mercoledì 6 maggio 2020

Il diktat della Germania alla UE: “austerità o rottura

La Corte Costituzionale della Germania ha seppellito definitivamente i recovery bond ed ogni forma di gestione della crisi economica che allarghi le maglie dei trattati liberisti che governano la UE.
Con una sua sentenza, la massima corte tedesca ha messo sotto accusa la politica della BCE decisa da Mario Draghi, cioè l’acquisto illimitato – tramite soldi forniti alle banche, si ricordi – dei titoli del debito dei paesi più in crisi.
La BCE ha tre mesi di tempo per spiegare alla corte di Germania le ragioni di una sua scelta che i giudici considerano al di fuori dei limiti istituzionali della banca, accusandola di aver fatto una politica economica che non le compete.
Poi se la BCE non cambierà, la Banca Federale di Germania dovrà sottrarsi alle decisioni della Banca Europea, insomma non metterci più i soldi. Insomma una bomba ad orologeria ed un ricatto su tutto il sistema UE, che la stampa italiana sta stupidamente minimizzando come faceva col coronavirus.
Prima di affrontare le conseguenze economiche e sociali della sentenza, è importante coglierne la dimensione politica ed istituzionale. Nel 2012 il Parlamento italiano, centrodestra e centrosinistra uniti, con voto unanime in prima battuta – e, in seconda votazione, con il dissenso parziale, tardivo e sostanzialmente finto di Lega e Di Pietro – votò la modifica della Costituzione, accogliendo dentro di essa il vincolo europeo ed in particolare il Fiscal Compact, con il vincolo al pareggio di bilancio imposto nella riscrittura dell’articolo 81.
Insomma non solo l’Italia ha accolto nella propria Costituzione quei vincoli di austerità che contraddicono alla radice i principi sociali della sua prima parte, ma ha accettato la supremazia dei trattati europei sul proprio sistema democratico.
La Germania ha invece fatto l’esatto contrario. I vincoli europei sono stati accolti dal sistema tedesco solo e fino a che non ne contraddicano i principi. Così la Germania ha mantenuto e usato la propria sovranità costituzionale, l’Italia vi ha rinunciato.
Non solo la differente potenza economica dei suoi stati, ma le stesse regole ineguali hanno fatto della UE un sistema squilibrato, dove la Germania ha potuto conservare e accrescere le sue terapie intensive, mentre l’Italia le ha tagliate.
Sia chiaro non ha sbagliato la Germania, hanno sbagliato l’Italia e tutta la UE ad accettare un sistema di regole dove un solo parlamento nazionale resta sovrano, quello tedesco. Il padronato e i ricchi italiani hanno trovato perfetto per loro un sistema nel quale la posizione subalterna del paese favoriva la crescita dei profitti privati ai danni del lavoro e del sistema pubblico, ma ora con la crisi economica spaventosa in arrivo i nodi vengono al pettine.
Il capitalismo tedesco non può permettersi di aiutare davvero l’Italia, altrimenti i lavoratori di quel paese, i cui diritti sono stati comunque compressi, chiederebbero il conto. Ma come ci avete chiesto collaborazione e rinunce, ed ora date i soldi agli italiani?
È la domanda che un lavoratore olandese fa al primo ministro Rutte, fedele satellite della Germania. La borghesia tedesca non può fare il passo di una vera solidarietà europea, altrimenti vedrebbe messo in crisi il proprio potere nel proprio paese.
Le conseguenze economiche di questo stallo sono già evidenti. Non ci saranno mai i “coronabond” chiesti di Conte e la BCE dovrà lasciar salire lo spread dei titoli del debito pubblico italiano. La Germania ha detto basta alle chiacchiere: o l’Italia e gli altri paesi in difficoltà accettano l’austerità, o per loro non ci sarà niente. O il MES o nulla.
Si aprirà quindi nuova crisi “europeista” nel nostro paese, messo di fronte alla scelta tra l’obbedienza al vincolo europeo seguendo la via della Grecia, oppure la ricerca di altre vie.
Confindustria ha già scelto e ha chiesto di abolire i contratti nazionali, con il tacito consenso dei finti sovranisti di destra e del liberisti di tutti i partiti. Il bivio è reale: o si accetta un nuovo giro di vite del sistema ineguale, pagato integralmente dalle classi lavoratrici e popolari, oppure si mette in discussione quel sistema.
Bisogna ripristinare la sovranità dei principi costituzionali ed applicarla nelle scelte economiche e sociali, rompendo con il vincolo europeo. Come oggi fa la Germania ma per ragioni e scopi esattamente opposti a quelli dei conservatori e sovranisti tedeschi che comandano la UE.
Al diktat tedesco, austerità o rottura, bisogna per forza rispondere: meglio la rottura

martedì 5 maggio 2020

Regione Lombardia, commissariarla è il minimo

La Regione Lombardia – parliamo dell’amministrazione leghista, naturalmente – è il “buco nero” del mondo all’epoca del coronavirus.
Un misto incredibile di incapacità, servilismo verso Assolombarda (la Confindustria locale, che ha ora espresso anche il “leader nazionale degli imprenditori, il bocconiano Carlo Bonomi), volontà di contrastare a prescindere il governo centrale (già asservito di suo agli stessi padroni, ma con l’esigenza di star attento anche ad altri interessi territoriali), preservare il “modello di sanità privatizzata” nonostante lo spaventoso bilancio di morti, contagiati, ricoverati e confinati in quarantena obbligatoria.
A ieri sera si potevano infatti contare in questo territorio 78.105 contagi e 14.294 morti. Con una popolazione di circa 10 milioni, si tratta delle più alte percentuali registrate sull’intero pianeta. Solo i morti sono la metà di quelli registrati in tutta Italia.
Un risultato che consiglierebbe chiunque di farsi da parte, ma non i prodi leghisti incollati alle poltrone regionali. Una stupida “mozione di sfiducia” presentata contro l’assessore al welfare e alla sanità, il garrulo Giulio Gallera, è stata respinta ieri dal Consiglio, a larga maggioranza di destra: 49 voti contrari, 23 favorevoli e 2 astenuti.
Per far capire esattamente di che pasta è fatta l’”opposizione democratica” il rappresentante di +Europa (un nome, un programma…) si è astenuto, mentre la consigliera renziana non ha neppure partecipato. Ricordatevene, quando vi chiederanno come sempre il voto “per fermare la destra”…
Lo stesso Gallera, peraltro, da qualche giorno evita di farsi vedere in tv, il suo luogo preferito, da cui ha pontificato a lungo nei giorni in cui i suoi sfortunati amministrati morivano come mosche.
Deve essere l’effetto che innumerevoli inchieste giudiziarie aperte sia sulla gestione della case di riposo e la sua criminale “delibera dell’8 marzo” (quella che “chiedeva” alle Rsa di ospitare un po’ di malati conclamati di Covid-19), sia sulla riapertura dell’ospedale di Alzano Lombardo, in Val Seriana, dopo l’inchiesta de La7 che dimostra – carte alla mano – l’”ordine” arrivato dalla Regione di andare avanti come se il contagio non ci fosse.
E’ il caso di riportare l’intervista all’infermiera intervistata “sotto copertura” (perché tutto il personale dell’ospedale era stato minacciato di licenziamento fin dall’inizio del disastro).
Il 23 febbraio ero in servizio al pronto soccorso e lì abbiamo riscontrato il primo caso sospetto di Coronavirus di un paziente per il quale il nostro medico ha deciso di chiudere le attività del pronto soccorso avvisando la direzione medica e anche Areu (Azienda Regionale Emergenza Urgenza, ndr), comunque il 118 di Bergamo, che non avremmo ricevuto più pazienti.
Il nostro medico stesso ha avvisato pure i parenti e i pazienti in sala d’attesa che non erano entrati in pronto soccorso dicendo che il pronto soccorso non avrebbe proseguito le attività proprio perché c’era questo sospetto. E abbiamo proceduto alla sanificazione dei locali dove questo paziente era transitato.
Nello stesso tempo, però, abbiamo scoperto che nei reparti di chirurgia e di medicina c’erano già due pazienti positivi… Abbiamo proseguito il nostro turno fino alla sera e abbiamo fermato i nostri colleghi che avrebbero dovuto prendere servizio nel pomeriggio, sono stati bloccati gli ingressi in uscita e in entrata dell’ospedale e fermato tutto il personale degli altri reparti.
Domenica 23 febbraio in ospedale c’è una riunione: dopo la sanificazione bisogna organizzare un piano di difesa e isolamento dei malati, dei familiari e del personale sanitario; ma da Milano, dal Palazzo della Regione, arriva l’ordine: riaprite.
Su una chat interna il coordinatore infermieristico avvisa i suoi colleghi: ‘Pronto soccorso riaperto, si riprende la normale turnazione. Che nessuno diffonda alcun dato di pazienti, in nessun modo siete autorizzati a diffonderli, a nessuno e di chiunque. Chi non si attiene alle indicazioni se ne assumerà eventuali conseguenze”. Il licenziamento, appunto…
E infine, rispondendo alla domanda della giornalista (“I vostri dirigenti vietano al personale di parlare con la stampa, perchè lei è qui?”), risponde:
Perché la situazione è stata molto concitata e non si sono capite le decisioni che hanno preso. Secondo il mio parere noi quel giorno non avremmo dovuto tornare a casa, non avremmo dovuto tornare a casa noi, i parenti dei pazienti e nemmeno i pazienti.
Secondo le regole avrebbero dovuto tenere tutti lì in isolamento precauzionale fino al risultato se non altro di un tampone o degli esami che attestavano che non avessimo il Coronavirus perché poi credo che da lì si sia data una buona mano al diffondersi di questa epidemia.
Lunedì l’ospedale ha svolto la sua normale attività, comprese le sale operatorie e il personale che comunque era stato a contatto con pazienti dichiarati positivi. Abbiamo lavorato con medici che sapevano di essere positivi, loro dicono che hanno dovuto prendere servizio per ordini superiori, ma è un ordine sbagliato, va contro tutte le etiche professionali: non puoi venire a lavorare con 40 di febbre e il Coronavirus, devi stare a casa ed evitare che si ammalino altre persone.
Una delle scene più brutte che mi ricordo è quella di dover mettere i cadaveri ancora caldi nei sacchi della pastorino. C’è stato un giorno – il nostro massimo – in cui nella nostra camera mortuaria c’erano 28 cadaveri quando di solito più di 2 o 4 non ce ne sono”.
I dati Istat diffusi ieri hanno gelidemente confermato il racconto: nel mese di marzo 2020 è stato registrato in Italia il 49,4% di decessi in più rispetto al marzo 2019. Ma gli aumenti più agghiaccianti sono avvenuti quasi tutti in Lombardia: Bergamo (568%), Cremona (391%), Lodi (371%), Brescia (291%), Piacenza (264%), Parma (208%), Lecco (174%), Pavia (133%), Mantova (122%).
Comprensibile, dunque, che Gallera stia attualmente occupato a compulsare tutte le carte in attesa dell’inevitabile convocazione davanti ai magistrati. Omicidio ed epidemia colposi sono reati sempre gravi, ma con quasi 15.000 morti si va oltre ogni possibile scusante.
Di fronte a questa tetragono iattanza della junta leghista, insomma, la richiesta di commissariamento della Regione, avanzata già venti giorni fa da Potere al Popolo, sembra quasi il minimo. E’ un atto politico, una messa in stato d’accusa di una classe politico-amministrativa orrenda, ed anche di un Governo che – lo sappiamo bene – si guarderà dal procedere in questo senso; almeno fin quando non sarà la magistratura ad emanare provvedimenti giudiziari accompagnati da prove e testimonianze inoppugnabili.
Solo in quel caso, come sempre, ci potrebbe essere un travagliatissimo scioglimento dell’attuale consiglio regionale lombardo e la nomina di un “commissario” incaricato dell’ordinaria amministrazione per arrivare a nuove elezioni (come stava per altre ragioni avvenendo in Valle d’Aosta, per esempio, se non fosse nel frattempo sopraggiunta l’epidemia).
Una campagna politica, insomma, per “svegliare” un pezzo di popolo che fin qui si era affidato a chi indicava il nemico in un soggetto esterno (gli immigrati, i “clandestini”, “i meridionali”, e via depistando) e intanto serviva su un piatto d’argento la res publica a una banda di imprenditori senza scrupoli.
Stiamo parlando della più grande tragedia vissuta da questo Paese in tempi di pace. Eppure questa giunta di malmessi si comporta in un modo che può essere riassunto come nel video in fondo all’articolo.
Spazzarli via è un compito politico prioritario. Per tutelare finalmente sul serio la salute di 10 milioni di abitanti e cambiare l'”abito mentale” cucitole addosso nel corso degli ultimi 30 anni.
Il “come” è decisamente un problema secondario…

lunedì 4 maggio 2020

Bonomi all’attacco. No a nazionalizzazioni, basta con i contratti nazionali di lavoro

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, in una riunione del Consiglio generale dell’organizzazione padronale è andato subito alla carica su due questioni dirimenti.
Nella prima ha voluto riaffermare che l’interventismo dello Stato nell’economia va bene solo secondo la abusata logica della “socializzazione delle perdite, ma privatizzazione dei profitti”.
Un conto è chiedere un freno alla corresponsione dei dividendi, altro e del tutto inaccettabile è avviare una campagna di nazionalizzazioni dopo aver indotto le imprese ad iperindebitarsi”, ha affermato Bonomi facendosi portavoce degli interessi delle imprese. Ma ha insistito ancora sul no alle nazionalizzazioni: “la tentazione di una nuova stagione di nazionalizzazioni è errata nei presupposti e assai rischiosa nelle conseguenze, sottraendo risorse preziose alle aziende per soli fini elettorali”.
Gira che ti rigira l’obiettivo ancora non dichiarato ma evocato è che i soldi pubblici che andranno alle imprese devono essere a fondo perduto e non da restituire. Bonomi l’ha spiegata così: “Mentre lo Stato chiede per sé in Europa trasferimenti a fondo perduto, a noi chiede di continuare di indebitarci per continuare a pagare le tasse allo Stato stesso”.
C’è poi l’obiettivo dichiarato esplicitamente, ossia approfittare dell’emergenza per rivedere radicalmente i contratti nazionali di lavoro e riscrivere totalmente le regole del lavoro su base aziendale. Bonomi infatti chiede che : “Il Governo agevoli quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020, da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali”, chiedendo, di fatto, che i contratti nazionali vengano sospesi e si proceda ad una rinegoziazione totale dei diritti su base aziendale”.
Nominato ma ancora non insediato, Bonomi non smentisce la sua fama di “falco” nel mondo padronale. I documenti dell’Assolombarda negli anni scorsi, quando Bonomi ne era il presidente, hanno sempre indicato una strada oltranzista e di scontro aperto con gli altri interessi sociali in nome della primàzia delle imprese. Lo abbiamo visto all’opera contro le chiusure e per la rapida riapertura delle fabbriche in Lombardia durante e nonostante la pandemia. Ma abbiamo visto anche i danni e i morti provocati da questa logica.
Bonomi è uno che ha molto chiari gli interessi da rappresentare e da far prevalere rispetto agli altri.  Si tratta di fare altrettanto sul versante degli interessi antagonisti ai suoi e quelli che rappresenta. Prepariamoci ad una lotta testa a testa e corpo a corpo. La chiamano lotta di classe

giovedì 30 aprile 2020

Pd e destra compatti a difesa degli F35. Stoppata interrogazione del M5S

Prima i parlamentari del Pd, poi il governo ed infine anche l’opposizione della destra, hanno nuovamente fatto muro contro una interrogazione  parlamentare del deputato Gianluca Ferrara del M5S (commissione esteri) che chiedeva di sospendere per un anno il programma di acquisto degli aerei militari F35. Si conferma così come sulle spese militari agiscano le stesse convergenze di quello che abbiamo definito il Partito Trasversale del Pil, un partito in cui quelli che litigano di mattina si rivelano pienamente d’accordo il pomeriggio.
L’interrogazione di Ferrara chiedeva di sospendere il programma per un anno e di rivalutarlo nel suo complesso così da destinare più risorse alla sanità.  E, insieme a quella del deputato, sul testo compaiono le firme di una cinquantina di deputati del M5S, quasi la metà dell’intero gruppo parlamentare alla Camera.
La proposta di destinare ad altri capitoli della spesa sociale i fondi previsti per l’acquisto degli F35 già in autunno aveva visto la levata di scudi sia del Ministro della Difesa Guerrini (PD) che della Lega, la quale a novembre aveva presentato una mozione per impegnare il governo a confermare gli impegni di spesa e quelli dell’alleanza con il complesso militare-industriale Usa.
Ma la mozione della Lega era stata bocciata, mentre veniva approvata una mozione di maggioranza che rinviava la questione, cassava ogni richiamo alla “rimodulazione” o “rinegoziazione” degli impegni all’acquisto degli F35 e manteneva sostanzialmente le cose come stavano.
Un particolare significativo  è sono stati i voti dell’opposizione di destra (Lega, Fdi; FI) a favore  del punto della mozione di maggioranza che di valorizzare gli investimenti sugli F35 nello stabilimento di Cameri e di “allargare ulteriormente gli ambiti di cooperazione internazionale nel campo aerospaziale e della difesa, al fine di massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici del distretto”.
L’interrogazione presentata da Ferrara e dai deputati M5S ha riposto la questione in piena emergenza Covid 19 chiedendo di spostare i fondi per gli F35 al capitolo della sanità “alla luce dell’evidente esigenza, nazionale e globale, di ridefinire le priorità della spesa pubblica, privilegiando le spese nei settori sanitari”.
L’interrogazione propone sostanzialmente una moratoria di dodici mesi sul programma F-35, mentre in un altro punto chiede al Ministero della Difesa di “valutare l’opportunità di rinegoziare e ridimensionare il programma”, valutando “programmi aeronautici alternativi economicamente più sostenibili e rispondenti alle necessità delle nostre forze aeree e agli interessi della nostra industria della difesa”.
Il Pd ha reagito subito e male a questa interrogazione. “Tutte le decisioni delicate come quelle che riguardano impegni assunti a livello internazionale vanno discusse all’interno della maggioranza e non attraverso iniziative unilaterali” ha tuonato il senatore Pd Alfieri. Più esplicito ancora un altro parlamentare del Pd, Enrico Borghi, il quale ci ha tenuto a ribadire che: “Da parte nostra non ci sarà nessun ondeggiamento; il Pd è un partito che sostiene l’atlantismo e rispetta gli accordi internazionali”.
Insomma gli F35 e l’ingente programma di spesa per acquistarli, circa 14 miliardi di euro, continuano a rimanere un tabù, anche in tempi di emergenza sanitaria e sociale come quelli in cui siamo immersi. Pd e destra scattano come un sol uomo quando c’è da sostenere le spese militari e l’atlantismo. Sono come i ladri di Pisa.

mercoledì 29 aprile 2020

La Germania ha già riaperto!”… le porte al contagio…

Ripartire, riaprire”… Il grido di Confindustria e Confcommercio – con tanto di minacce di scendere in piazza – risuona in tutta Europa (ognuno ha una Confindustria, da queste parti) e portato tutti i paesi a pianificare un via libera alle attività produttive e commerciali piuttosto anticipato rispetto alle indicazioni dei comitati scientifici (questi, sì, tutti compatti nello sconsigliare la fretta).
Tra gli esempi più citati – da Carlo Bonomi, neo-boss di Viale dell’Astronomia, o dall’eterno Carlo Sangalli – c’è ovviamente la Germania. Mito di efficienza, (ordo)liberismo, scientificità, sburocratizzazione, governi stabili…
E in effetti la Germania ha riaperto molte attività da lunedì scorso, 20 aprile, sollevando l’invidia e la rabbia degli imprenditori di casa nostra, anche se in realtà il 60% delle imprese – qui – non ha mai chiuso. Nemmeno a Bergamo o a Brescia, mentre pile di bare venivano portate via dai camion dell’esercito…
Facciamo come in Germania”, insomma… C’è solo un piccolo problema. Berlino ha in effetti riaperto molte porte, ma soprattutto quella del contagio.
In pochi giorni il tasso di contagiosità – che era sceso a 0,7 – è risalito a 1, ovvero ogni persona infetta ne contagia un’altra. E’ il limite al di sotto del quale si può ragionevolmente ritenere un’epidemia “sotto controllo”, ma sicuramente non “battuta” (in questo caso sarebbe zero).
Questo indicatore è stato assunto come parametro da chi – tutti i governi dell’Occidente capitalistico – ha preteso di “conciliare la produzione con la salute”, riuscendo nel fantastico risultato di perdere su entrambi i fronti.
Ma anche ammesso – e non concesso – che questo indicatore sia davvero utile, bisogna prendere atto che anche una controllata riapertura di più attività comporta un rapido aumento dei contagiati e dei morti.
Ed infatti anche il tasso di mortalità per la malattia è aumentato di giorno in giorno. Secondo i dati del Robert Koch Institute, l’altroieri ha raggiunto il 3,8%, comunque il più basso del mondo.
Su questo punto i dati tedeschi sono stati guardati con sospetto fin dall’inizio: troppo pochi i morti rispetto ai contagiati, un tasso diverso da tutti gli altri Paesi. E troppo giovani le vittime, come se venissero conteggiati soltanto i morti di solo coronavirus (senza insomma tener conto della pluripatologie, tipiche dei più anziani).
La graduale ripartenza era stata abbastanza sostanziosa. Oltre alle fabbriche – mai fermate del tutto – hanno riaperto i negozi con una superficie inferiore agli 800 metri quadrati, concessionarie di auto, negozi di biciclette e librerie. In Sassonia erano state riaperte anche le scuole.
Non ci vuole uno scienziato per capire che, oltre a più lavoratori in giro, sono aumentati anche “i clienti” (ognuno di noi ricopre del resto più ruoli nella stessa giornata…). E quindi si sono moltiplicate esponenzialmente le occasioni quotidiane di contatto e contagio.
In più, anche in Germania sta esplodendo il caso dei focolai di Covid-19 nelle case di riposo per anziani, che hanno fatto rapidamente salire il tasso di mortalità, avvicinandolo un po’ di più a quello realistico.
Oggi anche nel primo paese d’Europa i contagiati ufficiali sono quasi 160.000, mentre i morti hanno superato i 6.000.
Lo stesso presidente del Robert Koch Insitute ha dunque voluto insistere nella raccomandazione planetaria: rimanere a casa il più possibile e osservate il distanziamento sociale di almeno un metro e mezzo.
Ma non ha osato criticare pubblicamente le decisioni governative, sia sulla riapertura che sulle modalità di protezione individuale. In Germania, in questi giorni, resta il divieto di contatto tra persone, ma soltanto da lunedì è obbligatorio indossare mascherine nei negozi e sui mezzi di trasporto pubblico. Non proprio un esempio di efficienza da mostrare al mondo.
Ora sono in dubbio le altre riaperture già previste, a partire dal 4 maggio, proprio come in Italia. Nel piano originale anche le scuole dovrebbero riaprire per questa data, addirittura in tutti i Land.
Nel paese guidato da Angela Merkel, gli occhi sono ora puntati al prossimo incontro fra governo e Lander, fissato per giovedì. L’Esecutivo ha chiarito ieri di non voler procedere ad una accelerazione dell’allentamento delle misure restrittive, ma la pressione politica ed economica (gli imprenditori, insomma) sale e anche lì il dibattito sul punto è molto acceso.
Pure la Francia, ieri, ha innestato il freno a mano sulle scadenze del “ritorno alla normalità”. “Se gli indicatori non saranno rispettati, non faremo nessuna riapertura l’11 maggio“,  ha detto il premier francese, Edouard Philippe, presentando il piano di riapertura in Parlamento. Tra gli indicatori nominati c’è il numero dei nuovi contagi al giorno, che “deve mantenersi fra i 1.000 e i 3.000“. Non pochi, ma attualmenta Parigi ne conta parecchi di più.
Le stesse preoccupazioni, del resto, sono state mostrate da Giuseppe Conte, al centro della canea di destra (i “due Matteo”, Renzi e Salvini, su tutti) che pretende riapertura totale immediata, lamentando “timidezza” e eccessivo ascolto degli scienziati.
Non a caso, il rapporto consegnato al governo italiano dal Comitato tecnico scientifico prevedeva che nel caso di riapertura totale (scuole comprese) ci sarebbero stati 151.000 malati in terapia intensiva e oltre 430.000 ricoverati… Riaperture_report

Un disastro di proporzioni immani, cui lo sconquassato – dai tagli – sistema sanitario nazionale non potrebbe mai reggere. E neanche quello tedesco…
Ascoltando i ragionamenti dei virologi, del resto, l’avevamo candidamente previsto: dove comandano le imprese, il virus festeggia.
Date retta alle Confindustrie, vedrete che futuro radioso…

martedì 28 aprile 2020

Una “riapertura” da pazzi scriteriati

Il governo Conte ha varato ieri sera il decreto per la “ripartenza” delle attività economiche. Tutte, con un calendario ancora molto in discussione, ma senza eccezioni. Il tutto mentre il contagio ha – sì – rallentato un po’ la sua corsa, ma permane a livelli altissimi.
Una decisione schizofrenica, come da due mesi a questa parte, perché da un lato riguarda tutto il territorio nazionale senza alcuna distinzione tra aree ad alto rischio e territori sostanzialmente “sicuri”, dall’altra colpevolizza preventivamente i singoli cittadini per l’eventuale – prevedibilmente certa – risalita della “curva” dei contagi.
Ancora una volta sembra aver prevalso la pressione di Confindustria e Confcommercio. Anche perché, in assenza di una qualsiasi politica europea coordinata, ogni paese del Vecchio Continente è spinto a “ripartire” per proprio conto, cercando di non perdere troppo terreno rispetto ai “competitori” – più che partner – dell’Unione.
Un agire scomposto e dissennato di fronte alla pandemia, che sarà certamente aggravato (a livello nazionale) dall’accavallarsi di “delibere regionali” che introdurranno eccezioni, rallentamenti o accelerazioni motivate più dalla necessità di “distinguersi” che da quelle sanitarie.
Del resto era stato lo stesso epidemiologo Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto superiore di Sanità, a spiegare che “Per noi della sanità il rischio accettabile è zero, per economisti è 10”. Il prof, politicamente accorto, ha detto “economisti”, ma la definizione investe ovviamente gli imprenditori, che del rischio altrui sistematicamente se ne fregano (a parte eccezioni lodevoli quanto rare).
Il governo, con il decreto che qui potete consultare (DPCM e allegato del 26 aprile 2020.pdf), ha scelto “un rischio 9,5”, potenzialmente catastrofico, ma con responsabilità rovesciata sui cittadini. Come se “gli assembramenti” sui mezzi pubblici o nei luoghi di lavoro (per una impresa che modifica la propria organizzazione del lavoro ce ne sono dieci che non possono o non vogliono farlo) fossero una passeggiata di salute, mentre solo quelli “ludici” pericolosi.

lunedì 27 aprile 2020

Ripartono le Grandi Opere inutili. Via libera ai commissari

Tra le attività produttive che si sono fermate per ultime, e quelle che ripartiranno tra le prime, ci sono i cantieri.
A più voci i governatori delle regioni del Nord Italia, hanno premuto sul Governo perché si prendesse una decisione chiara e rapida sulla riapertura delle opere pubbliche anche prima del 4 maggio, e la conferma ufficiale, è arrivata ieri sera dalla conferenza stampa di Conte. Preparativi già da domani, per la ripartenza il 4 maggio.
Perché tanta fretta? Se i governatori si rincorrono nel parlare di necessità di riavviare i cantieri per “riprendere” le opere pubbliche come l’edilizia scolastica (e sappiamo bene in che stato vergognoso versano gli edifici scolastici da decenni, non da ieri!), o addirittura l’edilizia residenziale pubblica (bloccata, ferma, svenduta da ormai un ventennio di politiche antipopolari e di distruzione del welfare pubblico!), quello che in verità si vuole riavviare velocemente è la catena della speculazione su cui i grandi costruttori vivono, le grandi opere stradali, ferroviarie e infrastrutturali.
Ricordiamo bene le grandi opere che con lo Sblocca Cantieri tra il 2019 e i primissimi mesi del 2020 presero una nuova spinta vitale, come la Pedemontana lombarda, la bretella Sassuolo-Campogalianico, i passanti di Bologna e Firenze e il Mose di Venezia, l’alta velocità Brescia Padova, i tram per turisti di Bologna, le bretelle , ecc (guarda caso tutte opere concentrate per lo più nel Nord Italia, trampolino per l’Europa).
Un mercato quello degli appalti pubblici legati alla realizzazione di queste opere, che vale circa 120 miliardi e che ora grazie al nuovo codice degli appalti, al Decreto Genova, e al nuovo decreto del Mit della scorsa settimana, apre la strada ad appalti semplificati e deregolamentati in perfetta linea con le recenti leggi regionali che cancellano la pianificazione territoriale e danno il via libera alla progettualità privata.
Nel marasma del Coronavirus, infatti, il 18 Aprile scorso è stato approvato dal Governo il modello futuro con cui queste grandi opere saranno gestite, sdoganando con il plauso degli speculatori, il modello Genova, basato di fatto sull’affidamento dei “pieni poteri” ad un commissario, che può prendere decisioni con carattere di urgenza (tipico delle condizioni emergenziali come fu nel caso del Ponte Morandi) anche in momenti di ordinaria amministrazione e pianificazione territoriale.
Sono 21 i commissari nominati nel decreto del Mit del 18 Aprile scorso, per il riavvio di 6 tratte autostradali e 8 ferroviarie per un giro di affari di oltre 20 miliardi.
Un commissario straordinario per opera quindi, che avrà il potere di assumere ogni determinazione ritenuta necessaria per l’avvio o alla prosecuzione dei lavori, anche sospesi, e di provvedere all’eventuale rielaborazione e approvazione dei progetti non ancora appaltati.
Un commissario che potrà percepire una parte fissa di massimo 50mila euro annue, più una provvigione di altri 50mila euro annui in base agli obiettivi realizzati.
Un commissario che potrà scavallare ogni autorizzazione, parere, visto e nulla osta agli enti competenti perché per procedere basterà l’accordo con i presidenti di regioni e province.
L’unico vincolo rimanente, oltre a quelli europei e antimafia (le cui procedure sono già state comunque semplificate nel nuovo codice degli appalti!) sarà quello di ottenere l’autorizzazione ambientale, i cui termini per il silenzio assenso saranno comunque dimezzati.
Insomma questa è l’Italia che ci aspetta dal 4 maggio in poi, con la ripresa delle opere di cementificazione, devastazione e saccheggio del territorio in nome del profitto, come se questa crisi sanitaria non avesse già abbastanza palesato lo scontro in atto tra capitale e natura, e la necessità di invertire la rotta del paradigma dell’attuale sistema produttivo in modo radicale.