mercoledì 10 febbraio 2021

“Cosa farà Draghi?” L’ha già spiegato, basta leggere

 

Ogni giorno ha la sua pena, anche nel lavoro giornalistico. Quella di oggi è districarsi nel reticolo delle infinite supposizioni su “cosa farà Draghi”. Come avvertiva ieri il nostro giornale, il modo migliore di non capirci nulla è cercare di indovinare seguendo il chiacchiericcio dei talk show, da 30 esperti di gossip politico ma a digiuno dei fondamentali. Sia della politica che dell’economia.

I titoli di oggi, sui quotidiani mainstream, rendono bene l’idea. Il Corriere della Sera prova a fare la sua anticipazione, garantendo di avere “fonti” ben addentro al giro di consultazioni (banalmente: le delegazioni entrate ieri e qualche portavoce in vena di “narrazioni”): “Draghi, i cinque punti per il rilancio”.

Quelli di Fiat-Repubblica, che lavorano esattamente nello stesso modo, fa una sintesi numerica diversa: “Draghi, subito tre riforme per rispondere all’Europa”. Si vede che a Molinari sta a cuore ricordare la dipendenza assoluta di questo esecutivo da Bruxelles. Non a torto, del resto…

L’altrettanto Fiat-La Stampa riduce a soltanto due i nodi centrali, “Istruzione e fisco, l’agenda Draghi”.

Il Giornale è sulla stessa linea, con un più sobrio “Il piano di Draghi”. Mentre l’altrettanto destrorso Libero prova a interpretare l’oggi con gli occhiali di ieri, o di “ricondurre l’ignoto al noto”, buttandola sull’orgia politica cui sono abituati gli italici: “Draghi assediato dai postulanti. Vince chi leccherà di più”.

Un po’ più furbo, almeno, Il Foglio, che avverte come stia cambiando lo scenario; “Lo show di un reset chiamato Draghi”. Un reset, un ricominciare da capo, da altre basi.

Il cul de sac grillino è ben sintetizzato infine da Il Fatto Quotidiano, che già piange per la constatazione che le manette non saranno più il criterio base per definire bene e male: “Torni la prescrizione, aboliamo Bonafede”. Che è forse l’unica buona notizia della nuova era…

La domanda “cosa farà Draghi”, nel concreto, resta come si vede inevasa. O perlomeno la risposta viene annegata in qualche dettaglio, senza respiro e senza visione. Come del resto sono da sempre la piccola classe politica italiana e l’ancor più infima “classe giornalistica” che l’accompagna ogni giorno.

Per questo, alla fine di questo articolo, vi proponiamo la traduzione dell’intervista data da Mario Draghi al ben più serio Financial Times quasi un anno fa (il 25 marzo). In quel momento “il monarca” che dovrà governarci per i prossimi otto anni – salvo sorprese di cui la Storia è sempre ricca – era un privato cittadino, ed espone “quel che va fatto” in tutta Europa (di conseguenza, anche in Italia, con le dovute differenze).

Come si può leggere da soli, è un programma molto impegnativo e sicuramente al di sopra del livello del dibattito nelle redazioni italiche.

Non è un programma classicamente “lacrime e sangue”, come magari in quei giorni passava per la testa al “collega” Jens Weidmann, alla guida della Bundebank tedesca.

La logica è molto più selettiva. Ciò che è morto – settori produttivi, imprese zombie, e lavoratori al seguito – va abbandonato a se stesso. Ma va soprattutto fatto “debito pubblico buono” per sostenere le imprese dei settori innovativi. Che hanno il pregio di assicurare sviluppo e ottimi profitti, anche se con il difetto di occupare relativamente poco personale.

Non manca la preoccupazione per la coesione sociale, perché ci si rende conto che masse sterminate di disoccupati – specie in paesi come l’Italia, con importanti “imprese illegali” come mafia, camorra, ‘ndrangheta – possono diventare un problema difficile da gestire.

Per quello, come detto in altre occasioni, secondo lui si deve andare – dunque si andrà, una volta varato l’esecutivo – verso il “modello tedesco”, quello disegnato dalle leggi Hartz IV. Niente sussidi, ma “piccolo salario” per mini-job da accettare obbligatoriamente. Pena la fame assoluta.

Ma sarebbe riduttivo comunque anche limitarsi a indicare il prossimo governo Draghi come una tecnocrazia che farà gli interessi delle imprese (non tutte, come detto) e precarizzerà ulteriormente il mercato del lavoro.

L’ex presidente della Bce ha dimostrato diverse volte di essere in grado di tirar fuori diversi conigli dal suo cappello (primo fra tutti il quantitative easing che “ha salvato l’euro”, alla faccia dell’opposizione di Weidmann e Schaeuble), e quindi è salutare attendersi qualche “sorpresa”. Abbiamo a che fare con un “pragmatico”, non con un ideologo…

Quello che proprio non bisogna attendersi è “qualcosa di keynesiano”. Ossia delle politiche di sostegno alla domanda, che implicano una capacità di spesa – e dunque reddito disponibile – per le classi popolari.

La logica strategica che Draghi descrive nella sua intervista a FT, infatti, è una logica di ristrutturazione del modello produttivo e sociale su scala europea. La parte che toccherà all’Italia, e alle sue varie classi, è stata pensata in quel quadro.

E’ un progetto strategico che cala dall’alto, che cerca ovviamente “complici” a livello nazionale (sia tra le imprese che nella “politica”), ma che non è “mediabile”. Ciò che resta dei partiti dopo il loro definitivo fallimento nel corrispondere a quel compito non è in condizioni di “contrattare” nulla. Perché l’unica alternativa che potrebbero opporre – far fallire il governo Draghi, facendogli mancare la maggioranza pressoché unanime del Parlamento – sarebbe una catastrofe organizzata dai “mercati”: spread a 600 punti in pochi giorni, fuga di capitali, sanzioni da Bruxelles, impossibilità di finanziarsi, ecc.

Per capire ancora meglio la qualità e la dimensione del “quadro strategico” cui Draghi & co. vanno collaborando è bene riguardarsi un’altra intervista, quella al ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, che definisce l’insieme come un progetto di Impero europeo.

Sembra scontato – ma non lo è per chi si abbevera ai talk show – che la “provincia italiana”, per quanto indispensabile, viste le dimensioni economiche, di know how e di popolazione, non sarà il “cuore pensate” dell’Impero in costruzione. E neanche lo sarà per i suoi “sudditi”.

Anche questo lo spiega chiaramente un economista “non ortodosso” di alto livello come Yanis Varoufakis, che con Draghi ha incorociato più volte il ferro nei pochi mesi incui è stato ministro dell’economia per la Grecia. In un’intervista a Radio Popolare (un’emittente ormai di “area Pd”) ha probabilmente shokkato la redazione con giudizi assai poco lusinghieri sul nuovo premier.

Draghi è al servizio dell’ordine finanziario, penso che ogni democratico in Italia debba opporsi al suo governo”. Un giudizio fondato su atti, non una critica ideologia, perché Ricordo bene quando Draghi (all’epoca presidente della Bce, ndr) fu decisivo nella chiusura dei bancomat in Grecia, così da impedire che il popolo greco decidesse liberamente nel referendum in cui si decideva la posizione da tenere nei confronti di Bruxelles”.

Varoufakis riconosce che è “tecnicamente molto capace”, pronto ad adattarsi alle circostanze avverse: ha mostrato grandi capacità di capire cosa va bene e cosa no nella logica del servizio all’ordine finanziario e all’establishment”.

Ma proprio per questo è il premier ideale per l’Italia, se quello che voi veramente volete è implementare le politiche di Bruxelles e Berlino”.

Non confortante neanche il suo giudizio sul Recovery Fund, agiograficamente descritto dai media come un nuovo “piano Marshall”: “Non è altro che un pacchetto di debiti”, finalizzati a finanziare quella maxi-ristrutturazione continentale di cui sopra.

In sintesi, “Indubbiamente Draghi è intelligente e molto competente, molto bravo a raggiungere i suoi obiettivi. La grande tragedia del popolo italiano è che i suoi obiettivi sono nemici degli interessi della grande maggioranza degli italiani”.

E “la grande maggioranza” di un popolo, com’è noto, è fatta di lavoratori, pensionati, disoccupati, precari, studenti, ecc.

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“Siamo in guerra contro il coronavirus, dobbiamo agire di conseguenza”

25 marzo 2020

La pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Oggi molti temono per la loro vita o piangono i loro cari scomparsi. Le misure varate dai governi per impedire il collasso delle strutture sanitarie sono state coraggiose e necessarie, e meritano tutto il nostro sostegno.

Ma queste azioni sono accompagnate da un costo economico elevatissimo, e inevitabile. E se molti temono la perdita della vita, molti di più dovranno affrontare la perdita dei mezzi di sostentamento.

L’economia lancia segnali preoccupanti giorno dopo giorno. Le aziende di ogni settore devono far fronte alla perdita di introiti, e molte di esse stanno già riducendo la loro operatività e licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

La sfida che ci si pone davanti è come intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura, resa ancor più grave da un’infinità di fallimenti che causeranno danni irreversibili.

È ormai chiaro che la nostra reazione porterà un ulteriore aumento importante del debito pubblico.

La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato, e l’indebitamento necessario per colmare il divario, dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello Stato e quindi dai cittadini .

Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

Il ruolo appropriato dello Stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire.

Tutti gli stati hanno fatto ricorso a questa strategia nell’affrontare le emergenze nazionali. Le guerre, il più significativo precedente della crisi in atto, si finanziavano attingendo al debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e in Germania solo una quota fra il 6 e il 15% delle spese militari in termini reali fu finanziata dalle tasse, mentre nell’Impero austro-ungarico, in Russia e in Francia, i costi correnti del conflitto non furono finanziati affatto dalle entrate fiscali.

Ma inevitabilmente, in tutti i paesi, la base fiscale venne drammaticamente indebolita dai danni provocati dalla guerra e dall’arruolamento. Oggi, ciò è causato dalle sofferenze umane per la pandemia e dalla chiusura forzosa delle attività economiche.

La questione chiave non è il se, ma come lo Stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio. La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro.

Se non agiremo in questo senso, usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende riusciranno a fatica a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto.

Il sostegno all’occupazione e alla disoccupazione e il posticipo delle imposte rappresentano passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi. Ma per proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un periodo di grave perdita di reddito è indispensabile introdurre un sostegno immediato alla liquidità.

Questo è essenziale per consentire a tutte le aziende di coprire i loro costi operativi durante la crisi, che si tratti di multinazionali o di piccole e medie imprese, oppure di imprenditori autonomi.

Molti governi hanno già introdotto misure idonee a incanalare la liquidità verso le aziende in difficoltà. Tuttavia, si rende necessario un approccio su scala assai più vasta.

Pur disponendo i diversi paesi europei di strutture industriali e finanziarie proprie, l’unica strada efficace per raggiungere ogni piega dell’economia è quella di mobilitare in ogni modo l’intero sistema finanziario:

il mercato obbligazionario, soprattutto per le società finanziarie più grandi, e per tutti gli altri le reti bancarie, e in alcuni paesi anche il sistema postale. Ma questo intervento va fatto immediatamente, evitando le lungaggini burocratiche. Le banche, in particolare, raggiungono ogni angolo del sistema economico e sono in grado di creare liquidità all’istante, concedendo scoperti oppure agevolando le aperture di credito.

Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende disponibili a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sotto forma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi.

Regolamenti e normative collaterali non dovranno ostacolare in nessun modo la creazione delle opportunità necessarie a questo scopo nei bilanci bancari. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrà essere calcolato sul rischio creditizio dell’azienda che le riceve, ma dovrà essere pari a zero, a prescindere dal costo del finanziamento del governo che le emette.“<span style=”font-family: Liberation Serif, serif;”><span style=”font-size: large;”><b>

Le aziende, dal canto loro, non preleveranno questa liquidità di sostegno semplicemente perché i prestiti sono a buon mercato. In alcuni casi, pensiamo alle aziende con ordini inevasi, le perdite potrebbero essere recuperabili e a quel punto le aziende saranno in grado di ripianare i debiti. In altri settori, questo probabilmente non sarà possibile.

Tali aziende forse saranno in grado di assorbire la crisi per un breve periodo di tempo e indebitarsi ulteriormente per mantenere salvi i posti di lavoro. Tuttavia, le perdite accumulate potrebbero mettere a repentaglio la loro capacità di successivi investimenti. E se la pandemia e la chiusura delle attività economiche dovessero protrarsi, queste aziende resterebbero attive, realisticamente, solo se i debiti contratti per mantenere i livelli occupazionali durante quel periodo verranno alla fine cancellati.

O i governi risarciranno i debitori per le spese sostenute, oppure questi debitori falliranno, e la garanzia verrà onorata dal governo. Se si riuscirà a contenere il “rischio morale”, la prima soluzione è quella migliore per l’economia. La seconda appare meno onerosa per i conti dello stato.

In entrambi i casi, tuttavia, il governo sarà costretto ad assorbire una larga quota della perdita di reddito causato dalla chiusura delle attività economiche, se si vorrà proteggere occupazione e capacità produttiva.

I livelli di debito pubblico dovranno essere incrementati.

Ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva, e pertanto della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la fiducia nel governo.

Dobbiamo inoltre ricordare che in base ai tassi di interesse presenti e probabilmente futuri, l’aumento previsto del debito pubblico non andrà a sommarsi ai suoi costi di gestione.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo shock fuori del comune, in quanto dispone di una struttura finanziaria capillare, capace di convogliare finanziamenti verso ogni angolo dell’economia, a seconda delle necessità.

L’Europa dispone inoltre di un forte settore pubblico, in grado di coordinare una rapida risposta a livello normativo e la rapidità sarà assolutamente cruciale per garantire l’efficacia delle sue azioni.

Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra. Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento.

La velocità del tracollo dei bilanci delle aziende private, provocate da una chiusura economica al contempo doverosa e inevitabile, dovrà essere contrastata con pari celerità dal dispiegamento degli interventi del governo, dalla mobilitazione delle banche e, in quanto europei, dal sostegno reciproco per quella che è innegabilmente una causa comune.

giovedì 21 gennaio 2021

Il governo Conte porta a casa la pelle

 

Che l’esito sarebbe stato la prosecuzione del governo di Giuseppe Conte era leggibile più nella perdita di sicumera dei suoi numerosi e trasversali detrattori che nella convinzione dei suoi alleati.

I 156 voti a favore dell’esecutivo in carica consentono di procedere anche se in mezzo a parecchie incertezze e rischi di incidenti di percorso. Ma per ora Conte ha portato a casa la pelle.

Su questo esito hanno pesato diversi fattori e non tutti guidati da nobili ideali. Da un lato la crescente ostilità a procedere in un salto nel buio facendo saltare “l’usato sicuro” in cambio di scenari tutto da costruire in un momento di emergenza totale per il paese.

Se poi sullo sfondo ci sono molte decine di miliardi da gestire nei prossimi mesi, si comprende che buttare la torta per terra ancora prima di dividerla, non era una ipotesi alla quale guardare con animosità.

Dall’altro i momenti come questi sono magici per peones e parlamentari senza identità definite, che possono mantenere il loro scranno ancora per molti mesi e contemporaneamente assumere la statura di “responsabili”.

Giuseppe Conte ha confermato così di essere veramente un “coniglio mannaro” (definizione coniata per un boss democristiano come Forlani, ma di straordinaria efficacia anche oggi). La sua replica finale al dibattito del Senato è iniziata volando basso sulla lista della spesa fatta e quella da fare.

Ma poi ha lasciato trapelare il patto di legislatura e il rinforzamento della squadra di governo (dove ci sono due posti da ministro e uno da sottosegretario da mettere a disposizione). Infine ha definito chiaramente l’europeismo e l’euroatlantismo come perimetro nel quale riconoscersi.

Definendo se stesso come “capitano di una squadra” e rivendicando onore e disciplina nel sedere sugli scranni istituzionali, Conte si è confermato un personaggio politico modesto nei modi e nei toni ma di estrema spregiudicatezza. In meno di due anni ha asfaltato ben due Matteo, un nome che ormai sta diventando un coefficiente della stupidità politica: l’improbabile e indecente Salvini e il fratello-coltello di mestiere Renzi.

Conte ha dunque portato a casa la pelle. Lo ha fatto con molte piroette – passando dall’europeismo critico a quello convinto, dalle relazioni speciali con gli Usa all’apertura alla Cina, dal testa a testa sul lockdown con la Confindustria alla cooptazione delle parti sociali nella gestione del Recovery Fund. Un modo di procedere articolato e fondato sulla moral suasion e mai di rottura, ma che ha portato Conte a disegnarsi addosso un vestito da uomo della provvidenza che in molti vorrebbero strappargli per infilarlo sulle spalle di personaggi come Draghi o Cottarelli.

Quando però si arriva alla resa dei conti (estate 2019 e inverno 2021),  il coniglio mannaro ha azzannato senza fare prigionieri e sostituendo gli alleati con nuovi compagni di ventura.

Decrittare il progetto politico di Conte, i suoi alleati strutturali, gli interessi prioritari che persegue non è ancora semplicissimo.

Per molti aspetti è un populista che quando serve si rivolge direttamente al popolo piuttosto che al circo della politica, che se ne impipa degli editoriali e dei commenti al vetriolo di una stampa ostile, cialtrona esattamente come la classe politica (la gran parte di entrambe le categorie).

Passata la strettoia della seconda crisi di governo del suo mandato, adesso si trova a gestire una immensa torta di finanziamenti con cui provare a ridisegnare poteri e interessi materiali nel paese.

I più ingenui sperano ancora nel trickle down (lo sgocciolamento in basso di qualche briciola), i più agguerriti a metterci le mani sopra. Ma sono proprio questi che dovranno trovare la mediazione con Giuseppe Conte e la sua corte di manager, giuristi, generali dei servizi segreti e cardinali.

Per la nostra gente – lavoratori, disoccupati, ceti medi impoveriti dalla recessione prima e dall’emergenza Covid poi – saranno mesi e anni senza paracadute se non quello della resistenza collettiva e del riconoscimento di interessi comuni da gettare nella mischia, senza illudersi su governi amici.

lunedì 11 gennaio 2021

La vittoria di Pirro dell’establishment

 

Molti “democratici”, e anche qualche debole mente della “compagneria”, hanno tirato un sospiro di sollievo vedendo tornare in sella l’establishment statunitense dopo la squinternata parentesi di Trump. La sortita estrema di questo pagliaccio e della sua orda, troppo stracciona per poter trionfare davvero, facilita del resto la sensazione di averla scampata bella…

Come cerchiamo di far notare, però, fin da quando quel truffatore è stato eletto, il problema sta nel capire com’è stato possibile che al vertice politico della superpotenza egemone sia potuto arrivare un catorcio del genere.

Non stiamo parlando dello sperduto comune marginale in cui un’oscura manovra semi-malavitosa ti sforna un sindaco inattendibile… Siamo nel cuore del potere politico dell’impero, cavolo!

Questa che dovrebbe essere una facile constatazione si perde, invece, nelle cronache e nei commenti sollevati; della serie “chissenefrega, andiamo avanti come prima e va bene così”.

La domanda inevitabile, posta persino da una non-povera come Jane Fonda, è però: “come si viveva prima è il problema che ci ha portati a questo punto”. Ossia: a chi andava bene prima e come si fa ad andare avanti così.

Ci fosse davanti una fase di crescita gloriosa della ricchezza, o anche una scoperta di quelle che cambia la società e la sua vita, si potrebbe forse fare. Ma purtroppo c’è una crisi da cui nessuno sa come uscire (da 13 anni!) e una pandemia fuori controllo soltanto qui, nell’Occidente cosiddetto “avanzato” (c’è un doppio o triplo senso, lo ammetto).

Come spiega ancora una volta Guido Salerno Aletta, in un editoriale per Teleborsa, “Il problema vero è che non si può tornare indietro: la crisi dell’America, che è quella dell’Occidente e delle democrazie rappresentative travolte dalla Globalizzazione, è inarrestabile.”

Tutte le manifestazioni dell’estrema destra in Occidente, malamente definite “sovranismo”, segnalano un gorgoglio dal fondo delle società occidentali provocato dal precipitare delle condizioni di vita. A partire dal “baricentro sociale” della stabilità politica in ogni paese dell’area: il ceto medio. O meglio, quella abnorme estensione del concetto che ha finito per includere anche i normali – numericamente in diminuzione – lavoratori dipendenti con contratto stabile e salario “normale”.

Sotto e sopra di questi c’è la precarietà galoppante, la disoccupazione cronica (gli “inattivi”, ormai stabilmente sopra i 100 milioni negli Usa) oppure la piccola e media impresa che non regge né la concorrenza né gli inevitabili lockdown.

La risposa data a questo malessere montante, ovunque in Occidente, è decisamente classista e sprezzante sul piano mediatico (“bifolchi”, “lumpen” o addirittura “proletari”, in un post attribuito a Giorgio Gori, che molti sperano fasullo). Mentre sul piano istituzionale è stato un semplice “torniamo alla normalità”.

Quella che, appunto, era “il problema”.

Alcune notizie forse possono aiutare l’analisi anche degli increduli. Joe Biden, è noto, sta formando la sua squadra di governo. Al di là degli scontati giochi di immagine (alcune donne e minoranze etniche per “dare la guazza” ai media e alla sinistra liberal), nei ruoli decisivi vengono messi personaggi come Micheal Pyle, indicato per l’incarico di capo economista del team della vice presidente Kamala Harris.

Pyle, ancora in queste ore, è responsabile delle strategie globali di investimento di Blackrock, il fondo di investimento più grande al mondo con asset gestiti per 7mila miliardi di dollari (4 volte il Pil italiano…) e partecipazioni in quasi tutte le multinazionali finanziarie o industriali del mondo. Un boss di primo piano della finanza globale.

Non basta. Come consigliere economico personale di Biden verrà preso Brian Deese, ex responsabile degli investimenti sostenibili della stessa Blacrock. Ci si può aspettare una “forte spinta” per una versione molto finance friendly della green economy; più chiacchiere e giochi speculativi che modifiche effettive al modello industriale. In fondo c’era già con Obama (un classico esempio delle “porte girevoli” esistenti tra affari privati e ruoli pubblici, a turno), e non è che abbia lasciato un segno diverso.

Una coincidenza, dirà qualcuno. Non proprio… Il ruolo più importante lo andrà a ricoprire Wally Adeyemo, ex responsabile dello staff di… Blackrock, che diventerà vice segretario al Tesoro, con una delega per i temi di regolamentazione finanziaria. Un vero fustigatore della speculazione, quasi un “comunista anti-ricchi”, non credete?

E anche la stessa Janet Yellen, prossima segretario al Tesoro, ex presidente della banca centrale Usa (la Federal Reserve), sembra molto popolare presso multinazionali e grandi banche (ha ricevuto in questi anni compensi dall’hedge fund Citadel, da Citibank, Ubs, Goldman Sachs, Barclays, Credit Suisse, Google…).

L’intenzione del vecchio establishment – che comprendeva anche tutti i repubblicani, prima di Trump, ma anche ora è lì ben rappresentato – è trasparente: “ricominciamooo” (Pappalardo style).

Dal loro punto di vista – quello del capitale finanziario multinazionale – la partita più interessante si gioca ad Oriente, non in casa. La scommessa su cui sono concentrati è la gestione del risparmio cinese – enorme, visto l’arricchimento rapido degli ultimi 30 anni – su cui vorrebbero mettere le mani.

Pechino ovviamente lo sa, e può giocare con quel miraggio come con l’esca sull’amo. Visto com’è andata finora, è escluso infatti che possano “regalare” senza contropartite qualcosa che può molto più efficacemente essere investito in economia reale.

La prospettiva Usa (ed europea), in tal senso, non ha grandi margini di manovra, visto il cul de sac in cui si è infilata con le proprie scelte.

Il dramma dell’America – segnala sempre Salerno Aletta – rimane sotto gli occhi di tutti: da una parte è deprivata dell’industria, si ingozza di merci importate, compete in agricoltura con i Paesi più poveri del mondo, accumula debiti immensi verso il resto del mondo; dall’altra, un pugno di multinazionali svettano con quotazioni stellari e distribuiscono sontuosi dividendi.

Con queste premesse non è difficile prevedere il prossimo futuro. “E’ come una pentola messa sul fuoco, a cui si mette sopra un coperchio: prima a poi scoppia.

Il che rimanda appunto all’impossibilità di tornare in modo indolore alla “globalizzazione”. Che ha avuto, tra gli altri, un effetto decisivo: la spinta a far convergere i salari del mondo verso una media. Bassa, ci mancherebbe…

Ovvio che chi stava ai piani alti di quella scala (dipendenti statunitensi ed europei) ha visto bloccate o ridotte le retribuzioni reali da 30 anni a questa parte. Mentre quelli dei Paesi emergenti, Cina in primis, li hanno visti crescere molto velocemente.

La media presenta ancora molte differenze e diseguaglianze, certo. Ma una nuova spinta nella stessa direzione non potrà che ripercuotersi sulla stabilità sociale e nell’odio vero “quelli che comandano la politica”.

La nostra debolezza, come comunisti, è evidente. Fossimo migliori, più scientifici e un po’ meno depressi, non ci sarebbero gli sciamani e i legaioli alla testa del nostro blocco sociale

martedì 5 gennaio 2021

Un caos di scuola

 

La ripresa in “presenza” per tutte le scuole (ma per le superiori solo al 50%) è a rischio. Il notevole rialzo dei contagi avvenuto nei giorni scorsi mette fortemente in dubbio che esistano le condizioni perché tale rientro possa avvenire.

Di fronte a una tale situazione, come al solito, l’Italia appare un paese frammentato, diviso in una quantità di poteri locali che fanno a gara per inventare soluzioni fantasiose se non, a volte, grottesche. Così, dopo la triste sceneggiata delle regioni “a colori” abbiamo quella di un’accozzaglia di decisioni diverse per regioni, provincie e persino comuni.

Raccapezzarsi tra le ipotesi che circolano sulla ripresa scolastica nelle diverse situazioni locali non è facile. La Campania propende per una riapertura scaglionata dal 7 sino al 25 gennaio, quando rientrerebbero le scuole superiori, mentre in Veneto Zaia non si sbilancia e dice che si “dovranno verificare le condizioni”.

La posizione più singolare è quella di Emiliano, presidente della Puglia, che sostanzialmente scarica tutte le responsabilità sui genitori, che decidano loro se i figli devono andare a scuola o restare a casa. In pratica, l’abdicazione a esercitare le funzioni di governo e di orientamento della popolazione che gli competerebbero.

Caos anche sui modelli orari: le entrate scaglionate e le “ore” di 45 minuti sono stati scelti da alcune regioni, ma, all’interno di queste, non da tutte le provincie e comuni, mentre resta un mistero come si potrà gestire l’orario del personale scolastico, già in numero insufficiente.

Quanto al monitoraggio e ai test rapidi per le scuole sembra trattarsi di iniziative, come temevamo, di difficile realizzazione e demandate ai Comuni, che probabilmente non potranno fare nulla, dato che il tracciamento dei contagi, con relativi test, è saltato da tempo.

Anche il potenziamento dei mezzi di trasporto pubblico è demandato agli enti locali, con una situazione, quindi, indecifrabile.

Esiste quindi il rischio concreto che le scuole superiori. e anche alcune classi delle medie, non possano riprendere “in presenza” il 7 gennaio e che molti siano posti di fronte all’alternativa, per nulla piacevole, tra salvaguardare la salute o andare a scuola.

Da più parti, si accusa il governo di aver “dimenticato” la scuola, di averne trascurato l’importanza e di averla “sacrificata”. In realtà questa accusa coglie solo una parte della realtà, poiché anche le attività culturali, ricreative, sociali e di partecipazione politica, le biblioteche, gli spettacoli, lo sport e tutto ciò che non fa parte della sfera strettamente “produttiva” (per intenderci, Confindustriale e del grande commercio) sono state egualmente sacrificate in nome dello slogan secondo cui la “nostra economia” non può permettersi altre chiusure.

Per sostenere questa scelta sciagurata è stata costruita l’ideologia del “convivere con il virus” che sta dimostrando quanto sia fallimentare e letteralmente mortifera: con il virus non si convive, si muore. Il virus si può solo contrastare, combattere e distruggere.

E’ quindi sbagliato pensare che si sia di fronte a una scarsa attenzione del governo alla scuola, è semplicemente che tutta la strategia del governo riguardo alla pandemia, subordinata agli interessi privati, è crollata miseramente e la scuola, ovviamente, è travolta dal crollo.

Siamo così di fronte, ora, a nuovi e gravi interrogativi, poiché una ripresa che non garantisca sicurezza non è possibile. Come anche non è possibile immaginare di trascinarsi sino a giugno alternando attività in presenza e a distanza. L’anno scolastico è già, in ogni caso, gravemente compromesso, a causa di enormi responsabilità che nessuno vuole ammettere; dando, come sarebbe il caso, le dimissioni.

In questa situazione, appare almeno ragionevole la richiesta formulata dall’OSA (Organizzazione Studentesca d’Alternativa) di sospendere le valutazioni di fine quadrimestre, che dovrebbero essere formulate a fine gennaio, su lezioni tenute a distanza in scrutini tenuti a distanza.

Che si abbia almeno la serietà di non ridurre la valutazione e gli scrutini a una farsa.

lunedì 21 dicembre 2020

Il lavoro c’è ma i lavoratori si scansano: la favoletta continua

 

È di qualche giorno fa un titolone di un rotocalco appartenente al gruppo GEDI e alla famiglia Agnelli che annunciava la presenza di, udite udite, ben 90 mila posti di lavoro disponibili che non attendono altro che essere riempiti.

La favoletta è ben nota, ma riteniamo utile raccontarla per chiarire qualche concetto e suggerire qualche linea interpretativa. Repetita iuvant: spendiamo allora qualche riga sulla propaganda che le testate, e spesso le ricerche accademiche, continuano a propinarci, per poi passare alle cose serie.

Il ritornello è ben noto, dicevamo: in Italia il lavoro non mancherebbe, tutt’altro! Purtroppo, però, i lavoratori non sono adeguatamente formati o, peggio, preferiscono “poltrire” godendo di qualche ‘generoso’ sussidio.

Le soluzioni individuate sarebbero, tanto per cambiare, politiche dell’offerta finalizzate alla formazione dei giovani alla manovalanza – invece che rincorrer i cavalieri, l’arme e gli amori – e investimenti in “politiche attive”, vale a dire in tutte quelle azioni volte a favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, piuttosto che lo sperpero di risorse nei sussidi di disoccupazione, i quali non incentiverebbero i cittadini a cercare attivamente un lavoro, lasciando scoperte le “ghiotte opportunità che gli imprenditori italiani garantirebbero.

Sfatare la mendacia e l’opportunismo di queste posizioni è utile e si può fare da diverse prospettive. Innanzitutto, occorre ricordare che l’occupazione dipende imprescindibilmente dalla dinamica dell’economia: in una fase di stagnazione, in cui la domanda di beni e servizi arranca, il livello di produzione sarà minore, e il processo produttivo necessiterà di meno lavoratori.

Risultato? Maggiore disoccupazione, indipendentemente dalle caratteristiche dei lavoratori, come invece vogliono farci credere gli alfieri del neoliberismo.

Si potrebbe inoltre obiettare che la scelta di lavorare o meno possa essere legittimamente associata alla retribuzione che quella posizione garantisce. A tal proposito, in Italia l’andamento delle retribuzioni è stagnante da decenni, la quota salari sul reddito nazionale è in caduta libera e un fenomeno tremendo come quello dei working poor, lavoratori che percepiscono uno stipendio insufficiente a uscire dalla trappola della povertà, colpisce più del 12% degli occupati maggiorenni.

Legare dunque la percezione di un sussidio alla ricerca del lavoro, come avviene nel caso del Reddito di Cittadinanza, significa scaricare sul lavoratore l’onere di decidere quale sofferenza patire: le continue ingiurie dei padroni che li accusano di pigrizia, o un salario da fame.

Nel quadro attuale, infine, il mercato del lavoro pare aver introiettato una suddivisione dei ruoli per cui lo Stato mette mano al portafogli solo per la formazione dei lavoratori, mentre le aziende ne usufruiscono allo scopo di massimizzare i profitti, impiegandoli a loro piacimento.

Viene da chiedersi: perché non dovrebbero essere le stesse imprese a formare la propria manodopera? La risposta è piuttosto scontata: le aziende vogliono sottrarsi dall’onere di formare i lavoratori, un impegno che comporta un costo diretto relativo all’apprendimento, e un costo indiretto associato alla ‘minore produttività’ legata all’assumere un lavoratore alle prime armi rispetto ad un suo collega più esperto.

Eppure, il diritto del lavoratore alla formazione da parte delle imprese è stata una tra le lotte più importanti vinte nel Novecento, perché rappresenta – al pari dell’istruzione pubblica – uno strumento di mobilità sociale, ossia un modo per cui le classi sociali più svantaggiate possano ambire a carriere professionali altrimenti proibitive.

Scaricare sullo Stato i costi di formazione consente esclusivamente di gonfiare i profitti privati, a scapito della collettività.

Al di là degli aspetti, pur importanti, legati alla formazione, vogliamo in questa occasione soffermarci in particolare sui ‘posti vacanti’ evocati nell’articolo menzionato in apertura. Tale esercizio ci permetterà di sottolineare come lo stesso entusiasmo nello sparare numeri di volta in volta più paradossali sia infondato.

Con il termine posti vacanti si intendono quelle posizioni lavorative per cui il datore cerca attivamente un candidato che le soddisfi. La misura che invece ci aiuta meglio a capire l’attuale situazione è il tasso di posti vacanti, misurato come il rapporto tra il numero di posti vacanti e il totale dei posti di lavoro offerti (quest’ultimo, dato dalla somma tra posti occupati e posti vacanti).

A seconda che si guardi il livello o la dinamica di queste variabili si avranno indicazioni sulla condizione del mercato del lavoro o sulle relative prospettive.

Considerando tutte le imprese con almeno 1 dipendente, secondo i dati Istat, il numero di posti vacanti nell’industria e nei servizi è pari circa a 200 mila posizioni nel terzo trimestre del 2020. Una goccia nel mare dei 2 milioni e mezzo di disoccupati che nessuna politica attiva potrà mai svuotare.

Decantare la presenza di 90 mila posti di lavoro non serve a far altro che alimentare quella becera retorica che vuole scaricare sui lavoratori la colpa della disoccupazione. Una bugia dalle gambe corte.

Assumere come feticcio il numero dei posti vacanti dà un quadro quantomeno parziale, soprattutto se viene fatto con la malafede dei giornali padronali. Se questi dati fossero osservati senza tanta disonestà intellettuale, emergerebbe un altro quadro.

L’andamento nel tempo del tasso di posti vacanti, in particolare, è un dato rilevante per comprendere come siamo arrivati fin qui e dove stiamo andando: lungi dal descrivere l’incapacità dei padroni di trovare lavoratori motivati, tale dinamica rappresenta proprio le aspettative delle imprese rispetto all’andamento dell’economia.

Con prospettive di crescita economica, avremo un tasso di posti vacanti crescente perché saranno proprio queste previsioni ad alimentare la domanda di lavoro da parte dei datori. Se, viceversa, i posti vacanti diminuiscono, ciò significa che le aziende non sono interessate ad assumere, dato che vedono ridimensionarsi le possibilità di profitto non avendo nessuno a cui vendere le proprie merci o servizi.

Ecco quindi che quello che generalmente si osserva in corrispondenza di una diminuzione del tasso di posti vacanti è una fase di crisi, in cui il lavoro non c’è perché la domanda aggregata è stagnante, e non una fase di grandi opportunità a cui il lavoratore non è interessato.

I dati sull’Italia, da questo punto di vista, sono impietosi: il tasso di posti vacanti, sia per le imprese con almeno un dipendente che per quelle con almeno dieci dipendenti, è stagnante dal 2018. Lo scoppio della pandemia e la drammatica situazione economica che ne è conseguita hanno provocato un dimezzamento del tasso di posti vacanti, che ha ripreso a crescere nel secondo trimestre del 2020, ma che non ha tutt’ora raggiunto i livelli di fine 2019.

Anzi, il dato sta segnando, nonostante in riferimento al terzo trimestre non sia ancora consolidato, un ulteriore rallentamento. È il quadro di un’economia affossata dalla carenza di domanda interna che azzoppa la domanda di lavoro.

Viste da questa prospettiva, queste giornalate e molte altre assumono tratti grotteschi: un viscido tentativo, da parte dei padroni, di raschiare il fondo del barile dello sfruttamento, facendo ricadere sul lavoratore la responsabilità del suo mancato impiego in quanto non all’altezza di ciò che l’imprenditore richiede.

Le responsabilità della disoccupazione che ormai strutturalmente caratterizza l’Italia ricadono sulle spalle di chi ha avallato precise scelte di politica economica che riflettono i rapporti di forza tra lavoro e capitale. Rapporti, purtroppo, ai minimi storici da decenni.

Uno strapotere, quello della classe imprenditoriale, che si traduce in un modello di crescita trainato dalle esportazioni, nella compressione dei salari e nel crescente sfruttamento. E, di conseguenza, in quel mare magnum della disoccupazione a due cifre in cui la classe padronale sguazza, figlio di anni di politiche di austerità fiscale: un contesto, previsto e dovuto all’assetto istituzionale europeo, che rende impossibili quelle politiche di stimolo alla domanda aggregata necessarie a raggiungere quella piena occupazione che invece spaventa i padroni.

lunedì 16 novembre 2020

L’Asia si accorda e volta le spalle agli Usa

 

Le cose cambiano molto velocemente, nel mondo. Ma chi sta ripiegato sulle beghe da cortile – soprattutto in Italia – non se ne accorge neppure.

La pandemia continua a correre, nonostante gli annunci sull’arrivo dei vaccini (i tempi variano con le aspettative commerciali o elettorali), e di sicuro il mondo che ci troveremo davanti alla fine non sarà lo stesso di prima.

La frase è stata pronunciata molte volte, non sempre – o quasi mai – accompagnata da una descrizione seria su che cosa sarà cambiato tra l’inizio (gennaio 2020) e la fine (ben che vada, l’autunno del 2021).

E allora proviamo mettere sul piatto una cosa certa: il peso economico degli Usa sarà molto minore, e così anche la loro capacità egemonica nel commercio mondiale.

Non è un auspicio, ma un fatto. Ieri notte quindici economie dell’Asia-Pacifico hanno formato il più grande patto di libero scambio del mondo. Rappresentano il 30% della popolazione e dell’economia globale. 2,2 milioni di produttori e consumatori, perché è ormai alle spalle il tempo dell’Asia – e in primo luogo la Cina – come continente di produttori a basso salario e scarsi consumi. E nel gruppo non ci sono gli Stati Uniti…

Il pivot del nuovo accordo – Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) – è naturalmente la Cina, stavolta strettamente collegata a Giappone e Corea del Sud, i due storici alleati locali dell’imperialismo Usa. Ma nel gruppo ci sono altri ex pilastri dell’egemonoa statunitense, come Australia e Nuova Zelanda.

L’India non ha firmato per timore di veder crescere, nel breve termine, il deficit commerciale con Pechino. Ma molti segnali indicano l’ingresso nel Rcep sarà questione di pochi anni, pandemia permettendo (o forse facilitando…).

Anche il luogo della firma mostra il sorriso beffardo dell’ironia della Storia: Hanoi, Vietnam del Nord, la più grande e significativa sconfitta statunitense del ‘900.

Per calcolare meglio il disastro economico-diplomatico, Trump aveva distrutto anche il Trans-Pacific Partnership (TPP), sottoscritto a suo tempo da Barack Obama, disegnato sul progetto esattamente opposto (confinare la Cina ai margini del “grande gioco” del Pacifico).

Di fatto, quella che (ancora per poco, forse) resta l’economia più grande del mondo è fuori da entrambe le intese commerciali che tengono insieme la regione in più rapida crescita della terra.

Molti dei punti del nuovo trattato non sono ancora noti nei dettagli. Si sa però che comprende 20 capitoli che vanno dal commercio di beni, investimenti e commercio elettronico alla proprietà intellettuale e agli appalti pubblici.

Ma il ministero delle finanze cinese ha tenuto a sottolineare che “lo spirito” è all’esatto opposto della “guerra dei dazi” promossa stupidamente da Donald Trump. «Per la prima volta, Cina e Giappone hanno raggiunto un accordo bilaterale di riduzione delle tariffe, raggiungendo una svolta storica».

Come notano tutti gli analisti internazionali, anche con la vittoria di Biden gli Usa non potranno “contrattaccare”, o almeno “controproporre”, in tempi brevi. Perché la disastrosa gestione della pandemia occuperà per forza di cose gran parte delle energie intellettuali, politiche ed economiche della nuova amministrazione.

Se questa, almeno, riuscirà a risolvere in modo accettabile la diversità di prospettive tra il centro dell’establishment (facile indovinare accordi sotterranei con i repubblicani “moderati”…) e la sinistra “socialista”. La quale ha un’agenda decisamente “radicale” per le abitudini statunitensi (qui in Europa sarebbe normale programma socialdemocratico, neanche troppo spinto), e difficilmente potrà accettare l’emarginazione e restare in silenzio.

That’s all, folks! E’ già un altro mondo, rispetto al 2019…

lunedì 2 novembre 2020

Prodi e il trasformismo della classe politica

 

Che il paese non sia sotto scacco di una dittatura sanitaria lo si capisce da un elemento fondamentale. Questa infatti prevederebbe un capo indiscusso e un obiettivo politico preciso.

Ma basta osservare con un minimo di attenzione la gragnuola di voci più disparate che si abbattono sulla gestione della fase pandemica in corso, su tutti gli ambiti possibili, per capire che non sia così.

La confusione circa il “da farsi” regna totale, con TotoDpcm domenicali manco fossero la nuova schedina e scontri giornalieri tra Stato, Regioni e Città metropolitane, perlopiù alla ricerca di un posto al sole per i soldi del “Recovery fund”, se mai arriveranno.

L’unica certezza invece emerge in quello che non si sta facendo e non si farà: contenere il virus, con buona pace della salute della popolazione e di conseguenza dei “risultati economici”, la cui bontà necessita – al minimo! – di lavoratori in salute. Altrimenti, chi produce?

In questo caos generato dall’indecenza della classe politica e dall’ingordigia di quella imprenditoriale, scorgere un lampo di luce chiarificatore non è semplice. Come se non bastasse, i più navigati approfittano della “notte in cui tutte le vacche sono nere” per rifarsi il trucco e apparire, dopo avere causato la malattia, con la ricetta salvifica.

Ultimo esempio in ordine di tempo è l’editoriale domenicale scritto da Romano Prodi sulle pagine de Il Messaggero.

Debbo confessare che, negli ormai lunghi anni nei quali mi sono dedicato a riflettere sullo stato dell’economia italiana, non mi sono mai trovato nella situazione di difficoltà e di incertezza in cui oggi mi trovo”.

Insomma, anche il “boiardo di Stato” per eccellenza sembra navigare a vista.

Il futuro dipenderà quindi dall’evoluzione della pandemia e dalla strategia di intervento dell’Europa e dei governi che, a differenza di quanto sarebbe avvenuto in passato in presenza di eventi simili, possono disporre di robuste risorse aggiuntive e di una ancora più robusta possibilità di indebitarsi”.

Il passaggio con cui l’Unione europea, e non “l’Europa”, che è un’altra cosa, ha improvvisamente deciso che i soldi ci sono viene lasciato sottotraccia, cercando di obliare anni di “ce lo chiede l’Europa” a colpi di tagli alla sanità, alla scuola, ai trasporti, alle infrastrutture e al reddito dei lavoratori, diretto come indiretto. Tuttavia, che di indebitamento si tratta non ci sono dubbi, con cui un giorno non molto lontano dovremo fare letteralmente i conti.

Diventa perciò necessario e urgente destinare tutte le possibili risorse aggiuntive agli investimenti dedicati a evitare la futura catastrofe della nostra economia e a preparare la ripresa, senza la quale non ci libereremo mai dal peso del debito pubblico.

Se i sussidi si rivelano insufficienti, gli investimenti sono del tutto latitanti. Parlo sia degli investimenti pubblici che di quelli privati. Dal punto di vista temporale mi rendo conto che gli investimenti privati possono partire solo in un quadro di maggiore certezza degli orizzonti economici, oggi molto confusi e destinati a cambiare radicalmente.

“(…) Imperdonabile è invece la perdurante inerzia degli investimenti pubblici nelle nuove e nelle vecchie infrastrutture necessarie per aumentare la nostra produttività”.

Il passaggio logico è il seguente: per tornare a crescere “ed evitare la futura catastrofe” bisogna investire (regola ferrea del modo di produzione capitalistico), ma visto che gli orizzonti in termini di guadagni non sono rosei, lo Stato deve tornare a fare la sua parte.

Detta dal più grande privatizzatore di imprese pubbliche della storia della Repubblica tutta, questa frase è l’emblema del trasformismo per la sopravvivenza e l’autoriproduzione della classe politica che uscirà con le spalle al muro dai risultati sociali ed economici degli ultimi trent’anni, di cui il Covid non è che la spinta finale.

Inoltre, l’obiettivo non celato è il solito aumento della produttività, che è una bella formula per dire che va diminuito il costo del lavoro per ogni merce prodotta, ossia o si riduce il salario, o il numero dei lavoratori.

Ma non è tutto, perché la ciliegina è sempre l’ultimo elemento di cui si compone la torta.

Nel nostro caso bisogna aggiungere un’importante osservazione aggiuntiva. Come è stato messo in rilievo in occasione della giornata del risparmio, più la crisi si aggrava più le nostre banche si riempiono dei denari delle imprese e dei cittadini che, incerti sul futuro, risparmiano tutto quello che possono e spendono il meno che possonoSe non utilizziamo queste enormi risorse per preparare il nostro futuro, non usciremo mai dalla crisi”.

Tradotto, se i correntisti trattengono l’equivalente del Pil al sicuro nei caveaux delle banche (in realtà, sempre più stringhe di numeri con poco equivalente nella realtà), sblocchiamo quei denari e ripartiamo. Che i soldi insomma ce li mettano i cittadini (quelli delle imprese che contano infatti sono da anni investiti allestero, di solito nel debito pubblico statunitense).

Eccola qua la proposta del più grande interprete della “sinistra” dell’ultimo trentennio, quella del “tutti uniti contro la destra” che tanto ricorda la bassezza del dibattito pubblico odierno nell’area piddina, al netto del cambio di spauracchio – da Berlusconi a Salvini, e domani magari alla Meloni.

Chi oggi pensa che i ricchi “se sono intelligenti un po’ di soldi se li fanno prendere”, non ha capito la visione del mondo a cui risponde il padronato nostrano, che è quella con sui si è arricchito.

Il lavoro, se non si può automatizzare, va economicamente e socialmente massacrato, nessuna reale cooperazione è possibile, la fine del “regime di Bretton Woods” ha dettato la linea, il calo del tasso dei profitti continua a segnare il passo.

La patrimoniale in questo quadro non è un’alternativa.

A meno che… a meno che non si riprendano realmente le strade del paese, avendo ben chiari chi sono i nemici. Non era così d’altronde che ce la conquistammo?