mercoledì 6 ottobre 2021

Quale futuro per il PPE

 Molti si domandano quali riflessi potrà avere l’esito del voto in Germania In europa, dopo la fine del lungo “regno” di Angela Merkel alla guida del paese, considerando quale fosse il peso della cancelliera anche a bruxelles. Sicuramente il nuovo governo che nascerà dopo una lunga gestazione, visto la grande frammentazione del voto tedesco, avrà un peso importante sugli assetti europei, dove secondo alcuni l’asse italo francese potrebbe tornare a giocare un ruolo da protagonista. Draghi e Macron, non a caso da mesi stanno tessendo una sottile trama per cercare di controbilanciare il vuoto che inevitabilmente si aprirà con la fine della carriera politica della Merkel.

La prima riflessione che occorre fare a caldo è che l’eredità che lascia la signora sarà molto ingombrante sia in patria che in Europa. L’incertezza estrema del voto dimostra pienamente quanto l’elettorato tedesco sia smarrito di fronte alla perdita di un premier che ormai era diventato come una mamma rassicurante per la prima potenza industriale del continente. Il sostanziale equilibrio delle forze in campo non ha decretato un sicuro vincitore, ma ha certamente sancito una sconfitta storica proprio per il partito della Merkel, quella Cdu, scesa clamorosamente per la prima volta sotto il 30%.

Certo il candidato Armin Laschet si è dimostrato troppo debole, poco credibile e soprattutto completamente inadeguato, con una serie di gaffe fino alla ultima clamorosa proprio il giorno del voto, a sostituire un mostro sacro come Angela Merkel. Ma altrettanto sicuro è che il partito fosse entrato in crisi già da qualche anno, con un calo di voti quasi ad ogni appuntamento elettorale degli ultimi 5 anni (nelle elezioni del 2017 la coalizione cdu/csu registrò un calo del’8% dei consensi rispetto a quattro anni prima). Una perdita di consenso a cui nemmeno la leadership della Merkel sembrava riuscire a frenare.

Ora tornando alle cose europee resta da capire, oltre ai risvolti in linea generale che questo voto potrà avere sulla politica europea e soprattutto su quella riguardanti le regole di bilancio degli Stati ( una coalizione assai probabile con dentro socialisti verdi e i liberali potrebbe rappresentare un serio problema in tal senso per la possibile richiesta tedesca di maggiore austerità ), è altrettanto interessante capire quello che questo potrà  provocare all’interno di quello che molti considerano ormai come il “grande malato” di questi anni, e cioè il partito popolare europeo, in crisi di identità ed ora senza più una leadership chiara che lo  possa guidare.

D’altra parte la Germania e la Merkel erano forse l’ultimo baluardo rimasto in Europa come espressione diretta del grande partito popolare europeo. Ora la crisi sembra arrivata ad un punto di svolta decisivo, senza la quale per il Ppe la crisi rischia di diventare quasi irreversibile. Perché la crisi del Ppe comincia sicuramente con la crisi dei principali partiti nazioanli liberali, a cominciare dai popolari in Spagna, per arrivare a Forza Italia di Berlusconi, per arrivare ai conservatori francesi, alla Cds portoghese fino alla cdu in Germania adesso.

Tutti sconfitti e non più maggioranza, non solo perché sconfitti dalle sinistre, ma spesso anche perché non hanno saputo far fronte alle avanzate straripanti di un destra, troppo semplicisticamente e superficialmente definita populista (sempre che poi a questo termine si voglia riconoscere una accezione negativa tout court). In Italia Fratelli d’Italia e Lega, in portogallo Chega, In Francia RN, e in Germania Afd hanno sicuramente svuotato con i loro exploit, a due cifre, soprattutto il bacino di voti che solitamente andava ad ingrossare i grandi partiti di tradizione popolare.

Ora nessuno dei grandi paesi europei è governato da un esponente del partito popolare europeo. Se si pensa che solo dieci anni fa Spagna, Francia, Germania ed Italia erano governati tutti da esponenti di partiti della grande famiglia dei popolari, la situazione deve molto far riflettere. Questo ribaltamento della situazione fa capire come la situazione sia diventata, infatti, assai preoccupante per un partito, che in questo momento esprime il presidente della Commissione europea, che inevitabilmente rischia di essere indebolita da questo inatteso crollo del suo partito in patria.

Al ppe in Europa manca da troppo tempo una chiara e precisa linea politica, ed ora manca anche del tutto d’una chiara e sicura leadership. Un partito storico che per anni ha condotto invece la linea politica dell’Unione adesso si vede sempre più spesso, scavalcato da destra dai conservatori dell’Ecr di Giorgia Meloni e al centro dai liberali e dai verdi che spesso fanno fronte comune con i socialisti ponendo il Ppe in minoranza.

Ecco allora che ora trovare nuova linfa e soprattutto un nuovo leader carismatico che riesca a fare uscire il glorioso Ppe dalle secche in cui pare essere finito in questi ultimi anni, non sarà certo impresa facile. La lezione che i partiti popolari europei devono imparare dalla lezione tedesca è che non si può fare troppo affidamento solo sul peso di un leader seppur carismatico ed autorevole come la cancelliera tedesca. Occorre ritrovare quello spirito, quella unità di intenti, quella compattezza e quel decisionismo, che ha permesso al partito popolare di essere il cardine della costituzione dell’Unione europea.

Il rischio che il partito corre, in caso contrario, potrebbe quello di essere cannibalizzato da chi come l’ecr sta dimostrando sicuramente di avere una sua linea politica che invece proprio con compattezza, coerenza, e unità di intenti cerca di perseguire. Altra eventualità potrebbe essere quella di operare una federazione di tutti i partiti di centrodestra, accogliendo anche chi come la lega di Salvini adesso appartiene ad un gruppo come Identità e democrazia, da cui da sempre i popolari hanno cercato di prendere le distanze. Insomma il rischio comunque che corre un ppe, mai così debole come ora, è quello di rimanere sempre più ai margini della politica europea, stretto nel mezzo fra socialisti e liberali da una parte e sovranisti e conservatori dall’altra. Insomma non certo una bella situazione per chi ha comunque contribuito in maniera determinante negli anni a creare e rafforzare l’unione europea. Che poi il risultato per ora raggiunto, sia stato ben al di sotto delle aspettative e degli auspici questo è tutt’altro discorso, ci cui certo non se può fare carico solo il ppe.

mercoledì 21 luglio 2021

Il nuovo carcere tra obblighi UE e potere delle guardie

 

E’ abbastanza sorprendete vedere il garante degli interessi del captale multinazionale entrare in un carcere per condannare le violenze commesse dagli agenti della polizia penitenziaria.

E’ sorprendente sentire improvvisamente voci autorevoli – un presidente del consiglio trovato non per strada, una ministra della giustizia con un prestigioso curriculum da costituzionalista – promettere riforme del sistema carcerario e un più ampio ricorso alle “pene alternative” al carcere.

Così sorprendente che i più ingenui potrebbero pensare ad una catarsi improvvisa del potere.

Per non cadere in questa defaillance basta però una parola: Modena.

Né l’uno né l’altra hanno fatto il benché minimo accenno alla strage perpetrata negli stessi giorni, e dallo stesso corpo di polizia, nel carcere emiliano subito dopo proteste esplose per lo stesso motivo che aveva agitato Santa Maria Capua Vetere (il contagio da Covid).

E ancor meno, naturalmente, all’episodio del tutto analogo avvenuto a Melfi – stessi giorni, stesso “corpo”, stessa ragione delle proteste – di cui pure i media hanno dato notizia.

Tra i tre episodi c’è una sola differenza: l’esistenza oppure no dei video registrati dai circuiti interni. Stiamo parlando di carcere, non di un casolare di campagna. Le telecamere, all’interno e all’esterno, sono infinite e attive 24 ore su 24. Se per Modena e Melfi non ci sono video vuol dire che sono stati cancellati, o neppure richiesti dalla magistratura inquirente.

Una “distruzione delle prove” – o un “rifiuto di acquisire prove” – che è a sua volta un reato facilmente perseguibile da qualsiasi procura (basta chiederli e, in caso di risposta negativa dell’amministrazione penitenziaria, iscrivere al registro degli indagati il direttore, il comandante delle guardi e gli agenti addetti alla conservazione dei video).

Se Draghi e Cartabia non ne hanno parlato c’è un motivo evanescente come una foglia di fico: l’autorità giudiziaria, per Modena e Melfi, o ha chiuso le indagini nel modo vergognoso che sappiamo (archiviazione) o queste sono ancora in corso.

Due punti fanno una linea, tre descrivono un cerchio. Dalla geometria alla vita reale, l’analogia tiene: se in (almeno) tre carceri c’è stata una “mattanza” contemporanea, vuol dire che c’è e c’era una “linea di condotta” politica, decisa o coperta dal ministero d’allora (guidato dall’incommentabile Alfonso Bonafede, che ogni avvocato si vergognerebbe a chiamare “collega”).

Nessuna “mela marcia”, insomma, ma un “cesto” creato per far marcire qualsiasi istanza umana e trasformare uomini in macchine da pestaggio, indifferenti.

In qualche misura, la dichiarazione draghiana di voler “riformare il sistema” è una presa d’atto indiretta di questa “scoperta”, con la chiara intenzione di sminuirne la rilevanza politica e strategica. Riducendo cioè al minimo le svolte necessarie.

Certamente un uso più ampio delle “misure alternative” può contribuire a ridurre anche di molto la popolazione rinchiusa in quei mattatoi (dove sono quasi sempre i “poveri cristi” a finire sotto i manganelli; perché anche lì dentro valgono i “rapporti di forza” e un boss non si tocca, se non altro per prudenza).

E certamente questa “svolta” governativa dovrebbe segnalare a procure e tribunali la necessità di avere un “senso della misura”, nell’erogazione e quantificazione delle condanne, che è andato smarrito da anni (basta guardare a cosa avviene anche ora contro il movimento No Tav).

Di fatto un sconfessione tardiva del forcaiolismo leghista e grillino, in questo mai diversi tra loro, fatto proprio da sempre anche da “democratici” e “sorelle d’italia”, con qualche distinguo berlusconiano basato su solidi fondamenti di classe (in carcere, non ci dovrebbero mai andare i ricchi; questa la sostanza del loro “garantismo”).

Ma questa “svolta progressista” sul terreno carcerario, che ha fatto rianimare anche tanti garantisti da tempo ridotti al silenzio, non nasce da resipiscenza o autocritica del potere.

Draghi stesso ha tenuto a ricordare che l’Italia è stata condannata due volte dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il sovraffollamento carcerario, con tutto quel che ne deriva in termini di attività tese al “recupero e al reinserimento sociale”. E se si vogliono rispettare “i parametri economici europei” – su cui neanche Lega e M5S si pongono ormai più problemi – allora bisogna obtorto collo rispettare anche quelli carcerari.

Ma se solo il sovraffollamento diventa il parametro da rispettare, è chiaro che si sceglie la via economicamente più semplice (non si costruiscono nuove carceri, ma si riduce il numero dei reati per cui è prevista la detenzione, tra cui – immaginiamo – ce ne sono molti di tipo “manageriale”).

Per quanto riguarda invece la “preparazione” e la “cultura” dominante tra le forze addette alla repressione fisica, nulla è emerso dai discorsi dei due governanti.

Fin dai tempi dell'”emergenza” – quasi 40 anni fa – le guardie hanno acquisito un potere di vita e di morte sui prigionieri, e lo hanno esercitato quotidianamente senza mai finire sotto inchiesta per questo. Toglier loro questa facoltà potrebbe comprometterne la fedeltà…

Il “cesto marcio” resta ancora una volta intoccabile, perché molto utile a chi comanda. E se il governo “omette” di ricordare la strage di Modena, l’indicazione implicita, ancorché indicibile, diventa: “la prossima volta non vi fate trovare con le registrazioni video in mano”.

E non c’è dubbio che tra le guardie questo “ragionamento” sia ora fortemente raccomandato…

lunedì 7 giugno 2021

La Commissione Europea annuncia il ritorno dell’austerità

 

Da ormai qualche settimana, è tutto un profluvio di ottimismo ed entusiasmo per la ripresa economica italiana, sparso a piene mani da membri del Governo e istituzioni internazionali.

Nonostante la realtà che ci circonda dica esattamente il contrario, nonostante l’incombente cancellazione del blocco dei licenziamenti sia destinata a far esplodere il numero di persone che perderanno un lavoro, i principali mezzi di comunicazione provano a dipingere una realtà alternativa.

Mentre però l’attenzione pubblica è catturata dalla propaganda, le istituzioni europee lanciano segnali inequivocabili su quella che sarà la gestione delle finanze pubbliche nel post-pandemia: esattamente la stessa di prima, con il ritorno a spron battuto di una rigida applicazione del progetto politico dell’austerità.

Basta leggere, d’altronde, alcune recenti dichiarazioni di Paolo Gentiloni, il commissario europeo all’economia. L’occasione è fornita dalla conferenza stampa sul Semestre Europeo (sì, quel Semestre Europeo, l’elenco dei compiti a casa da fare per avere accesso al cosiddetto Recovery Fund).

Ma cosa ha dichiarato, quindi, la Commissione Europea per bocca di Gentiloni?

A prima vista, le parole dell’ex Presidente del Consiglio italiano dovrebbero suonare rassicuranti. Gentiloni ha, come prima cosa, confermato che il Patto di Stabilità è sospeso fino al 2022.

Il Patto di Stabilità (e le sue successive evoluzioni) rappresenta lo strumento che meglio esprime la disciplina di bilancio prevista dai trattati europei, imponendo un limite artificioso alla spesa pubblica che, per sua natura, penalizza le classi meno abbienti, quelle che maggiormente beneficiano dei servizi pubblici.

In altre parole, si restringe fortemente la possibilità per un Paese di ricorrere al debito pubblico, ossia a quello strumento di politica economica che consente di spendere risorse – per sostenere i redditi e lo stato sociale – senza dover mettere le mani in tasca ai lavoratori.

Quando è scoppiata l’emergenza sanitaria, l’Unione Europea ha deciso di ‘sospendere’ il Patto di Stabilità, attraverso l’attivazione della cosiddetta “clausola di salvaguardia”.

Sospendere il Patto di Stabilità significa che, per un certo periodo, l’Europa permette ai singoli Stati di non rispettare i parametri economici e finanziari (uno su tutti, il pareggio di bilancio), lasciando così la possibilità di sostenere l’economia tramite la leva della spesa pubblica in un momento di grave crisi. In altri termini, di fronte a questa emergenza gli Stati hanno potuto ‘spendere a debito’, al contrario di quanto invece non possono fare, in ossequio alle regole europee, in tempi normali.

Di nuovo, una semplice osservazione della realtà è più che sufficiente per capire come questa flessibilità concessa dalle istituzioni europee sia stata del tutto insufficiente per lenire le ferite della pandemia.

Ciò non impedisce però alla Commissione, per bocca di Gentiloni, di lanciare un monito severo: i tempi della flessibilità stanno per finire e il Patto di Stabilità tornerà in vigore dal 2023.

Contestualmente, la Commissione inizia già a mettere in guardia i Paesi che hanno un debito pubblico elevato, Italia in primis, ribadendo che occorre fin da ora rimettersi sui binari dell’austerità, evitando di programmare spese eccessive che, per l’appunto, possano compromettere l’obiettivo del pareggio nei prossimi anni.

Le parole sono inequivocabili: “bisogna fare attenzione alla spesa corrente e alle spese che possano costituire un peso permanente oltre l’orizzonte temporale del 2023. Dire che non bisogna ritirare il sostegno troppo presto non significa non tenere conto dei livelli di spesa corrente che possano costituire peso permanente”.

Passata la festa, gabbato lo santo. Il ritorno del Patto di stabilità e della disciplina di bilancio significa, infatti, che dovremo rinunciare a salari, pensioni, istruzione, sanità e stato sociale in misura sempre crescente, già a partire dal futuro immediato.

D’altronde, era già tutto scritto nel Recovery Fund

La disciplina di bilancio che ci aspetta, e che Gentiloni annuncia oggi, sarà peraltro peggiore di quella sperimentata in passato, per via dei particolari vincoli che il Recovery Fund porta con sé. Assistiamo, infatti, a un salto di qualità nella somministrazione dell’austerità. Tra le varie condizioni che i Paesi sono chiamati a rispettare per ricevere le tranche di aiuti europei c’è, infatti, l’impegno a correggere i ‘disavanzi eccessivi’.

Tra i regolamenti attuativi del Recovery viene specificato che “La Commissione presenta al Consiglio una proposta di sospensione totale o parziale degli impegni o dei pagamenti qualora il Consiglio, … decida che uno Stato membro non ha adottato misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo”.

Questo significa, oltre ogni ragionevole dubbio, che i soldi del Recovery Fund saranno concessi solo in cambio di misure di austerità, ovvero “misure efficaci per correggere il disavanzo eccessivo”, nel linguaggio che tanto piace ai tecnici.

Ricordiamoci che le risorse del Recovery Fund arriveranno nel corso di sei anni: non appena saremo fuori dalla fase emergenziale, verrà ripristinato in pieno il controllo dei conti pubblici. Ogni euro gentilmente concesso all’Italia ci impedirà di spenderne 10, 20, 100 in disavanzo necessari per affrontare seriamente la crisi.

È il ricatto della condizionalità: le istituzioni europee vincolano con i loro aiuti l’operato dei governi nazionali per realizzare un disegno politico, l’austerità, che mira ad abbattere anche gli ultimi residui di stato sociale presenti nel nostro Paese.

Nel frattempo, in Italia

Il Governo Draghi non ha perso tempo, dal giorno del suo insediamento, con un susseguirsi di misure antipopolari, culminate nel recente Decreto Semplificazioni. In questo quadro, il Recovery Fund e le condizioni capestro per accedervi rappresentano il rientro dalla porta principale del ‘ce lo chiede l’Europa’, per preparare una nuova stagione di misure draconiane di tagli e sacrifici.

Il governo Draghi è il veicolo a cui è demandata oggi l’attuazione di questo progetto politico, ma lo strumento più potente e a più lunga gittata è il Recovery Fund, la cui condizionalità ci lega mani e piedi e peserà ben oltre la fine della presente legislatura.

Se lasciamo fare al nemico, usciremo dalla pandemia più poveri, mentre pochi privilegiati avranno trovato la maniera di vedere aumentare i loro profitti anche nel pieno della tempesta.

Non resta allora che lavorare in una sola possibile direzione: quella della liberazione da ogni vincolo esterno che limiti l’intervento dello Stato nell’economia e della riappropriazione di tutti quegli strumenti necessari per promuovere gli interessi della stragrande maggioranza del Paese rappresentata dalle classi subalterne.

venerdì 28 maggio 2021

La semplificazione degli appalti da Conte a Draghi

 

Siamo ormai agli sgoccioli per il provvedimento che il governo dovrebbe adottare entro la fine di giugno per stabilizzare il nuovo Codice degli Appalti pubblici in sostituzione dello “Sblocca Cantieri” del 2019, che scadrà a fine anno.

La bozza di provvedimento partorita in questi giorni è stata inviata (in ritardo) all’UE per una sua approvazione, perché anche sulla normativa che dovrebbe garantire la trasparenza negli appalti pubblici italiani, non si muove foglia in Italia se Bruxelles non dà il suo consenso.

Quel che è certo è che alcuni punti sono stati messi in sicurezza prima di altri, in continuità o in peggioramento rispetto allo scorso DL Semplificazioni.

Tra questi, ciò che determinerà la morte del Codice degli Appalti è l’eliminazione di alcuni punti essenziali che garantivano (almeno in via teorica) la trasparenza e l’anticorruzione negli appalti pubblici: dall’adozione del “principio del silenzio-assenso” per velocizzare l’avvio delle opere alla semplificazione della procedura di valutazione ambientale, guidata da una “supercommissione” nazionale che centralizzerà le valutazioni.

Tutte cose peraltro già presenti nel “decreto semplificazioni” di Conte, ma che ora si incastrano in un modo ancora più scandaloso e criminale.

C’è poi il ritorno all’”appalto integrato”, ossia alla possibilità, per l’appaltatore, di aggiudicarsi il lavoro di progettazione ed esecuzione in un’unica volta e l’innalzamento delle soglie di gara, che consente l’”affidamento diretto” senza bando fino ai 139.000 euro di contratto (prima la soglia era 75.000).

Sarà inoltre necessario avviare la consultazione di “almeno 10 operatori” solo per le opere superiori a 1 milione di euro (prima era necessario per quelle oltre i 350.000 euro).

Tradotto in parole semplici, il monopolio degli affidamenti pubblici potrà avere le mani molto più libere di prima, mentre la concorrenza (al ribasso) sarà riservata solo ai grandi, quelli a cui si affideranno i milioni di euro per le grandi opere pubbliche.

C’è infine il ritorno al passato per quanto riguarda il subappalto, che nel vecchio “sblocca cantieri” era previsto fino a un massimo del 40% del valore complessivo del contratto, mentre in questa nuova bozza viene completamente sdoganato grazie all’assenza di una soglia massima.

Tutto ciò significherà favorire la corsa al massimo ribasso, favorendo lo sfruttamento della manodopera da un lato e l’abbassamento dei criteri di qualità e sicurezza dall’altro, senza contare gli appetiti della criminalità organizzata per ” i servizi a  contorno”, come il movimento terra.

Su questo punto persino i sindacati “complici” hanno per ora proclamato lo sciopero (significativamente solo dopo l’analoga iniziativa dell’Usb), allarmati da quanto queste misure incideranno soprattutto nelle condizioni di lavoro, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza nei cantieri, ma anche i tassi di sfruttamento a cui saranno soggetti i dipendenti delle stazioni subappaltartici.

Questo primo “decreto economico” del governo Draghi segna sicuramente un passo in avanti verso lo sviluppismo selvaggio, in un momento in cui paradossalmente si finge di ragionare molto sulla crescita sostenibile, in equilibrio con l’ambiente e con il territorio.

E numerosi passi indietro, però, dal punto di vista della trasparenza, ne tanto meno su quello della sostenibilità sociale.

martedì 27 aprile 2021

Il “piano” di Draghi non sembra proprio una “mandrakata”

 

Per analizzare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, presentato tre giorni fa dal ministro dell’Economia e delle Finanze al consiglio dei ministri, è bene non perdersi nelle slide e nei numeri (l’unica cosa che hanno letto i cronisti delle tv), per concentrarsi invece sulla “logica” e quindi sulle reazioni degli addetti ai lavori.

Archiviamo pure le evidenti forzature della Commissione Europea, a partire da Ursula von der Leyen, che nonostante abbia piazzato Mario Draghi al posto di comando ancora “non si fida degli italiani”, tanto da costringerlo a rinviare il previsto Cdm per un ultimo vis-a-vis con la Commissione.

Diamo infatti per assodato che quel Piano è stato prima vagliato e approvato a Bruxelles (con qualche riserva, evidentemente, e diverse tensioni), poi illustrato ai ministri rappresentati delle varie forze politiche della “coalizione” e infine, la prossima settimana, fatto apparire per un attimo davanti agli occhi dei parlamentari. Senza discussione che possa apportare qualche anche minima modifica.

Del resto, un mega-progetto di quelle dimensioni non può neanche essere pensato se bisogna stare a sentire i mille appetiti di una classe politica (e dirigente, imprenditori compresi) abituata al rito dell’”assalto alla diligenza”.

Se poi il “risultato” delle mille mediazioni deve combaciare con le prescrizioni dell’erogatore dei fondi (l’Unione Europea, con il voto favorevole di tutti e 27 i paesi membri), allora è evidente che quel Piano è meglio farlo discendere dall’alto e farlo approvare senza discussione. Per pura mancanza di alternative.

Insomma: “garantisce Draghi”, sia verso l’alto (i falchi diffidenti di Bruxelles) sia verso il basso (i famelici maneggioni delle consorterie parlamentari). A scatola chiusa.

Chiusa la premessa “politica”, vediamo un po’ il merito.

Un elemento chiave sono le “quattro riforme” che tutti nominano (giustizia, pubblica amministrazione, semplificazione e concorrenza) ma di cui nessuno sa indicare il contenuto.

L’unica di cui si abbia qualche anticipazione è quella della pubblica amministrazione, presentata in parte da Renato Brunetta. E fa orrore. L’unica cosa chiara è che il “posto fisso” da statale è diventato “appetibile” per i figli di buona famiglia. Viene infatti modificato il punteggio per i titoli di studio, penalizzando la laurea e super-premiando tutti i titoli post laurea (anche quelli finti, comprati nelle università online).

In pratica, chi avrà avuto i soldi per comprarsi qualche titolo (con o senza “fatica del concetto”) sarà automaticamente nei primi posti in graduatoria a qualsiasi concorso pubblico. Per quelli di famiglie povere, che magari si saranno sudati la laurea a forza di “lavoretti”, un calcio in culo…

Il resto sono le solite slide sulla “digitalizzazione”, di cui si parla da quasi un quarto di secolo (una volta c’era persino una authority apposita, l’Aipa, poi chiusa perché troppo seria e ben diretta da Guido Maria Rey).

Sulla giustizia civile nessuna indicazione, per ora, tranne appunto le chiacchiere sulla digitalizzazione. E’ chiaro che i tempi attuali delle cause civili (cause che riguardano società, patrimoni, fallimenti, ecc) sono inaccettabili in un paese serio e un handicap feroce per le attività economiche in genere. E dunque che questo sistema va “riformato”, e anche drasticamente.

Ma il come è decisivo. Una riforma che nelle cause premia i grandi soggetti (banche, multinazionali, finanza, ecc, che già dispongono degli avvocati migliori o più “in familiarità” con i giudici) può anche essere “veloce ed efficiente”, ma è chiaramente di segno opposto a una riforma che tuteli maggiormente i soggetti deboli (famiglie, singoli, piccole imprese, ecc).

Su concorrenza e “semplificazione” (do you remember il ministro Calderoli?) si sente tanfo di tecnocrazia europea, ma non si vede ancora nulla di concreto.

Poi ci sono le slide con i numeri e una marea di “obbiettivi”, “missioni”, “progetti”, ecc, in cui si perde chiunque non abbia una lunga esperienza ministeriale alle spalle.

Sarà probabilmente per questo che la bocciatura più solenne arriva ancora una volta da Guido Salerno Aletta (tra le altre cose ex vicesegretario generale di Palazzo Chigi) con un editoriale su Milano Finanza.

E’ una bocciatura politica per le modalità con cui il Pnnr è stato scritto e “approvato”. Tecnica perché non segue nessuna delle classificazioni previste dalla legge di contabilità per le spese statali”, “Ci si trova di fronte a una nuova matrice, articolata in sei «missioni», che non coincidono con nessuna delle 34 missioni adottate dalla legge di bilancio per il 2021”, ecc.

E’ infine una bocciatura totale per la “logica” del disegno:

Dalle slide sembra quasi che l’Italia sta stata trattata come una qualsiasi impresa in difficoltà, come un oggetto proprietario da ristrutturare, con il supporto di una società di consulenza che ancora non ne conosce le regole organizzative interne e che si limita a utilizzare i propri schemi di rappresentazione per rielaborare in modo apparentemente impeccabile gli scartafacci che la direzione aziendale ha via via ammonticchiato sulle scrivanie.

In altri termini, è un piano disegnato per imporre a questo paese una dinamica evolutiva che gli è in gran parte estranea, con seri rischi per “la parte più vitale” di ciò che resta del sistema produttivo italiano.

Non vorremmo che gli effetti della sospensione delle attività economiche a causa della pandemia finiscano per schiacciare questa fascia caratterizzante della società italiana, anziché aumentare la dimensione media delle aziende, mentre le grandi imprese non esprimono ancora la necessaria determinazione per agguantare le sfide. Nessun Piano nessuno Stato, nessun governo potrà mai sostituirsi alla realtà.

Ancora più secche sono una serie di domande possono esser poste sulle “conseguenze” dei piani di spesa previsti (e controllati) direttamente dal ministero dell’economia, ossia dallo stesso Draghi per il tramite di Franco.

Per esempio: quanto degli investimenti – acquisti di ogni genere di macchinari – sarà possibile coprire con produzioni “indigene”?

Prendiamo il caso della “digitalizzazione”: è facile prevedere che il grosso della spesa finirà in hardware e software esteri (cinesi i primi, statunitensi i secondi, in linea generale). E che dunque la maggiore velocità ed efficienza della pubblica amministrazione o della scuola, o persino di alcuni settori della sanità, potrà anche avere sul medio periodo “effetti benefici di sistema”, ma sarà ben poco utile per l’industria locale.

Stesso discorso, a grandi linee, si può fare per la “transizione ecologica”, con ben poche aziende italiane già pronte a soddisfare la domanda.

Fin qui ci eravamo concentrati sugli aspetti soprattutto finanziari e politici del Recovery Fund (condizionalità, aumento del debito e previsione di ritorno a breve alle politiche di austerità, ecc). Ma anche sul piano strettamente industriale, ad occhi esperti, questo Pnnr non sembra proprio una “mandrakata”.

mercoledì 31 marzo 2021

Il sapore amaro del “gusto del futuro

 

No, non siamo in guerra contro il Covid, come dice il nuovo capo della Protezione civile, forse affascinato dalla divisa del generale Figliuolo. Si sarebbe sperato fosse stato molto più preoccupato del disastro della campagna vaccinale, una vera propria disfatta, di quelle che la storia bellica e patriottarda ci ha abituato a mistificare.

Infatti, quello della chiamata alle armi contro il virus è un arnese retorico vecchio e arrugginito, che poco serve ormai per mascherare l’inefficienza di un sistema sanitario fatto a pezzi dai tagli alla spesa pubblica, dal massacro dei diritti del lavoro di medici e operatori sanitari, compreso l’esproprio del diritto alla Salute dei cittadini per regalarlo ai privati.

Ormai il trucco che serviva a far passare per “martirio” la strage dei malati, per “eroismo” il lavoro massacrante degli operatori sanitari pubblici, – al solo scopo ignobile di assolvere preventivamente le responsabilità politiche di chi ha per decenni sistematicamente sbriciolato lo Stato sociale – si è scoperto: i presidenti delle regioni, la cui famigerata riforma del Titolo V ha affidato la gestione della Sanità, meriterebbero un posto in prima fila sul banco degli imputati, e non degli impuniti, dietro cui cercano di nascondersi, facendosi scudo di chiacchiere, di polemiche, di cialtronate.

Non che non ci siano i nemici. Che altri non sono che quelli che hanno corroso, fino quasi a sbriciolarli, i pilastri del welfare: il Covid, come uno tsunami, ha semplicemente preso in pieno quel restava ancora in piedi della Sanità, dell’Istruzione, della Previdenza sociale.

Dunque, non è la guerra contro il Covid, che anzi sta facendo fare affari d’oro ai Big Pharma, ai colossi del web e dell’e-commerce, e alle banche che gestiranno gli “aiuti” previsti dal Next generation Ue.

È invece la lotta di classe al contrario – provocata con pervicacia dal neoliberismo – che, diventata una vera e propria guerra sociale, ha infierito sul corpo sociale, già indebolito dall’ultima drammatica crisi economica, provocando strage di medici, paramedici e malati, nuova disoccupazione, soprattutto femminile, e maggiore immiserimento generalizzato.

Tanto che la politica ha reso la democrazia ombra di sé stessa, che la debolezza progettuale si pavoneggia come forza, che la cupidigia del consenso è il mero disinteresse della vita delle persone, che la fellonia dei governi viene innalzata come la virtù più alta.

Stiamo convivendo con la barbarie. Le cosiddette transizioni sono state definite, dal capo del governo provvisorio, “il gusto del futuro”.

Il futuro per chi?

La transizione energetica e quella digitale, la cosiddetta green economy e la sostenibilità – vocabolo che, per altro, ormai è entrato nel gergo della comunicazione commerciale, dunque è stato retrocesso al rango di puro aggettivo pubblicitario – sono destinate a diventare, ancora un volta, tappe forzate di quella “distruzione creativa” con cui il capitalismo sa rigenerare sé stesso. Ovviamente, coi soldi pubblici per nuovi e più gustosi profitti privati.

Il Nex generation Eu è un piano finanziato con i soldi delle tasse dei cittadini europei. Che in Italia vuol dire che chi paga le tasse finanzierà le attività economiche – al netto della cronica evasione fiscale – di chi le paga poco, come le multinazionali “atlantiche’, e anche, per esempio, come le aziende italiane che hanno spostato le sedi fiscali dove fa loro più comodo, ma che saranno comunque destinatarie dei finanziamenti e dei benefici fiscali.

È il massimo della vita: pago (poco), pretendo (tutto).

Insomma, se fosse vero che quella al Covid è una guerra, per politici ciarlatani e imprenditori ingordi varrebbe il detto “finché c’è guerra c’è speranza” – come titolava un famoso film italiano.

Ecco che sapore ha il “gusto del futuro”.

venerdì 26 marzo 2021

Biden dice: “Prima gli americani”, e gli stolidi europei applaudono

 

Non c’è stato bisogno di leggere tra le righe. Biden intervenendo al Consiglio Europeo lo ha detto molto chiaramente. Prima vaccino gli americani, poi con il surplus di vaccini possono mandarvene un po’ in Europa. Insomma una fotografia della situazione che già conosciamo e senza alcuna concessione agli “alleati”.

Lo stesso Corriere della Sera è costretto ad ammettere che “finora l’amministrazione Biden ha seguito alla lettera il piano elaborato a gennaio: prima immunizziamo i nostri cittadini, poi doneremo il surplus agli altri”.

Quindi gli “alleati europei” dovranno cavarsela da soli con le multinazionali statunitensi del Big Pharma che aprono e chiudono a loro piacimento i rubinetti delle forniture vaccinali, mentre in Europa continua il tiro al piccione su AstraZeneca e ci si rifiuta di ricorrere ai vaccini già disponibili come lo Sputnik o quelli cinesi e cubani.

Per accelerare i tempi si potrebbero socializzare i brevetti, almeno di quelli finanziati con i soldi pubblici. Il governo Usa potrebbe far leva su Moderna, Johnson & Johnson e altre aziende, visto che ha finanziato interamente o quasi la sperimentazione dei vaccini. Ma questa rimane ancora una ipotesi del tutto teorica.

In compenso Biden ha riaperto i bandi di arruolamento per gli Stati europei nella “Guerra Ibrida” contro la Cina e la Russia. Nel Consiglio europeo Biden ha detto che “Usa e Ue devono essere uniti nella difesa dei valori condivisi per fronteggiare i regimi autoritari, su temi come i diritti umani e la cyber sicurezza”.

E i governanti e i giornalisti europei cosa hanno fatto? Hanno anche battuto le mani. Il ben addentrato giornale “Politico”, scrive che “Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è unito alla riunione dei leader dell’UE su invito del presidente del Consiglio Charles Michel e, almeno dagli screenshot che sono stati resi pubblici, c’erano un sacco di veri sorrisi attorno al tavolo della conferenza virtuale”.

Unica reazione degna di nota è stata quella di Angela Merkel la quale ha sottolineato che “Con gli Usa abbiamo valori di base comuni, questo è indiscutibile”, ma in Europa abbiamo anche i nostri interessi”. Il riferimento è alla costruzione del gasdotto Nordstream 2, osteggiato dagli Usa proprio per sabotare le relazioni energetiche tra Germania e Russia.

Per il resto assistiamo ancora a reazioni al discorso di Biden a cavallo tra la stupidità e il servilismo, un atteggiamento che impone di “girare il volto altrove” ogni volta che uno di essi ti compare davanti