mercoledì 14 febbraio 2018

Erdogan minaccia Eni e tiene in scacco l’Italia

Pochi giorni fa il colosso petrolifero nazionale Eni ha annunciato (citiamo qui una sua nota stampa ufficiale) la scoperta di un importante giacimento di gas “nel Blocco 6, nell’Offshore di Cipro, attraverso il pozzo Calypso 1. Il pozzo, perforato in 2.074 metri di profondità d’acqua e a una profondità totale di 3.827 metri, ha incontrato una estesa colonna mineralizzata a gas metano in rocce di età Miocenica e Cretacica. La sequenza Cretacica ha ottime proprietà di reservoir. Sul pozzo è stata eseguita una intensa e dettagliata campagna di campionamento sui fluidi e sulle rocce. Calypso 1 è una promettente scoperta a gas e conferma l’estensione del tema di ricerca di Zohr nelle acque economiche esclusive di Cipro. (…) Eni è l’Operatore del Blocco 6 con una quota del 50% e Total è partner con il restante 50%. Eni è presente a Cipro dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (nei Blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), cinque in qualità di operatore”.
Contemporaneamente, sempre da un’altra nota stampa, apprendiamo che “Eni ha firmato con la Repubblica del Libano due contratti di Esplorazione e Produzione per i blocchi 4 e 9, situati nelle acque profonde dell’offshore del Libano. I blocchi sono stati assegnati nell’ambito della prima gara competitiva internazionale lanciata dalle autorità libanesi per blocchi nell’offshore del paese. La firma di questi nuovi contratti apre la strada all’esplorazione delle acque libanesi e rafforza ulteriormente la presenza di Eni nel Mediterraneo Orientale, dove la società già opera con attività di esplorazione e produzione nell’offshore dell’Egitto e con attività di esplorazione nell’offshore di Cipro. Eni detiene un interesse partecipativo del 40% in entrambi i Blocchi. Total è Operatore con una quota del 40% mentre l’altro partner nel consorzio è Novatek con il 20%”.
Le due notizie, molto sensibili se soppesate dal punto di vista dei rapporti fra il nostro paese e il Medio Oriente (non dimentichiamoci, poi, che quella di Eni è una politica estera e diplomatica parallela a quella della Farnesina, a cui spesso ma non sempre ha fatto anche da apripista, ma di cui comunque è stata ogni volta un contraltare) giungono nel pieno della polemica sui presunti depistaggi attuati dalla compagnia petrolifera nazionale in sede giudiziaria, e in merito ai quali ha ribadito la propria estraneità. Non senza dimenticare, poi, il sempreverde caso Regeni.
Insomma, come spesso e volentieri avviene, pare che siano in parecchi a volere la pelle dell’Eni. Adesso, infatti, ci si è messa pure la Turchia. La marina militare turca ha bloccato nel Mediterraneo orientale la nave perforatrice italiana Saipem 12000, diretta verso Cipro per trivellare proprio quel giacimento concesso all’Eni in licenza da Cipro e conteso dalla Turchia. La nave è bloccata a sud-est dell’isola a 50 chilometri dal luogo previsto per le esplorazioni di idrocarburi, nel Blocco 3 concesso da Cipro nelle acque di sua “zona economica esclusiva”. Il governo di Ankara ha giustificato il sequestro della nave-piattaforma col fatto che quei giacimenti nel mare cipriota sono rivendicati dalla Turchia, e che le attività petrolifere si svolgerebbero in una zona di delicate manovre militari. Infatti sarebbero stati sequestrati dalla marina turca anche alcuni mercantili. Ma tutti sanno come Erdogan da tempo stia esercitando grosse pressioni su Cipro affinché condivida i suoi giacimenti con la repubblica turco-cipriota del nord, direttamente soggetta al controllo di Ankara.
I rapporti fra Eni ed Erdogan non sono buoni già da tempo. Quando Erdogan è venuto a Roma, alla cena con gli imprenditori italiani presso l’Hotel Excelsior l’Eni era proprio uno dei grandi nomi che mancavano. Erdogan non aveva fatto mistero di certe ruggini ed aveva detto di essere contrario ad attività dell’Eni “nel Mediterraneo orientale. I lavori del gas naturale in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi”. L’aumento delle attività dell’Eni a Cipro infastidisce la Turchia: la compagnia fondata da Enrico Mattei, infatti, è presente nell’isola dal 2013 e detiene interessi in sei licenze da essa concesse nelle acque economiche di sua esclusiva (Blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), di cui cinque in qualità di operatore.
Una cosa è certa: “sparando” addosso all’Eni, Erdogan ha individuato un nuovo modo per tenere sotto scacco l’Italia, soprattutto ora che si profila la possibilità che a Palazzo Chigi possa insediarsi un nuovo governo con orientamenti molto meno compiacenti verso la Turchia rispetto a quello uscente di Gentiloni. Anche questo potrebbe avere un’influenza, e neppure troppo marginale, sulla scelta del nuovo governo che guiderà l’Italia.

martedì 13 febbraio 2018

Fisco: anche nel 2018 cinque mesi di lavoro per pagare tutte le tasse

Nonotante un lieve calo della pressione fiscale, anche quest’anno saranno necessari 5 mesi di lavoro al contribuente italiano, prima di ‘pagare’ tutte le tasse del’anno, Irpef, Imu, Tasi, accise, Iva, Tari e quant’altro.
Solo da 2 giugno, il cosiddetto “tax freedom day”, gli italiani inizieranno a guadagnare in maniera netta per se stessi e le loro famiglie. È quanto segnala la Cgia di Mestre, evidenziando tuttavia una flessione della pressione fiscale dello 0,5% rispetto al 2017.
Per stimare il ‘giorno di liberazione fiscale’ nel 2018 la Cgia ha preso in esame la previsione del Pil nazionale di quest’anno e l’ha suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero; quindi ha considerato le previsioni di gettito dei contributi previdenziali, delle imposte e delle tasse che i percettori di reddito verseranno nel 2018 e le ha rapportate al Pil giornaliero.
“Al netto di eventuali manovre correttive – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi dell’Associazione artigiani e piccole imprese Paolo Zabeo – quest’anno la pressione fiscale è destinata a scendere di mezzo punto percentuale rispetto al dato medio del 2017, per attestarsi, al lordo dell’effetto del bonus Renzi, al 42,1 per cento. Una discesa ancora troppo lenta e quasi impercettibile che, per l’anno in corso, è ascrivibile, in particolar modo, alla crescita del PIL e solo in minima parte alla diminuzione delle tasse”.
“Al netto delle strepitose promesse elettorali annunciate in queste ultime settimane da una buona parte dei big politici – conclude Paolo Zabeo – entro la fine di quest’anno chi sarà chiamato a governare il Paese dovrà recuperare quasi 12,5 miliardi di euro per sterilizzare l’ennesima clausola di salvaguardia, altrimenti dal 1° gennaio 2019 l’aliquota Iva del 10 per cento salirà all’11,5 e quella attualmente al 22 si alzerà al 24,2 per cento”.
Nel 2016 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 2 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 9 se, invece, il confronto è realizzato con la media dei 28 Paesi che compongono l’Unione europea.

lunedì 12 febbraio 2018

L'incredibile riduzione della popolazione italiana

Pubblichiamo questo studio anche se non ne condividiamo il tono apocalittico da prossima fine della civiltà. Ci pare però che evidenzi un problema reale che il dibattito politico tende invece ad eludere. In realtà i processi in corso sono estremamente importanti e tali da creare non pochi problemi. Sarebbe il caso che ci si interrogasse su due questioni di primaria importanza: 1. Le immigrazioni sono necessarie, perché non è possibile che  l’Italia si riduca ad una popolazione di 27 milioni di abitanti di qui al 2080; 2. Per contro, una significativa alterazione dell’equilibrio tra popolazione autoctona e immigrata comporterà problemi di ogni tipo. Il tema su cui lavorare è allora: cosa fare perché questo massiccio (e inevitabile) afflusso di migranti non sconvolga identità e tradizioni, ma costituisca invece un’occasione di arricchimento, sociale e culturale? (ossin)
 
Nonostante i dati ufficiali mostrino che la popolazione italiana è cresciuta fino al 2015 e, secondo una proiezione d ’Eurostat, si stabilizzerà nei prossimi decenni, pure il numero di cittadini autoctoni si riduce a ritmi serrati: ogni anno di un quarto di milione, e questa tendenza va accelerandosi. Ciò vuol dire che la prevista crescita demografica potrà realizzarsi solo grazie a migrazioni di massa provenienti dall’Africa e dall’Asia centrale. Attualmente la maggior parte degli immigrati, in Italia, proviene dalla Romania, ma è un dato che va anch’esso riducendosi rapidamente. Saranno sempre minori le migrazioni provenienti da altri paesi europei, perché tutte le nazioni europee sono in drammatico declino demografico e perché la prolungata crisi economica che ha interessato l’Italia non la rende più meta privilegiata per i cittadini di altri Stati europei.
 
Se le previsioni ufficiali di Eurostat sono corrette, allora tra 60 anni o, tenuto conto del ritmo attuale delle migrazioni anche prima, il 50% degli abitanti dell’Italia sarà di origine Africana o asiatica. Le cifre calcolate dal nostro gruppo di ricerca demografica non sono isolate e trovano conferma nelle statistiche dei governi. Dunque, non solo le autorità italiane ed europee ne sono pienamente coscienti, ma esse sembrano perseguire un programma di ripopolamento su scala così monumentale da surclassare l’esperienza svedese di migrazione di massa.
 
Il tasso di fertilità italiano (di donne indigene e naturalizzate), vale a dire il numero di bambini per donna, è di 1,34, che è molto inferiore al livello di sostituzione che dovrebbe essere di 2,1. Lo stesso vale per tutto il continente europeo. Sotto questo profilo, l’Europa assomiglia al Giappone. La differenza sta nel fatto che, se le autorità giapponesi prevedono una riduzione della popolazione di un 60% entro la fine del secolo, i governi europei prevedono invece una crescita demografica. Perché questo? La risposta è semplice. I dirigenti europei hanno deciso di reintegrare le loro nazioni con gli immigrati, mentre i loro omologhi giapponesi no. Le autorità di Tokyo non vogliono rimpiazzare il loro popolo con gli stranieri, sapendo bene che, nel lungo periodo, una tale decisione significherebbe che il Giappone continuerebbe a esistere solo di nome.
 
Per comprendere meglio lo sviluppo demografico in Europa, l’equipe di Gefira ha sviluppato un software di simulazione della popolazione chiamato Cerberus 2.0. Il programma è alimentato da milioni di documenti forniti da Eurostat e dalle agenzie statistiche nazionali di diversi Stati europei. Per l’Italia, Cerberus 2.0 ha avviato la simulazione col livello di popolazione del 1985, che è il primo anno per il quale è disponibile un database completo sui tassi di mortalità e fertilità. Per calcolare la popolazione degli anni successivi, Cerberus 2.0 ha aumentato l’età di tutti i gruppi. Il programma utilizza i tassi di fertilità e mortalità specifici per età per ogni anno. Il numero di neonati può essere calcolato dal tasso di fertilità specifico per età, moltiplicato per il numero di donne in ciascun anno. Il programma può determinare con molta precisione quanti neonati ci sono e quante persone muoiono in ogni gruppo di età. La previsione demografica senza migrazioni è quella più precisa e ci lascia pochi dubbi sulla sorte della nazione italiana.
 
A partire dall’anno 1985, Cerberus 2.0 ha calcolato che, nel 2016 l’Italia avrebbe dovuto avere 55 milioni di abitanti. Tuttavia, secondo l’ISTAT, l’Istituto nazionale italiano di statistica, erano invece 60 milioni, ciò perché 5 milioni erano immigrati. Questo dato è confermato dall’Istat ed era stato previsto dal nostro software.
 
Per le previsioni oltre il 2016, Cerberus 2.0 utilizza i tassi di fertilità e mortalità a partire dal 2016. Questa simulazione fornisce una stima molto precisa della futura popolazione italiana.
  
Senza un radicale cambiamento di atteggiamento nei confronti della vita familiare e della riproduzione nella società occidentale, i tassi di fertilità degli Europei indigeni non cresceranno. In alcuni paesi europei, un numero relativamente alto di figli per famiglia è dovuto soprattutto agli immigrati di prima generazione. Per esempio, il tasso globale di fertilità (autoctoni e immigrati) nei Paesi Bassi è di 1,67, mentre il tasso di fertilità delle sole donne autoctone è di 1,5.
 
La speranza di vita non cambierà in modo significativo. Il tasso di mortalità delle persone che hanno meno di 65 anni è così basso nei paesi occidentali, che ulteriori miglioramenti sono a stento possibili. La speranza di vita delle persone anziane può aumentare un po’, ma questo non influenzerà in alcun modo la crescita della popolazione. La fertilità cessa di solito all’età di 55 anni. I demografi conoscono con precisione il futuro delle popolazioni autoctone dell’ovest, e però c’è poco o niente di dibattito accademico sulla loro estinzione imminente.
 
C’è un gran gruppo di specialisti di scienze sociali che si aggrappa alla credenza (è questa la parola giusta) che gli immigrati del Marocco, del Congo o dello Zimbabwe assorbiranno la cultura italiana e si fonderanno nella nazione italiana. La risposta comune alle critiche sulle politiche di immigrazione è che « i problemi spariranno dopo la seconda generazione » o che « sarà come negli Stati Uniti » dove ci sono degli italo-statunitensi, dei sino-statunitensi, degli afro-statunitensi e così di seguito. In altri termini, nel corso di una o due generazioni, i nuovi Italiani neri si comporteranno come italiani, e nessuna differenza sarà percepibile, a parte il colore scuro della pelle. Opinioni diverse, pur basate su prove tangibili, vengono considerate razziste e trattate di conseguenza. La discussione nella « buona società » si concentra sulle dimensioni e sulla velocità delle migrazioni e l’integrazione dei nuovi giunti. Come al tempo di Galileo, i credenti hanno la meglio su coloro che si attengono alla osservazione e ai fatti. Gli Stati Uniti del futuro non assomigliano agli Stati Uniti del passato: gli Stati Uniti attuali stanno già cambiando. E poi I problemi non « spariranno dopo due generazioni ».
 
La Francia, che attualmente è alla terza generazione di immigrati del Terzo Mondo, si trova da dieci anni a dover fronteggiare rivolte etniche, e il presidente Sarkozy definì i manifestanti maghrebini « canaglie ». Conflitti di questo tipo non possono mai trovare soluzione. Gli scontri di cultura tra cattolici e le comunità di immigrati protestanti negli Stati Uniti non erano rari, ma non sono mai degenerate in manifestazioni regolari di terrorismo islamico, come quelle che vediamo oggi in Europa. Gli immigrati negli Stati Uniti non hanno mai beneficiato di un sistema di protezione sociale equivalente a quello che abbiamo qui in Europa. Mark Faber, un investiture svizzero, è stato rimosso da molte funzioni pubbliche, per avere osservato che, se fossero stati gli Africani a fondare gli Stati Uniti, essi assomiglierebbero all’Africa. Per quanto l’osservazione sembri lapalissiana alle persone comuni, l’investitore è stato costretto a scusarsi con la comunità politicamente corretta, dei professori universitari e dei giornalisti. Chiunque pensi che le migrazioni di massa provenienti dall’Africa cambieranno il volto e l’anima della nazione viene etichettato come razzista.
 
Con zero immigrazione e il tasso attuale di nascita, Cerberus 2.0 prevede che nel 2080 la popolazione italiana autoctona si sarà ridotta a circa 27 milioni di persone e, nel 2100, si ridurrà di un altro 60% e sarà di 20 milioni, vale a dire gli stessi risultati che le statistiche giapponesi prevedono per il Giappone. Certamente i di mutamento radicale delle società occidentali. Ma lo sono davvero ?
 
Nonostante questi dati, il governo italiano ed Eurostat prevedono che, nel 2080, vi saranno da 53 a 60 milioni di abitanti in Italia. Questo può avvenire solo se alla popolazione autoctona si aggiungeranno da 25 a 30 milioni di immigrati di prima generazione e i loro discendenti dall’Africa e dall’Asia. Anche se l’immigrazione non accelerasse, gli Italiani saranno minoranza nel 2080. Se si considerano I tassi migratori degli ultimi cinque anni, questo risultato potrebbe raggiungersi anche prima.
 
Mentre il grande pubblico non è consapevole della sorte che lo attende, i decisori politici conoscono le cifre. ONG tedesche, spagnole, norvegesi, irlandesi e olandesi, oltre alla marina europea, hanno trasportato dal 2014 il numero impressionante di 600 000 migranti non occidentali dalla Libia verso l’Italia. Ciò è avvenuto con la complicità delle attuali autorità italiane. Il grande ricambio non è un caso e non si fermerà. E’ un programma ben concepito, e subdolo, nel quale i nativi europei non hanno voce in capitolo.
 

venerdì 9 febbraio 2018

Sardegna in crisi fa come la Grecia: vende i suoi “gioielli”

Come fatto dalla Grecia in piena crisi economica, la Sardegna ha deciso di vendere ai privati alcuni immobili inutilizzati con l’obiettivo di trasformarli in nuove attività e riattivare l’economia della regione. Si tratta di beni che rischiano di essere abbandonati perché:
“considerati non funzionalmente utilizzabili per i servizi dell’Amministrazione regionale, degli enti strumentali, delle agenzie e delle società in house che non siano destinati agli enti locali territoriali, ovvero che non rivestano interesse ambientale o culturale”
Da qui l’idea di metterli in vendita attraverso bandi pubblici. Sono alberghi, immobili nei centri di cittadine, pascoli e altre strutture. Un esempio è quello di Porto Cervo, dove viene offerto un locale commerciale in centro a un costo di partenza di 3,1 milioni di euro. Nella provincia di Nuoro, a Tonara, si può acquistare l’ex hotel Il Noccioleto, a Fertilia, in provincia di Alghero l’Hotel Esit per 2.576.25 euro.
L’assessore regionale Cristiano Erriu ha detto che si sta cercando di rendere produttivo un patrimonio che altrimenti sarebbe inutilizzato:
“attraverso una serie di iniziative in cui si unisca l’intervento dei privati con misure come l’Art bonus o mediante altri strumenti disponibili. Attualmente si partirà con la seconda fase relativa alla dismissione dei fari costieri e inoltre con la rete dei cammini e il recupero degli edifici abbandonati”
Proprio in questi giorni un’altra iniziativa del genere proposta dal Comune di Ollolai in Barbagia sta suscitando molte attenzioni. Alcuni edifici storici della cittadina sono stati messi in vendita alla cifra di un euro, con l’impegno che il futuro proprietario li possa riportare in vita e ristrutturare. Richieste di informazioni sono arrivate da tutto il mondo.

giovedì 8 febbraio 2018

A settantatré anni dal diritto di voto qual è la condizione femminile in Italia?

Per gli appassionati di storia e di politica nostrane, il 1 febbraio è una data tutt’altro che ordinaria. Già, perché diversamente da quello che credono in molti, è esattamente in questo giorno di 73 anni fa che le donne acquistano, nel nostro Paese, il diritto di voto. Prima, quindi, del più famoso e ricordato referendum del 2 giugno dell’anno dopo. Il 1946.
Siamo nel 1945. Il secondo conflitto mondiale, seppur ormai deciso e a un passo dall’epilogo, non è ancora concluso, così come la resistenza partigiana. E con la guerra di liberazione ancora in corso, l’Italia getta le basi della sua futura vita democratica, allargando a tutti i cittadini il diritto a scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento, e instaurando di fatto il suffragio universale, già adottato negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in diversi paesi del Nord Europa e dell’America Latina.
Accade, allora, che il Governo Bonomi III, formato da Democrazia Cristiana, Partito comunista, Partito liberale e Partito democratico del Lavoro, vara il Decreto legislativo n° 23/1945 che estende alle donne il diritto di voto. È il 1° febbraio, e il giorno dopo è pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Il provvedimento nasceva su proposta dei leader dei due maggiori partiti: il comunista Palmiro Togliatti, vicepresidente del Consiglio dei Ministri, e il democristiano Alcide De Gasperi, ministro degli Esteri.
Per le urne, però, le donne devono attendere un anno, e accade in ben due occasioni. Le elezioni amministrative tra marzo e aprile, e il 2 giugno, dove tra l’altro è eletta anche l’Assemblea costituente. Passano altri 12 mesi, e acquistano un altro piccolo grande tassello verso l’uguaglianza con gli uomini. Il 1947 è l’anno della Costituzione, e in modo particolare dell’articolo 3 (“‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…”) e 51 (“Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza…”). Chi se la ricorda la faccia della 25enne Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, ebrea toscana, filosofa, per di più incinta, che indossava l’abito della mamma ed era in prima fila quando il presidente della Costituente Umberto Terracini consegna il testo della neonata Costituzione?
A parte l’amarcord storico, però, e gli altri diritti via via conquistati con fatica e grandi battaglie dei movimenti femministi o pseudo tali, c’è da chiedersi 73 anni dopo se l’effettiva uguaglianza sia ormai data per certa (onestamente, però, fa riflettere sentire ancora parlare di “quote rosa” nelle più disparate e cocciute leggi elettorali, più un contentino che altro), o è soltanto un fatto di mere parole incise sia pur sulla legge fondamentale dello Stato in una società per molti versi ancora basata sul maschilismo. E in cui ancora nessuna donna è mai diventata né presidente del Consiglio – quanto ci è andata vicino Nilde Iotti 30 anni fa – né presidente della Repubblica, e ve ne sono soltanto tre a formare la Corte Costituzionale, dove ve ne sono state soltanto cinque in totale. Ancora meno, tre, hanno guidato la Camera dei deputati. Nessuna ha mai guidato un’Authority, o un (serio) organismo economico.
Per capire, tutto, quindi, si parte proprio dall’articolo 51 della Costituzione, e dalla (non) effettiva attuazione. E dalla storia, nostra amica sempre. Le rappresentanti del gentil sesso nell’Assemblea costituente sono 21, che si riducono a cinque nella Commissione dei 75 che redige la Carta. Teresa Mattei, certo, ma poi Nilde Iotti, Maria Federici, Teresa Noce, Lina Merlin – quella della legge sulle case chiuse, per intenderci.
Eppure, fino al 1963 i principi costituzionali sono inattuati, anche perché le donne non possono accedere alla Magistratura. Un cambio deciso si ha nel 2003, quando l’articolo 51 è modificato introducendo il principio di parità formale. Anche qui, però, è solo la carta che parla, perché per l’altra parità, quella sostanziale, si è ancora alla disperata ricerca.
Nel Belpaese, infatti, c’è uno strano fenomeno. Quando si tratta di posti di comando che contano e che magari servono davvero e fanno rima con potere, i volti femminili evaporano. Ne troviamo tante in Parlamento (la legislatura che si è chiusa a dicembre contava 286 donne su 945, quasi il 30 per cento degli eletti, cifra che sale al 40 per quello europeo), molte anche nei Consigli regionali, seppur variegate diversamente, più della metà in Magistratura, ma c’è ancora qualcosa che non va. Sindaci donna sono 1.000 su oltre 8 mila Comuni, incommentabile il dato delle grandi città (e meno male che Roma e Torino hanno rotto il tabù nel 2016), soltanto due sono governatori di Regione, zero alle segreterie di un grande partito. E le senatrici a vita? Grazie a Liliana Segre, reduce di Auschwitz, e nominata il 18 gennaio, sono salite a quattro dal 1948.
Uscendo dalla politica le cose vanno certamente meglio, ma continuano le disparità tra i sessi nel mondo del Lavoro: tra i quadri dirigenziali la differenza tra uomini e donne si attesta nel 2017 attorno agli 11 mila euro lordi l’anno. Anche sul piano dei diritti nel mondo del lavoro la differenza tra i sessi si nota. Si attesta attorno al 25,2% il numero di lavoratrici sovraistruite, contro il 22,1% degli uomini. Anche nella precarietà le lavoratrici risultano svantaggiate: il 21,1% delle donne lavoratrici svolge un lavoro precario, contro il 18,1%. Tuttavia l’occupazione femminile durante la crisi ha tenuto meglio rispetto a quella maschile: Dal 2007 al 2016 le lavoratrici sono aumentate dal 46,9 al 48,1%, mentre il numero di lavoratori di sesso maschile è diminuito dal 70,7 al 66,5%.

mercoledì 7 febbraio 2018

La UE impone una legislazione antisindacale alla Grecia

Seguendo le istruzioni della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, lunedì 15 gennaio il governo greco è riuscito a fare approvare la legislazione più antisindacale d’Europa.

La mossa è stata richiesta, assieme ad altre misure draconiane, come condizione per l’ultima tranche di quello che viene definito il “salvataggio” [bailout, NdT] della Grecia, ma che in realtà è solo il salvataggio delle istituzioni finanziarie europee, che hanno incautamente spinto i greci a indebitarsi.

Il punto fondamentale richiesto dal governo di Syriza era che le azioni sindacali dovessero essere approvate con il voto favorevole di almeno la metà più uno del numero totale dei membri dei sindacati nel luogo di lavoro [mentre prima la soglia era di un terzo, NdT], e a prescindere dall’effettiva partecipazione al voto. Questo provvedimento è ancora peggiore di quelli previsti dall’accordo sindacale Trade Union Act entrato in vigore nel Regno Unito nel marzo 2016.

Sorprendentemente (o forse no) il Trade Union Congress [la federazione sindacale britannica, NdT] non ha speso una sola parola su tutto questo, mentre continua a spargere allarmismo sugli effetti che la Brexit dovrebbe avere sui diritti dei lavoratori. Mentre il Trade Union Congress continua con le sue chiacchiere, l’Unione Europea sta stringendo le viti sul più basilare di tutti i diritti dei lavoratori, il diritto di sciopero, e sta usando la Grecia come banco di prova per le politiche che vorrebbe attuare in tutti i paesi membri.
Senza il diritto di intraprendere azioni di sciopero, i lavoratori non hanno alcuna protezione tranne quella del tribunale, e i tribunali dei capitalisti tendono decisamente a favorire gli imprenditori.

La Corte Europea di Giustizia ha decretato (nel caso Laval, 18 dicembre 2007) che gli imprenditori hanno il diritto di importare lavoratori da paesi UE a basso salario verso paesi UE ad alto salario, pagandogli il salario del più economico dei due paesi, indipendentemente da qualsiasi accordo di contrattazione collettiva presente nel paese a salari maggiori. Ha decretato inoltre (nel caso Viking, 11 dicembre 2007) l’illegalità di qualsiasi politica industriale tesa a impedire l’esternalizzazione verso i paesi a basso costo.

Nel caso Alamo-Herron (18 luglio 2013), in cui alcuni membri del sindacato Unison erano stati trasferiti fuori dalle amministrazioni locali, ha decretato che indipendentemente da ciò che dicesse il loro contratto, i benefici contrattati collettivamente a favore dei lavoratori degli enti locali potevano essere ignorati dai loro nuovi datori di lavoro. “Questo caso è un attacco spaventoso alla contrattazione collettiva ed è almeno altrettanto grave dei casi Laval e Viking”, ha scritto John Hendy, il celebre avvocato del lavoro britannico.

Hendy ha poi aggiunto che “la UE è diventata un disastro per i diritti collettivi dei lavoratori e dei loro sindacati”.

Come abbiamo già detto, organizzazioni sindacali forti sostenute da efficaci politiche industriali quando necessarie sono l’unico modo per garantire e difendere i progressi sui posti di lavoro. La UE si limita a mormorare sui “diritti”, e nel frattempo aggredisce alla base e con determinazione le organizzazioni dei lavoratori.

Non una sola riga del Trade Union Act introdotto dal governo Cameron, o ancora peggio della White Paper che l’ha preceduta, era contraria alla legge della UE. Prima la Gran Bretagna esce dalla UE, meglio sarà per i membri delle organizzazioni sindacali (sebbene alcuni cosiddetti leader dispiaccia essere cacciati fuori dal ricco treno di Bruxelles). Almeno poi potremmo vedercela direttamente coi nostri imprenditori.

martedì 6 febbraio 2018

Perché le proposte di Emma Bonino finirebbero per distruggere economia e diritti sociali

La Bonino sta imperversando su tutti i canali Tv, con il suo europeismo del capitale. Ecco la mia risposta alle sue proposte.
Nell’intervista rilasciata al Sole24ore il 1 febbraio Emma Bonino spiega le misure contenute nel suo programma elettorale, che dovrebbero condurre alla riduzione del debito pubblico in percentuale sul Pil. La Bonino propone un inasprimento dell’austerity del Fiscal compact e una ulteriore riduzione fiscale per le imprese, compensata con l’aumento dell’Iva. Tali misure iperliberiste, però, sono state già sperimentate e hanno sortito esiti devastanti. Si tratta di misure, infatti, che non solo spostano ricchezza dai poveri ai ricchi, ma hanno un effetto depressivo sulla produzione (e sull’occupazione), portando non alla diminuzione bensì all’aumento del debito pubblico.
La prima proposta, per ridurre addirittura di 22 punti percentuali il debito, è di bloccare “la spesa pubblica primaria nominale” al livello del 2017 per 5 anni.
Che cos’è la spesa pubblica primaria?
È la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, cioè si tratta della spesa per far funzionare la macchina statale e distribuire servizi sociali e contributi alle famiglie. Che si tratti di spesa nominale vuol dire che non si considera l’aumento dovuto all’inflazione. In pratica, se blocco la mia spesa ai 100 euro del 2017, nel 2022 continuerò a spendere 100 euro, anche se con quella somma potrò comprare meno beni e servizi, perché nel frattempo il prezzo di acquisto è aumentato. È abbastanza semplice capire che, sebbene l’inflazione sia bassa, Bonino propone di diminuire l’importo reale della spesa, che già oggi è insufficiente a garantire adeguati servizi a tutti i cittadini, ad esempio nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, eccetera.
Ma c’è un’altra questione importante: la crescita del debito non dipende dalla spesa primaria.
Il debito complessivo è sempre cresciuto, anche negli ultimi anni, a causa non della spesa sociale, rimasta inferiore o uguale ai livelli medi europei (nel 2016 il 45,4% sul Pil in Italia e nella Uem), ma della spesa per interessi (4% in Italia contro 1,8% nella Uem), cioè quella per ripagare i creditori, tra cui le banche e gli istituti finanziari internazionali con cui l’Italia si è indebitata. Infatti, il deficit comprensivo delle spese per gli interessi è nel 2016 del 2,5% sul Pil (superiore a quello medio Uem senza Italia, che è dell’1,5%), mentre a livello primario (senza interessi) non c’è deficit bensì abbiamo addirittura un surplus dell’1,5% (superiore a quello medio della Uem senza Italia che è dello 0,5%). Quindi, senza considerare gli interessi, l’Italia è un Paese che è più “virtuoso” di gran parte dell’Europa, per usare il concetto cui hanno voluto abituarci le stesse forze neoliberiste che sbandierano la necessità del “vincolo esterno”. Lo stesso raddoppio sul Pil del debito pubblico tra 1981 e 1992 è stato dovuto in parte minore a elusione e evasione fiscale (nonché alla riduzione della progressività dell’imposizione fiscale) e in gran parte all’aumento della spesa per interessi, dovuta proprio alle misure neoliberiste che, antesignane della creazione della indipendente Banca centrale europea, separarono il Tesoro dalla Banca d’Italia, liberando quest’ultima dall’obbligo di acquistare titoli di stato. Infine, se ci ritroviamo con un debito più alto, è anche perché il ministero del Tesoro ha fatto delle scelte sbagliate sui mercati finanziari con i derivati, che avrebbero dovuto garantire tassi d’interesse favorevoli e che invece si sono rivelate dannose, traducendosi, secondo il Sole24ore, in una perdita tra 2006 e 2016 di 24 miliardi, e aumentando il deficit, solo nel 2016, dello 0,3% del Pil .
Quindi, abbiamo visto che ridurre la spesa primaria sarebbe inutile alla riduzione del debito in assoluto. Aggiungiamo che sarebbe addirittura controproducente, se lo scopo è la riduzione del debito in percentuale del Pil, come pretende di fare la Bonino. In primo luogo, la riduzione della spesa pubblica, in un contesto di ripresa ancora fiacca e con la maggior parte dei nuovi lavoratori a termine e sottoccupati, riduce la domanda aggregata. La riduzione della domanda aggregata, come si sa, ha un effetto depressivo sulla crescita del Pil. Inoltre, non bisogna dimenticare che il Pil è composto anche da quanto prodotto e, quindi, speso dalla Pubblica Amministrazione. Se riduciamo la spesa pubblica, riduciamo quanto prodotto dalla PA e dunque il Pil. Insomma, anche ammesso che a prezzo di grandi sacrifici per i più poveri e i lavoratori salariati, si riesca a ridurre l’importo assoluto della spesa, il debito crescerebbe. Questo perché il debito, secondo i criteri europei, è calcolato in percentuale sul Pil. Quindi se il denominatore (il Pil) cala o non cresce adeguatamente, il debito in percentuale sale.
L’altra proposta della Bonino, cioè la riduzione delle imposte alle imprese (Ires) e la loro sostituzione con l’aumento dell’Iva peggiora ancora la situazione.
Infatti, l’aumento dell’Iva avrebbe i seguenti effetti diretti: aumenterebbe i prezzi e ridurrebbe in proporzione il reddito della massa dei lavoratori, visto che si tratta di una imposta per definizione regressiva, cioè che, pesando ugualmente sul miliardario e sul commesso di negozio, redistribuisce il reddito nazionale dai poveri ai ricchi. In una parola aggiungerebbe un ulteriore incentivo a ridurre la domanda aggregata, soprattutto di beni di consumo e di massa, piuttosto che di beni di lusso, che hanno un impatto minore sulla crescita del Pil.
La conseguenza sarebbe la riduzione ancora di più marcata del Pil, cioè del denominatore, che condurrebbe all’aumento del debito in percentuale sul Pil. Inoltre, visto che l’Iva è tra tutte le imposte quella maggiormente elusa e il cui gettito dipende dal livello della domanda e degli acquisti, specie se questi si riducono o non crescono adeguatamente, avremo un’altra conseguenza negativa: non si potrebbe compensare la perdita di gettito, dovuta alla riduzione delle imposte alle imprese, e le entrate diminuirebbero. Senza contare che il gettito fiscale derivante dalle imprese è già stato pesantemente abbassato, grazie alla riduzione dell’Ires al 24% nel 2016 e agli iper e superammortamenti che riducono la base imponibile e che sono previsti da Industria 4.0. Così, il debito assoluto salirebbe e, rapportato a un Pil che invece si sarebbe ridotto per le ragioni dette, si tradurrebbe in un forte aumento del debito in percentuale. Del resto è quello che è sempre accaduto. Il governo di Mario Monti, che avrebbe dovuto salvarci dalla bancarotta (imminente solo nella fantasia di alcuni) e che adottò le politiche più restrittive a livello di bilancio degli ultimi 70 anni, vide un aumento del debito di ben 12,5 punti, dal 116,5% del 2011 al 129,0% del 2013, molto più che nel triennio berlusconiano precedente e molto più che nel triennio successivo.
Figuriamoci, quindi, se è possibile, con le proposte della Bonino, ridurre il debito pubblico di 22 punti in cinque anni, dal 132% al di sotto del 110%. Quella della Bonino è una posizione vecchia, che non ha nulla a che vedere con l’economia, ma piuttosto con il fondamentalismo ideologico neoliberista. La verità è che le misure di austerità, cui i Paesi europei sono stati forzati dalle istituzioni europee, hanno ampiamente dimostrato il loro fallimento, dal punto di vista della democrazia e dell’economia. Se si vuole evitare una ulteriore macelleria sociale e si vuole ridurre il debito c’è solo un modo: aumentare gli investimenti pubblici e la domanda di servizi collettivi, facendo sì che cresca il denominatore, cioè il Pil. Ma per fare questo bisogna combattere contro i vincoli al debito e al deficit imposti dei trattati europei e contro il contesto economico-finanziario che ne impone il rispetto, cioè l’integrazione monetaria, che comporta il controllo sulle finanze dei singoli stati da parte della Bce. Non è un caso che la Bonino rivolga, sempre nella stessa intervista, un apprezzamento a Junker per aver ricordato che l’euro è la moneta cui tutti gli stati europei devono aderire.