giovedì 18 febbraio 2021

L’urlo dei borghesucci che rischiano l’eliminazione

 

L’incarico a Mario Draghi ha sparigliato le carte della politica italiana, costringendo tutti a un riposizionamento complicato e rapidissimo. L’idea di fondo era semplice e drastica: mettiamo un pezzo da novanta, capace di fare da interfaccia con tutti quei poteri sovranazionali che ci dettano la linea, e azzeriamo la vecchia classe politica, incapace di pensare prima di aprire bocca.

In fondo Draghi è uno dei principali “pensatori” del capitalismo multinazionale, in grado di essere ascoltato con attenzione e rispetto a Washington, Bruxelles e Berlino, mentre “i politici” da quelle parti sollevano soltanto sorrisetti di compatimento.

Per essere ancora più espliciti, facciamo una maggioranza “totale”, da cui teniamo fuori – con il loro consenso – soltanto i fascisti al seguito della Meloni e casomai Fratoianni senza più colleghi. L’”opposizione” formalmente resta, ma tutti i partiti “seri” stanno dentro il solco “europeista”, pro-austerità e a favore della ristrutturazione economico-sociale del Paese.

Il funzionamento del piano è però concretamente un po’ più complicato. Per quanto esclusi dai ministeri-chiave per la gestione del Recovery Fund, quei partiti inutili debbono comunque disegnarsi una ragion d’essere che tenga insieme il voto per Draghi e la differenza rispetto ai “colleghi”. E dunque sono obbligati ad usare i ministeri che hanno avuto come rampa di lancio per un protagonismo di secondo piano, su questioni ritenute a Palazzo Chigi “non essenziali”.

Il caso degli impianti invernali diventa “dirompente” – sui media di regime, non certo nella realtà del Paese – solo a causa di quella necessità di “distinguersi” pur stando in un governo di secondo livello, con zero possibilità decisionali.

Il problema è però che questo strepitio di cornacchie rischia – a breve termine – di far percepire questo esecutivo come “il solito” governo da trent’anni a questa parte.

E dunque pone l’”angosciante quesito” se Draghi faccia bene a tacere o se non sarebbe meglio una sua “precisazione” su quello o altri problemi che già si vano delineando. Se, per dare consigli di comunicazione a Draghi, sono arrivati a scomodare persino Casalino (sfruttando la sua ansia di promuovere un “libro di memorie”), si vede che il problema dev’essere davvero “grave”. Cioè risibile.

Delle istituzioni serie si usa dire che “parlano attraverso gli atti”, ossia che il loro pensiero va derivato dalle decisioni che prendono. Al massimo, visto che siamo nella società della comunicazione, si possono fare delle conferenze stampa di accompagnamento delle decisioni, in cui sgomberare il campo dagli equivoci (pochi) e dalle incomprensioni (molte, stante il basso livello del giornalista medio). Ma prima si lavora, poi si parla.

Dunque Draghi parlerà intanto domani e giovedì, ripetendo due volte il discorso con cui chiederà al Parlamento la fiducia. Le indiscrezioni del mainstream più “draghista” (Repubblica e Corriere, naturalmente) danno per assodato un discorso “breve”.

Giustamente, più vengono tenute coperte le carte, meno problemi si sollevano. In fondo, quali “riforme” andranno messe in cantiere, e che di tipo, secondo quanto “ci chiede l’Europa” anche con le condizionalità del Recovery Fund, sono note a tutto il circuito mediatico e partitico. Meglio dare soltanto “i titoli”, senza dilungarsi nei dettagli. Perché tanto l’approvazione parlamentare, su quei temi, va data ormai a scatola chiusa. In quella materia, questi ridicoli partitucoli, non possono e debbono dire più niente.

Tacendo e facendo, insomma, Draghi e la sua squad di tecnici evitano di diventare come gli altri componenti dell’esecutivo, avanzi di nomenklatura riesumata col manuale Cencelli.

Questo però non cancella i rischi. Dal punto di vista della “comunicazione oggettiva”, ministri che si randellano reciprocamente in pubblico – nello stile da osteria abituale da quelle parti – finiscono per restituire l’idea che non molto sia cambiato rispetto a prima di Draghi.

I “risultati” delle decisioni strategiche si vedranno a lungo termine – non certo da qui all’estate – e con tutta probabilità saranno alquanto impopolari; mentre su tutte le questioni immediate, come la gestione della pandemia e la campagna vaccinale, il caos resta la cifra fondamentale.

Ma se il “protagonismo elettorale” dei partitucoli dovesse prendere il sopravvento – e con le amministrative nelle prime cinque città italiane non è affatto da escludere – diventerà poi alquanto difficile far risaltare “i risultati” ascrivibili allo stesso Draghi.

E si potrebbe arrivare a capire che “gestire i mercati”, fondati su attese razionali di profitto, è più semplice che controllare le dinamiche e gli interessi sparsi di un Paese senza più baricentro.

Non va infatti dimenticato che quegli orrendi partitucoli – tutti, dal Pd alla Lega, dai Cinque Stelle ai berluscones (chi l’avrebbe mai detto, al governo insieme) – rappresentano frazioni diverse della borghesia “nazionale”, quelle senza proiezione e visione internazionale.

Quelle che hanno fin qui annacquato le scelte miranti alla “ristrutturazione” economico-sociale, spezzettandosi e ricomponendosi cento volte in diverse configurazioni politiche. Alcune di quelle frazioni, nella ristrutturazione, dovranno essere semi-eliminate. E lo sanno. E urlano “fate fuori lui, non me!“.

O pensate che quella prevalenza di “settentrionali” nel governo sia soltanto un caso curioso?

giovedì 11 febbraio 2021

Un arco incostituzionale per Draghi. I rischi del pensiero unico in economia

 

Con il Governo dell’economista Mario Draghi, l’Italia è definitivamente entrata nella fase di completa cessione della sovranità popolare e nazionale, proseguendo la lunga fase di controllo commissariale da parte delle potenze forti dell’Unione Europea nell’interesse della borghesia transnazionale, quale anima pulsante del polo imperialista europeo.

Ciò avviene in nome della prevalenza della scienza economica intesa come scienza del modo di produzione capitalistico orientato al profitto e allo sviluppo compatibile solo con le esigenze di fare impresa nel mercato dei capitali, senza dare alcuna risposta positiva ai pressanti problemi dell’economia: sviluppo qualitativo in grado di soddisfare i bisogni dei lavoratori, degli sfruttati, dei disoccupati, dei migranti.

Se l’insieme delle forze politiche parlamentari che daranno vita al governo Draghi, creando di fatto un arco di forze “incostituzionali” in quanto non rispettano i dettami della Costituzione italiana, si presentano come forze di speranza e di ripresa economica, noi economisti dobbiamo chiederci come intendono realizzare l’applicazione di una scienza economica e sociale del pensiero unico: cioè un potere assoluto di “macelleria sociale”.

Lo sviluppo di strumenti e metodologie, quantitative e qualitative, è stato uno dei punti di forza della scienza economica; e sin dalla sua creazione nel 19° secolo.

Una delle direzioni dei dibattiti storici è stata quella di rifiutare o accettare la neutralità della valutazione degli strumenti convenzionali della macro e microeconomia e di altre aree della scienza economica; Inoltre, si è discusso se questi strumenti potessero essere l’unico modo oggettivo per ottenere risultati veramente scientifici nella ricerca economica.

Le scienze economiche sono un fenomeno relativamente recente, almeno rispetto ad altre discipline scientifiche, ma sono riuscite ad affermarsi come il principale strumento di misurazione della realtà sociale e come mezzo fondamentale di controllo e gestione della società stessa.

La rivendicazione scientifica di questa disciplina, in senso lato come politica economica internazionale, è, rigorosamente e indiscutibilmente, una questione politica, l’impianto di una visione ideologica. Oggi, più che mai, possiamo vederlo: il fallimento del modello dominante neoliberista e capitalista, in generale, è davanti agli occhi di tutti, evidenziandone la gravità.

Un modello economico-culturale che avrebbe dovuto garantire la prosperità generale e il miglioramento delle condizioni di vita ha generato il contrario, una crisi globale, una crisi di civiltà.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare in vari lavori, il ciclo economico in cui ci troviamo è iniziato più di quarant’anni fa, quando la crisi della sovrapproduzione ha dato luogo ad una grande e ancora irrisolta crisi dell’accumulazione capitalistica. Fino ad oggi, solo grazie all’analisi di Marx è possibile comprendere e valutare criticamente il funzionamento e le contraddizioni del sistema capitalista e, quindi, del suo modo di produzione.

È chiaro che l’economia politica marxista (o meglio la critica dell’economia politica) è scienza e ideologia critica allo stesso tempo. La critica non può avere per oggetto la trasformazione della scienza in potere assoluto; per Marx, la critica del pensiero che lo ha preceduto ha portato a un pensiero di sintesi.

Da questo punto di vista, tali bisogni non hanno alcun giudizio di valore soggettivo, poiché sono le condizioni soggettive da cui derivano i giudizi di valore, l’ideologia e le dottrine politiche.

Ci sono stati molti tentativi di separare gli elementi puramente oggettivi dell’economia da quelli che implicano un giudizio di valore. Siamo d’accordo che, ai fini della teoria e dell’analisi, i due sono inestricabilmente legati. Come accennato in precedenza, una delle caratteristiche della scienza della modernità è la creazione di rappresentazioni idealizzate della realtà che possono portare a concetti non empirici, cioè non realizzabili nella realtà.

Il fatto che il criterio di ricerca del modello assuma un giudizio di valore negli studi economici non significa che il processo di ricerca ei suoi risultati non siano scientifici, ma l’uso dell’economia pura non dovrebbe essere al di fuori della soluzione immediata e dell’interesse totale dei lavoratori, disoccupati, migranti e tutti gli sfruttati. L’essenza degli studi sull’economia politica è capire cosa c’è dietro questi modelli economici, rivelando i veri rapporti sociali di produzione.

Infine, è importante sottolineare che l’area di vera e conflittuale opposizione al Governo Draghi, da tredici anni proponiamo un progetto Euro-Mediterraneo, l’ALBA che porta al distacco del soffocamento dell’euro, dei banchieri, del debito, della speculazione, per creare uno spazio per i popoli del Mediterraneo che guardi all’ALBA latinoamericana, sia in una prospettiva socialista di transizione, sia in un’economia.

Con la costituzione di una propria banca, con una propria moneta, con una solidarietà e una cooperazione basata non su vantaggi comparativi e assoluti, ma su vantaggi complementari tra i diversi paesi. Questa idea è ora all’ordine del giorno non solo in Italia ma anche in Spagna, Francia e Portogallo.

Alba, quindi, per una futura umanità che non debba più essere sottoposta al Governo dell’economia che domina la realtà politica degli interessi degli sfruttati che, con le forze politiche e sindacali di classe, si oppongono al Governo Draghi, combattere la barbarie e l’oppressione dell’imperialismo e del liberalismo.

mercoledì 10 febbraio 2021

“Cosa farà Draghi?” L’ha già spiegato, basta leggere

 

Ogni giorno ha la sua pena, anche nel lavoro giornalistico. Quella di oggi è districarsi nel reticolo delle infinite supposizioni su “cosa farà Draghi”. Come avvertiva ieri il nostro giornale, il modo migliore di non capirci nulla è cercare di indovinare seguendo il chiacchiericcio dei talk show, da 30 esperti di gossip politico ma a digiuno dei fondamentali. Sia della politica che dell’economia.

I titoli di oggi, sui quotidiani mainstream, rendono bene l’idea. Il Corriere della Sera prova a fare la sua anticipazione, garantendo di avere “fonti” ben addentro al giro di consultazioni (banalmente: le delegazioni entrate ieri e qualche portavoce in vena di “narrazioni”): “Draghi, i cinque punti per il rilancio”.

Quelli di Fiat-Repubblica, che lavorano esattamente nello stesso modo, fa una sintesi numerica diversa: “Draghi, subito tre riforme per rispondere all’Europa”. Si vede che a Molinari sta a cuore ricordare la dipendenza assoluta di questo esecutivo da Bruxelles. Non a torto, del resto…

L’altrettanto Fiat-La Stampa riduce a soltanto due i nodi centrali, “Istruzione e fisco, l’agenda Draghi”.

Il Giornale è sulla stessa linea, con un più sobrio “Il piano di Draghi”. Mentre l’altrettanto destrorso Libero prova a interpretare l’oggi con gli occhiali di ieri, o di “ricondurre l’ignoto al noto”, buttandola sull’orgia politica cui sono abituati gli italici: “Draghi assediato dai postulanti. Vince chi leccherà di più”.

Un po’ più furbo, almeno, Il Foglio, che avverte come stia cambiando lo scenario; “Lo show di un reset chiamato Draghi”. Un reset, un ricominciare da capo, da altre basi.

Il cul de sac grillino è ben sintetizzato infine da Il Fatto Quotidiano, che già piange per la constatazione che le manette non saranno più il criterio base per definire bene e male: “Torni la prescrizione, aboliamo Bonafede”. Che è forse l’unica buona notizia della nuova era…

La domanda “cosa farà Draghi”, nel concreto, resta come si vede inevasa. O perlomeno la risposta viene annegata in qualche dettaglio, senza respiro e senza visione. Come del resto sono da sempre la piccola classe politica italiana e l’ancor più infima “classe giornalistica” che l’accompagna ogni giorno.

Per questo, alla fine di questo articolo, vi proponiamo la traduzione dell’intervista data da Mario Draghi al ben più serio Financial Times quasi un anno fa (il 25 marzo). In quel momento “il monarca” che dovrà governarci per i prossimi otto anni – salvo sorprese di cui la Storia è sempre ricca – era un privato cittadino, ed espone “quel che va fatto” in tutta Europa (di conseguenza, anche in Italia, con le dovute differenze).

Come si può leggere da soli, è un programma molto impegnativo e sicuramente al di sopra del livello del dibattito nelle redazioni italiche.

Non è un programma classicamente “lacrime e sangue”, come magari in quei giorni passava per la testa al “collega” Jens Weidmann, alla guida della Bundebank tedesca.

La logica è molto più selettiva. Ciò che è morto – settori produttivi, imprese zombie, e lavoratori al seguito – va abbandonato a se stesso. Ma va soprattutto fatto “debito pubblico buono” per sostenere le imprese dei settori innovativi. Che hanno il pregio di assicurare sviluppo e ottimi profitti, anche se con il difetto di occupare relativamente poco personale.

Non manca la preoccupazione per la coesione sociale, perché ci si rende conto che masse sterminate di disoccupati – specie in paesi come l’Italia, con importanti “imprese illegali” come mafia, camorra, ‘ndrangheta – possono diventare un problema difficile da gestire.

Per quello, come detto in altre occasioni, secondo lui si deve andare – dunque si andrà, una volta varato l’esecutivo – verso il “modello tedesco”, quello disegnato dalle leggi Hartz IV. Niente sussidi, ma “piccolo salario” per mini-job da accettare obbligatoriamente. Pena la fame assoluta.

Ma sarebbe riduttivo comunque anche limitarsi a indicare il prossimo governo Draghi come una tecnocrazia che farà gli interessi delle imprese (non tutte, come detto) e precarizzerà ulteriormente il mercato del lavoro.

L’ex presidente della Bce ha dimostrato diverse volte di essere in grado di tirar fuori diversi conigli dal suo cappello (primo fra tutti il quantitative easing che “ha salvato l’euro”, alla faccia dell’opposizione di Weidmann e Schaeuble), e quindi è salutare attendersi qualche “sorpresa”. Abbiamo a che fare con un “pragmatico”, non con un ideologo…

Quello che proprio non bisogna attendersi è “qualcosa di keynesiano”. Ossia delle politiche di sostegno alla domanda, che implicano una capacità di spesa – e dunque reddito disponibile – per le classi popolari.

La logica strategica che Draghi descrive nella sua intervista a FT, infatti, è una logica di ristrutturazione del modello produttivo e sociale su scala europea. La parte che toccherà all’Italia, e alle sue varie classi, è stata pensata in quel quadro.

E’ un progetto strategico che cala dall’alto, che cerca ovviamente “complici” a livello nazionale (sia tra le imprese che nella “politica”), ma che non è “mediabile”. Ciò che resta dei partiti dopo il loro definitivo fallimento nel corrispondere a quel compito non è in condizioni di “contrattare” nulla. Perché l’unica alternativa che potrebbero opporre – far fallire il governo Draghi, facendogli mancare la maggioranza pressoché unanime del Parlamento – sarebbe una catastrofe organizzata dai “mercati”: spread a 600 punti in pochi giorni, fuga di capitali, sanzioni da Bruxelles, impossibilità di finanziarsi, ecc.

Per capire ancora meglio la qualità e la dimensione del “quadro strategico” cui Draghi & co. vanno collaborando è bene riguardarsi un’altra intervista, quella al ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, che definisce l’insieme come un progetto di Impero europeo.

Sembra scontato – ma non lo è per chi si abbevera ai talk show – che la “provincia italiana”, per quanto indispensabile, viste le dimensioni economiche, di know how e di popolazione, non sarà il “cuore pensate” dell’Impero in costruzione. E neanche lo sarà per i suoi “sudditi”.

Anche questo lo spiega chiaramente un economista “non ortodosso” di alto livello come Yanis Varoufakis, che con Draghi ha incorociato più volte il ferro nei pochi mesi incui è stato ministro dell’economia per la Grecia. In un’intervista a Radio Popolare (un’emittente ormai di “area Pd”) ha probabilmente shokkato la redazione con giudizi assai poco lusinghieri sul nuovo premier.

“Draghi è al servizio dell’ordine finanziario, penso che ogni democratico in Italia debba opporsi al suo governo”. Un giudizio fondato su atti, non una critica ideologia, perché “Ricordo bene quando Draghi (all’epoca presidente della Bce, ndr) fu decisivo nella chiusura dei bancomat in Grecia, così da impedire che il popolo greco decidesse liberamente nel referendum in cui si decideva la posizione da tenere nei confronti di Bruxelles”.

Varoufakis riconosce che è “tecnicamente molto capace”, pronto ad adattarsi alle circostanze avverse: “ha mostrato grandi capacità di capire cosa va bene e cosa no nella logica del servizio all’ordine finanziario e all’establishment”.

Ma proprio per questo “è il premier ideale per l’Italia, se quello che voi veramente volete è implementare le politiche di Bruxelles e Berlino”.

Non confortante neanche il suo giudizio sul Recovery Fund, agiograficamente descritto dai media come un nuovo “piano Marshall”: “Non è altro che un pacchetto di debiti”, finalizzati a finanziare quella maxi-ristrutturazione continentale di cui sopra.

In sintesi, “Indubbiamente Draghi è intelligente e molto competente, molto bravo a raggiungere i suoi obiettivi. La grande tragedia del popolo italiano è che i suoi obiettivi sono nemici degli interessi della grande maggioranza degli italiani”.

E “la grande maggioranza” di un popolo, com’è noto, è fatta di lavoratori, pensionati, disoccupati, precari, studenti, ecc.

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“Siamo in guerra contro il coronavirus, dobbiamo agire di conseguenza”

25 marzo 2020

La pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Oggi molti temono per la loro vita o piangono i loro cari scomparsi. Le misure varate dai governi per impedire il collasso delle strutture sanitarie sono state coraggiose e necessarie, e meritano tutto il nostro sostegno.

Ma queste azioni sono accompagnate da un costo economico elevatissimo, e inevitabile. E se molti temono la perdita della vita, molti di più dovranno affrontare la perdita dei mezzi di sostentamento.

L’economia lancia segnali preoccupanti giorno dopo giorno. Le aziende di ogni settore devono far fronte alla perdita di introiti, e molte di esse stanno già riducendo la loro operatività e licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

La sfida che ci si pone davanti è come intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura, resa ancor più grave da un’infinità di fallimenti che causeranno danni irreversibili.

È ormai chiaro che la nostra reazione porterà un ulteriore aumento importante del debito pubblico.

La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato, e l’indebitamento necessario per colmare il divario, dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello Stato e quindi dai cittadini .

Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

Il ruolo appropriato dello Stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire.

Tutti gli stati hanno fatto ricorso a questa strategia nell’affrontare le emergenze nazionali. Le guerre, il più significativo precedente della crisi in atto, si finanziavano attingendo al debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e in Germania solo una quota fra il 6 e il 15% delle spese militari in termini reali fu finanziata dalle tasse, mentre nell’Impero austro-ungarico, in Russia e in Francia, i costi correnti del conflitto non furono finanziati affatto dalle entrate fiscali.

Ma inevitabilmente, in tutti i paesi, la base fiscale venne drammaticamente indebolita dai danni provocati dalla guerra e dall’arruolamento. Oggi, ciò è causato dalle sofferenze umane per la pandemia e dalla chiusura forzosa delle attività economiche.

La questione chiave non è il se, ma come lo Stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio. La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro.

Se non agiremo in questo senso, usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende riusciranno a fatica a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto.

Il sostegno all’occupazione e alla disoccupazione e il posticipo delle imposte rappresentano passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi. Ma per proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un periodo di grave perdita di reddito è indispensabile introdurre un sostegno immediato alla liquidità.

Questo è essenziale per consentire a tutte le aziende di coprire i loro costi operativi durante la crisi, che si tratti di multinazionali o di piccole e medie imprese, oppure di imprenditori autonomi.

Molti governi hanno già introdotto misure idonee a incanalare la liquidità verso le aziende in difficoltà. Tuttavia, si rende necessario un approccio su scala assai più vasta.

Pur disponendo i diversi paesi europei di strutture industriali e finanziarie proprie, l’unica strada efficace per raggiungere ogni piega dell’economia è quella di mobilitare in ogni modo l’intero sistema finanziario:

il mercato obbligazionario, soprattutto per le società finanziarie più grandi, e per tutti gli altri le reti bancarie, e in alcuni paesi anche il sistema postale. Ma questo intervento va fatto immediatamente, evitando le lungaggini burocratiche. Le banche, in particolare, raggiungono ogni angolo del sistema economico e sono in grado di creare liquidità all’istante, concedendo scoperti oppure agevolando le aperture di credito.

Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende disponibili a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sotto forma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi.

Regolamenti e normative collaterali non dovranno ostacolare in nessun modo la creazione delle opportunità necessarie a questo scopo nei bilanci bancari. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrà essere calcolato sul rischio creditizio dell’azienda che le riceve, ma dovrà essere pari a zero, a prescindere dal costo del finanziamento del governo che le emette.“<span style=”font-family: Liberation Serif, serif;”><span style=”font-size: large;”><b>

Le aziende, dal canto loro, non preleveranno questa liquidità di sostegno semplicemente perché i prestiti sono a buon mercato. In alcuni casi, pensiamo alle aziende con ordini inevasi, le perdite potrebbero essere recuperabili e a quel punto le aziende saranno in grado di ripianare i debiti. In altri settori, questo probabilmente non sarà possibile.

Tali aziende forse saranno in grado di assorbire la crisi per un breve periodo di tempo e indebitarsi ulteriormente per mantenere salvi i posti di lavoro. Tuttavia, le perdite accumulate potrebbero mettere a repentaglio la loro capacità di successivi investimenti. E se la pandemia e la chiusura delle attività economiche dovessero protrarsi, queste aziende resterebbero attive, realisticamente, solo se i debiti contratti per mantenere i livelli occupazionali durante quel periodo verranno alla fine cancellati.

O i governi risarciranno i debitori per le spese sostenute, oppure questi debitori falliranno, e la garanzia verrà onorata dal governo. Se si riuscirà a contenere il “rischio morale”, la prima soluzione è quella migliore per l’economia. La seconda appare meno onerosa per i conti dello stato.

In entrambi i casi, tuttavia, il governo sarà costretto ad assorbire una larga quota della perdita di reddito causato dalla chiusura delle attività economiche, se si vorrà proteggere occupazione e capacità produttiva.

I livelli di debito pubblico dovranno essere incrementati.

Ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva, e pertanto della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la fiducia nel governo.

Dobbiamo inoltre ricordare che in base ai tassi di interesse presenti e probabilmente futuri, l’aumento previsto del debito pubblico non andrà a sommarsi ai suoi costi di gestione.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo shock fuori del comune, in quanto dispone di una struttura finanziaria capillare, capace di convogliare finanziamenti verso ogni angolo dell’economia, a seconda delle necessità.

L’Europa dispone inoltre di un forte settore pubblico, in grado di coordinare una rapida risposta a livello normativo e la rapidità sarà assolutamente cruciale per garantire l’efficacia delle sue azioni.

Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra. Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento.

La velocità del tracollo dei bilanci delle aziende private, provocate da una chiusura economica al contempo doverosa e inevitabile, dovrà essere contrastata con pari celerità dal dispiegamento degli interventi del governo, dalla mobilitazione delle banche e, in quanto europei, dal sostegno reciproco per quella che è innegabilmente una causa comune.

giovedì 21 gennaio 2021

Il governo Conte porta a casa la pelle

 

Che l’esito sarebbe stato la prosecuzione del governo di Giuseppe Conte era leggibile più nella perdita di sicumera dei suoi numerosi e trasversali detrattori che nella convinzione dei suoi alleati.

I 156 voti a favore dell’esecutivo in carica consentono di procedere anche se in mezzo a parecchie incertezze e rischi di incidenti di percorso. Ma per ora Conte ha portato a casa la pelle.

Su questo esito hanno pesato diversi fattori e non tutti guidati da nobili ideali. Da un lato la crescente ostilità a procedere in un salto nel buio facendo saltare “l’usato sicuro” in cambio di scenari tutto da costruire in un momento di emergenza totale per il paese.

Se poi sullo sfondo ci sono molte decine di miliardi da gestire nei prossimi mesi, si comprende che buttare la torta per terra ancora prima di dividerla, non era una ipotesi alla quale guardare con animosità.

Dall’altro i momenti come questi sono magici per peones e parlamentari senza identità definite, che possono mantenere il loro scranno ancora per molti mesi e contemporaneamente assumere la statura di “responsabili”.

Giuseppe Conte ha confermato così di essere veramente un “coniglio mannaro” (definizione coniata per un boss democristiano come Forlani, ma di straordinaria efficacia anche oggi). La sua replica finale al dibattito del Senato è iniziata volando basso sulla lista della spesa fatta e quella da fare.

Ma poi ha lasciato trapelare il patto di legislatura e il rinforzamento della squadra di governo (dove ci sono due posti da ministro e uno da sottosegretario da mettere a disposizione). Infine ha definito chiaramente l’europeismo e l’euroatlantismo come perimetro nel quale riconoscersi.

Definendo se stesso come “capitano di una squadra” e rivendicando onore e disciplina nel sedere sugli scranni istituzionali, Conte si è confermato un personaggio politico modesto nei modi e nei toni ma di estrema spregiudicatezza. In meno di due anni ha asfaltato ben due Matteo, un nome che ormai sta diventando un coefficiente della stupidità politica: l’improbabile e indecente Salvini e il fratello-coltello di mestiere Renzi.

Conte ha dunque portato a casa la pelle. Lo ha fatto con molte piroette – passando dall’europeismo critico a quello convinto, dalle relazioni speciali con gli Usa all’apertura alla Cina, dal testa a testa sul lockdown con la Confindustria alla cooptazione delle parti sociali nella gestione del Recovery Fund. Un modo di procedere articolato e fondato sulla moral suasion e mai di rottura, ma che ha portato Conte a disegnarsi addosso un vestito da uomo della provvidenza che in molti vorrebbero strappargli per infilarlo sulle spalle di personaggi come Draghi o Cottarelli.

Quando però si arriva alla resa dei conti (estate 2019 e inverno 2021),  il coniglio mannaro ha azzannato senza fare prigionieri e sostituendo gli alleati con nuovi compagni di ventura.

Decrittare il progetto politico di Conte, i suoi alleati strutturali, gli interessi prioritari che persegue non è ancora semplicissimo.

Per molti aspetti è un populista che quando serve si rivolge direttamente al popolo piuttosto che al circo della politica, che se ne impipa degli editoriali e dei commenti al vetriolo di una stampa ostile, cialtrona esattamente come la classe politica (la gran parte di entrambe le categorie).

Passata la strettoia della seconda crisi di governo del suo mandato, adesso si trova a gestire una immensa torta di finanziamenti con cui provare a ridisegnare poteri e interessi materiali nel paese.

I più ingenui sperano ancora nel trickle down (lo sgocciolamento in basso di qualche briciola), i più agguerriti a metterci le mani sopra. Ma sono proprio questi che dovranno trovare la mediazione con Giuseppe Conte e la sua corte di manager, giuristi, generali dei servizi segreti e cardinali.

Per la nostra gente – lavoratori, disoccupati, ceti medi impoveriti dalla recessione prima e dall’emergenza Covid poi – saranno mesi e anni senza paracadute se non quello della resistenza collettiva e del riconoscimento di interessi comuni da gettare nella mischia, senza illudersi su governi amici.

lunedì 11 gennaio 2021

La vittoria di Pirro dell’establishment

 

Molti “democratici”, e anche qualche debole mente della “compagneria”, hanno tirato un sospiro di sollievo vedendo tornare in sella l’establishment statunitense dopo la squinternata parentesi di Trump. La sortita estrema di questo pagliaccio e della sua orda, troppo stracciona per poter trionfare davvero, facilita del resto la sensazione di averla scampata bella…

Come cerchiamo di far notare, però, fin da quando quel truffatore è stato eletto, il problema sta nel capire com’è stato possibile che al vertice politico della superpotenza egemone sia potuto arrivare un catorcio del genere.

Non stiamo parlando dello sperduto comune marginale in cui un’oscura manovra semi-malavitosa ti sforna un sindaco inattendibile… Siamo nel cuore del potere politico dell’impero, cavolo!

Questa che dovrebbe essere una facile constatazione si perde, invece, nelle cronache e nei commenti sollevati; della serie “chissenefrega, andiamo avanti come prima e va bene così”.

La domanda inevitabile, posta persino da una non-povera come Jane Fonda, è però: “come si viveva prima è il problema che ci ha portati a questo punto”. Ossia: a chi andava bene prima e come si fa ad andare avanti così.

Ci fosse davanti una fase di crescita gloriosa della ricchezza, o anche una scoperta di quelle che cambia la società e la sua vita, si potrebbe forse fare. Ma purtroppo c’è una crisi da cui nessuno sa come uscire (da 13 anni!) e una pandemia fuori controllo soltanto qui, nell’Occidente cosiddetto “avanzato” (c’è un doppio o triplo senso, lo ammetto).

Come spiega ancora una volta Guido Salerno Aletta, in un editoriale per Teleborsa, “Il problema vero è che non si può tornare indietro: la crisi dell’America, che è quella dell’Occidente e delle democrazie rappresentative travolte dalla Globalizzazione, è inarrestabile.”

Tutte le manifestazioni dell’estrema destra in Occidente, malamente definite “sovranismo”, segnalano un gorgoglio dal fondo delle società occidentali provocato dal precipitare delle condizioni di vita. A partire dal “baricentro sociale” della stabilità politica in ogni paese dell’area: il ceto medio. O meglio, quella abnorme estensione del concetto che ha finito per includere anche i normali – numericamente in diminuzione – lavoratori dipendenti con contratto stabile e salario “normale”.

Sotto e sopra di questi c’è la precarietà galoppante, la disoccupazione cronica (gli “inattivi”, ormai stabilmente sopra i 100 milioni negli Usa) oppure la piccola e media impresa che non regge né la concorrenza né gli inevitabili lockdown.

La risposa data a questo malessere montante, ovunque in Occidente, è decisamente classista e sprezzante sul piano mediatico (“bifolchi”, “lumpen” o addirittura “proletari”, in un post attribuito a Giorgio Gori, che molti sperano fasullo). Mentre sul piano istituzionale è stato un semplice “torniamo alla normalità”.

Quella che, appunto, era “il problema”.

Alcune notizie forse possono aiutare l’analisi anche degli increduli. Joe Biden, è noto, sta formando la sua squadra di governo. Al di là degli scontati giochi di immagine (alcune donne e minoranze etniche per “dare la guazza” ai media e alla sinistra liberal), nei ruoli decisivi vengono messi personaggi come Micheal Pyle, indicato per l’incarico di capo economista del team della vice presidente Kamala Harris.

Pyle, ancora in queste ore, è responsabile delle strategie globali di investimento di Blackrock, il fondo di investimento più grande al mondo con asset gestiti per 7mila miliardi di dollari (4 volte il Pil italiano…) e partecipazioni in quasi tutte le multinazionali finanziarie o industriali del mondo. Un boss di primo piano della finanza globale.

Non basta. Come consigliere economico personale di Biden verrà preso Brian Deese, ex responsabile degli investimenti sostenibili della stessa Blacrock. Ci si può aspettare una “forte spinta” per una versione molto finance friendly della green economy; più chiacchiere e giochi speculativi che modifiche effettive al modello industriale. In fondo c’era già con Obama (un classico esempio delle “porte girevoli” esistenti tra affari privati e ruoli pubblici, a turno), e non è che abbia lasciato un segno diverso.

Una coincidenza, dirà qualcuno. Non proprio… Il ruolo più importante lo andrà a ricoprire Wally Adeyemo, ex responsabile dello staff di… Blackrock, che diventerà vice segretario al Tesoro, con una delega per i temi di regolamentazione finanziaria. Un vero fustigatore della speculazione, quasi un “comunista anti-ricchi”, non credete?

E anche la stessa Janet Yellen, prossima segretario al Tesoro, ex presidente della banca centrale Usa (la Federal Reserve), sembra molto popolare presso multinazionali e grandi banche (ha ricevuto in questi anni compensi dall’hedge fund Citadel, da Citibank, Ubs, Goldman Sachs, Barclays, Credit Suisse, Google…).

L’intenzione del vecchio establishment – che comprendeva anche tutti i repubblicani, prima di Trump, ma anche ora è lì ben rappresentato – è trasparente: “ricominciamooo” (Pappalardo style).

Dal loro punto di vista – quello del capitale finanziario multinazionale – la partita più interessante si gioca ad Oriente, non in casa. La scommessa su cui sono concentrati è la gestione del risparmio cinese – enorme, visto l’arricchimento rapido degli ultimi 30 anni – su cui vorrebbero mettere le mani.

Pechino ovviamente lo sa, e può giocare con quel miraggio come con l’esca sull’amo. Visto com’è andata finora, è escluso infatti che possano “regalare” senza contropartite qualcosa che può molto più efficacemente essere investito in economia reale.

La prospettiva Usa (ed europea), in tal senso, non ha grandi margini di manovra, visto il cul de sac in cui si è infilata con le proprie scelte.

“Il dramma dell’America – segnala sempre Salerno Aletta – rimane sotto gli occhi di tutti: da una parte è deprivata dell’industria, si ingozza di merci importate, compete in agricoltura con i Paesi più poveri del mondo, accumula debiti immensi verso il resto del mondo; dall’altra, un pugno di multinazionali svettano con quotazioni stellari e distribuiscono sontuosi dividendi.

Con queste premesse non è difficile prevedere il prossimo futuro. “E’ come una pentola messa sul fuoco, a cui si mette sopra un coperchio: prima a poi scoppia.”

Il che rimanda appunto all’impossibilità di tornare in modo indolore alla “globalizzazione”. Che ha avuto, tra gli altri, un effetto decisivo: la spinta a far convergere i salari del mondo verso una media. Bassa, ci mancherebbe…

Ovvio che chi stava ai piani alti di quella scala (dipendenti statunitensi ed europei) ha visto bloccate o ridotte le retribuzioni reali da 30 anni a questa parte. Mentre quelli dei Paesi emergenti, Cina in primis, li hanno visti crescere molto velocemente.

La media presenta ancora molte differenze e diseguaglianze, certo. Ma una nuova spinta nella stessa direzione non potrà che ripercuotersi sulla stabilità sociale e nell’odio vero “quelli che comandano la politica”.

La nostra debolezza, come comunisti, è evidente. Fossimo migliori, più scientifici e un po’ meno depressi, non ci sarebbero gli sciamani e i legaioli alla testa del nostro blocco sociale

martedì 5 gennaio 2021

Un caos di scuola

 

La ripresa in “presenza” per tutte le scuole (ma per le superiori solo al 50%) è a rischio. Il notevole rialzo dei contagi avvenuto nei giorni scorsi mette fortemente in dubbio che esistano le condizioni perché tale rientro possa avvenire.

Di fronte a una tale situazione, come al solito, l’Italia appare un paese frammentato, diviso in una quantità di poteri locali che fanno a gara per inventare soluzioni fantasiose se non, a volte, grottesche. Così, dopo la triste sceneggiata delle regioni “a colori” abbiamo quella di un’accozzaglia di decisioni diverse per regioni, provincie e persino comuni.

Raccapezzarsi tra le ipotesi che circolano sulla ripresa scolastica nelle diverse situazioni locali non è facile. La Campania propende per una riapertura scaglionata dal 7 sino al 25 gennaio, quando rientrerebbero le scuole superiori, mentre in Veneto Zaia non si sbilancia e dice che si “dovranno verificare le condizioni”.

La posizione più singolare è quella di Emiliano, presidente della Puglia, che sostanzialmente scarica tutte le responsabilità sui genitori, che decidano loro se i figli devono andare a scuola o restare a casa. In pratica, l’abdicazione a esercitare le funzioni di governo e di orientamento della popolazione che gli competerebbero.

Caos anche sui modelli orari: le entrate scaglionate e le “ore” di 45 minuti sono stati scelti da alcune regioni, ma, all’interno di queste, non da tutte le provincie e comuni, mentre resta un mistero come si potrà gestire l’orario del personale scolastico, già in numero insufficiente.

Quanto al monitoraggio e ai test rapidi per le scuole sembra trattarsi di iniziative, come temevamo, di difficile realizzazione e demandate ai Comuni, che probabilmente non potranno fare nulla, dato che il tracciamento dei contagi, con relativi test, è saltato da tempo.

Anche il potenziamento dei mezzi di trasporto pubblico è demandato agli enti locali, con una situazione, quindi, indecifrabile.

Esiste quindi il rischio concreto che le scuole superiori. e anche alcune classi delle medie, non possano riprendere “in presenza” il 7 gennaio e che molti siano posti di fronte all’alternativa, per nulla piacevole, tra salvaguardare la salute o andare a scuola.

Da più parti, si accusa il governo di aver “dimenticato” la scuola, di averne trascurato l’importanza e di averla “sacrificata”. In realtà questa accusa coglie solo una parte della realtà, poiché anche le attività culturali, ricreative, sociali e di partecipazione politica, le biblioteche, gli spettacoli, lo sport e tutto ciò che non fa parte della sfera strettamente “produttiva” (per intenderci, Confindustriale e del grande commercio) sono state egualmente sacrificate in nome dello slogan secondo cui la “nostra economia” non può permettersi altre chiusure.

Per sostenere questa scelta sciagurata è stata costruita l’ideologia del “convivere con il virus” che sta dimostrando quanto sia fallimentare e letteralmente mortifera: con il virus non si convive, si muore. Il virus si può solo contrastare, combattere e distruggere.

E’ quindi sbagliato pensare che si sia di fronte a una scarsa attenzione del governo alla scuola, è semplicemente che tutta la strategia del governo riguardo alla pandemia, subordinata agli interessi privati, è crollata miseramente e la scuola, ovviamente, è travolta dal crollo.

Siamo così di fronte, ora, a nuovi e gravi interrogativi, poiché una ripresa che non garantisca sicurezza non è possibile. Come anche non è possibile immaginare di trascinarsi sino a giugno alternando attività in presenza e a distanza. L’anno scolastico è già, in ogni caso, gravemente compromesso, a causa di enormi responsabilità che nessuno vuole ammettere; dando, come sarebbe il caso, le dimissioni.

In questa situazione, appare almeno ragionevole la richiesta formulata dall’OSA (Organizzazione Studentesca d’Alternativa) di sospendere le valutazioni di fine quadrimestre, che dovrebbero essere formulate a fine gennaio, su lezioni tenute a distanza in scrutini tenuti a distanza.

Che si abbia almeno la serietà di non ridurre la valutazione e gli scrutini a una farsa.

lunedì 21 dicembre 2020

Il lavoro c’è ma i lavoratori si scansano: la favoletta continua

 

È di qualche giorno fa un titolone di un rotocalco appartenente al gruppo GEDI e alla famiglia Agnelli che annunciava la presenza di, udite udite, ben 90 mila posti di lavoro disponibili che non attendono altro che essere riempiti.

La favoletta è ben nota, ma riteniamo utile raccontarla per chiarire qualche concetto e suggerire qualche linea interpretativa. Repetita iuvant: spendiamo allora qualche riga sulla propaganda che le testate, e spesso le ricerche accademiche, continuano a propinarci, per poi passare alle cose serie.

Il ritornello è ben noto, dicevamo: in Italia il lavoro non mancherebbe, tutt’altro! Purtroppo, però, i lavoratori non sono adeguatamente formati o, peggio, preferiscono “poltrire” godendo di qualche ‘generoso’ sussidio.

Le soluzioni individuate sarebbero, tanto per cambiare, politiche dell’offerta finalizzate alla formazione dei giovani alla manovalanza – invece che rincorrer i cavalieri, l’arme e gli amori – e investimenti in “politiche attive”, vale a dire in tutte quelle azioni volte a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, piuttosto che lo sperpero di risorse nei sussidi di disoccupazione, i quali non incentiverebbero i cittadini a cercare attivamente un lavoro, lasciando scoperte le “ghiotte opportunità che gli imprenditori italiani garantirebbero.

Sfatare la mendacia e l’opportunismo di queste posizioni è utile e si può fare da diverse prospettive. Innanzitutto, occorre ricordare che l’occupazione dipende imprescindibilmente dalla dinamica dell’economia: in una fase di stagnazione, in cui la domanda di beni e servizi arranca, il livello di produzione sarà minore, e il processo produttivo necessiterà di meno lavoratori.

Risultato? Maggiore disoccupazione, indipendentemente dalle caratteristiche dei lavoratori, come invece vogliono farci credere gli alfieri del neoliberismo.

Si potrebbe inoltre obiettare che la scelta di lavorare o meno possa essere legittimamente associata alla retribuzione che quella posizione garantisce. A tal proposito, in Italia l’andamento delle retribuzioni è stagnante da decenni, la quota salari sul reddito nazionale è in caduta libera e un fenomeno tremendo come quello dei working poor, lavoratori che percepiscono uno stipendio insufficiente a uscire dalla trappola della povertà, colpisce più del 12% degli occupati maggiorenni.

Legare dunque la percezione di un sussidio alla ricerca del lavoro, come avviene nel caso del Reddito di Cittadinanza, significa scaricare sul lavoratore l’onere di decidere quale sofferenza patire: le continue ingiurie dei padroni che li accusano di pigrizia, o un salario da fame.

Nel quadro attuale, infine, il mercato del lavoro pare aver introiettato una suddivisione dei ruoli per cui lo Stato mette mano al portafogli solo per la formazione dei lavoratori, mentre le aziende ne usufruiscono allo scopo di massimizzare i profitti, impiegandoli a loro piacimento.

Viene da chiedersi: perché non dovrebbero essere le stesse imprese a formare la propria manodopera? La risposta è piuttosto scontata: le aziende vogliono sottrarsi dall’onere di formare i lavoratori, un impegno che comporta un costo diretto relativo all’apprendimento, e un costo indiretto associato alla ‘minore produttività’ legata all’assumere un lavoratore alle prime armi rispetto ad un suo collega più esperto.

Eppure, il diritto del lavoratore alla formazione da parte delle imprese è stata una tra le lotte più importanti vinte nel Novecento, perché rappresenta – al pari dell’istruzione pubblica – uno strumento di mobilità sociale, ossia un modo per cui le classi sociali più svantaggiate possano ambire a carriere professionali altrimenti proibitive.

Scaricare sullo Stato i costi di formazione consente esclusivamente di gonfiare i profitti privati, a scapito della collettività.

Al di là degli aspetti, pur importanti, legati alla formazione, vogliamo in questa occasione soffermarci in particolare sui ‘posti vacanti’ evocati nell’articolo menzionato in apertura. Tale esercizio ci permetterà di sottolineare come lo stesso entusiasmo nello sparare numeri di volta in volta più paradossali sia infondato.

Con il termine posti vacanti si intendono quelle posizioni lavorative per cui il datore cerca attivamente un candidato che le soddisfi. La misura che invece ci aiuta meglio a capire l’attuale situazione è il tasso di posti vacanti, misurato come il rapporto tra il numero di posti vacanti e il totale dei posti di lavoro offerti (quest’ultimo, dato dalla somma tra posti occupati e posti vacanti).

A seconda che si guardi il livello o la dinamica di queste variabili si avranno indicazioni sulla condizione del mercato del lavoro o sulle relative prospettive.

Considerando tutte le imprese con almeno 1 dipendente, secondo i dati Istat, il numero di posti vacanti nell’industria e nei servizi è pari circa a 200 mila posizioni nel terzo trimestre del 2020. Una goccia nel mare dei 2 milioni e mezzo di disoccupati che nessuna politica attiva potrà mai svuotare.

Decantare la presenza di 90 mila posti di lavoro non serve a far altro che alimentare quella becera retorica che vuole scaricare sui lavoratori la colpa della disoccupazione. Una bugia dalle gambe corte.

Assumere come feticcio il numero dei posti vacanti dà un quadro quantomeno parziale, soprattutto se viene fatto con la malafede dei giornali padronali. Se questi dati fossero osservati senza tanta disonestà intellettuale, emergerebbe un altro quadro.

L’andamento nel tempo del tasso di posti vacanti, in particolare, è un dato rilevante per comprendere come siamo arrivati fin qui e dove stiamo andando: lungi dal descrivere l’incapacità dei padroni di trovare lavoratori motivati, tale dinamica rappresenta proprio le aspettative delle imprese rispetto all’andamento dell’economia.

Con prospettive di crescita economica, avremo un tasso di posti vacanti crescente perché saranno proprio queste previsioni ad alimentare la domanda di lavoro da parte dei datori. Se, viceversa, i posti vacanti diminuiscono, ciò significa che le aziende non sono interessate ad assumere, dato che vedono ridimensionarsi le possibilità di profitto non avendo nessuno a cui vendere le proprie merci o servizi.

Ecco quindi che quello che generalmente si osserva in corrispondenza di una diminuzione del tasso di posti vacanti è una fase di crisi, in cui il lavoro non c’è perché la domanda aggregata è stagnante, e non una fase di grandi opportunità a cui il lavoratore non è interessato.

I dati sull’Italia, da questo punto di vista, sono impietosi: il tasso di posti vacanti, sia per le imprese con almeno un dipendente che per quelle con almeno dieci dipendenti, è stagnante dal 2018. Lo scoppio della pandemia e la drammatica situazione economica che ne è conseguita hanno provocato un dimezzamento del tasso di posti vacanti, che ha ripreso a crescere nel secondo trimestre del 2020, ma che non ha tutt’ora raggiunto i livelli di fine 2019.

Anzi, il dato sta segnando, nonostante in riferimento al terzo trimestre non sia ancora consolidato, un ulteriore rallentamento. È il quadro di un’economia affossata dalla carenza di domanda interna che azzoppa la domanda di lavoro.

Viste da questa prospettiva, queste giornalate e molte altre assumono tratti grotteschi: un viscido tentativo, da parte dei padroni, di raschiare il fondo del barile dello sfruttamento, facendo ricadere sul lavoratore la responsabilità del suo mancato impiego in quanto non all’altezza di ciò che l’imprenditore richiede.

Le responsabilità della disoccupazione che ormai strutturalmente caratterizza l’Italia ricadono sulle spalle di chi ha avallato precise scelte di politica economica che riflettono i rapporti di forza tra lavoro e capitale. Rapporti, purtroppo, ai minimi storici da decenni.

Uno strapotere, quello della classe imprenditoriale, che si traduce in un modello di crescita trainato dalle esportazioni, nella compressione dei salari e nel crescente sfruttamento. E, di conseguenza, in quel mare magnum della disoccupazione a due cifre in cui la classe padronale sguazza, figlio di anni di politiche di austerità fiscale: un contesto, previsto e dovuto all’assetto istituzionale europeo, che rende impossibili quelle politiche di stimolo alla domanda aggregata necessarie a raggiungere quella piena occupazione che invece spaventa i padroni.