mercoledì 13 novembre 2019

Redistribuire: i soldi ci sono, basta andare a prenderli

In una delle scene cult di Pulp Fiction, la nota coppia di gangster si ritrova davanti ad un increscioso problema: sui sedili posteriori della loro auto un ragazzo ha appena ricevuto un colpo di pistola alla testa, c’è sangue dappertutto e la macchina è zeppa di brandelli di materia grigia. I due malviventi devono assolutamente ripulire l’auto e liberarsi quanto prima di ciò che resta di quel corpo. Presi dal panico, si rivolgono ad un famigerato problem solver, il signor Wolf, che si presenta sul luogo del misfatto e aiuta i due criminali ad uscire da quella situazione complicata.

L’esplosione delle disuguaglianze che si sta verificando nei principali paesi avanzati ricorda molto questa scena di Tarantino. Ma la sempre maggiore concentrazione della ricchezza in poche mani rappresenta un increscioso problema solo per lavoratori e disoccupati, perché non siamo tutti sulla stessa barca e, quando le disuguaglianze si allargano, i lavoratori perdono reddito in favore di profitti e rendite. Solo una parte della società, dunque, avrebbe davvero bisogno dell’intervento di un Mr. Wolf.

In Italia i lavoratori riescono ad appropriarsi oggi del 65% del prodotto sociale, mentre negli anni Settanta i salari si aggiudicavano circa il 75% della torta. Abbiamo così assistito ad una redistribuzione del reddito dai salari ai profitti di 10 punti percentuali che si spiega solo in base ad un progressivo spostamento dei rapporti di forza in favore del capitale: indebolimento del sindacato, costante riduzione dello stato sociale, flessibilizzazione del mercato del lavoro con annessa proliferazione dei contratti precari e dei part-time involontari e, non ultimo, disoccupazione di massa hanno messo in ginocchio i lavoratori, consentendo al capitale di riprendersi quelle quote di reddito che una lunga e durissima stagione di lotte aveva assicurato ai salari.

Un ulteriore sguardo ai dati ci dà la misura della drammaticità del problema. Per il 2018 l’ISTAT ha stimato 1,8 milioni di famiglie in povertà assoluta, per un totale di 5 milioni di individui: ciò significa che quasi una persona su dieci, in Italia, vive in condizioni di povertà assoluta, fino ad arrivare ad una su cinque se si confina l’analisi al sud. Guardando alla ricchezza posseduta, attualmente il cosiddetto top 10% (ossia il dieci percento più ricco) della popolazione italiana possiede oltre sette volte la ricchezza posseduta dalla metà più povera della popolazione. La disuguaglianza risulta ancora più elevata se si fa riferimento al 5% più ricco degli italiani, che detiene quasi la metà della ricchezza nazionale, o addirittura osservando che l’1% più ricco detiene un quarto della ricchezza nazionale. Analizzando, infine, il trend degli ultimi 20 anni, si nota che la quota di ricchezza detenuta dal top 10% è passata dal 50% del 2000 all’attuale 56%, mentre quella della metà più povera degli italiani è lentamente e costantemente scesa, passando dal 13,1% di inizio millennio ad appena il 7,85% nel 2018. Insomma, la situazione non solo è grave, ma pare essere in costante peggioramento.
Davanti a questa macelleria sociale, un tarantiniano signor Wolf potrebbe essere rappresentato dallo Stato, che storicamente ha contribuito a determinare le fondamentali tendenze redistributive operando sulla leva fiscale e sull’intervento pubblico nell’economia. La politica economica godrebbe in teoria di tutti gli strumenti necessari a combattere la disuguaglianza e favorire l’equità sociale redistribuendo redditi e ricchezza.

La prima arma in mano allo Stato è, vista l’elevatissima correlazione tra disoccupazione e povertà, il perseguimento di una piena e buona occupazione. L’obiettivo del pieno impiego resta il principale canale di riduzione delle disuguaglianze. Uno Stato capace di assicurare un’occupazione a tutti, e di assicurarla a condizioni retributive e lavorative dignitose, favorirebbe da un lato l’accesso al reddito da parte di coloro che un lavoro non ce l’hanno, e dall’altro ripristinerebbe un certo equilibrio nei rapporti di forza tra lavoro e capitale, con conseguente inasprimento del conflitto distributivo e della ripresa di quella dinamica salariale ferma al palo da decenni. Infatti, con più occupazione viene spuntata l’arma principale usata dai capitalisti per disciplinare i lavoratori, il ricatto della disoccupazione. La paura di perdere il posto e, con quello, il reddito, costringe oggi milioni di lavoratori a chinare il capo davanti alla prepotenza del profitto, che impone le peggiori condizioni di lavoro senza incontrare opposizioni politiche o sociali di massa, come invece accadeva negli anni Settanta. La piena occupazione, dunque, non deve essere vista come un orizzonte politico e sociale in sé, ma come un presupposto per una nuova offensiva dei lavoratori, finalmente liberi di rialzare la testa e guidare una nuova e vigorosa ripresa della lotta di classe.

Tuttavia, far sì che tutti siano occupati, ed occupati dignitosamente, potrebbe non essere sufficiente a garantire un adeguato livello di uguaglianza, in virtù dell’enorme concentrazione della ricchezza a cui siamo arrivati. Ecco allora che lo Stato potrebbe utilizzare un altro espediente per redistribuire la ricchezza, andando a toccare il sistema della fiscalità. Fatta salva l’opportunità teorica di finanziare in deficit i programmi di spesa sociale, lo Stato potrebbe comunque fare politiche redistributive garantendo welfare e servizi alle fasce meno abbienti della popolazione attraverso il prelievo di risorse nei confronti dei soggetti più facoltosi. Negli ultimi trent’anni, tuttavia, abbiamo assistito al processo contrario, ossia ad un marcato spostamento del carico fiscale dai più ricchi ai più poveri. A questa tendenza, inoltre, si è associata una sempre più sofisticata capacità di evasione ed elusione fiscale da parte dei redditi da capitale, e in particolare dei grandi capitali, che possono “fuggire” all’estero con estrema facilità nel quadro europeo di piena libertà di movimento del denaro.

Alcune evidenze confermano queste tesi. Il numero di scaglioni, che contribuisce a determinare il grado di progressività delle imposte dirette, è passato dalle 32 aliquote del 1974 alle 5 attuali (e c’è pure chi sogna l’aliquota unica, la flat tax): è chiaro che un numero maggiore di aliquote consente di graduare meglio il carico fiscale sulla base del reddito, mentre un numero inferiore di scaglioni mette sullo stesso piano redditi molto diversi tra loro. Così, ieri era prevista un’aliquota del 72% per i redditi che superavano i 500 milioni di lire, mentre oggi chi supera i 75.000 euro paga un’aliquota del 43%, senza alcuna differenza tra redditi alti e altissimi. Il risultato è che oggi due terzi del gettito IRPEF provengono da contribuenti che guadagnano fino a 55.000 euro l’anno: sono i lavoratori che compongono la classe media, in buona sostanza, a garantire la parte più consistente delle entrate IRPEF dello Stato. E mentre il lavoro sostiene in pieno le spese dello Stato, i profitti pagano un’imposta sostitutiva (IRES) pari al 24% degli utili dichiarati, a prescindere dal livello degli utili, dunque fuori da qualsiasi progressività. È così che nel 2018 lo Stato ha incassato dall’IRES meno di 36 miliardi di euro, mentre i lavoratori dipendenti pubblici e privati, insieme, pagavano circa 154 miliardi di euro di IRPEF. La leva fiscale, quindi, è stata usata negli anni più recenti per contribuire attivamente a determinare quella violenta redistribuzione del reddito dai salari ai profitti: lavoratori e famiglie meno abbienti pagano sempre più imposte, mentre i capitali e i soggetti più ricchi ne pagano sempre meno.
Invertire questa tendenza sarebbe, in linea teorica, ben possibile. Per quanto riguarda la tassazione sui redditi, occorrerebbe informare a criteri di progressività il sistema tributario e riportare sotto il cappello di tale progressività tutti i redditi, principalmente quelli da capitale, che ad oggi ne restano esclusi. Si tratta, in sostanza, di far pagare a coloro i quali percepiscono un reddito più elevato delle imposte via via maggiori, applicando un sistema di aliquote più che proporzionale rispetto al reddito – l’esatto contrario di quanto fatto negli ultimi anni e di quanto proposto dai sostenitori della flat tax. In maniera analoga, parte delle risorse destinate a finanziare la spesa sociale – e quindi a ridurre indirettamente la disuguaglianza – potrebbe derivare da una tassazione sui grandi patrimoni, proprio alla luce di quell’1% più ricco degli italiani che detiene il 25% della ricchezza nazionale. Esistono poi altre forme di redistribuzione attuabili mettendo mano al vigente sistema di funzionamento del fisco: basti pensare ad una eventuale revisione delle aliquote IVA (ad esempio, all’abolizione di tale imposta sui beni di prima necessità, di cui si compongono in misura relativamente maggiore i consumi dei meno facoltosi), nonché alla possibilità di decontribuzioni ed agevolazioni fiscali per coloro che non superano determinate fasce di reddito.
Insomma, il nostro Mr. Wolf potrebbe agevolmente incidere sulla redistribuzione del reddito e della ricchezza e risolvere questa situazione complicata per disoccupati e lavoratori: nel pieno rispetto del dettato costituzionale (si veda l’Art. 53), sarebbe infatti possibile rimodulare il sistema tributario e renderlo maggiormente incline alle esigenze degli strati più disagiati della popolazione, contribuendo in questa maniera alla realizzazione di una distribuzione più equa.
È probabile, però, che l’ingresso sulla scena di uno Stato che risolve i problemi dei lavoratori a colpi di fisco e piena occupazione sia destinato a rimanere un pio desiderio per la classe dei lavoratori. Politiche di piena e buona occupazione sono quelle che più spaventano i capitalisti, ed è per questo che la classe dirigente italiana, dopo aver subito un arretramento con la stagione di lotte degli anni Settanta, ha costretto il Paese sui binari dell’integrazione europea. L’Italia è ora inserita in un contesto istituzionale che vieta per legge le politiche fiscali di spesa necessarie a promuovere la piena occupazione: nei vincoli europei – da Maastricht al Fiscal Compact – non vi è alcuno spazio per perseguire una crescita economica caratterizzata da migliori condizioni di lavoro. Il sistema europeo è fondato sul ricatto della disoccupazione di massa, usata come arma per imporre una crescente polarizzazione della ricchezza.
Inoltre, un sistema fiscale progressivo ed una tassazione più severa sui redditi da capitale non risultano certamente compatibili con i princìpi di libera circolazione delle merci e dei capitali su cui sono incardinati i trattati dell’Unione Europea. Se pure riuscissimo a mettere mano al sistema fiscale, infatti, i capitali sarebbero liberi di spostarsi in altri Paesi europei per fuggire alla tassazione, e la libertà di movimento delle merci gli consentirebbe di venire a vendere in Italia i beni che sarebbero prodotti altrove. Solo un pieno ritorno al controllo dei flussi di merci e capitali può permettere di ridiscutere radicalmente il sistema tributario nella direzione di una maggiore equità e progressività.
Regole e Trattati europei si palesano ancora una volta come delle catene appositamente concepite per tenere a bada le rivendicazioni degli ultimi, contribuendo in questo modo a generare quella disuguaglianza che rende i lavoratori più facilmente ricattabili e favorendo lo sfruttamento. Lo si capisce bene se si ammette che persino le opzioni riformiste, come quella di un nuovo sistema fiscale ispirato a principi di progressività, appaiono totalmente incompatibili con la gabbia dell’Unione Europea. In teoria, lo Stato ha tutto il potere di incidere sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, influenzando così i rapporti di forza tra le classi sociali. In pratica, tale potere è esso stesso terreno di lotta, un ambito dello scontro sociale che, con il procedere dell’integrazione europea, diventa sempre più difficile contendere per i lavoratori.

martedì 12 novembre 2019

Berlino, 30 anni dopo

Se i maestri sono in crisi, proprio mentre celebrano la storica vittoria sull’avversario numero uno (il socialismo, seppure nella sua versione più grigia, quella “reale”), è bene guardare con occhio clinico alle ragioni della sua crisi.
Che sono poi, nell’insieme, il suo normale modo di funzionare.
Ancora una volta vi proponiamo un fulminante editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza, che impietosamente affonda il bisturi nel modello mercantilista tedesco. Un dispositivo di rapina all’interno (verso i propri lavoratori) e all’esterno (verso i paesi-partner dell’Unione Europea, e ovviamente verso i loro lavoratori) che va in crisi per aver avuto troppo successo.
Che non vuol dire aver avuto ragione, ma semplicemente di essersi potuto “finalmente” sviluppare senza avversari; né come classe contrapposta (i lavoratori, appunto), né come “sistema economico e di valori” (il socialismo).
Chi mastica di dialettica capisce senza sforzi che il momento migliore dell’economia tedesca ed europea – perché di questo sostanzialmente si parla – coincida con il periodo pre-caduta del Muro. Quando, insomma, welfare e salari furono elargiti con generosità, magari anche a scapito dei profitti, che “furono ridotti, sì, negli anni Cinquanta e Sessanta, ma solo per paura del Comunismo”.
Il capitalismo, insomma, rende meglio quando è sottoposto a una non volontaria “cura dimagrante”, a una condivisione degli utili che è poi diventata bestemmia dopo l’89. Ma anche in quelle condizioni non funzionava benissimo…
Dopo l’Anschluss della Ddr e la facile imposizione a tutta l’Unione Europea delle regole più vantaggiose per sé, non troppo paradossalmente, quel meccanismo si è inceppato.
L’evoluzione tecnologica (fin lì spinta dalla concorrenza con il “socialismo reale” e soprattutto per contrastare la crescita salariale con la caccia al “plusvalore relativo”) si è arenata. Fare soldi, per “gli imprenditori” di qualsiasi dimensione, era diventato così facile da non richiedere troppi investimenti in ricerca e sviluppo.
Anche controllare il sistema finanziario continentale si è rivelato piuttosto facile, e questo ha convinto la branca tedesca (e francese) che sarebbe andata avanti così a lungo, se non per sempre.
Ma “Essere considerata un porto sicuro dai risparmiatori stranieri, continuare ad accumulare attivi commerciali sull’estero, avere le finanze pubbliche in perfetto ordine e dei cittadini che continuano a lavorare indefessi ed risparmiare senza sosta, non è bastato alla Germania per assicurare la stabilità delle sue istituzioni bancarie.“
Peggio. Quel modello mercantilista fondato su bassi salari e precarietà contrattuale (diritti zero, ricatto alto, consumi ridotti anche sotto il minimo vitale) ha distrutto – e continua a farlo – gli schemi riproduttivi della popolazione, anche in Germania, proprio come in Italia. “Una decrescita demografica spaventosa, che porterà la Germania ad un peggioramento continuo del rapporto tra le coorti degli anziani e quelle dei giovani, che peserà sempre più sulla produzione, sui sistemi previdenziali e su quelli sanitari”.
Qui è il caso di soffermarsi un attimo, serrare le dita della mano e prepararsi a scaricare un bel pugno in faccia a tutti quegli opinione maker da strapazzo, al soldo delle imprese, che parlano di “scontro generazionale” tra garantiti e non garantiti, sia a livello salariale che di prospettive pensionistiche (potete farlo anche con i “negriani”, naturalmente…). Tutti squallidi beoti che attribuiscono alle persone (lavoratori diventati anziani che non riescono più ad andare in pensione) la “colpa” di un sistema economico squilibrato che sta mettendo in dubbio la continuità della popolazione in Europa!
Come se fossero state scelte individuali egoiste e non condizioni economiche sistemiche…
Ma è sul piano finanziario, per chi ha la pazienza di seguire un attimo le argomentazioni più tecniche di questo articolo, che la Storia e la logica si prendono la sacrosanta rivincita su un “piano” che sembrava l’uovo di Colombo (o quella dell’asino che era stato addestrato a lavorare senza mangiare).
Il problema della Germania finanziaria oggi è infatti “troppi capitali, troppa liquidità, e troppo pochi investimenti nell’economia reale”. E nonostante questo sono proprio loro – la classe dirigente e dominante nella UE – a pretendere maggiori dosi di austerità. Che servirà soprattutto a rastrellare altri capitali (liquidi, infrastrutturali, produttivi, immobiliari, ecc) dai paesi partner-allocchi, senza dover fare nulla e soprattutto senza risolvere il problema. Anzi aggravandolo.
Non c’è da stupirsi. E’ la trappola della liquidità, ed è un classico dei momenti in cui tutti i nodi della sovrapproduzione giungono al pettine.
C’è tutta l’acqua (finanziaria) che si vuole, ma “il cavallo non beve”…
Chi – paesi e classi sociali – non vuole morire d’inedia, per disssanguamento progressivo, deve attivarsi per rompere questo meccanismo. Non sarà facile, non sarà indolore. Ma è meglio che attendere la fine (“un Paese che si avvia alla scomparsa”) senza osare una qualsiasi resistenza.
*****
Berlino, trent’anni dopo
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
La complessa situazione economica e finanziaria della Germania, ed ancor più il nuovo e divaricante scenario sociopolitico che la caratterizza, sono il risultato non certo inatteso di una strategia tanto mal congegnata quanto assai pretenziosa, che tante contraddizioni ha ben nascosto per anni: da un ventennio almeno, si è arroccata nelle produzioni tradizionali delle auto, della manifattura meccanica e della chimica, deflazionando i salari per aumentare le vendite ed i profitti all’estero. Un mercantilismo di vecchio stampo.
Dopo la crisi del 2010, il rigore fiscale che ha imposto ai competitor europei serviva ad indurre recessioni assai preziose al fine di mantenere inalterato il vantaggio competitivo tedesco, mentre le sue banche ritiravano il più velocemente possibile gli impieghi dai Paesi a rischio di default sovrano o bancario. Il Bail-in ed il bail-out, come l’ESM, sono stati varati a sua convenienza. Anche il Fiscal Compact fu una proposta di marca tedesca, appoggiata dai francesi solo per finzione, non avendolo mai applicato. Ed anzi, Parigi è rimasta in procedura di infrazione per un intero decennio, senza rispettare neppure le ben più lasche prescrizioni del Trattato di Maastricht.
Nessun sistema regge però alla lunga, soprattutto in un contesto internazionale di relazioni aperte, quando si fonda su squilibri strutturali, quali che siano: un eccesso di risparmio accompagnato da troppi pochi investimenti in un contesto di tassi di interesse estremamente bassi o addirittura negativi, porta all’insofferenza dei risparmiatori, pregiudica la sostenibilità dei bilanci delle banche, di quelli delle assicurazioni e dei fondi di previdenza, e porta all’inflazione del valore degli asset immobiliari; i saldi commerciali strutturalmente attivi, fondati sulla deflazione salariale e sui differenziali territoriali e di status lavorativo, minano la stabilità sociale a medio termine e nel breve anche quella politica.
Essere considerata un porto sicuro dai risparmiatori stranieri, continuare ad accumulare attivi commerciali sull’estero, avere le finanze pubbliche in perfetto ordine e dei cittadini che continuano a lavorare indefessi ed risparmiare senza sosta, non è bastato alla Germania per assicurare la stabilità delle sue istituzioni bancarie.
L’etica del lavoro intesa come impegno totalizzante, così come all’opposto la precarizzazione dei rapporti di impiego e l’instabilità della piccola imprenditoria, producono l’identico risultato negativo: una decrescita demografica spaventosa, che porterà la Germania ad un peggioramento continuo del rapporto tra le coorti degli anziani e quelle deii giovani, che peserà sempre più sulla produzione, sui sistemi previdenziali e su quelli sanitari.
Nel 2049, la popolazione tedesca sarà di appena 74 milioni di abitanti rispetto agli oltre 83 milioni di oggi, con una perdita superiore al 10%: un Paese che si avvia alla scomparsa. Mancheranno i giovani, e non solo i maschi come accadde dopo le due guerre mondiali. Difficile compensarli, perché la manodopera immigrata non è più gestibile come in passato, quando i “lavoratori ospiti” vivevano nei cantieri e nelle miniere senza famiglia, ritornando senza fiatare a casa, all’occorrenza.
Al contrario della Germania, la Francia passerà dagli attuali 66 milioni di abitanti ad oltre 71 milioni nel 2049: l’esperienza della settimana lavorativa di 35 ore, congiunta ad un robusto welfare familiare e ad una ancor solida salvaguardia della stabilità lavorativa, ha portato a risultati estremamente positivi in termini di equilibrio demografico e di sostenibilità pensionistica.
In Germania, ci sono tensioni insopprimibili sul versante finanziario: troppi capitali, troppa liquidità, e troppo pochi investimenti nell’economia reale. Dopo la crisi greca del 2010, in Germania sono affluite enormi risorse, come è testimoniato anche dall’aumento dei crediti nel sistema Target 2: il saldo attivo della Bundesbank è infatti passato dai 115 miliardi di euro del 2008 ai 915 miliardi del settembre scorso. Di converso, il saldo della Banca d’Italia ha cambiato di segno, passando da +23 miliardi a -468 miliardi di euro.
Ma non ci sono impieghi sicuri, a sufficienza: anche gli acquisti di Bund da parte della Bce nell’ambito del Qe, per complessivi 521 miliardi di euro a fine 2018, hanno contribuito alla rarefazione sul mercato di questo safe asset ed alla riduzione dei tassi di interesse. Inoltre, c’è stata la politica di riduzione del debito condotta dal governo federale, passato dai 2.192 miliardi di fine 2014 ai 1.974 miliardi di euro stimati alla fine di quest’anno. In totale, sono venuti meno sul mercato titoli per ben 739 miliardi di euro. La concorrenza sfrenata per ottenerli, ne fa crollare i rendimenti.
C’è un pro, ma anche un contro, dappertutto. I tassi di interesse sui Bund, negativi sulla grandissima parte delle emissioni, rappresentano un gran vantaggio per le finanze federali che rimborsano agli investitori una somma inferiore a quella prestata, riducendo il carico fiscale per il contribuente tedesco: le spese per interessi si sono abbattute dei due terzi, passando dai 69 miliardi di euro del 2008 ai 21 miliardi di quest’anno.
Lo sforzo fiscale è ancora più lieve, visto che il rapporto tra la spesa per interessi ed il totale delle entrate è passato dal 6,2% all’1,3%. D’altra parte, poiché oltre il 70% dei Bund è sottoscritta da non residenti, sono gli stranieri a pagare il costo dei tassi negativi. Questa riduzione dei tassi di interesse ha ampiamente contribuito al successo nella gestione della finanza pubblica, essendo già stati raggiunti i due obiettivi del Fiscal Compact, sia in termini di pareggio strutturale del bilancio che di rapporto debito/pil pari al 56,9% rispetto al tetto del 60%.
In Germania c’è dunque una trappola della liquidità, in piena regola. Un aumento degli investimenti pubblici infrastrutturali, che pure sarebbero necessari, avrebbe come controindicazione la necessità di utilizzare nuova manodopera straniera, che si è visto essere di difficile integrazione. Con un livello di disoccupazione (e di sotto-occupazione) sceso al 3%, c’è ben poco da fare. Erogare incentivi alle industrie esistenti, per aumentarne la produttività, contrasterebbe con un mercato europeo stagnante: è la domanda aggregata che manca.
Una forte spinta alla innovazione tecnologica nel settore delle auto, soprattutto nella trazione elettrica, porterebbe al write-off di investimenti enormi e di una indiscussa superiorità nella meccanica: sarebbe come chiedere al tacchino se è d’accordo ad anticipare il cenone di Natale.
Si dovrebbero piuttosto alzare i salari: ma accelerare ancora, dopo un aumento già registrato del 2,3% nel 2018 e con una inflazione all’1,2%, sarebbe una imprudenza. Salterebbero il controllo dei prezzi e tutta la strategia di deflazione salariale condotta con le riforme Hartz.
L’impoverimento sociale è una strategia da cui è difficile uscire, visto che compromette i profitti: questi furono ridotti, sì, negli anni Cinquanta e Sessanta, ma solo per paura del Comunismo.
Il costo dei tassi a zero o negativi colpisce anche le famiglie tedesche, che tengono in media sotto forma di depositi bancari il 40% dei propri risparmi. Con i tassi negativi portati allo 0,50% dalla Bce sui depositi ulteriori rispetto alla riserva obbligatoria, è stato stimato per le banche tedesche un costo annuo di 2,4 miliardi di euro l’anno, che ora viene gradualmente ribaltato sui risparmiatori: Berliner Volksbank e Deutsche Skatbank, insieme ad un’altra trentina di banche tedesche, hanno già iniziato a traslare il tasso negativo sui conti superiori ai 100 mila euro.
Gli impieghi bancari tedeschi, per essere remunerativi, devono quindi dirigersi all’estero, con tutti i rischi che ciò comporta in termini di cambio e di default del debitore: il ricordo dei prestiti improvvidi alle banche spagnole ed a quelle greche, salvate dall’ESM con i contributo di tanti Stati incolpevoli europei come l’Italia, così come quello degli acquisti di Mbs americane rivelatisi fallimentari, non è sufficiente a frenare questo flusso.
C’è ancora un altro rovescio della medaglia: le famiglie tedesche, insofferenti per i tassi sui depositi e sui Bund, cercano investimenti più remunerativi e fonti alternative di rendita, soprattutto nel settore immobiliare. Una scelta, questa, che si sta rivelando incompatibile con la stabilità dei prezzi pagati dalle famiglie per le proprie spese, e di conseguenza con quella dei salari.
In Germania, infatti, l’indice dei prezzi delle abitazioni, pari a 100 nel 2015, è arrivato a 115 nel settembre scorso. Anche gli affitti sono schizzati verso l’alto: nelle dieci principali città tedesche, l’aumento è stato del 50% tra il 2005 ed il 2018. A Berlino. I prezzi sono duplicati in un decennio: per fermarne la deriva, a giugno scorso se ne è stato discusso il blocco quinquennale, e ad agosto anche la introduzione di un sistema di equo canone che va dai 3,42 ai 7,97 euro/mq a seconda della tipologia e dell’età dell’immobile: paradossalmente, quindi, proprio chi chiede la massima libertà sui mercati internazionali si trova a dover ricorrere a casa propria ai prezzi amministrati.
E pensare, poi, che Berlino fa ancora parte dell’elenco dei Land appartenenti all’ex-DDR, in cui si praticano salari minimi orari inferiori rispetto a quelli vigenti nei Land occidentali.
C’è un’altra contraddizione: il mantenimento di un elevato saldo commerciale attivo con l’estero, che da anni è superiore al 6% del pil mentre quello della Cina è sceso al 2%, è ottenuto contraendo la quota dei consumi interni e peggiorando le condizioni lavorative. Tra il 2005 ed il 2018 i consumi delle famiglie tedesche sono passati dal 63% al 51% del pil. Nel marzo 2018, rispetto a dieci anni prima, c’erano un milione in più di occupati marginali con prestazioni lavorative a tempo pieno, i cosiddetti mini-job remunerati con 458 euro medi mensili. I lavoratori marginali, quelli a salario legale minimo, sono arrivati così a quota 2,8 milioni, l’8,5% del totale dei posti di lavoro a tempo pieno. Considerando anche i mini-job a tempo parziale, si arriva ad un totale di 7,6 milioni su 32,7 milioni di occupati: nel complesso, in 15 anni, i mini job a tempo pieno e parziale sono aumentati del 35%.
L’insoddisfazione sociale si è riflessa anche sui risultati elettorali, con la Grande coalizione tra Cdu-Csu e Spd sempre meno autosufficiente: a destra, c’è la Afd che minaccia i Popolari, mentre a sinistra i Verdi e talora la Linke surclassano i Socialdemocratici. Si appanna così la leadership di Angela Merkel, che ha dominato la scena europea dello scorso decennio, ma le sue due eredi in politica non sembrano in grado di fare altrettanto: né Annegret Kramp-Karrenbauer alla guida della Cdu, né Ursula von der Leyen da neo Presidente della Commissione europea.
Essere considerata un porto sicuro dai risparmiatori stranieri, continuare ad accumulare attivi commerciali e crediti sull’estero, avere le finanze pubbliche in perfetto ordine, non è bastato alla Germania ad assicurare la stabilità delle sue istituzioni bancarie.
Anche il posizionamento strategico del sistema produttivo tedesco si è fatto incerto. Non è il recente -0,1% del pil trimestrale tedesco che preoccupa, quanto la inattitudine ad affrontare le discontinuità e gli scenari che non siano la proiezione ed il perpetuo riproporsi del passato.
Il Kombinat nato a Bad Godesberg nel 1959 ha messo insieme tutti gli apparati della società tedesca: dai partiti aii sindacati, dalle banche alle grandi industrie. Ha fatto della Germania un panzer invulnerabile, ma inadatto alle nuove sfide. Al ricercato dominio in Europa. senza mai concedere vera solidarietà. si sostituisce ora il timore di un futuro che si stinge nell’incertezza globale.

lunedì 11 novembre 2019

La Spagna rimane in stallo, ma avanza l’estrema destra

Con un quarto delle schede scrutinate, il quadro sembra confermare le indicazioni dei sondaggi all’uscita dei seggi. IL Psoe è proiettato verso i 121 seggi, i popolari verso gli 81, mentre i neofascisti di Vox sembrano per ora meno “travolgenti” di quanto previsto (46 seggi, invece che quasi 60). Podemos sembra limitare le perdite, con 32 seggi (sui 34 precedenti), mentre appare buona la prestazione delle forze indipendentiste catalane, con l’Erc a 13, JxCat a 8 e la Cup a 3. I baschi del Pnv viaggiano verso i 7 seggi, mentre Euskal Herria Bildu verso i 5.

Ore 20.30. Non c’è soluzione alla crisi politica spagnola, pare. Le quarte elezioni politiche in appena due anni non avrebbero individuato neanche stavolta una maggioranza parlamentare.
I primi exit poll – da prendere come sempre con le molle – assegnano ai “socialisti” del Psoe una maggioranza relativa che li lascia primo partito, ma con un numero di deputati oscillante (secondo le stime) tra i 114 e i 119 (ne aveva 123).
Al secondo posto restano i “popolari”, ossia la destra ex franchista che nell’arco di oltre 30 anni è voluta apparire “moderata”. L’affossamento dell’ex premier Marano Rajoy le ha fatto bene, pare, visto che recupera credibilitò e conquistere tra gli 85 e i 90 seggi (ne aveva 66).
Ma si conferma anche la prepotente avanzata dell’ultradestra parafascista di Vox, che ddovrebbe avere tra i 55 e i 59 seggi (era a 24).
Tracollano i centristi di Ciudadanos, che dovrebbero mantenere solo 14-15 dei 57 seggi fino ad oggi controllati.
In caduta secca Unidos Podemos, che l’incertezza (“ci alleiamo con i socialisti oppure tiriamo un po’ la corda?”) ha allontanato definitivamente dalle pretese anti-sistema dei tempi in cui aveva raccolto politicamente la domanda di cambiamento degli indignados. Forse avranno tra i 30 e i 34 seggi, invece dei 42 attuali.
I catalani di Esquerra republicana (Erc) dovrebbero avere 13 o 14 parlamentari; quelli di JxCat (Junts per Catalunya) 6 o 7, la sinistra radicale della Cup 3 o 4. I baschi moderati del Pnv 6-7, mentre la sinistra di EH Bildu 3 -4. Il CC-Pnc (delle Isole Canarie) 1 o 2.

Stabili gli “altri”, ovvero i partiti che rappresentano le varie nazionalità etnolinguistiche della Spagna.

Se il quadro verrà confermato dallo scrutinio concreto delle schede, la Spagna resta anche stavolta senza maggioranza parlamentare certa. Neanche una di estrema destra (unendo popolari, Ciudadanos e Vox). E da quelle parti, almeno, ancora non conoscono le trasmigrazioni bibliche dei “responsabili” pronti a cambiar casacca, come da noi.

venerdì 8 novembre 2019

La Nato? “Siamo alla sua morte cerebrale”

Il giudizio è decisamente tranchant ma la fonte è autorevole e pesante, soprattutto se si tratta di Emmanuel Macron.
In una intervista al settimanale britannico L’Economist, un giornale scritto e diretto all’establishment mondiale, il presidente francese ha avvertito i paesi europei di non poter più fare affidamento sugli Stati Uniti per difendere gli alleati della NATO. “Ciò che stiamo attualmente vivendo è la morte cerebrale della NATO”, ha dichiarato testualmente Macron nell’intervista pubblicata da L’Economist.
L’Europa si trova “sull’orlo di un precipizio”, dice, e deve iniziare a pensare a se stessa strategicamente come una potenza geopolitica; altrimenti “non avremo più il controllo del nostro destino”.
Durante l’intervista di un’ora, avvenuta all’Eliseo il 21 ottobre scorso, Macron sostiene che è giunto il momento che l’Europa si “svegli”. Alla domanda se credeva ancora nell’efficacia dell’articolo 5 (quello che prevede l’intervento di tutta l’alleanza qualora uno stato membro venga attaccato e che rappresenta il principale effetto deterrente della Nato, ndr), la risposta è stata di quelle pesanti: “Non lo so”, ha detto Macron “ma cosa significherà l’articolo 5 domani?”. Una risposta con cui Macron ha messo praticamente i piedi nel piatto.“Se il regime di Bashar al-Assad decidesse di vendicarsi in Turchia, ci impegneremo? Questa è una vera domanda. Ci impegniamo a combattere Daesh. Il paradosso è che la decisione americana e l’offensiva turca in entrambi i casi hanno lo stesso risultato: il sacrificio dei nostri partner sul campo che hanno combattuto contro Daesh, le forze democratiche siriane “, ha affermato Emmanuel Macron.
Ma l’analisi del presidente francese è andata oltre. l’Europa “scomparirà” se non “pensa a se stessa come una potenza mondiale“, afferma Macron. “Non penso di drammatizzare le cose, cerco di essere lucido”. Il presidente francese ha poi indicato quelli che, a suo avviso, sono tre grandi rischi per l’Europa: “ha dimenticato di essere una comunità”; il “Disallineamento” della politica statunitense dal progetto europeo e l’emergere del potere cinese “che emargina chiaramente l’Europa”.
Tre rischi che, secondo Macron, rendono ancor più “essenziale, da un lato, l’Europa della Difesa – un’Europa che deve acquisire un’autonomia strategica e capacità a livello militare, dall’altro la necessità di riaprire un dialogo strategico con la Russia, un dialogo senza ingenuità e che richiederà tempo”.

“Il Presidente Trump, per cui ho molto rispetto, pone la questione della NATO come un progetto commerciale. Secondo lui è un progetto in cui gli Stati Uniti forniscono una forma di ombrello geopolitico, ma in cambio deve esserci un’esclusività commerciale, è un motivo per comprare americani. La Francia non ha firmato per questo “,  sostiene Macron nell’intervista a  L’Economist.
“Per 70 anni abbiamo realizzato un piccolo miracolo geopolitico, storico e di civiltà: un’equazione politica senza egemonia che consente la pace. (…) Ma oggi ci sono una serie di fenomeni che ci mettono in una situazione di limite al precipizio”.

Il presidente francese ritiene che “se gli europei non hanno un risveglio, una consapevolezza di questa situazione e la decisione di coglierla, il rischio è, in ultima analisi, che geopoliticamente scompariamo o in ogni caso non siamo più i padroni del nostro destino. Lo credo profondamente”.
Si tratta di parole pesanti come macigni e che confermano quella crisi della Nato incubata alla fine del secolo scorso (di cui l’aggressione alla Serbia nel 199 è stata l’epifenomeno,ndr), una crisi di cui parliamo da tempo e che si era palesata nel 2008 con il mancato intervento della Nato nella guerra tra Georgia e la Russia. La prima, in mano al dittatorello Shakasvili, aveva invocato proprio l’art.5 della Nato liquidato da Macron nell’intervista a L’Economist. Gli Stati Uniti si erano detti d’accordo ma tutti i partner europei negarono il loro consenso. Insomma di “morire per Tbilisi” non se ne parlava proprio.
Le camere di compensazione tra le potenze capitaliste emerse da un dopoguerra a egemonia statunitense, negli ultimi venti anni hanno perso peso, significato e capacità di intervento. E’ accaduto per il Fmi, il G7, la Wto, ma è accaduto anche per la Nato. E la crisi di questi organismi in cui si agiva solo in base al Washington Consensus si è  via via accresciuta con il rafforzamento dell’Unione Europea, il declino statunitense, la loro competizione con Russia e Cina sul teatro mondiale.
Come ebbe a dire profeticamente Henry Kissinger nel 2001: “Mi preoccupa il fatto che quando l’Unione Europea agisce come soggetto unico negli affari mondiali molto spesso, e sarei tentato di dire, sempre, agisce in opposizione agli Stati Uniti”. “Sarebbe un errore” ha proseguito “un errore capace di portare gradualmente a una frattura tra le due sponde dell’Atlantico in un mondo sempre pieno di problemi”.
Che il mondo sia pieno di problemi e la frattura delle due sponde dell’Atlantico si sia accentuata, è ormai sotto gli occhi di tutti. L’intervista a Macron è qualcosa di più di un epitaffio solo per la Nato, è il segno di una nuova epoca nelle relazioni internazionali.

giovedì 7 novembre 2019

Il ricatto dell’Ilva

Torna tragicamente agli onori della cronaca l’annosa vicenda dell’Ilva di Taranto. Gli attuali proprietari del sito pugliese – il gruppo franco-indiano ArcelorMittal, un colosso del settore siderurgico che fattura oltre 70 miliardi di dollari l’anno – hanno annunciato di lasciare gli stabilimenti. Si tratta, per ora, dell’ultimo capitolo di una storia lunga e travagliata. Proviamo a fare un po’ di luce sulla vicenda e sugli interessi che girano attorno ad uno degli stabilimenti metallurgici più grandi d’Europa.
L’Ilva è essenzialmente due cose. È un sito industriale strategico che garantisce una produzione siderurgica di livello, favorendo in questo modo il tessuto produttivo locale e nazionale e occupando oltre 10 mila lavoratori. Ed è anche, ad oggi, una sorgente inesauribile di veleno, un veleno mortale, per i suoi lavoratori e per il territorio e la popolazione locale. La storia recente dell’Ilva vive di questa perenne tensione: da un lato l’opportunità di tenere in attività i forni continuando a garantire produzione e quindi occupazione, e dall’altro la necessità di contenere le emissioni tossiche che proprio quella produzione genera.
Ma non stiamo tutti sulla stessa barca, e il problema assume diverse connotazioni a seconda del punto di vista che adottiamo. I lavoratori e la popolazione di Taranto e dintorni sono stretti nella morsa di questa contraddizione: lo spegnimento dei forni sarebbe una tragedia sociale, per i posti di lavoro che si perderebbero e per l’impatto economico sul territorio, ma il loro continuo funzionamento allo stato attuale è una calamità sanitaria e ambientale che miete oltre 200 vittime ogni anno.
I lavoratori dell’Ilva e la popolazione di Taranto si trovano quindi davanti due alternative devastanti: proseguire la produzione inquinante, o chiudere l’impianto. Un mortale aut-aut in cui la scelta è tra salute e ambiente da un lato e lavoro dall’altro. Si tratta, tuttavia, di una falsa scelta viziata all’origine che parte da variabili e scelte economiche date e immodificabili, che tuttavia immodificabili non sono affatto.
Naturalmente l’unica ipotesi favorevole ai lavoratori e la comunità locale sarebbe quella di una totale riconversione del sito industriale, una trasformazione tecnologica capace di mantenere inalterata la capacità produttiva modificando i metodi di produzione, in modo da ridurre sensibilmente l’inquinamento. Si tratta di un’ipotesi perfettamente credibile dal mero punto di vista tecnologico e, in astratto (in un contesto economico diverso da quello vigente), pienamente percorribile dal punto di vista delle opzioni di politica industriale adottabili da uno Stato.
Il problema, come al solito, sono i soldi. Già, perché una simile operazione richiede ingenti investimenti iniziali (il Ministero dell’Ambiente ha parlato di 3 miliardi e mezzo di euro), costi tali da scoraggiare qualsiasi impresa privata dall’intraprendere la lunga strada della riconversione. Ecco chiarito come l’unica via percorribile per favorire la classe lavoratrice sarebbe la nazionalizzazione dell’Ilva accompagnata ad uno sforzo di politica industriale considerevole in termini di investimenti pubblici.
Conviene a questo punto fermarsi un attimo a riflettere. Se questo fosse l’unico piano del problema, l’unica dimensione entro cui inquadrare le vicende dell’Ilva di Taranto, staremmo qui a discutere di nazionalizzazioni, piani industriali, vincoli di spesa, investimenti, tecnologie green ed altre interessantissime questioni. Invece no: il dibattito sull’Ilva, che ci piaccia o no, è un altro.
Da poche ore, ArcelorMittal ha dichiarato che intende rescindere il contratto che la lega all’impianto di Taranto. Le ragioni di questa scelta sono limpidamente enunciate dalla multinazionale stessa: le attuali condizioni impediscono di realizzare il progetto industriale che ArcelorMittal aveva in mente quando, con la benedizione dell’ex Ministro Calenda, ha prima ‘affittato’ e poi progressivamente acquistato lo stabilimento.
Per chiarire quali siano questi ostacoli alla realizzazione del piano aziendale della multinazionale dobbiamo fare un passo indietro e ricordare brevemente come un gigante del settore si sia potuto avvicinare ad una situazione intricata come quella dell’Ilva di Taranto. Nel fare questo passo indietro, abbandoniamo il punto di vista dei lavoratori e del territorio, e proviamo ad adottare l’angolo visuale del capitale, il punto di vista del profitto.
Riconsideriamo la nostra ipotesi di partenza: l’Ilva non si risolve solo in un’industria strategica per il Paese e in una centrale di morte per il territorio. L’impianto di Taranto è anche una terza cosa: è una straordinaria opportunità di profitto, ed è per questa terza ragione che la storia drammatica dell’Ilva non finisce mai, ma sopravvive in un perenne stato di eccezione che continua a sfornare acciaio e morte senza soluzione di continuità.
Quando ha deciso di rilevare l’Ilva, ArcelorMittal ha visto nell’impianto siderurgico pugliese un’occasione unica. Le travagliate vicende legislative e giudiziarie che hanno scandito la vita del sito di Taranto portando al commissariamento del sito nel gennaio del 2015, avevano lasciato in eredità un piccolo tesoro: in sostanza, chi si accaparrava lo stabilimento – tramite gara pubblica – avrebbe goduto, in cambio di un vaghissimo ‘piano ambientale’ che non prevede alcun sensibile miglioramento dell’inquinamento prima del 2021 e nessun impegno concreto in termini di investimenti, di una particolare immunità penale.
Si tratta di un vero e proprio ‘scudo’, introdotto con decreto legge nel 2015, che ha permesso prima ai commissari e poi agli acquirenti dell’azienda di non essere perseguiti legalmente durante la gestione del sito, e quindi evitare di essere accusati di reati quali quelli contestati ai vertici dell’Ilva 2012 (tra gli altri, disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, sversamento di sostanze pericolose, e inquinamento atmosferico).
Ecco l’opportunità di profitto: trovarsi a gestire uno dei maggiori siti siderurgici d’Europa senza oneri immediati per la riconversione tecnologica e, di fatto, al di fuori di ogni regola sull’inquinamento e sulla sicurezza. Questo era il ‘piano aziendale’ del colosso mondiale ArcelorMittal che nel giugno del 2017 si aggiudicava il sito di Taranto: macinare acciaio in condizioni di assoluto vantaggio rispetto alla concorrenza, perché grazie allo scudo penale avrebbero portato avanti la produzione in uno stato di eccezione permanente capace di generare profitti sulla pelle dei lavoratori e dei tarantini senza, per questo, sostenere alcun costo di riconversione ambientale.
Ma nella primavera del 2019 accade qualcosa: i Cinque Stelle si svegliano dal letargo ed iniziano a spingere per l’abrogazione dello scudo penale. La vicenda approda quindi, nell’ottobre del 2019, alla Corte Costituzionale, che dichiara lo scudo incostituzionale. Non appena lo scudo penale viene messo in discussione, i vertici di ArcelorMittal vedono evaporare l’opportunità di profitto. Senza protezione, avrebbero dovuto portare avanti senza ritardi il piano ambientale, in modo da avviare una qualche riconversione tecnologica del sito, e avrebbero soprattutto dovuto rispondere di eventuali ulteriori danni alla salute e al territorio prodotti sotto la loro gestione.
Con la rimozione dello scudo penale, viene meno lo stato di eccezione che rende l’Ilva un boccone appetitoso per la fame di profitto dei grandi attori del settore siderurgico a livello mondiale. L’Ilva, insomma, è un affare solo mentre avvelena lavoratori e ambiente – perché produce fuori dalle regole.
È così che il dilemma dell’Ilva resta tale, un rompicapo che non si può risolvere facendo contenti tutti. Lo può risolvere il capitale privato, se gli consentiamo di macinare profitti sui tumori e sulla distruzione di un territorio. E lo può risolvere lo Stato, se gli consentiamo di nazionalizzare un impianto industriale strategico per il Paese, e gli permettiamo di realizzare quegli investimenti necessari a trasformare una centrale di veleni in una moderna industria rispettosa dei lavoratori e dell’ambiente. Investimenti massicci che, naturalmente, ci porterebbero fuori da qualsiasi parametro fiscale previsto dall’Unione Europea. Il dilemma dell’Ilva, quel mortale aut-aut tra lavoro e ambiente appare irrisolvibile, allora, solo rimanendo all’interno della struttura istituzionale europea fatta di vincoli soffocanti che determinano la forzata dismissione del ruolo dello Stato nell’economia. Lo stesso dilemma svanisce e, fuori da quelle catene, l’antonimia lavoro-ambiente si dilegua.

mercoledì 6 novembre 2019

Ilva. Incontro al Ministero. “Necessario un deciso intervento pubblico nelle aziende in crisi

L’USB ha incontrato oggi il ministro Patuanelli sul tema del gruppo ex Ilva alla luce della decisione ufficiale della multinazionale Arcelormittal di rescindere il contratto e restituire lo stabilimento alla gestione commissariale.
Abbiamo così avuto modo di esporre al Ministro la nostra proposta per il gruppo ed in particolare per lo stabilimento di Taranto, ovvero la pianificazione della chiusura dell’area a caldo ed un progetto straordinario di intervento pubblico delle bonifiche ambientali per nuova occupazione,  difesa del reddito e la salvaguardia dei posti di lavoro. 
Abbiamo inoltre sottolineato l’assoluta pretestuosità del comportamento della multinazionale dell’acciaio che sin dal primo giorno della sottoscrizione degli impegni in sede ministeriale ha fatto di tutto per disattendere gli stessi, vedi l’atteggiamento di Arcelor verso i lavoratori in As e su tutta la vicenda Appalto Ex Ilva.
Abbiamo Inoltre espresso la netta contrarietà di USB ad un provvedimento di legge che reintroduca  l’immunità penale o peggio un inaccettabile intervento a modifica dell’articolo 51 del Codice Penale che regalerebbe a tutte le imprese una sorta di immunità rispetto alle responsabilità sugli standard di sicurezza.
Il Ministro nell’ assicurarci che a breve convocherà un tavolo  con la presenza di tutte le organizzazioni sindacali azienda e istituzioni locali  ha tenuto a sottolineare che il Governo nelle settimane precedenti la conferma del Parlamento della cancellazione dello scudo penale, ha dato piena rassicurazione ad Arcelor della disponibilità ad affrontare i problemi denunciati. Ha riferito inoltre che ArcelorMittal aveva comunicato al governo la volontà di dichiarare un esubero strutturale di circa 4000-5000 lavoratori.  
Al Ministro abbiamo denunciato lo stato fatiscente degli impianti , la pessima condizione ambientale e la condizione di disagio che si vive sia dentro ma anche e soprattutto fuori della fabbrica. “Non è accettabile vivere in una città in cui i bambini non possono andate a scuola a causa dell’inquinamento in cui le mamme non possono accompagnare i propri figli a giocare nei parchi e non possono neanche aprire le finestre delle proprie case.”
“Perché non fare a Taranto quello che si è fatto a Genova?” Su questo il Ministro ha sottolineato che allo stato attuale non può essere escluso nulla, persino un percorso pianificato per arrivare alla chiusura dell’area a caldo.”
Il perdurare della crisi nell’ex ILVA di Taranto, e della filiera dell’acciaio in generale, dell’Alitalia, di FCA e delle tante altre aziende strategiche per il paese, secondo l’USB, richiedono un deciso intervento pubblico nelle aziende in crisi e la nazionalizzazione delle aziende strategiche per l’economia del Paese, necessarie per evitare il ripetersi dei disastri provocati dalla privatizzazione del sistema industriale pubblico, costate un enorme esborso economico dalle casse pubbliche senza che alcuna di queste crisi si sia effettivamente risolta in modo positivo.

martedì 5 novembre 2019

I vecchi padroni della “nuova” Unione Europea

Come si smontano interi Paesi per acquisirne il controllo, sia sul piano industriale che diplomatico. L’Unione Europea è nata per questo. O perlomeno è diventata l’espressione “semi-statuale” di un processo guidato da grandi gruppi multinazionali, che si appoggiano – per le normali necessità geopolitiche e militari, di cui non intendono accollarsi i costi – su Stati “forti”.
Francia e Germania sono in questo schema i punti di riferimento obbligati, specie da quando è iniziato il travaglio della Brexit, che può tradursi in un maggior grado di autonomia dell’”Europa” rispetto all’influenza statunitense.
Come se non bastasse, la crisi economica è tornata a bussare alle porte continentali, con la Germania inopinatamente “ultima della classe”, alle prese con la fine di un modello di sviluppo mercatilista, orientato dalle esportazioni, prosperato sui bassi salari e la precarietà contrattuale.
Il frutto avvelenato di quel modello di sviluppo – le “politiche di austerità”, incardinate in trattati come il Fiscal Compact – è noto: nessun governo europeo gode più del consenso popolare. Ed anche se alle ultime elezioni europee la crescita della forze nazionaliste di destra è stata meno esplosiva di quanto temuto, il contemporaneo indebolimento della “grosse koalition” continentale (tra democristiani e “socialdemocratici”) rende molto più fragile il governo politico delle tensioni.
Lo si è visto con le difficoltà nella formazione della Commissione Europea. Il candidato predestinato – Frans Timmermans, “socialista” olandese – è stato bocciato. E lo stesso è accaduto con la “riserva”, il democristiano tedesco Manfred Weber. La scelta è infine caduta sul ministro della difesa tedesco, Ursula Von der Leyen, che a sua volta si è vista bocciare ben tre “ministri” europei da lei proposti. Al punto da costringere Margrete Vestager, confermata “commissario alla concorrenza”, ad ammettere che questa legislatura europea non sarà governata come in passato, ma attraverso una serie di patti ad hoc con i “sovranisti”.
Il che dovrebbe far riflettere, “a sinistra”, sulla serietà (scarsa, diciamo…) dell’establishment “europeista” come “argine” alla crescita dei nazionalismi.
Tirando un po’ le somme, dunque, siamo in una fase di “ridisegno” degli equilibri continentali, che costringe ormai anche i boss a interrogarsi su come cambiare la struttura (e gli obbiettivi) del potere continentale.
Per avere un’idea più precisa degli interessi in campo, consigliamo la lettura del sempre efficace Guido Salerno Aletta, che questa volta si concentra sul protagonismo francese, specie in rapporto alla “predazione” delle grandi imprese italiane. Un lampo di luce impietoso (basti pensare alla liquidazione della Fiat-Fca, passata nelle mani di Peugeot-Citroen mentre i media italioti stanno lì ad applaudire un’”italianità” che invece scompare…), che dà informazioni utilissime anche sul tipo di “personale politico” necessario a questa “nuova” Unione Europea.
Gente pronta ad ogni missione, come quel Manuel Valls che può passare in un battito di ciglia dalla poltrona di primo ministro francese a candidato sindaco di Barcellona (mission impossible), ma anche a candidato premier in Libano.
Un vil razza dannata, che rivela come la “democrazia” sia ormai una parola. Non una realtà del capitalismo in crisi.
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La Campagna d’Italia prosegue

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Le relazioni tra Francia ed Italia hanno ripreso la consueta correntezza ed intensità dopo la visita a Parigi del nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il 2 maggio scorso, che aveva chiuso la fase di brusco raffreddamento determinato “dalle ripetute accuse, attacchi privi di fondamento, dichiarazioni oltraggiose” da parte di esponenti della maggioranza giallo-verde che sosteneva il primo governo Conte.
Si era arrivati, il 7 febbraio, al richiamo dell’Ambasciatore Christian Masset per consultazioni a Parigi: dal caso Battisti agli improvvidi incontri con un leader assai chiacchierato dei gilet gialli, dalle critiche all’intervento militare in Libia per abbattere il regime del colonnello Gheddafi al presunto sfruttamento delle ex-colonie francesi attraverso la gestione del CFA, fino alla questione dell’immigrazione clandestina, il clima si era andato davvero avvelenato.
Nel segno della ritrovata armonia, il 24 ottobre è stata inaugurata al Louvre una mostra che celebra “Léonard De Vinci” in occasione dei 500 anni dalla morte, avvenuta durante il periodo in cui era in Francia, ospite della corte di Francesco I. Tra l’altro, le spoglie di Leonardo sarebbero conservate nella Cappella di Saint-Hubert ad Amboise, nella Valle della Loira: insomma, non è un genio solo italico.
C’è un quadro generale di cui occorre tener conto nel giudicare la politica francese. La attuale Presidenza sta sviluppando un processo di pervasività attraverso la ibridazione della rappresentanza elettorale e le relazioni politiche e partitiche transnazionali. Ciò riguarda anche le relazioni con l’Italia.
Tutto si muove nel solco di quella più drastica trasformazione delle istituzioni europee che era stata proposta già due anni fa da Emmanuel Macron: le elezioni del Parlamento di Strasburgo del maggio scorso si sarebbero dovute effettuare sulla base di liste politiche uniche, uguali per tutti i Paesi dell’Unione, e non già sulla base di liste, collegi e circoscrizioni nazionali. La nazionalità di provenienza dei singoli rappresentanti al Parlamento europeo sarebbe stata assorbita dalla loro legittimazione trasnazionale, vista la loro elezione nell’ambito di una comune lista elettorale.
Nonostante il diniego del Parlamento europeo, il Presidente Macron ha cercato comunque di testimoniare la volontà di perseguire l’obiettivo di innervare in modo completamente nuovo le famiglie politiche europee, inserendo cittadini non francesi nelle proprie liste, come è accaduto per l’italiano Sandro Gozi che è stato candidato per Renew Europe, risultando tra i non eletti recuperabili nel caso della redistribuzione dei seggi dopo la Brexit e la conseguenze decadenza dei candidati del Regno Unito.
Di converso, l’ex primo ministro francese Manuel Valls, già socialista e poi aderente al movimento macronista LREM, essendo nato a Barcellona da padre spagnolo, ha ufficializzato a maggio scorso la sua candidatura a Sindaco di quella Municipalità.
Anche i recenti incontri parigini tra il neo Commissario europeo Paolo Gentiloni ed il Presidente di Astrid Franco Bassanini con il ministro degli interni Christophe Castagner, testimoniano la pervietà dei rapporti politici e la volontà di realizzare una rete transnazionale.
La Francia di Macron punta inoltre a rafforzare la propria centralità strategica in Europa, ponendosi al vertice di un triangolo alla cui base si trovano da una parte la Germania e dall’altra l’Italia, anziché limitarsi solo all’asse con Berlino, come ha fatto in passato. Tra l’altro, nonostante le recenti indiscrezioni secondo cui sarebbe stato dato nuovo impulso alla stesura di un Trattato del Quirinale, che dovrebbe rafforzare le relazioni franco-italiane in maniera analoga a quanto avviene tra Francia e Germania sulla base del Trattato dell’Eliseo sin dal 1963, che è stato poi rinvigorito da quello di Acquisgrana del 22 gennaio 2019, ben poco si sa dell’esito dei lavori del Comitato misto italo francese che a maggio 2018 avrebbe concluso i lavori preliminari. Le trattative diplomatiche, d’altronde, sono sempre coperte da un geloso riserbo.
Tante sono le questioni su sui Italia e Francia si confrontano, dal piano economico a quello finanziario, fino alle partnership industriali nei sistemi d’arma.
Non è casuale, quindi, che Parigi si sia fatta costruire un amplissimo portafogli ad hoc dalla neo Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che spazia dal mercato interno all’industria, dagli stanziamenti per l’industria militare a quelli per le nuove tecnologie digitati. Per quanto ci riguarda, è stato addirittura ipotizzato che il forte sostegno dato alla formazione dell’attuale governo giallo-rosso sia derivato dalla volontà di scegliere a favore dei rapporti con la Francia gli organi di vertice delle imprese pubbliche italiane che verranno a scadere nel prossimo mese di maggio.
Il grande attivismo francese di questi ultimi due anni è volto a riempire il vuoto geopolitico di una Unione europea priva di leadership nelle relazioni internazionali: un ruolo che la Germania per tante ragioni storiche e di convenienza non ha alcun interesse a sviluppare, preferendo puntare sulle assai meno appariscenti ma ben più comode relazioni industriali e commerciali.
Se l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione facilita il protagonismo di Parigi, in quanto sgombra il campo da quella storica relazione preferenziale che lega Londra a Washington che ha ridotto gli spazi di manovra dell’Unione, è altrettanto vero che tra le Grandi Potenze c’è chi ha tutto l’interesse a sovraccaricare Parigi di ambizioni, lasciando che si ponga al centro di tutta una serie di problemi che poi non è in grado di mediare.
Le vicende della Siria, della Turchia, dell’Iran e della Libia sono emblematiche in proposito, ed ancor più lo sono le rivolte popolari di questi giorni nel Libano, terra che pure è storicamente il cortile di casa di Parigi.
La Russia, al contrario, sta riuscendo a giostrare gli interessi contrapposti di tanti Paesi: in Siria, ad esempio, gli Usa gli hanno ceduto il cerino acceso, che Vladimir Putin non si farà certo sottrarre facilmente.
La debolezza dell’Italia sul paino internazionale si deve a tre ben noti fattori: il peso del debito pubblico, che viene strumentalizzato da decenni per indebolirci; la crisi delle immigrazioni dalla sponda libica e tunisina, su cui pure si specula; la instabilità della Libia ed i rapporti con l’Egitto del Presidente Al Sisi che non si sono mai ripresi a pieno. Parigi non ha alcun interesse al superamento di questi nostri problemi.
Piuttosto, il sistema economico e finanziario francese ha interesse a svilupparsi in Italia, mediante una strategia completamente diversa rispetto a quella tedesca, che ha visto nel sistema delle media imprese italiane un sistema manifatturiero sempre pronto alla fornitura, assai flessibile e comunque di eccellente livello.
Mentre i tedeschi comprano prodotti italiani ed i cinesi vendono i loro, i francesi tendono piuttosto alla acquisizione del controllo di grandi imprese, con risultati a dire il vero finora assai poco lusinghieri: l’ingresso in Mediaset e quello in Telecom ne sono la più lampante dimostrazione, mentre la ritirata dei big della grande distribuzione commerciale paga gli effetti di una crisi economica che l’Italia non ha mai superato.
Anche le opposte reazioni delle Borse di Milano e di Parigi sulla recentissima decisione di procedere alla fusione tra Fca e Psa, con le quotazioni della prima che sono schizzate in alto mentre quelle della seconda si sono depresse, testimoniano le difficoltà di questi processi aggregativi: i francesi si faranno carico della innovazione tecnologica di tutto il gruppo, profilo su cui invece Fca è molto indietro. I marchi di Fca metteranno a profitto una sorta di spending rewiew finanziata dal partner. E’ evidente, dunque, che la localizzazione dei nuovi investimenti penalizzerà in prospettiva l’Italia, che si limiterà ad incorporare nei prossimi modelli le innovazioni francesi.
Sullo sfondo, ma se ne parla da anni, rimangono le partnership francesi per Generali e per Unicredit. Una volta realizzata la subholding tedesca di quest’ultima, che scinderebbe finalmente le responsabilità di ricapitalizzazione e di intervento in caso di difficoltà operative delle banche che ne dipendono, per Parigi sarebbe tutto assai più semplice. D’altra parte, anche le recenti acquisizioni da parte francese di linee di attività gestite da Deutsche Bank negli Usa militano a favore di una preliminare riduzione dei rischi.
Sui rapporti tra Fincantieri ed i Chantiers de l’Atlantique, l’Antitrust europeo ha appena aperto una indagine approfondita per verificare che non si sia verificata una restrizione della concorrenza sul mercato europeo. La crisi dei cantieri tedeschi, e soprattutto la prospettiva di procedere con un abbinamento franco-tedesco anziché franco-italiano nelle nuove linee di naviglio militare, sono probabilmente alla base di questa iniziativa: tutto, nella nuova Commissione, tenderà a rafforzare sul piano della innovazione comune tra le industrie di Francia e Germania.
Il problema si pone, dunque, nell’utilizzo dei fondi europei: essendo contributori netti, come italiani pagheremmo ancora per programmi che finanziano le industrie di altri Paesi. Da una parte, con i Fondi di Coesione, il bilancio europeo drena risorse a favore dei Paesi dell’est, che diventano più competitivi con gli investimenti che paghiamo noi; dall’altra sostiene lo sviluppo tecnologico dei grandi complessi industriali di cui ormai siamo privi, essendo stato disperso il patrimonio delle grandi imprese pubbliche.
Nel prossimo quadro finanziario che parte dal 2021, approfittando del venir meno del contributo della Gran Bretagna, occorre mettere paletti e porre veti: il potere si conquista con le regole, prima ancora che con il denaro e le armi.
La Francia, intanto, fa i suoi interessi: la campagna d’Italia continua.