martedì 20 marzo 2018

Colloquio telefonico Salvini-Di Maio per “far partire il Parlamento

“Come vi avevo anticipato ieri, scrive Di Maio, nella giornata di oggi ho sentito telefonicamente i principali esponenti di tutti i futuri gruppi parlamentari per un confronto utile all’individuazione dei Presidenti delle Camere che dovranno essere votati a partire da venerdì prossimo. È il primo passo necessario per far partire questa legislatura e voglio che tutto avvenga nella massima trasparenza soprattutto nei confronti dei cittadini che attendono un Parlamento capace di dare risposte ai problemi reali del Paese”.
Il giovane politico di Pomigliano d’Arco elenca dettagliatamente le telefonate: “Ho sentito prima Maurizio Martina, Renato Brunetta, Giorgia Meloni, Pietro Grasso e ho riscontrato una disponibilità a proseguire il confronto, attraverso i capigruppo del Movimento 5 Stelle Giulia Grillo e Danilo Toninelli, utile ad individuare profili all’altezza del ruolo non solo per le Presidenze di Camera e Senato, ma anche per le altre figure che andranno a comporre gli Uffici di Presidenza”.
Infine il passaggio più atteso: “Ho sentito successivamente anche Matteo Salvini. Con lui, pur non affrontando la questione nomi e ruoli, abbiamo convenuto sulla necessità di far partire il Parlamento quanto prima. Questi confronti avvengono nel solo ed esclusivo interesse degli italiani, perché servono a individuare le personalità che possano ricoprire al meglio un ruolo fondamentale per il funzionamento di un Parlamento che sia al servizio dei cittadini. Continuerò ad aggiornarvi costantemente. Buona domenica!”.
Un colloquio telefonico di cui ha parlato anche Matteo Salvini a Domenica Live.
“Ho parlato oggi pomeriggio, per pochi minuti, con Luigi di Maio. Con lui ci siamo confrontati sulla questione delle presidenze delle Camere in vista del voto di venerdì prossimo. Non abbiamo parlato di nomi né di ruoli. Per quanto mi riguarda sarò contento, come centrodestra, di sentire lui e gli altri esponenti politici nei prossimi giorni con l’unico obiettivo di giungere quanto prima a rendere operativo il Parlamento con la designazione delle rispettive presidenze”, ha spiegato il segretario della Lega.
“Governo con i M5s? Voglio vedere cosa vogliono fare. Mio dovere è andare a sentire tutti. Non c’è niente di impossibile e irrealizzabile”, ha detto il leader della Lega Matteo Salvini nel salotto televisivo di Barbara D’Urso.
“Mi sembra strano che vada al governo chi è stato sonoramente bocciato dagli italiani. Se vado all’opposizione perché si inventano altri giochini, ne risponderanno agli italiani. Non si può andare al voto subito. La gente a un certo punto ti dice basta”, ha aggiunto Salvini.
Non è mancato un accenno all’agenda politica che vorrebbe proporre agli interlocutori: “Andrò in Parlamento dicendo: vogliamo cancellare la Fornero, ridurre le tasse, chi ci sta? Su questi punti, chi ci sta, chi ci segue? Se c’è qualcuno dice sì, si parte da questo programma e questa squadra, si parte dal centrodestra che ha vinto, ci metto la faccia”.
Infine un avvertimento chiaro: “Non potrei mai allearmi con qualcuno che mi dice ‘la legge Fornero non si tocca’ perché è la prima legge che voglio cancellare. M5s sulla carta è d’accordo, è d’accordo stando alle parole, ma delle parole mi fido poco e voglio vedere lo scritto. Non sono disponibile al governo di larghe intese, tutti insieme al governo per un anno… No”.

lunedì 19 marzo 2018

Chi sono i papà che il 19 marzo non fanno nessuna festa

Lunedì 19 marzo 4 milioni di padri separati trascorreranno un’altra festa del papà, in cui non ci sarà spazio per cioccolatini e bigliettini: per loro - ma solo per chi riuscirà a ottenerlo - il regalo più grande sarà quello di trascorrere la giornata insieme al proprio figlio. Sono i papà che ogni giorno, per anni, lottano in Aula e fuori dai tribunali contro le ex mogli e compagne - ma anche contro un sistema burocratico lento e contorto - per non essere tagliati fuori dalla vita dei propri figli.

In strada a Taranto “nel nome dei figli” e dei papà

Ed è per loro, ma non solo, che lunedì l’associazione “Nel nome dei figli” scenderà per la prima volta in strada a Taranto per un sit-in davanti al Tribunale civile. “Vogliamo far capire a chi siede ai piani più alti che attualmente la legge non è uguale per tutti e che in queste battaglie le prime vittime sono i bambini che non hanno voce. Eppure se ci mettessimo dalla loro parte sarebbe tutto più facile”, spiega all’Agi Andrea Balsamo, uno degli organizzatori dell’evento insieme a Vito Ditaranto, entrambi presidenti dell’associazione. “Bisognerebbe riformare il diritto di famiglia, creare un tribunale specifico il cui scopo sarebbe quello di conciliare per il bene dei bambini. O semplicemente far rispettare le leggi”, continua Balsamo che denuncia una generale discriminazione in tribunale nei confronti dei papà.
“La figura genitoriale del padre vale il 20% contro l’80% di quella della madre”. Tuttavia, “la nostra associazione vuole dare voce non solo ai 4 milioni di papà, ma anche ai 4 milioni di mamme e ai 32 milioni di persone tra genitori, nonni, zii, fratelli, che ruotano intorno a queste situazioni complesse e che soffrono. Un messaggio che a giudicare dal numero di donne che hanno aderito alla manifestazione di lunedì è stato ben recepito”. Le lotte tra poveri - aggiunge Balsamo - non mi sono piaciute. Ogni padre (o madre) farebbe qualsiasi cosa pur di trascorrere del tempo con i propri figli. E pagherebbe qualsiasi prezzo. Questo è un dei motivi per cui le battaglie durano anni, avanzano a colpi di denunce e di sgarri, perdendo di vista l’obiettivo principale: il bene del bambino”. Intorno alle cause per l’affido, spiega l’organizzatore, “c’è un giro di affari che vale 5 miliardi, tra legali, periti, marche da bollo e tutto il resto. Gli stessi avvocati - non tutti, ovviamente, ma una buona parte - si mostrano del tutto interessati a fomentare il disaccordo tra i due genitori”. Cosa dovrebbe cambiare?

“Le leggi esistono, che vengano rispettate”

L’ultima riforma del diritto di famiglia risale agli anni ’80. Quanto alla “Legge 54 sull'affidamento condiviso” del 2006 “avrebbe potuto risolvere il problema, ma così non è stato”.  Di fatto “il bambino continua a vivere con la mamma e il papà a vederlo solo poche ore. Questo non vuol dire ‘affido condiviso’. È vero che la legge obbliga entrambi i genitori a trovare un accordo sulle decisioni che riguardano il piccolo, ma per il resto tutto funziona come prima. Nella maggior parte dei casi, il bimbo vive con la mamma che risulta essere quasi sempre il ‘genitore collocatario’”. Nel resto dell’Europa - continua Balsamo - il bambino vive metà del tempo con uno e metà con l’altro (per chi lo desidera, ovviamente). “L’Italia continua a rappresentare un’eccezione e a pagare una multa di  decine di milioni di euro ogni anno comminata dalla Corte di Giustizia europea per il mancato rispetto della legge 54”. Il problema, precisa poi l’organizzatore, “non è la mancanza di legge: ce ne sono anche troppe, il problema è che non vengono fatte rispettare”.

Storia di Marco e Davide

Tra i ‘papà guerrieri’ c’è anche Marco (nome di fantasia, come gli altri della vicenda). Per lui l’incubo inizia nel 2010, pochi mesi dopo la nascita di suo figlio Davide. Marco è nato e vive al Nord, nel 2001 sul posto di lavoro conosce Valeria, una collega separata e con una bambina; i due si innamorano e lui, per il bene di quella famiglia che vuole costruire, convince la compagna a trasferirsi al Sud dove vive il papà della piccola. Valeria e sua figlia fanno le valigie e iniziano una nuova vita, Marco le raggiunge nei fine settimana appena può. Nel 2009 nasce Davide, il figlio della coppia. L’anno successivo Marco riesce a ottenere il trasferimento, ma dopo pochi mesi l’idillio svanisce. La convivenza dura pochissimo e nel giro di qualche settimana Marco si ritrova fuori casa. Peggio: nei primi sei mesi di vita del bambino riesce a vedere suo figlio solo per due ore a settimana.
Così l’uomo decide di rivolgersi a un avvocato che proverà più volte a raggiungere un accordo con Valeria senza passare per i tribunali. “Si trattava di accordarci sui giorni in cui potevo vedere mio figlio e sulla somma del mantenimento. Ma lei non ha voluto saperne. Aveva già deciso di dichiararmi guerra”, racconta all’Agi Marco, che vuole restare anonimo. Nei successivi tre anni Valeria cambierà 15 avvocati e arriverà ad accusare Marco di essere un alcolista. “Per fortuna sono un donatore di sangue e questo mi ha aiutato a smantellare velocemente l’accusa”. Storie come queste “sono all’ordine del giorno”, commenta l’uomo.
Nel 2011 arriva l’ordinanza che riconosce a Marco il diritto di vedere suo figlio tre volte a settima pur non potendo ancora dormire con lui. “A quel punto Valeria inizia a terrorizzare il bambino innescando la classica “sindrome da alienazione genitoriale” che si manifesta con i tentativi da parte di uno dei due genitori di allontanare l’altro attraverso frasi tipiche rivolte al minore come “papa è cattivo”, “mi ha fatto male”, “se vai con papà io piango”. La mia non è un’interpretazione: lo hanno stabilito i giudici che hanno disposto una Ctu da cui Valeria è uscita devastata. Ed era evidente anche osservando il bambino che era restio quando andavo a prenderlo a casa loro, mentre all’asilo mi correva incontro”. Poco dopo la situazione degenera. Nell’estate del 2012 Marco passa a prendere suo figlio per una vacanza a due, Valeria si innervosisce, tra i due scoppia una discussione e lei inizia a picchiarlo. “Mi hanno dato 22 giorni di prognosi. Ma la cosa che più mi dispiace è che è successo davanti al bambino”.
A quel punto Marco denuncia l’ex compagna. Il tribunale sospende la podestà genitoriale della donna per 4 mesi, e da allora Marco vede Davide con regolarità. “Questo dimostra che se la giustizia interviene nel modo giusto, le cose cambiano”, commenta l’uomo.“A breve sono in attesa di giudizio per l’aggressione, ma parto dal presupposto che lei verrà assolta. L’avessi fatto io sarei stato in carcere da allora”. Per combattere la battaglia più importante della sua vita, Marco ha speso finora 50mila euro. “Non ne faccio una questione di soldi, ma non è normale, indica che qualcosa non va in questo sistema. Senza contare che non tutti possono permetterselo”.

venerdì 16 marzo 2018

Bolletta a 28 giorni, Agcom chiede rimborso su canone aprile

Continua la telenovela che vede coinvolti i principali operatori telefonici sulla questione della bolletta emessa a 28 giorni, anziché a fine mese. Con una  mossa che arriva un po’ come sorpresa, ieri l’Agcom ha inviato quattro diffide quasi in fotocopia, chiedendo a Tim, Vodafone, Fastweb e Wind Tre di posticipare l’emissione della prossima fattura del telefono fisso di un numero di giorni pari a quelli “erosi”, con l’emissione delle bollette a 28 giorni.
In pratica, nella bolletta di aprile, gli utenti riceveranno ‘giorni gratis’ a rimborso dei giorni pagati in più. Lo ‘sconto’ si calcola a partire dal 27 giugno 2017, quando l’Agcom dichiarò l’obbligatorietà della bolletta mensile, e sarà diverso per ogni cliente. Dunque, spiega la diffida,
“nel caso di una fattura emessa ad aprile con decorrenza dal primo al 30 aprile e in presenza di una erosione pari a 15 giorni, la decorrenza della fattura dovrà essere posticipata al 16 aprile e conseguentemente il periodo fatturato dovrà risultare quello intercorrente dal 16 aprile al 15 maggio”.
L’Autorità ha deciso così di andare avanti con i rimborsi nonostante la decisione con cui il Tar del Lazio (a febbraio) li aveva sospesi fino all’udienza di merito (fissata il 31 ottobre 2018″).
Si otterrebbe così, si legge:
“l’effetto paradossale di costringere gli utenti a subire anche l’aumento dei canoni mensili che l’operatore ha già preannunciato in coincidenza col ritorno al ciclo di fatturazione mensile”.
Per questo motivo, l’Agcom ha adottato questa:
“diffida che, nel rispetto e in esecuzione dell’ordinanza del Tar, garantisca un immediato effetto ripristinatorio a beneficio degli utenti, assicurando, al contempo, una soluzione ai rilievi formulati dal giudice amministrativo con riguardo agli equilibri finanziario-contabili dell’azienda”.

giovedì 15 marzo 2018

Italia: un narco-Stato-mafia?

Alcuni giorni fa la Presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi ha duramente criticato la totale assenza della lotta alla mafia nella campagna elettorale: “Si vuole il consenso vero del Paese o in qualche modo si è anche disposti, magari solo con il silenzio senza scendere a patti, a prendere anche i voti delle mafie?” si è chiesta la Bindi. Effettivamente nessun movimento politico ha il coraggio di parlare di mafia, da sempre garante di voti che di volta in volta sposta sul suo “cavallo vincente”. Una preoccupazione alla quale ha fatto eco anche il pm Nino Di Matteo che, nell'intervista di El Paìs, ha sottolineato come la lotta alla criminalità organizzata stia passando sotto il più completo silenzio.
La questione, però, non è il parlare di mafia in sé e per sé, oggi relegata alle ultime righe dei programmi di governo o a qualche battuta qua e là in questo o in quel comizio. Ciò che è veramente grave è che nessun leader politico racconterà la verità al popolo, né ora, né una volta al governo. Lo si deduce dal fatto che la “grande Europa” dal 2014 inserisce nel Pil, secondo la direttiva prevista dal sistema di contabilità “Sec 2010”, i proventi del mercato illecito di stupefacenti, che gli ultimi dati ancora in fase di elaborazione attestano in perenne crescita. Un trend dedotto dal record dei sequestri di droga pari a 100 tonnellate nel 2017, il valore più alto negli ultimi dieci anni dopo quello del 2014 (154 tonnellate). Si tratta del Pill: il Prodotto interno lordo lercio, ingrassato dai 200 miliardi di euro – stimati per difetto – che ogni anno le mafie lucrano sul sangue e la pelle della gente con il traffico di droga, il riciclaggio di denaro e la corruzione.
D'altronde la più potente organizzazione di narcos al mondo è tutta made in Italy, la testa del serpente in Calabria. La 'Ndrangheta, con un “fatturato” di 100 miliardi annui (sui 150 totali del narcotraffico) detiene il monopolio degli stupefacenti nel mondo occidentale, come è stato ormai ampiamente documentato da un eccellente lavoro giudiziario, in particolare svolto dai magistrati Gratteri, Lombardo e dai colleghi delle Dda calabresi. Un potere, quello delle cosche - unito al forte condizionamento esercitato nelle sfere dell'alta finanza - particolarmente presente nell'economia nostrana, che ancora resta tra quelle delle sette nazioni più ricche al mondo. Ma anche tristemente famose per il Pill.
Può, dunque, un paese come questo, essere diventato un narco-Stato? Perché i politici non denunciano pubblicamente il fatto che il problema economico numero uno in Italia sono le mafie e i loro soldi? Nessun partito ne ha mai parlato, perché al di là dei voti necessari di cui avranno bisogno per arrivare al governo, il “vincitore” dovrà scendere a patti con questi magnati dell'economia annidati nella grande finanza.
Ovviamente l’appello è destinato a tutti i grandi partiti in corsa alle elezioni che non si chiamano “Forza Italia”. Giacché cosa si può dire a un partito fondato da un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, il cui capo è indagato (insieme a Dell'Utri) nell'inchiesta sui mandanti delle stragi del ‘93?
Non possiamo, però, non rivolgere queste domande anche al presidente Mattarella, che, oltre ad essere Capo dello Stato, ha perso il fratello Piersanti in un agguato mafioso. Come dobbiamo considerare una nazione che basa il proprio Prodotto interno lordo anche sul fatturato delle organizzazioni criminali? I nostri onorevoli candidati vogliono davvero liberare il Paese da questo cancro e fare luce sui mandanti esterni alle stragi, che certamente hanno a che fare anche con il Pil lercio?
Chi, tra i candidati in corsa alle elezioni, intende sciogliere il patto che da centocinquant'anni lega Stato e mafia a doppio filo? E, una volta per tutte, dare giustizia ai parenti delle vittime di mafia?
Quotate in borsa, le organizzazioni criminali raggiungono 1680 miliardi di euro, mentre tutte le società valgono insieme 558 miliardi. Ciò vuol dire che se la mafia le acquistasse tutte, le avanzerebbero ancora 1092 miliardi da investire. Potrebbe comprarsi tutta la Borsa di Milano, con un avanzo di 500 miliardi di euro. Se si allarga il raggio d’azione, poi, lo scenario globale non è molto diverso, se pensiamo che il valore nazionale dei derivati sui mercati mondiali a metà 2016 era – secondo la Banca dei Regolamenti internazionali – pari a 637 trilioni di dollari. Un valore che è 10 volte il Pil dell’intero pianeta.
In questo ultimo giorno di campagna elettorale, gli aspiranti presidenti del consiglio – in particolare dei grandi partiti, da Renzi, a Grasso, a Di Maio – sono consapevoli di come il nostro Paese sia messo in ginocchio dai numeri del narco-Stato-mafia?

mercoledì 14 marzo 2018

Allarme pensioni: giovani d’oggi a rischio povertà entro il 2050

I giovani di oggi sono i futuri pensionati a rischio povertà entro il 2050. L’allarme lo lancia uno studio del Censis-Confcooperative dal titolo “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?”.
5,7 milioni di persone oggi rischiano di alimentare le fila dei poveri in Italia entro il 2050. Chi fa parte di questa platea con un destino quasi segnato? Si tratta di oltre 3 milioni di Neet, i giovani tra i 18 e i 35 anni che non studiano né lavorano, residenti per lo più nelle sei regioni del Sud specie Sicilia (317mila) e Campania (361mila).
A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in “lavori gabbia”, ossia attività non qualificate dalle quali trovano difficoltà ad uscire. Sono, infatti, 171.000 i giovani sottoccupati, 656.000 quelli con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate. Soggetti che vivono così una situazione di inadeguatezza del lavoro svolto come fonte di reddito e per questo il loro futuro previdenziale non è certo roseo. Da qui l’allarme della Confocooperative.
“Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà – dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Non sono temi di questa o di quella parte politica, ma riguardano il bene comune del Paese. Sul fronte della povertà il Rei con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà delle prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione”.

martedì 13 marzo 2018

Quando le fake news sono di sinistra

Sono passati pochi giorni dalle elezioni politiche del 4 marzo e già se ne sono viste di tutti i colori: la politica italiana è governata dal caos, complice una legge elettorale che offre esclusivamente la garanzia dell’inciucio. Inversioni di marcia da parte di noti editorialisti; lettere aperte a giornali di chiaro orientamento politico opposto; vari annunci di apertura o di chiusura: una baraonda di voci che si possono sintetizzare nel segnale: “attenzione, trattative in corso”. D’altronde, sono gli stessi giornali a spifferare notizie circa spassionati corteggiamenti impliciti tra forze politiche vittoriose e residui di partiti un po’ più sfigatelli. Una certezza però l’abbiamo: Matteo Renzi è l’unico, vero e meritevole perdente di queste Politiche. L’orgoglioso rottamatore piddino – rottamato a sua volta dai cittadini – avrebbe voluto dettare la sua ultima linea politica al proprio partito: nessuna alleanza col Movimento 5 Stelle. Ahimè, le sue obbligate dimissioni dalla segreteria non gli consentiranno d’imporre alcun veto.
Ma è proprio da questo punto che si evincono i preamboli dell’ennesima notizia a carattere scandalistico; frutto di una certa propaganda politica. C’è infatti una parte della sinistra, quella renziana, che vuole impedire a tutti i costi un dialogo tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico; una posizione che fa comodo anche al centrodestra. E in questi giorni di confusione mediatica, evidentemente non è bastata l’apparizione di grafici che testimoniano come l’elettorato pentastellato sia esponenzialmente maggiore nelle regioni più povere dell’Italia meridionale. Mancava un tassello per completare l’equazione; mancava un dato per screditare una buona fetta di elettorato. L’8 marzo spunta una notizia nel Corriere del Mezzogiorno: file immense di cittadini pugliesi stanno richiedendo i moduli per ottenere il reddito di cittadinanza. Si parla di “assedio”; di Caf “presi d’assalto”. La notizia viene rimbalzata freneticamente dai principali quotidiani nazionali, La Repubblica e Il Giornale in primis. Ora sì: l’equazione è completa! I meridionali, notoriamente dei nullafacenti, hanno votato il Movimento 5 Stelle perché vogliono fare la bella vita senza lavorare.
Finalmente si può dare il mangime ai polli d’allevamento: una pioggia di condivisioni e di facili ironie investe i social network. Presi da una foga spietata, questi ingenui divulgatori di propaganda politica mirano a sminuire la vittoria del Movimento 5 Stelle. Si tratta della stessa tipologia d’individuo che considera il proprio voto più importante rispetto a quello di diverse categorie di cittadini; gli stessi che, quando hanno visto i grotteschi risultati dei loro partiti, hanno minacciato di espatriare: chapeau! Per una volta partoriscono un’idea condivisibile. Trasformati in traghettatori di propaganda dal modello renziano, hanno delegittimato il voto dei meridionali con disprezzo, senza prendere minimamente in considerazione la condizione del Sud. Hanno sminuito il loro voto, la loro disoccupazione e la loro fame con scandalosa leggerezza; li hanno insultati usando le stesse argomentazioni di una classe politica che attribuiva ai giovani d’oggi la caratteristica di essere dei fannulloni. Ma ciò che inorridisce di più è che tutta l’ironia è stata prodotta da un’effettiva ignoranza sia sul tema del lavoro e sulle trasformazioni in atto che lo riguardano; sia sul concetto di “reddito di cittadinanza” e sulla reale proposta del Movimento 5 Stelle, che ha più le sembianze di un reddito minimo garantito, diffuso in tutta Europa.

lunedì 12 marzo 2018

Minacciosa Europa

Come in un copione già scritto, non sono passate che poche ore dall’esito elettorale ed ecco l’Unione Europea, e per lei la Commissione Europea, prendere carta e penna ed entrare immediatamente nelle nostre questioni interne. Non usa certo toni diretti, né potrebbe farlo, ma come sempre quando c’è da riportare ordine, usa quel tono sibillino e sornione con cui le cose si dicono ma è come se si trattasse di amichevoli e disinteressati consigli.
Non è infatti sfuggito a Moscovici né a Dombrovskis che dalle urne siano uscite come forze preponderanti destinate a governare l’Italia due compagini che dell’euroscetticismo hanno fatto, in campagna elettorale, uno dei cavalli di battaglia, forse quello politicamente più rilevante. E allora ecco i rimbrotti sull’accelerazione del costo del lavoro (sic!), sulle poche privatizzazioni, sul mancato alleggerimento della tassazione per i “fattori produttivi” (leggi sistema delle imprese), sulle “barriere significative” ad ostacolare gli affari, sul livello del debito ma soprattutto la messa in guardia dall’eventuale marcia indietro sulla riforma previdenziale che potrebbe peggiorare la sostenibilità del sistema paese.
In poche parole un vero e proprio monito preventivo al governo che verrà perché lasci perdere le boiate pre-elettorali, buone per prendere voti ma non per governare un paese, e si dedichi con professionalità e accondiscendenza a proseguire nel solco tracciato dai precedenti governi, quello cioè di seguire con attenzione e disponibilità le indicazioni, o meglio i diktat, dell’Unione Europea e della Banca Centrale Europea. Il pilota automatico è sempre pronto, sembrano dire nemmeno troppo velatamente da Francoforte, e il suo utilizzo dipenderà da che tipo di governo gli italiani saranno capaci di inventarsi nelle pieghe del risultato elettorale. Se sarà compatibile o meno con i progetti europei o, come roboantemente affermato sia da Salvini che da Di Maio si discosterà significativamente da questi.
A prescindere se ci sarà o meno, nel breve termine, un governo del Paese, quel che per noi conta è che non ci si può distrare un attimo. Il grande regista del nostro futuro sembra tutt’altro che intenzionato a mollare la presa e sul rispetto del fiscal compact, il mantenimento del pareggio di bilancio in costituzione, l’aumento dell’IVA a compensazione non c’è da attendersi sconti o soluzioni estranee al solco tracciato. Toccherà ancora ai lavoratori riprendere in mano la bandiera della lotta vera all’Unione Europea. Le illusioni, anche questa volta, sono destinate a durare poco.