non siamo più persone, siamo solo consumatori nella mani dei pubblicitari, degli industriali, dei politici che ci dicono che se non consumiamo il paese va allo sfascio, la crisi si aggrava, ci saranno disoccupati e disperazione. Quindi dobbiamo consumare e qualsiasi gesto, pensiero e parola deve avere l’acquisto come obiettivo, come se fosse ossigeno indispensabile per vivere. Centinaia di miliardi di euro investiti in pubblicità mentre gran parte del mondo al di fuori delle nostre società vetrina si dibatte fra sofferenza, fame e miseria. Una imponente macchina per fabbricare illusioni ci induce a comprare di tutto e soprattutto quello che non ci serve, che andrà buttato, che dopo un po’ non ricorderemo nemmeno di avere, abbandonato in qualche cassetto o in qualche soffitta di case strapiene di oggetti. Presi da una spirale dove la parola fine non esiste, tramandiamo questa nefasta tradizione ai nostri figli pensando così di non farli sentire inadeguati rispetto agli altri, senza riflettere che li stiamo facendo semplicemente diventare dei tossicodipendenti da consumo e a loro volta passeranno la vita a comprare, magari indebitandosi e pensando che senza il consumo non sono nulla. Mostreranno la loro auto o l’ultimo modello di smartphone alle persone che vorranno impressionare e che ovviamente li considereranno per quello che hanno e non per quello che sono. Si stupiranno se verranno abbandonati per chi ha più di loro. Da anziani verranno lasciati nelle mani di una badante perché se tutto si compra, meglio pagare una persona estranea che regalare affetto e vicinanza gratuita, aspetti questi che tra l’altro non fanno nemmeno crescere il PIL.
Ma che senso ha tutto ciò? C’è un limite, una fine a questa folle corsa verso il consumo della propria esistenza imprigionata da oggetti da comprare? Il consumismo è una droga e come tale va trattata, tossica e nociva che annebbia la mente e indebolisce il corpo. Chi continua a dire che dobbiamo consumere, va considerato come uno spacciatore di illusioni a caro prezzo e di indebitamento. Della droga del consumo meno se ne fa uso e meglio si sta. Meno consumo, meno bisogno di soldi, meno bisogno di soldi e meno bisogno di lavoro, meno bisogno di lavoro e più tempo per le relazioni, più ricchezza umana e spirituale. In altre parole meno consumo e più vita

lunedì 1 dicembre 2014

Propaganda e realtà

Con una tem­pi­stica assai sospetta, ieri mat­tina alle 9 e mezza il mini­stero del Lavoro ha reso pub­blica «un’anticipazione dei dati sulle Comu­ni­ca­zioni obbli­ga­to­rie rela­tivi al terzo tri­me­stre del 2014». Mezz’ora dopo — «come da pro­gramma reso noto anno per anno» — l’Istat ha dif­fuso i dati sugli occu­pati del mese di otto­bre. E alla stessa Istat — nono­stante lo scio­pero dei pre­cari in attesa di rin­novo che ha fatto sal­tare la pre­sen­ta­zione del bol­let­tino — ammet­tono di non ricor­dare un altro caso di comu­ni­cato del mini­stero, spe­cie se in con­tro­ten­denza con i loro dati.

Numeri «come mele e pere, da non met­tere assieme»: nel primo caso riguar­dano i con­tratti avviati da luglio a set­tem­bre; nel secondo il saldo delle per­sone che risul­tano occu­pate nel mese di otto­bre. Dati che difatti hanno un segno pra­ti­ca­mente opposto.

Lecito dun­que pen­sare che il mini­stero del Lavoro abbia voluto dare una buona noti­zia — «oltre 400mila nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato in tre mesi con un aumento del 7,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno pre­ce­dente» — anti­ci­pando i dati nega­tivi dell’Istat. Il tasso di disoc­cu­pa­zione tocca un nuovo mas­simo sto­rico: 13,2 per cento, in aumento di 0,3 punti per­cen­tuali rispetto al mese pre­ce­dente e di 1,0 punti nei dodici mesi. Così come cala il tasso di occu­pa­zione — al 55,6 per cento, meno 0,1 punti rispetto al mese pre­cen­dente. La disoc­cu­pa­zione gio­va­nile — Under 25 — è pari al 43,3 per cento, in aumento di 0,6 punti per­cen­tuali rispetto al mese pre­ce­dente e di 1,9 punti nel con­fronto tendenziale.

Se «mele e pere non sono para­go­na­bili», il frut­teto è sem­pre lo stesso: il mondo del lavoro in Ita­lia, che non se la passa di certo bene. La verità sta nel mezzo. I dati dell’Istat sono obiet­ti­va­mente molto nega­tivi, ma ne con­ten­gono uno posi­tivo: la dimi­nu­zione degli inat­tivi — coloro che un lavoro non lo cer­ca­vano nean­che — dello 0,2 per cento rispetto al mese pre­ce­dente (-32mila unità) e del 2,5 per cento rispetto a dodici mesi prima (-365 mila). «Un dato che è sin­tomo di una mag­giore mobi­lità del mer­cato del lavoro, seb­bene in un qua­dro alta­mente alta­le­nante», fanno sapere dall’istituto. Per il resto i dati del terzo tri­me­stre dell’Istat sono «non desta­gio­na­liz­zati» e quindi poco attendibili.

D’altra parte, nello stesso comu­ni­cato del mini­stero del Lavoro ci sono dati tutt’altro che posi­tivi. Le ces­sa­zioni dei rap­porti di lavoro da luglio a set­tem­bre sono state 2milioni 415mila, con una aumento dello 0,9 per cento rispetto all’anno pre­ce­dente. Tra le cause di ces­sa­zione che spie­gano anche l’aumento dei nuovi con­tratti — va sot­to­li­neato il deciso aumento di pen­sio­na­menti: addi­rit­tura il 55 in più rispetto al 2013.
Ma il segno «più» basta al governo per lasciarsi andare alla pro­pa­ganda, affer­mando che «que­sti dati, in con­ti­nuità con quelli rela­tivi al secondo tri­me­stre, con­fer­mano che il cosid­detto decreto Poletti ha pro­dotto l’esito che era auspi­ca­bile, cioè un incre­mento dei con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato e dei con­tratti di apprendistato».

Da Cata­nia invece Renzi con­ti­nuava con la disin­for­ma­zione: «Il tasso di disoc­cu­pa­zione ci pre­oc­cupa ma guar­dando i numeri il dato di occu­pati sta cre­scendo. Da quando ci siamo noi ci sono 100mila posti di lavoro in più», nascon­dendo invece che da quando è in carica il suo governo (marzo) i posti sono in calo di 31mila unità.

La situa­zione la spiega bene il pro­fes­sor Carlo Dell’Aringa, stu­dioso della mate­ria e ora par­la­men­tare della mino­ranza dia­lo­gante del Pd. «In que­sta situa­zione i dati sono sog­getti a parec­chie acci­den­ta­lità: siamo costretti a mani­fe­stare entu­sia­smo un mese e coster­na­zione il mese suc­ces­sivo». Per Dell’Aringa «una certa ten­denza da parte dell’imprese a sce­gliere con­tratti più garan­titi rispetto al pas­sato, sosti­tuendo quelli pre­cari con tempi deter­mi­nati, comun­que c’è». Allo stesso tempo «è facile pre­ve­dere che i nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato negli ultimi mesi dell’anno saranno ridotti in attesa dell’entrata in vigore del Jobs act — col con­tratto a tutele cre­scenti — e della legge di sta­bi­lità — con gli sgravi fiscali sulle assun­zioni». Il qua­dro però è ancora scon­for­tante. «Anche la dimi­ni­nu­zione degli inat­tivi è dovuta alla dispe­ra­zione della povertà che porta tutti — spe­cie al Sud — a cer­care un lavoro pur­ché sia: un aumento dell’offerta di lavoro, un fun­zio­na­mento mar­gi­nale della peri­fe­ria, men­tre il cen­tro del lavoro è ancora in gran­dis­sima sof­fe­renza, come dimo­strano i dati sugli ammor­tiz­za­tori sociali».

domenica 30 novembre 2014

E’ record disoccupazione a quota 13,2%

Il tasso di disoccupazione ha raggiunto la quota d’allarme del 13,2%, un aumento un punto percentuale netto rispetto all’anno precedente. Si tratta di un record negativo che la dice lunga su quanto stia sprofondando il nostro Paese.
Quota 13,2% è stata raggiunta. Ce lo dice l’Istat la cui rilevazione fotografa una situazione sociale drammatica per quanto riguarda il nostro Paese. Il livello record di disoccupazione è il peggiore dall’inizio delle serie storiche mensili (gennaio 2004) e, andando ancora indietro sulle serie trimestrali, si arriva al 1977. A ottobre gli occupati erano 22,374 milioni con una diminuzione dello 0,2% al mese, pari a circa meno 55.000 lavoratori. Il numero di disoccupati invece sarebbe pari a 3,410 milioni con un aumento del 2,7% su base mensile (+ 90.000) e del 9,2% su base annua. E il bello è che a comunicare tutto questo ci ha pensato l’Istat che, per ironia della sorte, è stato occupato dai precari in stato di agitazione per il rinnovo del contratto. Preoccupa anche la disoccupazione giovanile che è salita al 43,3%, un aumento dello 0,6% rispetto al mese precedente e di 1,9% nel confronto tendenziale. Insomma se questi sono i dati siamo di fronte a un Paese che, a dispetto di ormai quasi quattro anni di crisi economica, ancora non riesce a trovare la luce in fondo al tunnel. Anzi, guardando alla Grecia e ai sacrifici che ha dovuto mettere in campo per ottenere nuovamente dei dati positivi l’Italia ha davvero ben poco da sorridere, ancor più che ancora oggi ad Atene i cittadini sono esasperati e il livello di disoccupati altissimo. E a sentire Renzi e l’intenzione del governo non sembra che le radici della disoccupazione verranno intaccate nei prossimi mesi, semmai si renderà il lavoro ancora più precario e si aumenterà la possibilità di licenziamento. Inoltre si continua a utilizzare il Pil come unico criterio di giudizio per l’economia di questo o quel Paese quando ormai il Pil non tiene in alcun modo conto del benessere dei cittadini e soprattutto delle loro speranze e condizioni di vita.

sabato 29 novembre 2014

Bce, possibili nuove manovre

Istat, tasso di disoccupazione al 13,2% e aumento dello 0,2% su base annua dell’inflazione

Più passano le ore e più si rafforza l’idea che la Bce attuerà sicuramente qualche mossa per stimolare ulteriormente l’economia dell’Eurozona. Una queste mosse potrebbe essere l'acquisto massiccio di titoli e in particolare di debito governativo, con l'effetto di comprimere i rendimenti dei Btp italiani a livelli mai visti da quando è stata introdotta la moneta unica.

Oggi lo spread tra Btp e Bund tedeschi è tornato a 133 punti base, livelli che si erano toccati nello scorso settembre. Ciò che colpisce è soprattutto il rendimento espresso dai decennali italiani sul mercato secondario a rappresentare una importante notizia per il Tesoro, con il minimo storico del 2,03%. Stesso discorso vale per i Bonos spagnoli che hanno un rendimento dell 1,9%.

In tale contesto, le Borse europee chiudono la giornata in maniera non del tutto positiva. Infatti, Piazza Affari avanza debole e il Ftse Mib gira in rosso dello 0,7%, mentre Londra arretra dello 0,2%, e Parigi e Francoforte limano uno 0,4%.

Ritorna in auge la questione della legge di stabilità in Europa che la Commissione europea deve valutare. Se per paesi come Germania ed Irlanda hanno avuto un responso positivo, per paesi a rischio come l’Italia la Commissione europea ha espresso questo parere: «La Commissione è dell'opinione che l'Italia ha fatto progressi per quanto riguarda le raccomandazioni di bilancio e invita le autorità a fare ulteriori passi avanti. In questo contesto, misure di aiuto alla crescita, un rigido controllo della spesa pubblica primaria, un aumento dell'efficienza della spesa pubblica e le previste privatizzazioni contribuirebbero a portare il debito pubblico su un piano calante, coerente con la regole del debito nei prossimi anni». In sintesi, Bruxelles mette da parte per il momento la richiesta di ulteriori misure di bilancio nella Finanziaria 2015 a patto che vengano effettuate delle riforme strutturale volte al miglioramento economico del paese stesso.

Intanto il Primo Ministro britannico Cameron avvia una nuova politica per limitare il numero di immigrati in Inghilterra. I quattro punti del piano annunciato dal premier inglese sono: chi sbarca a Dover e dintorni alla ricerca di lavoro dovrà attendere 4 anni per ottenere i benefici del generoso welfare britannico; se dopo sei mesi non avrà trovato un'occupazione dovrà lasciare il Paese. Chi lavora, invece, dovrà attendere 4 anni per avere benefici fiscali e case popolari oggi garantiti subito e non potrà più ricevere gli assegni famigliari se la famiglia risiede nel Paese d'origine. Tale politica è in netto contrasto con quella attuata finora dall’Unione europea e proprio per questo non è da scartare un possibile scontro proprio tra Inghilterra e Unione europea su tale questione con possibile uscita del primo dal secondo.

La nazione che sicuramente non sta vivendo un momento felice è sicuramente la Russia. A causa delle sanzioni ricevute dall’Unione europea e della stagnazione economica, nella giornata di ieri il rublo ha fatto registrare risultati ancora più negativi. Inoltre, la decisione dell’OPEC di non tagliare il prezzo del petrolio, così come la conseguente caduta del greggio sotto quota 70 dollari al barile, ha messo in seria difficoltà la Russia. Proprio la nazione di Putin, che deve agli idrocarburi la metà delle entrate fiscali e il 70% dell'export, su stessa ammissione ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, il crollo del prezzo del greggio ha causato un danno che si aggira tra i 90 e i 100 miliardi di dollari l'anno.

Questioni urgenti da risolvere anche per il governo italiano che, secondo i dati Istat ed Eurostat, il tasso d’inflazione su base annua aumenta dello 0,2%, un decimale in più rispetto ad ottobre, per effetto in particolare degli alimentari non lavorati. Altrettanto importante è la questione relativa alla disoccupazione. Sempre secondo l’Istituto nazionale di statistica, il tasso di disoccupazione ad ottobre è stiamo al 13,2%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1,0 punti nei dodici mesi. Tale dato è dipeso, da un lato dal lieve incremento della forza lavoro e dall'altro dal calo delle persone occupate.

Intanto dal ministero del lavoro emergono i primi dati in merito ai contratti a tempo indeterminato. Sono ben oltre 400mila i nuovi contratti, con un aumento tendenziale del 7,1% su anno, concentrato nell'industria e agricoltura. Diminuiscono invece gli avviamenti nel settore servizi, tranne che nell'istruzione, che presenta più di 17mila nuovi contratti a tempo indeterminato. Dai dati presentati emerge anche che il contratto di apprendistato non convince del tutto ed infatti ha fatto registrare solo un 3,8%.

Da valutare nelle prossime settimane sarà anche la variazione del prezzo dei carburanti in virtù del crollo del prezzo del petrolio. Infatti, secondo le ultime rilevazioni di Quotidiano Energia, l'Eni ha tagliato di 1,5 centesimi al litro i prezzi sia della benzina che del diesel. Le medie nazionali della benzina e del diesel raggiungono adesso, rispettivamente, 1,713 e 1,641 euro al litro (Gpl a 0,691). In alcune zone d’Italia però il prezzo per la verde arriva fino a 1,774 euro mentre per il diesel a 1,696 e per il Gpl a 0,711