mercoledì 11 luglio 2018

Risparmio: gli italiani non pianificano il futuro

Il futuro è per definizione incerto e nebuloso e per questo gli italiani preferiscono non guardarlo. Sono però consapevoli della necessità di pianificalo e per questo chiedono l’assistenza di un professionista della consulenza finanziaria
Quando si parla di pianificazione del risparmio il futuro ha un orizzonte breve per gli italiani appartenenti alle generazioni dei Baby Boomers (nati tra il ’44 e il ’64), della Generazione X (dal ’65 all’83) e dei Millennials (dall’84 al 93). Colpa del “presentismo” secondo lo studio “Il futuro è oggi” condotto da IWBank Private Investments in collaborazione con Demia, su 1.500 investitori italiani appartenenti alle fasce di età indicate.
Due intervistati su dieci associano il futuro a un orizzonte temporale inferiore a un anno e sei su dieci non vanno oltre i cinque anni. Solo il 10% degli italiani nati tra il ’44 e il ’93 riesce a guardare oltre i dieci anni.
“La capacità di proiettarsi nel futuro è limitata e scoraggiata dai continui cambiamenti a molti livelli, in una società che viene descritta come in rapida e continua evoluzione, sempre meno caratterizzata da certezze. Alla reticenza personale, anche tra i Boomers, nel pensarsi e descriversi anziani – sottolinea Andrea Pennacchia, direttore generale di IWBank Private Investments – si somma la difficoltà di prevedere la situazione complessiva e personale nei prossimi 10, 20, 30 anni, portando in tal modo i rispondenti a un tipico bias comportamentale, il presentismo appunto, molto diffuso in finanza”.

Se il futuro è un problema viene rimosso

Il presentismo porta il risparmiatore a considerare il futuro come una dimensione indistinta e non sempre inquadrata in un chiaro piano progettuale di lungo periodo, inducendo a procrastinare nel tempo le decisioni chiave circa i propri risparmi. E questo pur avendo una piena coscienza di quanto siano importante il risparmio (80% dei rispondenti) e la programmazione a lungo termine (60%).
Per superare il presentismo è necessaria una guida che sono gli stessi investitori interpellati a richiedere. In 6 su dieci hanno infatti concordato “sulla necessità di essere affiancati da un professionista che possa essere si supporto a una pianificazione di medio lungo periodo”, riconoscendo nella figura del consulente finanziaria uno degli elementi chiave per superare il presentismo e proiettarsi nel lungo termine.
Sono in particolare gli appartenenti alla Generazione X a essere consapevoli di questa necessità (64%), in quanto si trovano in una fase di assunzione di responsabilità verso i figli. Il 76% di loro ha già un consulente finanziario che ne segue gli investimenti.

Una scelta importante

Dalla consapevolezza della necessità di essere affiancati nasce poi l’esigenza di scegliere il consulente a cui affidarsi. Il ruolo della fiducia è fondamentale. L’indagine mostra come, tra i tre canali principali di individuazione del professionista a cui affidarsi vi siano il passaparola e la relazione con la propria banca, oltre a scelte autonome realizzate su internet o partecipando a incontri di presentazione. Per il 53% degli intervistati la fiducia nel professionista e la sua affidabilità sono i due fattori più importanti, bel al di sopra dei costi del servizio. Non è un caso quindi che l’indagine mostri come, tra i tre canali principali di individuazione del professionista a cui affidarsi, vi siano il passaparola e la relazione con la propria Banca. Riscuotono gradimento anche le scelte autonome realizzate attraverso internet o incontri di presentazione. La tecnologia è valutata positivamente dall’80% degli intervistati ma il fattore umano rimane un elemento irrinunciabile per due investitori su tre.

martedì 10 luglio 2018

NATO: che succede se il problema principale è Donald Trump?

L’undici e il dodici luglio si terrà a Bruxelles il summit della NATO, che forse mai come questa volta potrebbe riservare sorprese: ma ormai è quasi normale, da quando Donald Trump è il presidente degli Stati Uniti.
Dopo aver smontato il G7 nemmeno un mese fa (da tenere sempre a mente gli attacchi al premier canadese Trudeau e alla cancelliera tedesca Merkel), il vulcanico capo di stato nordamericano ha applicato tutte le sue capacità comunicative per rendere il più sereno possibile l’approccio al summit di Bruxelles (sono ironico, ndr).
In una lettera inviata agli alleati a fine giugno, il cui contenuto è stato reso noto qualche giorno dopo dal New York Times, Trump ha ricordato bruscamente a tutti la necessità di adempiere in modo più concreto agli impegni in tema di difesa comune.
Alle missive si sono aggiunte, ovviamente, le dichiarazioni e i tweet, che sono lo strumento principale con cui l’ospite della Casa Bianca porta avanti la sua politica e quella che appare una sorta di “campagna elettorale permanente post elezioni”, molto simile a quella che stiamo vedendo (e subendo) qui in Italia da Matteo Salvini.
Cosa chiede Trump agli alleati del Patto Atlantico? Di spendere più soldi, e di raggiungere quanto meno la soglia del 2% del PIL in tema di finanziamento alla difesa.
Una soglia definita nel corso del summit del 2014 in Galles, e che al momento non è stata raggiunta da 24 su 29 membri dell’alleanza.
Chi sono i “virtuosi” (sempre ironico, ndr)?
Stati Uniti (3,61% del Pil in armamenti); Grecia (ebbene si! Con il 2,36%); Estonia (2,18%); Regno Unito (2,17%); Polonia (2,01%).
Da notare che, esclusi gli Stati Uniti, il paese che spende di più è la Grecia, che è esattamente lo Stato che ha visto spazzare via il proprio welfare dall’austerity dell’UE. Un paese, ricordiamolo sempre, che vede al governo quello che è stato l’idolo di una parte della sinistra italiana, Tsipras.
Torniamo alla NATO: con i suoi modi informali, Trump, dati alla mano, ha dichiarato in poche parole di essersi stufato di pagare il conto della difesa di tutti: “Gli Stati Uniti sono i bastardi che pagano il conto per tutti, ma non può andare avanti così”, ha dichiarato durante un comizio in Montana, beccandosi la giusta dose di applausi. D’altronde si avvicinano le elezioni di medio termine (previste per novembre), che mai come questa volta saranno un plebiscito pro o contro Trump.
Difesa degli interessi degli Stati Uniti innanzitutto: così ha vinto, e così vuole e probabilmente deve proseguire per mantenere il controllo della politica USA anche dopo il giro di boa di metà mandato.
“America First” significa anche smantellare qualsiasi forma di multilateralismo che limiti le possibilità degli Stati Uniti e sopratutto l’ormai evidentissima volontà di scegliere unilateralmente senza tenere in considerazione niente altro che i propri interessi.
Quindi la NATO diventa una “istituzione obsoleta”, il G7 una riunione piena di avversari parassitari, gli accordi sull’ambiente un inutile orpello che limita le potenzialità industriali del paese, l’UE un avversario commerciale da limitare e combattere, come la Cina e ovviamente la Russia.
Non c’è bisogno di spiegare come questo approccio a livello globale non possa che, presto o tardi, innescare conflitti e scontri frontali.
Ma ormai siamo totalmente immersi in questa fase: uomini forti, metodi spicci, pochi e semplici slogan, e occhi ben puntati sul proprio orticello, a qualsiasi livello.
Certo, il ruolo di Trump è quello di estremizzare i concetti, per rendere forse più semplice il lavoro di chi poi deve intervenire realmente nei processi e definire i rapporti a livello globale: per ogni sua intemperanza lessicale c’è sempre una dichiarazione da parte di funzionari di livello dell’amministrazione USA volta a distendere gli animi.
E’ arrivata anche in questo caso, stavolta da parte della rappresentante permanente degli Stati Uniti alla Nato Bailey Hutchison, che ha parlato di “consolidare l’alleanza”, pur ribadendo la necessità di ridefinire le quote di contribuzione.
La stessa Bailey Hutchison si è recentemente espressa sulla Russia, accusandola di stare provando a far scivolare (to flip il verbo usato) la Turchia fuori dalla NATO.
Dichiarazione cronologicamente perfetta, visto che il 16 luglio ad Helsinki Donald Trump incontrerà – finalmente – Vladimir Putin. Immaginiamo una sorta di nuvoletta di Fantozzi con sopra scritto RUSSIAGATE che sosterà sopra le teste dei due leader durante tutto il meeting (ma a Putin del Russiagate importa ben poco, crediamo).
Insomma, segnare queste date: 11 luglio vertice NATO, 12 luglio vertice dei Ministri dell’Interno dell’UE ad Innsbruck, il 16 luglio vertice Trump-Putin ad Helsinki.
Alla fine di questa settimana, qualcosa potrebbe iniziare a cambiare rispetto al mondo che conosciamo. Esagerazione? Staremo a vedere.

lunedì 9 luglio 2018

Migranti e fascismo

Al momento della stesura di questo articolo, il dramma umanitario vissuto dai rifugiati e migranti della Lifeline sembrerebbe in parte risolto. Un dramma che è stato testimoniato sul posto dal deputato del PCP al Parlamento europeo, João Pimenta Lopes, che è andato lì per portare la solidarietà dei comunisti portoghesi. Ma il dramma dei rifugiati della Lifeline è ben lungi dall'essere un caso isolato. È bello aver trovato una soluzione, anche se in ritardo. Ma questo è solo un caso.

Ci sono più di mille esseri umani che, secondo l'UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), sono annegati nel Mediterraneo da gennaio ad oggi. Nel 2017 sono stati 3115 e nel 2016 furono 4962. Ma il Mediterraneo non è l'unico posto dove migliaia di persone muoiono per conflitti, fame e povertà. Dal 2014, oltre 30.000 persone, a cui è stato negato l'asilo nei paesi del bacino del Mediterraneo, potrebbero essere morte nel deserto del Sahara.


Secondo l'UNHCR ogni due secondi una persona è costretta a lasciare il luogo in cui vive a causa di violenze o persecuzioni. Si stima che gli sfollati siano attualmente 68,5 milioni di persone in tutto il mondo. Di questi, 28,5 milioni sono rifugiati o richiedenti asilo, gli altri 40 milioni sono sfollati interni. Fuggono tutti dalla guerra, dalla fame e dalla violenza. Coloro che non hanno altra scelta che lasciare il loro paese rischiano nella maggior parte la propria vita.
Sono facili bersagli di estorsione, di reti criminali organizzate, di tutta una serie di atti disumani come essere abbandonati nel "punto zero" del deserto del Sahara, indicandogli la direzione del Niger. La frase di un rifugiato a bordo della Lifeline dice tutto sulle condizioni e i trattamenti a cui questi esseri umani sono soggetti: "Preferirei morire nel Mediterraneo piuttosto che tornare in Libia".


Oltre i due terzi dei rifugiati provengono da soli cinque paesi: Siria, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar e Somalia, tutti obiettivi di guerre o interferenze delle principali potenze imperialiste, direttamente o indirettamente. Molti degli altri provengono da un certo numero di paesi africani, un continente che ha subito vari flussi di rifugiati e migranti, esterni, interni e intra-africani. La stragrande maggioranza dei rifugiati non va nei paesi più sviluppati, al contrario, l'85% dei rifugiati è ospitato in paesi in via di sviluppo. I cinque paesi con la più alta popolazione di rifugiati sono: Turchia, Pakistan, Uganda, Libano e Iran Tra i 10 paesi con la più alta popolazione di rifugiati Mondiale sono compresi 4 dei paesi meno sviluppati del mondo - Uganda, Sudan, Etiopia e Bangladesh...


Questi dati e cifre ci aiutano a comprendere quanto criminale e insignificante sia la politica dell'imperialismo. Migranti e rifugiati sono le vittime del capitalismo sfruttatore, violento, disumano e predatore. Coloro che hanno maggiori responsabilità in questa fase capitalista del XXI secolo sono gli stessi che non vogliono ascoltare e che "discutono" delle politiche su come "contenere" il flusso di una piccolissima parte delle loro vittime e su come "esportare" questo “problema" fuori dai loro confini puliti e ariani. Questa è una delle migliori dimostrazioni di come il fascismo sia il prodotto del capitalismo. Trump e Salvini sono solo due esempi ...

venerdì 6 luglio 2018

Unione Europea, si grida contro i migranti e intanto si finanziano le armi

La “comunicazione” ha da tempo sostituito l’”informazione”. Detto in linguaggio più realistico, la propaganda di regime ha sostituito il giornalismo indipendente.
Denunciamo quasi ogni giorno le ignobili campagne di “distrazione di massa” messe in atto dal governo di questo paese (quelli passati come quello presente), tutte incentrate su “emergenze” che non esistono o vengono artificiosamente gonfiate per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica verso problemi utli a nascondere quel che invece sta accadendo.
In questo gioco schifoso si distingue l’Unione Europea, che ha certamente più mezzi e “competenze”, oltre che una visione strategica certo più lungimirante dell’esecutivo grillin-leghista.
Anche la Ue, infatti, ha fatto della questione migranti un colossale spot in cui si mostra litigiosa, spaccata, al limite del “ritorno agli stati nazionali” e del ripristino dei controlli alle frontiere. Basterebbe i servizi girati al Brennero in questi giorni per certificare che, sotto le urla, nulla è cambiato. Anche perché, si dice apertamente, si bloccherebbe il normale flusso delle merci, oltre che quello turistico.
Ma dobbiamo alla rivista Valori questa notizia che dà la misura reale di come, invece, procede l’integrazione autoritaria e militarista di quella che – per i gonzi – viene ancora descritta come “la comunità che ha eliminato la guerra in Europa” (dimenticando, non caso, sia l’aggressione all’ex Jugoslavia che quella al Donbass delle Repubbliche Popolari).
In sintesi la notizia è: litigiosi sull’immigrazione, ma d’accordo sugli investimenti militari, i Paesi Ue approvano una pioggia di denaro al comparto bellico. 13 miliardi in 9 anni. Ma oltre 800 scienziati si oppongono.
Non vi sembra indicativo che i primi ad alzare la bandiera dell’opposizione al riarmo siano gli scienziati? Ossia quelle persona che per formazione e mestiere sono abituati a scutare nei fatti, senza farsi distrarre dalle “voci”?

mercoledì 4 luglio 2018

I salari reali sono troppo bassi. Se lo dice anche l’Economist…

Che l’invocazione contro i salari troppo bassi appaia sulla Bibbia del liberismo come L’Economist non può che destare stupore.
Il settimanale economico prende spunto da una riunione dei rappresentanti delle banche centrali, tenutosi recentemente a Sintra, in Portogallo, per rendere pubblica la “preoccupazione” che i salari dei lavoratori in Europa siano diventati troppo bassi.
Secondo l’Economist, nella maggior parte dei Paesi ad alto reddito il salario reale (al netto degli aumenti dei prezzi) è cresciuto in media dell’1% all’anno, dal 2000 a oggi – e nella fascia dei salari più bassi l’incremento è stato ancor più contenuto. L’attuale economia globale, si interroga il settimanale, potrebbe aver “indebolito oltre misura il potere contrattuale dei lavoratori al punto che nemmeno tassi di disoccupazione particolarmente bassi riescono a infiammare le loro pretese salariali”.
Parte del problema, nota l’Economist, è che l’inflazione, la crescita dei prezzi, tende a “mangiare” la maggior parte degli aumenti del salario, e nei paesi dell’Unione Europea ancora di più che negli Stati Uniti.

“Nemmeno una ripresa della produttività garantirebbe tempi favorevoli per i lavoratori. Negli ultimi decenni la quota del Pil destinata al lavoro, piuttosto che al capitale, è diminuita perché la paga reale è aumentata più lentamente della produttività. Nelle economie avanzate la quota salari è scesa da quasi il 55% a circa il 51% tra il 1970 e il e 2015, secondo i ricercatori del Fondo monetario internazionale. (…) Invertire la caduta della quota del lavoro nel reddito nazionale richiederebbe che i salari reali crescessero più rapidamente della produttività, andando a erodere i margini di profitto delle imprese”, sottolinea l’Economist.
Ma nell’articolo c’è uno spazio dedicato anche alla situazione italiana. “Alcuni paesi, come l’Italia, continuano a soffrire di tassi di disoccupazione molto più alti di quanto non fossero prima della crisi finanziaria. Eppure sui salari si potrebbe concedere qualcosa visto che ora i beni vengono prodotti nelle filiere internazionali e venduti sui mercati globali”.
Ma è proprio questo accanirsi nel deprimere il mercato interno (di cui i salari come i consumi sono il motore, ndr) che comincia a suscitare interrogativi nell’establishment. L’Economist cita un recente documento di lavoro di Kristin Forbes, del Massachusetts Institute of Technology, arrivata alla conclusione che l’influenza sull’inflazione dei prezzi alimentari e delle materie prime globali è cresciuta nell’ultimo decennio, mentre le condizioni economiche locali sono diventate meno importanti.
Simpatica ma emblematica la battuta  di Philip Lowe, il governatore della banca centrale australiana, riportata da l’Economist,  il quale ha detto al pubblico dei suoi colleghi riuniti a Sintra che, quando chiede alle imprese che hanno difficoltà a trovare lavoratori: “Perché non li pagate di più? Queste mi guardano come se fossi completamente matto”.
Volete una piccola verifica empirica? A giugno, secondo i dati del ministero dei Trasporti, le immatricolazioni sono state pari a 174.702 unità, con un calo del 7,3% rispetto allo stesso periodo del 2017. Si tratta del quarto mese negativo da inizio anno. Pe la Fiat, in particolare, il calo è da incubo: lo scorso mese sono stati 43.642 i veicoli registrati, il 19,16% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017. Vanno bene soltanto le Jeep, che costano di più e sono quindi acquistate dai ceti medio-alti. Crollano le vendite sui modelli per “poveracci”, che sono diventati evidentemente così poveracci da non potersi più permettere di cambiare l’auto.

martedì 3 luglio 2018

Lavoro e sviluppo: le cose serie

Il governo italiano sta inondando l’opinione pubblica di tweet e annunci Facebook sugli argomenti più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc. ecc.
Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza münchhausiana” delle promesse avanzate in campagna elettorale.
E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto  tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo .
Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.
Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.
Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.
Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate).  Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.
Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati:  acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate).
Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.
L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.
Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.
In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.
Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!
Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.
E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi .
Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.
Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.
Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.
Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.
Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.
Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.
In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.
Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.
Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose .
Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.
Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.
Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

lunedì 2 luglio 2018

Anche per la Germania è finito il Novecento

L’evoluzione della crisi accelera a velocità crescente. Non solo o non tanto sul piano economico – la “botta” del 2008 non è mai stata riassorbita del tutto, o comunque non per tutte le aree principali – quanto su quello politico e dunque anche geopolitico.
L’effetto di gran lunga dominante, infatti, è stata la rottura della “coesione sociale” all’interno dei paesi di più antica industrializzazione, accompagnata – soprattutto in Europa – dalla centralizzazione delle politiche di bilancio dei singoli Stati. Mentre la gestione della crisi, ordoliberista (nella Ue) o neoliberista (nei paesi anglosassoni), moltiplicava le disuguaglianze, gli Stati nazionali venivano privati degli strumenti con cui da 60 anni si provvedeva a “calmierare” gli effetti sociali di una crisi.
Questa tagliola di spaventosa potenza ha bruciato, in appena dieci anni, “corpi intermedi” costruiti in due secoli. Partiti e sindacati storici sono stati svuotati, fatti implodere, annichiliti, paralizzati, resi complici stolidi e stupidi. Una tabula rasa più evidente “a sinistra”, dove i legami storici tra blocco sociale, forme organizzative e vaghi ideali riformisti erano un senso comune consolidato, mentre a destra sono state assai più rapide le riscritture delle “narrazioni” necessarie a supportare qualche straccio di “rappresentanza politica”. Sulla base, non per caso, di nazionalismo, razzismo, imprenditoria della paura, autoritarismo.
Da un punto di vista marxiano, il salario è diventato una “variabile eventuale”, compresso dunque per la prima volta da un secolo al di sotto dei livelli della riproduzione. Non è difficile rendersene conto. Basta guardare la condizione dei lavoratori under 40 per scoprire che trenta anni di “riforme del mercato del lavoro” per “favorire l’occupazione giovanile” hanno creato una condizione lavorativa in cui il salario realmente percepito dai “ggiovani” non consente di formare coppie stabili, fare figli, programmare la propria vita. Il meccanismo della riproduzione sociale è stato così pesantemente intaccato che è facile stilare proiezioni catastrofiche sul calo demografico delle popolazioni “autoctone”, aggravate dalla ripresa di fortissimi flussi migratori dai paesi della periferia a quelli del centro del capitalismo avanzato (Germania, Gran Bretagna, Olanda, ecc). Solo in Italia, ormai dovrebbe essere scolpito sui muri degli uffici pubblici, l’emigrazione ha superato l’immigrazione. Senza che il salario salisse di un euro, anzi… A dimostrazione che non sono “glimmigrati” la causa del suo infame livello.

Eppure quest’ultima categoria è stata facilmente trasformata nel capro espiatorio del crollo dei salari e dell’impoverimento generale.
Com’è stato possibile? Una chiave analitica importante arriva da Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza, che nel suo Angela e demoni, che qui sotto vi riproponiamo, coglie una dinamica universale in quanto sta avvenendo in questi anni in Germania.
“Si è creata una saldatura tra l’ostilità dei Lander ex-orientali, i più poveri, e l’insofferenza della ricca Baviera. Emergono le contraddizioni delle politiche di deflazione salariale adottate con le riforme Hartz, volute alla fine degli anni Novanta dal Cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder: da allora, la Germania è diventata sempre più ricca, ma i tedeschi paradossalmente sempre più poveri. Da quando è caduto il Muro, la quota dei salari sul reddito è scesa continuamente: non c’è più alcun bisogno di tenersi buoni i lavoratori. Ed i milioni di tedeschi che sbarcano il lunario con i minijob, i lavoretti precari a tempo parziale che fanno crollare la percentuale dei disoccupati, rappresentano l’altra faccia dell’aristocrazia operaia al servizio di una industria automobilistica scintillante che macina un record di esportazione dopo l’altro.
Il malessere sociale, che per oltre un secolo aveva avuto nei socialisti e nei comunisti un orizzonte politico, organizzativo, associativo, viene insomma raccolto e convertito in forza politica reazionaria da quelli che hanno enormi responsabilità per la crescita esponenziali dei fattori che creano il malessere sociale.
Un fenomeno che ai “teorici” della costruzione dell’Unione Europea, come gabbia d’acciaio in cui imporre l’interesse dominante del capitale multinazionale, non era neanche balenato per la testa. Convinti com’erano, e forse sono ancora, che la forza dei “mercati” avrebbe alla lunga “insegnato ai popoli come votare”.
Sorprende, ma fino ad un certo punto, vederselo dire da un giornale finanziario:
La traiettoria europea verso la costruzione di un’Unione politica si è interrotta bruscamente, per via di una gestione decennale della crisi basata sull’accrescimento delle disparità tra i diversi Paesi ed all’interno di ognuno. La tendenza al sovranismo, che altro non è se non la rinazionalizzazione delle politiche, ha trovato esca nella retorica dei “compiti a casa”, nell’ossequio alla indiscutibilità dei mercati, nella severa condizionalità posta alla concessione degli aiuti.
Eccoci improvvisamente fuori dal dibattito iper-ideologico che è stato imposto dai “riformisti di Bruxelles” e fatto proprio – spesso inconsapevolmente – anche da molta “sinistra radicale”. Se un sistema di trattati mai diventato Stato o comunità solidale (con trasferimenti interni tra aree avanzate e arretrate) non funziona più, è inevitabile che si imponga la necessità di fare una cosa diversa. Se questa necessità non viene riconosciuta, o addirittura viene osteggiata, ecco che le soluzioni arrivano solo da destra, con tutto lo strascico di merda che ciò comporta, a cominciare dalla “sinistra” socialmente riconosciuta come complice dei cravattari della Troika.
Ma l’analisi di Salerno Aletta, concentrata su Berlino, offre una visione globale che inquadra anche la Germania come un soggetto alle prese con la crisi del proprio modello, nonostante l’avesse disegnato in modo ottimale per trasferire i propri problemi sui partner mentre raccoglieva da questi i frutti migliori (imprese, attività, cervelli già molto ben formati, ecc).
Il conflitto politico più aspro si giocherà d’ora in avanti all’interno della Germania, e soprattutto tra questa e gli Usa: riguarderà da una parte il mantenimento del modello ordoliberista, che formalmente si oppone a qualsiasi intervento di stimolo alla domanda, vuoi attraverso la politica fiscale vuoi attraverso quella monetaria da parte della Bce, e dall’altra il modello di sviluppo export-led che finora ha assicurato alla Germania crescita ed occupazione.
La tenaglia che ha tranciato di netto le capacità di sviluppo di quasi tutti i partner-competitori-contoterzisti sta insomma trasformandosi in macchina infernale da auto-mutilazione. Se la guerra dei dazi si svilupperà alla velocità e nelle dimensioni che ogni guerra non voluta, prima o poi, produce, il risultato finale sarà niente affatto confortevole:
Una riforma strutturale dell’economia tedesca, che dovesse contare solo sulla domanda interna per riassorbire un saldo attivo strutturale pari all’8% del pil in un sistema produttivo in cui la quota asservita all’export si avvicina al 46%, richiederebbe sacrifici paragonabili a quelli imposti alla Grecia, tenendo conto che sono localizzate in Baviera e ad ovest del Reno gran parte delle fabbriche automobilistiche tedesche.
Il modello ordoliberista-mercantilista sta diventando autofago.
Ordoliberismo ed export-led economy si sono tenuti per mano. E non si può rinunciare a quest’ultima, se non abbandonando il primo. E’ stato reso perfetto un modello sbagliato, perché fondato sullo squilibrio internazionale perpetuo. […] La Storia ora ci presenta il conto. Tornare indietro sarà davvero difficile.
Mi raccomando, continuate a parlare di Unione Europea in termini di “sovranisti” ed “europeisti”… Rischiate il tso senza nemmeno accorgervene.