martedì 16 gennaio 2018

Il lato oscuro dello shopping: o lavori di domenica (e nelle feste), o te ne vai

Ormai inventeranno dei giorni in più per poter tenere aperto il negozio», confessa scherzando una commessa ad Annalisa Dordoni, dottoranda in sociologia all’Università Bicocca, che ha realizzato una ricerca sui nuovi ritmi e tempi di lavoro del commercio in due delle principali strade europee dello shopping, corso Buenos Aires a Milano e Oxford Street a Londra. «I rossi sul calendario non ce li chiedono. Non ci chiedono le domeniche, non ci chiedono niente. Noi ci becchiamo gli orari e quelli che ci danno facciamo», raccontano.
Primo maggio, ferragosto, 25 aprile, 2 giugno, Ognissanti, Immacolata, Epifania e tutte le domeniche: qualcosa di aperto in Italia ormai si trova sempre. «Dall’attuazione del decreto “Salva-Italia” del governo Monti, nel 2012, il nostro Paese è diventato patria della deregolamentazione nell’apertura dei negozi», spiega Annalisa Dordoni. Con il caso limite del centro commerciale più grande d’Italia, Oriocenter a Bergamo , che quest’anno ha aperto (in parte) pure il 25 dicembre, provocando il primo sciopero natalizio del settore.
Sebbene molti Paesi siano considerati “più liberisti” di noi, nel resto d’Europa una regolamentazione esiste. Nel Regno Unito le aperture domenicali sono normate in base alla metratura dei supermercati e dei negozi. In Germania (tranne qualche deroga) si può aprire per un massimo di dieci domeniche e per un orario ridotto. In Francia solo per cinque domeniche. In Spagna e in Austria l’apertura domenicale è prevista unicamente per i negozi delle zone turistiche.
Gli esercenti italiani invece non hanno limiti: in teoria possono tenere su le serrande 365 giorni all’anno, 24 ore su 24, sette giorni su sette. Causando problemi sia ai piccoli negozi – che fanno fatica più dei grandi a tenere aperto – sia ai lavoratori. Che in molti casi finiscono per vivere quella che nelle interviste definiscono “settimana al contrario” rispetto al resto del mondo. Quando gli amici nei fine settimana o nei giorni di festa si fermano o vanno a fare shopping, commessi e commesse lavorano di più. Quando i figli non vanno a scuola, mamme e papà lavoratori del commercio sono pronti a rimboccarsi le maniche, finendo per ridurre all’osso il tempo trascorso in famiglia. «Per loro il concetto del week end non esiste», dice Dordoni. E in Italia la situazione è peggio che altrove: se gli addetti al commercio nel Regno Unito lavorano per legge nazionale cinque giorni su sette, da noi sono impiegati invece sei giorni su sette. Con un solo giorno libero e non due.

Annalisa Dordoni ha realizzato 50 interviste dietro i banconi delle affollate shopping street milanesi e londinesi. «A Oxford Street, i commessi sono più giovani e sono sia uomini che donne», spiega la ricercatrice. «Mentre in Italia ci sono molte più donne, e sono anche più avanti con l’età. Quindi trovi molte donne in gravidanza o con figli, che fanno una fatica enorme a incastrare questi tempi di lavoro con la vita familiare». Tra le testimonianze raccolte, c’è anche quella di una ragazza incinta che, dopo una giornata di lavoro sempre in piedi, durante le pulizie di chiusura si è sentita male. Qualche giorno dopo ha scoperto di aver perso il bambino. «Magari dovevo fermarmi», racconta. «Sono andata avanti. Poi, sono andata a prendere il treno. Ricordo ancora la fatica e il mal di testa... Ho detto: se chiamo l’ambulanza che succede, perdo il lavoro?».
Quello che accomuna i lavoratori delle domeniche e dei festivi è la difficoltà ad avere «una vita sociale normale», spiega Dordoni. «Ho incontrato molte persone che non hanno una relazione stabile o che fanno fatica ad avere relazioni sociali, perché quando il sabato e la domenica gli altri escono loro sono al lavoro». Il risultato è che «non hanno potere di gestire il proprio tempo».
I racconti hanno questo tenore: «I giorni che io ho non coincidono mai con quelli dei miei amici, cioè la mia amica magari sabato e domenica è off e io lavoro sempre il sabato e la domenica»; «Il mio rapporto con i miei amici è praticamente inesistente, passo quasi tutto il mio tempo al lavoro e non ho tempo per vivere».
È quello che la ricercatrice chiama “disuguaglianza di potere nell’accesso al tempo”. Non solo il tempo per le relazioni sociali, ma anche il “tempo per sé”. «Una modalità temporale che serve per riuscire a ragionare sulla propria vita, a fare un minimo di introspezione per capire cosa si vuole fare o dove si vuole arrivare», spiega Dordoni. «Durante le interviste emerge infatti un affidarsi al caso». Molti lavoratori erano studenti, che hanno cominciato a lavorare part time nei negozi, abbandonando poi l’università, quando magari rimaneva solo la tesi da scrivere per laurearsi. «Dalle loro testimonianze appare chiaro che non ci hanno neanche riflettuto su queste scelte. Il fatto di avere dei tempi così destrutturati, vivendo giorno per giorno, con turni che cambiano anche all’ultimo momento, non permette di riflettere sulla propria vita. Nel momento in cui non hai una routine e non puoi progettare quello che farai tra un mese o domani, come puoi progettare se dare un esame all’università o continuare a studiare? Questo incide molto sulla consapevolezza delle proprie scelte e colpisce soprattutto i giovani. Molti si ritrovano a essere definitivamente commessi senza averlo mai davvero deciso».

I calendari dei turni molto spesso vengono dettati dall’alto, comunicati con al massimo una settimana di anticipo. E senza alcuna concertazione con i lavoratori: anche laddove in passato accadeva, come in Ikea, ormai la gestione delle turnazioni è stata affidata a un algoritmo, come abbiamo raccontato. E con i negozi sempre sotto organico, se qualcuno si ammala bisogna essere disponibili a rimpiazzarlo anche quando si ha il giorno libero. «In negozi con due o tre persone, si cerca di non stare a casa anche quando si ha la febbre per non scombinare i piani dei colleghi», racconta Dordoni.
Senza dimenticare che in Italia non esiste il diritto di scegliere di non lavorare la domenica o nei festivi. «Nel Regno Unito, per legge nazionale e non per accordi tre le parti sociali, è sancito il diritto di non lavorare la domenica (the right to opt out of Sunday Working, ndr)», spiega Dordoni. «Il lavoratore è tenuto semplicemente a comunicare tre mesi prima al datore di lavoro la decisione. E non può essere discriminato per questo». Da noi no. O meglio, alcuni contratti prevedono la possibilità di scelta, ma non sempre viene rispettata. Mentre altri non la prevedono affatto. Un contratto nazionale del commercio esiste, ma è stato sottoscritto solo da Confcommercio e non da Federdistribuzione. Quindi dipende a quale associazione di categoria aderisce il punto vendita. E il risultato è una giungla di condizioni lavorative, tra chi applica le maggiorazioni retributive dei festivi al 30%, chi percentuali più basse, chi solo agli straordinari e chi non le applica per niente. Per cui per molti lavorare domenica equivale spesso a lavorare di martedì.
E i sindacati? «Il tasso di sindacalizzazione nei negozi è molto basso», spiega Dordoni. «E molti non si avvicinano ai sindacati per il timore di essere spostati in altri punti vendita fuori città». È quello che è successo al di là di una delle belle vetrine di corso Buenos Aires: uno dei commessi, che stava iniziando una causa di lavoro, prima è stato trasferito, e alla fine è stato costretto a dare le dimissioni. Benvenuti nell’era dei negozi aperti sette giorni su sette. Anche a Pasqua e a Natale.

lunedì 15 gennaio 2018

Tutti i rincari del 2018

Il 2018 per gli italiani, come ogni inizio d’anno nuovo, è iniziato con il botto. A saltare sarà il portafoglio (già vuoto). In Italia aumenta tutto tranne gli stipendi.
Dalle bollette ai pedaggi autostradali. Passando per assicurazioni, servizi bancari, prodotti per la casa e spese scolastiche. Il tutto porterà ad una mazzata di 952 euro in più per le famiglie. Vediamo nel dettaglio tutti i rincari del 2018.

Luce e gas

Dal primo gennaio l’energia elettrica è aumentata del 5,3%, mentre quella del gas del 5%. Tradotto in euro significa un esborso per la famiglia-tipo nell’anno compreso tra il 1 aprile 2017 e il 31 marzo 2018 di 535 euro (+7,5%) per l’elettricità e di 1.044 euro per il gas, con una crescita del 2,1% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente, pari a un aumento di circa 22 euro all’anno.
Da leggere: Le bollette di luce e gas più care d’Europa

Benzina e diesel

Quest’anno gli italiani, calcola il Centro Studi Promotor, spenderanno per la verde e il gasolio 53,6 miliardi di euro. Si tratta di un incremento del 6%. In questi giorni un litro di benzina costa in Italia mediamente 1,579 euro (il diesel 1,442 euro), mentre a fine dicembre 2016 il prezzo era mediamente pari a 1,495 euro al litro (a 1,351 euro per il diesel), pari ad un incremento medio del 5,6% per litro di benzina (del 6,7% per il diesel).
Da leggere: La benzina italiana è tra le più care d’Europa

Assicurazioni e autostrade

Le polizze auto subiranno un incremento medio di 25 euro. Inoltre vanno considerate anche gli aumenti sui pedaggi stradali che in media cresceranno del 2,74% con rincari da un minimo di 10 centesimi fino a un massimo di due euro.
Nel dettaglio: +3% sulle tratte del gruppo Sias (Gavio), tra cui la Torino-Milano (+8,34%); + 1,5% sulla rete di Autostrade per l’Italia; +5,98% per Autostrade Meridionali; +1,88% su Autovie Venete (+1,88%); +12,89% per Strada dei Parchi (+12,89%); record per la Aosta Ovest-Morgex: +52,69%

venerdì 12 gennaio 2018

La disoccupazione tecnologica curata con la propaganda

Calcolando che l’automazione si applica sia alle mansioni quasi soltanto manuali, quanto (e a volte più facilmente) a quelle “di concetto”, la previsione è facile: centinaia di milioni di esseri umani resteranno senza un lavoro. Quindi con seri problemi di sopravvivenza, visto che i “mezzi di produzione” sono quasi tutti di proprietà privata e che, dunque, essere disponibili a vendere la propria forza lavoro non sarà affatto sufficiente a trovarlo, un lavoro.
Nasce da questa diffusa consapevolezza il moltiplicarsi di proposte più o meno realistiche su “reddito di cittadinanza”, reddito minimo garantito”, basic income e via fantasticando. Non perché si tratti di soluzioni teoriche mal congegnate, a volte, ma per il banale fatto che l’erogatore di questo reddito dovrebbe essere lo Stato, o comunque istituzioni appartenenti alla sfera pubblica; che possono operare solo disponendo di risorse finanziarie derivanti dalla tassazione diretta (su redditi, ricavi, patrimoni, ecc) e indiretta (sui consumi, sotto forma di Iva o simili).
Ma il pensiero economico prevalente – anglosassone-neoliberista o germanico-ordoliberista – prescrive come indispensabile la riduzione al minimo delle di uno Stato: polizia, esercito, magistratura, servizi non remunerativi per i privati. E, di conseguenza, la riduzione al minimo del prelievo fiscale.
Ne deriva che uno Stato sempre più “povero” non ha alcuna possibilità di erogare reddito a un numero di cittadini sempre crescente che non riescono a trovare autonomamente un lavoro retribuito quanto basta a sopravvivere.
Ma fermare l’introduzione dell’automazione nei processi produttivi non si può. Anche se non vivessimo in regime capitalistico – appropriazione privata di quote crescenti della ricchezza prodotta – il lato “positivo” dell’automazione è solare: riduzione della fatica umana, sia dal lato fisico che da quello delle funzioni intellettuali noiose e ripetitive.
La soluzione “socialista” sarebbe la più logica (lavorare meno, lavorare tutti), ma è quella più difficile a farsi per pure ragioni di rapporti di forza: presuppone una rivoluzione globale, o perlomeno in un gran numero di paesi tecnologicamente avanzati.
Dunque, per tranquillizzare almeno un po’ le crescenti masse di disoccupati o sottoccupati – precari, part time, intermittenti, ecc, comunque con un salario al di sotto del livello minimo della sopravvivenza – diversi centri di analisi, media, opinionisti, ecc, si preoccupano di diffondere informazioni notevolmente addomesticate su come andranno le cose.
Appartiene a questo genere oppiaceo il rapporto elaborato dalla McKinsey e proposto in pillole da IlSole24Ore. Da un lato viene posto il dato agghiacciante – da qui al 2030, in tutto il mondo, spariranno 800 milioni di posti di lavoro – dall’altro in sedativo travestito da “consigli degli esperti”, con il titolo Ecco cosa devono imparare i nostri figli per battere i robot.
Ve lo riproponiamo così com’è, intervallato con le nostre obiezioni (in corsivo) proprio per evidenziare l’aspetto-sonnifero. Il crudele fato ha voluto che questo articoletto uscisse nello stesso giorno in cui l’Istat rende nti i dati sull’occupazione nella sola Italia, e che lo stesso giornale riassume – correttamente – nel titolo Cresce il lavoro ma non la qualità: boom di occupazione «bassa» e contratti precari, smontando in un colpo solo sia la narrazione proposta con insistenza dai camerieri di Renzi (“abbiamo creato un milione di posti di lavoro”), sia il clima di “fiducia nel futuro che questo articolo vorrebbe spargere.

giovedì 11 gennaio 2018

LUNGA VITA ALLE COSE.TREMANO I MERCATI

La notizia è del 28 dicembre ed è di quelle destinate a fare storia, non tanto per la sua rilevanza penale, quanto per i suoi risvolti culturali, economici, ambientali. Di scena è la Procura di Nanterre che ha deciso di aprire un fascicolo a carico di Epson, Brother, Canon e HP, multinazionali di apparecchiature informatiche sospettate di obsolescenza programmata. Una pratica largamente in uso in tutto il mondo, ma che in Francia è proibita dal 2015, con pene che possono arrivare fino a due anni di reclusione. E dire che nel 1932, tale Bernard London aveva proposto di renderla obbligatoria per legge, come strategia per rilanciare i consumi durante gli anni della grande depressione.
Dal latino obsolescens, traducibile come invecchiamento, perdita di funzionalità, l’obsolescenza programmata consiste nel progettare oggetti con tempi di vita predeterminati. Una vera e propria dichiarazione di guerra nei confronti dei consumatori lanciata per la prima volta da un gruppo di imprese produttrici di materiale elettrico che per assicurarsi la vittoria non esitò ad allearsi in un cartello denominato Phoebus. L’atto di nascita avvenne il 23 dicembre 1924 in un sontuoso hotel di Ginevra dove si incontrarono i dirigenti delle principali imprese mondiali di lampadine. Constatato che le vendite languivano a causa di lampadine capaci di durare fino a 2.500 ore, decisero di accordarsi su modelli che non durassero oltre le 1.000 ore. Un patto di ferro che impegnava ogni impresa a  test preventivi di cattiva qualità prima del lancio di ogni nuovo prodotto.
Il caso fece scuola e l’obsolescenza programmata si estese a molti altri settori, ciascuno con le proprie strategie di usura e di scoraggiamento alla riparazione. Ora utilizzando metalli ad arrugginimento precoce, ora cerniere di facile inceppamento, ora batterie di breve durata nascoste in alloggiamenti sigillati. Quanto alle stampanti, l’associazione francese Hop, da cui la Procura di Nanterre ha preso spunto, ha denunciato che la turlupinatura più frequente si annida nei microprocessori. Molti di loro arrestano il sistema dopo un numero di fotocopie troppo basso, quando nelle cartucce c’è ancora il 20 per cento di inchiostro.

Il 9 giugno 2017 anche il Parlamento Europeo si è espresso contro l’obsolescenza programmata ed ha invitato la Commissione Europea ad adottare tutte le misure che servono per incoraggiare le imprese ad uniformarsi a criteri di robustezza, riparabilità e durata. Una scelta motivata non solo dalla volontà di evitare ai consumatori inutili spese, ma soprattutto di evitare al pianeta inutili saccheggi e contaminazioni. Vari studi hanno dimostrato che allungando la vita degli oggetti si possono ottenere sensibili riduzioni di rifiuti solidi e di anidride carbonica.
Uno dei settori che genera prodotti a vita particolarmente breve è quello dell’elettronica. Fra telefonini, stampanti e computer ogni anno nel mondo si producono oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, per la maggior parte classificabili come rischiosi. Una categoria di rifiuti che come denuncia la Laudato sii alimenta un vasto traffico illegale verso i paesi del Sud del mondo. Ma nessun governo ha mai mobilitato il proprio esercito per arrestarlo. Si stima che ogni anno oltre 11 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi salpino illegalmente verso le coste africane e asiatiche, dando luogo a immense discariche a cielo aperto. Una delle più grandi è quella di Agbogbloshie, un’estensione di due ettari posta alla periferia di Accra, capitale del Ghana. La piana, cosparsa di televisori, computer, stampanti e ogni altro tipo di carcassa elettronica, è contornata da una vasta baraccopoli in cui si consuma una tale violenza da essere stata battezzata Sodoma e Gomorra. Molti dei 40.000 abitanti della baraccopoli, bambini compresi, passano le loro giornate nella discarica cercando di recuperare ogni sorta di minerale possibile. E siccome la tecnica per liberare i minerali dalla plastica è il fuoco, tutta l’area è avvolta da una cappa di fumo ripieno di diossina e ogni altro veleno che genera tumori in ogni dove. Da Taranto ad Accra: così il consumo di cose si trasforma in consumo di persone.
Tanti sono i cambiamenti da introdurre per consentire a ogni abitante del pianeta di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro svolto in condizioni di dignità, sicurezza e sostenibilità. Ma un modo è anche quello di combattere l’obsolescenza, che prima di essere un attacco alla vita delle cose è un attacco alla felicità delle persone, condannati come siamo alla frustrazione perenne di chi è costantemente incalzato da nuove sollecitazioni. Del resto già nel 1917, Charles Kettering, direttore di prim’ora della General Motors, ci aveva avvertito: “La chiave della prosperità economica è la creazione organizzata dell’insoddisfazione”. Ma l’infelicità è un prezzo troppo alto da pagare sull’altare della crescita. E’ tempo di cominciare a liberarci dall’insoddisfazione cronica pretendendo oggetti fatti per durare ed essere riparati. Ci guadagneremo in salute, sostenibilità ed occupazione.

mercoledì 10 gennaio 2018

Iran : Chi pesca nel torbido?

Ben pochi analisti credono alla buona fede degli Statunitensi quando dicono di voler dare una mano "alle manifestazioni " in Iran, tanto sono stati manifesti e plurimi negli ultimi tempi i segni di animosità di Washington nei confronti del popolo iraniano : 
 
Dal discorso offensivo di Trump alla tribuna dell’ONU nel mese di settembre, quando ha definito gli Iraniani una "nazione terrorista", alle misure del "Muslim Ban" (il divieto di ingresso negli USA dei cittadini di alcuni paesi mussulmani, ndt), passando per i piani che Washington continua a ordire nella regione, una costante resta ferma: contrastare l’ascesa dell’Iran come Stato sovrano che ha portato il gigante agonizzante da un fallimento all’altro.
 
Che delle manifestazioni di carattere economico in Iran siano oggetto dei tweet incendiari della presidenza USA in questo periodo di vacanze, o che facciano la loro apparizione nell’ordine del giorno dei lavori della « commissione di Difesa al Senato », è qualcosa di inaudito che sta per accadere: il gigante agonizzante che sono gli USA credono di potere rovesciare l’ordine politico attuale e gettare uno dei rari Stati al mondo che tiene loro testa in una situazione di caos cronico, tagliare di netto il suo slancio miracoloso.
 
Giovedì, venerdì e sabato, alcune città iraniane sono state teatro di proteste sociali: non così ampie come lasciano credere le immagini girate coi telefonini e diffuse senza tregua sugli schermi di France 24, della CNN, della BBC o anche nelle reti sociali, ma abbastanza importanti perché il governo ne tenga conto. Infatti le misure intraprese dal governo del presidente Rohani per portare l’Iran in una economia di libero scambio fanno fatica a passare: la soppressione delle sovvenzioni, l’aumento dei prezzi, le tasse... non sono piaciute a una parte della popolazione che chiede al governo di agire con maggiore moderazione e competenza.
 
 Ma da qui a vedere in queste manifestazioni, che restano l’esercizio supremo della democrazia, un tentativo di “rivoluzione”, è un passo che solo i Think Tank « sorosisti » e i loro alleati in seno all’amministrazione USA sono pronti a fare. Vittime della loro stessa malafede, ciò che i media mainstream non hanno mostrato negli ultimi tre giorni sui loro schermi, è questa massa popolare iraniana che ha preso subito le distanze dai « black bloc incappucciati » che si sono infiltrate tra i manifestanti, con l’intenzione evidente di seminare il disordine e perturbare le dimostrazioni pacifiche.
 
In un articolo datato domenica, il "New York Times" invita solennemente il presidente USA a « non rendersi ridicolo », inviando a vanvera i tweet agli Iraniani, perché questi ultimi « hanno difficoltà a credergli». Il giornale gli ricorda la sua politica fondamentalmente ostile all’Iran, la sua ossessione nell’attribuire a questo paese la responsabilità di tutti i mali del pianeta e le sue minacce incessanti contro la nazione iraniana, concludendo con un invito a tacere ed a lasciare che gli Iraniani risolvano i loro problemi interni da se stessi. Il New York Times mette soprattutto Trump in guardia contro "l’errore commesso" dal suo predecessore, Barak Obama : « Nel 2009 Obama ha pensato di potere rovesciare il governo iraniano appoggiando i disordini post-elettorali ed ha finito col dovere andare a Canossa e col dovere negoziare con il governo iraniano un accordo nucleare del quale Trump non smette di denunciare le pecche. Difficile da considerare Trump più forte e più dotato di Obama. Che Trump taccia dunque, se non vuole essere costretto a negoziare con l’Iran un "PGAC" bis che istituzionalizzi il peso e l’influenza iraniana in Medio Oriente»

martedì 9 gennaio 2018

Mattarella cestina la lettera della BCE del 2011 e promuove un’agenda politica volta ai problemi reali. Chi la realizzerà

Con la fine della legislatura, il 2018 si è aperto in piena campagna elettorale. Tutti i partiti politici, vecchi e nuovi, e i loro leader stanno già iniziando a far a gara a chi offre la promessa più vantaggiosa.
Matteo Renzi, dopo aver inglobato il canone Rai nella bolletta dell’energia elettrica (cosa richiesta dalla UE e in programma già dai tempi di Monti), ora promette di abolirlo totalmente in caso di una conferma elettorale del governo PD. Pietro Grasso, leader di Liberi e Uguali proprio ieri invece ha annunciato di voler abolire le tasse universitarie, almeno per determinate categorie di reddito. Luigi di Maio, candidato premier del Movimento 5 Stelle, punta sul solito cavallo di battaglia del reddito di cittadinanza, da andare a coprire con il taglio della spesa pubblica “improduttiva” (la parolina magica non poteva mancare), utilizzando il piano Cottarelli come base di partenza così da “abbattere il rapporto debito/Pil di 40 punti percentuali nel corso di due legislature”. Il Centrodestra poi non è da meno: tra flat tax al 20 o al 15%, abolizione della Fornero e aumento delle pensioni minime, il conto diventa salatissimo.
Al netto delle promesse elettorali, c’è da registrare un cambio di paradigma nell’agenda politica. L’attenzione dei partiti politici si sta spostando dalla precedente priorità della “tenuta ordinata dei conti” ai temi reali, sociali e del lavoro in primis.
Ciò è certamente determinato da una presa di coscienza delle necessita dei cittadini, ma a farsi promotore di questo cambiamento è stato nientepopodimeno che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella nel suo discorso di fine anno.
Un discorso apprezzabile, che si è mantenuto in un contesto “nazionale” e che ha toccato temi e sentimenti concreti quali la sicurezza, le persone disagiate, la situazione dei terremotati e altre necessità del Paese.
Non vogliamo con ciò far pensare che Sergio Mattarella abbia deciso di tornare a pensare all’interesse nazionale e sia pronto a scontrarsi con l’Unione Europea e le sue regole per difendere l’interesse patrio.
Tuttavia è innegabile che rispetto al suo predecessore, e con la fine di questa legislatura, Mattarella stia cercando di suggerire un cambiamento di priorità, cambiamento che può essere una reazione al timore di veder trionfare i partiti “populisti”.
Pensate alle priorità che Giorgio Napolitano suggeriva caldamente nel 2013: la modifica della Costituzione e dell’architettura dello Stato, la tenuta dei conti pubblici, il debito pubblico, la credibilità dell’Italia in Europa.
Tutte cose inserite in quella lettera della BCE inviata al governo italiano nel 2011 e che ha fatto da base alla cosiddetta “agenda Monti” seguita dai governi successivi, Letta, Renzi, Gentiloni.

Con il fallimento del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, questo programma è diventato obsoleto. Un anno dopo il Presidente Mattarella pone l’attenzione su altri temi, più vicini ai bisogni e ai problemi dei cittadini.
Ciò può sicuramente essere considerato come un buon auspicio e può essere sfruttato per legittimare una campagna elettorale e un programma di governo.
Le varie promesse elettorali vanno viste alla luce di queste nuove considerazioni e ne va analizzato il grado di realizzabilità, partendo dal presupposto che è impossibile realizzare un programma dispendioso se si propone (o ci si vanta di averlo già fatto) di ridurre il deficit dello Stato e fare programmi di tagli alla spesa pubblica, in pieno contrasto con le leggi dell’aritmetica.
Sarà ad aver successo, invece, proprio chi avrà in mente di scontrarsi con l’Europa sulle regole di bilancio, rigettando l’austerità e iniziando a sforare qualche limite, come fanno già tanti Paesi dell’Eurozona e sfruttando magari le aperture che dalla Ue arrivano: lo stesso Jean Claude Juncker ora propone di considerare il limite del deficit del 3% non per singolo Paese ma come media tra le  varie economie Ue. Perciò la Germania potrebbe puntare al pareggio di bilancio, mentre i Paesi del Sud potrebbero fare politiche espansive a deficit.
E se tutto ciò non potesse realizzarsi, perché magari un Weidmann alla guida della BCE nel 2019 metterà fine al QE e lascerà impennarsi gli spread, non sarebbe male tenere un piano B di uscita, per non ripetere quanto accaduto a Silvio Berlusconi nel 2011.
Una lezione che nemmeno il Cavaliere dovrebbe dimenticare, nemmeno ora che un certo Bill Emmott, che al tempo sull’Economist lo giudicava “unfit to lead”, ora ne promuove la leadership: “Il ruolo di Berlusconi nel prossimo governo potrebbe effettivamente rappresentare la stabilità di fronte all’insurrezione populista” – scrive Emmott su Project Syndacate.
Un endorsement che manifesta la volontà di alcuni di auspicare un ennesimo governo di larghe intese tra Partito Democratico e Forza Italia dopo il voto del 4 marzo prossimo. Cosa che forse non disgusta nemmeno il Cavaliere che ha riaccolto a braccia aperte i “traditori” alfaniani di NCD che hanno fatto da stampella ai governi di Centrosinistra.
Coloro che auspicano invece di riproporre in italia il “modello Austria” di Sebastian Kurz e che cercano di portare Silvio Berlusconi, step by step cominciando dai minibot, su posizioni anti-Euro sono avvisati. E siamo avvisati anche noi che dovremo esprimere un voto

lunedì 8 gennaio 2018

I furbetti del casello. Profitti stellari per le società concessionarie delle Autostrade

Chi si arricchisce con i circa 7000 chilometri della rete autostradale nel nostro paese? Sono le 24 società concessionarie sulla base di accordi con lo Stato regolati da sei regimi tariffari diversi. Ma a ben guardare, questa frammentazione si riduce praticamente a un duopolio. Oltre all’Anas, che gestisce anche un migliaio di chilometri finora senza pedaggio (come la Salerno-Reggio Calabria), ci sono un gruppo di società legate agli enti locali (una fra tutte: l’Autobrennero controllata al 45% dalle province di Trento e Bolzano) e poi i due colossi: Autostrade per l’Italia, di proprietà dell’Atlantia della famiglia Benetton, e la Sias, della famiglia Gavio.
Ai Benetton fa capo oltre il 50% della rete, ai Gavio un altro 20% abbondante. E guardando i conti dei due operatori industriali del settore l’impressione è una sola: le autostrade italiane sono un affare d’oro, pura rendita finanziaria. Dal 2009 a oggi, nonostante la crisi economica, la Sias non ha mai chiuso un bilancio con utili netti inferiori al 14% dei ricavi. Discorso analogo si potrebbe fare per la società dei Benetton (nel 2014 ha registrato un utile di quasi 700 milioni, oltre il 15% dei ricavi). Merito dell’efficienza dei gestori, dicono i gruppi coinvolti. Merito di una politica tariffaria e di aumenti dei pedaggi sconsiderati dicono i fatti e le vittime degli aumenti tariffari.
Nel 2014 (questi i dati che abbiamo a disposizione) i ricavi derivanti dai pedaggi hanno raggiunto la consistente cifra di 6,533 miliardi di euro. Quanto hanno incassato di questo tesoretto le casse pubbliche? Assai poco: soltanto 1,7 miliardi tra Iva (596 milioni) e canone Anas (1,132 miliardi), un canone che poi altro non è che il sovrapprezzo sulla tariffa utilizzato dallo Stato per la manutenzione delle reti non a pedaggio. Tutto il resto – 4,8 miliardi – è andato a rimpinguare le casse delle società private che gestiscono le nostre autostrade, da Gavio fino a Autostrade per l’Italia dei Benetton. Praticamente su ogni chilometro di autostrada, lo Stato incassa “solo” 300 milioni, rispetto agli 850 che finiscono alle concessionarie. Quasi il triplo
Con i nuovi e ingiustificati aumenti delle tariffe autostradali, più di 300 milioni all’anno di oneri aggiuntivi ricadranno sulle spalle dell’autotrasporto – denuncia Trasportounito una delle organizzazioni degli autotrasportatori. E’ questa la prima stima del conto che il rincaro dei pedaggi autostradali, recentemente autorizzato dal Governo, ha presentato alle imprese di autotrasporto. E per imprese che, dopo anni e anni di crisi, viaggiano sulla lama del rasoio della sopravvivenza questo nuovo colpo, sommato al recente rincaro nei costi di energia e carburante, è tale da provocare una nuova epidemia di crack finanziari e di aumenti dei prezzi generalizzati che si riverberanno sui conti delle famiglie e dei consumatori.
“Drammaticamente si perpetua – afferma Maurizio Longo, Segretario generale di Trasportounito – una distorsione di mercato che favorisce le rendite di posizione dei concessionari autostradali, non a caso puntualmente in testa alle classifiche dei benestanti italiani, a discapito di chi la rete autostradale, regalata ai concessionari, si trova costretto a utilizzare”.
“Puntualmente, con il rincaro dei pedaggi – afferma Longo – si rinnova un modello di rapporto Stato-concessionari privo di trasparenza: gli aumenti sono basati su parametri i cui valori sono discrezionali; le premialità riconosciute sugli investimenti sull’infrastruttura appaiono grottesche in quanto dovrebbe essere già prevista la remunerazione sul capitale investito; le 27 concessionarie scaricano sul mercato il rischio di impresa spalmandolo fra lavori in house, rinnovi di concessioni senza gara, costanti contributi pubblici, defiscalizzazioni e garanzie “.
“Anche quest’anno il rincaro medio del 2,74% – conclude Longo – non segue la logica dell’inflazione (1,2%) né, tantomeno, procedure contrattuali standardizzate, poiché i contenuti delle concessioni restano inspiegabilmente secretati e quindi possiamo immaginare trattative bilaterali e rapporti di forza con tutte le spese e i rischi a carico del contribuente e dell’utente finale”.
Secondo una relazione dell’Autority dei Trasporti, sui pedaggi autostradali si è registrato un aumento spaventoso dei guadagni -praticamente il 270% – passando da 2,5 miliardi di euro nel 1993 a 6,5 miliardi nel 2012. Un trend che continua ad aumentare con guadagni stellari, e con un sistema che rende le società concessionarie praticamente eterne. La principale concessionaria, Autostrade per l’Italia (Benetton) manterrà la gestione – e dunque i ricavi – fino al 2038. Una immagine plastica e niente affatto “dinamica” del capitalismo meramente parassitario.