lunedì 30 luglio 2012

Siamo come la Grecia ma non lo dicono

C’è una legge molto elementare che vige in medicina: accertato l’avvenuto decesso, è inutile somministrare al paziente altre cure.
Parto dalla medicina perché quella del malato e della cura è una metafora fin troppo abusata dai tecnici del governo: loro i curatori (fallimentari) e l’Italia il malato terminale. Però provo a proporne una lettura diversa: il malato in questione, quello che loro pretendono di rianimare, non è affatto lo Stato Italiano, quanto piuttosto il modello di sviluppo fondato sul capitalismo bancario. È quello il paziente che hanno intenzione di far resuscitare. Resuscitare, non "guarire", perché trattandosi di cadavere non è possibile usare altro termine.
 La "spending review" doveva insomma tagliare le spese inutili, invece taglierà posti di lavoro, ferie, scuole e ospedali. Siamo come la Grecia, ma non lo sappiamo neppure.
 Si dice: questo è un governo tecnico, che deve realizzare delle riforme impopolari che nessun governo politico avrebbe né il coraggio né l’interesse di fare. Ma la questione non va posta in questi termini. I procedimenti del governo Monti non sono sbagliati perché impopolari, sono sbagliati perché inutili. Anzi peggio: sono proprio dannosi. Perché rispondono ad una logica suicida, che permette a questo sistema di continuare ad operare anche da morto. Ed è un sistema che “produce deficit”: cioè ha bisogno che gli vengano fornite più energie di quelle che poi riesce a restituire. Un esempio? I governi europei si indebitano con la BCE per convincerla ad emettere nuovo denaro e a concedere prestiti agevolati all’1% alle banche dei vari Paesi. Poi chiedono a quelle stesse banche di comprare i propri titoli di Stato per non essere sommersi dal debito. E se le banche non li comprano? La soluzione è presto trovata: costituire una sorta di cassa comune europea – il tanto famigerato Scudo Anti-Spread – affinché la BCE compri i buoni del tesoro di quegli Stati che sono sotto il mirino della speculazione finanziaria. Solo che, per costituire quella cassa comune, gli Stati sono costretti a versare altri soldi: dunque, ancora una volta, ci indebitiamo per tenere sotto controllo il nostro debito. Roba da esaurimento nervoso.
 Nel frattempo, oggi ci tolgono i diritti sindacali, domani ci abbassano gli stipendi, dopodomani aumentano le accise sulla benzina. E noi accettiamo tutto con l’illusione che fare questi sacrifici, in fondo, ci convenga. E invece ci sveniamo per versare il nostro sangue in un colabrodo, senza chiederci quand’è che basta: quando decideremo che avremo rinunciato ad un pezzo abbastanza grande della nostra felicità e della nostra libertà da non volerne cedere oltre? Qualcuno ci ha spiegato le regole del gioco? Continuiamo ad accettare questa austerità a tempo indeterminato, senza tuttavia comprendere né domandare circa l’obiettivo che intendiamo perseguire coi nostri sacrifici.
 Se proprio i sacrifici vanno fatti, che almeno servano a costruire un nuovo modello di vita, radicalmente diverso, con fondamenta nuova e una grammatica completamente modificata. Soluzioni facili non ce ne sono, né bacchette magiche.
Si può costruire un’economia più sana, su scala più ridotta? Si può ridurre lo sfruttamento delle risorse, evitando di smangiucchiarsi la Terra un morso dopo l'altro? Si può riscrivere una carta costituzionale attraverso la partecipazione di milioni di persone? Si può evitare di affidare la gestione dei nostri diritti a istituzioni assenti e lontane migliaia di chilometri, misurate in anni-luce e in anni-welfare?
 Non che tutto questo sia fattibile nell’immediato, certo. Ma forse converrebbe farsi domande del genere, ogni volta che qualcuno si prende un’altra libbra dalla nostra carne, anziché starnazzare impanicati come un branco di anatre che si fingono minacciose, per poi tornare all’ordinario indulgere al nostro confortevole nulla quotidiano.

giovedì 19 luglio 2012

I CONFLITTI D'INTERESSE DI NAPOLITANO

Il ventennale della strage di Via D’Amelio, dopo i giorni delle accuse, degli attacchi, delle delegittimazioni istituzionali ai magistrati di Palermo che conducono l’inchiesta sulla trattativa Stato-Cosa Nostra, non poteva essere “celebrato” in modo più inimmaginabile: e cioè con il decreto sul conflitto di attribuzione stilato da Napolitano nei confronti della procura palermitana.
Secondo il ministro della Giustizia si tratta del percorso più lineare che poteva essere intrapreso dal Capo dello Stato e di un’occasione per chiarire ed integrare da parte della Corte Costituzionale una disciplina giuridica “lacunosa” in materia materia di intercettazioni indirette, quando a sollevare la cornetta sia un’alta carica dello Stato.
Può darsi che sotto il profilo tecnico ed in un’ottica di giurisprudenza costituzionale sticto sensu, si tratti di un’occasione di chiarimento.
Ma sotto il profilo politico e del rapporto, mai così compromesso tra cittadini ed istituzioni, la mossa della presidenza della Repubblica, motivata dall’intento dichiarato di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura” nello spirito di Einaudi, suona come la rivendicazione esibita di assoluto arbitrio ed intangibilità.
L’articolo 90 della Costituzione a cui fa riferimento esplicito il decreto sul conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato contro il presunto abuso della procura di Palermo, rea di non aver interrotto e/o distrutto immediatamente le intercettazioni intercorse tra Nicola Mancino ed il Quirinale, stabilisce che “Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione”.
Sembrerebbe lecito e pertinente domandarsi se, accanto e parallelamente alla rete di telefonate intercorse tra il consigliere giuridico del Quirinale e Mancino tutte tese a rassicurare l’indagato per falsa testimonianza e ad attivarsi in tal senso, anche le due dirette tra l’ex ministro ed il presidente della Repubblica debbano essere considerate tra “gli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni”.
A prescindere del fatto fondamentale che si tratta di intercettazioni “casuali ed indirette”  è un delitto di lesa maestà chiedersi se nelle funzioni del capo dello Stato, tra l’altro garante della Costituzione e presidente dell’organo di autogoverno dei magistrati, rientrino le cure e gli imput per tutelare un ex ministro che da testimone stava (consapevolmente) diventando imputato per false dichiarazioni ai Pm?
Sulla attendibilità delle dichiarazioni di Nicola Mancino si pronunceranno i magistrati; però noi possiamo intanto liberamente valutare secondo il nostro buon senso se quello che va dicendo in TV o in contesti pubblici in merito alla trattativa, o come la si voglia chiamare, ha un fondamento o una parvenza di verità.
Nicola Mancino ha ribadito che  non ha incontrato privatamente Paolo Borsellino il 1 luglio del ’92, appena insediato al Viminale, che non si sono parlati e che comunque non lo ricorda dato che non sapeva che faccia avesse il magistrato più famoso d’Italia, dopo Giovanni Falcone. E a seguire ha negato di aver mai incontrato il generale Dalla Chiesa, di “essersi sempre sentito lontano dalla Sicilia” , di aver incontrato Calogero Mannino, massimo esponente siciliano della sinistra Dc di cui Mancino faceva parte, una sola una volta in Translatantico.
Senza fare esercizio spericolato di fantasia e di dietrologia è quantomeno possibile identificare il perimetro degli argomenti che possono aver toccato l’ex ministro ed ex potente democristiano, ora semplice cittadino imputato, ed il Capo dello Stato nei momenti più calienti dell’inchiesta in quelle telefonate top secret.
Se come ha rivendicato Napolitano, elevando un conflitto di attribuzione con la magistratura, che non ha precedenti nella storia repubblicana (altra cosa quello con il ministro della giustizia in materia di grazia risolto con sentenza costituzionale n.200/2006), il bene tutelato sarebbe quello di tenere “la facoltà immune da qualsiasi incrinatura”, la strada maestra era quella di lasciar “piangere il telefono” o in subordine di dare in qualche modo conto ai cittadini del contenuto di quelle conversazioni.

martedì 10 luglio 2012

Tempi di macelleria sociale

“Ma perché non lo dice in televisione che non è possibile che continuano a prendere i soldi solo a noi e che i ricchi non li tocca nessuno”? La signora è proprio arrabbiata e vorrebbe che i democratici che conosce uscissero da un silenzio accondiscendente per schierarsi.
Mi spaventa che nelle grandi analisi su quel che sta facendo il governo Monti queste realtà siano ignorate. Non è questo il terreno su cui populismo e demagogia attingono a piene mani? E come far capire a chi ha sempre pagato le tasse, che continua a pagarle, che si è dissanguato per avere servizi che ora rischia di perdere, che i possessori di grandi patrimoni, gli evasori, i furbi, continuano a restare impuniti? Va bene il senso di responsabilità, ma perché non guardare anche a questa base del Paese che non conta più per nessuno, quella base che non sa, non è in grado o non vuole urlare ma che è solo capace di prendersela con chi è altrettanto o più povero?
La logica dei mercati, dello spread, delle borse è diventata una camicia di forza asfissiante che ottunde anche le intelligenze. Ho sentito affermare in tv da un illustre esponente del Pdl che ormai lo stato sociale del secolo scorso è un vecchio arnese buono solo per i nostalgici. E con cosa lo sostituiamo? Perché non viene prospettato quel che ci sarà dopo il tanto bramato “risanamento”? Finalizzati a cosa sono i tagli dei servizi, degli impieghi, dei posti letto, dei tribunali? Con tante leggi scritte solo per tutelare chi ha commesso gravi reati, perché non ci si ricorda mai delle tante vittime che aspettano soltanto di avere giustizia? E quando mai la otterranno se anche i luoghi fisici del diritto vengono fatti sparire? E perché attaccare le risorse che spettano alle regioni a Statuto Speciale? E’ vero che non siamo più alle prese con il Circo Barnum berlusconiano, ma non sarà il caso di riprendere ragionamenti politici, accanto a quelli ragionieristici? Se anche il presidente di Confindustria parla del rischio di “macelleria sociale”, visto che lui gli operai li conosce direttamente e non per aver letto solo qualche pregnante trattato, ci sarà qualche ragione, o dobbiamo sospettare che anche lui si stia preparando a ‘scendere in campo’ per le prossime elezioni?
Va benissimo mostrarsi responsabili, ma non sulla vita degli altri, degli esclusi, dei non garantiti, dei precari, dei pensionati. Ci sono molte strade per far guarire questo Paese. Quella che si sta percorrendo rischia di danneggiare soprattutto chi non ha neppure una qualche collocazione sociale. Ed è lì che rischia di scatenarsi una violenta guerra fra poveri.

domenica 1 luglio 2012

Internet. Come il “grande fratello” conosce i nostri interessi e condiziona i nostri stili di vita


Condividendo sempre più informazioni e documenti online nei motori di ricerca e nei social network, aziende specializzate come la Acxiom, ci conoscono sempre meglio. Il procedimento è molto semplice: grazie alle tracce che lasciamo nella rete, quando condividiamo un post in Facebook o in Twitter, oppure quando facciamo una ricerca di un prodotto che vorremmo acquistare su un motore di ricerca, queste società catalogano gli interessi e fanno per ognuno di noi una scheda del “consumatore perfetto” di determinati prodotti.
Dal 2005 ad oggi, il numero di intermediari a “caccia” dei nostri dati è raddoppiato….
Una delle maggiori aziende, che per noi è sconosciuta, èla Acxiom con sede operativa in Arkansas. Con i suoi 23mila server e 50mila miliardi di dati, ha prodotto 500milioni di profili di “perfetti clienti”.
Secondo il New York Times, la Acxiom ha raccolto la più grande massa di dati al mondo sui consumatori. Tutti queste informazioni vengono poi rivendute ad altre aziende importanti (banche, case automobilistiche, grandi magazzini e grandi multinazionali) che vogliono sapere se stanno offrendo la cosa giusta al momento giusto.
Secondo una ricerca del Wall Street Journal dello scorso anno, i cinquanta siti più popolari del mondo, hanno istallato in media 64 cookie e beacon carichi di dati su di noi. E’ così che ci ritroveremo, mentre guardiamo la nostra posta elettronica, delle pubblicità che ci propongono (guarda caso) lo stesso prodotto che avevamo cercato in precedenza in motori di ricerca come Google o Yahoo.
Un tempo internet era un mezzo anonimo in cui tutte le persone potevano essere chiunque, ma ora tutto questo è cambiato, è diventato marketing allo stato puro. Se fosse solo un modo per vendere pubblicità mirata, sarebbe grave. Ma non troppo. Il problema è che la personalizzazione non condiziona solo quello che compriamo, ma il nostro stile di vita. E potrebbe essere molto pericoloso.
Bisogna, dunque, trasformale il virus in antivirus. Utilizzare internet a nostro vantaggio e non il contrario. Perché, altrimenti, saremo schiavi controllati e addomesticati dai venditori del nulla.

giovedì 21 giugno 2012

NO ALL'ECONOMIA SHOCK

Mentre l'economia greca è sconvolta dal quinto anno consecutivo di recessione e la riduzione del suo prodotto interno lordo - a causa delle misure di «austerità» imposte al paese dalla troika - ha superato il 17%, si sta verificando una catastrofe sociale senza precedenti.
Il tasso di disoccupazione ha oltrepassato il 21%, il che significa che in un paese con meno di 11 milioni di abitanti e una forza lavoro inferiore a 5 milioni, oltre 1.200.000 persone non riescono a trovare nemmeno un lavoro part time che gli permetta di guadagnare 400 euro al mese, e tra queste soltanto il 30% ha diritto, per un periodo massimo di 12 mesi, al povero sussidio di disoccupazione di 300 euro.
Inoltre, per le stesse ragioni, il paese sta assistendo alla distruzione dei servizi sociali (sanità, istruzione, assegno di disoccupazione, assistenza pensionistica e sanitaria) e i poveri (pensionati, disoccupati e sottopagati) sono costretti a pagare di tasca propria i farmaci e le cure mediche, oltre alla fornitura di elettricità (acqua etc.), proprio mentre la compagnia Greek Petroleum ha annunciato di aver aumentato del 5% i suoi profitti e la Banca Piraeous del 18% circa.
Il 29 maggio scorso le autorità economiche europee hanno annunciato il trasferimento di 18 miliardi di euro alle quattro principali banche private greche, le quali controllano oltre il 70% del settore bancario ellenico e le cui azioni sono detenute in maggioranza da fondi europei privati e istituzionali, per aumentare la loro adeguatezza patrimoniale. In questa misura di assistenza finanziaria europea non sono invece state incluse le due banche pubbliche del Paese. Il giorno successivo (il 30 maggio) l'Agenzia nazionale per la salute (Eoppy) ha annunciato di non essere in grado di rimborsare ai farmacisti i soldi che deve a questi ultimi per i medicinali prescritti.
Nel frattempo i funzionari dell'Unione europea e i loro protettori (speculatori, banchieri e leader politici) fanno a gara a chi spaventa di più il popolo greco, affinché non voti contro i partiti che hanno sottoscritto le misure di «austerità» e quelle previste dal Memorandum, in cambio della liquidità accordata con nuovi prestiti al settore bancario ellenico. Un memorandum - sottoscritto da Nuova democrazia, Laos e Pasok - che invece di favorire il riorientamento produttivo dell'economia greca riducendo l'enorme evasione fiscale della quale beneficiano gli operatori medio alti e gli intermediari, cancella almeno il 30% dello stipendio annuale dei lavoratori e delle classi medio-basse, annulla gli standard del contratto collettivo mentre l'inflazione avanza al ritmo del 4-5%. Si pretende inoltre che i lavoratori paghino a caro prezzo beni e servizi di prima necessità e di tasca propria i servizi sociali, nonostante sborsino già contributi assicurativi altissimi, così come alta è la tassazione sul reddito e l'Iva a cui sono sottoposti.
Ma c'è di più dietro queste misure punitive: il tentativo è quello di far sentire colpevole il cittadino greco se non riuscirà - a qualsiasi costo, per sé e per la sua famiglia - a restituire, ad alti tassi d'interesse, i debiti che le sue classi dirigenti hanno contratto per importare dalla Germania, dall'Olanda e dall'Italia merci che hanno spazzato via dal mercato interno i prodotti greci e danneggiato le sue prospettive produttive e di impiego.
Le classi dominanti europee e greche, il cui dominio si basa su patrimoni finanziari immateriali, sanno molto bene che nel contesto capitalistico la riformulazione dell'economia europea presuppone la distruzione delle classi medie che si sono sviluppate nel secondo dopoguerra e la degradazione dei servizi pubblici e di quelli sociali. Quale migliore e inevitabile soluzione per l'enigma greco provano dunque ad applicare la scelta del «letto di Procuste», ribattezzata per l'occasione Financial assistance facility agreement.
Secondo questo accordo, il popolo greco deve pagare più denaro ai suoi creditori (oltre 35 miliardi di euro ogni anno per i prossimi 30 anni) e meno per salari, pensioni e misure assistenziali. Salari e pensioni, secondo l'accordo, vanno corrisposti solo dopo che i creditori hanno ottenuto le rate dei loro rimborsi.
In passato una parte di questi prestiti, che andava ad alimentare i consumi, garantiva il consenso delle classi medie al progetto dell'area euro, anche se la maggior parte di quel denaro serviva per riprodurre il privilegio dell'élite politica e della borghesia compradora e finanziaria. Negli ultimi vent'anni il paese si è trasformato in un'economia di servizi basata sul turismo e sul commercio e il popolo greco, a causa dell'euro forte, ha perso una porzione importante della sua capacità produttiva, ma non dei suoi valori umani. Nonostante le élite europee e nazionali gli chiedano di accettare il destino di diventare vassalli, i greci resistono seguendo i loro sentimenti di libertà e le loro aspirazioni a una vita dignitosa. Proprio questa prospettiva alternativa rappresenta ciò che le élite europee temono di più, perché può dare l'avvio a una catena di cambiamenti radicali in tutta l'Europa.
Il voto del 6 maggio scorso ha rivelato che l'applicazione della dottrina dello shock, descritta in maniera autorevole da Naomi Klein, non è applicabile all'Europa, dove la memoria storica e la cultura democratica, invece di essere cancellate, risvegliano la coscienza libertaria dei popoli.
Le ultime elezioni in Grecia hanno dimostrato che l'Europa sta dando l'addio all'era neoliberale. Ma questa prospettiva non è ancora sicura, perché siamo in un equilibrio precario in cui - come direbbe Antonio Gramsci - «il nuovo non è ancora nato e il vecchio resiste». È per questo che in Grecia molte aziende stanno distribuendo ai loro dipendenti dei questionari che chiedono in quale paese preferirebbero trasferirsi per lavorare, nel caso Syriza diventasse il partito di governo dopo le elezioni del prossimo 17 giugno. È per questo che in tutta Europa le classi dominanti stanno utilizzando il loro arsenale per terrorizzare il popolo greco e convincerlo a non votare contro i partiti che hanno sottoscritto la violazione della sua esistenza dignitosa.
Questa testimonianza dall'anello debole della catena europea si trasmetterà all'Europa progressista, spingendo verso la legittimazione di un governo europeo autorevole e reattivo. O siamo diretti verso la disintegrazione e il rafforzamento dei nazionalismi?
La risposta non «soffia nel vento», ma nei sentimenti dei popoli e nella loro aspirazione a una vita dignitosa.

venerdì 8 giugno 2012

IL BERLUSCONI POVERO ?!

Il Cavaliere è ossessionato da quello che vent’anni fa fu il sogno di Massimo D’Alema: vederlo chiedere l’elemosina all’angolo di via del Corso. Il buon Silvio sarebbe preoccupato, ne avrebbe parlato anche con Napolitano. Non ha superato la mazzata della sentenza Mondadori. E non a caso sta svendendo quasi tutto il Milan.
Berlusconi di questi tempi grami avrebbe addirittura l’ossessione di diventare povero. Sarebbe così ossessionato da averne messo a conoscenza persino il Capo dello Stato, di cui peraltro non è data sapersi alcuna reazione. Possiamo immaginarla, riproiettandola a diciotto anni fa, quando quel simpaticone di Massimo D’Alema prefigurò, per il Cav., un futuro in cui il medesimo sarebbe stato costretto a chiedere l’elemosina all’angolo di via del Corso.
Se a distanza di quasi un ventennio l’argomento ritorna di stretta attualità, almeno nell’animo più profondo di Silvio Berlusconi, è perché – evidentemente – qualcosa è accaduto. Innanzitutto, di concreto, quello che lui stesso considera uno scippo, quei seicento, o giù di lì, milioni che gli ha sciroppato l’Ingegnere per la storia (antichissima) della Mondadori. Quella sentenza è stata per lui un vero e proprio trauma dal quale non si è più ripreso. Vero che c’è sempre la Cassazione che potrebbe riportare nelle casse di Mediaset il poderoso malloppo, ma già con il primo giudizio la grana pesante ha preso la via della Cir, dove viene gelosamente custodita (e investita).
L’ossessione del Cav. di diventare povero ha ovviamente stretta correlazione con la congiuntura del momento. Dovrebbe farci perlomeno sorridere, noi spiantati e lui (ancora) straricco, e invece qualche significato più recondito lo porta con sé. Ed è l’idea di terrore. La sensazione, cioè, che non vi sia più nulla di logico che possa tamponare (intellettualmente) il tracollo economico sotto gli occhi di tutti, raccontato con enfasi sin troppo drammatica da tutti i mezzi di informazione. Se ne siamo traumatizzati noi, che per paradosso ne abbiamo da perdere molto meno, perché non dovrebbe esserlo lui, che porta la responsabilità di una grandissima azienda? Ecco, perdere l’azienda e diventare povero tutto d’un colpo. Il sogno di Massimo D’Alema che si avvera con vent’anni di ritardo sulla tabella di marcia.
Un’azienda che come sappiamo, e come ci ha ripetuto lo stesso Confalonieri, non se la passa benissimo. Un’azienda che non dà più molti segni di modernità, un’azienda che allora nacque più giovane delle altre, ma che è invecchiata infinitamente prima (delle altre). Non si è rammodernata e francamente lo si vede soprattutto negli uomini. A parte la fatica di dare una pedata nel sedere a Emilio Fede, alla verde età di ottant’anni, ma poi in fondo il presentatore non fa testo. Prendiamo gli altri, i dirigenti d’età più vispa. E prendiamo, a paradigma di una certa condizione, la «contendibilità» dei dirigenti Mediaset/Fininvest all’interno di un mercato più ampio. Praticamente zero. Ormai, nel mondo dell’economia, è tutto un cacciare teste. L’ultimo, Mario Greco per Generali. Da quanto non ricordate un dirigente di Silvio Berlusconi che è stato strappato alle sue aziende con la forza, con la potenza, con la struttura, della sua sola professione?
Quell’ossessione di diventare povero è reale, vera, concreta. Lo si nota col Milan, dove sta andando in onda solo una commedia e senza neppure gli equivoci. Si svende, ragazzi. Si fa vergognosamente cassa. Adesso infiocchetta Ibra e lo spedisce all’emiro del Psg. Peraltro meno male, un rompicoglioni in meno. Poi si vorrebbe vendere anche l’unico buono che c’è, Thiago Silva, il Barcellona preme.
Il pacchetto vale più o meno un centinaio di milioni. Che finirebbero immediatamente sotto il lettone di Putin. Per ogni evenienza.


giovedì 31 maggio 2012

Nell'era del social network

Grazie a noi, Zuckemberg diventa miliardario mentre noi, grazie a lui, perdiamo privacy e vita, tanta, troppa, e perdiamo anche baricentro, concentrazione e obiettivo. Perdiamo, e basta.
Perché a fare un’analisi sincera, a fare due conti veri, e non da tossico che imbroglia sui grammi di “roba” giornalieri, le ore passate sui social media sono veramente troppe. Sì, sono minuti, a volte solo secondi che rubo al mio lavoro, a una lettura che interrompo perdendo climax e segno, e solo per comunicare al mondo i 140 caratteri che mi piacciono di più, per tenerlo al corrente dei miei progressi e delle mie letture, come se gliene fregasse qualcosa, al mondo, di me e delle mie scoperte. Forse, di rimando invierà due righe da una poesia della Merini, e che l’abbia letta per intero, c’è anche da scommetterci.
Ma naturalmente questo dubbio facciamo bene a tenercelo per noi, visto che dietro l’icona chiunque può fingersi ciò che non è.
Ma una buona volta, almeno adesso che sembriamo così responsabili e civili, facciamo una prova, e mettiamoli assieme questi attimi rubati, contiamoli, e il risultato sarà ragguardevole, forse, in molti casi spaventoso.
Perché anziché stare a sentire l’emozione di un tramonto crescere e serrarci il respiro, invece di cercare di capire dove risiede e da dove arriva quel brivido, scattiamo una foto e la mettiamo lì. Invece di sentire l’acquolina che sale in bocca, a tavola, prendiamo il piatto e lo mettiamo lì, lo mostriamo al mondo e al mondo diciamo: lo vedi? Non sono abbastanza bravo anch’io?
E ogni “mi piace” ci dà l’illusione di avere qualcuno seduto alla nostra tavola deserta, e a ogni commento di approvazione, è come se qualcuno bussasse alla porta di casa dove pare manchi sempre qualcosa.
Ma cos’è che ci manca veramente, qual è il vuoto e quanto è profondo per giustificare il continuo e ossessivo aggiornamento di stato?
Questa “ammucchiata partecipativa”, di cui parla il sociologo Geert Lovink che a dieci anni dal suo primo saggio lancia un secondo allarme con il libro “Ossessioni collettive”, quanto ci farà male?
Quanto siamo stretti, piegati e piagati, nell’affermazione di un “sé” che non è più deciso dal talento vero e proprio ma solo dall’incontro giusto e da un paio di retweet che ci danno l’illusione di cambiarci la vita?
Non mi va di levarmi su in alto ed elargire consigli o poetiche soluzioni, non posso, so di non avere l’autorevolezza né il carattere per farlo e anche perché, io per prima, ci sto dentro fino al collo. Semplicemente, sono alcune settimane che mi ripeto che così non va.
Credo di aver mancato troppi tramonti negli ultimi tre anni, troppe torte fatte in casa e corse, e sicuramente molto di più. E ho perso anche la nozione del tempo.
Facebook è stata la finestra da cui mostrare al mondo che valevo qualcosa.
In un momento in cui tutto crollava, la mia azienda, il matrimonio, il mio futuro, è stata un’illusione che mi ha aiutata, sì, ma mi ha anche fatto perdere lucidità e tempo.
FB ci dà solo la possibilità di provare con un clic di essere presenti, e di valere qualcosa in più, anche se la nostra vita così com’è ci soddisfa poco, perché poi, si sa che ciò che conta veramente non è l’approvazione di un post, ma continua a essere, e così sarà sempre, e giustamente, il riscontro effettivo, l’effetto reale delle nostre azioni sul vivere quotidiano.
FB non mi consente di dissentire, è una società virtuale tutta votata al positivo che ci costringe a essere compassionevoli per forza, comunque assai poco distante da twitter, dove migliaia di persone fanno a gara per scrivere qualcosa che sia più cool, più giusto, più divertente o più amaro degli altri.
Ma cosa cambia nelle nostre vite? Cosa ci sarà di diverso domani a parte qualche follower in più? Cosa sarà cambiato nel rapporto tra stato e cittadino.
Finora non mi pare che non abbiamo ribaltato il sistema né affossato lo strapotere delle banche. Questo, è un dato di fatto.
Fino ad oggi, a parte il consumo delle parole, anche le più belle e inusuali, e i Koan più complessi della tradizione zen ridotti a battute, mi pare che nulla sia cambiato.
È vero che il popolo del web organizza mobilitazioni, è vero che mostra solidarietà verso vittime innocenti e piange lacrime virtuali di fronte alle ingiustizie, ma succedeva anche prima e forse, l’effetto si consumava anche più lentamente.
Io confesso.
Sono stata presa nella rete, sono rimasta impigliata nelle maglie strettissime di questa falsa condivisione e al momento, mi pare anche che senza, il mondo rischierebbe di sparire all’improvviso ingoiato dai pixel.
Ma la verità, l’unica e tangibile, è che alla mia tavola siedono gli amici di sempre e che il mio blog riceve visite non da persone che cliccano “mi piace” ai miei post perché chi lo fa, compie atto di presenza, e basta. Come l’ospite invitato al vernissage che arriva imbellettato e solo per conoscere gente “che conta” e mangiare gratis al buffet. Chi condivide articoli senza nemmeno leggerli, non è troppo distante dal tizio che alla mia festa non vede l’ora di andarsene dopo aver bevuto cinque bicchieri di qualcosa ed essersi ingozzato di tartine.
Perché non siamo diventati più buoni, non siamo più impegnati socialmente, né più consapevoli.
La mia cultura e la mia consapevolezza vengono da lontano, da un mondo 0.0 e dalle ore che ho passato sui libri, e a teatro, e nei locali, ad ascoltare musica live. E anche quando siamo lì, oggi, tra la gente, nel mondo reale, mi domando perché continuiamo a sentirci in dovere di mettere al corrente il mondo su cosa facciamo, ciò che guardiamo, cosa mangiamo, chi vediamo.
È sempre un modo per affermarsi e mostrarsi, dimostrare a noi stessi, prima che agli altri, di essere ancora in vita.
Ci sentiamo vivi partecipando alle disgrazie altrui, ma sempre meno alle gioie e alle vittorie dell’altro, purtroppo, visto che questa realtà vive la frustrazione di un vero scollamento dal “friendly” cui siamo abituati on line, perché Zuk, ci ha dato l’illusione di poter giudicare chiunque e accedere ovunque quando poi, nella realtà, è sempre e solo la telefonata giusta che ci farà assumere da qualche parte o pubblicare da qualcuno.
Mi auguro soltanto, come ipotizza Lovink, che tra un po’ sarà molto poco cool controllare di continuo il proprio smartphone in pubblico.