Intervenendo agli Stati generali dei Consulenti del lavoro, Di Maio ha parlato di un nuovo boom grazie al digitale.
Le
due notizie sono di ieri e dimostrano la distanza che ai vertici del
governo si situa tra la realtà drammatica concretezza della situazione
in atto e la fantasia improvvisatrice di chi addirittura evoca il boom
economico.
Una
dimostrazione lampante della difficoltà che incontra la politica
italiana ormai immersa in una sorta di delirio mediatico attraverso il
quale si sono sparse promesse, si è fatto lievitare un consenso fondato
su di un gigantesco voto di scambio, si sono aperti conflitti a tutti i
livelli che sarà difficile comporre in futuro.
Come
si combina poi l’idea del boom economico con la “decrescita felice” che
apparentemente stava alla base della filosofia alternativa espressa dal
M5S, rimane tutto da dimostrare.
Evocare
il boom economico poi non è affare da poco e quindi vale la pena
rinfrescare un poco la memoria riassumendo, molto sommariamente, come si
svolse la fase che tra la fine degli anni’50 e primi anni’60 del XX
secolo segnò un salto negli indici di sviluppo dell’Italia mutando anche
profondamente la vita quotidiana di una parte importante del Paese.
Non
erano tutte rose e fiori: quest’affermazione va posta in premesse e
ricordata bene; si verificarono squilibri enormi sul piano sociale e
dell’uso del territorio tra le diverse parti dell’Italia e si
verificarono avvenimenti di grande importanza anche sul piano politico.
Una sintetica ricostruzione della fase del “miracolo economico”
L’Italia,
in passato, è stata protagonista propri nella fase di ricostruzione
dalla tragedia bellica di una particolare forma di economia mista che
aveva già caratterizzato il fascismo (dal quale del resto la giovane
Repubblica aveva ereditato strumenti d’iniziativa e gestione economica
come l’IRI e l’ENI).
Nel
corso degli anni, a partire dalla seconda metà del ‘900, si
verificarono veri e propri spostamenti d’asse sul piano globale al
riguardo dei riferimenti relativi all’economia, alla produzione
industriale, alla distribuzione del reddito, alla diffusione del welfare
state e della democrazia.
In
questo quadro però l’economia italiana mantenne comunque limiti
strutturali sui quali vale la pena indagare anche dal punto di vista
della ricostruzione storica.
Limiti
strutturali che poi ebbero un peso nel corso dei tumultuosi processi
innestatisi nel corso degli anni’90 del XX secolo a causa
dell’esplosione di Tangentopoli e delle esigenze di riallineamento
dovute alla stipula dei trattati europei (specificatamente quello di
Maastricht, datato 1992) e successivamente all’ingresso nell’area della
moneta unica.
Limiti
già apparsi evidenti fin dalla fase della seconda ricostruzione
post-bellica, preparatoria a quel “miracolo economico” che il nostro
Paese visse a cavallo tra la fine degli anni’50 e i primissimi anni del
decennio successivo.
Una
fase, quella 58 – 63 indicata come effettivamente contraddistinta dal
“miracolo economico” e coincidente con fenomeni politici di grande
rilevanza sia sul piano internazionale sia sul piano interno: dal
cosiddetto “disgelo” tra i due grandi blocchi militari allora esistenti
sul piano planetario, all’incubazione e formazione – in Italia – della
formula del centrosinistra, con l’ingresso del PSI nell’area di governo a
fianco della DC.
Ricostruire
quella fase, allora, può risultare un esercizio utile anche per capire
alcuni fondamentali tratti della situazione attuale.
Tratti che forse sfuggono a chi pensa di poter parlare di “miracolo economico” imminente.
A
partire dal 1951 i successivi dodici anni furono caratterizzati da un
veloce sviluppo e da una profonda trasformazione strutturale.
Gli aspetti fondamentali di questa evoluzione furono essenzialmente questi:
a) Il
forte sviluppo dell’industria manifatturiera, sviluppo che trasformò il
Paese facendolo passare da un’economia prevalentemente agricola a
un’economia prevalentemente industrializzata. Questo tipo di
trasformazione risultò particolarmente accentuato nella zona del
triangolo industriale Milano –Torino – Genova dove le novità
manifatturiere arrivarono a contribuire per il 40% del PIL e per il
quasi 45% al totale del prodotto del settore privato;
b) Il
passaggio da una struttura chiusa agli scambi con l’estero a una
struttura fortemente caratterizzata da un processo di integrazione con
gli altri paesi industrializzati;
c) La
conseguente trasformazione nella struttura degli insediamenti, nella
direzione di una concentrazione sempre più elevata nelle grandi città
con oltre 100.000 abitanti che nel 1955 raccoglievano il 21,6% della
popolazione: nel 1968 ne raccoglievano già oltre il 28%.
Oltre
a questi aspetti, del resto comuni a ogni frangente di pronunciato
sviluppo industriale, il “caso italiano” ha presentato, in quel periodo,
alcune caratteristiche giudicate peculiari (formative, infatti, della
dizione “caso italiano” fin troppo frequentemente usata nel tempo, anche
a sproposito).
Queste caratteristiche peculiari potevano essere così descritte:
1) Un
progressivo “dualismo” della struttura produttiva, che nel contempo
registrava la nascita e la crescita di imprese tecnologicamente avanzate
al livello delle industrie più progredite nei paesi europei e il
permanere di piccole strutture arretrate, caratterizzate da bassa
produttività e inefficienza;
2) La
cosiddetta “distorsione del consumismo” consistente nel fatto che,
mentre alcuni consumi privati anche di genere non necessario
(motorizzazione privata, elettrodomestici, televisori) si erano andati
sviluppando molto velocemente mentre altrettanto non era avvenuto nel
settore dei consumi pubblici, anche nei casi che avrebbero dovuto essere
riconosciuti come assolutamente prioritari: istruzione, sanità, casa;
3) Si
allargava, intanto, una distanza profonda fra il grado di sviluppo
delle regioni settentrionali e quello delle regioni meridionali,
nonostante il flusso della spesa pubblica fosse orientato
prevalentemente verso il Sud.
Questi
tre aspetti, appena elencati, potevano da subito essere individuati
come elementi negativi eliminandoli attraverso una corretta impostazione
della politica economica.
Attorno
a questi elementi si sviluppò all’epoca un importante dibattito
politico che, alla fine, sortì però un esito sostanzialmente negativo :
la politica di pianificazione che il PSI avrebbe voluto portare
all’interno della formazione del centrosinistra fu sconfitta
nell’arenarsi dello stesso centro sinistra a mera formula di governo; il
dibattito nel partito comunista (sviluppatosi nel periodo a cavallo
della morte di Togliatti, tra il convegno del Gramsci sulle tendenze del
capitalismo italiano del 1962 e l’XI congresso del 1966) si attestò
alla fine su di un punto di mediazione di tipo politicista sboccando
alla fine in una proposta quella del “compromesso storico” che poneva il
tema del governo con la DC tutta intera quale prospettiva decisiva per
l’avvenire della sinistra e del movimento operaio.
Rimase
senza seguito anche la celebre “Nota aggiuntiva alla relazione della
situazione economica del Paese”, redatta da Ugo La Malfa nel 1962, in
cui si riconobbe che l’imponente trasferimento di popolazione e di forza
lavoro si risolveva in un “depauperamento di un ambiente economico,
sociale e umano incapace di trovare un nuovo equilibrio sulla base di
condizioni più moderne di produzione e di produttività”.
Si segnò così un evidente “dualismo” nella realtà produttiva: da un lato
un settore comprendente industria meccanica, chimica e in un momento
successivo anche l’abbigliamento e le calzature caratterizzato da
livelli di produttività assai elevati e dall’adozione di tecnologie
molto avanzate e dall’altro settori definiti “stagnanti” comprendete le
industrie tessili e alimentari, l’industria delle costruzioni e il
commercio al dettaglio.
Un
dualismo mantenuto anche dal tipo di intervento pubblico in economia
sostenuto dalla presenza dell’IRI e dalla mancata realizzazione di un
progetto di uscita dalla sudditanza dalla politica energetica incentrata
sul petrolio governato dalla “sette sorelle” attraverso l’ENI, mutilato
a quel punto dall’ancora misteriosa scomparsa di Enrico Mattei.
Fin
dagli ultimi anni del miracolo economico, quando l’espansione era
ancora in atto, emerse già la consapevolezza che il veloce sviluppo del
decennio precedente, se pure aveva risolto alcuni problemi tra i più
impellenti del paese (elettrificazione, infrastrutture, case popolari,
istruzione di base, aggressione alle più evidenti sacche di povertà),
altri ne aveva lasciati totalmente insoluti, se non addirittura
aggravati e che si trovano ancora alla base dai limiti di fondo
dell’economia italiana, pur nel mutato quadro tecnologico e di
riferimenti di “vincolo esterno” come realizzatosi nei decenni
successivi:
a) Dualismo
della struttura industriale che ha portato con il soccombere della
parte a quel tempo più dinamica (siderurgia, chimica, elettronica);
b) Distorsione nei consumi;
c) Distacco tra Nord e Sud;
d) Inefficienza crescente della spesa pubblica.
Il
quadro dello sviluppo economico italiano di quel periodo non sarebbe
completo se non si tentasse un minimo di approfondimento su di un punto
debole che, oggi come oggi, si trova proprio al centro del dibattito:
l’inefficienza progressiva della spesa pubblica.
L’espansione
del pubblico impiego è stato uno dei modi che, di fatto, sono stati
impiegati per alleviare la disoccupazione, specie meridionale,
rappresentando una sorta di attività sostitutiva dell’investimento
diretto.
Eguale esito di complessiva inefficienza ebbero le politiche riguardanti l’assetto urbano e le abitazioni.
Una
delle caratteristiche comuni di tutte le Regioni italiane a partire dal
periodo preso in esame da questo lavoro, sia al Nord sia al Sud, fu
rappresentato dall’accrescimento delle concentrazioni urbane.
La crescita tumultuosa degli insediamenti urbani recava con sé una domanda crescente di case di abitazione.
Il
tema dello sviluppo edilizio richiederebbe un capitolo a parte che
allungherebbe troppo questo testo. Si rimanda quindi a una successiva
ricostruzione non senza ricordare quanto abbia pesato e stia pesando il
disordine urbanistico e il degrado dell’assetto del territorio sui
fattori fondamentali della crescita economica.
Nella sostanza da quella fase risultò favorita l’industria delle
costruzioni, assistita anche da una politica creditizia particolarmente
generosa e che poteva contare su profitti cospicui e sicuri e
l’industria automobilistica, ma ne dovettero subire gli intralci tutte
le altre attività produttive.
Emerge
da questo quadro, allora, l’insieme dei limiti profondi già presenti
nell’economia italiana fin dagli anni dello sviluppo più forte: dualismo
tra i diversi settori, distacco tra Nord e Sud, bassi salari e
distorsione nel consumo, disordine urbano, inefficienza della spesa
pubblica.
Si
aprì, in questo modo, la stagione delle svendite: le grandi PPSS del
dopoguerra, l’IRI, l’Intersind, la Grande ENI di Mattei, il piano
siderurgico di Sinigaglia, la nazionalizzazione dell’energia elettrica,
la STET (che Agnelli si portò a casa pagando lo 0,6% del capitale), la
privatizzazione delle Banche Credito e Comit finirono dentro i giochi
della borghesia dei “salotti buoni”.
Tutto
è cambiato attorno a noi, sul piano della tecnologia, dei riferimenti
internazionali, del quadro possibile di sviluppo economico e tutto è
cambiato nella struttura produttiva italiana, in particolare per
responsabilità delle privatizzazioni compiute negli anni’90 fino alla
dismissione dell’IRI, ma quegli elementi di sofferenza del sistema sono
ancora presenti e ci fanno affermare come, anche per il futuro,
rappresentino elementi di grande difficoltà che soltanto un diverso
approccio sul piano politico potrà affrontare seriamente.
Le
drammatiche vicende legate al progressi processo di ulteriore
de-industrializzazione, di degrado del tessuto infrastrutturale e
nell’uso del territorio , di smantellamento dello stato sociale e di
improvvisa crescita di una visione politica di tipo populista e
sovranista che sta assumendo addirittura tratti egemonici,in atto nel
nostro Paese in parallelo con la crisi dell’Unione Europea,. chiamano a
una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta
di politica economica.
Il
concetto di fondo che sarebbe necessario portare avanti e rilanciare
rimane quello della programmazione economica, combattendo a fondo l’idea
che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a
coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.
Una
riflessione in questo senso potrebbe rappresentare la base per un avvio
di programma d’alternativa all’esistente,anche se bussano alle porte
nuovamente i temi della limitazione della democrazia e di manomissione
della Costituzione Repubblicana.
Quello
redatto in questo testo rimane un appunto schematico e lacunoso tirato
giù tanto per ricordare qualche passaggio allo scopo di indicare
contraddizioni e difficoltà che pure s’incontrarono e si svilupparono
nel tempo, ricordando ancora come non sia mai vissuta una presunta “età
dell’oro” ma una stagione di grandi lotte sociali e politiche in un
quadro di grandi contraddizioni.
Tutto
ciò che si ottenne a livello di miglioramento complessivo delle
condizioni di vita, che in effetti si verificò, fu frutto di enormi
sacrifici di gran parte delle popolazione pagando il prezzo di una
distorsione storica che ancora agisce sul presente e sulla quale fanno
leva le operazioni in corso da tempo tese a provocare un vero a proprio
“arretramento” economico, politico, sociale, culturale.