mercoledì 19 febbraio 2020

Il governo Conte è al lavoro per affossare il salario minimo

Cgil, Cisl, Uil e Confindustria lo hanno sempre detto, non vogliono una legge sul salario minimo e soprattutto non vogliono che la legge stabilisca una soglia minima di salario al di sotto della quale non sia legale scendere. Per loro il minimo salariale lo deve stabilire la contrattazione e pazienza se poi oggi questo minimo è talmente basso che l’INPS ha calcolato in più di 5 milioni i lavoratori poveri di questo paese.
Tutti i partiti di governo sono accodati con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria con la sola eccezione dei Cinque Stelle che da alcuni mesi difendono una proposta di legge, a firma della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, che fissa a 9 euro la soglia minima di salario orario. Ora però gli alleati di governo, Zingaretti, Renzi e Fratoianni, sarebbero riusciti ad eliminare la cifra e a sterilizzare la proposta di legge in una innocua e sostanzialmente inutile proposta che si limita a dire che i minimi salariali sono quelli dei CCNL firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi.
Sui giornali compaiono le ipotesi più diverse che sarebbero allo studio per neutralizzare quella soglia che, secondo il presidente dell’INPS Pasquale Tridico, favorirebbe diversi milioni di lavoratori visto che i 10 CCNL più utilizzati in Italia (che coprono più del 50% dei lavoratori dipendenti) hanno i minimi tabellari al di sotto dei 9 euro.
Due sono le strade che la maggioranza sembra voler intraprendere: o eliminare ogni riferimento a una soglia, facendo perdere di senso alla norma, oppure stabilire una soglia così bassa da renderla sostanzialmente inefficace e potenzialmente pericolosa in vista dei prossimi rinnovi contrattuali. Da qui i riferimenti al 70% del salario mediano o altre ipotesi ancora più fantasiose che porterebbero comunque il minimo a scendere, cambiando di segno alla legge.
La tesi sostenuta a gran voce da Cgil, Cisl e Uil, secondo cui una legge sul salario minimo può mettere a repentaglio la contrattazione, acquista infatti un senso quando la soglia viene stabilita ad un livello tale da renderla appetibile per le associazioni datoriali, senza alcun effetto di innalzamento sul livello delle retribuzioni. I 9 euro sono ancora una soglia efficace perché produrrebbero una spinta verso l’alto a tutto il resto dei salari: se si scendesse più in basso ogni effetto positivo sarebbe compromesso.
Il paradosso è che questa operazione sia tutta nelle mani di quella che è oggi la sinistra italiana, dai sindacati confederali al Pd a LeU ai renziani. Sono loro che si stanno battendo con forza perché i salari non aumentino. E i Cinque Stelle sembrano ormai aver accettato quello che la casta politica e quella sindacale stanno imponendo, contro i lavoratori.

lunedì 17 febbraio 2020

L’effetto coronavirus sulla crisi senza fine

Le conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria del Coronavirus configurano l’aggravamento di una crisi di cui si fatica ancora a definire i contorni.
In un ciclo economico mondiale “stagnante”, segnato pesantemente da una mancata ripresa reale dopo il suo scoppio nel 2007/8, l’epidemia sta mostrando il peso della Cina nell’economia globale e la fragilità di un sistema-mondo per quello che è e non per come si narra.
Un ecosistema economico fortemente interdipendente ed altamente interconnesso dai flussi delle materie prime che alimentano le capacità produttive della Repubblica Popolare, da una filiera produttiva internazionalizzata che nella Cina alcuni attori ormai indispensabili, da una catena logistica che sta andando letteralmente in tilt e di cui il collasso del settore dei trasporti marittimi è per ora la prima e principale manifestazione, oltre che da una finanziarizzazione trasversale, mette a nudo le criticità in conseguenza della prevenzione di questa emergenza sanitaria.
Le fessure apertesi in questi potrebbero trasformarsi in vistose crepe di un sistema che dimostra di avere i piedi d’argilla.
La Cina è il maggiore importatore di materie prime. Prima in assoluto rispetto al consumo di petrolio (un 15% in meno è stato sbarcato nella Repubblica Popolare nei primi 12 giorni di febbraio rispetto all’anno scorso) ed in grado di assorbire oltre la metà dell’offerta mondiale di ferro, fondamentale per la produzione di acciaio (28,2 milioni di tonnellate rispetto ai 33,4 dello stesso periodo dell’anno scorso), rame e carbone.
Come riporta Sissi Bellomo in un articolo del Sole 24 Ore di sabato: «C’è però una coda di 66 navi che attende di scaricare altro ferro: una sosta forzata che oggi può costare oltre 100mila dollari al giorno di “demurrage” secondo Reuters, una somma spaventosa se si considera il basso livello dei noli»
Perché il motore cinese della catena logistica mondiale ha rallentato, e dunque si ha un effetto “a catena” sia a monte che a valle, che rischia di inceppare un modo di produzione e distribuzione delle merci che ha fatto della velocità del trasporto uno suoi tratti salienti, Facendo tra l’altro “sballare” il complesso sistema di DDD (Data Driver Development) che, da vantaggio competitivo strategico, rischia di tramutarsi nel suo esatto contrario, viste le incertezze che, sommandosi, arrivano a un punto di rottura significativo.
Le merci restano “tracciate”, ma i flussi non sono più prevedibili; l’analisi costi/benefici, formulata all’interno del paradigma dell’ottimistica prevedibilità di un guadagno, esce dunque dal campo della strategia economica e diventa pura “speranza” rispetto alla situazione concreta.
Allo stesso tempo dalla Cina arriva l’80% degli smartphone prodotti al mondo, circa metà dei computer e delle televisioni.
Più di un quarto della produzione mondiale di automobili avviene in Cina – era appena il 7% ai tempi della Sars nel 2003 – e l’8% dell’esportazioni delle componenti automobilistiche, molte delle quali arrivano proprio da Wuhan.
E proprio questa “mancanza” di componenti dalla Cina ha costretto per esempio lo stabilimento di FCA di Kragujevac in Serbia a riprogrammare lo stop della fabbrica dove si produce la Fiat 500 L.
Mancano all’appello componenti del sistema audio e altri parti elettroniche che hanno imposto un fermo alla produzione ed un mancato “riavvio” programmato per questo martedì, in una situazione già di contrazione del mercato per uno stabilimento che l’altro anno ha prodotto 40 mila vetture.
Il ceo di FCA Mike Manley aveva già annunciato che uno stabilimento sarebbe stato impattato rispetto dalla mancanza di componenti da parte dei quattro fornitori cinesi della casa automobilistica, come è poi è accaduto.
Ma questo non potrebbe che essere un anticipo di una situazione più estesa.
L’Italia è fortemente esposta in questo campo perché acquista dalla Repubblica popolare circa un miliardo di euro l’anno di componenti, anche perché la Cina è il quarto paese per valore di importazioni dopo Germania, Francia e Polonia.
I riverberi di questa situazione stanno interessando quindi anche il nostro sistema-paese, che trovava tra l’altro nell’esportazione verso la Cina una boccata d’ossigeno rispetto alla situazione attuale, in cui non sono stati ancora raggiunti i livelli pre-crisi di dodici anni fa, e fortemente minata dalla “crescita zero” dell’economia tedesca, così come da un processo di deindustrializzazione e perdita di settori strategici che interessa da un trentennio il nostro Paese.
Un altro tassello negativo in un puzzle non certamente idilliaco.
L’interscambio con la Cina è di poco sotto i 13 miliardi per le esportazioni, e poco sopra i 30 per ciò che riguarda le importazioni per ciò pertiene il comparto manifatturiero.
Incominciano ad uscire ora le prime stime sulle possibili perdite.
Come riporta IlSole 24 Ore di sabato, in un report di Luca Orlando: «Dalla Camera di commercio di Milano-Monza-Lodi arriva l’ipotesi di un arretramento a doppia cifra del nostro export per il primo trimestre: per la sola Lombardia i mancati incassi sarebbero di 300 milioni di euro, un calo di oltre il 30%, che su base nazionale si tradurrebbe in un salasso di 900 milioni di euro, in parte probabilmente persi (soprattutto nell’area di prodotti di consumo), in parte differiti».
Una situazione di criticità, il cui peso pensiamo la classe imprenditoriale farà ricadere sui lavoratori e a cui, quindi, le organizzazioni sindacali di classe e il mondo della rappresentanza politica delle classi subalterne devono necessariamente cominciare ad interessarsi.
Tra gli effetti delle contro-sanzioni russe, il mancato sviluppo delle relazioni economiche con l’Iran e i possibili dazi statunitensi contro l’Unione Europea e l’Italia), rischiamo di uscire con le ossa rotte. Proprio nel mentre, tra l’altro “cediamo” sempre più pezzi importanti di comparti strategici.

Il rallentamento del trasporto merci globale

Veniamo al trasporto marittimo, che è la principale modalità di trasporto delle merci mondiali, posseduto da un pugno di multinazionali del mare.
I rendimenti delle tre principali categorie di navi per il trasporto marittimo stanno conoscendo delle cifre preoccupanti.
La situazione del settore dei “carichi secchi”, per le navi capaci di trasportare 170-180 mila tonnellate, quello delle Vlcc (le super-petroliere da 2 milioni di barili) e del traffico container, sta diventando drammatica.
Il Baltic Capesize Index, creato nel 1999 per misurare i rendimenti della prima tipologia di navi, è per la prima volta negativo nella sua storia: -282 questa settimana.
Il costo dei noli per questo tipo di imbarcazioni è precipitato dai 18.375 dollari in media di dicembre agli attuali 2.532 attuali, e se si considera che il costo d’esercizio si aggira sui 7.000 dollari al giorno, si capisce che la perdita netta quotidiana è pesantissima; il margine di guadagno per gli operatori è passato da oltre 10 mila dollari al giorno (alla fine dello scorso anno) ad un saldo negativo che supera i 4 mila dollari al giorno.
Certamente per ora le “perdite” sono parzialmente compensate dai picchi dello scorso anno, con un costo medio dei noli che aveva quasi raggiunto il picco dei 40 mila dollari al giorno in settembre, ma investe solo per incassare i dividendi non sta senz’altro festeggiando. Se poi si aggiunge l’esposizione bancaria crescente, la cosa rischia di diventare piuttosto seria, sia per i debitori che per gli istituti che prestano loro denaro.
Per ciò che concerne le super-petroliere il discorso è analogo. L’affitto di queste imbarcazioni è sceso dai 50.000 dollari al giorno dello scorso anno, per la rotta Medio Oriente–Cina e ritorno, agli attuali 6.500; e le previsioni per le mega navi-cisterna non sembrano rosee.
Il settore del container è altrettanto impattato, considerando che sette dei dieci maggiori porti mondiali per la loro movimentazione sono in Cina e che tre dei maggiori porti fuori dalla Repubblica Popolare (Singapore, Honk Hong e Busan in Corea del sud) devono le loro fortune all’economia cinese.
Le misure per ridurre il contagio hanno impattato fortemente gli scali cinesi che, secondo lo Shangai International Shipping Institute lavorano con una capacità ridotta del 20-50% rispetto alla media.
A questo si somma un rallentamento di tutta la catena logistica cinese “a monte” dei porti, che si sta ingolfando per la saturazione dei magazzini portuali.
Un duro colpo per la supply chain globale e forse l’annuncio di un altro crack che vien dal mare…
Altri settori dello shipping fortemente toccati sono quello delle navi metaniere, con il prezzo del GNL in Asia minore che è crollato a 3$/MMbtu, mentre bisogna registrare lo “strano” fenomeno di navi al largo che non possono giungere a destinazione, pur stivando questo gas – particolarmente costoso e pericoloso da conservare – in quelli che a tutti gli effetti stanno diventando magazzini galleggianti. Con la possibilità che a lungo andare possa evaporare, così come i profitti di chi ci ha investito; in questo caso soprattutto il Qatar.
Anche la cantieristica navale ha subito un forte rallentamento. Circa 200 navi in costruzione o in riparazione nel paese asiatico conoscono un forte ritardo nella consegna. C’è da ricordare che una nave non è più solo un vettore di trasporto, ma anche un veicolo di investimento per una economia fortemente legata alla finanza ed al capitale speculativo, che ha promosso il gigantismo navale come strategia concorrenziale ammazza-mercato, garantendo fin qui lauti guadagni finanziari.

L’ennesimo “cigno nero” non è più un’ipotesi

Non sappiamo se siamo di fronte ad “il cigno nero”, e quali saranno le capacità di reazione a una crisi cui nessuno è immune, a cominciare dagli States.
La Cina è ancora tra i maggiori acquirenti – dopo l’eurozona – del debito pubblico nord-americano, e la recente tregua commerciale tra i due Paesi prevedeva l’acquisto di ingenti quantità di merci americane da parte della Cina; dalle materie prime energetiche ai prodotti alimentari, passando per l’industria manifatturiera. Il che avrebbe garantito uno sbocco di mercato certo agli USA per ambiti vitali della loro economia, spianando in parte la strada per la rielezione di Trump alla Casa Bianca.
Non sappiamo a questo punto se gli accordi potranno essere rispettati…
Allo stesso tempo le inter-connessioni dell’industria nord-americana con la Cina non sono poche e la “guerra fredda digitale” le ha abbondantemente portate allo scoperto, evidenziando i possibili effetti traumatici su entrambe le sponde del Pacifico.
Un nuovo notevole scossone, quello che sta attraversando l’economia-mondo. La quale non sembra disporre di reali strumenti di governance globale, vista la feroce competizione inter-imperialistica e la concorrenza tra grandi player economici globali.
La forza di un virus? No. Più che altro l’estrema debolezza di un sistema già prima “imballato”

venerdì 14 febbraio 2020

Sulla Cina l’Italia si rivela paese gregario e disorientato, con o senza coronavirus

Tra i tanti effetti collaterali del coronavirus si segnala anche una mezza crisi diplomatica tra Roma e Pechino.
L’Italia è stata tra i primi paesi a bloccare i voli da/per la Cina, «sottovalutando» (è un eufemismo) i «disagi» (anche questo un eufemismo) che avrebbe causato in questo modo a migliaia di turisti cinesi presenti nel nostro paese, nonché a centinaia di connazionali che si trovano in Cina – tutti alle prese con grandi difficoltà a rientrare nei rispettivi paesi –, e alla gran quantità di persone che viaggiano per affari da un paese all’altro. Soprattutto, la decisione dello stop italiano ai collegamenti aerei – che segue a ruota quello statunitense, ed è ancora più restrittiva – è stata presa senza consultare la controparte cinese: la seconda economia del pianeta, trattata come l’ultimo micro-stato insulare del Pacifico.
Gli aeroporti italiani sono importanti: con Fiumicino primo in Europa per connessioni dirette (12) con la Repubblica popolare, il Belpaese rappresenta per i cinesi una porta d’accesso privilegiata all’area Schengen.
La scelta di blindare i nostri scali ai cinesi è stata presa il 31 gennaio scorso con una ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza (Liberi e Uguali), contro la raccomandazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui «non esiste alcuna ragione per misure che interferiscono con i viaggi e con il commercio internazionale. Invitiamo tutti i paesi ad applicare decisioni coerenti e basate su fatti».

Non sappiamo come la decisione sia maturata all’interno del governicchio giallo-rosé, ma, in teoria, dovrebbe essere stata condivisa con la presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri.
Sia come sia, giovedì scorso il vice ministro degli esteri cinese, Qin Gang, ha manifestato tutta la sua insoddisfazione all’ambasciatore italiano a Pechino, Luca Ferrari. E, contemporaneamente, Xinhua ha compiuto una forzatura, annunciando un’imminente riapertura dei collegamenti aerei.
A quel punto il governo italiano (probabilmente anche per non dare l’impressione di cedere alle pressioni cinesi, prestando il fianco agli attacchi di salvini) ha smentito seccamente la notizia dell’agenzia di stampa cinese e la frittata era fatta. Una bella frittata nel 2020, cinquantenario delle relazioni diplomatiche, «Anno della cultura e del turismo Italia-Cina». Oggi la Cina ha insistito, auspicando che l’Italia «possa avere una valutazione obiettiva, razionale e fondata sulla scienza all’epidemia di coronavirus nel Paese asiatico – ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang – e che si trattenga dal prendere misure eccessive».
Le mosse del governo sono state fin qui improntate all’improvvisazione. Sulla home page del sito della presidenza del Consiglio non c’è un accenno all’emergenza coronavirus. Né si segnalano – in un anno così importante per le relazioni bilaterali – sostanziali iniziative di solidarietà con il popolo cinese da parte del governo Conte II. A spedire un aereo pieno di 700.000 mascherine ci ha pensato il Vaticano. Mentre il presidente della Repubblica, il democristiano Sergio Mattarella, ha messo in scena un beau geste riparatore, andando a visitare una scuola romana frequentata da tanti bimbi cinesi, una mossa per contrastare la psicosi alimentata dai media e i tanti episodi di sinofobia segnalati negli ultimi giorni. Ma che sul piano politico cambia poco.
La catastrofica gestione dell’emergenza coronavis nelle relazioni bilaterali con la Cina da parte del governicchio giallo-rosé arriva a meno di due mesi dalla relazione con la quale il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copasir) ha trasmesso al governo italiano l’indicazione statunitense di sbarrare la strada in Italia alla telco cinese Huawei nella costruzione dell’infrastruttura della rete 5G, provando ad arruolare Roma nella guerra dichiarata dall’Amministrazione Trump alle tecnologie innovative made in China.
A Pechino sono rimasti sbalorditi dalle mosse del camaleontico presidente del consiglio Conte, che nella versione precedente (giallo-verde) aveva apposto – unico paese del G7 – la firma a un protocollo d’intesa sulla nuova via della Seta a favore della Cina, e nella sua colorazione attuale (giallo-rosé) ha chiuso subito tutti i collegamenti con la Cina ed è rimasto incantato dalle sirene trumpiane.
Ad analizzarli dall’Italia, il memorandum sulla via della Seta e la decisione di chiudere subito tutti i collegamenti aerei sono in realtà frutto della medesima improvvisazione, della mancanza di consapevolezza all’interno della classe politica nazionale del ruolo della Cina, di un minimo di elaborazione su come vada gestito il rapporto con questo gigante in ascesa.

La vicenda del memorandum venne portata avanti da un ambizioso e scaltro sottosegretario al Mise, il «professor» Michele Geraci, con scarso coinvolgimento del ministero degli Esteri e del governo Conte I. Risultato? Alla Cina il leghista siciliano fece un grosso regalo politico (l’Italia è stato l’unico paese del G7 ad avallare la strategia della via della Seta), senza ottenere nulla in cambio (come avrebbe potuto essere altrimenti, per un’iniziativa gestita a livello personale?), né in termini di bilanciamento dell’interscambio né di miglioramento delle relazioni politiche. In compenso quella decisione contribuì ad accentuare l’isolamento dell’Italia all’interno dell’Unione europea e fece arrabbiare gli Stati uniti, partner strategici.
E forse proprio questo ha indotto qualcuno nel Conte II a volersi dimostrare più realista del re nei confronti di Washington, varando immediatamente dopo l’alleato una misura che si è dimostrata affrettata, senza valutazione delle conseguenze pratiche (per i cittadini cinesi e italiani) e politiche, nelle relazioni bilaterali con Pechino.
Certo, la Cina resta un partner politico e commerciale marginale per l’Italia. L’anno scorso abbiamo esportato nella Repubblica popolare 13 miliardi di beni (soprattutto meccanica, tessile e farmaceutica) importandone 33 miliardi. Perfino nel vino, continuiamo a mantenere una quota di mercato del 6-7%, surclassati dai cugini francesi, che si sono mossi molto prima e molto meglio.
Ma a qualcuno nell’Amministrazione è mai venuto in mente che questi ritardi (gravi per un paese manifatturiero ed esportatore come il nostro) forse dipendono anche dalla condotta politica, da una politica estera nei confronti della Cina inesistente, quando non autolesionista?
L’amicizia con la Cina si costruisce nei tempi lunghi, con un dialogo politico continuo e con manifestazioni di amicizia nei momenti importanti, come, ad esempio, la crisi del “coronavirus”.
L’ascesa della Cina è un fenomeno complesso, che sta sollevando un mare di contraddizioni all’interno del capitalismo globale, nonché di paure (spesso irrazionali) nelle opinioni pubbliche nazionali. Tuttavia siamo di fronte a un cambiamento storico rispetto al quale si rivelano del tutto inadeguati sia le iniziative personali più o meno improvvisate, sia lo schierarsi pavlovianamente dalla parte dell’alleato statunitense, anche quando ciò rischia di compromettere i cosiddetti «interessi nazionali» le relazioni con un attore sempre più importante come la Cina.

Continuare ad affidare al Geraci o allo Speranza di turno la gestione di questioni così complesse, con un attore così ingombrante come la Cina vuol dire condannarsi a darsi una zappa sui piedi dopo l’altra.

venerdì 7 febbraio 2020

Il Mes al traguardo, alla faccia della “logica di pacchetto

Tutto come previsto. E non era difficile, perché nella definizione delle regole l’Unione Europea funziona sempre nello stesso modo. Negativo, ci mancherebbe…
Ricorderete la pesante questione del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes, o Esm secondo l’acronimo in inglese), su cui abbiamo scritto molte volte è che è stato al centro anche di iniziative di piazza. I governi europei si erano accordati per “riformarlo”, accrescendo enormemente i poteri del suo managing director (il falco tedesco Klaus Regling), fino al punto da sanzionare di fatto interi Stati senza alcun passaggio politico.
Tutto è nato dalla necessità di varare una più “efficiente” regolamentazione dei salvataggi bancari, cui ogni governo nazionale ha provveduto fin qui in modo completamente autonomo (i tedeschi, ovviamente) oppure secondo regole suicide (il bail in che ha danneggiato pesantemente azionisti, obbligazionisti e persino normali correntisti di istituti ciprioti, italiani, ecc).
Cuore della “riforma” è la valutazione da dare ai titoli di Stato posseduti dalle banche. Ed è chiaro che se si giudica “pericoloso” un titolo di debito emesso da uno Stato questo significa dare un giudizio pesantemente negativo sia sulla stabilità finanziaria di quel paese, sia sulla bontà degli asset di una banca privata. E non si tratta di un giudizio “tecnico”, anche se viene dipinto così, ma din un giudizio politico che espone interi paesi e sistemi bancari all’assalto della speculazione finanziaria.
In questo mondo di lupi, se si afferma per via istituzionale che un certo soggetto è “debole”, si dà il via all’assalto della preda. Non c’è possibilità di fregarsene (“è roba che riguarda lo Stato e le banche”), perché in questo Paese ci viviamo noi, e tra l’altra siamo anche tutti – perlomeno chi lavora – “clienti” di una banca.
Ricostruita la storia, veniamo alla notizia di questi giorni.
Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, lo scorso 30 gennaio, ha inviato una lettera per informare il Consiglio Ue e tutti i premier nazionali che i lavori sul “nuovo Mes” si concluderanno «entro marzo». Specificando che l’unico tema ancora aperto riguarda i “meccanismi di ponderazione delle clausole collettive” (le Cacs single limb, su cui il governo Conte aveva preannunciato delle proposte di modifica). Per il resto, sostanzialmente, nulla verrà modificato.
Come si vede, la spinosissima questione della valutazione dei titoli di Stato è fuori dalle possibilità di revisione.
Vero è che lo stesso Centeno rinvia a successive discussioni aspetti importanti dell’Unione bancaria e del “meccanismo di ponderazione dei rischi”, ma questo riguarderà quasi soltanto le modalità di applicazione delle nuove regole, non i criteri fondanti.
In pratica, “l’accordo è chiuso”, sulla base di quanto stabilito nel dicmbre 2018, confermato poi nelle riunioni del giugno 2019 e infine del dicembre scorso. Le promesse fatte in Parlamento da Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia Gualtieri (che si presenta fra l’altro alle elezioni suppletive nel collegio 1 di Roma, con il Pd, per sostituire il neo-commissario europeo Paolo Gentiloni), di attivarsi in sede europea per “rivedere il Salva-Stati in una «logica di pacchetto», sono carta straccia.
Il che aprirebbe un problema politico in un Paese serio, con una classe dirigente credibile. Non in questo.
Ieri, alla Camera, la Lega ha inscenato una farsa con tanto di striscione (“dal pacchetto al pacco”, come peraltro titolato da diversi quotidiani economici specializzati), cercando di far dimenticare che era al governo – e dunque corresponsabile – quando l’accordo politico sul Mes è stato raggiunto (dicembre 2018 e giugno 2019). Ma questo conferma solo l’assoluta identità di fondo tra Lega e Pd (i Cinque Stelle non sembravano aver capito la gravità del Mes né prima, né ora), entrambi più che sottoposti alla “sovranità europea”, al di là delle parole.
Le parti che restano da discutere nella Ue sono davvero di ordine “tecnico” e relative alla sola Unione bancaria, come ricordano su StartMag.
1) Completamento dei fondi nazionali di garanzia dei depositi e graduale costituzione di un fondo comune di garanzia dei depositi.
2) Incentivare le banche a ridurre il rischio di concentrazione dei titoli governativi, attraverso la graduale introduzione della contribuzione al fondo in base al livello di rischio che tenga conto anche del livello di concentrazione di questi titoli. Graduale introduzione di un costo per l’eccessiva concentrazione di debito sovrano.
3) Gestione delle crisi bancarie: miglioramento degli strumenti esistenti ed introduzione di nuovi.
4) Potenziare l’integrazione transfrontaliera delle banche.
A nessuno che conosca i mercati può sfuggire che “Incentivare le banche a ridurre il rischio di concentrazione dei titoli governativi” significa spingerle a vendere quei titoli, provocando uno tsunami sulle successive aste (per “piazzare” Btp, Bot, Cct, ecc, bisognerà accettare riduziojni di prezzo e aumento dei rendimenti, con aggravio pesante degli interessi da pagare e quindi aumento del debito pubblico negli anni a venire).
Un saccheggio organizzato, di fatto, che il direttore del Mes Klaus Regling (e i successori) potranno scatenare quando vorranno, senza dover ascoltare né capi di Stato, né premier. E tra le potenziali “prede” l’Italia è certamente il boccone più succulento… Di sicuro, quella il cui Parlamento neanche immagina cosa va maturando nelle trattative europee fin quando “la partita è chiusa” e immodificabile.
Come i predecessori – tutti, Salvini compreso –  Conte e Gualtieri hanno obbedito a Bruxelles mentre in Parlamento garantivano che “si sarebbero battuti come leoni”.
Ma tranquilli… E’ “per il nostro bene”…

mercoledì 5 febbraio 2020

Gli squali abbandonano le Sardine al loro destino

Do you remember Sardine? Sembra che, passata la paura per la possibilità che il bastione Emilia Romagna finisse in mani leghiste, sia iniziata l’operazione “sgonfiamento” di un “movimento” molto mediatizzato prima ancora che nascesse e caratterizzato dall’assoluto silenzio su tutte le questioni socialmente e politicamente “divisive”.
In pochi giorni si sono sommate molte pessime notizie per Mattia Santori & co. L’ultima, di ieri, parla di una “scissione” della filiale romana – quella che aveva organizzato l’evento di Piazza San Giovanni – con il “capo-referente” Stephen Ogongo che in un comunicato afferma: “Sardine di Roma, da oggi in autonomia. Incontro con i Benetton solo l’ultimo degli errori dei fondatori bolognesi”.
“L’incontro che i fondatori delle Sardine hanno avuto con Luciano Benetton è stato sbagliato, inopportuno. Un errore politico ingiustificabile, ma solo l’ultimo degli errori che Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa hanno commesso nelle ultime settimane”.
“Da questo momento le Sardine di Roma non fanno più riferimento ai 4 fondatori di Bologna né alla struttura che stanno creando. Le Sardine di Roma ripartono da quei valori che hanno fatto della manifestazione di Piazza San Giovanni la più grande e la più partecipata delle sardine: uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Affiancarsi agli squali, o diventare come loro, non ci rafforza ma ci indebolisce, ci rende prede inconsapevoli”.
E dunque: “Chi lotta per la giustizia sociale e per un nuovo modo di fare politica non può dimenticare il grido di dolore delle famiglie delle vittime di Genova. Per chi ha creduto nei valori espressi nelle piazze delle Sardine è stata una delusione enorme che ha minato gravemente l’integrità e la credibilità del movimento”.
Chiaro ed esplicito, davvero in stile ben poco “sardinista”. E in effetti il summit con Benetton (malamente giustificato ex post come “incontro con il fotografo Toscani sulla creatività”) sembra aver pesantemente minato la credibilità dei “promotori”. I quali sono subito apparsi in affanno e piuttosto goffi – “un’ingenuità essersi prestati ad una photo opportunity”, che per dei “maghi della comunicazione” sembra davvero incredibile.
Presentarsi al mondo per “ripulire la politica” dalle incrostazioni volgari, “populiste, sovraniste, neofasciste”, ecc, e poi incontrarsi per ore con uno dei peggiori “prenditori” del capitalismo italiano, uno di quei “capitalisti bollettari” che fanno i soldi comodamente seduti al casello autostradale e lasciano andare in malora il bene pubblico loro affidato, fino alla strage del Ponte Morandi… è uno schiaffo in faccia a chiunque sia sceso in piazza dietro di loro e credendo al loro messaggio.
Neanche Ogongo è esattamente un’anima candida della politica politicante. In fondo è pur sempre quello che quello che aveva aperto a Casapound ed era stato ripreso e aveva rettificato. Probabile, insomma, che abbia provato a dare una “spallata da destra” a una leadership ora in discussione. Cavalcando, è chiaro, la “sofferenza” di tanti attivisti davanti a quella foto – e agli interrogativi che solleva – suscettibile di  trasformarsi velocemente in volontà di smarcarsi.
Non crediamo che questi tentativi avranno grande successo, perché – conoscendo piuttosto bene le dinamiche attraverso cui sorgono e muoiono i “movimenti” – sappiamo che ogni tentativo di gestire autonomamente “pezzi” di movimento in opposizione-distinzione rispetto al gruppo “fondatore-dirigente” è condannato ad esaurirsi in tempi rapidi quanto la sua esplosione.

martedì 4 febbraio 2020

Leghisti da “procurato allarme”, tacciono tutti i finti “difensori della legalità”

Lo sappiamo, dei comunisti veri non devono chiedere la galera per nessuno. Però…
Però noi abbiamo Nicoletta Dosio in carcere, condannata in via definitiva per una protesta al casello autostradale in Val Susa che ha provocato un danno di 38 euro alla società controllata da Gavio. Mentre Benetton, con 43 morti sulla coscienza per il crollo di Ponte Morandi, a Genova, non solo non vedrà un carcere neanche in fotografia (eventualmente fatta da Toscani, ci mancherebbe…), ma sta addirittura premendo – anche via Sardine – sul governo perché eviti accuratamente di prendere in considerazione una delle poche idee sensate dei Cinque Stelle: ritirargli la concessione a gestire ogni tipo di autostrada in questo paese.
Però qui tutti si lamentano dei “populisti di destra” che speculano sulle paure della gente e tutti i media “democratici” si preoccupano di rilanciare ogni loro starnuto controvento. Mentre i “politici” che dicono di condannare certe speculazioni da sciacalli non muovono un dito, terrorizzati dalla possibilità che una polemica ben fatta possa far guadagnare voti ai fascioleghisti e farli perdere a loro.
Però, oggi, noi ci vediamo rovesciare addosso da tutti i media questa stronzata: “I governatori di Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige hanno scritto una lettera congiunta al ministero della Sanità chiedendo che il periodo di isolamento previsto per chi rientra dalla Cina sia applicato anche ai bambini che frequentano le scuole”.
Non sappiamo quanti bambini ci siano tra i 57 cittadini italiani fatti rientrare dalla zona di Wuhan, in Cina, dove si è acceso il focolaio di Coronavirus. Però gli stessi media ci informano che “per almeno 15 giorni, i 57 rimarranno in isolamento in una palazzina alloggi all’interno del Centro sportivo olimpico dell’Esercito. A ciascuno è stata riservata una stanza con due letti e bagno privato, tv al plasma, telefono, wi-fi, armadi e una scrivania. Sono state anche prese in considerazione particolari necessità per gruppi familiari, in alcuni alloggi c’è la cucina. Lì saranno distribuiti i pasti e sarà soddisfatta qualsiasi esigenza degli ospiti, dai giornali ai libri. Senza contare gli accertamenti medici di controllo fino a metà febbraio, con i parenti che forse si trasferiranno in alberghi della zona. Poi il vero ritorno a casa”.
In pratica, dunque, nessun concittadino – né adulto né minorenne – potrà varcare quella soglia controllata da militari armati per i quindici giorni necessari a verificare che in loro non si manifestino i sintomi del contagio.
Dunque bis: in base a quale sragionamento da imbecilli i “4 governatori 4” chiedono che i bambini (eventuali) di ritorno dalla Cina “non vengano fatti entrare nelle scuole delle regioni da loro sgovernate?
Colui che ha avuto la faccia di provare a rispondere è il leghista veneto Luca Zaia: «Non c’è nessuna volontà di contrapposizioni politiche, né tantomeno di ghettizzare: vogliamo solo dare una risposta all’ansia dei tanti genitori visto che la circolare non prevede misure in tal senso».
Geniale… Siccome nei cittadini “c’è ansia”, noi “4 governatori 4” invece di assumere i consigli della comunità scientifica cerchiamo di moltiplicarla.
E dire che anche Andrea Ammon, direttrice dell’Ecdc (European Centre for Disease prevention and Control) si affanna a spiegare che per il momento nell’Ue «la situazione è veramente sotto controllo». Una eventuale sospensione della libertà di circolazione nell’area Schengen per contrastare il nuovo coronavirus identificato in Cina «è di gran lunga al di là delle nostre competenze come agenzia scientifica».
Insomma: non c’è ragione di bloccare la circolazione di persone e merci attraverso tutti i paesi dell’Unione Europea, ma “4 governatori 4” iscritti alla Lega “chiedono” al governo di non far eventualmente entrare alcuni bambini a scuola dopo – DOPO – che dovessero aver finito il periodo di quarantena all’interno di una struttura militare, sotto il controllo dei (giustamente) lodatissimi  virologi che per primi sono stati capaci si sequenziare la struttura del virus.
Ma se non si rifesricono a questi bambini, di chi mai stanno parlando? Dei bambini cinesi che rientrano dalle vacanze di capodanno? Da qualsiasi provincia o regione di quel paese?  Sorvolando disinvoltamente sul fatto che da giorni sono sospesi tutti i voli da e per la Cina? E che via mare o via terra servono diverse settimane? Insomma: si riferiscono a tutti quelli con gli occhi a mandorla?

Qui siamo ben oltre quel “giorno dello sciacallo” che diversi commentatori ricordano. Qui siamo completamente dentro il reato di procurato allarme.
Non lo conoscete? Eccolo qui, come da codice penale, al’art. 568: “Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità (1), o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio [358] (2), è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da dieci euro a cinquecentosedici euro.” Non granché, ma almeno una sanzione concreta.
Di fatto, se uno di voi lettori scrive su un social quello che “4 governatori 4” hanno chiesto “con lettera ufficiale al governo” verrebbe inquisito e (giustamente) condannato alle pene indicate nell’art. 568. Se lo fanno i “4 governatori 4”, invece, tutti riportano le loro dichiarazioni senza nulla eccepire.
Che tacciano dei gazzettieri senza più credibilità e deontologia professionale, servi specializzati nel porgere il microfono e far sbobinare dalle segretarie quelle “dichiarazioni”, è in fondo la fetida “normalità” di questi tempi.
Ma che taccia persino la famosa “magistratura”, quella che sarebbe in teoria obbligata all’azione penale in ogni caso – e mai come in questo il reato è di “pubblica conoscenza” – è in realtà la riprova che “fra loro nun s’ingrugnano”. Competono per i posti di prima fila, certo, ma non fanno mica sul serio…
Se nessuno dei vari organi istituzionali fa nulla per stoppare con la necessaria “fermezza” (come si diverte la Storia a invertire il significato delle parole…) questo gioco al massacro fascioleghista, nessuno ci venga a dire che i “democratici” sono quelli che “fermeranno il fascismo”. Al massimo si metteranno d’accordo su chi deve pagare il caffè….

lunedì 3 febbraio 2020

Previdenza complementare e pensioni da fame

Siamo nel bel mezzo di un rinnovato dibattito sulle pensioni. Complice l’imminente fine della “sperimentazione” di quota 100 (che, ricordiamo, era prevista per il triennio 2019-2021) e del manifestarsi del cosiddetto “scalone”, si torna a parlare di come riformare il sistema pensionistico.
Nelle settimane scorse, sulle pagine de “Il Foglio” si è sviluppato un dibattito circa la previdenza complementare. La discussione trae origine da due recenti proposte: da un lato, quella avanzata dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, di istituire un fondo pensione complementare gestito dall’Inps, volontario e a capitalizzazione; dall’altro, quella rilanciata da Massimo Mucchetti, giornalista ed ex senatore del PD, di istituire un fondo pensione complementare pubblico, sempre a contribuzione volontaria e gestito dall’Inps, ma a ripartizione.
Come si vedrà, nessuna di queste proposte è rivoluzionaria. I problemi del sistema pensionistico italiano, che difficilmente possono essere risolti con forme di previdenza complementare, sono ben più profondi e ben diversi da quelli normalmente indicati dai “tecnici”, che suggeriscono riforme sempre più draconiane. Senza politiche finalizzate alla piena occupazione e ad un aumento significativo dei salari sul mercato del lavoro, il problema del nostro sistema pensionistico è destinato ad acuirsi di fronte al progressivo invecchiamento demografico.
Il dibattito menzionato, tuttavia, è interessante perché ci permette di evidenziare gli interessi che si muovono intorno alla ghiotta torta del risparmio dei lavoratori. Ma andiamo, come al solito, con ordine.
La previdenza complementare (o “previdenza di secondo pilastro”) è stata introdotta in Italia con il decreto legislativo 124 del 1993. Lo scopo di questa forma di risparmio previdenziale è quello di integrare la previdenza obbligatoria (o “previdenza di primo pilastro”), finanziata attraverso i contributi che il lavoratore e il datore di lavoro sono tenuti, per legge, a versare. In altri termini, i lavoratori possono decidere su base volontaria di versare una parte dei propri risparmi – nonché il proprio TFR (trattamento di fine rapporto, ossia la liquidazione) – in determinati fondi, con lo scopo di ottenere una prestazione pensionistica aggiuntiva rispetto a quella obbligatoria al momento del pensionamento. Si tratta, in sostanza, di una forma di detenzione del risparmio alternativa a quella che può essere rappresentata dall’acquisto di titoli di Stato, azioni, obbligazioni (e così via…), tramite intermediari finanziari o in autonomia.
A differenza, però, di queste forme di detenzione del risparmio, per la previdenza complementare sono previste alcune disposizioni specifiche: agevolazioni fiscali volte a incentivarne l’utilizzo; un’apposita autorità di controllo, la COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione); forme di silenzio-assenso per quanto riguarda il conferimento del TFR in fondi pensione. In particolare, se il lavoratore non decide cosa fare del suo TFR, in alcuni casi esso è automaticamente trasferito nel fondo pensione previsto dai contratti collettivi applicabili o dalla legge.
Esistono quattro diversi tipi di fondi pensione: i fondi pensione negoziali (istituiti dalle parti sociali, sindacati e datori di lavoro, nell’ambito della contrattazione collettiva), i fondi pensione aperti (gestiti da banche, assicurazioni e altri operatori finanziari), i piani individuali pensionistici e i fondi pensione preesistenti al 15 novembre 1992. La materia è regolata dal decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252 e prevede un sistema di contribuzione volontaria e a capitalizzazione, mentre la previdenza di primo pilastro è obbligatoria e a ripartizione.
Ricordiamo in breve il significato di questi termini, che ci dicono con quale tipo di finanziamento è alimentata una determinata forma pensionistica. Un sistema a ripartizione è caratterizzato dal fatto che i contributi dei lavoratori di oggi vanno a finanziare le pensioni dei lavoratori di ieri (i pensionati di oggi). In un sistema a capitalizzazione, invece, ciascun lavoratore, ci si consenta l’estrema semplificazione, contribuisce alla propria pensione, andando ad accantonare i contributi in un fondo, sul quale si accumuleranno interessi e dividendi a seconda del rendimento della forma di investimento prevista dal fondo pensione al quale si aderisce.
Il sistema a ripartizione, quindi, è basato su un esplicito patto di solidarietà intergenerazionale; il sistema a capitalizzazione invece su un atto di risparmio e accumulazione individuale di risorse.
Eccoci, adesso, alle proposte su cui si è scatenato il dibattito. Sia la proposta di Tridico che quella di Mucchetti partono dalla constatazione che il sistema di previdenza complementare introdotto nel 1993 non ha dato i risultati sperati. Se l’obiettivo era quello, duplice, di favorire la partecipazione dei lavoratori a forme di risparmio pensionistico e incrementare la disponibilità di risparmi che andassero a finanziare il debito pubblico italiano e le imprese che effettuano investimenti in Italia, esso è ampiamente fallito.
I dati snocciolati dalla COVIP nella sua relazione annuale per l’anno 2018 parlano chiaro. Il numero di adesioni risulta molto limitato: a fine 2018 gli iscritti a forme di previdenza complementare sono circa 7,6 milioni di soggetti, meno di un terzo delle forze di lavoro; ad aggravare il quadro, i lavoratori effettivamente versanti sono stati meno di 6 milioni (meno del 23 per cento delle forze di lavoro).
Alcune categorie di lavoratori fanno particolarmente fatica ad alimentare la propria posizione pensionistica integrativa. Giovani, lavoratori meridionali, autonomi e donne sembrano particolarmente penalizzati, a causa di condizioni di lavoro peggiori e retribuzioni sensibilmente più basse.
E come stupirsi? Con stipendi da fame e grande discontinuità di retribuzione, figuriamoci se possono mettere da parte qualcosa per la pensione. Deludente è anche il contributo delle forme pensionistiche complementari agli investimenti produttivi e al finanziamento della spesa pubblica in Italia. Nel 2018 solo il 27,7 della massa patrimoniale dei fondi pensione è stato infatti rivolto a investimenti nazionali, mentre i titoli di Stato italiani fanno registrare investimenti pari a poco più di un quinto del totale del patrimonio dei fondi.
Mucchetti propone, “per irrobustire le entrate dello Stato … senza imporre nulla ai contribuenti” e per favorire gli investimenti in Italia, la creazione di un fondo di previdenza complementare pubblico a ripartizione. Tridico, invece, pensa a un fondo a capitalizzazione. Al di là delle differenze tra i due fondi, è particolarmente interessante soffermarsi sulle obiezioni che tali proposte hanno sollevato.
Contro la proposta di Mucchetti si è scagliato Giuliano Cazzola, strenuo difensore della riforma Fornero, ex deputato, con un passato nel PSI, nel Popolo della Libertà, nel Nuovo Centro Destra e in Scelta Civica (il partito di Mario Monti). Oggi aderisce a +Europa. Basterebbe questo nutrito curriculum a qualificare qualsiasi suo intervento sulle pensioni come “la voce dell’austerità”, eco delle lacrime di coccodrillo della Fornero, ma prendiamoci la briga di leggere alcuni passaggi del suo intervento.
Scrive Cazzola che la proposta Mucchetti è figlia di una cultura statalista e risulterebbe una “catena di Sant’Antonio”. Nel sistema a ripartizione proposto da Mucchetti, argomenta Cazzola, i contributi non finirebbero “in una posizione individuale, fatta di risorse reali e gestita a capitalizzazione”, ma andrebbero a pagare i trattamenti in essere, “mentre la pensione più elevata, domani, sarebbe finanziata dai contributi versati, appunto, dai lavoratori di domani”. In altri termini, la proposta di Mucchetti finirebbe per chiedere ai giovani di sopportare un onere insostenibile: “il patto che lo Stato impone tra le generazioni diventerebbe ancora più leonino per quelle future”.
Alla proposta Tridico, invece, ha risposto Elsa Fornero in persona, che ha definito il fondo complementare dell’Inps “un altro passo sulla via del declino”. La Fornero scrive che, laddove il fondo “non debba offrire particolari agevolazioni fiscali o garanzie di rendimento – che ricadrebbero … sulla fiscalità generale, ponendo un problema di disparità di trattamento rispetto ai lavoratori iscritti agli altri fondi … – il loro vantaggio potrebbe derivare dai più bassi costi di amministrazione, e perciò da un maggiore rendimento netto”.
Ma sarebbe utile tutto ciò? Poco, scrive la Fornero. Meglio sarebbe una “campagna di formazione/informazione” per spiegare agli italiani come gestire i propri risparmi, accompagnata da interventi sui costi per rendere più appetibili i fondi pensione. Ma la proposta Tridico, secondo Elsa Fornero, fa peggio. La finanza pubblica, scrive, è sempre affamata di risorse “per l’incapacità di ridurre la spesa”. L’idea di utilizzare il canale della previdenza complementare per aumentare le risorse dello Stato per investimenti è pericolosa, in quanto non c’è nessuna garanzia che il pubblico sia più efficiente del privato nell’indirizzare le risorse.
Inoltre, scrive sempre la Fornero, ai rischi sul lavoro si aggiungerebbero i rischi sul risparmio, a causa di investimenti che, essendo gestiti dal pubblico, finirebbero per essere destinati a finanziare progetti di dubbia utilità, alla mercé di interessi localistici.
Lasciando perdere le dichiarazioni di principio sulla “cultura statalista” e sull’inefficienza del pubblico, concentriamoci su alcuni passaggi di queste obiezioni. La Fornero, dopo i danni procurati ai lavoratori quando era al Governo con Monti, continua a cercare di evangelizzare il dibattito con i suoi richiami alla responsabilità fiscale.
Se la finanza pubblica è sempre affamata di risorse non è “per l’incapacità di ridurre la spesa”, come dice la Fornero. Tale incapacità non c’è affatto, come abbiamo visto negli ultimi anni. La finanza pubblica richiede risorse perché proprio queste riduzioni di spesa hanno fatto avvitare su se stessa l’economia italiana, riducendo i tassi di crescita e, dunque, la base imponibile, facendo aumentare ulteriormente il rapporto debito/PIL.
E se, come scrive Mucchetti, è vero che pensioni più alte domani dovranno essere pagate da contributi più alti dei lavoratori (di oggi e di domani) è perché le regole di bilancio europee, di cui lui è un accanito difensore, impongono il perseguimento del pareggio di bilancio e il cosiddetto “pareggio attuariale” dei conti dell’Inps e delle altre casse di previdenza.
Il pareggio attuariale (ovvero la situazione in cui, in prospettiva, entrate e uscite del sistema pensionistico si bilanciano) è stato perseguito attraverso riforme volte ad aumentare l’età pensionabile, agganciare quest’ultima all’aspettativa di vita, estendere il sistema contributivo a discapito di quello retributivo. È proprio a causa di queste riforme e del feticcio dei bilanci in equilibrio che si crea un artificioso scontro generazionale tra pensionati e lavoratori. Ed è sempre a causa di queste riforme e ai vincoli di bilancio, che hanno ridotto drammaticamente gli importi delle future pensioni, che si è sostanzialmente costretti a inventarsi stratagemmi di ogni tipo per cercare di incrementare le pensioni senza influire sui contributi dei lavoratori e sulle finanze pubbliche.
Come se non bastasse, il sottotesto evidente di questo dibattito riguarda lo spazio a disposizione del mercato: le proposte di creazione di un fondo pubblico andrebbero a ridurre ulteriormente il numero di soggetti che versano parte del proprio stipendio ai diversi fondi complementari (negoziali, aperti, individuali), intaccando così gli utili dei soggetti privati coinvolti. In altre parole, le proposte discusse mettono in discussione – seppur timidamente – la priorità attribuita alla logica del profitto di fronte all’interesse generale.
Nulla di nuovo, insomma, sul fronte occidentale. Come da tradizione, i guardiani dell’austerità mettono i lavoratori gli uni contro gli altri, dipingendo le sacrosante rivendicazioni di una vita più dignitosa, di lavoro non precario e pensioni adeguate, come il perseguimento di interessi particolari a danno del benessere generale. È vero l’opposto: quelli che difendono interessi particolari sono loro.
Approfittiamo, dunque, di questo dibattito sul sistema pensionistico per ribadire quanto detto altre volte: l’austerità e le riforme neoliberiste del mercato del lavoro e del sistema pensionistico hanno un solo obiettivo, quello di arricchire i padroni e gli speculatori finanziari, dividendo i lavoratori. Davanti a questi continui attacchi, abbiamo il dovere di restare uniti e respingere con sempre maggiore forza le mire del capitale – quello, sì, mai sazio di profitti – e dei suoi interessati apostoli.