giovedì 12 settembre 2019

L’Unione Europea degli schizofrenici

Una malattia grave si vede dai sintomi contraddittori, che rendono aleatoria qualsiasi terapia. L’Unione Europea, in questi primi giorni della nuova Commissione (il “governo”) presieduta da Ursula Von der Leyen, presenta il solito volto “rigorista” e “austero”. Mentre, tutti i soggetti che contano (“i mercati”) sperano che domani la Banca centrale europea – agli ultimi giorni di Mario Draghi – tiri un colpo di bazooka “ultra-accomodante”, varando una nuova stagione di quantitative easing, taglio ulteriore dei tassi sui depositi, ecc.
Se il paziente fosse furbo, si farebbe qualche domanda perché, se un medico consiglia il digiuno e un altro un po’ di bulimia, vuol dire stai messo proprio male e ti danno ricette a vanvera.
Partiamo dalle cose certe. Agli affari economici europei, com’è noto, è stato messo l’ultimo presidente del consiglio piddino, Paolo Gentiloni, in sostituzione del francese Pierre Moscovici, che tante volte ci ha bacchettato per non aver rispettato questo o quel parametro. Ma siccome quel ruolo permette di valutare se le manovre di aggiustamento dei vari paesi, i “rigoristi” del nord Europa hanno preteso ed ottenuto che questo Commissario fosse a sua volta commissariato. In particolare dal fisico lituano Valdis Dombrovskis, dalle competenze economiche sconosciute, noto per la assoluta indisponibilità a concedere “flessibilità” sulle leggi di stabilità nazionali, nominato vice-presidente con competenza sull’economia.
L’intento politico è insomma chiaro, ed esplicitato anche dalla neo presidente Von de Leyen: “Abbiamo un Patto di stabilità e crescita che è stato sviluppato con un largo consenso. Vogliamo un’economia forte e un’Unione europea forte: le regole sono chiare, i limiti sono chiari e la flessibilità è chiara. All’interno di queste regole affronteremo le diverse opzioni e i diversi problemi“. Insomma, a Gentiloni non sarà concesso di fare sconti particolari, in specifico riguardo all’Italia, visto che “dovrà collaborare moltissimo con Valdis Dombrovskis e tutte le decisioni saranno prese dal collegio dei commissari“. Ancora un passo e quella carica sarebbe da considerarsi puramente onorifica…
Anzi la stessa Von der Leyen ha voluto precisare che al ministero dell’economia italiano è stato messo non per caso Roberto Gualtieri (del Pd, ma con una carriera a Bruxelles): “viene dal Parlamento europeo, conosce perfettamente il patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilita’“. Insomma, siamo stati “commissariati” a tutti I livelli, con un “europeo” al ministero nazionale più importante e un “ostaggio” in quello continentale.
Una blindatura che non lascia molto spazio ai sogni e ai bisogni urgenti, come quello di “modificare i trattati” sul patto di stabilità, come ribadito dal premier Conte e dal presidente Mattarella. Il bisogno è ormai avvertito anche dalla Germania, che si ritrova con un modello in crisi, quello export oriented, fondato sui bassi salari e la precarietà contrattuale. Ma cambiare i trattati è più difficile che firmarne di nuovi, non solo perché occorre l’unanimità, ma soprattutto perché quelli in essere sono fortemente asimmetrici rispetto ai singoli paesi. C’è chi ci perde e vorrebbe perciò riscriverli, e chi guadagna, e non ci pensa proprio.
Il massimo cui puntano gli osservatori è non considerare più il deficit strutturale come l’unico o principale parametro per valutare eventuali procedure di infrazione. Un modo insomma per allargare le maglie della “flessibilità” concedibile ai vari governi, senza però toccare la struttura dei trattati. Un modo democristiano, se volete, che distingue tra intangibilità delle regole di austerità e gestione “aumma aumma”, sulla base delle opportunità politiche.
Tutto l’opposto si pretende dalla Bce, teoricamente istituzione tecnica sganciata dalla politica. Le attese per domani sono sono così elevate che in molti, a partire dal vicepresidente De Guindos, appaiono preoccupati per una possibile “delusione dei mercati” davanti a misure meno audaci di quelle immaginate.
E di immaginazione ne gira parecchia, se persino l’austero Sole24Ore è obbligato a citare investitori che si attendono “il denaro dagli elicotteri”, addirittura nella forma di “soldi della Bce direttamente nei conti correnti dei cittadini europei”, per almeno 200 euro a testa. Una sorta di “reddito di cittadinanza” fondato sulla possibilità di “stampare soldi”, ma di difficile realizzazione pratica (e paradossalmente non vietato dalle regole statutarie!) e immense difficoltà politiche (a quale titolo i governi dovrebbero invece tagliare la spesa sociale per stare dentro I trattati?).
La schizofrenia è ancora più evidente se si tiene conto che tutti sono consapevoli del fatto che “la politica monetaria ha dei limiti”, che sono stati anche abbondantemente raggiunti. Anche Gentiloni, nel suo discorso di accettazione della carica di Commissario, lo ha ricordato.
Del resto, dopo anni di tassi di interesse a zero e di quantitative easing illimitato, l’unico effetto positivo è che la situazione non è precipitata. Ma di “ripresa” neanche l’ombra. Oltretutto, una simile politica monetaria ha creato “paradossi” assurdi per una economia capitalistica (e non), tipo i tassi negativi su titoli di Stato e addirittura mutui immobiliari, e quindi una situazione in cui “il denaro non rende”.
L’uscente Draghi, e ancora peggio l’impresentabile Christine Lagarde, designata sua successore, non può dunque fare molto di più che prolungare l’agonia di un “cavallo che non beve” (quando I soldi per gli investimenti produttivi ci sarebbero, ma nessuno si prende il rischio di usarli).
E, paradosso per paradosso, gli stessi che chiedono “soldi dagli elicotteri” per far crescere una domanda interna che compensi il crollo delle esportazioni, si guardano bene dall’indicare la via maestra: aumentare i salari.
E’ un problema di interessi di classe, non di “scienza economica”.

martedì 10 settembre 2019

Tassi negativi, le banche vorrebbero rifarsi sui conti correnti

In filosofia, quando si incontra un paradosso, scatta immediatamente la curiosità, perché indica l’esistenza e il manifestarsi di una contraddizione. In economia neoliberista, si fa invece finta di niente, ma qualcuno comincia a preoccuparsi, sia pure con toni molto pacati.
Il paradosso della finanza internazionale, da qualche tempo a questa parte, è il denaro che non rende. Ce ne siamo occupati, fin qui, per indicare l’esistenza ormai innegabile di una crisi sistemica, in particolare del capitalismo occidentale. Ma quando si parla in termini sistemici, o generali, il rischio è sempre che non si capiscano o si vedano le implicazioni per la vita quotidiana di tutti noi.
Vediamo quindi cosa comincia a significare il paradosso dei tassi di interesse negativi, introdotti dalla Banca Centrale Europea sui depositi che le banche private lasciano nelle casse di Francoforte. L’intenzione di Mario Draghi, che sta per essere sostituito da Christine Lagarde, era di “convincere” le banche a prestare quei soldi – a famiglie e imprese – in modo da stimolare investimenti, consumi, ecc. Insomma, a far muovere di più l’economia reale.
Questo non è avvenuto, perché l’incertezza sul futuro sconsiglia investimenti rischiosi (le imprese possono fallire, i capifamiglia possono essere licenziati, quei prestiti possono non tornare in cassa), e dunque molti “investitori istituzionali” hanno preferito una perdita certa ma minima (lo 0,40%) ad una forse superiore. In ogni caso di guadagni neanche l’ombra.
Il meccanismo si è poi trasferito sui titoli di Stato, a cominciare da quelli dei paesi più solidi (Germania e Olanda, nell’eurozona). Con grande beneficio per i conti pubblici di quei paesi (invece di pagare interessi sul debito pubblico ci guadagnano qualcosa), ma anche qui con perdite per le banche, soprattutto quelle tedesche.
Ma che una banca privata possa accettare a lungo di perdere soldi sui prestiti, anziché guadagnarci, è impensabile. Così proprio in Germania è partita una discussione davvero hard: le banche vogliono applicare tassi negativi su tutti i propri clienti.
Cosa significa? Che chiunque abbia un conto corrente – è obbligatorio per depositare lo stipendio, come sappiamo – potrebbe esser costretto automaticamente a “regalare” qualcosa alla sua banca, in aggiunta alle spese che già sostiene per la movimentazione del conto.
Non proprio una mossa popolare, diciamo. Tanto che persino il governo tedesco ha pensato bene di intervenire per bloccare questa ipotesi, scatenando le ovvie proteste delle banche che ritengono incostituzionale il divieto di rivalersi sui correntisti.
E’ evidente che un meccanismo si è inceppato. Non si è mai visto nella storia umana – anche prima del capitalismo, do you remember Shylock?  – che un prestatore di denaro debba prevedere una perdita sicura, oltre al rischio di non vedersi restituire la somma prestata.
Ma il dibattito tra economisti liberali ancora non affronta il cuore del problema, preferendo dilettarsi sull’”effetto reddito” e l’”effetto sostituzione”. Se sai che dal conto corrente spariranno comunque un po’ di soldi potresti essere tentato di spendere di più (effetto reddito) per farlo deprezzare il meno possibile; oppure potresti essere indotto a non spendere più (effetto sostituzione) per non aggravare la situazione.
In attesa che gli economisti teorici risolvano i loro dubbi, i clienti potrebbero cominciare a correre in banca a ritirare i propri soldi per metterli sotto il materasso. Con effetti davvero devastanti per il sistema. E  tanti saluti per il “ritorno alla normalità e alla crescita”.
E’ in fondo l’ennesimo paradosso: le politiche monetarie ultra-espansive che dovevano facilitare la ripresa dell’economia si trasformano lentamente in un ulteriore fattore di freno. Perché il paradosso è sempre apparente, mentre la crisi invece è reale.

lunedì 9 settembre 2019

Il caso Bellanova

Su tutte le prime pagine dei giornali campeggia la neo ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova. I tastieristi fascioleghisti l’hanno insultata sui social per l’aspetto, i vestiti, il basso titolo di studio.
Questo ha suscitato giusta indignazione e solidarietà verso la persona colpita da ingiurie sessiste e classiste, che dimostrano ancora una volta come i fascioleghisti rappresentino non solo una regressione politica, ma anche civile e persino umana.
Questa regressione però non fa solo danno a chi la fa propria e a chi ne subisce i colpi, ma anche a chi la contrasta. Infatti nel difendere giustamente la bellissima storia passata di Teresa Bellanova si è oscurata la sua pessima storia presente.
La ministro ha vissuto la dura trafila dell’emancipazione e della crescita sociale civile e culturale del proletariato, il principale merito dei comunisti e dei socialisti in questo paese.
Così, da bracciante e da sindacalista dei braccianti Teresa Bellanova ha fatto propria un grande lezione di vita, una grande cultura. E quella cultura, ben superiore a quella di tanti laureati, bocconiani, detentori di master, le ha permesso di ascendere ai vertici della politica.
Ove quella cultura lei ha brutalmente abbandonato a favore di quella del mercato e dell’impresa.
Bellanova è diventata una ultrà renziana, e con questa appartenenza correntizia è anche collocata nel governo attuale. In quelli passati, al ministero del lavoro, è stata tra i più strenui sostenitori del Jobsact e della cancellazione dell’articolo 18, il fulcro di quello Statuto dei Lavoratori per cui impegnò la vita Giuseppe Di Vittorio, oggi a sproposito citato.
Al ministero dello sviluppo economico poi Bellanova è stata complice del massacro sociale dei lavoratori Almaviva, licenziati in massa con il suo benestare.
Ora i fascioleghisti l’insultano per la parte che invece va portata ad esempio della sua esperienza di vita; e paradossalmente la fanno sembrare per quello che Teresa Bellanova da tempo non è più.
Questo dimostra che i valori e la cultura autentica del movimento operaio hanno ancora una forza enorme e che i fascioleghisti sono funzionali ad un sistema politico che nel nome del profitto quei valori rinnega ogni giorno, salvo poi ipocritamente servirsene quando degli idioti gliene danno l’occasione.

venerdì 6 settembre 2019

Gran Bretagna. Il governo battuto in Parlamento, si va a nuove elezioni

L’esecutivo britannico Boris Johnson è stato battuto alla Camera dei Comuni nel primo voto sulla legge per una Brexit senza accordi nè indennizzi alla Ue (No Deal, ndr) presentata dall’opposizione con l’obiettivo di obbligare il premier britannico, in mancanza di un accordo bilaterale, a chiedere all’Ue un nuovo rinvio della Brexit oltre il 31 ottobre. L’aula ha dato il consenso – con 328 sì e 301 no – ad una contestata mozione trasversale volta a togliere all’esecutivo il controllo del calendario e a mettere ai voti il testo per oggi. Fra i sì, insieme a quelli delle opposizioni, spiccano quelli di vari conservatori di spicco.
Il premier Tory Boris Johnson ha reagito alla sconfitta, dovuta alla ribellione di una parte di deputati conservatori, annunciando la presentazione di una mozione per il voto politico anticipato. “Non andrò a Bruxelles a chiedere un altro rinvio”, ha ribadito Johnson dopo il voto della Camera dei Comuni, sfidando così il leader dell’opposizione laburista Jeremy Corbyn a farlo ma solo se gli elettori gli daranno il mandato. “Io non voglio le elezioni, il leader dell’opposizione le implora da mesi, ma ora rivolgersi al popolo è l’unica strada possibile”, ha tuonato Johnson con un tono che ricorda molto certi echi italiani, precisando che la mozione sarà messa ai voti se la legge anti-no deal – ammessa stasera all’esame dell’aula con una netta maggioranza di 27 seggi – sarà approvata anche nel suo testo in sé nelle tre letture previste per domani ancora ai Comuni.
Johnson ha accusato i suoi oppositori di puntare apertamente ad impedire la Brexit, emersa dal risultato del referendum del 2016. Jeremy Corbyn, si è detto pronto alle elezioni anticipate, ma ha avvertito ai Comuni di non essere disponibile a votare sulla mozione di scioglimento della Camera preannunciata da Johnson, prima della approvazione della legge anti-no deal già calendarizzata. Sulla stessa linea si sono collocati i leader degli altri partiti d’opposizione, dagli indipendentisti scozzesi ai liberaldemocratici. Per far sciogliere la Camera, occorre il sì di due terzi dei deputati.
Sono stati 21 i parlamentari conservatori che hanno votato contro la linea del governo di Boris Johnson insieme alle opposizioni, favorevole a un nuovo rinvio della Brexit, saranno espulsi dal gruppo parlamentare Tory.
La sconfitta del governo è conseguenza della perdita della maggioranza assoluta che sosteneva Johnson alla Camera dei Comuni.
Jeremy Corbyn ha replicato duramente a Boris Johnson accusandolo di “attaccare la nostra democrazia” per cercare di portare la Gran Bretagna verso “una sconsiderata Brexit no deal” e lo irride sui progressi che il premier Tory rivendica nello sforzo di riaprire il negoziato con l’Ue. “Questo non è più solo il governo del caos, è anche il governo della codardia”, ha affermato il leader laburista, sfidando Johnson a rispettare “lo stato di diritto” e ad accettare la legge anti-no deal se la Camera l’approverà.

giovedì 5 settembre 2019

BisConte, rinasce un governo “europeista

Rousseau (la piattaforma) ha dato il placet al nuovo governo Conte. Come previsto da tutti, perché certe operazioni non possono davvero essere lasciate all’incognita delle “opinioni” di iscritti che sono verificati fino ad un certo punto.
Passiamo così dal tre governi in uno dell’esperienza gialloverde al due governi in uno di questa, gialloblu, che si aprirà ufficialmente nella giornata di oggi.
Spariti i maneggioni-pasticcioni della Lega, restano infatti gli uomini di fiducia dell’Unione Europea e una pattuglia di Cinque Stelle che hanno ormai ben compreso chi e soprattutto come comanda anche in questo paese. Se volessimo essere cattivi, dunque, dovremmo dire che si tratta di un “governo e mezzo”. Del resto, lo spread in discesa a 150 punti non lascia dubbi sul “gradimento” degli investitori internazionali per la nuova formula.

Per dare un giudizio completo dovremo attendere la lista dei ministri, ma le caselle fondamentali sono sempre quelle dell’economia. Per sostituire Tria girano i nomi di Roberto Gualtieri e Salvatore Rossi. Il primo, docente di storia, ex dalemiano di ferro, ha solidi raporti a Bruxelles e dintorni; Repubblica lo sostiene a spada tratta e questo è già un giudizio. Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia, garantisce più competenza tecnica e altrettanti buoni rapporti, anche con Francoforte, sponda Bce, dove l’ormai imminente ingresso della disastrosa Christine Lagarde (ultimo suo “successo” il terzo default argentino) solleva inquietudini per tutti i paesi che on si chiamino Francia e Germania.
In entrambi i casi, si sente la mano di Mattarella, che sorveglia la formazione di un esecutivo che non si discosti mai – nemmeno a parole (e più di quelle Salvini non ha mai usato) – dalla linea ufficiale dell’Unione.

Si potrebbe ironizzare a lungo sull’autoinvestitura di Luigi Di Maio agli esteri. Il meno che si possa dire è che finalmente frequenterà di un corso di formazione di alto livello, che potrà garantirgli un futuro anche dopo la non felice stagione da leader pentastellato.
Il resto segue. Il “programma” consegnato alle votazioni si è gonfiato fino a contenere 26 punti, tutti molto generici e “declinabili” in diversi modi (come si è visto del resto con “quota 100” e il “reddito di cittadinanza”). Il salario minimo è nella lista, anche se Pd e sindacati complici storcono il naso (come e forse più della Lega), e dunque è prevedibile un percorso travagliato. Così come la “ridiscussione delle concessioni autostradali”, visto che il Pd non è certo meno filo-Benetton dei leghisti…
Sul piano “strategico” – se si può usare questo termine per la poltiglia che viene chiamata “classe politica italiana” – il nuovo esecutivo promette di cancellare l’anomalia emersa nell’ultimo decennio, ossia un movimento confusionario ma capace di raccogliere buona parte del malessere sociale, sulla base di pochi ma incerti “princìpi”. Che infatti sono spariti strada facendo, a parte ovviamente “la piattaforma”, ridotta ormai a feticcio bonario cui affidare la conferma delle scelte fatte dal gruppo dirigente.
Questa “riduzione della complessità” nell’offerta politica lascia intravedere il ritorno al maleodorante bipolarismo obbligato, con conseguente annullamento della dialettica politica (“stai con Tizio o contro di lui?”).
Tanto più che “la sinistra” di fatto entra a far parte dell’esecutivo… LeU, praticamente scomparsa subito dopo il 4 marzo e annichilita dalle elezioni europee, è “risorta” grazie ai suoi pochi parlamentari, indispensabili per raggiungere la maggioranza al Senato. E visto che alle europee avevano fatto lista comune con Rifondazione, per quest’ultima sarà difficile presentarsi credibilmente come “opposizione”. Tanto più che il segretario aveva esplicitamente fatto appello perché nascesse l’alleanza gialloblu (niente è più pericoloso dei desideri che si avverano, pare…).
Il campo dell’opposizione nel paese resta dunque quasi esclusivamente in mano alle destre (Lega, berlusconiani e meloniani), che però dovranno risolvere il prima possibile il problema della leadesrship. Avere come “capitano” in tizio capace di perdere una mano di poker pur avendo quattro assi in mano non sembra una garanzia…
Dal nostro lato c’è Potere al Popolo e un pulviscolo di situazioni di “resistenza puntuale” che non riescono da anni a fare massa critica. La scommessa resta quella di mettere in moto un processo di mobilitazione sociale con chiare indicazioni “di programma” e scadenze ampiamente unitarie.
Ma il tempo stringe. Il conflitto politico, infatti, non perdona chi si se ne tiene lontano troppo a lungo…

mercoledì 4 settembre 2019

Le elezioni in Sassonia e in Brandeburgo: che succede in Germania?

Le elezioni nei due Land della Germania orientale Sassonia e Brandeburgo confermano alcuni trend politici degli ultimi anni.
La prima tendenza è il drastico calo di consensi dei partiti che formano la “Groko”, cioè la CDU e la SPD che mantengono comunque la leadership in Sassonia l’uno con il 32,1% e in Brandeburgo l’altro con il 26,2%.
Il secondo dato è l’ascesa o meglio il consolidamento della AFD e il contestuale il drastico calo della “sinistra radicale” Die Linke: 10,4 in Sassonia, cioè meno 8,5% e 10,7% nel Brandeburgo, cioè meno 7,9%.
Il terzo fattore è l’importanza dei Verdi, dopo l’exploit ottenuto nelle precedenti elezioni regionali dell’ottobre scorso in Baviera e in Assia ad Ovest e soprattutto alle europee di maggio in cui sono diventati il secondo partito in Germania con oltre il 20%.
Un risultato importante, quello dei Verdi, che conferma il proprio appeal anche all’Est, a differenza che in passato, soprattutto tra le giovani generazioni istruite delle aree metropolitane: a Dresda e Lipsia (le due maggiori città della Sassonia, regione che confina con Polonia e Repubblica ceca) in tre circoscrizioni sono addirittura arrivati in testa, e le loro preferenze sono state oltre il 10% in Brandeburgo, più che raddoppiando, e tra l’8 e il 9% in Sassonia dove hanno addirittura triplicato i voti.
Mentre l’AFD è messa tuttora al bando nel gioco delle alleanze – nonostante dentro la CDU si sia aperto un vivace dibattito, “chiuso” poco prima delle elezioni da “AKK” (Annegret Kramp-Karrenbauer), neo segretaria con il placet di “Frau Angela” – i Verdi saranno una componente fondamentale per la formazione dei governi di entrambi i Land orientali.
Nel Brandeburgo, la regione attorno a Berlino (dove lavorano circa 200.000 degli abitanti della regione), SPD e Die Linke governavano assieme ed ora abbisognano dei voti dei Verdi, e non è esclusa a priori l’organica partecipazione della CDU, mentre in Sassonia la situazione è più complicata.
Lì CDU e SPD governavano insieme, ma ora non hanno i numeri per farlo. La CDU ha escluso di voler governare sia con la AFD che con la Die Linke, e quindi i Verdi sono indispensabili. Questo creerebbe non pochi problemi, vista la spaccatura netta sulla questione dell’“uscita dal carbone”, che ha occupato una parte rilevante della campagna elettorale contrapponendo CDU e Verdi.
L’AFD sarà il secondo partito nei parlamenti regionali anche in questi due Land – 27,5% delle preferenze in Sassonia e 23,5% in Brandeburgo – così come lo è diventato nel 2015 in Sassonia-Anhalt e nel 2016 in Maclemburgo-Pomerania Occidentale.
La partecipazione alle elezioni è aumentata in maniera rilevante. Si sono recati a votare il 66% degli aventi diritto in Sassonia (più 17% rispetto alle regionali del 2014), e il 60,5% nel Brandeburgo (più 12,6%).
Un segno di come parte delle classi subalterne dell’est hanno identificato nell’AFD una variabile “esterna” al sistema di rappresentanza dell’establishment ed un possibile fattore di rottura del quadro politico dato, mentre alcuni studi confermano la capacità del partito populista di estrema destra di intercettare gli elettori scontenti per la direzione centrista presa dalla CDU.
Bisogna ricordare che, alle elezioni parlamentari del 24 settembre di due anni fa, la AFD aveva ottenuto il 27% in Sassonia e il 20,2% in Brandeburgo.
I sondaggi danno la formazione di estrema destra tra il 20 e il 22% alle elezioni che si terranno il 27 ottobre prossimo in Turingia, altro Land orientale.
La sua ascesa è fenomeno politico assolutamente rilevante. In 6 anni è diventato un attore importante della scena politica tedesca e conta oltre 30.000 aderenti.
L’Alternative Für Deutschland, viene formato nel 2013, da un gruppo di economisti e professori provenienti dalla CDU, capeggiati da Bernd Lucke – che poi lascerà la formazione per costituirne un’altra – con posizioni liberali ed un programma che prevedeva l’uscita della Germania dal mercato unico e il ritorno sotto il controllo tedesco di diverse competenze comunitarie.
Al primo appuntamento elettorale, nel 2013, “il partito dei professori” non riesce a superare lo sbarramento del 5%, per poi subordinare le tematiche economico-finanziarie rispetto a quelle che caratterizzano in tutto il continente le varianti populiste di destra, riuscendo ad entrare nel 2017 nel Bundestag con il 12,6% di preferenze.
Nell’autunno del 2014 le piazze della Germania orientale hanno iniziato a riempirsi tutti i lunedì sera con manifestazioni che hanno assunto ben presto i connotati di una critica del sistema “da destra”, estendendosi anche ad Ovest. È criticato l’establishment e la scarsa libertà di informazione (la “Lügenpresse”), ripreso lo slogan delle manifestazione dell’89 nella DDR: “Wir Sind das Volk”, ovvero “noi siamo il popolo”. Ma il centro delle argomentazioni è la critica alla cosiddetta “islamizzazione”. Nasce così PEGIDA – acronimo tedesco che sta per “Patrioti contro l’islamizzazione dell’Occidente”.
La “Nuova Destra” tedesca, per anni messa al bando dalla cultura ufficiale, nonostante abbia conosciuto una certa vitalità culturale ed un radicamento in settori tradizionalmente conservatori – il suo giornale di riferimento, “Junge Freiheit”, fondato a metà anni Ottanta ha conosciuto un’esplosione di vendite negli ultimi 10 anni con 30.000 abbonati! -, trova il suo humus per divenire protagonista, nonché culturalmente egemone nelle proteste, e l’AFD da poco nato diventa l’unico interlocutore politico in grado di dialogare con quel profondo malessere sociale.
Anche a causa della derubricazione della questione sociale e dei meccanismi che la generano da parte della “Sinistra Radicale”.
L’AFD ha spostato il suo baricentro ad Est ed il personale politico proveniente dalle regioni orientali assume sempre più peso.
Lo spazio lasciato libero dallo spostamento al centro dei Conservatori (CDU) e dai loro apparati culturali di riferimento, viene riempito dalla Neue Rechte, che negli anni ha catturato anche ex esponenti di spicco della cultura della CDU, ma è tutto un mondo intellettuale che traballa anche in lidi diversi di quelli tradizionalmente conservatori.
La “crisi migratoria” del 2015 e le scelte della Merkel, oltre ad una ridistribuzione dei rifugiati di cui vengono chiamati a farsi carico in maniera preponderante i territori orientali, non fa che accrescere questa dinamica. E dalle elezioni europee del 2014 la sua marcia non sembra arrestarsi, entrando prima nel Parlamento europeo con il 7,1% dei voti, e poi in differenti parlamenti regionali, fino ad entrare nel parlamento federale due anni fa circa.
Al suo interno, dopo il primo flop elettorale, avviene un sempre maggiore spostamento a destra, confermato anche dalle ultime tendenze, e la corrente denominata Flügel – che nel 2015, con un documento contro l’ala moderata di Lucke, allora capo del partito – ne prende di fatto la leadership sotto la guida del capogruppo parlamentare in Turingia, Björn Höcke, figlio politico di uno dei guru della “Nuova Destra” tedesca, Götz Kubitschek.
L’ Alternative Mitte, allora creata, contesta tra l’altro la collaborazione dell’AFD con Pegida ed il movimento identitario, ma risulta assolutamente marginale ad Est.
Flügel, che è stata messa “sotto osservazione” dai servizi segreti interni tedeschi, annovera tra le sue fila Andreas Kalbitz, che dirige la Federazione di Brandeburgo e che ha un passato giovanile neo-nazista, e Jörg Urban, l’uomo forte dell’AFD in Sassonia, molto vicino a Pegida.
Nonostante il fenomeno sia stato a lungo “sottovalutato” dalle istituzioni, fino a raggiungere toni parossistici che lasciano pensare una pesante copertura (fatto assolutamente non nuovo nella Germania unitaria), l’aumento delle violenze dell’estrema destra è un termometro politico di una situazione apparsa molto grave dopo i pogrom contro i migranti; prima a Chemnitz e poi in diverse città dell’est, l’anno scorso; e poi in maniera evidente con l’assassino di Walter Lübcke, prefetto della CDU di Cassel, assassinato in casa, nella notte tra il primo e il due giugno, per le suo posizioni pro-migranti.
La pesante crisi economica tedesca si inserisce in un quadro di frattura mai ricucita tra l’est e l’ovest del Paese, e di una polarizzazione sociale che trova la sua rappresentazione spaziale nel divario sempre più crescente centro-periferia, anche nella Germania occidentale.
All’Est la popolazione invecchia e il territorio si spopola, la disoccupazione è più alta (6,6% rispetto ad una media nazionale del 4,7%), il reddito medio è di poco meno di 30.000 (cioè circa 10 mila euro in meno della media nazionale), e vi si trovano le sedi solo di 37 aziende tra le prime 500 della Germania.
L’estraneità al governo federale è data anche da una impossibile identificazione con una compagine che annovera solo la Merkel, su 17 ministri, come proveniente dalla Germania orientale.
Mentre “Die Linke” non è riuscita a capitalizzare il malessere delle nefaste conseguenze dell’ “annessione”, l’AFD . anche attraverso lo sfruttamento retorico nella sua narrazione della “Rivoluzione dell’89”, come se fosse stata incompiuta e disattesa – è riuscita ad imporsi nel senso comune.
La “Groko” già in crisi, scricchiola ulteriormente, il test in Turingia a fine ottobre sarà fondamentale per capire a che punto la crisi politica tedesca si approfondirà.

martedì 3 settembre 2019

Brexit, in cauda venenum

Non ci sarebbe quasi bisogno di scrivere un’introduzione a questo illuminante editoriale di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza. Ma una certa abitudine  alle pessime abitudini di pensiero della “sinistra radicale ci consiglia di mettere in evidenza i punti fondamentali, che potrebbero facilmente andar persi in una lettura distratta.
1) Quel che sta avvenendo nella crisi economica tra le due sponde dell’Atlantico è un processo di dimensioni storiche epocali, che mette fine a 75 anni di governance sotto l’egemonia Usa.
2) In questo processo le élite di Francia e Germania spingono per una “stretta” sulle istituzioni dell’Unione Europea tale da trasformarla in un competitor mondiale al pari di Usa, Russia e Cina. Anche sul piano militare.
3) Questo ridisegno smantella alla radice la retorica fetente sull'”Europa che ha garantito 70 anni di pace”, che già dimenticava sistematicamente sia le guerre fatte dall'”Europa” fuori dai confini continentali (Iraq, Libia, Afghanistan, ecc), sia quelle all’interno di quel confine (su tutte, la guerra per smantellare la Jugoslavia).
4) Il ruolo dell’Italia in questo processo è tutto da decidere, ma i nostri “governanti” sembrano totalmente inadeguati – sia a destra, sia gli “euro.entusiasti”del Pd, sia a maggior ragione gli absolute beginners pentastellati – a comprenderne almeno le coordinate generali (gli interessi in gioco). Figuriamoci  tracciare una linea d’azione autonoma e strategicamente plausibile.
5) I lavoratori e le classi popolari di tutta Europa sono come sempre trattati come pura massa di manovra e sperimentazione di tecniche di distrazione di massa, sia dai “populisti reazionari” che gridano all'”invasione”, sia dai “democratici” che strillano contro il “nuovo fascismo” straccioni.
6) “Far politica” alternativa significa muoversi avendo in testa questo quadro, altrimenti qualsiasi “programma politico” è wishful thinking, dal sapore un po’ naif. Sogni scritti sulla sabbia…
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Così come Boris Johnson non è Theresa May, anche l’Unione europea senza la Gran Bretagna sarà profondamente diversa dal passato. Sembrano affermazioni ovvie, banali, ma delineano un cambio di strategie netto e radicale, che riguarda ad un tempo gli equilibri europei e quelli transatlantici.
L’Italia è attratta contemporaneamente dai due poli, quello angloamericano e quello continentale ed i recenti cambi di governo e di maggioranza sono solo le prove d’orchestra di uno spartito ancora tutto da scrivere.
Bisogna partire dalla nuova premiership britannica, che segna un cambio di direzione netto, che non è solo più aggressivo sul piano della Brexit, ma che metterà più di un bastone tra le ruote dell’Asse franco-tedesco.
Sui rapporti con l’Unione europea, anche Theresa May era riuscita ad accattivarsi la fiducia del suo Partito sbandierando lo slogan “Brexit means Brexit”. Lei, sempre molto tiepida rispetto a questa prospettiva, tanto da essere annoverata nello sparuto ma irriducibile manipolo di Conservatori fautori del Remain, si era in fine convertita. E’ stato un cambiamento poco convincente, alla prova dei fatti, perché fondato su una soluzione unica ed obbligata, l’approvazione ai Comuni dell’Accordo di recesso dall’Ue che aveva concordato con Michel Barnier, il Capo negoziatore di Bruxelles. “Nessuna alternativa è possibile”, perché l’Hard Brexit, l’uscita senza alcun accordo, scatenerebbe l’inferno. Carenze di medicinali e di generi alimentari, caos indescrivibile a Dover con migliaia di camion bloccati in file chilometriche. Più che previsioni, si tratta di una vera e propria fear strategy.
Nonostante i tre passaggi parlamentari, nessuna maggioranza a Westminster è stata in grado di approvare il testo di Accordo: visto che a Bruxelles si rifiutavano di riaprire i negoziati, nonostante le ripetute richieste della May, l’unica soluzione è stata il differimento del termine biennale previsto dal Trattato per regolare il recesso dall’Unione.
Theresa May, sorniona, considerava questi rinvii come il male minore: prima o poi, visto che Bruxelles era irremovibile, a Westminster avrebbero messo la testa a posto ed approvato l’Accordo.
D’altra parte, l’Accordo stesso contiene un rinvio sine die della data di uscita della Gran Bretagna dal Mercato Interno. La clausola del backstop congela la questione della frontiera tra le due parti dell’Irlanda finché non le due parti non troveranno l’intesa su un sistema legale e pratico che consenta di controllare effettivamente, purché senza barriere fisiche, i movimenti di merci e persone. E’ una contraddizione in termini, che fa il gioco di chi vuole bloccare una Brexit effettiva, che implica una Gran Bretagna estranea al Mercato interno europeo e che torna libera di stipulare accordi commerciali internazionali.
L’Europa non vuole assolutamente rinunciare al ricco e profittevole mercato inglese, con la Germania che fa la parte del leone, avendo realizzato un attivo di ben 48 miliardi di dollari nel 2017.
L’Accordo con il backstop sulla frontiera irlandese assolve dunque ad una duplice funzione: mentre trattiene la Gran Bretagna all’interno del Mercato interno assicurando i conseguenti profitti commerciali, la espelle dai circuiti decisionali europei: l’Asse franco-tedesco si toglie dai piedi una fastidiosissima spina.
Per mantenere comunque lo status quo, si è proceduto al ripetuto differimento della data ultima per il Recesso. Il nuovo termine scade il 31 ottobre prossimo, alla vigilia dell’insediamento della nuova Commissione europea. E’ un crinale, politico ed istituzionale, che ha già implicato una forzatura, con la partecipazione della Gran Bretagna alla elezione del nuovo Parlamento europeo nella scorsa primavera. Se si verificherà la Brexit, i rappresentanti inglesi decadranno ed a loro subentreranno altri eletti negli altri Paesi membri. Altrimenti, rimarranno a Strasburgo, chissà per quanto tempo ancora.
Se c’è chi spera in un nuovo rinvio, una partecipazione della Gran Bretagna a pieno titolo alle rinnovate istituzioni europee non è più praticabile, anche perché Francia e Germania hanno intenzione di ridisegnare l’Unione secondo una strategia comune, soprattutto rafforzando il versante politico e militare, strategia a cui la Gran Bretagna non è solo estranea, quanto ostile.
Ci avviciniamo ad un’area di violente turbolenze.
C’è già in corso un rallentamento economico, che coinvolge per la prima volta la Germania, mettendone in luce le debolezze strutturali. E’ una questione che tocca da vicino l’Italia, per le interdipendenze tra i rispettivi sistemi produttivi.
Il destino geopolitico dell’Italia torna in bilico tra due collocazioni: una autonoma rispetto alle potenze continentali, come è nella storica visione della Gran Bretagna, poi condivisa dagli Stati Uniti; l’altra è di integrazione ulteriore in un processo di egemonia europea guidata dall’asse franco-tedesco.
La nuova maggioranza di governo che si sta formando in Italia sembra fortemente orientata a rafforzare i legami con l’Europa, ma poco consapevole delle tensioni in atto sull’altro versante. Il ruolo di attore geopolitico che Parigi sta cercando di ritagliarsi per l’intanto, ha una duplice finalità: riequilibrare i rapporti di forza con Berlino e creare uno spazio per una Unione europea che si ponga come attore indipendente, anche sul piano militare, a livello globale.
Boris Johnson ha ottenuto un mese di tempo per proporre alla Unione europea una soluzione sulla questione della frontiera irlandese. Mentre si dichiara pronto ad uscire anche senza Accordo, provocatoriamente fa sapere che in questo caso non pagherebbe neppure la penale dei 42 miliardi di euro che è stata concordata con Bruxelles. O c’è un accordo su tutto, o non c’è su nulla.
A Westminster si cerca disperatamente una soluzione per evitare la Hard Brexit, quale che sia: con una legge, con una mozione che vincoli il governo, convocandosi in seduta straordinaria, addirittura ipotizzando un coinvolgimento della Regina.
Quella della Brexit è una vicenda lunga e drammatica. Ora, Boris Johnson vuole tagliare corto: in cauda venenum.