mercoledì 23 febbraio 2011

COMPLICITA' BIPARTISAN CON GHEDDAFI

Improvvisamente si scatena la meno prevista delle rivolte nel mondo arabo, di gran lunga la più violenta: il popolo libico contro il dittatore sanguinario Gheddafi. Il mondo assiste a uno spettacolo tremendo: i dimostranti di manifestazioni politiche disarmate vengono sterminati e massacrati. Gli Stati Uniti condannano, anche se la voce della prima potenza del mondo appare troppo debole e tardiva. 
L'unione europea  ha detto che ciò che accade in Libia viola ogni principio politico e umano e non può essere accettato da nessuno dei Paesi membri.
Ma l’Italia è legata alla Libia del dittatore che sta sterminando il suo popolo da un trattato che la vincola al punto che – si dice all’articolo 4 – “l’Italia si impegna ad astenersi da qualunque forma di ingerenza, diretta o indiretta, negli affari interni o esterni che riguardino la giurisdizione dell’altra parte. L’Italia non userà mai ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia”. Ma il trattato che, sottolineamo, è stato votato non solo da tutta la destra ma da tutto il Pd, (che ora si scandalizza) con l’eccezione dei Radicali eletti nelle liste del Pd, e di due Deputati del Pd,  ha in serbo altre sorprese. Art. 20: “Le due parti si impegnano a sviluppare, nel settore della Difesa, la collaborazione tra le rispettive Forze Armate, anche attraverso lo scambio di informazioni militari e di un forte partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari”. Ma anche (art. 19) “le due parti promuovono un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche da affidare a società italiane”.
In poche parole siamo complici. Siamo legati da uno “stretto partenariato” con un Paese che era ed è senza alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani. Frecce Tricolori si sono viste volteggiare festosamente nel cielo di Tripoli, sugli edifici di governo che, in queste ore, i cittadini libici oppressi e senza diritti hanno dato alle fiamme.
È dovere urgente dello stesso Parlamento italiano che ha ratificato quasi alla unanimità quel trattato già allora facilmente riconoscibile come vergognoso, di agire subito per sospenderlo. Chiuderò con la frase pronunciata da Berlusconi all'indomani dello scoppio dei disordini a Tripoli “Non chiedetemi di intervenire adesso. Non posso disturbare Gheddafi”. Al peggio non c'è mai fine!

mercoledì 2 febbraio 2011

I 150 ANNI DELL'UNITA' D'ITALIA TRA LUCI (POCHE) ED OMBRE

Siamo vicini ormai ai centocinquant’anni dall’unità dell’Italia: dal momento in cui una nazione antica ha creato uno stato unitario che ci ha condotti prima al liberalismo, poi alla dittatura fascista e quindi a una repubblica democratica peraltro sempre in pericolo, attaccata da più parti e ancora in piedi, pur con molte ferite.
Ora un primo bilancio è necessario per andare avanti. E aprire prospettive nuove a un futuro che si annuncia difficile ma che dovrebbe almeno superare il populismo  tendenzialmente autoritario che ha dominato l’Italia negli ultimi sedici anni. Se guardiamo quel che è successo nel secolo e mezzo che ci divide dalla proclamazione del regno d’Italia retto da Vittorio Emanuele II di Savoia scopriamo che alcune caratteristiche negative del paese restano ancora in piedi e appesantiscono il nostro cammino.
Penso all’assenza di un’educazione civile delle masse popolari, ai tratti di clientelismo e di egoismo personale e di gruppo che caratterizzano i comportamenti di una parte non piccola delle classi dirigenti, al divario netto tra le parti del paese, a cominciare dal Nord e dal Sud, alla presenza strabordante delle associazioni mafiose in molte regioni del Paese, per non parlare della stessa capitale, con il dominio dell’economia e della politica locale.
E ancora alla scarsa divisione costituzionale tra Stato e Chiesa; al perpetuarsi di un vizio antico definito come “connubio” tra le forze di maggioranza e di opposizione e più tardi nella seconda metà dell’Ottocento come “trasformismo” e ancora più tardi, negli anni sessanta e settanta del Novecento, ebbe tra i suoi protagonisti i leader della sinistra comunista e si chiamò allora “consociativismo”.
Ma che,  nelle sue diverse incarnazioni, rappresentò sempre la tendenza al monopolio politico che era la negazione del liberalismo come di un socialismo moderno e significava sempre la confusione tra i ruoli storici del governo e dell’opposizione. E, quindi, a un Paese che dispone di una Costituzione avanzata e moderna che è scritta ma è, in una parte molto  ampia, lontana dall’essere attuata; uno Stato di diritto contemplato dalle leggi della repubblica ma che non viene in questo momento, come è già avvenuto negli ultimi decenni più volte, praticato in maniera efficace  dal governo e dalla maggioranza parlamentare.
Insomma a una crisi dello Stato e della società che non si riesce a superare per l’esistenza di una classe dirigente spesso non adeguata ai suoi compiti e a un’ opposizione politica divisa e solo parzialmente decisa a lottare, costituita da personalità alcune delle quali, aspirano anche loro prima di tutto alla conquista del potere e sognano un’alternativa al populismo che come abbiamo già sottolineato, dovrebbe essere tuttavia elaborata e precisata prima dell’inevitabile scontro elettorale. E questo non è ancora avvenuto. Il problema oggi non può essere soltanto quello di sostituire l’attuale governo e, al suo posto, insediarne un altro, ma piuttosto quello di indicare una prospettiva diversa sul piano del programma da attuare ma anche di costruire una classe politica di governo diversa da quella attuale, che faccia politica per perseguire l’interesse generale piuttosto che quello privato.
Se guardiamo da lontano il sessantennio liberale che ha caratterizzato i primi decenni dell’unificazione nazionale fino alla vittoria del movimento fascista e della dittatura di Mussolini, scopriamo che il regime liberale italiano ha avuto caratteristiche positive per i primi decenni per lo sviluppo e il progresso economico e civile del paese ma che successivamente sono diventate negative soprattutto, prima, durante e dopo la prima guerra mondiale, tanto da favorire la vittoria fascista
In particolare i tratti autoritari e antidemocratici, le politiche sociali, nella maggior parte dei casi chiuse alle esigenze delle masse popolari, la presenza di una monarchia che oscilla sempre tra la politica parlamentare e quella dinastica e di un Vaticano che, per paura del comunismo e del socialismo, si allea proprio ai futuri protagonisti del fascismo. E ancora i guasti e i traumi della guerra, le divisioni interne alle classi dirigenti, la difficoltà di adeguarsi alla modernità e alle esigenze dei nuovi partiti politici.
Basta pensare alle contraddizioni di alcuni degli uomini più importanti del periodo liberale: da Francesco Crispi, un siciliano che incomincia la sua azione con il partito d’azione e l’impresa garibaldina e poi diventa nazionalista e colonialista così da dover lasciare il potere per la sconfitta delle nostre truppe coloniali ad Adua. E quindi Giovanni Giolitti, ex funzionario pubblico, sostenitore di un liberalismo democratico aperto ai socialisti ma, nello stesso tempo, poco preoccupato per il divario tra Nord e Sud che si avvale spregiudicatamente dei mazzieri pugliesi per una lotta politica condita di violenza nelle terre meridionali come Gaetano Salvemini denunciò nel suo “Ministro della malavita”.
E, nella fase finale della crisi del dopoguerra, convintosi a torto  della possibilità di usare i fascisti di Mussolini come “medici” della malattia dello Stato e quindi in grado di esser successivamente controllati e riportati all’opposizione. Questi elementi sono alla base della debolezza della democrazia liberale italiana e del suo cedimento precoce all’assalto fascista nei primi anni venti del Novecento. A differenza di quel che accade nella repubblica tedesca di Weimar che, soltanto un decennio più tardi, durante una terribile crisi economica europea e mondiale, si arrende all’assalto di Hitler e del suo partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi. E, soprattutto, a differenza degli altri paesi europei retti da esperimenti democratici e liberali come la Francia e la Gran Bretagna, che riescono a respingere i movimenti fascisti (o simili ad essi) negli stessi anni e mantengono le libertà fondamentali nel periodo tra le due guerre mondiali.
L’Italia fascista dura vent’anni e assai più sarebbe durata, se la seconda guerra mondiale e la sconfitta militare dell’Italia non avessero condotto alla ribellione dei gerarchi fascisti, collegati con la monarchia sabauda, con il Vaticano e gli imprenditori più attivi, che il 25 luglio1943 o poco prima abbandonano Mussolini.
Le forze più retrive della società italiana, come del suo movimento, spingono Mussolini per contrasto a collegarsi ancora con l’alleato tedesco e a fondare l’effimera Repubblica sociale italiana destinata a durare venti mesi in un’atroce guerra che attraversa e devasta il territorio italiano, segnando la morte di decine di migliaia di italiani e la deportazione non solo di novemila ebrei ma di oltre ventimila oppositori politici e perseguitati dal regime nei lager dell’Europa in guerra occupata dal Terzo Reich.
Le contraddizioni nella crisi dei protagonisti maggiori da Mussolini a Vittorio Emanuele III a Pio XII occupano questo periodo e hanno suscitato, negli anni, infinite polemiche fino agli ultimi trenta anni in cui finalmente sono usciti dagli archivi americani e inglesi, oltre che da quelli fascisti, gli elementi decisivi di interpretazione della crisi complessiva. La dittatura fascista ha prodotto una modernizzazione lenta e contraddittoria dell’Italia, ha risolto la crisi del 1929 con un’economia mista che ha salvato le imprese in difficoltà e ha addossato allo Stato le grandi perdite, concentrando nell’IRI le partecipazioni pubbliche. L’Italia, negli anni della dittatura, si è trasformata in uno Stato che vede al potere una diarchia, formata dal presidente del Consiglio, che è anche capo carismatico del movimento e del partito fascista, e da un re che conserva il potere costituito dal giuramento che i militari gli devono e dal tradizionale ossequio che gli spetta come Capo dello Stato
Grazie alla guerra e alla vittoria militare degli angloamericani nella seconda guerra mondiale, cui collaborano i partigiani sul teatro di guerra nazionale, gli italiani si liberano alla fine del fascismo e riescono a fondare una repubblica parlamentare, regolata dalla costituzione del 1 gennaio 1948. Questa è la grande novità dell’ultimo Settantennio. E non ha molto senso parlare di prima e seconda repubblica, visto che in questo periodo c’è stata e c’è tuttora, malgrado i numerosi tentativi compiuti dalla destra, una sola costituzione repubblicana a cui far riferimento. Ma settant’anni sono un periodo lungo di storia e, nei decenni che l’hanno caratterizzata, le cose sono notevolmente cambiate. I primi vent’anni hanno segnato il periodo più intenso della guerra fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica e di vicende interne che hanno visto il dominio del partito cattolico democristiano prima da solo, poi con il partito socialista come partner di governo, e la collocazione del Partito comunista italiano all’opposizione ma, con un ruolo di indubbia importanza politica ed economica, soprattutto in certe regioni del paese.
I protagonisti di questo primo periodo della repubblica si chiamano Alcide De Gasperi, Pietro Nenni, Palmiro Togliatti e Ugo La Malfa. E, nel Vaticano, Pio XII prima e Giovanni XXIII e quindi Paolo VI successivamente. Negli anni cinquanta Amintore Fanfani, dopo la precoce caduta di De Gasperi, riorganizza il partito, cercando di farne un moderno partito di massa formato da gruppi che si contendono il potere interno con metodi vari e con la formazione di grandi correnti organizzate. I vent’anni successivi hanno visto molti tentativi di superare l’alleanza di centro-sinistra che ha fatto alcune riforme fondamentali negli anni cinquanta e sessanta senza riuscire ad eliminare del tutto gli aspetti negativi che abbiamo sottolineato all’inizio e che hanno condotto alla crisi e poi alla fine del sistema politico repubblicano nei primi anni novanta del Novecento.
Già negli anni sessanta, la crisi politica è emersa con l’esperimento del governo Tambroni e il tentativo di colpo di stato soprattutto intimidatorio del 1964 dovuto – come ormai è stato storicamente accertato – non al generale De Lorenzo ma al presidente della repubblica Antonio Segni, colpito da un ictus mentre discuteva con il ministro Saragat che non era d’accordo con lui. E è, a questo punto, dopo il fallimento di una sorta di “compromesso storico” che ha visto, in un effimero connubio, i democristiani e i comunisti cercare di affrontare i terrorismi di opposto colore peraltro legati ai servizi segreti e fronteggiare la crisi economica, si è aperta la crisi decisiva della repubblica e l’ascesa, per la seconda volta nel Novecento, di un capo carismatico, che ha conquistato, con le elezioni, il potere nel 1994 e lo ha lasciato nel 1996 e nel 2006 ma, riconquistandolo nel 2001 e nel 2008 e, soprattutto, conservando una egemonia culturale e politica già raggiunta negli anni settanta e ottanta grazie alla sconfitta non solo elettorale ma anche culturale del partito comunista.
Personaggi che sono stati protagonisti di questo secondo periodo della vita repubblicana si trovano tra uomini politici che gli italiani ricordano oggi soltanto in parte ma che hanno pesato nel nostro paese, come Aldo Moro il cattolico tra i più importanti autori del testo costituzionale, e soprattutto due uomini che dominano la crisi repubblicana, Giulio Andreotti sette volte presidente del Consiglio e infinite volte ministro della repubblica, indagato negli anni novanta e condannato per associazione mafiosa, salvato soltanto dalla prescrizione valutata fino agli anni ottanta per decisione dei giudici, e Bettino Craxi, a lungo egemone nel partito socialista e sostenitore di una mezzadria dc-psi nel governo della repubblica, che favorisce l’espandersi della pubblica corruzione e lascia il paese da latitante in circostanze avventurose, terminando la sua vita ricercato dai magistrati a Tunisi.
Così è avvenuta l’importazione nel nostro paese, attraverso la televisione commerciale e poi quella pubblica, che le è andata dietro invece di contrastarla, una visione complessiva della vita sociale che ricalca quella statunitense ma, con alcuni tratti propri dell’ideologia italiana più antica, e  che mette insieme la spregiudicata ricerca del denaro e del profitto con un clericalismo a volte  ottuso e un culto del clan e della famiglia primitiva che si lega, più o meno direttamente, ai metodi mafiosi come ideologia emergente, al di là degli orpelli più nuovi e moderni che vengono sbandierati dalla propaganda del populismo.
Gli ultimi sedici anni sono stati caratterizzati, con brevi intervalli, dal degrado della vita pubblica in ogni sua espressione, dall’attacco ripetuto, e a volte efficace, ai principi fondamentali della costituzione cui corrispondono articoli-base del dettato costituzionale come l’articolo 3 sull’eguaglianza dei cittadini messo in discussione dai vari “Lodi” e dai “legittimi impedimenti”; l’articolo 21 che indica regole generali per la libertà di pensiero e di espressione e ancora gli articoli 33 e 34 che riguardano la libertà di insegnamento e i diritti degli italiani di raggiungere i gradi più alti del sapere a prescindere dalla condizione sociale ed economica dell’individuo. La repubblica, insomma, è sottoposta a una revisione abbastanza radicale che si traduce con l’approvazione parlamentare come progetto di revisione costituzionale nel 2005  ma che viene rigettato nel 2006 dagli italiani che alla fine bocciano il referendum confermativo e riportano le cose alla situazione precedente.
La repubblica è ferita così in maniera piuttosto grave ma non è ancora morta. Sicché questo che stiamo vivendo nel 2011 rischia di diventare, ancora una volta, un momento decisivo per gli italiani. O saranno in grado in maggioranza, magari attraverso un’alleanza inedita tra nuove e vecchie generazioni, di rovesciare gli attuali equilibri e crearne di nuovi che vedano protagoniste le forze più sane della nazione, o il populismo  lo riconquisterà ancora una volta e affosserà, in una  maniera che potrebbe essere quasi definitiva, la repubblica democratica e le libertà costituzionali. Altra via non esiste e non può realizzarsi. Ed è questa contingenza che chiama a raccolta forze  diverse ed eterogenee che non si richiamano tanto    all’antiberlusconismo quanto ai valori della costituzione, della democrazia sociale moderna, delle libertà individuali e collettive previste (ma attualmente conculcate nella crisi italiana) nelle costituzioni più avanzate del ventesimo secolo.

lunedì 17 gennaio 2011

Che al referendum di Mirafiori abbiano prevalso i “sì” non ci sono dubbi, o quasi. Ma è lecito, da parte di chi si è schierato con Marchionne e con la FIAT, parlare di vittoria? Secondo me no.
Tuttavia, prima di addentrarmi nella trattazione dell’argomento, desidero fare chiarezza: io non ho sostenuto né la FIOM né tanto meno Marchionne; ho sostenuto i lavoratori (in primo luogo gli operai della catena di montaggio che a cinquant’anni soffrono di tendinite e dolori alla schiena), tutti, compresi quelli non sindacalizzati e quelli che non hanno neanche partecipato al referendum.
In queste settimane, a causa del pessimo clima politico e degli atteggiamenti assunti dal governo, culminati nelle dichiarazioni di Berlusconi a Berlino (“Se vince il no, la FIAT fa bene ad andarsene dall’Italia”), chiunque si sia schierato in difesa del primo articolo della Costituzione e dello Statuto dei lavoratori è stato tacciato di essere “retrogrado”, “contrario al cambiamento”, “incapace di adattarsi ai mutamenti globali” e via insultando, in un crescendo di attacchi e di cattiverie.
Che nel mondo sia in atto un processo di globalizzazione che ci obbliga a fare i conti con nuove sfide, completamente diverse da quelle del passato, non deve certo venircelo a spiegare Marchionne, per quanto sia un giramondo esperto di vari continenti.
Il vero dilemma sta in come affrontare questo processo che – si mettano l’anima in pace gli scettici – è ormai inarrestabile. Vogliamo governarlo o rimanerne schiacciati? Vogliamo esserne protagonisti o diventarne schiavi?
Sono questi i punti sui quali avrei voluto che si dibattesse maggiormente nei giorni caldi della vertenza; sono queste le riflessioni che mi hanno portato a formulare un giudizio negativo sull’accordo firmato da tutti i sindacati, tranne la FIOM e i COBAS.
Come ha scritto su “Europa” l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano: “La nuova norma, imposta dalla FIAT con la minaccia di dirottare all’estero gli investimenti annunciati per Mirafiori, opera un cambiamento inaccettabile nelle regole della rappresentanza. E costituisce un errore politico rilevantissimo, destinato a ritorcersi in futuro contro la stessa azienda”.
Agli alfieri del riformismo modello Marchionne, faccio notare alcuni aspetti sui quali forse non hanno riflettuto.
Innanzitutto, un’azienda, specie se grande ed importante come la FIAT, non può essere competitiva se i suoi dipendenti non si sentono sufficientemente coinvolti nelle scelte decisionali.
Non è un concetto economico, è un semplice principio psicologico: se ciò che fai non ti appaga, non ti interessa e anzi lo fai con sofferenza e controvoglia, se non puoi farne a meno, lo fai comunque; ma non lo farai mai con lo stesso entusiasmo, la stessa applicazione e, soprattutto, ottenendo gli stessi risultati che otterresti se ti sentissi appagato dal tuo lavoro.
A chi sostiene che l’aspetto umano, nell’era della globalizzazione, non conti più nulla e vada riposto in soffitta, consiglio di leggere questa spiegazione sui limiti dell’organizzazione del lavoro nei primi decenni del Novecento.
“I problemi del taylorismo e del fordismo non si esauriscono però nella necessità di impianti dispendiosi. Taylorismo e fordismo sono stati chiamati da alcuni sociologi dell’industria sistemi a basso affidamento. Le mansioni vengono stabilite dalla direzione e adattate alle macchine. I lavoratori sono strettamente sorvegliati e dotati di scarsa autonomia d’azione. Per mantenere la disciplina e assicurare gli standard di produzione, i dipendenti vengono continuamente monitorati attraverso sistemi di sorveglianza di vario tipo. Questa costante supervisione produce però un risultato opposto a quello atteso in termini di impegno dei lavoratori, che si sentono demotivati e senza voce in capitolo circa il lavoro e il suo svolgimento. Dove vi sono molte mansioni a basso affidamento, il livello di insoddisfazione e assenteismo dei lavoratori è alto, il conflitto industriale frequente.
I sistemi ad alto affidamento sono quelli in cui i lavoratori sono lasciati abbastanza liberi di controllare l’andamento, e anche il contenuto, del lavoro, all’interno di alcune linee guida prestabilite. Nelle organizzazioni industriali queste posizioni sono concentrate di solito ai livelli direttivi. Negli ultimi decenni i sistemi ad alto affidamento sono diventati più comuni in molti contesti, trasformando il modo di concepire l’organizzazione e l’esecuzione del lavoro”.
L’autore di questa riflessione non è un pericoloso “sovversivo rosso” della FIOM, ma Anthony Giddens, uno dei padri della sociologia moderna, nonché politologo e principale ideatore della “terza via” di Tony Blair.
È opportuno sottolineare quest’aspetto affinché sia chiaro a tutti che il progressismo riformista  non può prescindere dalla tutela dei diritti dei lavoratori; e quando si parla di cambiamento, si deve guardare nella direzione di un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi sociali più deboli.
Il modello Marchionne di quattro anni fa era autenticamente progressista e aveva il pieno appoggio di tutti i riformisti. Il modello Marchionne attuale guarda indietro, al taylorismo e al fordismo, ad un contesto lavorativo improponibile nella nostra società, restaurando un sistema fallimentare e bocciato dalla storia dopo decenni di lotte sindacali e conquiste democratiche, costate un prezzo in molti casi altissimo a chi si è battuto per quegli ideali.
 A questo punto, però, si impone la conclusione più amara: perché Marchionne ha cambiato rotta? Cosa è accaduto nel frattempo? È tutta colpa della crisi economica? No, la crisi economica è un “sempreverde” che si porta su tutto, un ombrello utile per coprire qualunque politica sbagliata (sia essa industriale o economica, vero ministro Tremonti?) ma incapace di giustificarla al cospetto di un’analisi più attenta.
Il motivo per cui Marchionne si è potuto permettere questo “ricatto” è che i veri riformisti sono stati sostituiti al governo da una destra ultra-conservatrice che nulla ha a che vedere con la destra liberale di stampo europeo.
Se non ci fosse stato da piangere e da vergognarsi, veniva quasi da ridere nel vedere Berlusconi accanto alla Merkel: da una parte, un “viveur” che non perde occasione – neanche all’estero, anzi soprattutto all’estero – per occuparsi delle sue questioni personali, a cominciare dai “perfidi giudici komunisti” che lo perseguitano; dall’altra, una signora che, quando Marchionne voleva acquistare la OPEL con un’offerta viziata da pesantissimi costi sociali, gli disse “no, grazie” e lo rispedì in Italia.
Sa bene la Merkel, pur essendo una donna di destra, che non si può governare bene andando contro i propri cittadini, contro i propri dipendenti nel caso di un’azienda, contro coloro cui ti lega un destino indissolubile perché se vai a fondo tu, vanno a fondo pure loro ma se loro smettessero di produrre, tu saresti una persona finita e, trattandosi nel caso specifico della FIAT, sarebbe finito pure il tuo Paese.
Perché, che piaccia o meno a Marchionne, FIAT significa Fabbrica Italiana Automobili Torino; e senza la FIAT, Torino sarebbe come Roma senza Camera e Senato e come Milano senza Piazza Affari.
Ha, purtroppo, ragione chi definisce la scelta di Marchionne una “svolta epocale” nel sistema delle relazioni sindacali e dei rapporti industriali. È lo specchio di quest’Italia mitridatizzata, ormai abituata (o, forse, rassegnata) al continuo susseguirsi di ricatti, veleni, miasmi d’ogni tipo, per cui uno in più o uno in meno non fa più differenza.
Il fronte del “sì” canta vittoria, il governo tifoso si unisce al coro di giubilo. Tutto appare normale, come prima, meglio di prima, ma non è così.
A Mirafiori abbiamo perso tutto e tutti: ha perso la democrazia; ha perso un secolo di diritti faticosamente conseguiti in seguito a battaglie durissime; hanno perso i sindacati che hanno firmato l’accordo, perché una volta affermatosi questo modello, dovranno accettarlo ovunque, anche dove non saranno d’accordo, anche a costo di mettersi contro i propri stessi iscritti; ha perso la FIAT, perché la Germania dimostra che questi comportamenti sono assai poco accettati all’estero; ha perso l’Italia, perché  da questo momento non si può più ritenere “una Repubblica democratica fondata sul lavoro”.

lunedì 3 gennaio 2011

LA POLITICA ESTERA DEL CUCU'

Il no del Brasile all’estradizione di Cesare Battisti, terrorista e omicida conclamato e mai pentito, è una decisione grave e profondamente sbagliata ed è l’ultimo di una serie di smacchi subiti dall’Italia sulla scena internazionale negli ultimi trenta mesi, al di là delle rodomontate del Cavaliere che – dice lui – frenò la guerra tra Russia e Georgia, contribuì al “reset” delle relazioni tra Washington e Mosca, convinse la Turchia ad accettare l’ex premier danese Anders Fogh Rasmussen a capo della Nato e via vantando. In realtà, di concreto, la politica estera italiana ha poco da esibire dal 2008 a oggi, a parte qualche bella foto di Mr B con i Grandi della Terra “rubata” nei tempi morti di qualche Vertice: il premier, questo gli va riconosciuto, è abilissimo a inserirsi nel crocchio giusto al momento dello scatto che conta, al G8 o al G20 o in qualsiasi altro consesso internazionale; così com’è recidivo nel giungere fuori tempo massimo a un Vertice, bloccato sulla soglia da una telefonata irrinunciabile (da ultimo gli accadde a metà novembre, a Lisbona, quando l’ira neppur troppo funesta di Mara Carfagna lo fece arrivare in ritardo alla riunione dei leader dell’Alleanza atlantica).
Lasciamo da parte gli imbarazzi di Wikileaks, almeno quelli “stile gossip”, perché lì Berlusconi sta in solida e larga compagnia. E tiriamo pure una croce sopra la litania di baci e abbracci a oligarchi e dittatori, dal russo Vladimir Putin al libico Muhammar Gheddafi, passando per i pre e post-sovietici – che pari sono – Aleksander Lukashenko, bielorusso, e Nursultan Nazarbayev, kazako (ma non c’è un pizzico di contraddizione a fare l’elogio democratico di quei due puri prodotti stalinisti, quando in patria si colpiscono con l’anatema ‘comunisti’ oppositori che possono al massimo vantare come esperienza di sinistra l’infanzia all’oratorio?).
Il problema non è quanto poco l’Italia conti non nel Mondo, che, in fondo, ci può anche stare: non siamo un grande Paese in termini demografici e non siamo fra i primissimi in termini di ricchezza né assoluta né pro capite; non sediamo in modo stabile nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e non abbiamo – è storia vecchia – un record immacolato, in termini di credibilità internazionale, anche se non siamo mai venuti meno finora alla lealtà atlantica ed europea. La misura della mancanza di peso dell’Italia la dà proprio l’Ue, dove pure avremmo tutti i motivi per sentir-ci grandi: le dimensioni, l’economia, l’essere nel nucleo fondatore. E, invece, nelle corse ai posti che contano dell’Unione del Trattato di Lisbona, l’Italia non ce l’ha mai fatta. Puntava alla presidenza del Parlamento europeo, che – si badi – non ha mai avuto da quando l’Assemblea è eletta a suffragio universale, cioè dal 1979, 31 anni e 13 presidenti fa, perché ce ne sono due a legislatura; ma il gruppo del Ppe, proprio quello di cui fa parte il Pdl del premier, ha preferito il polacco Jerzy Bozek al degnissimo candidato italiano Mario Mauro.
Ha poi provato, con scarsa convinzione e molta goffaggine, a ottenere per Massimo D’Alema il posto di ministro degli Esteri europeo, subendo il gioco dai socialisti, cui il posto spettava e che avevano un altro candidato. E, infine, è stata esclusa da tutti i posti che contano della nuova diplomazia europea gestita da Lady Ashton, che non ha nessun italiano nel suo ‘inner circle’ e che ha mandato ambasciatori italiani in Albania, dove non avevamo certo bisogno di contare di più di quel che già contiamo, e in Uganda, dove, comunque, non conteremo nulla. E quando, recentemente, un italiano ha ottenuto un incarico di prestigio – Giovanni Kessler è stato nominato alla guida dell’agenzia europea anti-corruzione decisione è parsa quasi rispondere alla legge del contrappasso: mettere la lotta alla corruzione in mano a un italiano, proprio nei giorni in cui la fiducia al governo, a Roma, ruotava intorno alla compravendita di una manciata di voti.
La poca credibilità dell’Italia berlusconiana nuoce ai candidati migliori. Il governatore di BankItalia Mario Draghi ha le carte in regola per ambire alla guida della Banca centrale europea, ma non è affatto sicuro di riuscire a succedere a Jean-Claude Trichet (e non solo perché la Germania vuole quel posto). E non è solo questione di poltrone: la vicenda del brevetto europeo, dove l’Italia s’è fatta sbattere dietro la lavagna della classe di europeismo, beffata persino dalla Gran Bretagna, dimostra un’imbarazzante incapacità di costruire alleanze e di cucire rapporti. La prossima volta che vede Sarkozy, o la Merkel, Mr B, invece di raccontargli barzellette o di farle cucù, provi a condividere con loro una strategia e degli obiettivi.

martedì 28 dicembre 2010

IL GENIALE SACCONI

Riporto qui di seguito un intervista al ministro del Welfare Sacconi, con il quale non sono per niente d'accordo.
Il ministro del Welfare ritiene che i ragazzi paghino il conto di cattivi maestri: "Li portano a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro". Necessario rivalutare il lavoro manuale
ROMA - Una delle cause della disoccupazione giovanile in Italia? Avere 'cattivi maestri' e 'cattivi genitori'. Lo sostiene il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, secondo cui è necessario rivalutare il "lavoro manuale, l'istruzione tecnica e professionale evitando che una scelta liceale sia fatta per sola convenzione sociale e magari non vedendo che un govane ha l'intelligenza nelle mani".
I giovani, ha detto Sacconi parlando su Radio Rai 1, "sono certamente particolarmente esposti alla disoccupazione soprattutto perché pagano il conto di cattivi maestri e qualche volta di cattivi genitori, perché distratti e cattivi maestri che li hanno condotti a competenze che non sono richieste dal mercato del lavoro".
Per il ministro la risposta "fondamentale" non può che essere "quella dell'investimento nelle conoscenze, nelle competenze, dalla scuola all'università, alla formazione che si deve realizzare in particolare dalla scuola al lavoro. L'orientamento delle scelte educative è un momento importantissimo. Noi cerchiamo di aiutarlo rafforzando le informazioni sul mercato del lavoro, un programma che realizziamo con le camere di commercio e che a regime ogni tre mesi su base provinciale darà informazioni sulle competenze attualmente e prospetticamente chieste dal mercato del lavoro".







mercoledì 1 dicembre 2010

IL PUPAZZO DI PUTIN

Intervistato sulle rivelazioni di Wikileaks riguardanti feste e festini,“il miglior Presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni” ha dichiarato che “non bisogna guardare alle dichiarazioni di funzionari di terzo o di quarto grado che poi alla fine riportano quello che leggono sui giornali di sinistra”.
Secondo il New York Times del 28 Novembre, Putin e “Il Miglior Presidente Del Consiglio Degli Ultimi 150 Anni”(da ora in avanti, in codice, IMPDCDU150A) formano una “alleanza intrigante” si scambiano regaloni e fanno affari tramite un “ombroso” intermediario che parla il russo.I diplomatici di via Veneto scrivono che IMPDCDU150A “appears increasingly to be the mouthpiece of Putin”.
Insomma secondo quei “funzionari di terzo e quarto grado” dell’ambasciata Usa IMPDCDU150A è più un pupazzo che un portavoce, ma che volete, questa è solo l’opinione di “funzionari di terzo e quarto grado” dell’Ambasciata Usa.
Suddetti funzionari di terzo e quarto grado non fanno feste di notte e, svegli, di giorno:
1. Leggono giornali di sinistra
2. sono imbeccati dalle gazzette comuniste
3. credono alle toghe rosse
4. complottano contro l’Italia
5. fanno crollare il prezzo dei BTP
6. fanno crollare la scuola dei gladiatori
7. danno ordine al consolato Usa di Napoli di gettare munnezza per strada
8. imbeccano il New York Times che è imbeccato da El Pais che è imbeccato da Repubblica che è imbeccata da De Benedetti
9. credono alle prostitute che non si sa da chi siano pagate
10. definiscono IMPDCDU150A come il pupazzo di un macho comunista (Putin, l’alpha dog) che ha lavorato come spia per l’Unione (non quella del Mortadella, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche).
In chiusura potrei citare Ennio Flaiano (‘la situazione è grave ma non è seria’) ma preferisco un Roberto Benigni d’annata: “stanno distruggendo l’Italia ma ci si diverte un sacco“.

lunedì 22 novembre 2010

SAVIANO NON SI ERA PROPRIO SBAGLIATO...

Secondo il Viminale, il Nord è la zona d'Italia nella quale si registra la maggiore infiltrazione mafiosa nel sistema economico, ed è la parte del Paese nella quale c'è il maggior vuoto di organico delle forze di polizia impegnate "nel controllo del territorio": mancano circa 7.000 unità fra polizia carabinieri e guardia di finanza a fronte di un deficit di 4500 unità al Centro e di 3700 al Sud. Questi dati riservati del ministero dell'Interno sono oggi una ulteriore conferma di quanto denunciato nei giorni scorsi dallo scrittore Roberto Saviano secondo il quale "non c'è nessuna strategia per contrastare il dilagare dell'imprenditoria mafiosa che investe i suoi capitali soprattutto al Nord". Ecco la mappa dell'infiltrazione mafiosa nel tessuto finanziario imprenditoriale italiano che emerge incrociando i dati dei reati di riciclaggio di denaro sporco con la carenza di organico delle forze dell'ordine dedicate all'attività di contrasto alla criminalità.
Nella classifica delle Regioni, è la Campania al primo posto per riciclaggio (850 indagini negli ultimi 5 anni). Ma è la Lombardia, seconda con 800 reati, ad avere il record negativo del maggior vuoto di organico delle forze dell'ordine. Nella Regione del ministro dell'Interno Roberto Maroni mancano infatti complessivamente 2100 addetti alla sicurezza, in particolare 900 finanzieri che sono i militari
Al terzo posto per numero di reati di riciclaggio c'è il Lazio (740) Regione che ha la maggior carenza di poliziotti e carabinieri (2000),
L'altra regione con maggior carenza di organico di agenti è il Piemonte dove ci sono stati in 5 anni 300 episodi di riciclaggio: qui mancano 1500 fra polizia e carabinieri, e 480 finanzieri. In Liguria dove nell'ultimo quinquennio il riciclaggio è stato individuato 460 volte, le "fiamme gialle" che mancano all'appello sono 320, 700 gli agenti e i militari dell'Arma. Difficile la situazione anche nel Veneto leghista dove i reati di riciclaggio negli ultimi 5 anni sono stati 220, il vuoto di organico delle forze dell'ordine ammonta a 750 poliziotti e carabinieri, e 460 finanzieri.
Con questi dati si può dire che al Nord è concentrato quasi il 50 per cento della carenza di organico delle forze di polizia dell'Italia.. L'infiltrazione mafiosa nel mondo economico si individua solo attraverso sofisticate indagini di polizia giudiziaria per fare le quali occorrono uomini e investimenti,  mentre in questi ultimi anni non ci sono stati né investimenti in mezzi e strumenti idonei al contrasto dei reati finanziari, né assunzioni di personale tali da far fronte ai gravi vuoti della pianta organica degli agenti. È grave che in Lombardia, sede della Borsa italiana, manchino 1200 fra poliziotti e carabinieri, ma soprattutto quasi mille finanzieri negli uffici operativi nei quali si perseguono, in particolare, l'evasione fiscale e il riciclaggio di denaro mafioso.
Pertanto alla luce di questi dati la denuncia di Saviano, magari non propriamente ortodossa nei metodi, è comunque veritiera e mette in rilievo un problema reale che molti non hanno mai segnalato e approfondito, alla faccia delle rassicurazioni in parte vere e in parte propagandistiche del minstro sceriffo Maroni.