mercoledì 12 novembre 2014

Perché Putin vince la nuova guerra fredda

Ci sono 7,2 miliardi di persone in questo mondo, ma gli Stati Uniti temono un solo uomo, Vladimir Putin, poiché praticamente su tutti i fronti della nuova guerra fredda, il presidente russo vince la sfida collettiva dell’occidente. La paura può far fare cose strane. La rivista Forbes ha nominato Putin la persona più potente del pianeta per il secondo anno consecutivo. Si dice circa i russi si prendano molto tempo per sellare i cavalli, ma corrano terribilmente veloci. Dopo aver lentamente curato l’economia dalla salute russa collassata, Putin vi punta tutto. In Siria, Crimea e Ucraina, l’occidente s’è liquefatto subendo sconfitte umilianti. Nel settore dell’energia, saranno i gasdotti russi, non occidentali, a dominare la massa continentale eurasiatica. Ma invece di tenere il punteggio, un esercizio più istruttivo sarebbe cercare di capire come Putin sia riuscito a far vincere la Russia. Più di ogni altro leader, il presidente russo, in virtù della sua esperienza nel KGB sa come operano gli Stati Uniti. Il modus operandi statunitense, in sincronia con gli inglesi, è organizzare colpi di Stato, rivolte e controrivoluzioni nei Paesi in cui i leader nazionalisti sono al potere. Iran, Cile, Ecuador, Venezuela, Panama e Ucraina sono esempi classici. John Perkins scrive su Confessioni di un killer economico come lui e altri ‘killer’ siano inviati nei Paesi in via di sviluppo come consulenti per corrompere o costringere diplomatici, economisti, amministratori e politici ad eseguire gli ordini degli Stati Uniti. Spesso ci sono riusciti, ma se non ci riescono la CIA invia gli “sciacalli”, assassini professionisti che organizzano la morte di coloro che ostacolano il totale dominio statunitense. Questi sicari economici ed assassini erano così efficaci nel creare repubbliche delle banane che gli Stati Uniti raramente dovevano utilizzare altri mezzi. Tra le rare volte che gli statunitensi dovettero utilizzare i militari per perseguire i loro obiettivi commerciali, ci furono l’Iraq e in parte la Libia. Putin sa che gli Stati Uniti hanno tentato un approccio simile in Russia. Da ex-ufficiale del KGB di stanza nella Germania orientale, sa quando i sicari cercano prede. “Una delle cose da capire è che lui, in particolare, ha studiato contro-intelligence, cruciale per capire il motivo per cui sia un attore cruciale“, scrive Joaquin Flores del Centro per gli Studi Sincretici. “La contro-intelligence non solo scova le spie, ma in realtà contrasta l’azione degli agenti inseriti o il cui lavoro comporta l’inserimento nelle istituzioni da distruggere dall’interno“. Parallelamente alle operazioni occulte statunitensi c’è la guerra aperta. Ora è chiaramente evidente che l’economia degli Stati Uniti, e quella della compare Gran Bretagna, sia un’economia bellica. Il consigliere del presidente russo Sergej Glazev, noto per essere vicino al nucleo nazionalista del partito di Putin, ha detto a una tavola rotonda a Mosca: “Gli statunitensi ci hanno sempre guadagnato dalle guerre in Europa: Prima Guerra Mondiale, Seconda Guerra Mondiale, Guerra Fredda. Le guerre in Europa sono i mezzi del loro miracolo economico, della loro prosperità“. La guerra in Ucraina è chiaramente un pretesto per trascinare la Russia nel confronto militare diretto con le forze armate ucraine, per avere una guerra regionale in Europa. La risposta della Russia è su due fronti. Uno, rifiuta di entrare in guerra con i teppisti ucraini, frustrando gli statunitensi. L’inazione di Washington in Ucraina è stata brillantemente descritta da un generale cinese come sintomo di “disfunzione erettile” strategica degli USA.

Colpire la giugulare economica
In secondo luogo, Putin impiega strategie asimmetriche per fermare, e infine abbattere, l’impero statunitense. L’obiettivo primario è colpire duro nel cuore della potenza statunitense, il dollaro. La Russia, con il sostegno dei Paesi BRICS, abbandona le transazioni in dollari, un passo che avrà un grave impatto sull’arrancante economia statunitense. Secondo il portale finanziario Zero Hedge, “L’insieme delle contromisure di Glazev si rivolge in modo specifico alla forza basilare della macchina da guerra degli Stati Uniti, vale a dire la zecca della FED. Il consigliere di Putin propone la creazione di un”ampia alleanza anti-dollaro’ tra i Paesi disposti e in grado di cacciare il dollaro dal loro commercio estero. I membri dell’alleanza si asterrebbero anche dal detenere riserve valutarie in dollari… Una coalizione anti-dollaro sarebbe il primo passo per la creazione della coalizione contro la guerra che fermerebbe l’aggressione degli Stati Uniti”. Non sorprende che Glazev ritenga che il ruolo principale nella creazione di una tale coalizione politica venga svolto dalla comunità imprenditoriale europea, perché i tentativi statunitensi d’innescare una guerra in Europa e una guerra fredda contro la Russia minacciano gli interessi del grande capitale europeo. “A giudicare dai recenti sforzi per fermare le sanzioni contro la Russia degli imprenditori tedeschi, francesi, italiani e austriaci, il consigliere di Putin fa una corretta valutazione. Sorpresa delle sorprese per Washington, la guerra per l’Ucraina potrebbe presto diventare la guerra d’indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e una guerra contro il dollaro“.
La Russia supporta anche le modifiche istituzionali. La nuova banca per lo sviluppo dei BRICS da 100 miliardi di dollari non solo contrasterà l’influenza degli istituti di credito occidentali, ma fermerà anche il flusso di denaro dai Paesi in via di sviluppo all’occidente. Il sistema dei prestiti attuale è sbilanciato a favore dei Paesi occidentali, perché quando Banca Mondiale e FMI offrono un prestito, impongo una serie di condizioni. Ad esempio, il denaro può essere utilizzato per l’acquisto di beni e servizi solo dall’occidente. O il denaro può essere utilizzato solo per la costruzione di dighe, ma non per migliorare la distribuzione di acqua potabile. Naturalmente, l’esperienza e il materiale per costruire le dighe dovranno provenire dall’occidente. E quando la fornitura di acqua potabile rimane scarsa, si crea la domanda di acqua minerale occidentale. La nuova banca quindi colpirà l’occidente dove gli fa più male, nelle tasche. Mentre Putin ha fatto solo mosse giuste sulla scacchiera geopolitica, i suoi avversari non stanno a guardare ripiegare il loro impero. Attualmente il rublo scivola rispetto al dollaro anche se il prezzo del petrolio crolla per mano dei sauditi, molto probabilmente per ordine dei loro padroni statunitensi. E gli statunitensi cercano inesorabilmente di sovvertire la Russia, l’unico Paese tra gli Stati Uniti e il dominio del mondo. Tuttavia, Putin è uno judoka che sa come usare la forza del suo avversario contro esso stesso. In ogni caso, tutto ciò che deve fare è fermare i barbari alle porte. I rinforzi arrivano da est, dalla Cina ma anche dall’India, ed è solo questione di tempo prima che le forze statunitensi siano sconfitte. Perché la recessione economica non è la fine di Vladimir Putin

martedì 11 novembre 2014

Gli USA progettano la creazione di altre Guantanamo in Ucraina

Gli USA e il governo ucraino stanno negoziando l’uso di centri di detenzione illegale e di tortura in Ucraina, sia per i terroristi dello Stato Islamico che per i separatisti ucraini

Il governo USA sta progettando di creare prigioni segrete sul modello di Guantanamo.
I servizi di intelligence USA stanno considerando di imprigionare i militanti dello Stato Islamico in questi nuovi centri di tortura, mentre il governo ucraino potrà usarli per i suoi oppositori, soprattutto nel sud del Paese.

I negoziati sono avvenuti fra l’agosto e l’ottobre di quest’anno, e le parti hanno concordato che Washington finanzierà, come debito a lungo termine, il rafforzamento del sistema difensivo in Ucraina.
In cambio, il governo ucraino permetterà agli Stati Uniti l’uso del proprio territorio per le strutture detentive, ha affermato l’agenzia di stampa.
Dopo lo scandalo che ha coinvolto diversi Paesi UE, soprattutto Lituania e Polonia, sospettati di nascondere “siti neri”, il Presidente Obama ha deciso nel 2009 di chiudere le prigioni ed i centri di tortura in questi territori. Per questo motivo, i servizi di intelligence USA stanno pensando di crearne altri, ora che la minaccia dello Stato Islamico ha fornito un’utile giustificazione per il bisogno di centri di detenzione extragiudiziale illimitata.
Queste prigioni serviranno anche per la detenzione di cittadini non ucraini e di oppositori sospettati di collaborare con le milizie sud-orientali.
I centri dovrebbero essere situati nella parte centrale ed occidentale del Paese, in strutture dove sono già rinchiuse persone catturate nel Donbass e civili che si sono rifiutati di collaborare con gli organi repressivi.
L’Ucraina ha confermato che potrebbe attualmente ricevere fino a 150 prigionieri, ha concluso l’agenzia di stampa.

lunedì 10 novembre 2014

Sovranità dal basso, contro il potere imperiale dell’Ue

Sovranità viene dal francese “souverain” e porta con sé il senso del “sopra”, dello “stare sopra”, e in tal senso del ricoprire una funzione di coordinazione e di potere superiore. Nella letteratura filosofica contemporanea, il paradigma della sovranità è quello della bio-politica, così come sviluppato da Michel Foucault prima e Giorgio Agamben dopo, cioè del controllo spasmodico dei corpi e dei comportamenti così come storicamente sviluppato nei regimi totalitari. Un contesto semantico perciò negativo: sovranità, in questi autori, è sinonimo di potere assoluto, cieco, brutale, totalitario, fuori da ogni controllo, eppur mosso dal desiderio del controllo assoluto. Di qui la riflessione di Foucault sulle modalità di uscita da simili dinamiche malate di potere, tramite la cura di sé, la rivalutazione dell’individuo, la critica alle forme di potere occulte. Altro luogo interessante di definizione della sovranità è quello di eccezione, ovvero di stato di eccezione, così come sviluppato da Carl Schmitt: il sovrano è colui che risulta “escluso”, nel senso che la regola che egli stesso emana non gli viene mai applicata.

Da qui il concetto di “immunitas”, che politicamente viene considerato come il caposaldo di ogni dottrina del potere. Il sovrano è colui che sta sopra a Popolotutto e tutti e quindi avulso da tutti i dispositivi di potere. Insomma, in entrambi i casi, filosoficamente parlando, il concetto di sovranità ne esce male, sintomo e simbolo delle peggiori dinamiche del potere. In che senso allora noi oggi ci consideriamo sovranisti? Nei sensi sopra delineati? La sovranità di cui noi parliamo è tutt’altra cosa e non si appiattisce alla lettura di parte e già sbilanciata verso una sorta di buonismo democratico di sinistra di Foucault per esempio. La sovranità di cui noi trattiamo non è affatto un principio superiore di potere e tutto quel che ne consegue, ma al contrario rappresenta la fuga e la lotta contro quell’unico principio superiore e profondamente e malatamente democratico che è per esempio la costruzione di una Europa unica e unita.

I sovranisti lottano contro ogni massificazione totalitaria di cose, principi, nazioni, territori, genti, popoli. I sovranisti prediligono la differenza, la differenziazione, all’unità e all’unificazione. I sovranisti rivendicano autonomie e indipendenze, contro ogni potere superiore. La sovranità che noi vorremmo è quindi quella di ogni paese e nazione, è quella italiana nel caso specifico, sia dal punto di vista politico e monetario, che dal punto di vista energetico, alimentare e via dicendo. Una sovranità insomma che provenga dal basso, che rappresenti una liberazione dei territori da Michel Foucaultmeccanismi superiori di controllo e potere, contro quindi una sovranità dall’alto, avvolgente, totalizzante, schiacciante, impositiva.

Per concludere, tale sovranità proveniente dall’alto si configurerà come un impero, un tutt’uno omogeneo, composto da territori per nulla liberi e sovrani, ma assoggettati alla medesima logica imperiale e dispotica. Dall’altra parte, una sovranità proveniente dal basso può invece configurarsi come una federazione di territori liberi e sovrani, non appiattiti o schiacciati sotto un unico potere dispotico, ma confederati secondo obiettivi comuni, nel rispetto delle reciproche identità e differenze. Come sovranisti noi propendiamo perciò per il secondo significato di sovranità. Insomma, noi crediamo che ce la si possa cavare da soli, senza quel pesante fardello politico che sarebbe una Europa unita e centralizzata.

domenica 9 novembre 2014

La truffa elettorale dell'Italicum

La legge elettorale torna in pista. Serve farne una, dicono, visto che la sentemza di gennaio, emessa dalla Corte Costituzionale, ha cancellato i due pilastri del "porcellum" calderoliano - lo stesso tizio che ora minaccia la "legge del taglione" contro i centri sociali, per dire di che pasta costituzionale è fatto - ovvero l'impossibilità di esprimere preferenze e le liste bloccate dai vertici dei partiti, riservate a fedeli e cortigiani.

In pratica, se si dovesse andare a votare in primavera - come pare possibile, se Renzi andrà a sbattere contro le sue stesse forzature, fatte con una maggioranza parlamentare incollata con lo sputo - si voterebbe col sistema proporzionale puro. E sarebbe impossibile qualsiasi ricatto a partti o movimenti medi e grandi e piccolissimi. Quindi la formazione di un governo avverrebbe con le alchimie proprie di alleanze da consolidare dopo il voto, senza garanzia preventiva per nessun "boss" di uscirne vincitore.

Ma l'Italicum renzusconiano, vero cuore del "patto del Nazareno", col premio di maggioranza alla lista o alla coalizione (questione appassionante come una puntata di Virus), è un pateracchio inguardabile apertamente anti-costituzionale. Quindi parte certamente già bocciato quando il quesito arriverà al giudizio della Consulta.

Che senso ha allora fare una tornata elettorale con un sistema anticostituzionale? Serve a produrre un parlamento illegittimo come l'attuale, ma obbediente ancora più dell'attuale (semplicemente esautorato dalle prescrizioni dell'Unione Europea e dai voti di fiducia imposti dal governo, ma ancora capace di "sorprese", sia pur per motivi più spesso ignobili che nobili).

Con un Parlamento spianato sulla volontà dell'esecutivo si potrebbe insomma più agevolmente cambiare la Costituzione e quindi - tra l'altro - abolire preventivamente anche il verdetto negativo della Corte Costituzionale (la legge elettorale sarebbe a quel punto legittima secondo la nuova Carta, anche se illegittimo secondo quella nata dalla Resistenza).

Il "golpe" istituzionale può riuscire senza scossoni, oppure infrangersi ancora una volta contro le contraddizioni interne al blocco di potere. L'opposizione sociale non è infatti in grado di imporre alcunché, su questo piano; e quella politico parlamentare è affidatata alle scarse capacità (e numeri) dei Cinque Stelle o di Sel.

Ma proprio nel blocco di potere crescono i dubbi. E se dobbiamo prendere gli editoriali del Corriere della Sera - come sempre è avvenuto - come un pollice verso o un ok, allora stavolta Renzi è decisamente fuori dall'accettabile, anche per la borghesia italiana più cinica.

venerdì 7 novembre 2014

Il "cambio di paradigma" squassa l'Occidente

L'esplosione dello scontro tra “Europa tedesca” e “Europa alleato dell'America” ha preso corpo in questi giorni con gli attacchi contro Mario Draghi (presidente della Bce) e lo “scandalo fiscale” del Lussemburgo, che rischia di travolgere in neo-presidente della Commissione Europea (il “governo” della Ue), Jean-Claude Juncker.

Un conflitto latente da tempo diventa quasi esplicito perché irrisolto. E probabilmente irrisolvibile in modo diplomatico, o comunque indolore.

Ma questo conflitto non può e non deve essere analizzato “personalizzando” le ragioni dello scontro. A determinati livelli i massimi dirigenti sono “agenti intelligenti” di interessi strutturati di enorme potenza; le idee personali non contano nulla.

Diversi editoriali sui media padronali, in questi giorni, stanno cercando di definire i contorni della crisi europea, le ragioni di un arresto nel “progresso” che volge ormai in declino palese. La concomitanza con i 25 anni dalla “caduta del Muro” rendono queste riflessioni preoccupate, inevitabilmente, una sorta di bilancio sulla strada fatta dal modo di produzione capitalistico in quest'area. Negativo, ovviamente, al di là dei dati sulla crescita economica nei primi 15 anni del quarto di secolo.

Si sta cominciando a prendere atto, insomma, del sostanziale fallimento del capitalismo neoliberista proprio sul fronte che ne aveva sancito la vittoria ideologica e fatto acquisire consenso di massa: la promessa di maggiore benessere per tutti, una volta eliminati i “lacciuoli” che rallentavano l'iniziativa privata.

La retorica dell'establishment canta ancora questa canzone, non ne conosce altre. E le “prescrizioni” dell'Unione Europea ai singolli Stati, specie sulla questione del debito pubblico, sembrano indifferenti all'evolvere negativo dei tempi. Ma il numero di quanti vi credono inizia vistosamente a diminuire. Non solo – e fortunatamente – tra le varie figure del mondo del lavoro dipendente (ormai quasi per intero accomunato nella condizione della precarietà universale), ma anche tra gli analisti più accorti.

Apriva in qualche modo le danze Carlo Bastasin, sul confindustriale IlSole24Ore. L'intento del “pezzo” è indicare un'altra via per l'Unione Europea, fuori dal suicidio volontario dell'austerità, in linea con le parole (e non molto altro) del governo Renzi. Ma la costruzione del ragionamento mette in luca alcuni paletti strutturali che ci sembra il caso di sottolineare:

Per almeno 30 anni, il debito pubblico ha assorbito il potenziale latente di instabilità politica. Se in Grecia, Spagna o Portogallo era servito a comprare consenso per le nuove democrazie emerse dalle dittature, in Italia e Germania aveva anche compensato le fratture geografiche interne ai due Paesi. La tenacia tedesca nel denunciare i pericoli dei debiti pubblici, che oggi sono politicamente meno giustificati, non va dunque sottovalutata. Ma globalizzazione e tecnologia hanno stravolto le coordinate, lo spazio e il tempo, del contratto sociale.

La “tenuta sociale” del modello europeo del dopoguerra – questo il succo – è stata garantita dal welfare, perché la mediazione sociale si fa con risorse finanziarie, non a parole. È stata fatta insomma di edilizia popolare, pensioni, ammortizzatori sociali, sanità pubblica, istruzione gratuita o quasi, diritti del lavoro, salario contrattato conflittualmente, possibilità di far rappresentare interessi “popolari” sul piano politico (“riformisticamente”, per carità...), ecc.

Questo ambiente sociale è venuto meno o sta collassando sotto la necessità (del capitale) di aumentare la competitività all'interno di quest'area, oltre che negli Stati Uniti e in Giappone, e fra aree continentali e monetarie diverse.

La competizione tra capitali taglia i costi inutili, si sa. Per prima cosa il welfare, quindi la mediazione sociale. Quindi il consenso al sistema. Pochi anni di globalizzazione sono stati sufficienti a determinare una corsa feroce alla compressione dei costi nelle e delle “democrazie oncidentali”, per renderli comparabili a quelli esistenti nelle “economia emergenti”. Parallelamente anche la qualità di queste “democrazie” cominciava a scadere per diventare comparabile con i sistemi di governance esistenti in quei paesi (la “riforme costituzionali” sono l'altra faccia delle “riforme strutturali”; e i trattati europei hanno anticipato alla grande questa necessità di sottrarre i centri di decisione politica all'influenza degli interessi sociali non dominanti).

Ma l'elemento più devastante per il modo di vita occidentale è proprio quello di cui si va più orgogliosi: la tecnologia. Bellissima cosa, ma anche terribile: libera dalla fatica e contemporaneamente riduce i posti di lavoro.

Il cambio di paradigma produttivo implicito nella rivoluzione informatica di trenta anni a sta oggi raggiungendo il suo picco storico, innervando tutto il sistema produttivo, anche quello industriale più “hard” e “novecentesco”, nell'immaginario universale. Basta guardare questa foto scattata in una catena di montaggio automobilistica, in Germania.

Ci vuole insomma sempre meno lavoro umano per produrre un numero di merci sempre maggiore. Nel nostro linguaggio “antico” si diece che diminuisce il tempo di lavoro necessario. Ma l'impresa privata, che pure si avvantaggia molto dell'innovazione tecnologica “di processo”, pretende – per far fronte alla competizione – di aumentare e non di diminuire il tempo di lavoro individuale. Il risultato, in questo sistema, è che il numero di posti di lavoro diminuisce strutturalmente.

Facciamo un esempio storico per capirci. La meccanizzazione dell'agricoltura – in Europa e negli Usa avvenuta nel primo dopoguerra, nei paesi emergenti negli ultimi venti anni e ancora in corso – ha “liberato” centinaia di milioni di persone dal lavoro nei campi, spingendoli verso le città. Lo sviluppo industriale era in grado di assorbirle, almeno in una certa misura.

Oggi sta avvenendo lo stesso, nei paesi “maturi”, anche nei settori industriali. Ma dove andranno le centinaia di milioni di persone ormai in esubero rispetto alle necessità produttive?

Una volta andavano in guerra. Ma anche la guerra è diventata tecnologica. Gli eserciti occidentali sono tornati ad essere roba per “specialisti”, piccoli numeri capaci di distruggere masse notevoli di “nemici” non altrettanto tecnologicamente avanzati (vedi Iraq, Libia, Somalia, ecc). E poi non sembra intelligente armare masse sterminate di uomini e donne, quando il consenso al sistema scende rapidamente... Qualcuno, dall'altra parte, conserva memoria del 1917 più di quanto non avvenga nella "sinistra rdicale" di casa nostra.

Lo stallo nell'Unione Europea è tutto dentro questa cornice, altrimenti sarebbe semplicemente inspiegabile. Perché mai, infatti, gente ultrapreparata come Weidmann o Schaeuble, o anche Katainen e Padoan, dovrebbero insistere su “strategie economiche” che sono chiaramente folli anche per uno studente del primo anno?

Le domande sono sul tavolo, le risposte non ci sono. Quelle praticabili nell'immediato, almeno. Ma iniziare a ragionare in termini di “sistema di produzione” non è più una nostalgia “ideologica”. È un bisogno primario, se si vuole individuare una via d'uscita alla corsa verso il baratro.

giovedì 6 novembre 2014

L'Italia devastata a colpi di fiducia: passa lo Sblocca Italia tra inceneritori, autostrade e trivelle

Con il voto sul decreto Sblocca Italia al Senato, il Governo Renzi ha incassato oggi la 29/a fiducia. I sì sono stati 157, i no 110, nessun astenuto.
Bagarre in Aula al Senato, con dure proteste delle opposizioni e voto che va avanti a singhiozzo per le contestazioni dei senatori M5S, arrivati a stendersi sui banchi del governo per impedire ai colleghi di votare. Tanto che i parlamentari sono costretti a dire "si" o "no" al testo dal proprio banco senza passare sotto lo scranno della presidenza com'è prassi fare per il voto di fiducia. Dopo la protesta del Movimento 5 Stelle, nell'aula del Senato esplode quella dei senatori di Sel, che, contro il decreto Sblocca Italia, innalzano uno striscione con la scritta 'No Triv', subito rimosso dai commessi. In particolare ce l'hanno con la norma del decreto che autorizza "almeno 100 concessioni" per trivellare "un Paese già disastrato", come sottolinea la capogruppo Loredana De Petris.

Lo Sblocca Italia è un 'decretone' che contiene misure che vanno dallo sblocco dei cantieri, che partiranno con tempi certi, agli interventi per le calamità naturali, passando per le semplificazioni per l'edilizia, la banda larga e ultralarga, l'ammodernamento delle ferrovie, l’aumento dell’attività degli inceneritori, decine e decine di trivellazioni in mare alla ricerca del petrolio, e le concessioni autostradali.
Proprio le norme sulle concessioni sono state l'oggetto degli strali delle opposizioni che accusano il governo di aver chiesto la fiducia in fretta e furia per 'nascondere' un 'regalo' fatto ai finanziatori di Renzi, quel gruppo Gavio che ha in concessione diverse tratte autostradali del Nord Italia e che doveva essere tra i partecipanti alla cena milanese di auto-finanziamento del Pd nell'agenda del premier per questa sera.
"E' incredibile l'ipocrisia del Partito Democratico – punta il dito la senatrice di M5S Barbara Lezzi - in Aula al Senato vota la fiducia al decreto Sblocca Italia, che dà il via libera alle trivellazioni selvagge; poi, fuori dal Parlamento, lo stesso Pd organizza sit-in di protesta per dire no alle trivelle, come quello in programma il 9 novembre a Leuca. Con che faccia gli esponenti del Pd andranno alla manifestazione? E avranno il coraggio di dire che lo scempio contro cui manifestano, porta anche la loro firma? Vergogna!”.
Contro le trivelle c’è la sollevazione delle regioni interessate, in pratica tutte quelle del centro sud i cui confini affacciano su adriatico ionio e canale di Sicilia.

mercoledì 5 novembre 2014

Attenti a chi bastona e divide

Anche dietro le dichiarazioni sulla bastonatura degli operai dell'acciaieria di Terni attecchisce un insidioso retropensiero autoritario. Mi spiego. Certi esponenti politici e commentatori hanno dichiarato all'incirca: «Non si bastonano gli operai che difendono il proprio posto di lavoro, non sono mica degli "anarco-insurrezionalisti", dei "No Global" o dei "No Tav"».

Se ci riflettete un attimo, dietro simili dichiarazioni si nasconde l'accettazione di una svolta autoritaria.

L'idea sarebbe la seguente: lottare per il proprio posto di lavoro è legittimo e onorevole (ovviamente, condivido anche io); viceversa, è espressione di estremismo - e quindi "giustamente" repressa anche con la violenza - qualunque critica di "sistema" come quella dei "No Tav" o dei "No Global". Dunque manifestare per difendere un tozzo di pane dalle grinfie intatte del sistema è giusto, mentre criticare il sistema è eversivo e passibile di essere represso tramite lacrimogeni, bastonature e pretestuose accuse di "terrorismo" in tribunale.

Lo ribadisco. Ho stima e rispetto per gli operai che lottano per mantenere il loro posto di lavoro. Ma coloro che il potere ritiene giusto reprimere con la violenza (No Tav, No Global, ecc. ecc.) li considero semplicemente come gli eroi dei nostri tempi: donne e uomini che si battono disinteressatamente e politicamente affinché l'intero ambiente di una valle non sia devastato e affinché le casse dello Stato non siano saccheggiate per un buco inutile (che dà il pretesto ai politici per incassare tangenti). Ecco, con la loro lotta sono i partigiani dei nostri giorni.

I ragazzi che a Torino sono alla sbarra per "terrorismo" (ma gli integerrimi magistrati non provano imbarazzo?) perché si battono contro un simile sperpero - proprio mentre 6 milioni di italiani sono in stato di "povertà estrema" - meriterebbero la medaglia d'oro e l'intitolazione di una piazza. Altro che "giuste" manganellate, altro che pericolosi "estremisti".

E poi, chi sarebbe il moderato?

Forse il senatore Esposito e il ministro Lupi, che - dopo averne dette di cotte e di crude sui NoTav - ora sembrano volersela cavare con un "oops, ci costa un po' troppo..."? Oppure è un moderato quel ministro Poletti che difende la Tav che tanto grasso ha colato sui prosciutti suoi e delle sue cooperative "rosse"? Vi prego, cambiate colore! E anche chi il colore potrà conservarlo, dovrà stare attento a non farsi imbrogliare da chi bastona e divide.