lunedì 16 ottobre 2017

Legge elettorale, una camicia cucita su misura per il trasformismo di Renzi

Che il potere davvero logori chi non lo ha, come diceva la buonanima di Andreotti? È forse il caso di Renzi. Con un nuovo colpo di mano, il segretario del PD è pronto a reimpadronirsi della politica italiana. La nuova legge elettorale verrà votata dai due rami del Parlamento con la fiducia. Un atto di forza emblematico del modo in cui il nuovo pd renziano arriva al 2018.
Il Rosatellum bis, come è stato ribattezzato è una versione riveduta e corretta del Mattarellum, ma alla maniera di Renzi. Dopo il fallimento del maggio scorso il segretario PD stavolta tenta di accontentare tutti gli alleati, cercando di colpire gli scissionisti di Mdp e il M5S.
Il decreto se approvato dalla Camera introdurrebbe una quota di 231 collegi uninominali, assegnando circa il 30% dei seggi con il maggioritario, soglia di sbarramento al 3% per i partiti che corrono da soli e 10% per le coalizioni.
Una legge che favorisce in primis l’AP di Angelino Alfano, che sarebbe stato fortemente penalizzato dalla precedente proposta di legge, ma anche Silvio Berlusconi, che costringerebbe Salvini a correre insieme a Forza Italia. L’M5S invece viene fortemente penalizzato, ritrovandosi a correre da solo contro le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra.
“È un inciucio di Berlusconi e Renzi contro di noi” aveva già tuonato a settembre il candidato premier del M5S Luigi Di Mai. Gli hanno fatto eco i suoi colleghi di partito, da Toninelli a Di Battista, che ieri e oggi sono usciti dalle aule e hanno manifestato il loro dissenso davanti Montecitorio, chiedendo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di non firmare un disegno di legge approvato con l’escamotage della fiducia, “un gesto che aveva fatto anche Mussolini” spiega Di Battista.
Ma l’inciucio se così si può chiamare colpisce anche i fuoriusciti dell’Mdp che dovranno decidere se continuare il loro percorso con Sinistra Italiana, rischiando di non sbarrare la soglia del 10% o ritornare nell’alveo del Pd.
La mossa del Governo Gentiloni e quindi del segretario del PD, Matteo Renzi di ricorrere allo strumento della fiducia contro il voto segreto ha scontentato stavolta del tutto anche la sinistra dei fuoriusciti, che a settembre erano tiepidi sulla proposta di un nuovo Rosatellum, ma non dl tutto contrari alla proposta. Il partito di Mdp ha promesso una sua manifestazione contro il voto della legge elettorale nel tardo pomeriggio.
Sul fronte del centrodestra Matteo Salvini si è dichiarato disposto a votare la proposta di legge anche subito, pur non favorendo del tutto la lega, che però sembra ormai essersi convinta a recitare di nuovo il suo ruolo di forza stampella di Berlusconi, o forse di appropriarsi della leadership dell’area politica dei conservatori e populisti. Il Rosatellum bis permetterebbe infatti al segretario leghista di ottenere la leadership dell’intero centrodestra con il prezioso aiuto di Berlusconi, in una situazione finanziaria non del tutto solida in Via Bellerio, dopo la decisione della magistratura di bloccare tutti i conti del Carroccio. Ma è un passo avanti o uno indietro rispetto al lepenismo di qualche tempo fa?
Renzi si sarebbe garantito in questo modo di tenere in mano un ampio mazzo di carte con il quale scegliere le proprie alleanze, qualora le cose andassero male il prossimo anno, quando si terranno le elezioni per la XVIIIª Legislatura. Da un ritorno all’alleanza con l’Mdp e la sinistra al solito amico-nemico Silvio Berlusconi con il quale potrebbe clamorosamente guidare un governo se ci fossero i numeri sufficienti. L’M5S esce naturalmente penalizzato da una legge che ricalca una sorta di “maggioritario all’italiana”. Sebbene soltanto 1/3 dei seggi verrà assegnato con dei collegi uninominali, la reintroduzione delle coalizioni favorisce le ammucchiate, falsando l’assegnazione dei seggi sia sul lato della rappresentanza, con partiti piccoli che vengono sovrarappresentati per le loro scelte di lista a discapito di altri che non parteciperanno alle ammucchiate, sia sul lato della qualità: un partito che prende tanti voti da solo non può essere penalizzato dalle coalizioni.
Siamo quindi nuovamente di fronte a un grande pastrocchio all’italiana, una legge elettorale che non risolve i problemi di pluralità della proposta politica nel nostro paese, e che si appresta, se fosse approvata, a mantenere un sistema non chiaro nell’assegnazione dei seggi.
Purtroppo la malattia del maggioritario, peggio ancora quello “all’italiana” che avrebbe dovuto trasformare in meglio l’Italia della corruzione e dell’immobilismo secondo alcuni, è dura a morire, nonostante non abbia garantito né stabilità politica né il miglioramento delle condizioni economiche e sociali del nostro paese.
Il nuovo Rosatellum è dunque un nuovo pastrocchio elettorale pari ai precedenti, da Mattarella a Calderoli, un atto stucchevole di trasformismo del segretario PD degno di Giovanni Giolitti. Ciò che è chiaro ormai che a meno di risultati clamorosi, in un modo o nell’altro Renzi si ritroverà a vincere tornando in sella alla guida del paese, dopo aver tessuto la sua tela.
Come è chiaro anche ormai da un pezzo che tutto ciò che importa veramente alla classe politica non è quella di scrivere la legge più adatta al paese, ma quella più adatta alla conservazione del potere e delle poltrone.

venerdì 13 ottobre 2017

Allarme pensioni anticipate: un flop, valanga di domande respinte

Un nutrito numero di italiani desiderosi di smettere di lavorare prima del tempo si è vista respingere le domande per la pensione anticipata. È l’allarme lanciato dai sindacati. In un dossier dell’Inca, il patronato della Cgil si dice che a causa di una “interpretazione eccessivamente restrittiva delle norme”, molte richieste di accesso all’Ape sociale arrivate entro luglio.
Ancora il sindacato dice di non avere a disposizione i numeri esatti del fenomeno preoccupante, ma che a giudicare dalla segnalazioni ricevute saranno “tutt’altro che irrisori”. “Ancora una volta – denuncia la Cgil – l’Istituto previdenziale pubblico si rende protagonista di interpretazioni eccessivamente restrittive delle norme, tali da ridurre in modo consistente il numero dei beneficiari dell’indennità Ape sociale a 63 anni di età, anche se sono nelle condizioni di particolare fragilità occupazionale”.
Si può dunque parlare di “un flop ampiamente prevedibile a causa delle eccessive rigidità imposte da Inps, in contrasto con le intenzioni del legislatore e in alcuni casi addirittura contro legge, che rischia di vanificare del tutto le pur magre aspettative di reinserire qualche elemento di flessibilità nel sistema previdenziale italiano, più volte richiesto unitariamente da Cgil, Cisl e Uil”.
“Con motivazioni diverse, in contrasto con le disposizioni della norma e del decreto applicativo relativo all’Ape sociale, il rigetto delle richieste da parte di Inps è tutt’altro che circoscritto a casi isolati“.
L’appuntamento con il responso ufficiale dell’Inps sulle oltre 60mila domande di Ape social già presentate si avvicina (è previsto per il 15 ottobre) ma, avvertono i sindacati, “considerando il numero di quelle respinte, l’appuntamento rischia di svelare amare sorprese per chi ne ha fatto richiesta”.
Nel frattempo è arrivato l’ok al cumulo gratuito dei contributi previdenziali, ma dal Comitato Opzione Donna Social chiedono anche l’apertura dell’opzione donna, ovvero l’estensione della norma alle lavoratrici che attraverso questo istituto potrebbero maturare il diritto al pensionamento.
Giorni fa Tito Boeri, presidente dell’Inps, aveva annunciato il via libera del cumulo gratuito dei contributi pensionistici, ma l’effettiva entrata in vigore delle misure dopo mesi di attese è arrivata solo in queste ore, nella forma di una circolare dell’Istituto nazionale di previdenza che detta le regole per chi vuole andare i pensione cumulando i contributi versati a diverse casse, il tutto gratuitamente.
I beneficiari principali sono le categorie di commercianti, avvocati, medici, professionisti ma anche coloro che hanno avuto carriere discontinue e hanno maturato il diritto alla pensione. Prima, salvo pagamento per ricongiungere, i richiedenti si vedevano negata la reciprocità e il cumulo dei contributi versati in casse previdenziali differenti.

giovedì 12 ottobre 2017

Il risentimento dell’Europa dell’Est contro la Germania significa guai per Berlino e Bruxelles

Nell’Europa centrale e orientale la convergenza salariale con l’Occidente è in stallo – e chi è sotto accusa è la Germania.

I tedeschi sono ormai abituati al fatto che molti, nell’Europa del Sud e dell’Ovest, non sono stati sempre felici della politica economica tedesca (un esempio smagliante dell’attualità dell’antica figura retorica dell’eufemismo, NdVdE), in particolare dell’insistenza sulla linea dell’austerità durante la crisi dell’euro (che l’ha aggravata e perpetuata, NdVdE). Quello che invece è in gran parte sfuggito ai radar è il fatto che il malcontento nei confronti del predominio economico della Germania sta crescendo anche al di fuori dell’area euro e in particolare negli Stati membri dell’Europa centrale e orientale.

L’ho notato di recente durante un convegno di centro-sinistra tenuto in occasione dell’avvicinarsi delle elezioni ceche (previste per il 20/21 ottobre). Ciò che è stato subito evidente dagli interventi dei partecipanti è che c’è una profonda preoccupazione riguardo al fatto che i salari cechi non stanno più mostrando segni di volersi allineare a quelli tedeschi. Mentre negli anni ’90 e nei primi anni 2000 si è registrata una costante convergenza, dal 2007 non si sono più registrati progressi.

Compenso nominale per occupato in Repubblica Ceca espresso in percentuale rispetto al compenso in Germania


La colpa dell’interruzione della convergenza è attribuita agli investitori stranieri, con una narrazione che dice che “Germania, Francia e Stati Uniti hanno investito nella Repubblica Ceca e ora stanno drenando i profitti mentre i Cechi rimangono poveri” (Narrazione davvero strabiliante: chi l’avrebbe mai detto? A quanto pare non tutti concordano con i cantori liberisti dell'”attirare gli investimenti stranieri”, sempre intenti a convincerci che gli investitori stranieri vengono a lastricarci le strade d’oro, NdVdE).

La fonte del malcontento è legata al fatto che ormai praticamente tutto il settore finanziario e la metà del settore manifatturiero sono di proprietà straniera. Le multinazionali fissano i prezzi per i semilavorati che escono dalle fabbriche ceche e, imponendo prezzi bassi, schiacciano i salari in Repubblica ceca, aumentando così i loro margini di profitto.

Una storia che sembra essere ripetuta all’infinito è che i lavoratori impiegati alle catene di montaggio nelle fabbriche della Volkswagen in Repubblica Ceca guadagnano solo un terzo del salario dei lavoratori VW in Germania, anche se le linee di montaggio lavorano alle stessa velocità di quelle di Wolfsburg. Quindi, benché la produttività fisica dei lavoratori cechi sia presumibilmente uguale a quella che c’è in Germania, i salari sono significativamente inferiori. Il valore aggiunto così ricavato può essere distribuito ai lavoratori tedeschi e agli azionisti Volkswagen – con il presunto tacito appoggio del governo tedesco (se non fosse così, d’altra parte, perché la Volkswagen avrebbe trasferito gli stabilimenti in Repubblica Ceca? NdVdE).

Questo cambiamento nella percezione del ruolo delle imprese tedesche colpisce in modo particolare, dato che molti paesi dell’Europa centrale e orientale hanno a lungo visto la Germania come loro principale alleato nel loro sforzo di far convergere i redditi con l’Occidente. La Repubblica Ceca, in particolare, ha appoggiato a lungo una politica esplicita di attirare gli investitori stranieri nel paese, per accelerare l’integrazione con i mercati globali (e dell’UE) (e poi vatti a fidare dei mercati, NdVdE).

Questa sensazione (solo una sensazione? NdVdE) di essere cittadini europei di seconda classe quando si tratta di salari ha conseguenze in altri campi della politica. Uno dei partecipanti è arrivato ad affermare che la resistenza dei Cechi contro l’accettazione dei rifugiati deriva dalla sensazione che la Germania si sta comportando come un “potere imperiale” e che i Cechi avrebbero accettato i rifugiati, se la Germania avesse facilitato una corretta convergenza salariale.

Questo potrebbe essere un’esagerazione, ma dimostra un sorprendente (davvero sorprendente? NdVdE) livello di scontento nei confronti  dei risultati economici dell’adesione all’UE. E suggerisce che Berlino e Bruxelles abbiano trascurato la questione degli standard di vita nell’Europa centrale e orientale, forse in parte a causa della loro comprensibile preoccupazione per la crisi dell’euro nel cuore dell’Unione (peraltro aggravata e perpetuata, se non propriamente scatenata, da Berlino e Bruxelles, quindi l’auspicio che ora dedichino in maggior misura le loro tenere cure all’Europa orientale ci pare leggermente imprudente, NdVdE).

Rigenerare questo equilibrio ora sembra necessario se l’Unione europea vuole arginare la crescita del populismo in questi Stati che hanno aderito all’Unione più di recente e fare sì che restino impegnati nel progetto

mercoledì 11 ottobre 2017

Gli investitori esteri si riversano in Russia

La crescente fiducia degli investitori nella Russia mentre l’inflazione storicamente elevata continua a diminuire, e l’economia supera la recessione, ha ricevuto una forte conferma con la notizia che per la prima volta la Russia ha superato l’India come opzione d’investimento preferito dagli investitori sui mercati emergenti. Questa conferma proviene dalla fonte più autorevole possibile, un articolo del Financial Times, negli ultimi anni fortemente critico verso la Russia. “La Russia ha superato l’India come prima posizione per i fondi azionari sui mercati emergenti. Nonostante l’imposizione di sanzioni sempre più severe a Mosca, i prezzi del petrolio ancora bassi e un’economia che ora esce da una grave recessione, ancora assalita da tassi d’interesse reali adattati all’inflazione del 5,2 per cento. Al contrario, l’India era da tempo preferita dagli investitori esteri che si leccavano i baffi alla prospettiva del Paese più popoloso del mondo che cresceva a un alto tasso, grazie allo zelo riformista del Primo ministro Narendra Modi. “La Russia è ora la maggiore opzione per i gestori dei mercati emergenti, per la prima volta dai record avutisi all’inizio del 2011, superando la lungamente preferita India”, dichiarava Steven Holden, fondatore della Copley Fund Research, che ha compilato i dati e confessato “sorpresa” per la nuova popolarità della Russia. Il fondo di investimenti ormai attribuisce alla Russia 1,46 punti percentuali, superando gli 1,4 punti percentuali dell’India, dove i gestori dei fondi avevano una esposizione media del 4,4 per cento all’inizio del 2015, secondo Copley, come mostrato nel primo grafico. I dati si basano sulle partecipazioni di 126 fondi con attività combinate per 300 miliardi di dollari. Di questi fondi, il 72,8 per cento oramai punta alla Russia, contro solo il 60 per cento per l’India…” L’articolo osserva correttamente che gli interessi degli investitori esteri in Russia partono da una base molto bassa e che la Russia ha superato l’India per via della recente perdita di attrattiva, mentre aumenta quella della Russia. Tuttavia, l’articolo chiarisce che l’aumento dell’interesse degli investitori per la Russia è determinata dai suoi fondamentali sempre più forti. “Il signor Jain, tea gli investitori dal grande fervore per la Russia, di cui è sorpreso essendo un “ultra ribassista da 15 anni”, è CIO della Vontobel Asset Management svizzera, che gestisce 32 miliardi di dollari. Ancora oggi il suo fondo GQG Partners Emerging Markets Equity ha un’esposizione del 10,2 per cento in Russia, più di tre volte l’indice. “Ero pubblicamente critico nell’investire in Russia. L’ho seguita per 25 anni e questo è il massimo che ho avuto”, ha detto. Nicholas Field, stratega EM di Schroders e co-direttore del fondo del gruppo Global Emerging Market Opportunities, è un altro convertito, con l’aumento dell’attribuzione del 14,2 per cento. “Molti dei titoli che si leggono sulla Russia riguardano geopolitica e relazioni con gli Stati Uniti e così via, ma quando si guarda all’economia si vedono alcune cose interessanti per gli investitori”, ha detto. La tesi di Jain è che le sanzioni imposte alla Russia da Stati Uniti e UE e la scivolata nei prezzi del petrolio, sono state utili agli investitori esteri perché hanno costretto le compagnie russe a ridurre i costi. L’India è molto costosa. È divenuta da molto economica a uno dei mercati più costosi. In particolare, le compagnie petrolifere russe furono costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie di trivellazione, aiutandosi a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza estera con le contro-sanzioni russe alle importazioni alimentari europee. “Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo nel tagliare i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane, dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi”. Sberbank è assai ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% del ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”. Nel complesso, vede spazio per l’ulteriore crescita del reddito, l’espansione dei margini e la riqualificazione del mercato, dato che Mosca attualmente ha un rapporto prezzo/profitto di solo 7,8 e un rendimento dei dividendi del 4,7 per cento”.
. La crescente forza del sistema finanziario e bancario russo, storicamente tallone d’Achille dell’economia post-sovietica della Russia, è stata discussa molte volte  Ciò che accade è che la comunità internazionale degli investimenti, e il Financial Times, finalmente comprende la verità. Dato l’enorme “rumore” negativo di cui soffre la Russia e la lunga ostilità del Financial Times, l’articolo sugli investitori internazionali che vanno in Russia non sorprende che alla fine sia piccato. “Il crescente interesse per la Russia non è dovuto presumibilmente alle prospettive economiche a lungo termine buone, ma alla ripresa della Russia dalla recessione. L’ottimismo del signor Field è alimentato dalla ripresa economica del Paese, che prevede di proseguire almeno fino alla metà del 2018. “La domanda è depressa, per cui il recupero dovrebbe continuare per un po’. L’inflazione è scesa al 3,3 per cento, abbastanza inaudita per la Russia. Nei prossimi 12-24 mesi c’è spazio per riduzioni dei tassi di interesse certamente stimolando l’economia. L’unica cosa che può sconvolgere è un’altra mossa importante sul prezzo del petrolio”, secondo Field. Tuttavia, non durerà a lungo. “Non pensiamo che la crescita strutturale sia a lungo termine molto elevata, così molti acquistano in Russia ora non perché ha 10 o 20 anni gloriosi davanti, ma perché recupera“. Sentiremo numerosi commenti nei prossimi mesi, poiché la crescita economica rinnovata della Russia è impossibile negarla anche da chi in precedenza disse non ci sarebbe mai stata. Tali commenti sono in realtà inutili. In che senso il recupero dell’economia dalla recessione sarebbe un motivo per dubitarne della futura crescita? Mettendo ciò da parte, l’articolo fornisce esempi abbondanti sui “motivi strutturali” per cui è probabile una forte crescita in futuro. Riprendendo le osservazioni nell’articolo di Rajiv Jain, “…Le compagnie petrolifere russe sono state costrette a sviluppare in proprio complesse tecnologie per la perforazione, aiutandole a lungo termine, mentre alcune aziende agricole nazionali, come i caseifici, hanno beneficiato della riduzione della concorrenza straniera con le contro-sanzioni russe ai prodotti alimentari europei importati. Le sanzioni sono state positive per le aziende russe, costrette ad agire insieme, con un massiccio sforzo per ridurre i costi”, secondo Jain. “A causa di questa riduzione dei costi, i profitti operativi sono superiori alle stime. Gli utili aziendali cominciano a recuperare dopo un lungo crollo. Vanno seguiti i profitti aziendali”. Vede anche positivi i travagli di Otkritie e B&N Bank, due banche private espunte dalla banca centrale e nazionalizzate nelle ultime settimane dopo aver subito difficoltà finanziarie. Circa il 4,2 per cento del fondo Jain è investito nella Sberbank, la più grande banca della Russia. Ha detto: “L’industria bancaria ha visto un massiccio consolidamento. Ora tre banche controllano il 70% degli attivi. “Sberbank è molto ben gestita, con profitti per sei volte. Quante banche fanno il 20% di ROE (ritorno sul patrimonio) in piena recessione? La posizione che hanno avuto non sarebbe consentita in molti Paesi, e ora c’è una straordinaria crescita del credito e i NPL (prestiti non performanti) escono”.”
Cosa significa riduzione dei costi, maggiore efficienza, sviluppo di nuovi prodotti e nuove tecnologie, elevati profitti operativi e (nel sistema bancario) consolidamento dell’industria se non la prova che l’economia affronta con successo i propri problemi strutturali, garantendosi così la crescita a lungo termine in futuro? Non c’è dubbio che c’è ancora molto da fare, ma perché continuare a fingere che nulla accade quando è tutto chiaro? Una delle discussioni perenni sui problemi dell’economia della Russia è che i suoi critici occidentali insistono ad averli in entrambi i sensi. Sono costretti a concedere che l’economia russa si adatta con successo alle dure condizioni economiche post-2014 in cui si trovava (bassi prezzi petroliferi e sanzioni occidentali) e ora recupera da una recessione che la maggior parte di loro pensava dirompente, ma allo stesso tempo si rifiutano di ammettere questo successo dell’economia russa, nelle stesse condizioni economiche, danneggiando profondamente le loro critiche, spesso anche apocalittiche. In realtà, l’economia che si adatta così rapidamente e con successo alle sfide che affrontava nel 2014 non può essere inefficiente, corrotta, mal gestita, ‘cleptocratica’ e sottovalutata come il ‘Zaire innevato’ immaginato dai critici occidentali. L’articolo del Financial Times dimostra che sempre più gestori di fondi, tra cui Rajiv Jain e Nicholas Field che avevano già acquistato in un quadro cupo, cominciano a vedere la verità.

martedì 10 ottobre 2017

TASSA SACCHETTI BIODEGRADABILI

In fondo, ce lo dovevamo aspettare. Il biologico tira, gli italiani stanno imparando a usare meno plastica, la sostenibilità è entrata nelle nostre teste e nelle nostre case: e allora, zac, i cervelloni del governo, con la consulenza dei noti burocrati mandarini ministeriali, si sono inventati la tassa sul bio. Ovvero: la tassa sui sacchetti biodegradabili che saranno definitivamente obbligatori, in versione leggera e ultraleggera, dal 1° gennaio 2018. Dieci centesimi a sacchetto. Uno spreco sfacciato, e una mini-stangata ai soliti consumatori con le mani in alto in segno di resa. Un conto niente male, se pensate che tra l’altro noi consumiamo qualcosa come 198 sacchetti per la spesa a testa all’anno. Spesso di pura plastica, vietata per gli shopper già dal 2011.
TASSA SACCHETTI FRUTTA E VERDURA La follia di questa tassa, che entra di diritto nel nostro Guinness delle tasse assurde, ha il significato di una doppia beffa, tanto perché quando si tratta di tosare gli italiani non bisogna farsi mancare nulla. La legge prevede che dal 2018 la materia prima di questi shopper, in genere utilizzati per frutta, verdura e generi alimentari, dovrà essere per almeno il 40 per cento, classificata come «rinnovabile». Quindi, un provvedimento giusto lungo la strada dei nuovi stili di vita, della riduzione della plastica e dei suoi consumi. Sbagliatissimo nel momento in cui il cambiamento si abbina a una mini-tassa. Un dazio che certamente scoraggerà i consumatori più sensibili ai temi ambientali. E consentirà il consolidamento di un doppio circuito di distribuzione degli shopper. Da un lato i supermercati e i grandi negozi che proveranno a fare cassa con i nuovi sacchetti, mentre i dettaglianti, i mercatini e gli altri piccoli punti vendita, magari continueranno a usare i vecchi sacchetti di plastica, per non aumentare il conto della spesa dei loro clienti.
Seconda stangata: con la tassa che ne appesantisce il costo, anche gli esercenti saranno in qualche modo incentivati ad aumentare la quota di sacchetti falsi, già oggi molto alta: in alcune regioni siamo attorno al 60 per cento.

TASSA SACCHETTI PER LA SPESA

Infine, udite udite, il governo pensa di utilizzare i soldi raccolti con questa mini- tassa (che poi, sommando i vari acquisti e i tanti consumatori, proprio mini non è) per finanziare le regioni meridionali. Idea geniale, per aumentare il rancore del Nord verso il Sud e per dividere ancora l’Italia.

lunedì 9 ottobre 2017

Comprate terra, perché non la fabbricano più

Comprate terra, perché non la fabbricano più”.
La citazione di Mark Twain è una delle preferite di Warren Buffett, l’investitore più straordinario della storia recente (e non solo) della finanza mondiale. Uno che nella sua lunga carriera è riuscito ad accumulare una fortuna di 75 miliardi di dollari.
E ci è riuscito seguendo una sola regola: badare al sodo, pensare al lungo periodo, non farsi irretire da (presunti) facili guadagni.

Coltivare e immagazzinare cibo potrà rivelarsi una miniera d’oro

Non stupisce dunque che oggi Buffett consigli di investire nella terra. Non si tratta di un nostalgico ritorno al passato. Al contrario, è una lucida analisi di quel che ci attende nel futuro.
La terra, o meglio il cibo, è un bene che inizia a scarseggiare. E c’è chi giura che tra un po’ varrà più dell’oro. I prezzi alimentari sono saliti alle stelle in tutto il mondo e, secondo alcuni analisti, tra un paio d’anni il prezzo del cibo raddoppierà.
Altre risorse: Ecco i prodotti agricoli più coltivati al mondo

La corsa alla terra è già cominciata

Con la crisi del sistema economico e finanziario che ancora oggi imperversa nel nostro mondo, comprare un pezzo di terra è diventata una strategia di investimento a tutti gli effetti.
Basti pensare che solo tra il 2008 e il 2009 sono stati venduti 45 milioni di ettari arabili nel mondo, una superficie pari a una volta e mezzo quella dell’Italia. Prima del 2008, invece, venivano convertiti a coltivazione meno di 4mila ettari all’anno.
E la terra, altro dato estremamente significativo, è finita nel portafoglio di molti grandi investitori finanziari a livello mondiale.
In particolare spicca l’attivismo di George Soros, 87 anni come Buffett e un patrimonio di 14,5 miliardi di dollari, che ha deciso di liberarsi di tutto l’oro che aveva ed investire nella terra e con i 53 milioni di dollari ricavati ha portato al 23,4% la sua quota in Adecoagro, una società che possiede grandi terreni in Sud America ed è leader nella produzione di cibo ed energia rinnovabile.
In regioni come il Sud America e, soprattutto, l’Africa, la corsa a comprare terra ha un carattere meramente industriale e aspetti controversi: da un lato potrebbe essere una risorsa per paesi poveri, perché le compagnie che investono nella terra garantiscono sviluppo tecnologico e infrastrutturale; dall’altro c’è chi pavimenta il rischio di sfruttamento  delle popolazioni locali.
In Italia, dove comunque vi sono grandi gruppi, da Allianz a Generali, a Intesa Sanpaolo, che investono, con ottimi profitti nel settore, gli imprenditori che decidono di diversificare non lo fanno solo con l’ottica del profitto. A guidare Lorenzo Pelliccioli, l’amministratore delegato di DeAgostini che ha acquistato 600 ettari di campagna provenzale a Saint-Rémy, o la famiglia Ferragamo, proprietaria della Tenuta del Borro in Valdarino, e altri imprenditori/manager è prima di tutto la passione.

“Vigneto Italia”, 50 anni di rivalutazione

Anche in Italia il valore dei terreni agricoli è salito considerevolmente negli ultimi anni.
Nell’ultimo mezzo secolo, l’incremento di valore di un ettaro di vigneto a Brunello è del 2.474%, quello dell’Amarone del 1.357%, del Barbaresco del 257%, del Barolo del 206% e quello del Chianti Classico del 129%.

Dal 2000 al 2014, per esempio, i vigneti si sono rivalutati del 145%. E in generale, i terreni del Nordest sono cresciuti del 97%, quelli del Nordovest del 90%. Ben al di sopra del tasso d’inflazione nello stesso periodo.
E siccome il vigneto oltre a rivalutarsi ha sperabilmente prodotto del vino (uno dei 10 prodotti italiani più richiesti al mondo) su cui è stato generato un utile, l’investimento nella terra in aree di produzione di vini di qualità ha avuto un ritorno più che positivo.
Altre risorse: Il “respiro” della terra
La terra, l’oro di domani
Più di 4 italiani su 10 (43%) fanno la spesa dal contadino nei cosiddetti mercati degli agricoltori con un aumento record del 55% negli ultimi 5 anni.
Investire nella terra è, quindi, un buon metodo che potrà far risparmiare denaro e soprattutto salute magiando prodotti naturali e genuini. La passione per la natura, la terra, il vino. Un elogio al contadino.
Se poi davvero, tra qualche anno, il cibo varrà più dell’oro, allora comprare la terra e avere a disposizione un orto per il consumo familiare si sarà rivelato anche il migliore degli investimenti.

venerdì 6 ottobre 2017

La Mafia e lo sbarco in Sicilia

Il fatto è abbastanza noto: oltre 74 anni fa, il 9 luglio 1943, gli Alleati sbarcarono in Sicilia, dopo essere giunti, qualche giorno prima, a Salerno.
L’arrivo nell’isola più grande del Mediterraneo, oltre a rovesciare, a favore delle forze che combattevano l’Asse, le sorti del secondo conflitto mondiale, rappresenta un avvenimento che ha sempre affascinato gli storici, gli studiosi, gli appassionati delle vicende contemporanee. Grazie ai quali, oltre ai numerosissimi documenti ufficiali italiani, americani e britannici, sappiamo che dietro quella operazione militare ci sono tanti attori.
La mafia locale. La mafia americana. Lucky Luciano. Vito Genovese. Calogero Vizzini. Giuseppe Genco Russo. Vincenzo Di Carlo. E tanti altri nomi di potenti mammasantissima. E il Movimento indipendentista siciliano (Mis), perché la Sicilia, in quegli anni e in quelli immediatamente successivi al dopoguerra, è un laboratorio storico-politico. La scelta dell’isola, infatti, non è casuale: sia per evidenti ragioni geografiche (per evitare l’accerchiamento da parte del nemico), sia perché si poteva costituire una testa di ponte in Sicilia proprio sfruttando la mafia.
Per capire, però, cosa c’è dietro quello sbarco, è necessario mettere i tasselli al loro posto. E andare indietro di circa 20 anni, tirando in ballo un altro personaggio: Cesare Mori.
Già, perché nel 1924, l’allora prefetto di Trapani stava cercando di sradicare la mafia dalla Sicilia, attuando una durissima repressione e ricorrendo, spesso, a metodi brutali: furono incardinati 10mila processi, con innumerevoli condanne, mentre molti pericolosi boss furono mandati al confino o costretti a emigrare negli States. E, come scrive Giuseppe Carlo Marino in “Storia della mafia”, attraverso il “bastone e la carota”, ridusse ciò che restava della mafia-delinquenza a una condizione “dormiente” e inattiva, ma fu costretto a fermarsi di fronte al baronato, il ceto dei grandi latifondisti che utilizzava la manovalanza mafiosa per il controllo delle proprietà agricole.
Ecco allora che proprio loro, i baroni, nel 1940, istituirono l’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano il quale, nel 1942, diventò un vero e proprio Comitato d’azione separatista, capeggiato da un triumvirato composto dal conte massone Lucio Tasca, dal liberale massone Andrea Finocchiaro-Aprile e dal “mafioso tout court” don Calogero Vizzini, tornato a Villalba dopo sei anni di confino. Il nome? Movimento per l’indipendenza della Sicilia, Mis.
Nel frattempo, come scrive Massimo Lucioli in “Mafia & Allies”, negli Stati Uniti era già in corso un legame tra US Navy e la mafia italoamericana in quanto, fin dallo scoppio della guerra, nel 1939, gli Usa, per quanto ancora formalmente neutrali, cominciarono a rifornire gratuitamente tutti i nemici dell’Asse. Il porto di New York assumeva, quindi, importanza strategica, e perciò si temevano sabotaggi da parte di spie tedesche e italiane.
E proprio per questo motivo, allora, che uno dei massimi responsabili dell’intelligence Usa (non esisteva ancora la Cia) decise di prendere i primi contatti con il gangster Lucky Luciano, il quale, nonostante stesse scontando in carcere una condanna a 50 anni per sfruttamento della prostituzione, continuava a controllare le attività illecite del porto della Grande Mela. E lui si rivelò subito prezioso. Da un lato iniziò a fornire una valanga di informazioni ai Servizi segreti statunitensi (l’OSS, l’intelligence di guerra), dall’altro lato segnalò i mafiosi residenti in Sicilia che avrebbero certamente cooperato al momento dello sbarco (operazione Husky).
Il principale referente sull’isola fu don Calogero Vizzini, che aderì al progetto, unendo insieme le forze dei latifondisti affiliati al Mis – e dei mafiosi – a quelle dei servizi segreti americani. E la testa di ponte tra Vizzini e Luciano era un certo Vito Genovese, dall’America ritornato in Italia prima dello scoppio del conflitto.
Il “progetto Sicilia” vero e proprio fu messo a punto nel luglio 1942, e prevedeva la penetrazione nell’isola di agenti informatori italo-americani per prender contatto con settori disponibili della popolazione e fomentare atti rivoltosi in vista dello sbarco. Fu attuato esattamente un anno dopo e, una volta sbarcati, gli Alleati affidarono molte cariche nel governo provvisorio della Sicilia. E non a gente per caso: Calogero Vizzini fu nominato sindaco di Villalba, Giuseppe Genco Russo divenne primo cittadino di Musumeli, Vincenzo Di Carlo fu scelto come responsabile dell’Ufficio per la requisizione del grano. Ciò diede nuova e sicura autorità ai mafiosi, oltre a concrete possibilità di arricchimento e di accrescimento del loro potere.
E il Mis? Non scompare, anzi si rafforza. Dal 1943 al 1947, infatti, accadde che ebbe un sviluppo molto ampio, sia per il seguito popolare, sia perché “i responsabili del governo militare di occupazione affidarono il 90 per cento delle amministrazioni a politici separatisti”, come ha denunciato la prima relazione della Commissione parlamentare antimafia del 1972.
La crescita del movimento non si limitò, tuttavia, al piano legale ed elettorale, perché costituì persino un suo esercito, l’Esercito volontario di indipendenza siciliana (Evis), nel quale militarono banditi e mafiosi di grosso calibro. Capo indiscusso fu Salvatore Giuliano, il boss di Montelepre, e fu proprio questi a provocare la fine dell’esperienza separatista, con la strage di Portella della Ginestra, il 1 maggio 1947.