martedì 15 gennaio 2019

Parigi Parigi non si oppone alla candidatura di Assad alle prossime presidenziali in Siria

Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha riaffermato l'impegno della Francia per una soluzione politica in Siria e ha fatto capire che Parigi non si oppone alla partecipazione di Bashar al-Assad alle elezioni presidenziali. "Se il presidente Bashar al-Assad è candidato, sarà un candidato, sono i siriani che devono decidere il loro futuro", secondo quanto rilevato dall'AFP.

Commentando la situazione nel paese del Medio Oriente all'indomani della decisione di Washington di ritirare le sue truppe dalla Repubblica araba siriana, Le Drian ha sottolineato che la guerra contro l'ISIS non è finita.


"C'è una guerra contro l'ISIS che non è finita, e quelli che considerano l'ISIS sradicato si sbaglia, e poi c'è una guerra civile interna, e a volte entrambe le guerre sono collegate", ha aggiunto.

La scorsa settimana, Le Drian ha promesso di ritirare le truppe francesi dalla Siria non appena "una soluzione politica" sarà raggiunta. Ha inoltre sottolineato che la Russia "ha responsabilità politiche affinché la Siria abbia una soluzione politica, non militare".
 

lunedì 14 gennaio 2019

Boom economico? Industria, a novembre crolla la produzione.

Intervenendo agli Stati generali dei Consulenti del lavoro, Di Maio ha parlato di un nuovo boom grazie al digitale.
Le due notizie sono di ieri e dimostrano la distanza che ai vertici del governo si situa tra la realtà drammatica concretezza della situazione in atto e la fantasia improvvisatrice di chi addirittura evoca il boom economico.
Una dimostrazione lampante della difficoltà che incontra la politica italiana ormai immersa in una sorta di delirio mediatico attraverso il quale si sono sparse promesse, si è fatto lievitare un consenso fondato su di un gigantesco voto di scambio, si sono aperti conflitti a tutti i livelli che sarà difficile comporre in futuro.
Come si combina poi l’idea del boom economico con la “decrescita felice” che apparentemente stava alla base della filosofia alternativa espressa dal M5S, rimane tutto da dimostrare.
Evocare il boom economico poi non è affare da poco e quindi vale la pena rinfrescare un poco la memoria riassumendo, molto sommariamente, come si svolse la fase che tra la fine degli anni’50 e primi anni’60 del XX secolo segnò un salto negli indici di sviluppo dell’Italia mutando anche profondamente la vita quotidiana di una parte importante del Paese.
Non erano tutte rose e fiori: quest’affermazione va posta in premesse e ricordata bene; si verificarono squilibri enormi sul piano sociale e dell’uso del territorio tra le diverse parti dell’Italia e si verificarono avvenimenti di grande importanza anche sul piano politico.
Una sintetica ricostruzione della fase del “miracolo economico”
L’Italia, in passato, è stata protagonista propri nella fase di ricostruzione dalla tragedia bellica di una particolare forma di economia mista che aveva già caratterizzato il fascismo (dal quale del resto la giovane Repubblica aveva ereditato strumenti d’iniziativa e gestione economica come l’IRI e l’ENI).
Nel corso degli anni, a partire dalla seconda metà del ‘900, si verificarono veri e propri spostamenti d’asse sul piano globale al riguardo dei riferimenti relativi all’economia, alla produzione industriale, alla distribuzione del reddito, alla diffusione del welfare state e della democrazia.
In questo quadro però l’economia italiana mantenne comunque limiti strutturali sui quali vale la pena indagare anche dal punto di vista della ricostruzione storica.
Limiti strutturali che poi ebbero un peso nel corso dei tumultuosi processi innestatisi nel corso degli anni’90 del XX secolo a causa dell’esplosione di Tangentopoli e delle esigenze di riallineamento dovute alla stipula dei trattati europei (specificatamente quello di Maastricht, datato 1992) e successivamente all’ingresso nell’area della moneta unica.
Limiti già apparsi evidenti fin dalla fase della seconda ricostruzione post-bellica, preparatoria a quel “miracolo economico” che il nostro Paese visse a cavallo tra la fine degli anni’50 e i primissimi anni del decennio successivo.
 Una fase, quella 58 – 63 indicata come effettivamente contraddistinta dal “miracolo economico” e coincidente con fenomeni politici di grande rilevanza sia sul piano internazionale sia sul piano interno: dal cosiddetto “disgelo” tra i due grandi blocchi militari allora esistenti sul piano planetario, all’incubazione e formazione – in Italia – della formula del centrosinistra, con l’ingresso del PSI nell’area di governo a fianco della DC.
Ricostruire quella fase, allora, può risultare un esercizio utile anche per capire alcuni fondamentali tratti della situazione attuale.
Tratti che forse sfuggono a chi pensa di poter parlare di “miracolo economico” imminente.
A partire dal 1951 i successivi dodici anni furono caratterizzati da un veloce sviluppo e da una profonda trasformazione strutturale.
Gli aspetti fondamentali di questa evoluzione furono essenzialmente questi:
a)    Il forte sviluppo dell’industria manifatturiera, sviluppo che trasformò il Paese facendolo passare da un’economia prevalentemente agricola a un’economia prevalentemente industrializzata. Questo tipo di trasformazione risultò particolarmente accentuato nella zona del triangolo industriale Milano –Torino – Genova dove le novità manifatturiere arrivarono a contribuire per il 40% del PIL e per il quasi 45% al totale del prodotto del settore privato;
b)    Il passaggio da una struttura chiusa agli scambi con l’estero a una struttura fortemente caratterizzata da un processo di integrazione con gli altri paesi industrializzati;
c)     La conseguente trasformazione nella struttura degli insediamenti, nella direzione di una concentrazione sempre più elevata nelle grandi città con oltre 100.000 abitanti che nel 1955 raccoglievano il 21,6% della popolazione: nel 1968 ne raccoglievano già oltre il 28%.
Oltre a questi aspetti, del resto comuni a ogni frangente di pronunciato sviluppo industriale, il “caso italiano” ha presentato, in quel periodo, alcune caratteristiche giudicate peculiari (formative, infatti, della dizione “caso italiano” fin troppo frequentemente usata nel tempo, anche a sproposito).
Queste caratteristiche peculiari potevano essere così descritte:
1)    Un progressivo “dualismo” della struttura produttiva, che nel contempo registrava la nascita e la crescita di imprese tecnologicamente avanzate al livello delle industrie più progredite nei paesi europei e il permanere di piccole strutture arretrate, caratterizzate da bassa produttività e inefficienza;
2)    La cosiddetta “distorsione del consumismo” consistente nel fatto che, mentre alcuni consumi privati anche di genere non necessario (motorizzazione privata, elettrodomestici, televisori) si erano andati sviluppando molto velocemente mentre altrettanto non era avvenuto nel settore dei consumi pubblici, anche nei casi che avrebbero dovuto essere riconosciuti come assolutamente prioritari: istruzione, sanità, casa;
3)    Si allargava, intanto, una distanza profonda fra il grado di sviluppo delle regioni settentrionali e quello delle regioni meridionali, nonostante il flusso della spesa pubblica fosse orientato prevalentemente verso il Sud.
Questi tre aspetti, appena elencati, potevano da subito essere individuati come elementi negativi eliminandoli attraverso una corretta impostazione della politica economica.
Attorno a questi elementi si sviluppò all’epoca un importante dibattito politico che, alla fine, sortì però un esito sostanzialmente negativo : la politica di pianificazione che il PSI avrebbe voluto portare all’interno della formazione del centrosinistra fu sconfitta nell’arenarsi dello stesso centro sinistra a mera formula di governo; il dibattito nel partito comunista (sviluppatosi nel periodo a cavallo della morte di Togliatti, tra il convegno del Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano del 1962 e l’XI congresso del 1966) si attestò alla fine su di un punto di mediazione di tipo politicista sboccando alla fine in una proposta quella del “compromesso storico” che poneva il tema del governo con la DC tutta intera quale prospettiva decisiva per l’avvenire della sinistra e del movimento operaio.
Rimase senza seguito anche la celebre “Nota aggiuntiva alla relazione della situazione economica del Paese”, redatta da Ugo La Malfa nel 1962, in cui si riconobbe che l’imponente trasferimento di popolazione e di forza lavoro si risolveva in un “depauperamento di un ambiente economico, sociale e umano incapace di trovare un nuovo equilibrio sulla base di condizioni più moderne di produzione e di produttività”.

Si segnò così un evidente “dualismo” nella realtà produttiva: da un lato un settore comprendente industria meccanica, chimica e in un momento successivo anche l’abbigliamento e le calzature caratterizzato da livelli di produttività assai elevati e dall’adozione di tecnologie molto avanzate e dall’altro settori definiti “stagnanti” comprendete le industrie tessili e alimentari, l’industria delle costruzioni e il commercio al dettaglio.

Un dualismo mantenuto anche dal tipo di intervento pubblico in economia sostenuto dalla presenza dell’IRI e dalla mancata realizzazione di un progetto di uscita dalla sudditanza dalla politica energetica incentrata sul petrolio governato dalla “sette sorelle” attraverso l’ENI, mutilato a quel punto dall’ancora misteriosa scomparsa di Enrico Mattei.
Fin dagli ultimi anni del miracolo economico, quando l’espansione era ancora in atto, emerse già la consapevolezza che il veloce sviluppo del decennio precedente, se pure aveva risolto alcuni problemi tra i più impellenti del paese (elettrificazione, infrastrutture, case popolari, istruzione di base, aggressione alle più evidenti sacche di povertà), altri ne aveva lasciati totalmente insoluti, se non addirittura aggravati e che si trovano ancora alla base dai limiti di fondo dell’economia italiana, pur nel mutato quadro tecnologico e di riferimenti di “vincolo esterno” come realizzatosi nei decenni successivi:
a)    Dualismo della struttura industriale che ha portato con il soccombere della parte a quel tempo più dinamica (siderurgia, chimica, elettronica);
b)    Distorsione nei consumi;
c)     Distacco tra Nord e Sud;
d)    Inefficienza crescente della spesa pubblica.
Il quadro dello sviluppo economico italiano di quel periodo non sarebbe completo se non si tentasse un minimo di approfondimento su di un punto debole che, oggi come oggi, si trova proprio al centro del dibattito: l’inefficienza progressiva della spesa pubblica.
L’espansione del pubblico impiego è stato uno dei modi che, di fatto, sono stati impiegati per alleviare la disoccupazione, specie meridionale, rappresentando una sorta di attività sostitutiva dell’investimento diretto.
Eguale esito di complessiva inefficienza ebbero le politiche riguardanti l’assetto urbano e le abitazioni.
Una delle caratteristiche comuni di tutte le Regioni italiane a partire dal periodo preso in esame da questo lavoro, sia al Nord sia al Sud, fu rappresentato dall’accrescimento delle concentrazioni urbane.
La crescita tumultuosa degli insediamenti urbani recava con sé una domanda crescente di case di abitazione.
Il tema dello sviluppo edilizio richiederebbe un capitolo a parte che allungherebbe troppo questo testo. Si rimanda quindi a una successiva ricostruzione non senza ricordare quanto abbia pesato e stia pesando il disordine urbanistico e il degrado dell’assetto del territorio sui fattori fondamentali della crescita economica.

Nella sostanza da quella fase risultò favorita l’industria delle costruzioni, assistita anche da una politica creditizia particolarmente generosa e che poteva contare su profitti cospicui e sicuri e l’industria automobilistica, ma ne dovettero subire gli intralci tutte le altre attività produttive.

Emerge da questo quadro, allora, l’insieme dei limiti profondi già presenti nell’economia italiana fin dagli anni dello sviluppo più forte: dualismo tra i diversi settori, distacco tra Nord e Sud, bassi salari e distorsione nel consumo, disordine urbano, inefficienza della spesa pubblica.
Si aprì, in questo modo, la stagione delle svendite: le grandi PPSS del dopoguerra, l’IRI, l’Intersind, la Grande ENI di Mattei, il piano siderurgico di Sinigaglia, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la STET (che Agnelli si portò a casa pagando lo 0,6% del capitale), la privatizzazione delle Banche Credito e Comit finirono dentro i giochi della borghesia dei “salotti buoni”.
Tutto è cambiato attorno a noi, sul piano della tecnologia, dei riferimenti internazionali, del quadro possibile di sviluppo economico e tutto è cambiato nella struttura produttiva italiana, in particolare per responsabilità delle privatizzazioni compiute negli anni’90 fino alla dismissione dell’IRI, ma quegli elementi di sofferenza del sistema sono ancora presenti e ci fanno affermare come, anche per il futuro, rappresentino elementi di grande difficoltà che soltanto un diverso approccio sul piano politico potrà affrontare seriamente.
Le drammatiche vicende legate al progressi processo di ulteriore de-industrializzazione, di degrado del tessuto infrastrutturale e nell’uso del territorio , di smantellamento dello stato sociale e di improvvisa crescita di una visione politica di tipo populista e sovranista che sta assumendo addirittura tratti egemonici,in atto nel nostro Paese in parallelo con la crisi dell’Unione Europea,. chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica.
Il concetto di fondo che sarebbe necessario portare avanti e rilanciare rimane quello della programmazione economica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.
Una riflessione in questo senso potrebbe rappresentare la base per un avvio di programma d’alternativa all’esistente,anche se bussano alle porte nuovamente i temi della limitazione della democrazia e di manomissione della Costituzione Repubblicana.
Quello redatto in questo testo rimane un appunto schematico e lacunoso tirato giù tanto per ricordare qualche passaggio allo scopo di indicare contraddizioni e difficoltà che pure s’incontrarono e si svilupparono nel tempo, ricordando ancora come non sia mai vissuta una presunta “età dell’oro” ma una stagione di grandi lotte sociali e politiche in un quadro di grandi contraddizioni.
Tutto ciò che si ottenne a livello di miglioramento complessivo delle condizioni di vita, che in effetti si verificò, fu frutto di enormi sacrifici di gran parte delle popolazione pagando il prezzo di una distorsione storica che ancora agisce sul presente e sulla quale fanno leva le operazioni in corso da tempo tese a provocare un vero a proprio “arretramento” economico, politico, sociale, culturale.

venerdì 11 gennaio 2019

Tav. Presentata l’analisi costi-benefici, ma il governo si divide ancora

Ieri sera, ai microfoni di Sky Tg 24, il presidente della commissione ispettiva Marco Ponti ha consegnato al governo l’analisi costi-benefici sul Tav Torino-Lione. L’analisi, definita dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti una bozza preliminare, «riguarda tutti i soggetti sociali implicati. (…) A questo punto – ha aggiunto il professor Ponti – non c’è più alcuna ragione per differire una decisione: il governo ci faccia sapere in fretta cosa intende fare».
«Il governo ci faccia sapere in fretta cosa intende fare». Queste le parole fotocopia del presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino, che come riporta La Stampa, in un intervento al congresso dello Spi Cgil – è noto come il Tav oggi sia la prima preoccupazione dei pensionati… –  si era già portato avanti col lavoro, accusando il governo «di decidere ogni giorno cose diverse», prendendo di fatto in giro «un’intera comunità».
Su questo, bisogna dirlo, Chiamparino la comunità in giro non l’ha mai presa; lui storico sostenitore del Tav, fedele alla linea della componente torinese del Pd sostenuta a gran voce dal quotidiano Repubblica. Insomma, come raccogliere in una frase l’espressione del tradimento della non-più-sinistra verso i suoi non-più-elettori.
E il governo? “Dissidiamo”, anche qui come sul Tav, da Chiamparino, e il motivo è che divengono sempre più palesi le divisioni interne che caratterizzano, fin dall’inizio, il governo giallo-verde. E cioè, che di un governo in realtà non si è mai trattato, ma di almeno tre in uno.
Lo abbiamo visto negli ultimi giorni con la gestione delle persone a bordo delle due Ong, Sea Watch e Sea Eye, in cui il teatrino Conte-M5S contro Salvini è andato in scena su quel palco dove quest’ultimo ha costruito gran parte della sua propaganda; palco che quindi diventa strategico per i pentastellati, se vogliono riemergere dall’oscuramento causato dai tweet, più che dai fatti, del leader della Lega.
Anche sul Tav, le reazioni non potrebbero essere più contrastanti: per Salvini, divenuto riferimento degli interessi per il Sì in assenza del Pd dalle poltrone che contano, se i tecnici dovessero bocciare la continuazione del progetto, si potrebbe provare con una consultazione referendaria. «Se ci fosse un referendum– ha dichiarato –,  non potremmo certo fermarlo».
Immaginiamo, in tal caso, gli equilibrismi che dovrebbero fare i De Benedetti & Co. nel dover sostenere un’indicazione di voto senza poter sostenere il suo principale artefice.
Per i Cinque Stelle invece – «non l’ho ancora letta», afferma Di Maio – la parola finale probabilmente sarà come sempre affidata ai tecnici, così come accaduto per l’analisi sul Terzo valico di Genova. Una depoliticizzazione delle scelte di governo che caratterizzano tutto l’operato del Movimento di Beppe Grillo, come se la gestione di territorio, risorse e essere umani, potessero essere affidati a un mero calcolo matematico.
In questo caso, però, la novità risulta dal fatto che è stato proprio il ministro Toninelli a scegliere il professor Ponti come capo del team per redigere la valutazione dei costi-benefici. Questo significa che, per i Cinque Stelle, un No finale sarebbe un buon punto di partenza per tentare di recuperare terreno rispetto a quella che sondaggi registrano come una vera e propria scorpacciata di voti leghista.
Perciò, non sorprende la scelta di Salvini di vagliare l’ipotesi referendum come una sorta di anticipo di quel plebiscito che il leader del Carroccio si aspetta di registrare alle prossime europee di maggio.
Europee che allora potrebbero non essere più quel limite invalicabile, al di là della sbandierata intesa, prima di cui non rompere l’alleanza giallo-verde. Unità che, terzo elemento, vede anche nel così detto “Reddito di cittadinanza” l’ennesimo punto di frizione tra le due componenti. A conti fatti, quel decreto deve ancora essere firmato, e stando alle ultime notizie, la prossima riunione non si terrà prima della prossima settimana.

Insomma, le acque sono agitate non solo per le Ong su cui navigavano le persone che ieri sera sono state finalmente autorizzate a sbarcate a Malta. Ma che tu sia migrante, valsusino, donna, lavoratore, pensionato, o più semplicemente povero, quando ti svegli con questo governo (che uno non è, e non è diverso da quelli precedenti), sai che indipendentemente da quanto corri, sarai solo strumento di speculazioni per fini elettorali.

giovedì 10 gennaio 2019

Da Pietralata a Tor Sapienza, caos rifiuti a Roma

Qui ci sentiamo dimenticati". A Tor Sapienza come a Pietralata i cumuli di spazzatura sono ancora in strada e per i residenti l'emergenza sembra senza fine. "Vivo a Pietralata da quarant'anni e una situazione come questa non me la ricordo - racconta all'Adnkronos una residente di via di Pietralata - nessuno ascolta le nostre richieste. Qui l'ultima vera pulizia del quartiere c'è stata per la visita del Papa, ormai qualche anno fa e non aggiungo altro... 
In via di Pietralata, come in via Ramiro Fabiani, i rifiuti arrivano a rendere difficile il passaggio sui marciapiedi e i cassonetti, a tratti svuotati, sono circondati comunque dai sacchetti abbandonati a terra e mai raccolti." E una vergogna, da Natale nulla è cambiato", dice un'altra residente indicando un cassonetto andato a fuoco e ancora in strada tra i resti dei rifiuti bruciati e lasciati sull'asfalto.
Diversa la situazione davanti alle scuole dove, dopo l'allarme lanciato dall'associazione dei presidi del Lazio, i cassonetti sono stati svuotati. Ma, come nel caso della scuola dell'infanzia Messi d'Oro basta spostarsi di qualche centinaia di metri in via Gemmellaro per ritrovare i sacchetti accumulati in strada.
Stesso scenario anche nella zona di Tor Sapienza e Tor Cervara. "Qui hanno ripulito davanti alle scuole ma 300 metri più avanti la spazzatura è sempre lì, immobile - spiega un barista di via di Tor Sapienza - e di notte qui passeggiano i topi. Non credo che siamo stati mai messi così male".
In Viale De Pisis, viale De Chirico come in via di Tor Cervara i cassonetti svuotati sono comunque circondati dai rifiuti.
"All'inciviltà di chi butta la spazzatura fuori dal cassonetto si aggiunge la mancata raccolta dei sacchetti in strada - denuncia il dipendente di un'azienda di via di Tor Cervara - degrado che porta altro degrado. Finora purtroppo siamo rimasti inascoltati".

mercoledì 9 gennaio 2019

Scricchiola il modello neoliberista. Persino in Europa…

Il neoliberismo ha i mesi contati? Inutile fare oroscopi, però è bene mettere in fila una ormai lunga serie di segnali che evidenziano la difficoltà – o l’impossibilità – di riproporre per la millesima volta la stessa ricetta davanti ai venti di crisi globale che stanno accompagnando questo finale di decennio.
Tenendoci soltanto a questa prima settimana dell’anno, abbiamo dovuto registrare un cambio di prospettiva – assai poco enfatizzato dai media mainstream – addirittura di Mario Monti, secondo cui l’Unione Europea dovrebbe “Delineare una formula per lo scomputo controllato degli investimenti pubblici dal calcolo del deficit; e avviare un deciso intervento di armonizzazione fiscale, che combatta ogni sleale concorrenza basata sulle imposte.”
Sembra una cosetta da nulla, un codicillo da super-tecnici. In realtà è un’idea che richiederebbe la riscrittura di alcuni trattati oggi in vigore, che obbligano a considerare gli investimenti pubblici come “spesa”, al pari di stipendi degli statali, acquisti di armi (peraltro “consigliati” da Ue e Nato), interessi sul debito, sanità, istruzione, ecc. Una autentica “riforma” della Ue che andrebbe in direzione opposta a quella seguita finora, pur restando – ovviamente – del tutto coerente con la difesa oltranzista degli interessi del grande capitale multinazionale.
Perché un guardiano dell’ortodossia come Monti è arrivato a questo punto? Perché la recessione è iniziata (si attendono i dati sul Pil del quarto trimestre per ufficializzarla anche tecnicamente), “i privati” hanno congelato i loro investimenti non vedendo luce nell’immediato futuro, e dunque – se nessuno investe – la crisi può solo aggravarsi.
Fin qui siamo tutti rimasti a galla grazie agli immensi quantitative easing messi in atto prima dalla Federal Reserve statunitense, poi anche dalla BoJ giapponese, dalla Bank of England e dalla Bce. Ma tutto quel denaro “stampato” da nulla non è finito nell’economia reale, ma nei circuiti finanziari, che hanno lo sguardo – al massimo – sui rendimenti trimestrali. Dunque non lasciano “sgocciolare” crediti verso l’economia reale, che ha tempi di realizzo e ritorno mediamente molto più lunghi.
Dunque, “contrordine liberisti!, lo Stato deve poter spendere per investimenti. Poi gli diremo anche quali può fare (quelli che servono al big buniness) e quali no” (indovinate un po’…).
Non sarà semplice invertire la rotta, nel Vecchio Continente, perché l’attuale assetto ha consentito di riscrivere le filiere produttive europee in un senso completamente favorevole alle grandi imprese soprattutto tedesche. E quelli sono interessi che pesano decisamente più della Grecia o dell’Italia. Però qualcosa bisognerà che se lo inventino, perché l’altro pistone del “motore europeo” – la Francia – sta battendo colpi in testa sia sul piano economico che, soprattutto, su quello della tenuta sociale. Se le ruspe prendono come bersaglio i ministeri, invece che i campi rom, come in Italia, per il potere si fa dura…
Ma non è l’unico “revisionista” in campo neoliberista. Il giorno dopo, sul Corriere, l’economista ex Bce Lucrezia Reichlin invita ad un “coordinamento europeo per una forte politica fiscale espansiva”, visto che quella monetaria (ossia la Bce) non può fare più niente. Del resto, il crollo ventennale in Europa degli investimenti e della deflazione salariale ha creato una situazione impossibile: si produce roba mediamente vecchia ed è stato depresso il mercato interno (continentale) che dovrebbe comprarla. L’innovazione, infatti, si fa altrove e il modello mercantilista (bassi salari per rendere più competitivo l’export) non funziona più, perlomeno in tempi di crisi e/o di guerre commerciali (i dazi).
Se ne è accorto persino l’ometto delle banche, quell’Emmanuel Macron che non può più uscire per strada, che l’ultimo giorno dell’anno se n’è uscito con una considerazione che per uno come lui suona come un’ammissione di sconfitta: “Il capitalismo ultraliberista e finanziario, troppo spesso guidato da una visione di corto termine e dall’avidità di qualcuno, va verso la sua fine”. Ma non è che cambia la sua politica di “riforme”, solo per questo…

La Cina – come resocontato altrove – reagisce al rallentamento generale con una poderosissima spinta fatta di incentivi fiscali, alti salari (+15% annuo il livello minimo), investimenti pubblici (rete ferroviaria, ecc).

Ma anche negli Stati Uniti, tra protezionismo e paure di perdere altro consenso sociale, stanno aumentando i salari persino per i lavoratori non qualificati. Non avveniva dagli anni settanta…
Per ora l’insofferenza per l’establishment neoliberista è andato maggioritariamente verso Donald Trump, in chiave nazionalista, razzista, anti-immigrati e anti-cinese. Ma persino lì è emersa una “nuova sinistra” che – orrore! – si professa pubblicamente socialista. Negli Usa, fino a poco tempo fa, era praticamente un insulto e uno stigma che impediva la carriera politica. Oggi non più.

Le proposte che arrivano da questa parte non sono nulla di rivoluzionario, diciamolo subito. In pratica, ripropongono il modello fiscale pre-reaganiano: alta tassazione per i più ricchi e investimenti pubblici. La novità sta soprattutto nell’obiettivo: finanziare la transizione ecologica dal modello industriale fondato sugli idrocarburi ad uno più sostenibile.
Può sembrare, anche in questo caso, poca cosa, ma è praticamente enorme. Sia sul piano della torsione da dare – se si affermerà questa visione – all’intero sistema industriale Usa (e a cascata su tutte le filiere produttive agganciate a quelle statunitensi); sia sul piano sociale. Se si guarda infatti alle “soluzioni europee” pensate fin qui, abbiamo un quadro molto diverso, se non opposto: disincentivare i consumi tramite aumento della tassazione sui carburanti inquinanti (Francia) o, più modestamente, sui nuovi modelli di auto diesel. Un modo, insomma, di far pagare timidi accenni di “transizione ecologica” a lavoratori, in primo luogo pendolari per necessità.
Per un’informazione più dettagliata su quel che cova in America, invitiamo a leggere questo interessante articolo dell’agenzia Agi, che espone le proposte avanzata dalla neoparlamentare socialista Alexandria Ocasio Cortez.
Per capirci: i media mainstream, in questi giorni, ne stanno parlando solo in riferimento a un video girato qualche anno fa – quando era studentessa – in cui, come tanti altri ragazzi della sua età…. balla! (bene, peraltro…).
E poi si chiedono perché i giornali più noti hanno perso così tanta credibilità sociale….

martedì 8 gennaio 2019

La povertà dilaga in tv ma davanti ai poveri veri i politici si dileguano

Nei talk show più rissosi l’argomento «povertà» è una delle clave preferite. A colpi di citazione dell’Istat e dei-cinque-milioni-di-poveri-assoluti (e di un numero iperbolico di «relativi») i contendenti usano quest’argomento per bastonare l’avversario e metterlo in fuga. Se però dalla passerella del grande schermo passiamo alla cruda realtà quotidiana l’interesse per i temi dell’indigenza cala paurosamente. Facendo seguito a un appello di Papa Francesco domenica 18 novembre, e per il secondo anno, era stata indetta la giornata mondiale della povertà e conseguentemente in Vaticano è stato organizzato un pranzo con 1.500 nostri concittadini ridotti in stato di povertà.
Ora è evidente che nel calendario politico-culturale sono diventate troppe le giornate consacrate a singoli temi e si rischia di creare una grande melassa, ma in questo caso il sigillo papale avrebbe dovuto fare la differenza. E avrebbe dovuto costituire un richiamo per quelle forze politiche, al governo ma anche all’opposizione, che si autocertificano come soggetti capaci di abolire addirittura la povertà o quantomeno di mettere al primo posto del loro rinnovato programma la lotta alle disuguaglianze. Invece niente, la politica domenica era troppo indaffarata a litigare con i leghisti sui rifiuti o a rilanciare lo Zingaretti-pensiero.
In realtà nell’un come nell’altro caso il richiamo alla povertà corrisponde solo alla necessità di darsi un posizionamento politico o di scomunicare un avversario. Ma quando si tratta di far vivere nel concreto certe battaglie e magari organizzare esperienze di incontro e solidarietà con il popolo, quello in carne e ossa, i paladini della redistribuzione fanno a gara a girarsi dall’altra parte.

lunedì 7 gennaio 2019

Buoni propositi per il nuovo anno: o si cambia o siamo spacciati

La realtà edulcorata che arriva attraverso i nostri schermi televisivi ci fa credere di essere in un mondo in cui si passa da un acquisto all’altro, dove la gente splendente e alla moda delle pubblicità vive in case bellissime e guida automobili scintillanti. Ma dietro a questa realtà falsa e ridicola c’è un mondo che stiamo distruggendo. Addirittura star del cinema americane come Leonardo Di Caprio sono protagonisti di documentari drammatici sui cambiamenti climatici in cui è evidente che proseguendo così la situazione siamo totalmente spacciati; e oltre ad avere inquinato a più non posso, abbiamo pure costruito un sistema fragilissimo che alla prima crisi seria andrà in mille pezzi, visto che siamo fortemente dipendenti dall’esterno per l’alimentazione e l’energia.
Non è più possibile nascondersi dietro alle solite frasi fatte: "Deve pensarci la politica", "Deve pensarci la scuola" e balle varie, scuse dette solo per non fare nulla, per rimanere a guardare, lamentarsi e non assumersi nessuna responsabilità. Infatti pure i sassi sanno che i politici faranno poco e niente, altrimenti avrebbero agito già da molti anni.
Le istituzioni, la scuola o chi per loro, sono carrozzoni autoreferenziali che molto difficilmente attueranno cambiamenti radicali ed efficaci perché pensano che qualsiasi cambiamento mette in pericolo la loro stessa sopravvivenza, senza capire che proprio non cambiando non sopravviveranno.  
In una situazione di tale emergenza, non serve aspettare nessun leader, messia, capo o altro che sia, serve agire subito, in prima persona. Serve auto organizzarsi, creare più aree libere e resilienti possibile poichè l’inquinamento, la distruzione avanza a ritmi inimmaginabili e si può rallentare solo se si agisce. Ci sono soldi, competenze, tecnologie appropriate, conoscenze, capacità per agire ora, qui e non farlo significa non avere a cuore il futuro di se stessi e di quei figli e nipoti che si dice di amare tanto.
Pianificate oggi stesso il vostro cambiamento, la vostra maggiore possibile autonomia energetica e alimentare. Cercate di fare un lavoro che non sia contro gli altri e la natura, usate bene i soldi e non li sprecate ascoltando chi vi dice che dobbiamo far crescere l’economia mentre l’unica cosa che cresce sono le montagne di rifiuti; proteggete l’ambiente e difendetelo da inquinatori e speculatori. Fate tutto ciò anche assieme agli altri, perché l’unione fa sempre la forza; il sistema di mercato che oggi ci tiranneggia vuole che ognuno rimanga isolato e diventi il miglior consumatore possibile, ma possiamo fare in modo che non sia così. Ci si metta insieme per pianificare una avventura che può essere meravigliosa e significare la salvezza nostra e del pianeta! Anche perché un secondo paradiso non esiste, lo abbiamo già e si chiama Terra.