venerdì 18 settembre 2020

La finanza Usa in Cina

 

La Cina sta divenendo un centro d’attrazione per il settore finanziario statunitense, e i big di Wall Street sembrano seguire più l’adagio finanziario follow the money che le indicazioni dell’amministrazione nord-americana.

Quest’aspetto rende certamente più complesso il quadro delle relazioni sino-statunitensi, ormai inserite in una cornice da guerra fredda di nuovo tipo  in cui i due Paesi, lottando per l’egemonia, cercano di primeggiare su differenti fronti: dallo scontro spaziale a quello sulle risorse, dal conflitto monetario a quello sull’informazione.

Questo flusso di investimenti dei big di Wall Street, che prende la strada dei fondi d’investimento e della gestione patrimoniale, è il risultato della coniugazione di due fattori: la sete di capitale della finanza USA e la parziale apertura cinese a questo tipo d’investimenti, in un settore comunque rigidamente orientato, per usare un eufemismo.

“Ovunque si guardi, ci sono molti soldi e in quale altro posto al mondo c’è un’opportunità come questa per andare a prendersi questa quantità di denaro per il management? Afferma un manager di una società legata a Citigroup nell’articolo del «Financial Times» che abbiamo qui tradotto.

Non si potrebbe essere più chiari.

Dove reperire risorse, se non dove sono ancorate ad una solida base economica piuttosto che al sentiment dei mercati?

Così i grandi nomi della finanza USA – BlackRock, Vanguard, Citigroup e JP Morgan, per non citarne che alcuni – vedono una prospettiva d’investimento nel settore in Cina.

Alcune branche di questo settore – secondo quanto sostenuto da alcuni analisti – potrebbero ben presto superare la piazza di Londra.

Che il baricentro di questo tipo di investimenti si sposti dalla City a Pechino  è un fatto di per sé epocale per il lungo XX secolo.

Che questi big leghino i propri destini all’economia cinese non è un fatto secondario per gli Stati Uniti. Perché sarebbe difficile convincere il management di queste aziende a tagliare il ramo su cui si sono posate, come del resto abbiamo già visto succedere con alcuni aziende dell’high Tech connesse alla Repubblica Popolare. Il che non rende certo facile – al di là del tipo di amministrazione che governerà gli Stati Uniti – il “decoupling” da parte nord-americana.

Se è il capitale privato a dettare legge, è sempre abbastanza problematico sbarrargli la possibilità di profitto. Più facile per la Cina separarsi dagli USA, perché potrebbe decidere di favorire alcuni capitali al posto di altri nel complicato risiko delle relazioni internazionali, giocando per esempio l’UE contro gli USA.

In sintesi, le scelte politiche della Cina potrebbero avere conseguenze sugli investimenti finanziari nord-americani in uno dei settori chiave: quello che regge la baracca nell’economia statunitense drogata dalla finanza.

Allo stesso tempo potrebbe essere una breccia, per i settori del capitale finanziario USA in grado di legare a sé la parte di élite economica cinese che ha maggiormente beneficiato della globalizzazione neoliberista, con tutto quello che potrebbe conseguirne nella ridefinizione dei rapporti di classe nella Repubblica Popolare e non solo tra le varie componenti della classe dirigente.

I potenziali di crescita sono enormi, anche se il mercato cinese è tutto meno che de-regolamentato, con un ruolo decisivo giocato dalla gestione pubblica dell’economia – a partire dal settore bancario – che ha fatto tesoro delle turbolenze finanziare già dalla prima crisi asiatica.

“L’industria cinese dei fondi comuni di investimento”, recita l’articolo di Hale, Riding e Xuequiao, “è ancora agli inizi. Goldman Sachs stima che solo il 7% del patrimonio delle famiglie del Paese sia in azioni e fondi comuni di investimento, rispetto al 32% negli Stati Uniti. Due terzi dei beni delle famiglie cinesi sono in proprietà e quasi un quinto è detenuto in contanti e depositi.”

I beni delle famiglie cinesi sono dunque per un terzo economia reale, quindi; ed anche il 20% in risorse cash e depositi bancari aono assicurati da un sistema che, fino a qui, è riuscito a sterilizzare le tossine ed estromettere la “corruzione sistemica” portata dal mondo della speculazione finanziaria. Mentre un buon terzo del patrimonio delle famiglie Usa è qualcosa che può improvvisamente tramutarsi in carta straccia, come ha dimostrato la crisi dei sub-prime.

Ciò che traspare è una certa resistenza al buttarsi a capofitto nella scommessa finanziaria – per ciò che concerne i risparmiatori cinesi – a causa delle fluttuazioni connesse a questo tipo di investimenti, che hanno nell’incertezza uno delle caratteristiche fondamentali: ovvero quelle crisi “allogene” che hanno contribuito a dare una percezione più corretta di cosa sia il capitalismo occidentale.

Sarebbe comunque auto-consolatorio pensare che la legge del valore, per certi versi, si “sospendesse”, invece che fagocitare tutto ciò trova davanti, a meno di non incontrare ostacoli solidissimi.

giovedì 10 settembre 2020

Rassegnarsi al declino? E perché mai

 

Il sistema attuale di governance nel Vecchio Continente non funziona più. Dopo 40 anni in cui l’unico “successo” rivendicabile è l’aver congelato inflazione, distruggendo il valore del lavoro e i salari corrispondenti.

In realtà, se non vi fosse stata – dopo l’89 – una ciclopica delocalizzazione produttiva verso i Paesi di nuova industrializzazione (Cina in primis), in cui il costo del lavoro era inizialmente pari allo zero virgola, neanche quel “successo” sarebbe stato conseguito.

Comunque sia, ora non sta più in piedi e l’unica dinamica attiva è l’autofagia. I Paesi con le economie più forti, tramite i meccanismi costrittivi dell’Unione Europea, “sussumono” risorse e asset di quelli più deboli.

Uno dei meccanismi più forti è stato addirittura inventato in Italia, quando – nel 1981 – il ministro del tesoro Nino Andreatta decretò “il divorzio” tra il suo ministero e la Banca d’Italia. In concreto, la banca centrale non poteva più partecipare alle aste di collocazione dei titoli di stato. Cosa che aveva sempre contribuito a tenere basso il rendimento dei titoli stessi (e quindi degli interessi da pagare), perché Bankitalia comprava “a prezzo pieno” mentre gli operatori di mercato puntavano logicamente a pagare il meno possibile.

Quella decisione di Andreatta – il vero “maestro” di Romano Prodi e di tutti i successivi protagonisti delle politiche finanziarie pubbliche (di destra e di centrosinistra) – aveva una motivazione ufficiale “virtuosa”: bloccare la crescita del debito pubblico (allora intorno al 60% del Pil) tramite il “vincolo esterno” rappresentato dai “mercati”.

In pratica, secondo le teorie monetariste dominanti, i governi sarebbero stati costretti a ridimensionare la spesa per non dover veder crescere la dimensione degli interessi da pagare sui titoli (il cosiddetto “servizio del debito”).

Un ragionamento da ragioniere che si è rivelato ben presto suicida. Governare un Paese non è come amministrare una piccola impresa o un bilancio familiare, ci sono spese incomprimibili per ragioni politiche e sociali, al di là della scontata “avidità” personale di una classe politica già allora non irreprensibile.

Di fatto, il debito pubblico cominciò proprio allora a correre senza più fermarsi, nonostante fossero tagliate spese sociali ad ogni legge finanziaria (oggi “legge di stabilità”), nonostante fosse dismesso quasi tutto il patrimonio di imprese pubbliche (Telecom, Alitalia, l’Iri, le cinque banche di “interesse nazionale”, ecc).

Quel “vincolo esterno” fu addirittura accolto e rafforzato con gli accordi di Maastricht (1992) e la successiva introduzione dell’euro. Creando quella situazione tragica che ormai conosciamo bene: si taglia la spesa, si cancellano servizi sociali e diritti, si congelano salari e pensioni, si accantona annualmente un “avanzo primario”… e il debito pubblico cresce lo stesso.

La crisi del 2008 e ora quella fatta esplodere dalla pandemia mettono il nostro Paese in una situazione insostenibile. Bisogna per forza aumentare la spesa pubblica per ripianare il tracollo del sistema privato (soldi alle imprese di ogni dimensione, ed anche per gli ammortizzatori sociali temporanei), incrementare il debito tramite la compartecipazione al Recovery Fund (non sono “soldi che ci arrivano dall’Europa”, ma debiti che facciamo insieme alla UE), e già ora arrivano gli ammonimenti a riprendere la strada dell’austerità e dei tagli (vedi il presidente di Bundesbank Jens Weidmann, il cancelliere austriaco Kurz e la stessa Unione).

Servono soldi subito per far ripartire l’economia, ma se si prendono a debito la vedremo crollare subito dopo, con aggravamento della situazione per grandi parti della popolazione.

I “campioni europeisti” di entrambi gli schieramenti, e ormai anche i Cinque Stelle, ci dicono che “non c’è alternativa”, anche se poi condiscono con balle diverse la stessa impostazione.

Eppure le alternative, anche all’interno del sistema attuale, ci sarebbero. Alcune vietate, alcune no, altre da “ricontrattare”…

Lorenzo Toglia, ex alto dirigente al tesoro, ora in pensione, ha scritto un libro (Il nuovo risorgimento nell’epoca della globalizzazione, OnTheWave Edizioni), in cui vengono ripercorse le vicende che hanno portato alla situazione attuale. E i temi centrali sono appunto il divorzio tesoro/Bankitalia, il ruolo della Bce, l’ipotesi di un “fondo sovrano” (ce ne sono diversi, anche europei) e di una nuova Iri.

Una rapida occhiata all’abstract del testo illumina sulla ricchezza di strumenti utilizzabili fin da subito. E pone certamente molte domande – cui da anni cerchiamo anche noi di dar risposta – sulle ragioni di un degrado voluto, ricercato, programmato, per i Paesi del Sud Europa.

lunedì 7 settembre 2020

Scuola: tutti i governanti sono colpevoli

 

La scuola è chiusa da sette mesi e le condizioni e persino i tempi della sua riapertura sono ancora nella totale incertezza.

Perché MANCANO insegnanti, tecnici, bidelli, servizi, aule presìdi sanitari, trasporti, organizzazione, informazione a studenti e genitori. E persino i tamponi mancano ancora.

Tagli di anni hanno distrutto la scuola pubblica come la sanità e la riapertura dell’anno scolastico sarebbe stata un macello anche senza il Covid. Però ci sono stati sette mesi per pensarci e darsi da fare e invece siamo ancora all’improvvisazione d’emergenza.

Mentre i guasti di fondo di vent’anni di “riforme” liberiste della scuola non vengono affrontati.

Mentre comincia la vergognosa caccia all’insegnante assenteista, quando i nostri docenti, causa Fornero, sono i più anziani d’Europa e mancano all’appello centinaia di migliaia di assunzioni.

Man mano che si avvicina la data della riapertura ricomincia il rimpallo di responsabilità tra governo e giunte regionali, esattamente come sulle mancate “zone rosse”, sull’apertura delle discoteche, su tutta la gestione sanitaria.

La verità è che il sistema italiano è fondato sul potere consociativo di governo e regioni e dopo sette mesi in cui dovevano predisporre la ripresa della scuola, da Conte a Bonaccini, da Fontana a De Luca, sono TUTTI egualmente colpevoli del caos che si annuncia.

Caos che purtroppo costringerà personale scolastico, studenti, genitori ad arrangiarsi e magari poi a sentirsi dire che sono eroi.

Dopo sette mesi non ci sono giustificazioni per tutta la classe politica di governo, comunque schierata, che ancora una volta mostra tutta la sua indecente incapacità ad affrontare la crisi.

martedì 1 settembre 2020

Il collasso istituzionale. Dalla scuola in su…

 

A un marziano che passi da queste parti verrebbe da pensare che siamo tutti pazzi, in generale. Ma che più matti di tutti sono quelli che hanno una qualche responsabilità istituzionale, a qualsiasi livello.

La situazione è non semplice ma chiara. Stiamo vivendo in una pandemia che si potrà debellare solo quando avremo uno o più vaccini “sicuri”, ossia testati secondo protocolli scientifici in modo da evitare “effetti collaterali” pericolosi.

Su questo virus si sa molto, ormai, ma non ancora tutto. Soprattutto per quanto riguarda la “carica virale”, perché ci sono moltissimi “asintomatici” – ossia “portatori sani” – a loro volta divisi tra chi è infettivo e chi non lo è (dipende dalla carica virale, appunto).

Tra i “sintomatici”, fortunatamente una minoranza, si riesce ad intervenire ora nelle prime fasi di sviluppo della malattia con una serie di farmaci non risolutivi ma abbastanza efficaci.

Nella fase acuta (febbraio, marzo, aprile 2020), invece, gli ospedali accoglievano solntanto casi da ricovero immediato, mentre i “sintomatici leggeri” venivano mandati a casa o addirittura – in Lombardia e Piemonte, ma non solo – nelle case di riposo. In pratica, veniva mandati a sviluppare in solitudine la fase acuta della malattia (i vuoti di organico tra i medici di base, causa tagli e privatizzazioni della sanità pubblica). Oppure a fare incosapevolmente da fattore scatenante per la strage di anziani avvenuta nelle Rsa.

Insomma, siamo in una condizione molto migliore di allora. Ma stiamo per entrare nell’autunno, stagione normalmente “ottimale” per la diffusione delle influenze, e con la necessità di riaprire le scuole, visto che gli studenti di ogni ordine e grado hanno già, nei fatti, perso un anno.

Su come riaprirle, appunto, la confusione è totale. Frutto dell’improvvisazione, della pressione di interessi differenti, quasi sempre di brevissimo momento.

Abbiamo un governo che dirama “disposizioni e protocolli” parecchio incongruenti; Regioni che dispongono altrimenti sul proprio territorio (perché guidate da partiti dell’opposizione oppure per interessi elettorali a breve); e persino singoli Comuni che emanano (o fingono di farlo, come nel caso della Sutri del sindaco Sgarbi) “delibere” in aperto contrasto con le indicazioni nazionali.

Un collasso istituzionale che rende impossibile alla cittadinanza nel suo insieme di adottare quei comportamenti collettivi che, in un’epidemia, possono essere efficaci solo se praticati da tutti.

Un breve elenco delle “disposizioni” relative alla scuola chiarisce il caos.

1) Lo stesso Comitato tecnico-scientifico (Cts) che prescrive il distanziamento sociale minimo di un metro se si indossa la mascherina è arrivato alla conclusione opposta solo per il caso scuola: “Niente mascherina a scuola se viene rispettata la distanza di un metro tra i banchi e i ragazzi sono fermi o seduti”. Di fatto, fate un po’ quello che potete, se potete…

2) Sui mezzi di trasporto – con cui si va a scuola o al lavoro, principalmente – la distanza viene di fatto azzerata in base all‘accordo sulle linee guida nel trasporto pubblico locale raggiunto nella Conferenza unificata Stato-Regioni: il limite di affollamento sui mezzi, fissato su una capienza massima dell’80% che può arrivare al 100% per distanze al di sotto dei 15 minuti. Fate un po’ come potete, se potete…

3) Tutta la querelle sui banchi individuali per assicurare le distanze è già nel dimenticatoio; resta solo come argomento di polemica sui costi.

Si comprende benissimo che queste “non regole” sono il risultato di una presa d’atto: non ci sono risorse, né volontà di trovarle, per mantenere – nelle scuole, sui mezzi di trasporto, sui posti di lavoro, ecc – quelle misure di sicurezza che negli scorsi mesi hanno ridotto al minimo il contagio, i ricoveri, i morti.

Se due più due fa ancora quattro, bisogna attendersi un rapido aumento dei contagi tra chi va a scuola (insegnanti e Ata compresi), tra chi va al lavoro e dunque di chi abita con loro (a partire dagli anziani). In generale, insomma, con un ritorno anche dei “casi gravi”.

La sanità pubblica, benedetta nel momento più acuto dell’emergenza, è rimasta tale e quale, così com’era stata disegnata in base a tagli drastrici e continui; anzi con vuoti di organico maggiori perché molti operatori sono morti nella “battaglia”.

Sui posti di lavoro, il livello di “attenzione” degli imprenditori è stato testimoniato nel caso dell’Aia di Treviso (produzione di carni che poi finiscono sulle nostre tavole…), nel corso del programma Presa diretta (Rai3), il 31 agosto.

I lavoratori che manifestavano i sintomi classici venivano inviati a fare il tampone e poi erano obbligati a tornare al lavoro fino al risultato, se positivo. In pratica, veniva considerato dall’azienda “sano e non infettivo” fino all’evidenza clinica. Risultato: 182 contagiati su 700 addetti. E solo dopo che il disastro aveva richiamato l’attenzione dell pubbliche “autorità” si è arrivati a decidere la riduzione della produzione del 50%, il distanziamento fra le postazioni operative e la diminuzione del numero di lavoratori per turno.

Naturalmente Carlo Bonomi, neo presidente di Confindustria, dirà che quello è un “caso isolato”, come le “mele marce” nella polizia o tra i carabinieri. Ma le segnalazioni che ci giungono da tutta Italia dicono l’esatto opposto: gli imprenditori “risparmiano” su tutto, scaricando sui lavoratori ogni rischio.

Ma non è un problema solo italiano. I nostri vicini dell’Unione Europea sono altrettanto incasinati, non solo in termini di contagi (molto più alti ovunque, soprattutto in Francia, Germania e Spagna), ma anche sul piano delle misure idiote.

Se fa ridere ed incazzare un Cts che azzera il distanziamento sociale a scuola e sui mezzi pubblici, non sembra più intelligente – anzi… – il suo omologo tedesco che alcune settimane fa disponeva la riapertura dei bordelli (in Germania sono “attività produttive” come le altre, pienamente legalizzate) con una sola limitazione: massaggi erotici sì, ma niente sesso.

Se anche la classe dirigente tedesca è ridotta a queste stronzatine da opera buffa, vuol dire che il collasso istituzionale, o il fallimento della governance neoliberista, sta crescendo col passare dei giorni e l’accumularsi dei problemi sistemici.

Viviamo in un mondo – quello capitalistico – dove non solo gli individui, ma anche i meccanismi sociali complessi (produzione, commercio, amministrazione pubblica, ecc) sono tutti profondamente interconnessi. Non è insomma possibile “risolvere” un singolo problema senza mettere contemporaneamente mano a molte altre strutture e meccanismi. E in definitiva senza mettere in discussione – radicalmente – l’interesse privato al profitto individuale come “elemento intoccabile”, fondativo dell’assetto sociale attuale.

I governi si susseguono molto frequentemente, tutti i piccoli personaggi che li compongono e poi tornano a recitare la parte dell’”opposizione”, non sanno assolutamente dove mettere le mani. O quando anche lo sanno, sanno altrettanto bene di non poter toccare nulla di essenziale.

La “concorrenza politica feroce” che straborda da tv e giornali e una danza rumorosa ma immobile giocata intorno all’inessenziale, ai dettagli, alle clientele sempre più in difficoltà per mancanza di nutrimento (il taglio della spesa pubblica non danneggia soltanto i servizi sociali, ma anche i parassiti dell’intermediazione politica).

Le tecniche stesse di questa “concorrenza” – blocco sistematico di ogni decisione, a prescindere dalla sua utilità o necessità sociale; delegittimazione radicale di ogni altra posizione, ecc – farebbero pensare a un “conflitto radicale e rivoluzionario”. E invece, se si guarda ai programmi, si nota la totale identità di vedute (persino sull’immigrazione e la “chiusura dei porti” c’è una differenze solo sul piano del linguaggio; i “decreti Salvini” vengono ancora applicati senza alcuna vergogna…).

L’incompetenza sistemica della classe politica è diventato un problema di tutto l’Occidente, in Europa come negli Stati Uniti.

Del resto, 30 anni e più di neoliberismo, di “riduzione del ruolo dello Stato”, non potevano certo produrre una classe politica migliore. Ma solo degli esecutori disinvolti, senza progetti di lungo periodo, e dunque visione, statura, cultura.

Si aprirebbe una splendida occasione di trasformazione, se anche “a sinistra” il processo non avesse seminato la stessa peste. Anzi, di più…

lunedì 31 agosto 2020

Covid: soldi e interessi Nato per i test sierologici in Italia

 

Due milioni di test sierologici su base volontaria per il personale docente e amministrativo di tutte le scuole d’Italia. Uno screening di massa senza precedenti nella storia che il governo Conte-Azzolina-Speranza ritiene necessario per “contrastare e contenere l’emergenza COVID-19” ma che solleva perplessità nel mondo scientifico e tra gli stessi operatori scolastici per la non comprovata attendibilità delle indagini e l’incerta protezione dei dati personali sensibili che saranno raccolti e sistematizzati.

L’esecuzione dei test sierologici è stata demandata ai medici generici e ai laboratori delle aziende sanitarie locali. I dati relativi al loro esito sono trasmessi ai Dipartimenti di prevenzione delle ASL che li comunicano poi alla Regione di appartenenza, la quale – a sua volta – li trasmette in forma aggregata all’Istituto Superiore di Sanità (ISS)”, si legge nell’apposita circolare del Ministero della Salute del 7 agosto 2020.

Una procedura complessa e con molteplici attori in campo che rende possibile l’accesso ad una straordinaria mole di dati scientifici e statistici da parte di soggetti terzi con fini e interessi economici (transnazionali e industrie farmaceutiche) o, peggio ancora, militari.

Non farà certo piacere al personale scolastico venire a conoscenza che proprio l’Istituto Superiore di Sanità sta realizzando in questi mesi un progetto di sviluppo dei kit diagnostici rapidi per il dosaggio di anticorpi e antigeni specifici del coronavirus nei fluidi biologici, con un finanziamento dell’agenzia Science for Peace and Security della NATO, l’onnipotente organizzazione militare internazionale del Nord Atlantico.

Anche questo progetto, secondo l’ISS, punta a “contribuire a limitare la diffusione della SARS-CoV-2 fornendo nuovi strumenti per la diagnosi rapida che possono essere utilizzati in contesti su larga scala, grazie ad un approccio multidisciplinare con esperti del settore dell’immunologia, della virologia e della biologia molecolare”.

Alla sua realizzazione collaborano l’equipe di medici del Policlinico Universitario di Tor Vergata diretto dal prof. Massimo Andreoni e il gruppo di ricerca del prof. Gennaro De Libero dell’ospedale universitario di Basilea (Svizzera).

A coordinare il progetto ISS-NATO è stato chiamato il responsabile del reparto d’immunologia dell’Istituto di Sanità, Roberto Nisini, dal 1984 al 1997 ricercatore militare dell’Aeronautica italiana e dal febbraio 2020 responsabile scientifico del programma Real Biodefence per la realizzazione di “vaccini a mRNA inserito in liposomi asimmetrici nella difesa da agenti biologici”. Quest’ultimo progetto è stato avviato grazie a un accordo di collaborazione tra l’ISS e il Ministero della Difesa; approvato dal consiglio d’amministrazione dell’ISS il 19 novembre 2019, avrà una durata di 12 mesi e la spesa di 65.670 euro.

“I fluidi biologici analizzati per i test diagnostici saranno il sangue ma anche la saliva e le secrezioni naso-faringee da tampone e il risultato si potrà conoscere in un lasso di tempo variabile da pochi minuti a un’ora”, ha spiegato il dottor Roberto Nisiti il 5 maggio 2020 presentando il progetto dei kit diagnostici finanziato dalla NATO. “Il test sarà strumentale per lo screening iniziale in un triage o in una comunità.

I kit diagnostici consentiranno un rilevamento più rapido dei SARS-CoV-2 rilasciati nei fluidi corporei umani nell’ambiente e l’identificazione sensibile della risposta immunitaria agli antigeni strutturali. Gli aspetti innovativi di questo progetto includono la possibilità di rilevare e misurare sia le immunoglobuline umane G (IgG), A (IgA) e M (IgM) specifiche per componenti strutturali del SARS-CoV-2 nel siero, che gli antigeni virali nei biofluidi”.

Sempre secondo i ricercatori dell’ISS, saranno prodotte proteine strutturali ricombinanti codificate e anticorpi monoclonali (mAb) specificamente in grado di riconoscere queste proteine. “La procedura di immunizzazione che verrà utilizzata per generare anticorpi monoclonali fornirà anche un modello preclinico di immunogenicità di un vaccino anti-COVID-19”, ha aggiunto Nisiti. “L’identificazione di anticorpi anti-virus potrebbe rappresentare un primo passo nello sviluppo di immuno-terapie basate sulla somministrazione di anticorpi per il trattamento di pazienti infetti”.

“Il progetto che abbiamo lanciato nell’ambito dello Science for Peace and Security Programme della NATO è un esempio eccellente degli sforzi di ricerca globale della comunità per combattere il COVID-19”, ha dichiarato Antonio Missiroli, vicesegretario dell’Alleanza Atlantica con delega per le sfide delle emergenze alla sicurezza. 

“Esso rafforza anche l’impegno della NATO per la resilienza e la preparazione civile delle nazioni alleate e partner in tempi di crisi. Anche se i risultati attesi da questo progetto sono estremamente rilevanti per l’odierna situazione mondiale, noi attendiamo con ansia l’impatto che esso avrà a lungo termine in vista di una risposta internazionale contro i virus e i patogeni che si generano in natura o contro quelli creati dall’uomo”.

Anche Philippe Brandt, ambasciatore svizzero in Belgio e capo missione della confederazione elvetica presso il Comando supremo della NATO ha enfatizzato il nuovo progetto di ricerca ISS-NATO. “Per la Svizzera essere associata al Programma Partnership for Peace significa poter condividere le capacità per migliorare la sicurezza in un ambito multilaterale”, ha dichiarato il diplomatico.

“Con alcune università di massimo livello, centri scientifici e una forte relazione tra il settore privato e la ricerca, la Svizzera è ben posizionata per partecipare agli sforzi della comunità internazionale per combattere il COVID-19”. Come dire la privatizzazione della ricerca accademica a fini militari.

Lo Science for Peace and Security Programme è uno dei più importanti programmi di partenariato della NATO a supporto della ricerca scientifica per “affrontare le sfide della sicurezza del 21° secolo”, in particolare nei settori della cyber defence, delle tecnologie avanzate, dell’antiterrorismo, della sicurezza energetica e della “difesa contro agenti chimici, biologici, radiologici e nucleari”.

Il programma SPS sovvenziona progetti pluriennali, seminari di ricerca, corsi di formazione e istituti di studio avanzati, reti di esperti internazionali e scambi di competenze e know-how tra le comunità scientifiche della NATO e dei paesi partner.

Dopo lo scoppio della pandemia da coronavirus, buona parte dei fondi e degli interventi sono stati indirizzati alla ricerca sul COVID-19, con finalità dichiaratamente di ordine strategico-militare. “Abbiamo ricevuto dalla comunità scientifica oltre 40 proposte di studio per individuare le risposte che devono essere assunte contro questa nuova emergenza”, riporta l’ufficio stampa della NATO in un comunicato del 10 luglio scorso.

“Si sta investigando per avere una migliore conoscenza sulla disinformazione che circola sulla pandemia e su come contrastarla; su come assicurare le migliori condizioni sanitarie alle forze armate in caso di pandemia; su come rafforzare l’uso della tecnologia per addestrare i leader militari durante gli interventi in pandemia; sulle lezioni apprese dal COVID-19 per i sistemi di difesa nazionali; sulla dimensione etica del supporto militare alle attività sanitarie in pandemia”.

Sarebbero oltre 6.000 gli scienziati coinvolti dall’Alleanza Atlantica nei programmi sul coronavirus, a cui si aggiungono pure i ricercatori del Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE) di La Spezia, centro d’eccellenza NATO per la realizzazione e sperimentazione di nuovi sistemi d’arma navali e subacquei.

giovedì 20 agosto 2020

Tutto il potere ai mercati, dunque a Draghi

 

Dietro il discorso di Draghi al meeting di Cielle c’è una realtà che va conosciuta e capita per bene, altrimenti si fanno chiacchiere sulla base di “sentito dire” o, peggio ancora, del “mi piace/non mi piace”.

Molti editorialisti si sono concentrati sull’ennesima “innovazione lessicale” dell’ex governatore di Banda d’Italia e Bce (e anche ex vice-presidente di Goldman Sachs, a voler essere un po’ informati): la distinzione tra “debito buono”, impiegato per investimenti e formazione, e “debito cattivo” finalizzato a “sussidi”.

Sembra un’ovvietà, come molte altre innovazioni lessicali. Ma il contesto finanziario occidentale in cui questa distinzione viene ricordata le conferisce un significato concreto, anche politicamente rilevante: i mercati compreranno di preferenza i titoli di Stato emessi da quei Paesi che faranno debito del primo tipo, e puniranno quelli che sussidiano le fasce deboli della popolazione impoverite o azzerate dalla crisi.

Non è una nostra interpretazione maligna, ma una semplice constatazione che possiamo trovare anche in autorevoli editoriali di testate specializzate in finanza (il sempre preciso Guido Salerno Aletta…).

I termini strutturali del problema sono questi:

a) gli Stati, nell’epoca neoliberista del capitalismo occidentale, sono stati privati del potere di “stampare moneta”, trasformando le banche centrali in istituzioni “indipendenti” dal potere politico. L’Italia in questo è stata all’avanguardia, visto che già nel 1981, il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (il maestro di Prodi e tanti altri), decretò la separazione tra il suo ministero e la Banca d’Italia. Di fatto, quest’ultima non poteva più partecipare alle aste di collocamento dei titoli di Stato, e quindi il nuovo debito pubblico (o il rifinanziamento di quello vecchio) poteva essere finanziato solo dai “mercati”. I quali pretendevano una remunerazione maggiore, facendo scendere il prezzo di quei titoli e aumentando perciò la spesa pubblica in interessi. La motivazione va ricordata: siccome i governi d’allora “spendevano troppo”, si disse che in questo modo sarebbero stati costretti ad essere più “austeri”, a limitare la spesa. Piccola nota: allora il rapporto debito/Pil era intorno al 60%…

b) ma gli Stati, oltre alle normali spese istituzionali (amministrazione pubblica, esercito, polizie, sanità, istruzione, welfare, ecc), in caso di crisi debbono comunque garantire una rilevante copertura delle perdite generate dal settore privato. E’ avvenuto nel 2008-2009, sta accadendo ora su scala mondiale. Per fare questo, non potendo “stampare moneta”, debbono indebitarsi chiedendo prestiti ai “mercati”. Ossia ai grandi investitori professionali, come banche d’affari, assicurazioni, fondi di investimento, ecc.

c) la moneta, in caso di crisi, viene creata dal nulla dalle banche centrali (Federal Reserve, Bce, Bank of England, ecc), ma non può essere girata agli Stati. Solo i grandi “investitori professionali” possono ottenerla, “vendendo” a prezzo intero alle banche centrali i titoli in loro possesso (di Stato o privati, come azioni, prodotti derivati, ecc) che a causa della crisi non valgono più nulla. Con il quantitive easing delle banche centrali, in altre parole, si “salva il sistema finanziario privato” ossia gli investitori professionali – sostituendo carta straccia con nuova moneta creata dal nulla.

d) con quella moneta “i mercati” comprano il nuovo debito pubblico che gli Stati (o addirittura l’Unione Europea, per la prima volta con il solo Recovery Fund) sono costretti ad emettere per salvare il sistema delle imprese a rischio fallimento.

e) ma il debito fatto dagli Stati dovrà essere ripagato. E poiché gli Stati, in epoca neoliberista, non possono più far conto su un sistema di imprese pubbliche che genera profitti, quel debito dovrà essere “onorato” spremendo le rispettive popolazioni. Cosa che si può fare solo aumentando le tasse, vendendo patrimonio pubblico (imprese, immobili, terreni, monumenti, ecc) e/o tagliando la spesa pubblica “improduttiva”; ossia sanità, istruzione, pensioni, assegni sociali, edilizia pubblica, ecc. E’ la storia degli ultimi 40 anni…

Dov’è la novità?

Con la pandemia da Covid-19 la scala di intervento richiesta agli Stati diventa tale che non si può più “agire col bisturi” sulla spesa pubblica, tagliando qualcosina qui, un po’ di più lì, rinviando questo o anticipando quello. Ora serve la scure.

Perché tutto il poco che c’è dev’essere dato al sistema delle imprese, per definizione descritto come l’unico che può “creare ricchezza, lavoro, occupazione” (non è vero e proprio la storia dell’economia mista italiana lo dimostra, ma con l’ideologia neoliberista non si discute).

E qui torniamo alla distinzione di Draghi tra debito buono e debito cattivo. La spesa per sostenere il sistema privato è “buona”, quella per i servizi o i “sussidi” alla popolazione è “cattiva”.

A deciderlo non è né una teoria macroeconomica, né un’istituzione politica superiore. Sono soltanto i mercati, che comprano già ora e compreranno titoli degli Stati a seconda di come questi spendono i propri soldi. Quelli che pensano anche in qualche misura (pur minima) alla popolazione saranno “schifati”, dunque sarà lasciato salire lo spread, avranno un voto sempre più basso dalle agenzie di rating (poche, tutte statunitensi e controllate dagli “investitori professionali”). Fino al disastro economico e sociale.

Di fatto, “i mercati” commissariano le politiche dei governi, subordinandoli

Detta così, però, i colpevoli sarebbero presto individuati anche dalle popolazioni meno avvedute (con dei rappresentanti politici non tutti completamente venduti). Serve una strategia di comunicazione che “distragga” l’attenzione pubblica, dirottandola verso altri nemici.

Sappiamo per esperienza che oltre 30 anni di “politiche per favorire i giovani” hanno creato semplicemente un mercato del lavoro senza più diritti, con salari bassi, pensioni sempre più tardive e assegni da fame; una sanità semi-privatizzata (quando va bene), un’istruzione ridotta a quiz Invalsi, analfabetismo funzionale e ripresa dell’emigrazione, ecc.

I “giovani” degli anni ‘90, quelli che dovevano beneficiare di quelle politiche, stanno ora avvicinandosi alla pensione come al patibolo. E per quelli giovani oggi andrà ancora peggio.

Ma proprio su questo tasto, per quanto logorato, torna a battere uno dei portavoce più autorevoli dei “mercati”, Mario Draghi.

Che vuol dire? Che le risorse esistenti – la spesa pubblica ordinaria – andranno spostate dal welfare ad altri obbiettivi, genericamente definiti “per la crescita e dunque per i giovani”.

Significa che le pensioni in essere dovranno essere ridotte, come avvenuto in Grecia dal 2015 in poi. Che tutto dovrà essere destinato a supportare le imprese (azzerando contributi previdenziali e imposte varie, costruendo infrastrutture che servono solo a chi le mette in piedi con i soldi pubblici, come il Tav in Valsusa o addirittura il “tunnel dello Stretto”, ecc).

Aspettiamoci quindi un ritorno alla grande del “conflitto generazionale”, con i giovani incitati a scagliarsi contro “i privilegi degli anziani” (padri e nonni che li mantengono, spesso, con le loro pensioni e salari decenti strappati a morsi in un’altra epoca).

Questo è chiamato a fare Draghi. Con l’appoggio integrale di tutte le “forze politiche” presenti in Parlamento.

La novità, insomma, sta nel fatto che il capitale finanziario, ossia “i mercati”, pretende il controllo diretto delle istituzioni politiche.

In nome della “democrazia”, naturalmente…

lunedì 3 agosto 2020

Italia e Ue mandanti di assassini e torture

La guardia costiera libica ha massacrato a colpi di mitraglia un gruppo di migranti su un barcone, che faceva di tutto per sfuggirle. Perché in Libia tutti i fuggitivi erano attesi dai lager, dove esseri umani a migliaia vengono torturati, stuprati, trattati e venduti come schiavi.
Sono gli effetti degli accordi appena rinnovati tra Italia e Libia, approvati con voto quasi unanime dal Parlamento.
Sono gli effetti di una UE che usa Italia Grecia e Spagna come guardie di frontiera, con questi paesi che poi delocalizzano in Africa i compiti dello sterminio.
Sono gli effetti di un sistema neocoloniale che spende per interventi militari in Africa miliardi che potrebbero essere impiegati in veri aiuti.
Sono gli effetti del saccheggio multinazionale delle risorse di un intero continente.
Sono gli effetti di un sistema politico dove infami mascalzoni fanno le loro fortune sulla paura dell’invasione da parte di poveri disperati, che poi vengono stipati in settecento dove c’é posto per cinquanta e vergogna se provano a fuggire. E poi ci sono quelli che per paura di perdere voti a favore dei mascalzoni li copiano e fanno come e peggio di loro.
Sono gli effetti di un paese che da trent’anni viene diseducato alla solidarietà e abituato alla ferocia. Non pensate che sia vero l’ignobile slogan prima gli italiani. Esso serve solo a farci accettare il massacro degli altri come inevitabile, in modo che si sappia accettare quello in casa nostra se fosse necessario.
Ci si abitua all’indifferenza verso la mostruosità, come gli onesti cittadini di Mauthausen.
Ci vogliono rendere complici e partecipi dell’orrore, questa è la colpa più grave di tutti i governi e di tutti i partiti di governo, che hanno fatto dell’Italia e della UE i mandanti dei crimini.
Sono sacrosante ogni ribellione, ogni violazione, nel nome dell’umanità, di questa legalità assassina. E se qualcuno chiede, come è solito fare chi accetta tutto, quali siano le alternative, la risposta è prima di tutto una: non guardare dall’altra parte. E poi smetterla di pagare assassini.
PS: questa foto è stata pubblicata a gennaio dall’Avvenire e documenta la tortura ad una donna eritrea.