martedì 9 ottobre 2018

La dannosa sindrome della “rivolta dei tecnici

Nelle scorse settimane ha ripreso vigore la polemica, da parte di vari esponenti politici, nei confronti dei “tecnici”, accusati senza troppo riguardo di essere degli ottusi interpreti di regole altrettanto ottuse o, ancora peggio, di presentarsi come gli artefici consapevoli di un premeditato disegno volto ad impedire alle attuali forze di governo di realizzare alcuni punti salienti del loro programma elettorale. Si tratta di uno scontro che, per molti versi, costituisce una novità nella storia italiana sia per la ferocia dei toni usati, davvero inediti, sia per la natura del rapporto instaurato, appunto, tra tecnici e politica.
Riguardo a questo secondo aspetto, infatti, le vicende patrie degli ultimi centocinquanta anni hanno conosciuto diverse modalità di relazione tra tecnici e politica che, quasi mai, si sono tradotte in un aperto scontro. Durante il periodo della Destra e della Sinistra storica, nell’Italia appena formata, gran parte delle compagini ministeriali erano composte da figure di alto spessore tecnico, soprattutto nei dicasteri decisivi. La poltrona di ministro delle Finanze fu occupata, solo per citare qualche esempio, da Marco Minghetti, profondo conoscitore di questioni agrarie e industriali, da Quintino Sella, che, dopo la laurea in ingegneria, si era perfezionato alla prestigiosa Ecole des mines di Parigi, divenendo uno degli scienziati più stimati in Europa, da Antonio Scialoja, economista di chiara fama e grande conoscitore dei bilanci pubblici, da Bernardino Grimaldi, studioso e docente universitario di diritto costituzionale, da Sidney Sonnino, dotato, tra le altre cose, di una formidabile preparazione “tecnica” in materia di banche, di moneta e di industria. Non mancavano poi i ministri che provenivano direttamente dagli apparati ministeriali come nel caso di Vittorio Ellena, già direttore generale delle gabelle al ministero delle Finanze e in seguito ministro, e dello stesso Giovanni Giolitti, formatosi negli “stanzoni” ministeriali.
Certo non a caso, anche durante il cosiddetto “periodo giolittiano”, nel primo quindicennio del Novecento, questa tradizione dello stretto legame fra ministri e tecnici fu ancora coltivata con cura. Nei diversi esecutivi guidati dal politico piemontese comparvero figure come Luigi Luzzatti, economista e giurista di grande rilievo, profondo conoscitore del sistema bancario italiano, come il costituzionalista Angelo Majorana Calatabiano, e come Giulio Alessio, uno dei “fondatori” in Italia della Scienza delle finanze. Durante tutta questa fase, in estrema sintesi, la capacità tecnica veniva ritenuta un requisito essenziale per coprire ruoli pubblici e, soprattutto, i tecnici, a cominciare da quelli dei ministeri, erano considerati un’autorevole risorsa in grado di tenere insieme i già sgangherati conti pubblici italiani. Un simile atteggiamento conobbe alcune trasformazioni negli anni del fascismo. Da un lato emerse una sostanziale continuità nella scelta di ministri dotati di buona preparazione tecnica per i dicasteri economici, da Alberto De Stefani, docente di Scienza delle finanze all’università di Roma, ad Antonio Mosconi, che era stato Segretario generale del Ministero dell’interno in età giolittiana, a Giuseppe Volpi e Guido Jung, legati a doppio filo alle proprie imprese e grandi conoscitori del mercato.
Dall’altro, Mussolini rivendicò a più riprese un primato della politica sulla tecnica destinato a rivelarsi fatale, a cominciare dal clamoroso errore di imporre, con Quota Novanta, un cambio artificiale e insostenibile tra lira e sterlina che, peraltro, fu osteggiato dai “tecnici” della Banca d’Italia, a cominciare dal direttore Bonaldo Stringher, e che costrinse il Paese a una costosissima e perdente autarchia. Mussolini però fece ampio ricorso ai tecnici, come Alberto Beneduce e Donato Menichella, per mettere in piedi la rete dei salvataggi bancari negli anni Trenta, rintracciando proprio nella competenza di tali figure una gran parte delle motivazioni delle sue scelte. L’attenzione alla preparazione tecnica dei personaggi chiave degli esecutivi divenne quasi maniacale negli anni della ricostruzione e del boom economico, con i dicasteri finanziari affidati a figure come Luigi Einaudi, Epicarmo Corbino, Ezio Vanoni e Antonio Giolitti; anche nel momento in cui i grandi partiti tendevano ad occupare tutti gli spazi dell’apparto statuale, la “riserva” dei tecnici continuava ad essere preservata e ad essere considerata, talvolta persino un po’ ipocritamente, un valore. Questa prassi fu attenuata nel corso degli anni Ottanta con dicasteri economici più “spregiudicati” e molto politici a cui seguì -verrebbe da dire inevitabilmente- la breve stagione dei tecnici al governo, prima con Ciampi e poi con Monti, chiamati dalla presidenza della Repubblica a porre un argine alle tragiche difficoltà dei conti pubblici e accusati poi dei peggiori misfatti per aver provato a mettere delle pezze, certo non troppo gradite in termini di consenso. La storia italiana, dunque, ha conosciuto un articolato rapporto tra tecnici e politica in cui molto spesso i primi sono stati ritenuti indispensabili alla seconda e, comunque, quasi mai sono stati considerati un corpo ostile, il “nemico interno”, nella complessa macchina statale. Costruire, in chiave elettoralistica, una contrapposizione del tutto artificiale rischia di aprire dannose stagioni di caccia alle streghe che, fortunatamente, il nostro Paese non ha vissuto. L’Italia ha conosciuto brutali epurazioni, fortunate carriere spinte dalla politica e altri mali profondi, ma è riuscita a risparmiarsi la sindrome della “rivolta dei tecnici”. Almeno finora.

lunedì 8 ottobre 2018

Disoccupazione occultata dai lavoretti

Gli ultimi dati Istat, letti attentamente, mostrano come la disoccupazione in Italia non stia affatto diminuendo. Si occulta, come la povertà. Aumenta invece la precarizzazione, contratti anche di pochi giorni, i lavoretti dei Libretti con cui Gentiloni di fatto ha reintrodotto i voucher, e gli scoraggiati.
La disoccupazione in Italia non sta diminuendo. La si occulta. Siamo in sintonia con chi ha sconfitto la povertà. I dati Istat pubblicati martedì scorso infatti, dicono ben altro rispetto a quanto pubblicato su numerosi siti web.
Negli ultimi tre mesi, giugno, luglio e agosto solo 9.000 persone in più hanno trovato lavoro. Questo numero è il saldo tra la perdita di posti dei mesi di giugno e luglio, meno 60.000 e l’aumento di agosto, più 69.000. Il risultato non permette la riduzione della percentuale di disoccupati riportata da molti media. Invece, scrive l’Istat, solo negli ultimi due mesi presi in considerazione, ben 222.000 persone hanno smesso di cercare lavoro. Ecco perché la disoccupazione cala.
Altrove questo numero sarebbe al centro della attenzione per quello che di negativo contiene. Si cercherebbe di capire molte le spiegazioni di questo comportamento se sia legato alla stagione estiva che permette qualche occasione in più di lavori in nero nelle località turistiche e in campagna. Oppure se siamo di fronte ad una crescita dello scoraggiamento della ricerca del lavoro.  Comunque si tratta di comportamenti che confermano precarietà e debolezza del sistema economico.
Ci sono poi le altre osservazioni del rapporto che vengono completamente rimosse. Tra i nuovi “occupati” , scrive sempre l’istituto di statistica, troviamo anche 26.000 persone che percepiscono uno stipendio di 300 euro al mese e anche meno. Si tratta di lavoratori che usufruiscono di contratti di prestazione occasionale o di “Libretti di famiglia”.
A giugno i primi erano 20.000 con uno stipendio lordo di 250 euro. I secondi 6.000 con uno stipendio lordo di 300 euro. Sono il frutto del tentativo del governo Gentiloni di ripristinare la politica dei voucher.
Sono in crescita anche i lavoratori con contratti a chiamata. Nell’ultimo trimestre sono cresciuti di 30.000 unità al mese. Si tratta di lavoratori che sfiorano le 10 giornate mensili di impiego. La gran parte della dinamica occupazionale continua a svolgersi nel settore dei servizi. La produzione continua a non aver bisogno di occupati.

venerdì 5 ottobre 2018

Ogni anno in Europa si sprecano 88 milioni di tonnellate di cibo

Secondo le stime della FAO, un terzo del cibo prodotto a livello mondiale per il consumo umano va sprecato, nella sola Europa ogni anno se ne sprecano circa 88 milioni di tonnellate, per un costo stimato in circa 143 miliardi di euro l’anno. E a fare il punto, nello specifico, sullo spreco di frutta e verdura è uno studio curato dal Joint Research Centre della Commissione Europea (JRC), che fa il punto sul settore frutta e verdura che contribuisce a quasi il 50% degli sprechi alimentari generati dalle famiglie della UE a 28 Stati; si stima che ogni persona riduca in rifiuto 35,3 kg di frutta e verdura all'anno, 14,2 kg dei quali sarebbero evitabili.
La prima differenziazione che fa lo studio è tra il non commestibile, o rifiuto inevitabile, e il commestibile, che diventa rifiuto a causa di comportamenti di acquisto e consumo sbagliati.
Sono stati presi in esame 51 tipi di frutta e verdura acquistati, consumati e sprecati nel Regno Unito, Germania e Danimarca nel 2010, arrivando alla conclusione che 21,1 kg di rifiuti pro capite sarebbero inevitabili e 14,2 kg evitabili.
In media, il 29% (35,3 kg per persona) di frutta e verdura fresca acquistata dalle famiglie è sprecato, e di questo il 12% (14,2 kg) potrebbe non venire gettato.
Gli autori rilevano differenze a causa dei diversi livelli di comportamenti nei consumi, legati essenzialmente a fattori culturali ed economici, che influenzano direttamente la quantità di rifiuti generati.
Per esempio, i dati mostrano che sebbene gli acquisti di verdure fresche siano più bassi nel Regno Unito rispetto alla Germania, la quantità di rifiuti inevitabili generati pro-capite è quasi la stessa, mentre la quantità di rifiuti evitabili è più alta nel Regno Unito.
Il problema, dunque, non è di poco conto. In proposito, la Commissione Europea sta predisponendo la seguete serie di azioni:
- elaborazione, entro marzo 2019, di una metodologia comune europea per misurare coerentemente i rifiuti alimentari, in cooperazione con gli Stati membri e le parti interessate;
- utilizzo di una piattaforma sulle perdite e gli sprechi alimentari che riunisce organizzazioni internazionali, organi dell'UE, Stati membri, attori nella catena alimentare, per contribuire a definire le misure necessarie, facilitare e sviluppare la cooperazione, analizzare l'efficacia delle iniziative di prevenzione degli sprechi alimentari, condividere le migliori pratiche e i risultati raggiunti;
- adozione di linee guida per facilitare la donazione di cibo e la valorizzazione di alimenti non più destinati al consumo umano come alimenti per animali, senza compromettere la sicurezza di alimenti e mangimi;
- esaminare i modi per migliorare l'uso della marcatura delle date di scadenza e la loro comprensione da parte dei consumatori.
Non è detto che tali misure siano destinate a funzionare, anche perché gli interventi "dall'alto" non sempre sono veloci ed efficaci e non sempre sortiscono effetti significativi.
La cosa più importante sarebbe che ogni persona, ogni cittadini maturasse la consapevolezza che non è più momento per potersi permettere di sprecare nulla.

giovedì 4 ottobre 2018

Il business dei farmaci sotto inchiesta. Undici arresti tra medici e manager

La Procura di Parma ha indagato 36 persone – di cui per 11 è stata chiesta la custodia cautelare – rivelando un sistema corruttivo per la vendita di farmaci che coinvolgeva medici e aziende farmaceutiche. Tra gli indagati e gli arrestati figurano dirigenti, medici, universitari e rappresentanti del settore farmaceutico.
Le aziende coinvolte nelle attivita’ illecite sono sette, al momento non sono stati resi noti i nomi. Nell’operazione sono stati sequestrati 335.000 euro ritenuti i proventi dei reato di corruzione e truffa. Nell’operazione, che i carabinieri hanno chiamato “Conquibus”, sono coinvolte persone residenti in Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Umbria e Lazio.
L’ordinanza di misure cautelari e’ stata richiesta dalla Procura della Repubblica di Parma ed emessa dal Gip, che ha disposto l’arresto di un dirigente medico e di un imprenditore e l’applicazione di misure interdittive a carico di altri 9 indagati tra medici universitari e rappresentanti del settore farmaceutico. Sono in corso oltre 40 perquisizioni presso le abitazioni dei professionisti coinvolto e presso le sedi di societa’ e di note aziende farmaceutiche. I reati contestati agli indagati sono corruzione, induzione indebita a dare o promettere utilita’, comparaggio farmaceutico, abuso d’ufficio, falso ideologico e truffa aggravata.
L’operazione di oggi sembra essere la prosecuzione di una analoga realizzata sempre a Parma, nel maggio scorso anno, dove c’era già stata una inchiesta sul medesimo settore – il connubio tra business, medici e aziende farmaceutiche – che aveva portato all’arresto di 19 persone tra cui luminari della sanità parmense e gli amministratori delegati di aziende come Spindial spa e della Appmed srl.

mercoledì 3 ottobre 2018

Un rapporto rivela l'aumento del tasso di suicidi tra i militari degli Stati Uniti

È un'emergenza nazionale che richiede un'azione immediata. Abbiamo trascorso l'ultimo decennio cercando di migliorare il processo di transizione dei nostri veterani, ma è chiaro che stiamo fallendo e la gente sta morendo», ha dichiarato Joe Chenelly, direttore esecutivo dell’associazione statunitense dei veterani Amvets.

In totale, 6079 veterani si sono suicidati nel 2016, rispetto ai 6281 del 2015, secondo un rapporto pubblicato dal Dipartimento per gli Affari dei Veterani degli Stati Uniti.

Le percentuali più alte, spiega il rapporto, si verificano tra veterani militari tra i 18 e i 34 anni, una cifra che il Dipartimento considera «molto allarmante».

Secondo i dati del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (il Pentagono), dal 2008 più di 200 membri attivi del servizio sono morti per suicidio ogni anno.

martedì 2 ottobre 2018

Il pareggio di bilancio in Costituzione c'è solo da sei anni ed è una 'camicia di forza' neoliberista

Forse non tutti sanno che la parte dell'articolo 97 della Costituzione che impone il pareggio di bilancio, citata da Mattarella per criticare il governo e il DEF di pochi giorni fa, esiste solo da sei anni. Non c'era infatti nel testo stabilito dall'Assemblea Costituente nel 1947, che si limitava a stabilire il "buon andamento e imparzialità dell'amministrazione". Il liberale Einaudi tentò già allora di farlo inserire nella Carta ma c'erano i comunisti e per paura di loro la DC era costretta a fingersi populista, così la norma non venne presa in considerazione.

La promise Berlusconi nel 2011 (era di moda negli Stati Uniti, chiesta a gran voce dalla destra antikeynesiana, e fra gli euroburocrati) ma a farla approvare ci pensò Monti l'anno seguente con la consueta scusa dell'emergenza, a larga maggioranza ma senza una vera discussione parlamentare o pubblica e con un iter insolitamente rapido.
Favorevoli ovviamente Pd e FI; a opporsi furono solo, accanto al M5S (non rappresentato in Parlamento), Rifondazione e SEL, ancora non interamente scivolate nel liberismo liberal.

Mi auguro che appena possibile questo governo corregga l'articolo 97 eliminando la "camicia di forza economica" voluta da Monti (la definizione è di cinque premi Nobel per l'economia, in un loro messaggio del 2012 al presidente americano Obama) e oggi celebrata da Mattarella.

lunedì 1 ottobre 2018

Guerra del pane invenduto: l'Antitrust smaschera i più importanti supermercati italiani

Il pane invenduto, fornito dai piccoli panettieri alla grande distribuzione, graverebbe sulle tasche dei primi, a vantaggio dei secondi. L'ennesima lotta di Davide contro Golia e questa volta riguarda uno degli alimenti più consumati nel nostro paese.
È già stata soprannominata la "guerra del pane invenduto" e nei due schieramenti vedi contrapposti da una parte alcuni grossi supermercati, dall'altra i piccoli produttori di pane. L'Antitrust sta indagando sulla vicenda e ha aperto 6 istruttorie per verificare una presunta pratica sleale a danno delle imprese di panificazione. Oggetto delle istruttorie sono i principali operatori nazionali nel settore della Grande Distribuzione Organizzata: Coop Italia, Conad, Esselunga, Eurospin, Auchan e Carrefour, alcune di esse già ispezionate dai funzionari dell’Antitrust e dal Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza.

L'invenduto che grava sui piccoli fornitori

Secondo quanto riportato dall'Agcm, la condotta che viene contestata alla GDO prevede che i fornitori di pane fresco, a fine giornata, debbano ritirare a proprie spese l’intero quantitativo di pane invenduto. La differenza di valore tra quello consegnato a inizio giornata e quello reso a fine giornata viene poi riaccreditata al compratore della GDO sugli acquisti successivi.

Altro che lotta agli sprechi alimentari...

E non è tutto. I piccoli panificatori in più devono occuparsi a proprie spese dello smaltimento del pane, considerato un “rifiuto” alimentare. Un meccanismo perverso, visto che attualmente la normativa vigente non permette alcun riutilizzo del pane invenduto a fini commerciali. Addirittura, anche donarlo non è possibile. Una beffa, che colpisce i panificatori e indirettamente anche i cittadini, visti i grandi spechi alimentari che ne derivano.
Per l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato
"la pratica si inquadra in una situazione di significativo squilibrio contrattuale tra le catene della GDO e le imprese di panificazione (imprese artigiane con pochi dipendenti). In tale contesto, l’obbligo di ritiro dell’invenduto rappresenta una condizione contrattuale posta ad esclusivo vantaggio delle catene della grande distribuzione e determina un indebito trasferimento sul contraente più debole del rischio commerciale di non riuscire a vendere il quantitativo di pane ordinato e acquistato".
I procedimenti dell'Agcm sono stati avviati dopo una serie di segnalazione da parte della principale associazione nazionale di panificatori, Assipan-Confcommercio Imprese per l’Italia, e dovranno accertare eventuali violazioni dell’art. 62 del decreto legge n. 1/2012 che regola le relazioni commerciali nella filiera agro-alimentare.
Non tarda ad arrivare la replica di Esselunga, che si è difesa dicendo:
“In relazione all’istruttoria aperta da Antitrust nei confronti dei principali operatori della GDO per una presunta pratica sleale a danno di alcuni aderenti alle associazioni di panificatori, chiariamo che il pane da noi venduto è per il 95% sfornato direttamente nei reparti dei nostri negozi, cioè non è fornito da panificatori terzi. Siamo certi che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella quale abbiamo piena fiducia e con la quale collaboreremo su ogni aspetto utile a chiarire la questione, saprà valutare la piena correttezza del nostro operato”.
Non sarebbe meglio se, sostenuta dalla legge, la GDO a proprio carico mettesse a disposizione il pane invenduto a chi, ancora oggi, ha difficoltà a mettere in tavola un pasto per la propria famiglia?