lunedì 11 marzo 2019

Il governo si schianta ad alta velocità

Il governo gialloverde balla paurosamente sui binari del Tav in Valsusa. La danza immobile delle dichiarazioni contrapposte – tra i tiepidi NoTav presenti tra i Cinque Stelle e i ferocissimi SìTav rappresentati dalla Lega (ma con tutti gli altri gruppi parlamentari a supporto) – si sta alla fin fine infrangendo contro la realtà dei fatti.
I quali sono alquanto spietati, visto che si tratta ancora una volta di “rispettare gli impegni europei”. I nostri lettori non ce ne vogliano. Questo tormentone “europeo” purtroppo esce fuori ad ogni decisione che un (qualsiasi, presente o futuro) governo italiano deve prendere, e dà la misura della subordinazione a interessi che solo in parte sfiorano quelli di questo paese. Al massimo, come nel caso del Tav Torino-Lione, i vincoli europei favoriscono le grandi imprese costruttrici (tra cui ha un ruolo non secondario la ‘ndrangheta, come riconosciuto anche dalla Corte di Cassazione), a danno delle popolazioni residenti.
In cosa consiste oggi “il vincolo europeo” sul Tav?
Lunedì – per trattato internazionale firmato ormai molti anni fa – la società italo-francese Telt deve far partire i bandi di gara per l’assegnazione dei lavori relativi al tunnel vero e proprio. Fin qui, infatti, è stato scavato qualche chilometro (su 57) di tunnel geognostico, in pratica un carotaggio della montagna per sapere di cosa è fatta dentro. E’ noto che c’è molto amianto, perché in bassa Val Susa vengono rilevati valori 100 volte superiori a quelle di zone “neutre”. Nella zona di Molaretto c’è anche dell’uranio (la radiazione di fondo del terreno supera di 1.000 volte i valori normali). Così tanto che sono stati censiti ben 28 “affioramenti” di questo minerale radioattivo.
Pericolosità a parte (negata spudoratamente dagli “esperti” del Partito del Pil), ci sono i passaggi governativi, parlamentari e societari da fare.
Prima di lunedì va trovata una posizione comune nel governo (si fa / non si fa / si ridiscute il progetto con Francia e Ue), sotto la minaccia della Commissione europea che ha inviato una lettera in cui preannuncia la cancellazioni di finanziamenti per centinaia di milioni di euro (prima tranche) in caso di mancato lancio dei bandi di gara.
I Cinque Stelle, a questo punto, appaiono chiusi nell’angolo.
a) Non fare l’opera è possibile solo denunciando il trattato con la Francia e i relativi accordi con l’Unione Europea.
b) Tale denuncia, però, deve passare per un voto del Parlamento, dove tutte le altre forze sono SìTav (Lega, Forza Italia, Fdi, Pd, Bonino, Leu) e quindi boccerebbero la proposta sfiduciando di fatto il governo, che sarebbe costretto alle dimissioni.
c) Al massimo, si possono far partire i bandi “promettendo” che entro sei mesi potrebbero essere revocati. In tal modo, però, si sposta semplicemente il limite temporale della crisi a dopo le elezioni europee di fine maggio.
Al di là delle chiacchiere, insomma, la crisi è di fatto già aperta. E segna chiaramente la fine dell’”anomalia” che aveva goffamente provato a rappresentare interessi sociali programmaticamente esclusi dall’agenda politica dell’establishment.
Ma stavolta non ci saranno governi “di transizione” che stanno in piedi per l’ordinaria amministrazione in attesa che al Quirinale e tra le forze politiche si trovi la “quadra” e un nuovo equilibrio politico.
Incombono infatti una manovra correttiva di dimensioni mostruose – che metterà pesantemente le mani in tasca a tutti i cittadini, segnerà probabilmente la cancellazione del reddito di cittadinanza e di quota 100 (o un loro sostanziale svuotamento) – e la scrittura sotto dettatura di Bruxelles di una legge di stabilità di “sapore greco” per il prossimo anno (a partire dal forte aumento dell’Iva).
Nessun partito si potrà intestare roba del genere, neppure se avesse appena vinto nuove elezioni con percentuali bulgare.
A ben vedere, dunque, il pericolo vero non è un “governo Salvini per vent’anni”, ma cinque anni di governi Cottarelli o Draghi. Con Salvini ministro della polizia, naturalmente.
*****
La Cassazione conferma: ‘ndrangheta interessata ai lavori Tav
La ‘ndrangheta era interessata a lavori di costruzione del Tav Torino-Lione in Valle di Susa: una vicenda già emersa nel 2014 durante l’inchiesta San Michele della procura di Torino e ora certificata dalla Cassazione nella sentenza di condanna, diventata definitiva depositata in questi giorni, a carico di otto imputati. Il processo (si tratta del troncone svolto con il rito abbreviato) riguardava l’attività della ‘ndrina di San Mauro Marchesato a Torino e nel circondario.
L’obiettivo di intimidazione della era evitare che sfrattassero un’azienda, la Toro srl, “vicina agli interessi della cosca nei lavori di costruzione della Tav Torino-Lione”.
Giovanni Toro, padre di Toro Nadia, amministratore unico e socio unico della Toro srl, era stato arrestato nel giugno 2014 per concorso esterno in 416 bis. Al momento dell’operazione, la TORO aveva già eseguito importanti lavori proprio presso il cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte provvedendo, come scritto sulla Relazione finale dei lavori del contratto C11119, “alla bitumatura della viabilità interna di cantiere, richiesta dalle forze dell’ordine e formalizzata attraverso l’Ods n R-02”. I lavori erano stati dati in subappalto dall’appaltatore che, guarda caso, era un’ATI formata da due imprese locali di proprietà di persone già citate nell’inchiesta Minotauro, la maxi-operazione contro le infiltrazioni della ndrangheta nella provincia di Torino che ha portato poi alla condanna di 23 persone. Inoltre facevano parte dei due contratti relativi ai lavori di recinzione del cantiere, oggetto di un esposto presentato in Procura da numerosi Sindaci ed amministratori locali nel 2013.
L’ennesima conferma degli interessi opachi che hanno da sempre circondato il sistema TAV, diventato oggi la bandiera di un sistema marcio fatto di collusione tra lobbies del cemento, mafia e politica.
* da NoTav.info
*****
Il sindaco di Venaus: «La Tav alternativa costerebbe molto meno. Anche Salvini era interessato»
Torino-Lione. Il sindaco di Venaus, Nilo Durbiano, parla della sua proposta condivisa con altri colleghi della Val Susa.
Un nuovo progetto Tav, a metà tra un’infrastruttura di nuovo conio e la ristrutturazione di quanto c’è già sul territorio. A proporlo è il sindaco di Venaus, Nilo Durbiano: ferroviere, il suo paese è diventato il cuore di uno dei festival di maggior successo degli ultimi anni in Italia, quello dell’Alta Felicità che lo scorso anno, nel piccolo borgo incastonato tra le montagne, ha portato oltre centomila visitatori.
Durbiano, ci spiega brevemente questo nuovo percorso Tav?
Il progetto su cui oggi si sta dibattendo ha oltre trenta anni di vita. Certo nel tempo è stato cambiato ma la sua essenza, il tunnel di base, è sempre la stessa. Un buco nella montagna sovradimensionato, come certificato da qualsiasi studio si sia fatto sui reali flussi di merce sulla rotta est ovest.

Veniamo al punto, i binari.
Partendo da Torino: è necessario liberare il passante ferroviario che attraversa la città, se vogliamo incentivare il trasporto metropolitano. Il mio progetto prevede la costruzione di una bretella nuova a sud della città che vada a intersecare con l’asse ferroviario in arrivo dal porto di Genova. In questo senso i flussi merce Genova- Rotterdam verrebbero intercettati. Oltre Torino, spostandosi verso la Francia, si raggiungerebbe l’interporto di Orbassano, per riqualificarlo sul piano logistico. I binari poi proseguirebbero sulla linea storica, ammodernata e potenziata, fino a Susa e oltre, per raggiungere il traforo del Frejus: che verrebbe o potenziato o rifatto. Questo per mitigare le pendenze esistenti. I costi sarebbero due terzi di quelli attuali.
Quindi: le tratte nuove sarebbero a sud di Torino e il tunnel del Frejus, potenziato o rifatto, il resto su linea storica?
Esattamente. I treni viaggerebbero a non meno di 140 km/h, ma si potrebbe spingerli fino a 180 nel tratto Orbassano- Susa. Certo non ci sarebbero più da scavare 57 chilometri di galleria e il tutto costerebbe circa due terzi in meno. I lavori però durerebbero pochi anni e darebbero alle imprese un’infrastruttura che tanto anelano.

Questa è una proposta sua?
Questa è una proposta mia, condivisa con alcuni sindaci della val Susa: ma, ci tengo a sottolinearlo, è una proposta fatta da una componente dello Stato che io rappresento. Non da un singolo cittadino. Da sempre il mio comune è attivo nell’annosa vicenda dell’alta velocità in val Susa, e da sempre non ci limitiamo a protestare ma a proporre.
Con chi ne ha parlato a Roma?
Il progetto è stato sottoposto a novembre al premier Conte, ai vicepremier Di Maio e Salvini e al ministro Toninelli. Quando ho avuto la prima manifestazione di interesse da parte di alcuni funzionari del ministero delle Infrastrutture mi sono recato a Roma, poco prima di natale. Dopo alcuni giorni sono stato convocato dal prefetto di Torino, Claudio Palomba: il ministro Salvini gli aveva chiesto di incontrarmi. Un incontro lungo e cordiale, durante il quale ho illustrato la mia proposta e il Prefetto mi ha fatto vedere la lettera con cui il ministro dell’interno gli chiedeva di prendere informazioni in merito. I contatti con il Mit li ho avuti fino alla scorsa settimana.
Ma lei sa di trattative? È stato coinvolto?
No, sono stato tenuto fuori, mi dissero solo di tenermi pronto per marzo.
La sua proposta ha qualche possibilità?
Lo spero, perché vorrei una soluzione per tutti. In ogni caso, qualora venga presa in considerazione, conto che venga coinvolto il territorio della val Susa. I soldi risparmiati potrebbero essere spesi proprio nel potenziamento delle ferrovie: io sono un ferroviere e posso dirle che esistono situazioni sconcertanti. Si pensi alla tratta Santhià – Biella non elettrificata e a binario unico: ma situazioni così in Italia sono innumerevoli.
Con la sua proposta l’Italia perderebbe sicuramente i fondi dell’Unione Europea.
Con la mia proposta l’Italia risparmia dieci miliardi di euro.

Il presidente Chiamparino l’ha definita una «carnevalata».
Il presidente Chiamparino è molto preso dalla sua campagna elettorale e quindi usa toni eccessivi senza entrare nel merito dei progetti.

Se partono i bandi la sua proposta finirà nel cassetto dei ricordi…
Se partono i bandi sarebbe un pessimo segnale: sarebbe cecità da parte del governo. Non verso la val Susa e il mio piccolo Comune: verso l’Italia.

venerdì 8 marzo 2019

20 anni di Euro: vincitori e vinti

Pubblichiamo ora integralmente lo studio del Centre for European Policy di cui avevamo dato notizia il 26 febbraio nell’articolo di Giuseppe Masala “la non valutabilità della Tragedia dell’Euro” e quindi in quello di Francesco Piccioni, ringraziando Francesco Spataro per la traduzione.
Lo studio in questione non ha trovato molto spazio nei media italiani, per lo meno in quelli principali, se non per dar conto di polemiche tra economisti sul metodo utilizzato.
Scelta curiosa,  certamente, perché il Cep non è un istituto secondario dove magari si annidano “sovranisti populisti” intenti a fabbricare fake news. Al contrario, è un seriosissimo think tank tedesco che si è dato il compito di analizzare i progetti di legge e la legislazione dell’Unione Europea sulla base dei criteri fissati dall’ordoliberismo in materia di “libero mercato”. Insomma, vi si può trovare qualche espressione di soddisfazione per il risultato raggiunto, non certo indignazione per il saccheggio operato ai danni di alcuni paesi.

Per i non addetti ai lavori in teoria economica: l’ordoliberismo “è una variante del pensiero socio-liberale nata e sviluppata dalla scuola economica di Friburgo: l’ordoliberalismo si basa sul presupposto che il libero mercato ed il laissez faire da soli non risultano in grado di garantire l’equità sociale e che senza di essa i singoli individui non possono operare in condizioni di pari opportunità; lo Stato, pertanto, deve tutelare la proprietà privata, la libera iniziativa privata e deve assicurare un livello minimo ed universale di protezione sociale, in tal modo facendosi garante del fatto che ogni cittadino possa effettivamente godere di un pari trattamento di fronte alla legge“.
Establishment tedesco puro, insomma, tanto che si usa definire ordoliberale lo stesso impianto dei trattati costitutivi dell’Unione Europea. A riprova, l’istituto è attualmente guidato da  Lüder Gerken, presidente del comitato esecutivo dello Stiftung Ordnungspolitik and the Friedrich-August-von-Hayek Foundation. Il consiglio direttivo riunisce economisti ed ex ministri o ex commissari della Ue, come Roman Herzog, Leszek Balcerowicz, Frits Bolkestein, Udo Di Fabio, Jürgen Stark, Holger Steltzner and Hans Tietmeyer. Il Gotha della Ue, insomma…

Di certo ricorderete almeno Bolkestein che, da Commissario al mercato interno della Ue, fu l’autore della famosa “direttiva” Ue che avrebbe permesso – se non fosse stata respinta – di pagare un lavoratore straniero (anche se “comunitario”) assunto in un qualsiasi paese Ue secondo lo standard salariale del paese di origine. In Francia la sua direttiva divenne occasione di una ferocissima e anche spassosissima polemica pubblica contro l'”invasione degli idraulici polacchi” che ne sarebbe derivata…
Dunque, se un istituto che più “europeista” e germanocentrico non potrebbe essere pubblica uno studio in cui si spiega, dati alla mano, che la Germania è il paese che più ha guadagnato dall’introduzione dell’euro, mentre Francia e Italia quelli che ci hanno rimesso di più, in termini di ricchezza, vuol dire che le cose stanno davvero così. Al massimo potrebbero essere rimproverati di scarso senso dell’opportunità, visto che un studio del genere rischia di diventare benzina sul fuoco della propaganda in vista delle elezioni europee.
Non a caso, nelle “conclusioni” dedicate al percorso di ciascun paese, segue sempre l’indicazione tipica degli euroburocrati di Bruxelles: proseguire con il percorso di riforme strutturali per aumentare la competitività senza mai aumentare le perdite economiche.

Ma sapete come sono certi tecnocrati, sono così convinti di essere superiori e strapotenti, che se ne fottono dell’opportunità, anche quando confessano – anzi: rivendicano – di esser stati autori di una rapina che sarebbe stato più vantaggioso, per loro, nascondere. I media italici si sono impegnati a fare proprio questo, per evidente paura di incrementare l’ostilità pubblica contro Ue e moneta unica.
Noi, ovviamente, no. Anzi sollecitiamo tutti i compagni – a partire da quelli che ancora pensano che “la Ue sbaglia in molte cose, ma meglio che i nazionalismi”, oppure che “il problema sono alcuni trattati, non l’euro” – a studiarsi questo report e tutti i grafici (almeno quelli relativi a Germania, Francia e Italia). Potranno così evitare di essere pesantemente sbugiardati per manifesta ignoranza o, al contrario, di essere ringraziati dall’establishment per lo stesso motivo.
Perché la domanda da porsi, semplicissima, è: anche nell’eventualità onirica che una “coalizione di estrema sinistra” vinca le elezioni politiche con più del 51%, come diavolo faresti a mettere in atto politiche di miglioramento delle condizioni di vita mantenendo però una moneta che brucia sistematicamente quote rilevanti di ricchezza prodotta?

giovedì 7 marzo 2019

Legittima difesa. Una legge da “Stato minimo

Nel paese che ha il numero di poliziotti procapite tra i più alti al mondo – l’Italia – la “protezione” dei cittadini viene affidata a loro stessi e, sulla base della legge in via di approvazione, con un nuovo e margine di arbitrio. Sulla legittima difesa si sta realizzando lo stesso processo di altri ambiti. Il patto tra Stato e cittadini prevede uno scambio tra il pagamento delle tasse e la restituzione in servizi. Ma se lo Stato dichiara di non avere le risorse, i cittadini pagano le tasse ma poi devono curarsi a spese loro, devono studiare o predisporsi la pensione a spese loro etc. Lo Stato ormai assicura solo il minimo, e se possibile anche meno. Il fatto che in Italia ci siano più poliziotti per numero di abitanti di ogni altro paese europeo, non assicura che la “protezione” (servizio dello Stato pagato con le tasse dei cittadini) arrivi fin nelle case. Ragione per cui ognuno le difende con armi proprie e faccia fuoco sui soggetti ritenuti ostili senza troppi patemi.
La Camera dei deputati si appresta ad approvare la legge sulla “legittima difesa” fortemente voluta dalla Lega, ma la cosa sta provocando – e meno male – contraddizioni e resistenze tra i parlamentari del M5S. Alcuni deputati del Movimento 5 Stelle stanno cercando di ostacolare l’approvazione della legge sulla legittima difesa. Ieri, durante il dibattito alla Camera sul provvedimento fortemente voluto dalla Lega, ci sono stati quindicina di franchi tiratori – quasi certamente tutti grillini – hanno sostenuto nel voto a scrutinio segreto l’ emendamento del Pd che puntava a eliminare dal testo la parola “sempre”, che di fatto avrebbe bloccato la modifica cardine dell’ articolo 52 del codice penale, secondo cui in base alla legge in via di approvazione “sussiste sempre il rapporto di proporzione” tra offesa e difesa.
Ma la maggioranza, come prevedibile, non ha incontrato problemi: i voti contrari all’ emendamento sono stati 366, quelli favorevoli 125. Ma osservando nel dettaglio i tabulati della votazione, si rileva che 92 voti favorevoli sono stati del Pd, 12 di Leu e 6 (molto probabilmente) del gruppo misto: il totale fa 110, a cui vanno aggiunti 15 dissidenti, che evidentemente non appartengono alla Lega. Inoltre ci sono stati 25 deputati M5S che non hanno preso parte al voto, e nessuno di questi risultava “in missione”. Salvini si è detto sicuro che il provvedimento verrà approvato oggi dalla Camera. La legittima difesa “è sicuramente una legge della Lega” ma “è nel contratto di governo. Io sono leale al contratto e si porta avanti e si vota. Non è che ci sia tutto questo entusiasmo nel M5s” ha affermato Luigi Di Maio, a Rtl, sottolineando che allo stesso modo “non c’era tutto questo entusiasmo della Lega quando abbiamo votato la legge anticorruzione”.
A creare però altre contraddizioni tra gli alleati di governo c’è un dossier interno dei 5 Stelle, reso noto dall’ agenzia AdnKronos e attribuito al deputato Rina De Lorenzo, che giudica la legge sulla legittima difesa incostituzionale. In esso viene contestato l’ articolo 1 del provvedimento, quello che considera sempre sussistente il rapporto di proporzionalità tra difesa e offesa. L’ articolo contestato nel tardo pomeriggio ha però ricevuto l’ ok dalla Camera. Via libera anche all’ articolo 2, che inserisce tra le cause di non punibilità chi si è difeso “in stato di grave turbamento”. Tra i punti approvati anche l’ aumento delle pene per i furti in casa e per rapina.
La legge, ha già ricevuto il via libera dal Senato, ma il testo dovrà tornare a Palazzo Madama per la terza e ultima lettura dopo una modifica dovuta a una dimenticanza sulle coperture finanziarie. L’ aula si riunirà per discuterne probabilmente tra il 26 e il 28 marzo.

mercoledì 6 marzo 2019

Capitali italiani in fuga. Il grafico definitivo

Se guardate il grafichetto sotto che rappresenta il saldo Target2 della BCE sommata al saldo cumulato della Bilancia dei Pagamenti italiana potete apprezzare come in Italia siano impiegati quasi 300 miliardi di capitali esteri a fronte di quasi 800 miliardi di capitali italiani impiegati all’estero. Ciò significa chiaramente che siamo di fronte alla più grande fuga di capitali dal Sistema-Italia della storia. Quasi 500 miliardi di risparmi italiani utilizzati all’estero. Come mai questi danari sono impiegati all’estero e non Italia? Semplice, perché lo stato italiano non può indebitarsi in ossequio ai parametri di Maastricht. O meglio ancora, chiamiamo le cose con il significato proprio: lo Stato italiano non può mobilitare il risparmio degli italiani per erogare beni e servizi agli stessi italiani. Il debito pubblico così va inteso (e così andrebbe chiamato): “Risparmio interno mobilitato dallo Stato”. Il debito pubblico non è il debito del bottegaio.

Dunque, si può dire senza tema di essere smentiti che il debito pubblico (o le “risorse italiane mobilitate dallo stato italiano”) potrebbe essere più alto di quasi 500 miliardi, senza che lo stato italiano assorba neanche un centesimo dal risparmio dei nostri “amici” stranieri. [Ovviamente semplifico, perché è chiaro che se lo stato italiano desse una spinta poderosa alla spesa pubblica, agli investimenti, dovrebbe mobilitare meno perché una determinata quantità Q della cifra in questione verrebbe mobilitata dalle imprese private e dalle famiglie].
Abbiamo dunque margini enormi. Eh, ma il debito pubblico al 60% del Pil? Semplice, non significa nulla. Nulla. Nulla. Il 60% è troppo per il Venezuela e l’Argentina che rispettivamente hanno un rapporto debito/pil pari al 30% e al 50%, ma non riescono a sostenerlo perché hanno i conti con l’estero totalmente scassati; ed è pochissimo per il Giappone che ha un rapporto debito/pil pari al 250% perché ha dei conti con l’estero (e risparmi dei giapponesi) floridissimi.
E allora perché gli “amici” europei ci sottopongono da anni a water bording fiscale all’inseguimento di un rapporto debito/pil del 60% che non significa nulla pur sapendo che abbiamo la possibilità di mobilitare risorse italiane fino a 500 miliardi di euro?
Semplice, perché hanno trovato la Cuccagna nelle formichine italiane. Se non è il nostro stato a mobilitare per noi queste risorse [Perché gli è impedito da regole folli e senza senso in valore assoluto, ma valide solo se viste in relazione ai conti con l’estero] le mobiliteranno loro: se qui nessuno le può impiegare il risparmio italiano corre all’estero.
Perché la Cuccagna? Semplice, pensiamo ai nostri fraterni amici tedeschi che ci impongono austerità. Ci danno tassi negativi sui loro Bund decennali: ciò significa che lo stato tedesco mobilita risparmio italiano facendo pagare gli italiani (tasso negativo) per dare miglior istruzione, miglior cultura, miglior infrastrutture, miglior ricerca, migliore sanità… ai tedeschi. Si, si, avete capito bene, noi italiani riceviamo tassi negativi dai tedeschi per consentire ai tedeschi di godere della vita e soprattutto di darci pubbliche lezioni su come si sta al mondo sottoponendoci a pubblica gogna e facendoci passare per cialtroni.
Questo è il perverso meccanismo di Maastricht e del Fiscal Compact e delle folli e insignificanti regole quali l’output gap [che è un non sense applicato a cose macroeconomiche] e l’applicazione di stupidi modelli econometrici. Scoppiamo di soldi e ci fanno la lesina sugli 0,1% di spesa, calcolati sulla base di un modello econometrico che, come tutti questi modelli del menga, lasciano il tempo che trovano.
Perché la classe dirigente italiana [mi riferisco a quella che capisce e capiva, non al diplomato in dentiere Zingaretti. Sia detto senza offesa] accetta tutto questo? Un Padoa Schioppa è ovvio che conosceva le identità della Contabilità Economica Nazionale e lo stesso un Monti, ma erano e sono accecati dall’idea dello Stato Minimo, dello Stato Sentinella: bisogna affamare “la Bestia” [lo Stato] per costringerlo a uscire dalle cose economiche per concentrarsi in quelle poche cose che secondo i dogmi liberisti lo stato deve fare: Difesa, Giustizia, Pubblica Sicurezza e Stop.
Altri come Prodi, semplicemente perché di economia non capiscono nulla: sì si, l’hanno fatto professore, lo chiamano “economista”, ma questo non capisce una beata mazza. Proprio non conosce le identità contabili. Non sa nulla. Se no come lo spieghi uno che farnetica di necessità “di attrarre i capitali stranieri in Italia” quando i dati ci dicono che scoppiamo di risparmi nostri, che non possiamo però utilizzare in ossequio a parametri folli e siamo costretti a impiegarli a tassi negativi, per esempio, in Germania? Solo un cretino può dire cose del genere, e se cretino non è fate voi le ipotesi che preferite.
E nel frattempo in Italia ci crollano i ponti in testa. Stanno per andare in pensione 50.000 medici e non possiamo sostituirli perché – nonostante i nostri giovani facciano a pugni per riuscire ad entrare in una Facoltà di Medicina – formarli costa soldi e lo stato non può spendere. Una follia.
E qui la finisco, perché se inizio a scrivere tutto quello che dovrei scrivere Céline sarebbe un dilettante dell’insulto. Batterei anche il suo virtuosismo nell’Arte Sublime.
Un’ultima cosa. Il grafico che vi propongo non viene da chissà quale sito complottista, ma direttamente dal Bollettino Economico 1/2019 della Banca d’Italia (pag. 24). Una prece e sipario. Amen.

martedì 5 marzo 2019

Autonomia differenziata: il sud nella trappola dell’austerità

Si discute molto, in questi giorni, della cosiddetta autonomia differenziata. Quest’ultima dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello dell’avventura leghista al governo con il Movimento 5 Stelle. Al momento (e questa dovrebbe essere una buona notizia, come vedremo a breve), il governo giallo-verde sembra non riuscire a trovare la quadra sull’argomento. Ciò avviene, questo è certo, non per le preoccupazioni del Movimento 5 Stelle sulla tenuta dell’unità nazionale o sul destino dei cittadini del Mezzogiorno, ma semplicemente per il tornaconto elettorale di un movimento politico che ha tratto gran parte del suo consenso dalle regioni del Sud e che, adesso, una volta che il bluff giallo-verde è stato svelato, sta assistendo a un inesorabile smottamento nella sua popolarità proprio in quelle regioni che ne avevano favorito l’ascesa. La riforma, però, sembra soltanto rinviata, probabilmente a dopo le imminenti elezioni europee. Vale, dunque, la pena di soffermarsi sulla questione, allo scopo di metterne in luce i contenuti e le implicazioni.
Prima di tutto, dobbiamo chiederci cosa sia l’autonomia differenziata. In generale, è possibile asserire che lo Stato tassa i cittadini e ‘accentra’ la quasi totalità delle risorse: in altre parole, le tasse pagate dai cittadini finiscono quasi integralmente all’erario, ossia nelle casse dello Stato. L’autonomia differenziata romperebbe questo meccanismo, permettendo ad enti più periferici, come le Regioni, di trattenere una quota rilevante (più o meno elevata a seconda della portata dell’eventuale riforma, ma comunque maggiore di quella attuale, davvero minima) delle tasse pagate dai cittadini.
Per comprendere al meglio gli aspetti normativi di questo concetto, occorre, inoltre, ricorrere ad un noioso (ma breve) excursus nel campo del diritto costituzionale. L’istituto dell’autonomia differenziata (o rafforzata) è previsto esplicitamente dalla Costituzione, così come modificata dalla riforma del titolo V del 2001 (la legge costituzionale 3/2001, proposta nel 1999 dall’allora Presidente del Consiglio D’Alema e da Amato, all’epoca Ministro per le riforme istituzionali). L’articolo 116 della Costituzione risultante da tale riforma, recita, al terzo comma:
«Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 [ovvero quelle in cui lo Stato e le Regioni esercitano la cosiddetta legislazione concorrente, NdR] possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi di cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la Regione interessate».
Le materie in questione sono le più svariate (qui quelle di legislazione concorrente). Ne riportiamo soltanto alcune: tutela e sicurezza del lavoro, istruzione, ricerca, salute, protezione civile, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto, previdenza complementare e integrativa, beni culturali.
Ciò a cui stiamo assistendo è, dunque, l’applicazione concreta dell’articolo 116. Tre Regioni, infatti, ovvero Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto, hanno formalmente iniziato, a seguito, in alcuni casi, di referendum consultivi, l’iter per l’ottenimento delle ulteriori forme di autonomia di cui sopra. In altre parole, hanno iniziato a trattare, prima con il governo Gentiloni (le cosiddette pre-intese del febbraio 2018) e, successivamente, con il governo Conte, i contenuti delle intese che dovranno essere sottoposte al vaglio delle Camere.
Allo stato attuale, è molto difficile dire in cosa consisteranno tali intese. Esse, infatti, non sono ancora pubbliche e, per molti aspetti, non sono state ancora definite. Le bozze che circolano, non definitive, possono cambiare da un giorno all’altro in base alla trattativa in corso. Sorvoliamo, qui, sulla particolare procedura prevista per l’esame di queste intese da parte delle Camere, le quali, secondo l’interpretazione più diffusa, potranno semplicemente accettare o rifiutare in blocco le intese, senza la possibilità di emendarle, come invece accadrebbe con un normale disegno di legge (una garanzia, a dire il vero, alquanto priva di significato date le intenzioni della maggioranza e la malleabilità dei grillini).
Su alcuni aspetti, però, si può già dire qualcosa. L’attuazione delle intese implicherà un trasferimento di risorse economiche dallo Stato alle Regioni che otterranno l’autonomia rafforzata (vedi, al riguardo, anche il saggio di Gianfranco Viesti, Verso la secessione dei Ricchi?, scaricabile gratuitamente). Dalle bozze che circolano attualmente, in realtà, è impossibile quantificare con sufficiente precisione le risorse che saranno trasferite alle Regioni. Non sono chiare le materie che saranno oggetto di decentramento rafforzato, né quali saranno i criteri attraverso i quali le risorse economiche saranno assegnate. Quel che è certo, però, è, da un lato, che le Regioni non si limiteranno a chiedere quanto necessario per l’espletamento delle funzioni che saranno decentrate (per capire le intenzioni delle regioni, soprattutto di Lombardia e Veneto, basti pensare che in un referendum, poi ritenuto illegittimo e, per questo, mai tenutosi, il Veneto faceva richiesta del 90% del gettito maturato nella regione). Dall’altro, è certo che il trasferimento in questione provocherà una riduzione del gettito fiscale per lo Stato, che dovrà intervenire tagliando la spesa delle amministrazioni centrali o quella che effettua nelle altre regioni. E questo avverrà per la ragione che la ministra leghista per le autonomie regionali, Erika Stefani, assurdamente adduce per spiegare che le risorse non saranno sottratte alle altre regioni: l’inserimento della cosiddetta clausola di invarianza finanziaria. Quest’ultima prevede che le intese non debbano comportare nuovi o maggiori oneri per le finanze pubbliche. In altri termini, vuol dire che ciò che lo Stato perderà, in termini di gettito, per l’implementazione dell’autonomia differenziata, dovrà recuperarlo attraverso una riduzione della spesa pubblica. E ciò in ottemperanza alle previsioni dei trattati europei, che prevedono la possibilità dell’inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio (il famoso articolo 81, così come modificato nel 2012).
In altri termini, le tre regioni in questione (e le altre che richiederanno l’autonomia), che sono, non a caso, tra quelle più ricche, ed essendo le tasse proporzionali al reddito anche quelle con i più alti gettiti fiscali, vogliono tenere per sé gran parte di tale gettito. Ma questo significa l’inasprimento di un processo già in corso, volto a ridurre sempre di più l’intervento dello Stato nell’economia. E questo in totale contrasto con ciò che è richiesto nelle aree economicamente depresse, ovvero un pesante intervento dello Stato, anche in deficit, per il sostegno alla domanda aggregata e, dunque, al reddito di tali aree. In contrasto con esigenze redistributive ed espansive della spesa pubblica, dunque, ma in ossequio a quelle di quello che rappresenta lo zoccolo duro della Lega al nord: la grande e media borghesia che sempre di più vuole mano libera nelle regole che disciplinano il mercato del lavoro, il minor prelievo fiscale possibile e, se investimenti pubblici devono esserci, che siano localizzati nelle regioni dove esse operano e, possibilmente, pensati e implementati al loro servizio.
A ciò si aggiunga il fatto che se le regioni riusciranno a trattenere gran parte del proprio gettito e le funzioni che abbiamo citato tenderanno sempre di più a essere decentrate, è chiaro che i cittadini delle regioni più ricche potranno godere di servizi migliori rispetto ai cittadini di quelle economicamente svantaggiate. Un fenomeno non nuovo, certo, ma che andrà ad accentuarsi in misura sempre maggiore, anche ‘grazie’ ai trattati europei, che impongono vincoli stringenti sia per quel che riguarda la spesa pubblica in deficit, sia per quel che riguarda gli ambiti di intervento a sostegno di determinati territori (politica industriale, creazione di posti di lavoro, realizzazione delle infrastrutture necessarie).
Siamo circondati, dunque, dai bracci di una tenaglia: da un lato, l’austerità dei trattati, che impone dannosi freni all’espansione della spesa pubblica proprio laddove ce ne sarebbe più bisogno; dall’altro, la voracità dei capitalisti, rappresentati, in questo caso come in altri, dalla Lega, che hanno tutto l’interesse a vedersi tassare di meno, a concentrare le risorse pubbliche laddove sono necessarie ai propri interessi e ad avere a disposizione manodopera disperata e, per questo, a buon mercato. Un’ulteriore dimostrazione che dobbiamo rompere sia con la gabbia europea sia con la falsa alternativa del governo penta-leghista.

lunedì 4 marzo 2019

Il Pd “svolta” rimanendo fermo

Habemus secretarium! Il popolo del centrosinistra ritrova “la ditta” anche sul piano politico, dopo l’ascesa di Maurizio Landini al trono della Cgil.
Il fratello di Montalbano sorride felice, forte di una percentuale oscillante tra il 60 e il 70% su una platea di votanti dichiarata intorno al milione e 700mila persone.
Non ci metteremo qui a discutere sella serietà democratica di “primarie aperte” (che il segretario di un partito venga scelto da chiunque passi per strada, magari anche iscritto o simpatizzante di tutt’altra formazione, resta per noi un’assurdità). Né delle procedure disinvolte, della possibilità di votare più volte, ecc.
Il dato che va assunto è politico, e non c’è stupidaggine di dettaglio – ce ne sarebbero molte – che possa cambiare il dato di fatto: il Pd torna in mano all’establishment del centrosinistra di sempre, ovviamente in nome del “cambiamento”.
Il fatto che con questa scelta venga sepolto il “renzismo” è quasi secondario. L’establishment ha visto che il “vuoto a sinistra” era gigantesco; che lo scenario al centro era superaffollato; che la destra presenta venature fascistoidi tranquillamente sopportate nella vita sociale quotidiana, ma controproducenti se diventano leggi dello Stato; che il grillismo è entrato in una crisi probabilmente irreversibile (la conferma viene dal voto di ieri: “l’affluenza è stata omogenea in tutto il territorio nazionale, con un leggero picco al centro-sud, in particolare nel Lazio e in Campania”, le regioni in cui l’avanzata Cinque Stelle era apparsa inarrestabile). E quindi era necessaria una “correzione di sinistra” per riverniciare come “nuovo” un carrozzone neoliberista, senza alcuna modifica sostanziale rispetto alla stagione di Matteo Renzi.
Boria a parte, infatti, tutto il resto resta intatto.
Il Tav in Valsusa? Si deve fare… Anzi: “La mia prima mossa: visiterò i cantieri Tav”. Tanto per fare capire che “il partito del Pil” può contare su di lui.
Ripristinare l’articolo 18? Non se ne parla proprio… (vedi il punto sul Tav).
Sul Venezuela? Siamo con Trump, ci mancherebbe…
Sanità pubblica? Ma se ho privatizzato quasi quanto Formigoni…
Difesa della Costituzione? Sul referendum contro-costituzionale erano tutti allineati per il “sì”, fortunatamente stracciato nelle urne.
Potremmo andare avanti per ore. La “riverniciata di sinistra” (una “romanella”, si dice dalle nostre parti, per indicare una passata di vernice alle pareti, senza ristrutturare neanche un po’…) passa giusto per un po’ di retorica sugli immigrati (il “terzo settore”, in effetti, ha ricevuto qualche colpo duro da Salvini e Cinque Stelle, perdendo finanziamenti, appalti e occupazione), ma senza mettere in discussione i lager in Libia creati sotto la regia di Marco Minniti; un po’ di antifascismo parlato (ricordiamo che la lussuosa sede di Casapound a Roma fu un regalo di Walter Veltroni) ma niente affatto praticato; un po’ di libertà civili (gioco facile, quando hai davanti un Pillon o un Fontana, che straparlano come manco Savonarola ai tempi suoi).
Neoliberismo laico, insomma. “Ma anche” attento a non distUrbare il Vaticano, che di questi tempi appare addirittura molto più “di sinistra” sui temi sociali classici (povertà, casa, welfare, ecc).
Che tutto ciò possa passare per “qualcosa di sinistra” è veramente la misura di quanto sia degradata la coscienza civile di questo paese e soprattutto di quella parte che si pensa “di sinistra”. Come scriveva il saggio, oggi “Lo spirito si mostra così povero che, come il viandante nel deserto desidera un semplice sorso d’acqua, così anch’esso sembra anelare, per il suo ristoro, al mero sentimento del divino in generale: da ciò di cui lo spirito si accontenta, si può misurare la grandezza della sua perdita”.
Detto questo, però, non c’è dubbio che il ticket Landini-Zingaretti rinverdisce in salsa rosè spenta l’antica “cinghia di trasmissione” tra partito politico e sindacato, stimolando l’illusione che si possa “rifare” qualcosa che è andato definitivamente perduto sotto la spinta delle “riforme” imposte dall’Unione Europea e dall’austerità che stanno distruggendo la forza produttiva di questo paese, oltre che – in primo luogo – le condizioni di vita della sua popolazione di fascia medio-bassa.
A questo servivano, del resto, anche le due grandi manifestazioni, di CgilCislUil a Roma e quella di Milano sabato scorso.

Vedremo nelle prossime settimane, senza grande sorpresa, una migrazione semi-biblica di figure sinistresi verso il “campo largo” che Zingaretti indica come blocco elettorale per le europee di fine maggio.
Una migrazione guidata dal “tavolo Cofferati” – quello parallelo cui sedevano molti degli stessi attori che facevano “flanella” al “tavolo De Magistris” – per ricondurre nell’alveo del rassicurante “europeismo progressista” ogni conato di alternativa antagonista.
L’elezione di Zingaretti, insomma, può e deve essere irrisa sul piano dei “contenuti” – niente affatto diversi da quelli della stagione renziana – ma non va sottovalutata per la negatività dei “flussi emotivi” suscitati in un “popolo di sinistra” che ormai si accontenta di narrazioni sbiadite.

venerdì 1 marzo 2019

Washington passa da fallimento a fallimento

Lo scorso fine settimana è stato terribile per la Casa Bianca e i suoi impresentabili capisquadra del sud del Rio Bravo, quello che in maniera molto appropriata è chiamato “Cartello” di Lima dado lo stretto vincolo che alcuni dei governi che lo compongono mantengono con il narcotraffico, specialmente quello colombiano e, prima dell’avvento di López Obrador, quello di Peña Nieto in Messico. Sabato gli strateghi statunitensi hanno deciso di organizzare, per il 23 febbraio, un concerto con alcune delle celebrità consacrate dall’industria musicale di Miami. L’evento ha attirato circa 25.000 persone, la decima parte di quanto speravano, divise gerarchicamente in due categorie chiaramente demarcate. Il settore VIP dove stavano i presidenti –Duque, Piñera, Abdo Benítez-  ministri e gerarchi del Cartello e, duecento metri più indietro (sic!) il resto del pubblico.  L’organizzatore e finanziatore dello spettacolo è stato il magnate britannico Richard Branson, un noto evasore fiscale  e molestatore sessuale che ha ingaggiato una serie di cantanti e gruppi di destra tra i quali Reymar Perdomo, “El Puma” Rodríguez,  Chino, Ricardo Montaner, Diego Torres, Miguel Bosé, Maluma, Nacho, Luis Fonsi, Carlos Vives, Juan Luis Guerra, Juanes, Maná e Alejandro Sanz, che hanno gareggiato con fierezza a chi si aggiudicava l’Oscar del maggior lecchino nei confronti dell’impero.
Si presupponeva che questo concerto avrebbe creato il clima necessario a facilitare l’ingresso degli “aiuti umanitari” preparati a Cúcuta dagli statunitensei e dai loro inservienti del governo colombiano. Però non è stato così, e per varie ragioni. Prima, perché, come aveva detto la Croce Rossa, si possono inviare quel tipo di aiuti, attentamente controllati (cosa che, peraltro, non è stata fatta) se il governo del paese che riceverà il carico lo richiede. Nello stesso senso si è espresso il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Gutérrez. E, secondo, perché il governo bolivariano non l’ha fatto perché sapeva molto bene che gli Stati Uniti utilizzano quegli “aiuti” per introdurre spie, agenti sotto copertura mascherati da medici e assistenti sociali e para-militari nel territorio dei loro nemici e, naturalmente,  non avrebbe consentito quella mossa. Inoltre, se effettivamente la Casa Bianca avesse un interesse genuino nell’offrire un aiuto per alleviare le sofferenze della popolazione venezuelana ha in mano uno strumento molto più semplice e fattivo: togliere le sanzioni con le quali ha schiacciato la Repubblica Bolivariana; o abolire il veto che impone sulle relazioni commerciali internazionali; o restituire le enormi quantità di divise delle imprese pubbliche di quel paese confiscate mediante un’azione che si può definire solo come un furto, per decisione del governo di Donald Trump o delle autorità come quelle della Banca d’Inghilterra che si è appropriata dell’oro venezuelano depositato nel suo tesoro e valutato in oltre 1.700 milioni di dollari. La rabbiosa reazione della destra di fronte al fallimento dell’operazione “aiuti umanitari” è stata tremenda. Lo stesso narco-presidente Iván Duque salutava dall’alto del ponte internazionale le bande dei delinquenti assoldati per causare tumulti mentre preparavano le loro bombe molotov e oliavano le loro armi. Quando, di fronte alla decisa resistenza di civili e militari bolivariani si è consumato il fallimento dell’operativo nordamericano, il sottoproletariato, protetto dalla Polizia Nazionale della Colombia, ha preso d’assalto il ponte e ha proceduto a incendiare i camion che portavano gli “aiuti umanitari”. Com’era prevedibile, la stampa ha dato la colpa del fatto al governo venezuelano: ci sono le foto pubblicate da tutta la canaglia mediatica mondiale con i corrispondenti titoli che demonizzano la barbarie chavista e nascondono i veri responsabili della barbarie. (vedere video sull’argomento in: https://youtu.be/fxTDm11_rmE). Intanto,  in perfetto coordinamento, gli occupanti di un blindato della polizia bolivariana attaccano le recinzioni che erano sul ponte per facilitare la “spontanea” diserzione di tre poliziotti che cercano asilo nella tranquilla e prospera Colombia. La stampa, tuttavia, non ha detto niente sugli attenti “direttori di scena” che, dal lato colombiano del ponte, indicavano ai disertori come dovevano agire, da dove entrare, e che dire del fatto che gli gridavano “solleva l’arma, solleva l’arma!” per mettere in evidenza che erano poliziotti o militari bolivariani che fuggivano dalla “dittatura” di Maduro. Tutto questo è abbondantemente documentato in un video che, naturalmente, la “stampa seria” si è guardata molto bene dal far vedere.
Riassumendo, un fiasco diplomatico enorme e inoccultabile che, per disgrazia della truppa comandata da Trump, sarebbe stato appena il preludio di un altro ancora peggiore.
Ci riferiamo alla tanto pubblicizzata riunione del Cartello di Lima a Bogotá, che per il suo eterno disonore è stato presieduto dal Vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, cosa che fa capire molto bene quale sia la natura patriottica e democratica dell’opposizione venezuelana. Il vice di Trump è arrivato a Bogotá per riunirsi, in una patetica dimostrazione del vertiginoso declino dell’un tempo enorme potere statunitense nella regione, con un gruppo di soggetti di secondo ordine.
In altri tempi, l’arrivo di un emissario di altissimo livello della Casa Bianca avrebbe fatto esplodere un travolgente “effetto mandria” e uno dopo l’altro i nefasti presidenti neocoloniali sarebbero corsi in drappello per arrivare il prima possibile al baciamano ufficiale. Ma i tempi sono cambiati e Pence ha potuto stringere solo le mani del suo screditato anfitrione e del comico buffone del magnate di New York, l’autoproclamato “Presidente Incaricato”  Juan Guaidó. Gli altri erano persone di rango inferiore: cancellieri e persino vice-cancellieri che con le migliori facce da circostanza hanno ascoltato, con simulata solennità, la lettura dell’atto di morte del piano golpista statunitense e, quasi sicuramente, dello stesso Cartello di Lima, avendone ormai comprovata l’inutilità. Il documento, letto svogliatamente e in mezzo a un clima deprimente, azzerava tutto e rinviava la questione al labirinto senza uscita del Consiglio dei Sicurezza dell’ONU. Un fallimento gigantesco del governo degli Stati Uniti in un’area che un troglodita del nord ha denominato non solo il loro “cortile di casa” ma addirittura la “porta di servizio”.
I termini per “l’uscita” di Maduro (prima stabiliti da Pedro Sánchez, da Madrid e poi reiterati da Trump, Pompeo, Pence, Bolton e tutti i teppisti che oggi si riparano sotto le ali del presidente nordamericano) si sono dissipati come una vaporosa nebbia mattutina sotto il sole ardente dei Caraibi venezuelani. Non solo questo, di fronte agli evidenti segnali del declino del potere imperiale, i lacchè neocoloniali hanno optato per mettersi in salvo dal disastro e con un gesto inatteso hanno dichiarato la loro opposizione a un intervento militare in Venezuela. I coraggiosi guerrieri del sud hanno percepito che anche nei loro stessi paesi un intervento gringo in Venezuela -anche se operato sotto l’infruttuosa copertura di un’operazione di “forze congiunte” con militari colombiani o di qualsiasi altro paese- sarebbe impopolare e potrebbe causare loro seri costi politici e hanno optato per salvare la loro pellacce e lasciare che Washington si occupasse della faccenda.
Che cosa può fare ora Trump? Vittima della sua logorrea e della brutalità dei torvi gangster che lo circondano e consigliano, tirerà fuori l’ultima carta del mazzo, l’opzione militare, quella che sempre è stata sul tavolo? Difficile che un personaggio come lui ammetta tale impressionante sconfitta diplomatica e politica senza un gesto violento, una pugnalata subdola. Pertanto, non si potrebbe scartare quella possibilità anche se credo che la probabilità di un’invasione stile Santo Domingo 1965 o Panama 1989 sia molto bassa. Il Pentagono sa che il Venezuela non è disarmato e che un’incursione nelle terre di Bolívar e Chávez non sarebbe la stessa cosa che l’invasione dell’inerme Granada del 1983 e causerebbe numerose vittime tra gli invasori.
Scenari alternativi: (a) provocare scaramucce o realizzare bombardamenti tattici nella lunga e incontrollabile  frontiera colombo-venezuelana; (b) salire uno scalino e attaccare obiettivi militari dentro il territorio venezuelano, sfidando così una rappresaglia bolivariana che potrebbe essere molto distruttiva e raggiungere, persino, le basi che gli USA hanno in Colombia o quelle che la NATO ha ad Aruba e Curazao; o (c) sacrificare Juan Guaidó, disfarsene, vista l’inutilità di tutta la manovra, e incolpare dell’omicidio il governo bolivariano. Così cercherebbe di creare un clima mondiale di ripudio che giustificherebbe, con l’aiuto della stampa canaglia, un’operazione militare di vasta portata. Certo che questa sarebbe una giocata di altissimo costo politico perché la credibilità che avrebbe il governo degli Stati Uniti davanti a un fatto di questo tipo è pari a zero. Se Washington ha fatto esplodere la corazzata Maine nella Bahia de La Habana nel 1898 (inviando alla morte 254 marinai) per giustificare la dichiarazione di guerra contro la Spagna e prendersi Cuba; se per entrare nella Seconda Guerra Mondiale il presidente Franklin D. Roosevelt ha acconsentito a dare il permesso che l’Armata Imperiale Giapponese attaccasse “a sorpresa” Pearl Harbor nel dicembre del 1941 causando la morte di circa 2500 marines e altri 1300 feriti,  chi potrebbe credere che se succedesse qualcosa di male a Guaidó, cosa che nessuno desidera, il colpevole potrebbe essere qualcun altro che non sia il governo degli Stati Uniti? Nei prossimi giorni comincerà a svelarsi questa incognita. Quel che è certo, indubbiamente, è che, per ora, tutta l’operazione golpista architettata dai teppisti di Washington è andata di fallimento in fallimento.