venerdì 29 settembre 2017

Rifiuti e urbanizzazione nelle città africane

Alla seconda edizione dell’Africa Engineering Conference dell’Unesco, in corso fino al 29 settembre a Kigali, la capitale del Rwanda, il dibattito ruota attorno al tema “Effective Waste Management in Africa”: è stato sottolineato che «l’urbanizzazione delle città africane in rapida crescita esercita una pressione considerevole sulle economie del continente in termini di rifiuti solidi, il che necessita l’adozione delle tecnologie appropriate, la maggior parte delle quali non sono disponibili in Africa».
Secondo la Banca mondiale, le città del mondo nel 2012 producevano 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi, cioè in media 1,2 kg al giorno per ogni loro abitante (anche se è molto difficile capire quanti sono davvero gli esseri umani che vivono nelle megalopoli del pianeta).  A causa della rapida crescita della popolazione e dell’urbanizzazione nel mondo, la produzione di rifiuti solidi urbani nel 2025 dovrebbe aumentare a 2,2 miliardi di tonnellate.
L’Africa Engineering Conference punta a promuovere l’ingegneria professionale in Africa per portare alla crescita delle infrastrutture e Aime Muzola, amministratore della ater and Sanitation Corporation Authority del Rwanda, ha evidenziato che «i Paesi africani devono adottare una serie di tecnologie appropriate che li aiuteranno a trasformare i rifiuti in risorse riutilizzabili». Poi, tutto il mondo è paese, se l’è presa con il debolissimo movimento ambientalista africano: «Il rifiuto di pratiche comuni di gestione dei rifiuti in Africa da parte dei difensori dell’ambiente ha reso l’eliminazione di diversi lotti di rifiuti nelle città ben più complicata». Muzola si è scordato però le battaglie ambientaliste e comunitarie contro le navi dei veleni che scaricano in Africa gli scarti dell’iperconsumismo occidentale o le lotte contro le enormi discariche incontrollate rimpinguate dai governi africani.
Alla conferenza partecipano oltre 1.000 rappresentanti di governi, consulenti Ong e associazioni di ingegneri africane e internazionali e, intervenendo alla presentazione dei “Documenti sulla gestione dei rifiuti solidi e liquidi”, gli esperti hanno sottolineato «l’incapacità dei Pesi africani  fare un buon uso dei loro rifiuti riciclandoli, rappresenta uno dei veri problemi per la gestione dei rifiuti nel continente».

giovedì 28 settembre 2017

Alle multinazionali i soldi, ma veleni e rifiuti alla povera gente

La globalizzazione delle ingiustizie. Con pochi che si arricchiscono a dismisura e tantissima gente che vive nella miseria e non ha più prospettive.
Così intante periferie del mondo, compreso un paese storicamente povero come le Filippine: nella foto un bambino cammina su un vero e proprio corso pieno di rifiuti a Manila.
Greenpeace ha annunciato che i grandi marchi occidentali come Nestlé, Unilever e Procter & Gamble provocano un serio inquinamento marino attraverso l'imballaggio dei prodotti con plastica poco costosa e usa e getta.
Le Filippine, dove le multinazionali fanno man bassa, sono il terzo peggiore paese avvelenatore di oceani al mondo" dietro Cina e Indonesia.
Alle multinazionali i soldi, ai poveri veleni e rifiuti

mercoledì 27 settembre 2017

Il Pentagono pensa di ritirare 100 F-35 prima che volino

Relazioni indicano il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti considerare un cambio di direzione sulla flotta di F-35, con cui più di 100 caccia verrebbero ritirati dalla prima linea piuttosto che aggiornati con un nuovo software. Dei 1763 F-35 destinati ad entrare in servizio nell’US Air Force, 108 hanno bisogno di un aggiornamento della piattaforma software, da Block 2B a Block 3F, per essere operativi. Tale modifica sarebbe lunga e costosa, con 150 variazioni necessarie per ogni velivolo, per rispettare gli standard, secondo Sputnik. Potrebbe essere più conveniente prendere semplicemente i vecchi F-35 che necessitano di aggiornamenti e utilizzarli invece per test o addestramento. L’USAF attualmente effettua delle analisi costo-efficacia per determinare quale opzione sia migliore per il bilancio. “Ciò che vedremo è continuare ad analizzare il rapporto costo-efficacie nell’adeguare gli aerei più vecchi mentre andiamo avanti. Non è un gran discorso“, dichiarava il Capo di Stato Maggiore dell’Air Force, Generale David Goldfein, il 19 settembre, ridimensionando il senso dell’analisi. “In realtà ne abbiamo parlato riguardo F-16, F-15 ed F-22. Non abbiamo ancora avuto tempo“.
Nel caso dell’F-22, tre dozzine di caccia sono stati ritirati quando giunse il momento di aggiornarli, con l’USAF che optava per utilizzarli per l’addestramento. Anche i Marines e la Marina statunitense impiegano l’F-35, e Goldfein dice che discuterà come meglio procedere con gli omologhi di queste armi. Il bilancio per la Difesa del 2018 richiede l’acquisto di 440 F-35, un accordo che dovrebbe essere valutato 35-40 miliardi di dollari. Il Pentagono, però, afferma che il programma continua ad aumentare nei costi.
L’F-35, sempre controverso, è famigerato per il prezzo elevato e i numerosi difetti di progettazione, incluso il seggiolino eiettabile. L’aereo è così costoso che Lockheed Martin ha ricevuto 200 milioni di dollari in contratti per tentare di dimezzarne il costo. Viene anche da tempo affermato che l’F-35 costa troppo per modernizzarlo continuamente. Un rapporto del Pentagono del 2015 di un controllore sugli armamenti rilevava che le “modifiche dell’aereo potrebbero essere impossibili per i servizi, considerando i costi di aggiornamento dei primi lotti degli aerei mentre il programma continua ad aumentare la produzione entro un ambiente fiscalmente limitato”. “Ciò lascerebbe gli aeromobili con gravi limitazioni in futuro“.
Dopo un quarto di secolo di sviluppo, l’F-35 deve ancora divenire operativo. La produzione reale deve iniziare nel 2018.

martedì 26 settembre 2017

CON IL PAREGGIO PERDIAMO TUTTI

A fine 2017, il Fiscal Compact (Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria), potrebbe essere inserito a pieno titolo nell’ordinamento europeo, divenendo giuridicamente superiore alla legislazione nazionale e rendendo irreversibili le politiche liberiste d’austerità.
Approvato nel marzo 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, il Fiscal Compact si colloca nel solco di una serie di trattati e regolamenti -Maastricht, Six Packs, Two Packs – che hanno impresso una svolta monetarista all’Unione Europea e hanno consentito l’affermarsi delle politiche liberiste, con un drastico peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni.
Alcuni dati sulla situazione del nostro Paese sono più che indicativi. In questi anni si sono prodotti: a) un forte aumento della povertà assoluta (1.619.000 famiglie pari a 4.742.000 persone) e della povertà relativa (2.734.000 famiglie, pari a 8.465.000 persone) (dati Istat 2016); b) una decisa compressione del diritto alla salute, con 12 milioni di persone che hanno dovuto rinunciare alle cure e 13 milioni di persone che hanno avuto forti difficoltà a potersi pagare le spese sanitarie (7° Rapporto Censis 2017); c) un costante aumento della disoccupazione, in particolare giovanile (37 per cento, dati Eurostat-maggio 2017); d) un aumento dell’abbandono scolastico precoce (15 per cento, dati Commissione Europea 2016)
Il Fiscal Compact assume la trappola del debito pubblico come cornice indiscutibile dentro la quale costruire la gabbia per i diritti sociali e del lavoro e la privatizzazione dei beni comuni.
Basti pensare che, se dovesse essere confermato, il Fiscal Compact prevederà per il nostro Paese l’obbligo nei prossimi venti anni a portare il rapporto debito-Pil dall’attuale 132 per cento al 60 per cento, con un taglio annuale della spesa pubblica di 50 miliardi.
A questo d’altronde mira l’inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione, previsto dal Fiscal Compact e pedissequamente approvato dal parlamento italiano, senza alcun referendum popolare, nel 2012.
Si tratta della definitiva consegna di tutto ciò che ci appartiene agli interessi delle grandi lobby finanziarie, nonché di una irreversibile sottrazione di democrazia, con scelte politiche ed economiche non più dettate dalla discussione democratica, bensì dagli algoritmi monetaristi.

Ma tutto questo può essere fermato: entro fine anno i parlamenti nazionali devono discutere e decidere il destino del Fiscal Compact. Senza una forte presa di posizione dal basso, non v’è alcun dubbio di quale esito avrà la discussione parlamentare. Per questo Attac Italia ha promosso una petizione popolare online  a cui tutte le reti, associazioni e comitati possono da subito aderire e che tutte le donne e gli uomini possono da subito firmare. Il Fiscal Compact è solo l’ultimo prodotto dell’Europa monetarista, ma inondare di firme il Parlamento per chiederne il ritiro rappresenta il primo passo per invertire la rotta e per riaprire la discussione su un’Europa oltre Maastricht e fuori dalle politiche di austerità.
Una petizione che chiede anche l’eliminazione del pareggio di bilancio dalla Costituzione e che sostiene l’avvio di una Commissione indipendente d’indagine (audit) sul debito pubblico italiano, al fine di verificarne la legalità giuridica e la legittimità sociale, a fronte del suo utilizzo come trappola per comprimere i diritti fondamentali delle persone, privatizzare i beni comuni ed espropriare la democrazia. “O la Borsa o la vita” intimano le grandi lobby finanziarie. Diciamo loro che tutte e tutti abbiamo scelto la vita.

lunedì 25 settembre 2017

Ci eravamo tanto odiati

Dev’esservi qualcosa di nascosto e vitale tra la politica italiana e la città di Fiuggi. Nelle feconde acque termali fiuggine venti e passa anni fa Fini spense la fiamma del Movimento Sociale; nei giorni scorsi Forza Italia ha approfittato dell’amenità locale per poter pianificare le prossime tornate elettorali. Forse i bagni avranno aiutato mister B. a mantenere quella ritrovata forma fisica gagliardamente dimostrata tra gli scaffali dell’Autogrill: di sicuro, al netto della location e dei paparazzi, la kermesse ha certificato il riavvicinamento definitivo tra l’ex Cav e l’Unione Europea.
Letto in controluce, il discorso di Berlusconi– depurato dal pastone piacion-nostalgico fatto di pietismi sull’età e richiami svogliati al golpe del 2011- appare infatti un preciso segnale di roger rivolto all’establishment europeo. Silvio c’è, e ha dimenticato volentieri gli sgarbi della premiata ditta Merkel-Sarkozy: all’UE serve una grande coalizione di moderati (leggi collaborazionisti) che, dal centro, respinga sia l’assalto sbandato dei 5stelle che i bollori salviniani proseguendo nel cammino delle riforme-svendita dell’economia italiana.
B non può farsi sfuggire la chance di essere nuovamente un player centrale della politica italiana, giocando ad un tempo sul tavolo moderato e su quello “populista”.
In tal senso FI svolge un ruolo perfetto per i gattopardi di Bruxelles. Da un lato rende sempre più sterile Salvini e le istanze- invero molto aleatorie- del sovranismo leghista; dall’altro rappresenta sempre una percentuale fondamentale di elettorato che, nell’aritmetica delle urne, può risultare decisiva. In un “partito” liquido, a-ideologico e padronale come Forza Italia, del resto, ogni piroetta trasformistica può avvenire: la fiducia al governo Monti ed il patto del Nazareno sono esempi marchiani. Se c’è stato in passato dell’antieuropeismo, questo fu sempre di maniera, teso a intercettare scampoli di sacrosanto dissenso per inertizzarlo nel mare magnum della melassa moderata. Non si capirebbe altrimenti la candidatura e la presidenza di Tajani all’Europarlamento, così come non si spiegherebbe il magistrale lavoro di restyling politico a cui- Renzi imperante- Silvio s’è sottoposto per tornare oggi sulla cresta dell’onda. Il ping-pong con la Lega ha giovato solo e soltanto a Forza Italia, castrando le voglie di leadership e la forza del giovin Matteo, ingabbiato dal furbo giuoco di specchi ideato ad Arcore.
L’ex Cavaliere acclamato in quel di Fiuggi il giorno della presentazione del nuovo programma elettorale. Sullo sfondo, campeggia l’emblematica scritta “L’Italia e l’Europa che vogliamo”.

Dell’ipocrisia patetica con cui Merkel e soci plaudono oggi all’orco deriso ieri nessuno o quasi può sorprendersi, visto che la menzogna è la madre dell’europeismo (sui padri, ché son tanti e innumerevoli, meglio non disquisire…). Duole constatare invece che, ancora una volta, Berlusconi ponga innanzi alle disperate esigenze del Paese le proprie: in tal senso solo degli ingenui- o degli sprovveduti- potrebbero pensare allora a una coalizione realmente alternativa al circo europeista con un così stretto alleato del PPE. Si sa, la via che porta a Palazzo Chigi è lastricata di buone intenzioni

venerdì 22 settembre 2017

Senza glutine e senza lattosio: oltre 4.500 prodotti per gli intolleranti.

Continua la crescita dei prodotti senza glutine e senza lattosio. Secondo un’indagine dell’Osservatorio Immagino (di GS1 Italy e Nielsen), sono oltre 4.500 i prodotti alimentari che vantano l’assenza di glutine o zuccheri del latte (o entrambi) in etichetta, pari al 12,8% delle 36 mila referenze in commercio, esclusi acqua e alcolici. Un settore che vale 3 miliardi di euro, pari al 13,7% del valore di mercato e in crescita rispetto all’anno precedente.
A farla da padrone continuano ad essere i prodotti con il claim senza glutine che rappresentano il 12,1% del totale, mentre i prodotti con il marchio dell’Associazione italiana celiachia (Aic), la spiga barrata, sono solo il 2,4%. Tuttavia sono proprio gli alimenti con la spiga barrata a registrare una maggiore crescita nel settore gluten free (+5,7%). A preferire questi prodotti sono famiglie a reddito medio con figli piccoli o adolescenti.
Il vero boom si registra nelle vendite di prodotti senza lattosio, che hanno visto nel 2016 un aumento del 13,6% rispetto all’anno precedente. Nonostante il dato positivo, gli alimenti senza zuccheri del latte continuano a rappresentare meno del 2% del totale e i consumatori preferiscono acquistarli in promozione: un prodotto senza lattosio su tre viene comprato in offerta.

giovedì 21 settembre 2017

Come si manifesta la celiachia

Sulla base delle caratteristiche di presentazione clinica si sono distinti fino a oggi quattro tipi di celiachia.
1- Classica: si presenta con una sintomatologia abbastanza caratteristica a livello dell’apparato gastroenterico. I sintomi sono difficili da identificare perché spesso ascrivibili a disturbi e malattie diversi. Spesso compare una diarrea con andamento incostante, tale da far sospettare fenomeni infettivi. Si possono manifestare anche gonfiori addominali e flatulenze, reflusso gastroesofageo, dispepsia. L’età di più comune riscontro della forma classica è tra i 6 e i 24 mesi di vita: in questo periodo un arresto della crescita può nascondere appunto una celiachia.
2- Atipica: si presenta in genere in modo più sfumato rispetto alla forma classica, con un quadro generale simile a quello della sindrome da intestino irritabile – gonfiori addominali, crampi, flatulenze.
Non mancano sintomi extraintestinali, come anemia da riduzione di ferro (sideropenica), osteoporosi, artrite o altre patologie autoimmuni, neuropatie periferiche e infertilità.
3- Latente: caratterizzata da un quadro genetico predisponente, esami sierologici non significativi e quadro istologico che dimostra villi non alterati.
4- Silente: il quadro istologico e sierologico è positivo ma non ci sono sintomi importanti, sebbene dall’anamnesi emergano spesso sintomi incostanti e sfumati. È frequente un miglioramento complessivo in seguito alla dieta.
L'incremento nel numero di persone affette da celiachia o intolleranti al glutine è dovuto a una maggiore attenzione verso queste problematiche oppure sono cambiati i cereali che contengono glutine? E quali accorgimenti devono adottare le persone celiache per nutrirsi in modo equilibrato?Il libro affronta queste domande e mostra che piatti saporiti e bilanciati sono possibili anche sulla tavola dei celiaci. Accanto a informazioni su cos'è la celiachia e come si diagnostica, troviamo suggerimenti per mantenere il giusto apporto di fibre nonostante l'assenza dalla dieta di alcuni cereali. Ecco quindi l'importanza di cucinare alimenti integrali e di accompagnarli con legumi, verdure e frutta. Queste indicazioni trovano una realizzazione concreta nelle oltre 90 ricette proposte da Antonio Zucco e suddivise tra primi piatti, pizze e pani, secondi, dolci e dessert.