martedì 9 aprile 2019

Libia: l’Italia è stata colta ancora una volta apparentemente di sorpresa

Ancora una volta sulla Libia l’Italia è stata colta apparentemente di sorpresa. Come del resto accade nel 2011 quando Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti decisero di fare fuori il Colonnello Gheddafi. Poi l’Italia si accordò ai raid della Nato commettendo un secondo errore: bombardammo il nostro maggiore alleato nel Mediterraneo, ricevuto a Roma soltanto sei mesi prima e con cui avevamo firmato accordi miliardari e nel campo della sicurezza, perdendo ogni credibilità internazionale. Gli stessi americani ci hanno preso in giro: prima Obama e poi Trump ci hanno promesso una “cabina di regia” sulla Libia che in realtà nessuno ci ha mai voluto dare, visti i precedenti.
Le illusioni dell’Italia
L’Italia è un Paese di illusi. Con il fascismo ha perso la seconda guerra mondiale, tutte le sue colonie ed è stato occupato dagli Alleati ospitando dozzine di basi Nato e testate nucleari americane che non controlla: puoi dichiarare di essere “sovranista” quanto vuoi ma non avendo mai recuperato sovranità reale conti ben poco. Anche le famose missioni militari all’estero con cui abbiamo avuto dozzine di morti in Iraq e in Afghanistan non sono bastate a ridarci credibilità: siamo rimasti i camerieri degli americani che ci tirano le orecchie di continuo, come è accaduto quando abbiamo firmato un memorandum sulla Via della Seta con la Cina e stretto contratti commerciali con Pechino, di valore per altro ben inferiori a quelli di francesi e tedeschi.
Da escludere un intervento militare
Del resto cosa accadrebbe se intervenissimo militarmente, da soli, a sostenere il governo Sarraj di Tripoli? Al primo morto qui si scatenerebbe il finimondo. La Francia che noi vituperiamo tanto perché protegge i suoi interessi manda i suoi soldati ovunque e nessuno protesta, nemmeno i gilet gialli che qui qualcuno ama tanto.
Un attacco annunciato
Che il generale Khalifa Haftar fosse sul piede di guerra era sotto gli occhi di tutti da mesi e lo avevano segnalato anche su queste colonne: non possiamo dire che non fossimo informati, pur nel silenzio generale di governo e opposizione, della sua avanzata.
Il giacimento libico El Feel
Bastava guardare cosa stava accadendo sul terreno. Haftar aveva preso il controllo dell’importante giacimento libico El Feel, gestito dall’ Eni assieme alla Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc), un’operazione avvenuta nell’ambito della campagna di conquista del Sud-Ovest con cui si era già impadronito dei pozzi di Sharara, i più importanti della Libia.
Il vero problema della Libia
Ma qui in Italia quando si parla di Libia l’unico argomento sembrano i flussi dei migranti che sono un conseguenza dell’instabilità libica, non la causa. Il problema libico è che nel 2011 il Paese si è spezzato: Tripolitania e Cirenaica sono tornate a essere entità diverse e in competizione, come era prima della sanguinosa colonizzazione italiana che le unificò negli anni Trenta con il generale Graziani (80mila morti).
Dopo la seconda guerra mondiale la Gran Bretagna, potenza mandataria, puntò a tenere insieme la Libia sotto la monarchia dei Senussi nonostante Re Idriss avesse dichiarato: “Io sono re della Cirenaica non della Tripolitania”. Dopo la caduta di Gheddafi le due grandi regioni, cui si aggiunge il Fezzan, non sono più tornate assieme, se non in via teorica.
L’errore dei governi italiani
L’errore più marchiano commesso dai governi italiani è stato quello di snobbare per lungo tempo i rapporti con Haftar perché pensavano che il governo di Sarraj fosse appoggiato dalla comunità internazionale. In realtà Fayyez Sarraj ce lo abbiamo messo noi a Tripoli: è un uomo debole, privo di una sua forza militare autonoma e dipende dalla milizie.
Il governo di Fayyez Sarraj
Inoltre il suo governo è malvisto perché viene appoggiato da gruppi islamisti e Fratelli Musulmani. Ancora prima del petrolio questa è la vera ragione del conflitto. Haftar, che è tra l’altro cittadino americano, gode del sostegno dell’Egitto, della Francia, dell’ Arabia Saudita, degli Emirati e in parte degli Usa e della Russia perché ha il compito di far fuori i Fratelli Musulmani a Tripoli, una della parti perdenti delle vicende mediorientali, appoggiati soltanto da Qatar e Turchia. Il Qatar tra l’altro proprio per questo è boicottato dalle monarchie del Golfo che lo vedono come il fumo negli occhi.
Gli interessi petroliferi
L’Italia si è adattata alla situazione perché ha il 70% dei suoi interessi petroliferi in Tripolitania ma anche per gli affari con il Qatar, uno dei maggiori investitori stranieri in Italia e al quale abbiamo fornito in un anno mezzo circa 10 miliardi di dollari di armi, tra navi, elicotteri e aerei. Non facciamo i furbetti come al solito: sappiamo benissimo le ragioni per cui sosteniamo il governo di Tripoli. Ma non abbiamo la forza per tenerlo in piedi.
Gli obiettivi del generale
Il generale Haftar ha tre obiettivi. Il primo è conquistare il potere facendo fuori gli islamisti. Il secondo impadronirsi delle entrate petrolifere: lui controlla infatti i pozzi del Sud e i terminali dell’Est ma non può esportare il greggio per un embargo internazionale e i soldi dell’oro nero li incassa ancora Tripoli con la banca centrale libica. Aveva infatti chiesto recentemente di aumentare del 40% la sua quota di entrate. Questi due obiettivi non sono facili da raggiungere e non è detto che la sua offensiva su Tripoli abbia successo: deve evitare un bagno di sangue per presentarsi come un “pacificatore” del Paese. In realtà i sauditi gli hanno dato i finanziamenti per comprarsi l’appoggio delle fazioni avversarie ma questa operazione non è ancora riuscita completamente.
La conferenza dell’Onu sulla Libia
Ha già invece colto il terzo obiettivo, quello più immediato: far saltare, con ogni probabilità, la conferenza nazionale sulla Libia sponsorizzata dall’Onu che dovrebbe svolgersi a Ghadames tra una settimana. In ogni caso adesso ha alzato la posta e fatto capire che lui e i suoi sponsor non hanno nessuna intenzione di lasciare a lungo al potere il governo di Tripoli.

lunedì 8 aprile 2019

Con le bombe su Belgrado moriva l’Europa e nasceva l’Unione Europea

I bombardamenti delle potenze della Nato su Belgrado e la Federazione Jugoslava venti anni fa sono stati uno spartiacque nella storia europea più recente. La velocità con cui è stata rimossa quella guerra e il silenzio sul ventesimo anniversario,  confermano oggi quanta falsa coscienza e quanti scheletri ci siano nell’armadio delle forze liberali e progressiste europee che vorrebbero rappresentare l’alternativa alle forze reazionarie che vengono crescendo in Europa.
Con i bombardamenti  su Belgrado, una capitale europea, possiamo affermare con le parole dello scrittore Peter Handke, che “è morta l’Europa ed è nata l’Unione Europea”.
Ma quale è stata la colpa della Federazione Jugoslava alla quale per 78 giorni sono stati bombardate le città, le fabbriche come a Kraugujevac e Pancevo, i ponti sul Danubio, le ferrovie mentre transitavano i treni, con centinaia di morti, di feriti, di profughi che nessuno ha voluto vedere?
La residua Federazione Jugoslava agli occhi delle potenze imperialiste della Nato, tutte e nessuna esclusa, aveva la colpa di essersi opposta al processo di disgregazione e frammentazione che Germania e Usa avevano scatenato nei paesi dell’Europa dell’Est dopo la dissoluzione dell’Urss, e aveva la colpa di trovarsi in mezzo al “Grande Gioco” sui corridoi strategici tra Est e Ovest su cui si è combattuta una più di una guerra e su cui ancora oggi è in corso una durissima competizione globale.
Per avere una idea di come è stata brutalmente ridefinita la mappa del mondo in quell’area che i geopolitici chiamano Eurasia, dobbiamo sapere che fino al 1989 in quell’area a est di Gorizia per intenderci, c’erano solo 10 Stati riconosciuti dall’Onu. Oggi ce ne sono 32, quasi tutti riconosciuti dall’Onu e solo 11 hanno più di dieci milioni di abitanti. Ad eccezione della Russia si tratta in gran parte di piccoli Stati con scarso peso negoziale, con forza lavoro a basso costo ma istruita e qualificata (vedi il caso emblematico della Zastava denunciato in questo convegno), in condizioni di dipendenza economica dalle delocalizzazioni produttive e dagli investimenti esteri e, lì dove ce ne sono, sullo sfruttamento delle loro materie prime.
E’ noto come dopo la dissoluzione dell’Urss, soprattutto intorno al 1993 si sono riscatenati gli appetiti degli imperialismi, soprattutto da parte dagli Stati Uniti usciti vittoriosi dalla Guerra Fredda – ma in parte anche dalla Germania ormai riunificata – in tutta l’area che va dai Balcani all’Asia.
Gli obiettivi dichiarati erano:
  • Ridisegnare la mappa geopolitica
  • Mettere mano sulle risorse naturali (in particolare gas e petrolio) delle repubbliche ex sovietiche
  • Controllare i corridoi strategici, ossia una rete infrastrutturale fatta di pipelines, strade, porti, infrastrutture, che consentissero di far pervenire rapidamente queste risorse sui mercati più ricchi come l’Europa.
  • Tagliare fuori da questi corridoi Stati come la Russia e l’Iran, ma anche condizionare i partner europei sull’accesso alle risorse che si sono venute a trovare a disposizione.
In qualche modo questa strategia era stata indicata come vitale per il mantenimento dell’egemonia statunitense già nel 1992 con primo documento dei neocons statunitensi reso noto dal Washington Post (ripreso e ampliato nel 2000 con il Pnac, Project for New American Centuries) nel quale, dopo la sconfitta dell’Urss, si puntava a usare ogni mezzo affinchè in questa area non sorgesse mai più una potenza rivale capace di competere con gli Usa.
Questa strategia è stata definita ancora più nei dettagli da Zbignwew Brzezinski a metà degli anni Novanta con il suo libro “The Great Chessboard” (La Grande Scacchiera).
E’ emblematico che esattamente nello stesso periodo e con l’amministrazione Clinton, il Congresso Usa avesse discusso nel 1997 e approvato nel 1999 il “Silk Road Strategy Act”, ossia il Documento Strategico per la Via della Seta, ma in senso completamente opposto a quello perseguito oggi dalla Cina.
La Federazione Jugoslava è venuta a trovarsi proprio nel mezzo di tale ridefinizione e spartizione di questa parte del mondo. L’essersi opposta alla disgregazione, in una fase in cui la disgregazione degli Stati nell’Est veniva perseguita con determinazione da potenze imperialiste come Stati Uniti e Germania, l’ha resa colpevole e l’ha trasformata in un “Target” da abbattere, dividere ulteriormente, criminalizzare  e bombardare.
Alcuni articoli di Alberto Negri sui corridoi strategici nei Balcani, pubblicati sul quotidiano economico Il Sole 24 Ore, usciti durante le vacanze natalizie tra il 1998 e il 1999,  restano su questo aspetto illuminanti per capire le motivazioni dell’aggressione alla Jugoslavia.
E’ importante, anche se non c’è il tempo per approfondire, segnalare come tutto questo abbia influito sulla Russia allora soggetta ad una pesantissima crisi economica, sociale e perfino demografica (è stato l’unico paese a perdere popolazione non in tempo di guerra ma a causa di malattie, miseria etc.).
La Russia di Eltsin è stata uno zerbino e una terra di saccheggio per le multinazionali, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Ma proprio l’aggressione alla Federazione Jugoslava nel 1999 ha funzionato da acceleratore per una controtendenza che portò ad un cambiamento di leadership.
La Russia non solo aveva subito le pesantissime conseguenze interne della dissoluzione dell’Urss, ma aveva visto esplodere gli orrori della guerra anche ai propri confini, ad esempio in Cecenia, una delle zone in cui transitano proprio quegli oleodotti diventati oggetto del Grande Gioco che doveva tagliare fuori la Russia dai corridoi strategici. Le due guerre in Cecenia sono state orrende, sia per i russi che per i ceceni. Dietro il secessionismo ceceno, così come quello kosovaro o bosniaco, abbiamo visto la longa manu non solo degli Usa ma anche quelle dell’Arabia Saudita e della Turchia che hanno agito in Bosnia, nel Kosovo, in Macedonia.
L’obiettivo dichiarato era quello di mettere fuori gioco i terminali petroliferi che convergevano nel porto russo di Novorossik sul Mar Nero, e imporre un tracciato per le nuove pipelines che doveva invece sfociare nel porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo. Inutile dire che quel tracciato passava anche sui territori abitati dai kurdi in Turchia e che quindi andavano “neutralizzati” con ogni mezzo.
L’onda lunga di quel conflitto ai confini della Russia è arrivato fino al 2008 ed ancora nel Caucaso (zona di passaggio delle pipelines provenienti dalle repubbliche asiatiche ex sovietiche), quando la Georgia si era sentita talmente forte e sostenuta dagli Stati Uniti da muovere guerra contro le due piccole repubbliche della Ossezia e dell’Abkhazia legate a Mosca. L’entrata in campo delle forze armate russe portò alla sconfitta della Georgia, la quale temendo per il suo futuro invocò l’art.5 della Nato in quanto partner e chiedendo alle potenze Nato di intervenire al suo fianco. Gli Usa si dissero disponibili, ma le potenze europee opposero un secco rifiuto evidenziando quella crisi della Nato diventata sempre più leggibile negli anni successivi. In sostanza le camere di compensazione degli interessi tra le varie potenze euroatlantiche, e con gli Stati Uniti come primus inter pares, cominciavano a non funzionare più come prima.
La dimostrazione che il mondo e i rapporti di forza sono cambiati venti anni dopo una guerra strategica come quella in Jugoslavia, sono leggibili da fatti che dimostrano come i peggiori incubi dei neconservatori statunitensi si stiano avverando: la non riuscita destabilizzazione della Siria, lo stallo della situazione in Ucraina, la tenuta del Venezuela ed infine il progetto della Via della Seta cinese tra l’Asia e l’Europa, in direzione e con interessi esattamente contrari a quelli del Silk Road Strategy Act degli Stati Uniti, sono lì a dimostrarlo. Gli Stati Uniti vivono una crisi della loro egemonia globale. Ciò li rende più deboli ma non per questo meno pericolosi.
Ma dobbiamo anche dirci che la disgregazione della Jugoslavia prima e l’aggressione NATO alla Federazione Jugoslava poi, non è un crimine che possiamo addossare solo agli Stati Uniti.
Per molti aspetti, come dicevamo all’inizio, i bombardamenti sulla Serbia del 1999 sono stati quasi un atto costitutivo della nuova fase dell’Unione Europea del XXI Secolo, esattamente come lo era stata la richiesta tedesca di riconoscimento unilaterale della secessione di Slovenia e Croazia mentre si discuteva l’approvazione del Trattato di Maastricht nel 1992.
Sappiamo tutti che i bombardamenti su Belgrado erano in preparazione almeno dal 1998 (la strage del Cermis è lì a testimoniare l’addestramento degli aerei militari statunitensi della base di Aviano ai voli a bassa quota). In Italia il primo ministro Prodi aveva dato l’activaction order nelle basi Nato presenti nel nostro paese già ad ottobre del 1998.
La farsa del Gruppo di Contatto e del negoziato di Rambouillet sul Kosovo,  ha visto pienamente coprotagonisti anche Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna e non solo gli Usa. Quando si è capito che Washington avrebbe dato via all’escalation, nessuna potenza europea si è chiamata fuori, anche se gli Stati europei coinvolti erano tutti governati da forze progressiste, socialdemocratiche e di centro-sinistra: Blair, Jospin, Schroeder, D’Alema. Sono state proprio queste forze ad aver elaborato e gestito nelle proprie società e tra i  militanti della sinistra la tesi della “guerra umanitaria”, della guerra come “dolorosa necessità”, ad aver alimentato e gestito la manipolazione mediatica e la disinformazione consapevole, finanche le operazioni di aiuto umanitario che hanno portato più benefici economici alle Ong e alle associazioni impegnate nella Missione Arcobaleno che alle popolazioni della Jugoslavia. Sono stati aiuti umanitari che hanno esplicitamente discriminato i più 600.000 profughi serbi fuggiti dalle Krajine e dalla Bosnia prima e dal Kosovo poi e presi in carico da un paese – la Serbia – sottoposta già a sanzioni economiche e poi ai bombardamenti.
Non c’è stato solo l’uso delle basi militari ma anche i bombardieri inglesi, francesi, italiani e tedeschi (per la prima volta dalla seconda guerra mondiale) hanno partecipato attivamente agli attacchi sulla Serbia e il Kosovo insieme a quelli statunitensi.
Sono state scelte gravissime che non dobbiamo e non vogliamo dimenticare, sono state, appunto, uno spartiacque politico, storico, strategico e se volete, anche morale che rimane valido tutt’oggi.

venerdì 5 aprile 2019

Crisi in Germania, tragedia annunciata in Italia

Si racconta di un tale che aveva provato a insegnare al proprio asino a non mangiare. Diceva di esserci riuscito ma che, purtroppo, proprio quando aveva imparato bene, l’asino era morto.
La vecchia favola si adatta alla perfezione al mercantilismo europeo, sagomato su quello tedesco. La teoria del grande capitale multinazionale continentale era semplice: riduciamo i salari interni (in tutta Europa, ma soprattutto nei paesi più deboli), ridisegniamo le filiere produttive intorno alle grandi concentrazioni industriali (casualmente tedesche), così “le nostre” esportazioni diventano più competitive e ci possiamo dedicare a far soldi con la finanza speculativa.
Tutto perfetto, per qualche anno, in tempi di globalizzazione e mercati aperti. Certo, il mercato interno (i consumi) si fermavano, la ricerca scientifica si esauriva (l’Europa ha il più basso numero di nuovi brevetti), i bilanci pubblici dei paesi deboli vedevano ingigantirsi il debito, ma chissenefrega…
Poi scoppia la crisi (2008), la globalizzazione si inverte in nuova competizione tra macroaree continentali fino ad esplodere apertamente con l’ascesa di Trump e l’apertura della “guerra dei dazi” contro Cina ed Europa (preceduta e preparata da un periodo di “guerra delle monete”).
E a questo punto – oggi – anche chi aveva fatto del modello export oriented il proprio personalissimo punto di forza si ritrova col sedere per terra.
I dati sugli ordinativi industriali in Germania, resi noti stamattina, parlano di una crisi drammatica e galoppante. A febbraio sono crollati del -4.2% rispetto a gennaio, e del -8,4% rispetto al febbraio 2018. Questo tracollo segue il già grave calo di gennaio (-2,1%, rivisto dalla stima iniziale a -2,6).

In particolare, i nuovi ordinativi dai paesi non appartenenti all’area euro sono diminuiti del 7,9% su base mensile.
A determinare questo crollo verticale concorrono gli ordinativi domestici – scesi dell’1,6% – mentre quelli rilevati al di fuori dei confini nazionali sono scivolati del 6%.
Diciamola in modo semplice: è la fine di un’epoca, oltre che di un modello economico sparagnino, gretto, conservativo e fautore di una “austerità” che neanche nei sogni matematici più audaci è mai diventata “espansiva”.
A parte le valutazioni strettamente congiunturali, infatti, c’è da tener presente il contesto di competizione internazionale. Mentre la Cina sta stimolando da mesi il suo mercato interno – aumenti rilevanti dei salari, calo delle tasse in busta paga, riduzione dell’Iva dal 16 al 13%, ecc – e investendo cifre colossali sulla via della Seta (collegando infrastrutturalmente Asia, Africa ed Europa). Mentre gli Usa di Trump tentano disperatamente di ri-localizzare sul territorio nazionale un po’ della produzione manifatturiera allegramente espatriata alla ricerca dei salari più bassi possibile… L’area dell’Unione Europea è ferma ai diktat scritti nei trattati quando la fase economica era del tutto diversa, in piena espansione post-crollo del Muro.
Un primo allarme serissimo era arrivato da Altmaier e altri boss dei think tank economici tedeschi, arrivando – orrore! – a chiedere l’intervento dello Stato nell’economia reale. Ma un treno in corsa, delle dimensioni di un intero continente, ha un’inerzia che per essere invertita richiede quanto meno un deragliamento.
Non che ai vertici dell’Unione Europea nessuno si sia accorto che le cose vanno malissimo. La frettolosa ricerca di un “vertice” informale con Xi Jinping, a latere della firma del Memorandum of Understanding con l’Italia e della vendita di 300 aerei Airbus festeggiata da Macron, è una prova provata della difficoltà di vedere soluzioni “interne” all’area. Della serie, “per favore comprate ancora le nostre merci, sennò qui salta tutto…”
Non si parla neppure di far aumentare i salari (gli unici che per il momento li hanno spuntati sono i dipendenti pubblici tedeschi, mentre i francesi sono in piazza da ventuno settimane con addosso i gilet gialli), e quindi non si punta sul mercato interno per compensare le minori esportazioni.
I tedeschi cominciano a soffrire, insomma. Ma non c’è da goderne. Specie per un paese come il nostro, sciaguratamente trasformato – da una classe imprenditoriale vile e miserabile – in subfornitore contoterzista dell’industria tedesca. La quale farà di tutto per sopravvivere, anche a costo di affondare i suoi servi senza autonomia.
Basta guardare quel che si annuncia per la “legge di stabilità” di fine anno, tra sanguinosi tagli alla spesa pubblica e aumenti automatici dell’Iva (come previsto dalle “clausole di salvaguardia” inventate dal governo Pd di Enrico Letta). In piena recessione, e da un anno, a quel punto, è praticamente un suicidio.

giovedì 4 aprile 2019

La vera “rifondazione della sinistra” è contro le due destre

C’è un saggio di Marco Revelli del 1996 intitolato “Le due destre” che per me resta un punto di partenza fondamentale per qualsiasi progetto politico di alternativa politica e sociale e di ricostruzione della sinistra “sociale”.
Secondo Revelli la storica contrapposizione tra destra e sinistra venne sostituita da quella tra due destre: una tecnocratica ed elitaria [il centrosinistra], l’altra populista e plebiscitaria [il centrodestra]. Entrambe avevano l’obiettivo di offrire una sponda al processo di ristrutturazione del capitalismo, smantellando le regole e le garanzie su cui era fondato il compromesso socialdemocratico della seconda metà del ‘900.
Entrambe rimettevano al centro dei propri programmi l’impresa privata, le privatizzazioni delle aziende pubbliche, la flessibilità del lavoro ed i tagli al welfare (pensioni sanità, scuola). Secondo Revelli l’unica differenza tra le due opzioni era nei mezzi: la destra tecnocratica ed elitaria [il centrosinistra] puntava essenzialmente alla mobilitazione dei “ceti medi riflessivi” in un progetto di società individualizzata e competitiva; la destra populista e plebiscitaria [il centrodestra] si rivolgeva invece alle fasce sociali più penalizzate dalla dissoluzione dello stato sociale e dal crollo della domanda interna, ovvero la piccola e media impresa, i disoccupati, i precari e tutti i nuovi esclusi.
Certo, molte cose dal 1996 sono cambiate, ma il quadro politico ha visto solo un avvicendarsi di forze ed approcci diversi all’interno di ciò che Revelli chiamava “destra plebiscitaria” [il centrodestra]. Quanto alla “destra tecnocratica” [il centrosinistra] di quella restano solo le macerie rappresentate dal PD (che con Renzi è riuscita anche ad avere la sua deriva plebiscitaria) e dai soliti “cespugli”.
All’interno di un quadro politico del genere, come qualcuno ha già osservato, qualsiasi richiamo al “frontismo” contro la destra plebiscitaria che ha imboccato la strada del populismo reazionario, non può che essere la continuazione del canto del cigno della vecchia sinistra reduce dei miti del blairismo e del kennedismo all’italiana.
Fatte le necessarie integrazioni e correzioni in ordine ai grandi cambiamenti nel frattempo intervenuti, quell’analisi di Revelli per me resta attualissima salvo che per una cosa: l’autore de ” le due destre” non poteva certo immaginare, più di vent’anni fa, che lo smantellamento dello statuto dei lavoratori – il jobs act – sarebbe stato messo in atto proprio dagli eredi della (ex) sinistra.

mercoledì 3 aprile 2019

Scenario giapponese nell’Eurozona

Ieri sono usciti gli indici manifatturieri Pmi nell’eurozona. In Germania si è passati da 47.5 a 44.1, in Italia da 47.7 a 47.1, in Francia da 51.5 a 49.8. Ricordiamo che sotto 50 punti si apre uno scenario di recessione manifatturiera e, quindi, è eclatante il dato tedesco.
Sempre ieri è uscito il dato dell’inflazione nell’Eurozona, passato da 1.5 a 1.4%, ma con l’inflazione core scesa da 1% allo 0.8%. Ricordiamo inoltre che il target inflazionistico della Bce è il 2%, mai arrivato in questi 8 anni di gestione Draghi.
Ieri è stato presentato anche il Rapporto Bce del 2018. Il bilancio è arrivato al record di 4.700 miliardi ma il vice presidente De Guindos tiene a precisare che la politica monetaria “non è onnipotente”, quasi a mettere le mani avanti, invitando i paesi con surplus fiscali ad attuare politiche fiscali espansive, cosa che la Germania si guarda bene dall’attuare, presa dal caos delle sue banche su cui dovrà intervenire con massicce dosi di capitale pubblico.
Nelle scorse settimane Draghi si era dimostrato più ottimista sull’inflazione perché, secondo lui, la dinamica salariale nell’Eurozona era “favorevole”. Si riferiva agli aumenti dati ai dipendenti pubblici tedeschi, pari all’8%. Si dimenticava di aggiungere che l’aumento è… su tre anni.
De Guindos giustifica il rallentamento della crescita con il protezionismo, la debolezza dei mercati emergenti e il rallentamento del mercato mondiale. Fattori esterni su cui si è basata la poca crescita dell’Eurozona negli ultimi dieci anni.
Ieri comunque le borse europee festeggiavano i dati Pmi per due motivi: si avvicina nuovamente il quantitative easing – droga per i mercati finanziari, che dirotteranno i capitali verso l’acquisto di T-bond americani che attualmente rendono il 3%.
Ma il vero motivo era dato dal fatto che domenica la Cina ha pubblicato il dato Pmi manifatturiero, passato da 49.7 a 51.2, il più grande balzo degli ultimi sette anni. La politica fiscale espansiva adottata il 24 dicembre – con tagli alle tasse dei lavoratori, forti detrazioni fiscali e taglio delle riserve obbligatorie alle banche deciso a gennaio – sta dando i suoi frutti. La Cina, come nella crisi del 2008, trascina nuovamente il mercato mondiale.
Un altro dato da tenere in mente è che dal 1° aprile, in Cina, l’Iva sui produttori è stata tagliata  dal 16 al 13%. Oggi l’agenzia ufficiale Xinhua riferisce che Mercedes, Gucci, Louis Vuitton, Apple, ecc.  hanno annunciato, a seguito del taglio Iva, forti riduzioni di prezzi dei loro prodotti, addirittura Apple ha fatto un taglio di ben 44 dollari (espresso in yuan).
A fregarsi le mani per l’impatto della politica fiscale espansiva è Trump, prossimo a firmare un mega deal commerciale proprio con la Cina.
IlSole24Ore riferisce oggi di importazioni cinesi di beni industriali e agricoli americani pari a 1.200 miliardi di dollari, oltre all’apertura – annunciata al recente Boao Forum da parte del premier Li Kequiang – del mercato finanziario, soprattutto bancario, assicurativo e credito al consumo.
Trema dunque la Germania e tutta l’Eurozona davanti al possibile accordo Usa-Cina, che potrebbe rimpiazzare i beni europei.
Vi siete chiesti il perché dell’inusuale incontro Macron Merkel con Xi Jinping la settimana scorsa a Parigi? La Merkel voleva garanzie che i cinesi continuino ad acquistare made in Germany. Altro che memorandum Italia Cina!

martedì 2 aprile 2019

Ucraina. Porošenko ha fatto un passo verso la probabile conferma

Perlomeno ancora fino al 21 aprile Petro Porošenko rimane Presidente dell’Ucraina golpista; e ci sono discrete premesse perché continui a esserlo anche dopo. Vista l’infinità di sondaggi, che convergevano sulla pedina di Igor Kolomojskij – lo showman Vladimir Zelenskij – nessuno si attendeva un ribaltamento dell’ultimo minuto. Ma quegli stessi sondaggi hanno sempre indicato che, in caso di secondo turno, Petro dovrebbe spuntarla. Vedremo.
Intanto qualche cifra. Ancora nel tardo pomeriggio di domenica, gli exit pool davano Zelenskij al 28% e al secondo posto Jurij Bojko col 19%, seguito da Petro col 17%. Ma quando il risultato è prossimo a essere definitivo, Zelenskij ha il 30,4%, raggiungendo il 42,4% nelle aree orientali del paese e il 38,8% al sud.
Porošenko diventa secondo col 17,8% (il 29% nella capitale e il 26,5% nelle regioni occidentali). Vengono poi Julija Timošenko (14,2%), Jurij Bojko (9,8%), Anatolij Gritsenko (7,1%), l’ex capo del SBU Igor Smeško (6,4%), il radicale Oleg Ljaško (4,8%) e Aleksandr Vilkul (4,0%).
La Commissione elettorale centrale ha dichiarato che negli elenchi elettorali erano incluse 29,6 milioni di persone; ma solo 18,8 milioni avevano ricevuto la scheda. La stessa CEC è oggi accusata di fornire dati contraddittori; al momento della chiusura dei seggi l’affluenza era stata data al 47%, ma appena qualche ora dopo la cifra era magicamente balzata al 63,5% (dal 69% nella regione di L’vov, al 47% della Transcarpazia), sollevando sospetti di aggiunte in massa di schede, probabilmente già votate.
Ora, data la tacita (nemmeno tanto) alleanza pre-elettorale tra Kolomojskij e Timošenko, non si può escludere che, il 21 aprile, l’elettorato di colei che voleva bombardare con l’atomica i russi del Donbass, venga sollecitato a riversare i propri voti su Zelenskij. Tutto dipende, come sempre, dal prezzo e da cosa offrirà l’attuale presidente che, negli ultimi giorni prima del voto, secondo news-front.info, ha ricevuto una forte spinta dal team di esperti in tecnologie promozionali urgentemente catapultati dagli Stati Uniti: segno che Washington non ha del tutto escluso Porošenko dai propri piani.
Si parla anche del sostegno della “donna dalla treccia” a Zelenskij, in cambio della firma di un memorandum per una coalizione parlamentare, con l’obiettivo dell’introduzione del doppio turno per le elezioni alla Rada previste per il prossimo autunno.
Non va dimenticato che dal voto erano esclusi alcuni milioni di ucraini, principalmente quelli residenti in Russia (nessun seggio era stato allestito né all’ambasciata ucraina a Mosca, né nei cinque consolati) e gli abitanti delle Repubbliche popolari del Donbass. I quali ultimi, sentiti ieri nelle strade di Donetsk, si erano detti per la maggior parte convinti che non ci sarà alcun mutamento nei rapporti di Kiev col Donbass, chiunque esca vincitore dalle elezioni e che solo, forse, nel caso della vittoria di Jurij Bojko (a questo punto sfumata) qualcosa avrebbe potuto raddrizzarsi.
Intanto, già durante la giornata elettorale del 31 marzo, Porošenko non ha perso occasione per farsi ancora un po’ di propaganda (formalmente, proibita) ricordando che il 1 aprile, scade il “Trattato di amicizia” con la Russia: “Passo dopo passo continueremo ad andare per la nostra strada” ha declamato su Facebook, “tornando a casa, in Europa, e tagliando i ponti con Mosca, che non ha potuto abbandonare le proprie ambizioni imperiali”. Intriso di tanto pathos, Porošenko non ha mancato di apporre la firma a cotanta declamazione sullo sfondo delle bandiere ucraina, UE e NATO, con la scritta ”La nostra via è la strada verso UE e NATO”.
Il trattato di amicizia, cooperazione e partenariato tra la Russia e l’Ucraina era stato firmato nel maggio 1997 ed entrato in vigore nell’aprile 1999, con una validità di 10 anni e rinnovo automatico per i seguenti periodi decennali; lo scorso settembre Kiev aveva notificato a Mosca la decisione di non rinnovare il documento.

lunedì 1 aprile 2019

La crisi sfascia il governo

Il governo soffre, la maggioranza scricchiola, Conte annuncia che non continuerà a far politica, Salvini minaccia-teme che “possa venir giù tutto”, Di Maio reagisce male alle iniziative fascio-integraliste come quella di Verona, Tria considera sconsiderato chi (Salvini e Di Maio) pensa di poter usare la Commissione parlamentare d’inchiesta sul credito come un tribunale per il comportamento delle banche o della Banca d’Italia (e Mattarella pone limiti invalidanti ai poteri della Commissione stessa)…
Che succede?
Quel che era abbastanza ovvio già al momento del varo di questo scombiccherato governo: la crisi economica ha ripreso a mordere, siamo in recessione da ormai nove mesi, in tutta Europa ma con più evidenza in Italia, l’Unione Europea non cambia registro nei confronti dei paesi non core (solo Francia e Germania, e magari l’Olanda, possono rivedere alcuni pilastri della governance), le misure “espansive” immaginate da questa maggioranza (quota 100 e reddito di cittadinanza, sostanzialmente) sono state sotto sferza ridotte a qualcosa di cosmetico senza effetti pratici (ma non sarebbero servite a molto neanche nella versione originale).
E dunque la manovra da disegnare per il prossimo anno diventa una via crucis. Ce ne sarebbe una da fare subito, secondo Bruxelles, per “correggere” la differenza attesa tra previsioni della legge di stabilità e realtà economica. Ma nessuno può chiedere ad un governo “succube” di varare misure lacrime e sangue in piena campagna elettorale; per le europee, oltretutto.
Dunque si aspetterà giugno per cominciare a mettere nero su bianco la legge di stabilità 2020, in cui il massacro sociale sarà così evidente da non poter essere nascosto sotto misure-bandiera a costo zero (blocco dei porti e dei migranti, libertà di sparare e di armarsi, campo libero ai fascio-integralisti, ecc).
A saltare per primo sarà il cosiddetto “disinnesco delle clausole di salvaguardia”. Un meccanismo automatico disegnato ai tempi del governo di Enrico Letta (sembra preistoria, vero?) per cui, se non si possono rispettare i limiti di deficit pre-stabiliti, vengono aumentate le aliquote Iva. Il che, detta così, sembra quasi nulla, ma sul piano economico generale diventa un disastro. Immaginate voi un aumento improvviso e generale dei prezzi del 3-4% (l’Iva è una tassa su ogni merce, sia pure con aliquote diverse) in piena recessione, tra licenziamenti e salari bloccati o in discesa…
Come gettare benzina sul fuoco della crisi, inasprendo una recessione con misure “pro-cicliche”, invece che cercare di circoscrivere l’incendio con misure di segno opposto (“anti-cicliche”). Ne deriverebbe un immediato e proporzionale calo dei consumi, specie quelli più popolari, con trasferimento del calo sui volumi di produzione delle imprese, altri licenziamenti, chiusure, decurtazione salariale, aumento degli orari di lavoro.. e dell’incazzatura di massa.
Sul piano strettamente economico vi consegniamo l’analisi di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, come sempre dettagliata e precisa.
Sul piano politico, invece, due considerazioni sono persino facili da fare.
a) Questo governo chiude subito dopo le elezioni europee, quando – stando ai sondaggi – la Lega avrà ribaltato i rapporti di forza rispetto ai Cinque Stelle, rassegnandosi a una riedizione del “centrodestra unito” in versione ancor meno europeista recalcitrante.

b) Non ci sono però i numeri in questo Parlamento per un governo con Berlusconi, e i “renziani” del Pd – che prima delle primarie sembravano disponibili per un supporto almeno “esterno” – sono in calo di potere e consensi.
c) Difficile andare ad elezioni anticipate a settembre (unica data utile per avere poi il tempo di formare un governo in grado di scrivere la legge di stabilità sotto dettatura “europea”), anche se non impossibile (una campagna elettorale in pieno agosto darebbe però la misura del livello cui è arrivata la crisi di questa classe politica).
d) Complicato per chiunque – persino per gli europeisti appecoronati del presunto “centrosinistra” – fare una campagna elettorale che promettere di risanare i conti pubblici a botte di lacrime e sangue…
Insomma, ci sembra di vedere la faccia di un Cottarelli o consimile “Edward mani di forbice” scorrere tra i profili che il presidente della Repubblica sta già ora prendendo in esame come possibile guida di un “governo tecnico”, chiamato a fare la manovra socialmente più sanguinosa dai tempi di Giuliano Amato (compresa la riedizione del prelievo forzoso direttamente sui conti correnti), e poi lasciare la mano per indire elezioni all’inizio della prossima primavera.
Quando, insomma, i “grillini” saranno ridotti a una variabile eccentrica molto minore, non più in grado di infastidire il ritorno al bipolarismo obbligato tra “alternative” sostanzialmente identiche (un po’ più di finta “accoglienza” da una parte, un po’ più manganelli dall’altra).
Un quadro che dovrebbe scuotere le solite incertezze che affliggono anche la sinistra di classe in questo paese. Non si affronta uno scenario di questa complessità con idee approssimative su come sottrarre questo paese al suo destino di declino programmato. Perché questo è ancora un paese industriale, specializzato nella trasformazione (non avendo sufficienti risorse naturali proprie), e dunque il miglioramento delle condizioni di vita delle classi popolari passa obbligatoriamente per un progetto chiaro sulla posizione del paese nel mondo attuale.
Le vie d’uscita dall’austerità imposta dall’Unione Europea, i possibili “piani B”, ci sono nei fatti. Si tratta di passare dagli auspici alla progettazione del futuro.