mercoledì 3 novembre 2021

Il Commissario Quirinalizio

 I giochi politici in questo paese non contano più nulla. Con grande dispiacere dei giornalisti di punta, abituati da almeno 30 anni a vivere di pettegolezzi e “retroscena”. Però non sanno far altro, e quindi insistono nel praticare l’unico sport che conoscono.

Il “pezzo forte” della settimana sono le parole di Giancarlo Giorgetti, ministro dello sviluppo economico e testa pensate della Lega “di governo”. Presentando l’annuale “libro di Bruno Vespa”, ha fulminato i presenti prospettando una soluzione per il rebus-Quirinale di cui ben pochi osano parlare apertamente: Già nell’autunno del 2020 le dissi che la soluzione sarebbe stata confermare Mattarella ancora per un anno. Se questo non è possibile, va bene Draghi” che “potrebbe guidare il convoglio anche da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto”. 

Lasciamo perdere le questioni personali, di cui nulla sappiamo, vista la nostra lontananza da certi giri. E vediamo cosa significherebbe istituzionalmente e soprattutto sul piano europeo e/o dei “mercati”.

Comunque la si giri, la formula di Giorgetti esplicita un bisogno della classe dominante (non solo italiana): non toccare nulla nell’attuale governance del Paese. Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi garantiscono soprattutto l’Unione Europea e i mercati finanziari (hanno, come si dice, “grande credibilità internazionale”).

La Costituzione formale è un limite abbastanza superabile. Il “bis” temporaneo al Quirinale è già stato sperimentato con Giorgio Napolitano, per lo stesso motivo, dunque non sarebbe una forzatura istituzionale ma solo una scelta “poco opportuna”. E quindi chissenefrega…

Ma questa soluzione ha il difetto di valere soltanto per un anno, quello che separa l’elezione del nuovo Capo dello Stato dalle elezioni politiche del 2023.

Per “mettere in sicurezza” il Pnrr, e le “riforme strutturali” imposte dall’Unione Europea come condizione vincolante per l’erogazione delle successive rate del Recovery Fund, serve sicuramente più tempo, visto che il relativo cronoprogramma arriva al 2026.

La classe dirigente non può insomma rischiare che tra un anno e mezzo ci sia un Parlamento inattendibile quanto quello attuale, senza alcun personaggio di statura internazionale, magari con una maggioranza – come quattro anni fa – poco in linea con gli standard richiesti dai “mercati”.

C’è da dire che neanche i cosiddetti “partiti” presenti nell’attuale Parlamento hanno alcun desiderio di ritrovarsi a dover decidere tra attuazione delle chiacchiere elettorali (prometteranno come sempre di tutto e il contrario di tutto), con l’unico effetto – sicuro come la morte – dello spread in volo verso vette ineguagliabili. Con le conseguenze che abbiamo imparato a conoscere e in assenza della “rate” su cui si sta facendo conto.

Dunque l’attuale governance di “garanzia europea” va mantenuta almeno per i prossimi cinque anni.

Per far questo Mario Draghi è al momento ancora insostituibile. Ma appare difficile che possa tornare ad essere, dopo le elezioni, di nuovo premier senza un’investitura popolare. La quale a sua volta appare davvero improbabile, viste le lacrime e il sangue che cominciano a far capolino tra le nebbie che circondano sia la “legge di stabilità” che, soprattutto, le “riforme”. Lacrime e sangue che tra un anno e mezzo sarebbero decisamente più evidenti di oggi.

Già dieci anni fa l’operazione fatta con un altro Mario, Monti in quel caso, fu un flop clamoroso che aprì le porte alla breve e scorbutica stagione del “populismo” (equamente diviso tra “vaffa” e razzismo).

Dunque servirebbe il bis dell’operazione che ha portato Draghi a Palazzo Chigi, come se le elezioni non fossero nel frattempo avvenute e con tutti i cosiddetti partiti che entrano nella compagine governativa solo per obbedire al “grande illuminato”.

I rischi sono evidenti. Quanti oggi strizzano l’occhio a questa ipotesi, a risultati elettorali definiti, potrebbero avere la tentazione di giocare diversamente (perché rafforzati o indeboliti dall’esito). Scombinando le attese internazionali e complicando il percorso delle “riforme” con altre “pensate” impreviste, come lo sono in parte state quota 100 e il reddito di cittadinanza.

Più semplice, invece, se Mario Draghi fosse stato nel frattempo “elevato” alla massima carica. Potrebbe esercitare il suo ruolo in modo molto forte – anche queste forzature sono già state fatte, da Cossiga in poi, e da Mattarella stesso quando diede l’incarico a Cottarelli, indicato da nessuno – assumendo di fatto anche la parte di primo ministro, magari figurativamente lasciata a Daniele Franco (attuale ministro dell’economia) o altra figura equivalente pescata nel vivaio della Banca d’Italia.

In effetti sarebbe un semipresidenzialismo di fatto. Un’anticipazione della riforma costituzionale che, a bocce ferme, non può essere neanche ipotizzata (tantomeno realizzata in soli 121 mesi).

Al di là dei piagnistei dei “difensori della Costituzione formale” – sono 100 anni quasi esatti dalla repubblica di Weimar, e si sa com’è finita – una simile forzatura risponde a un’esigenza per nulla “nazionale”. 

La classe dirigente attuale – imprenditoriale e non – non ha infatti più alcun limite nei confini, vissuti alla pari di quelli regionali o provinciali (si bada alla differenza di regole locali, cercando quella più vantaggiosa per sé, ma senza alcun “disegno di sviluppo” particolare). 

Tenere inchiodata l’attuale governance – centrata su Draghi – è un problema di efficienza nella realizzazione di una nuova divisione del lavoro tra paesi europei. Gli interessi della classi popolari, i bisogni, le speranze delle nuove generazioni, non possono trovare alcun posto (se non nella retorica, tipo quella “per i giovani” quando si parla di pensioni o debito pubblico).

La presidenza della Repubblica, da questa angolatura, diventa una carica che deve forzatamente essere assunta da un “commissario europeo”, con compiti anche operativi (che la Costituzione italiana non prevede, ma chissenefrega…).

Un Commissario Quirinalizio. Che anche simbolicamente restituisce l’immagine di un paese commissariato e in vendita. Come la Grecia dopo la capitolazione dell Tsipras I…

martedì 26 ottobre 2021

Tassare le multinazionali ma…

 L’Italia ha tassato alcuni servizi digitali erogati da imprese multinazionali di grandi dimensioni. Una “web tax” rivolta soprattutto ai giganti della rete come Google e Facebook.

Ma…

la tassazione prevedeva il 3% dei profitti su alcuni servizi digitali, e guarda caso, ha fruttato allo Stato una somma di “soli” 233 milioni di euro. Una somma “bassa” solo se rapportata ai profitti impressionanti delle multinazionali del web, ma utili a essere spesi per molti dei servizi pubblici che da tempo sono carenti.

Logica avrebbe voluto, che il governo intervenisse con un correttivo al rialzo, e invece, l’Italia come altri Paesi che avevano preso la medesima misura, ha deciso di abrogarla.

Sì… avete capito bene!

Un accordo con gli USA prevede che dal 2023 la tassazione ora in vigore venga abrogata in virtù dell’introduzione di una nuova tassa globale sulle multinazionali big tech.

Le multinazionali, dunque, dovranno pagare una imposta.

Ma…

nulla sappiamo sull’entità e sulla forma che assumerà questa imposta, mentre sappiamo che una parte dei profitti saranno tassati nel paese in cui la multinazionale opera, e gli USA hanno già promesso ingenti sgravi fiscali.

Non solo: sappiamo anche che la nuova global tax almeno in un primo momento sarà a carico dello Stato, infatti le multinazionali, invece di pagare verranno risarcite della parte di prelievo fiscale superiore a quanto le aziende hi-tech avrebbero pagato se l’intesa sulla global minimum tax fosse entrata in vigore prima.

Evidentemente, la nuova tassa sarà più vantaggiosa, un vero e proprio regalo degli Stati alle multinazionali del web.

Vogliamo un sistema fiscale equo e una tassazione vera dei profitti di chi si arricchisce grazie alla manodopera sparsa in tutto il mondo. Dobbiamo batterci perché questi profitti vengano restituiti alla collettività!

venerdì 22 ottobre 2021

Aumentano i poveri, e il Governo attacca il Reddito di Cittadinanza

 Nell’ultimo anno quasi due milioni di persone, nel nostro Paese, si sono rivolte a un centro della Caritas per avere un pasto caldo, un posto dove dormire o fare una doccia. Di queste, circa la metà è considerato un ‘nuovo povero’, cioè una persona la cui condizione materiale è peggiorata drammaticamente nell’ultimo anno.

Donne (soprattutto con bambini) e giovani tra i 18 e i 34 anni sono tra le categorie più ferocemente colpite. Sono i numeri drammatici che si possono leggere nell’ultimo Rapporto Caritas sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia.

Dei nuovi poveri, uno su quattro è un lavoratore, il 18% sono pensionati, e solamente uno su cinque è beneficiario del Reddito di Cittadinanza (RdC). Con tempismo perfetto, il Governo Draghi sta discutendo in questi giorni di tagliare le risorse stanziate per questa misura.

I dati Istat ci raccontano, anche, che circa due milioni di famiglie, pari a 5,6 milioni di persone, si trovano in una situazione di povertà assoluta: si tratta di soggetti indigenti, che non raggiungono una soglia di spesa sufficiente a garantire i bisogni essenziali, a testimonianza di una situazione diffusa di sofferenza estrema.

La cifra supera gli 8 milioni di persone se facciamo invece riferimento alle persone che versano in una situazione di ‘forte disagio economico’. Nonostante la pandemia abbia lasciato in eredità un milione di indigenti in più, il semplice reperimento di 200 milioni di euro per finanziare il RdC da qui a fine anno, una goccia infinitesimale nel bilancio dello Stato, è servito da scintilla per far partire l’assalto alla diligenza, con la Lega e Italia Viva a scagliarsi contro quello che la loro anima gemella Giorgia Meloni ha definito ‘metadone di Stato’.

Qualche numero può servire a fornire il contesto: il numero di nuclei familiari beneficiari di almeno una mensilità di RdC era di circa un milione nel 2019; negli ultimi due anni questo numero è aumentato fino ai circa un milione e 700 mila dei primi otto mesi del 2021.

Di pari passo è aumentato anche l’ammontare di risorse necessario a finanziare la misura, dai poco più di 7 miliardi annui pensati originariamente fino ai quasi 9 miliardi richiesti dalla situazione di crisi che stiamo attraversando da un anno e mezzo. Se le risorse per l’anno corrente sono infine state reperite, l’attenzione si sposta ora sul 2022, per cui mancano all’appello ancora circa 800 milioni di euro.

Il fronte è, però, più ampio, e tutte le anime della variegata maggioranza che sostiene il Governo Draghi, con gradi maggiori o minori di ferocia (compresi il segretario del PD Enrico Letta e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte), concordano sulla necessità di riformaremodificare e aggiornare il RdC, un giro di parole che vuol dire tagliare le risorse dedicate a questa misura e/o rendere le condizioni di accesso più stringenti e penalizzanti. Si parla, infatti, di una decurtazione di un miliardo di euro da effettuare in tempi rapidi, un taglio che dovrebbe poi raddoppiare a regime.

Ingrediente indispensabile di tutte le argomentazioni addotte a supporto di un tale intervento è il vecchio e banale mito della scarsità delle risorse, che recita più o meno così: ci sono molte cose importanti da realizzare, urgenti e prioritarie, come ad esempio la riforma fiscale o la riforma degli ammortizzatori sociali.

Per poter fare ciò, servono soldi, e i soldi – prosegue il mito – non crescono sugli alberi: se spendi un euro in più da una parte, in ossequio ai trattati europei, ne devi spendere uno in meno da un’altra. Un ragionamento particolarmente curioso in questi mesi, trascorsi nell’ebrezza indotta dalla narrazione di una valanga di miliardi in arrivo a cascata dall’Europa solidale.

Un ragionamento, oggi e sempre, completamente privo di senso economico, dato che uno Stato può serenamente aumentare i propri livelli di spesa semplicemente decidendo di farlo, contribuendo in tal maniera, tra l’altro, ad aumentare il reddito nazionale e il benessere della popolazione.

Cosa farebbe, quindi, un Governo che volesse rispettare il mantra delle risorse scarse? Secondo i dati forniti dall’INPS, due terzi dei beneficiari del RdC non sono ‘occupabili’, per ragioni anagrafiche (soggetti disoccupati ma prossimi al pensionamento) o a causa di bassi livelli di istruzione.

Ecco, quindi, che il taglio dovrebbe ricadere quasi interamente sulle spalle dei circa 1,2 milioni di percettori, un terzo della platea totale, che sono invece reputati ‘idonei’ a partecipare al mercato del lavoro, e pertanto arruolabili dalle imprese.

Le idee che filtrano e che sarebbero allo studio rappresentano perfettamente l’idea di un RdC da usare come arma di ricatto e di pressione al ribasso su salari e diritti: assegno decurtato dopo che si rifiuta un lavoro e che va a scalare nel tempo, obbligo di accettare contratti anche di due mesi fino alle suggestioni dell’ex presidente dell’INPS Tito Boeri di un RdC differenziato su base geografica, di un ammontare minore nelle regioni del sud.

Il Reddito di Cittadinanza, fin dalla sua nascita, presentava numerose insidie. È innegabile, però, che abbia fornito, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, una forma di sussistenza minima per un grande numero di nuclei familiari schiacciati dalla crisi. Il messaggio che il Governo Draghi vuole lanciare, però, è forte e chiaro: se reddito deve essere, che sia minimo e solamente per chi, altrimenti, morirebbe direttamente di fame.

Per tutti gli altri, deve diventare un altro, ennesimo strumento con cui spostare i rapporti di forza a favore della classe padronale e spingere per ottenere salari più bassi e condizioni lavorative peggiori.

Mentre i media continuano a dirci quanto il Governo dei competenti sia all’opera per spendere al meglio i fiumi di denaro del PNRR, l’esecutivo va avanti per la sua strada fatta di riforme liberiste volte a smantellare gli ultimi baluardi di stato sociale presenti nel nostro Paese.

È in questa prospettiva che va letta la discussione in seno alla maggioranza circa la possibile riforma del Reddito di Cittadinanza, sempre meno considerato un sussidio e sempre più visto come una misura da associare alla riforma degli ammortizzatori sociali, il cui corollario principale siano le politiche attive del lavoro.

giovedì 14 ottobre 2021

G20: “Droni, 500 militari in più.”

 

Dopo i violenti scontri e le polemiche relative alla gestione dell’ordine pubblico nel corso delle manifestazioni contro il Green pass di sabato scorso a Roma, e in vista dell’entrata in vigore dell’obbligo della certificazione verde sul posto di lavoro a partire da venerdì 15 ottobre, il Viminale intensificherà «le attività di prevenzione delle possibili cause di turbativa, con il rafforzamento dei dispositivi di osservazione e di vigilanza del territorio e degli obiettivi sensibili».

“Per assicurare lo svolgimento in sicurezza del G20, è stata anche condivisa l’esigenza di implementare di 500 unità aggiuntive delle Forze armate il contingente dell’Operazione ‘Strade Sicure'”, si legge nella nota.


“Inoltre, per quell’occasione, sarà incrementata la sorveglianza e la difesa dello spazio aereo della Capitale attraverso il concorso di assetti specialistici, ivi incluso il sistema anti-drone, delle Forze armate”, prosegue il documento.

La riunione del Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica è stata presieduta dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. All’incontro, oltre al sottosegretario di Stato Nicola Molteni, hanno partecipato i vertici delle Forze di polizia e degli organismi di informazione e sicurezza, così come il prefetto e il questore di Roma.

mercoledì 6 ottobre 2021

Quale futuro per il PPE

 Molti si domandano quali riflessi potrà avere l’esito del voto in Germania In europa, dopo la fine del lungo “regno” di Angela Merkel alla guida del paese, considerando quale fosse il peso della cancelliera anche a bruxelles. Sicuramente il nuovo governo che nascerà dopo una lunga gestazione, visto la grande frammentazione del voto tedesco, avrà un peso importante sugli assetti europei, dove secondo alcuni l’asse italo francese potrebbe tornare a giocare un ruolo da protagonista. Draghi e Macron, non a caso da mesi stanno tessendo una sottile trama per cercare di controbilanciare il vuoto che inevitabilmente si aprirà con la fine della carriera politica della Merkel.

La prima riflessione che occorre fare a caldo è che l’eredità che lascia la signora sarà molto ingombrante sia in patria che in Europa. L’incertezza estrema del voto dimostra pienamente quanto l’elettorato tedesco sia smarrito di fronte alla perdita di un premier che ormai era diventato come una mamma rassicurante per la prima potenza industriale del continente. Il sostanziale equilibrio delle forze in campo non ha decretato un sicuro vincitore, ma ha certamente sancito una sconfitta storica proprio per il partito della Merkel, quella Cdu, scesa clamorosamente per la prima volta sotto il 30%.

Certo il candidato Armin Laschet si è dimostrato troppo debole, poco credibile e soprattutto completamente inadeguato, con una serie di gaffe fino alla ultima clamorosa proprio il giorno del voto, a sostituire un mostro sacro come Angela Merkel. Ma altrettanto sicuro è che il partito fosse entrato in crisi già da qualche anno, con un calo di voti quasi ad ogni appuntamento elettorale degli ultimi 5 anni (nelle elezioni del 2017 la coalizione cdu/csu registrò un calo del’8% dei consensi rispetto a quattro anni prima). Una perdita di consenso a cui nemmeno la leadership della Merkel sembrava riuscire a frenare.

Ora tornando alle cose europee resta da capire, oltre ai risvolti in linea generale che questo voto potrà avere sulla politica europea e soprattutto su quella riguardanti le regole di bilancio degli Stati ( una coalizione assai probabile con dentro socialisti verdi e i liberali potrebbe rappresentare un serio problema in tal senso per la possibile richiesta tedesca di maggiore austerità ), è altrettanto interessante capire quello che questo potrà  provocare all’interno di quello che molti considerano ormai come il “grande malato” di questi anni, e cioè il partito popolare europeo, in crisi di identità ed ora senza più una leadership chiara che lo  possa guidare.

D’altra parte la Germania e la Merkel erano forse l’ultimo baluardo rimasto in Europa come espressione diretta del grande partito popolare europeo. Ora la crisi sembra arrivata ad un punto di svolta decisivo, senza la quale per il Ppe la crisi rischia di diventare quasi irreversibile. Perché la crisi del Ppe comincia sicuramente con la crisi dei principali partiti nazioanli liberali, a cominciare dai popolari in Spagna, per arrivare a Forza Italia di Berlusconi, per arrivare ai conservatori francesi, alla Cds portoghese fino alla cdu in Germania adesso.

Tutti sconfitti e non più maggioranza, non solo perché sconfitti dalle sinistre, ma spesso anche perché non hanno saputo far fronte alle avanzate straripanti di un destra, troppo semplicisticamente e superficialmente definita populista (sempre che poi a questo termine si voglia riconoscere una accezione negativa tout court). In Italia Fratelli d’Italia e Lega, in portogallo Chega, In Francia RN, e in Germania Afd hanno sicuramente svuotato con i loro exploit, a due cifre, soprattutto il bacino di voti che solitamente andava ad ingrossare i grandi partiti di tradizione popolare.

Ora nessuno dei grandi paesi europei è governato da un esponente del partito popolare europeo. Se si pensa che solo dieci anni fa Spagna, Francia, Germania ed Italia erano governati tutti da esponenti di partiti della grande famiglia dei popolari, la situazione deve molto far riflettere. Questo ribaltamento della situazione fa capire come la situazione sia diventata, infatti, assai preoccupante per un partito, che in questo momento esprime il presidente della Commissione europea, che inevitabilmente rischia di essere indebolita da questo inatteso crollo del suo partito in patria.

Al ppe in Europa manca da troppo tempo una chiara e precisa linea politica, ed ora manca anche del tutto d’una chiara e sicura leadership. Un partito storico che per anni ha condotto invece la linea politica dell’Unione adesso si vede sempre più spesso, scavalcato da destra dai conservatori dell’Ecr di Giorgia Meloni e al centro dai liberali e dai verdi che spesso fanno fronte comune con i socialisti ponendo il Ppe in minoranza.

Ecco allora che ora trovare nuova linfa e soprattutto un nuovo leader carismatico che riesca a fare uscire il glorioso Ppe dalle secche in cui pare essere finito in questi ultimi anni, non sarà certo impresa facile. La lezione che i partiti popolari europei devono imparare dalla lezione tedesca è che non si può fare troppo affidamento solo sul peso di un leader seppur carismatico ed autorevole come la cancelliera tedesca. Occorre ritrovare quello spirito, quella unità di intenti, quella compattezza e quel decisionismo, che ha permesso al partito popolare di essere il cardine della costituzione dell’Unione europea.

Il rischio che il partito corre, in caso contrario, potrebbe quello di essere cannibalizzato da chi come l’ecr sta dimostrando sicuramente di avere una sua linea politica che invece proprio con compattezza, coerenza, e unità di intenti cerca di perseguire. Altra eventualità potrebbe essere quella di operare una federazione di tutti i partiti di centrodestra, accogliendo anche chi come la lega di Salvini adesso appartiene ad un gruppo come Identità e democrazia, da cui da sempre i popolari hanno cercato di prendere le distanze. Insomma il rischio comunque che corre un ppe, mai così debole come ora, è quello di rimanere sempre più ai margini della politica europea, stretto nel mezzo fra socialisti e liberali da una parte e sovranisti e conservatori dall’altra. Insomma non certo una bella situazione per chi ha comunque contribuito in maniera determinante negli anni a creare e rafforzare l’unione europea. Che poi il risultato per ora raggiunto, sia stato ben al di sotto delle aspettative e degli auspici questo è tutt’altro discorso, ci cui certo non se può fare carico solo il ppe.

mercoledì 21 luglio 2021

Il nuovo carcere tra obblighi UE e potere delle guardie

 

E’ abbastanza sorprendete vedere il garante degli interessi del captale multinazionale entrare in un carcere per condannare le violenze commesse dagli agenti della polizia penitenziaria.

E’ sorprendente sentire improvvisamente voci autorevoli – un presidente del consiglio trovato non per strada, una ministra della giustizia con un prestigioso curriculum da costituzionalista – promettere riforme del sistema carcerario e un più ampio ricorso alle “pene alternative” al carcere.

Così sorprendente che i più ingenui potrebbero pensare ad una catarsi improvvisa del potere.

Per non cadere in questa defaillance basta però una parola: Modena.

Né l’uno né l’altra hanno fatto il benché minimo accenno alla strage perpetrata negli stessi giorni, e dallo stesso corpo di polizia, nel carcere emiliano subito dopo proteste esplose per lo stesso motivo che aveva agitato Santa Maria Capua Vetere (il contagio da Covid).

E ancor meno, naturalmente, all’episodio del tutto analogo avvenuto a Melfi – stessi giorni, stesso “corpo”, stessa ragione delle proteste – di cui pure i media hanno dato notizia.

Tra i tre episodi c’è una sola differenza: l’esistenza oppure no dei video registrati dai circuiti interni. Stiamo parlando di carcere, non di un casolare di campagna. Le telecamere, all’interno e all’esterno, sono infinite e attive 24 ore su 24. Se per Modena e Melfi non ci sono video vuol dire che sono stati cancellati, o neppure richiesti dalla magistratura inquirente.

Una “distruzione delle prove” – o un “rifiuto di acquisire prove” – che è a sua volta un reato facilmente perseguibile da qualsiasi procura (basta chiederli e, in caso di risposta negativa dell’amministrazione penitenziaria, iscrivere al registro degli indagati il direttore, il comandante delle guardi e gli agenti addetti alla conservazione dei video).

Se Draghi e Cartabia non ne hanno parlato c’è un motivo evanescente come una foglia di fico: l’autorità giudiziaria, per Modena e Melfi, o ha chiuso le indagini nel modo vergognoso che sappiamo (archiviazione) o queste sono ancora in corso.

Due punti fanno una linea, tre descrivono un cerchio. Dalla geometria alla vita reale, l’analogia tiene: se in (almeno) tre carceri c’è stata una “mattanza” contemporanea, vuol dire che c’è e c’era una “linea di condotta” politica, decisa o coperta dal ministero d’allora (guidato dall’incommentabile Alfonso Bonafede, che ogni avvocato si vergognerebbe a chiamare “collega”).

Nessuna “mela marcia”, insomma, ma un “cesto” creato per far marcire qualsiasi istanza umana e trasformare uomini in macchine da pestaggio, indifferenti.

In qualche misura, la dichiarazione draghiana di voler “riformare il sistema” è una presa d’atto indiretta di questa “scoperta”, con la chiara intenzione di sminuirne la rilevanza politica e strategica. Riducendo cioè al minimo le svolte necessarie.

Certamente un uso più ampio delle “misure alternative” può contribuire a ridurre anche di molto la popolazione rinchiusa in quei mattatoi (dove sono quasi sempre i “poveri cristi” a finire sotto i manganelli; perché anche lì dentro valgono i “rapporti di forza” e un boss non si tocca, se non altro per prudenza).

E certamente questa “svolta” governativa dovrebbe segnalare a procure e tribunali la necessità di avere un “senso della misura”, nell’erogazione e quantificazione delle condanne, che è andato smarrito da anni (basta guardare a cosa avviene anche ora contro il movimento No Tav).

Di fatto un sconfessione tardiva del forcaiolismo leghista e grillino, in questo mai diversi tra loro, fatto proprio da sempre anche da “democratici” e “sorelle d’italia”, con qualche distinguo berlusconiano basato su solidi fondamenti di classe (in carcere, non ci dovrebbero mai andare i ricchi; questa la sostanza del loro “garantismo”).

Ma questa “svolta progressista” sul terreno carcerario, che ha fatto rianimare anche tanti garantisti da tempo ridotti al silenzio, non nasce da resipiscenza o autocritica del potere.

Draghi stesso ha tenuto a ricordare che l’Italia è stata condannata due volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il sovraffollamento carcerario, con tutto quel che ne deriva in termini di attività tese al “recupero e al reinserimento sociale”. E se si vogliono rispettare “i parametri economici europei” – su cui neanche Lega e M5S si pongono ormai più problemi – allora bisogna obtorto collo rispettare anche quelli carcerari.

Ma se solo il sovraffollamento diventa il parametro da rispettare, è chiaro che si sceglie la via economicamente più semplice (non si costruiscono nuove carceri, ma si riduce il numero dei reati per cui è prevista la detenzione, tra cui – immaginiamo – ce ne sono molti di tipo “manageriale”).

Per quanto riguarda invece la “preparazione” e la “cultura” dominante tra le forze addette alla repressione fisica, nulla è emerso dai discorsi dei due governanti.

Fin dai tempi dell'”emergenza” – quasi 40 anni fa – le guardie hanno acquisito un potere di vita e di morte sui prigionieri, e lo hanno esercitato quotidianamente senza mai finire sotto inchiesta per questo. Toglier loro questa facoltà potrebbe comprometterne la fedeltà…

Il “cesto marcio” resta ancora una volta intoccabile, perché molto utile a chi comanda. E se il governo “omette” di ricordare la strage di Modena, l’indicazione implicita, ancorché indicibile, diventa: “la prossima volta non vi fate trovare con le registrazioni video in mano”.

E non c’è dubbio che tra le guardie questo “ragionamento” sia ora fortemente raccomandato…

lunedì 7 giugno 2021

La Commissione Europea annuncia il ritorno dell’austerità

 

Da ormai qualche settimana, è tutto un profluvio di ottimismo ed entusiasmo per la ripresa economica italiana, sparso a piene mani da membri del Governo e istituzioni internazionali.

Nonostante la realtà che ci circonda dica esattamente il contrario, nonostante l’incombente cancellazione del blocco dei licenziamenti sia destinata a far esplodere il numero di persone che perderanno un lavoro, i principali mezzi di comunicazione provano a dipingere una realtà alternativa.

Mentre però l’attenzione pubblica è catturata dalla propaganda, le istituzioni europee lanciano segnali inequivocabili su quella che sarà la gestione delle finanze pubbliche nel post-pandemia: esattamente la stessa di prima, con il ritorno a spron battuto di una rigida applicazione del progetto politico dell’austerità.

Basta leggere, d’altronde, alcune recenti dichiarazioni di Paolo Gentiloni, il commissario europeo all’economia. L’occasione è fornita dalla conferenza stampa sul Semestre Europeo (sì, quel Semestre Europeo, l’elenco dei compiti a casa da fare per avere accesso al cosiddetto Recovery Fund).

Ma cosa ha dichiarato, quindi, la Commissione Europea per bocca di Gentiloni?

A prima vista, le parole dell’ex Presidente del Consiglio italiano dovrebbero suonare rassicuranti. Gentiloni ha, come prima cosa, confermato che il Patto di Stabilità è sospeso fino al 2022.

Il Patto di Stabilità (e le sue successive evoluzioni) rappresenta lo strumento che meglio esprime la disciplina di bilancio prevista dai trattati europei, imponendo un limite artificioso alla spesa pubblica che, per sua natura, penalizza le classi meno abbienti, quelle che maggiormente beneficiano dei servizi pubblici.

In altre parole, si restringe fortemente la possibilità per un Paese di ricorrere al debito pubblico, ossia a quello strumento di politica economica che consente di spendere risorse – per sostenere i redditi e lo stato sociale – senza dover mettere le mani in tasca ai lavoratori.

Quando è scoppiata l’emergenza sanitaria, l’Unione Europea ha deciso di ‘sospendere’ il Patto di Stabilità, attraverso l’attivazione della cosiddetta “clausola di salvaguardia”.

Sospendere il Patto di Stabilità significa che, per un certo periodo, l’Europa permette ai singoli Stati di non rispettare i parametri economici e finanziari (uno su tutti, il pareggio di bilancio), lasciando così la possibilità di sostenere l’economia tramite la leva della spesa pubblica in un momento di grave crisi. In altri termini, di fronte a questa emergenza gli Stati hanno potuto ‘spendere a debito’, al contrario di quanto invece non possono fare, in ossequio alle regole europee, in tempi normali.

Di nuovo, una semplice osservazione della realtà è più che sufficiente per capire come questa flessibilità concessa dalle istituzioni europee sia stata del tutto insufficiente per lenire le ferite della pandemia.

Ciò non impedisce però alla Commissione, per bocca di Gentiloni, di lanciare un monito severo: i tempi della flessibilità stanno per finire e il Patto di Stabilità tornerà in vigore dal 2023.

Contestualmente, la Commissione inizia già a mettere in guardia i Paesi che hanno un debito pubblico elevato, Italia in primis, ribadendo che occorre fin da ora rimettersi sui binari dell’austerità, evitando di programmare spese eccessive che, per l’appunto, possano compromettere l’obiettivo del pareggio nei prossimi anni.

Le parole sono inequivocabili: “bisogna fare attenzione alla spesa corrente e alle spese che possano costituire un peso permanente oltre l’orizzonte temporale del 2023. Dire che non bisogna ritirare il sostegno troppo presto non significa non tenere conto dei livelli di spesa corrente che possano costituire peso permanente”.

Passata la festa, gabbato lo santo. Il ritorno del Patto di stabilità e della disciplina di bilancio significa, infatti, che dovremo rinunciare a salari, pensioni, istruzione, sanità e stato sociale in misura sempre crescente, già a partire dal futuro immediato.

D’altronde, era già tutto scritto nel Recovery Fund

La disciplina di bilancio che ci aspetta, e che Gentiloni annuncia oggi, sarà peraltro peggiore di quella sperimentata in passato, per via dei particolari vincoli che il Recovery Fund porta con sé. Assistiamo, infatti, a un salto di qualità nella somministrazione dell’austerità. Tra le varie condizioni che i Paesi sono chiamati a rispettare per ricevere le tranche di aiuti europei c’è, infatti, l’impegno a correggere i ‘disavanzi eccessivi’.

Tra i regolamenti attuativi del Recovery viene specificato che “La Commissione presenta al Consiglio una proposta di sospensione totale o parziale degli impegni o dei pagamenti qualora il Consiglio, … decida che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo”.

Questo significa, oltre ogni ragionevole dubbio, che i soldi del Recovery Fund saranno concessi solo in cambio di misure di austerità, ovvero “misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo”, nel linguaggio che tanto piace ai tecnici.

Ricordiamoci che le risorse del Recovery Fund arriveranno nel corso di sei anni: non appena saremo fuori dalla fase emergenziale, verrà ripristinato in pieno il controllo dei conti pubblici. Ogni euro gentilmente concesso all’Italia ci impedirà di spenderne 10, 20, 100 in disavanzo necessari per affrontare seriamente la crisi.

È il ricatto della condizionalità: le istituzioni europee vincolano con i loro aiuti l’operato dei governi nazionali per realizzare un disegno politico, l’austerità, che mira ad abbattere anche gli ultimi residui di stato sociale presenti nel nostro Paese.

Nel frattempo, in Italia

Il Governo Draghi non ha perso tempo, dal giorno del suo insediamento, con un susseguirsi di misure antipopolari, culminate nel recente Decreto Semplificazioni. In questo quadro, il Recovery Fund e le condizioni capestro per accedervi rappresentano il rientro dalla porta principale del ‘ce lo chiede l’Europa’, per preparare una nuova stagione di misure draconiane di tagli e sacrifici.

Il governo Draghi è il veicolo a cui è demandata oggi l’attuazione di questo progetto politico, ma lo strumento più potente e a più lunga gittata è il Recovery Fund, la cui condizionalità ci lega mani e piedi e peserà ben oltre la fine della presente legislatura.

Se lasciamo fare al nemico, usciremo dalla pandemia più poveri, mentre pochi privilegiati avranno trovato la maniera di vedere aumentare i loro profitti anche nel pieno della tempesta.

Non resta allora che lavorare in una sola possibile direzione: quella della liberazione da ogni vincolo esterno che limiti l’intervento dello Stato nell’economia e della riappropriazione di tutti quegli strumenti necessari per promuovere gli interessi della stragrande maggioranza del Paese rappresentata dalle classi subalterne.