mercoledì 20 settembre 2017

La guerra ai poveri che ci distrae dal mondo reale

Come si convince qualcuno -si è chiesto lo scrittore e storico della scienza Michael Shermer- quando mostrare i fatti non è sufficiente? Anzi: quando le evidenze sono schiaccianti, le convinzioni sembrano aumentare. Chi è contro i vaccini dirà che i dati epidemiologici sono tratti da ricerche pagate da Big Pharma; i complottisti dell’11 settembre si concentreranno sul punto di fusione dell’acciaio delle Twin Towers, ignorando le vittime; i negazionisti del clima tireranno fuori la questione della libertà, e degli insopportabili vincoli all’economia. C’è una ragione scientifica per spiegare tutto questo -ricorda Shermer- e ha a che fare con la nostra visione del mondo, come ben documentato in un saggio del 2007, “Mistakes were made (but not by me)” degli psicologi Carol Tavris ed Elliot Aronson.
Il 2007 è l’anno dello scoppio della grande “crisi”: sono passati 10 anni -era settembre- da quando Ben Bernanke, da poco presidente della Banca centrale statunitense, era stato lapidario: “La crisi è peggiore del previsto”. I dati di oggi presentano il conto: l’Istat stima che siano un milione e 619mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta -4 milioni e 742mila individui-; è il doppio rispetto al 2007. E tra giovani e minori i poveri sono addirittura triplicati. Ed ecco un “fatto” cui non vogliamo credere: nel nostro Paese ci sono 1,3 milioni di bambini in povertà assoluta. Non solo: quasi un giovane su cinque in Italia, nella fascia tra 15 e 24 anni, non ha e cerca un lavoro né è impegnato in un percorso di studi o di formazione (sono i cosiddetti Neet): la media europea è dell’11,5%.
Poi però ci sono altri “fatti” cui stentiamo -non vogliamo- credere. Il primo: la spesa sociale in Italia (337,5 miliardi euro nel 2016, +10,9% rispetto al 2011) va per il 64% alla popolazione anziana, e solo il 5,5% alla lotta alla disoccupazione (e l’1,2% alla lotta all’esclusione sociale). Il secondo: in Italia ci sono 307mila famiglie con patrimonio finanziario superiore al milione di dollari, secondo le stime del Boston Consulting Group. Vuol dire che nelle mani dell’1,2% delle famiglie si concentra il 20,9% della ricchezza (finanziaria) italiana. Di qui al 2021 il numero di ricchi aumenterà: saranno l’1,6% del totale delle famiglie, ma la fetta di ricchezza nelle loro mani salirà al 23,9% e sfiorerà così un quarto del totale. Il terzo “fatto”: la Banca europea degli investimenti ha calcolato che, in Italia, dal 2007 a oggi i guadagni di professionisti e imprenditori (ovvero il 10% più ricco della popolazione) sono diminuiti del 4%, mentre quelli dei meno abbienti (il 10% più povero) sono crollati del 27%.
La crisi ha contribuito in maniera decisiva al fenomeno migratorio -anche se non c’è nessuna invasione: ecco un’altra credenza che i numeri non riescono incredibilmente a scalfire-. Una delle cause l’ha ben descritta un “insospettabile”: Claudio Descalzi, ad di Eni, il quale ha affermato che “l’Africa è alla deriva per la speculazione sui prezzi del petrolio e del gas. Per questo crescono povertà e migranti”. Negare le responsabilità dei Paesi ricchi rispetto alla condizione dei Paesi impoveriti vuol dire non conoscere o ignorare la storia, la scienza, l’attualità, o peggio: pensare a una “superiorità” culturale o morale dell’Occidente. 
 Ed ecco altri due “fatti”: nientemeno che l’Economist ha pubblicato un articolo in cui si spiega che l’apertura completa delle frontiere mondiali (libertà per chiunque di andare ovunque a cercare lavoro) porterebbe a un aumento della ricchezza globale di 78mila miliardi di dollari. Il secondo: il valore globale delle azioni quotate sui mercati finanziari ammonta a 77.700 miliardi di dollari: sui massimi di tutti i tempi (a fine 2008 la capitalizzazione era il 60% in meno dei valori attuali). Oggi le Borse hanno sorpassato il Pil globale. In Borsa ci sono i cosiddetti “Big 5” digitali: Apple, Google (Alphabet), Microsoft, Amazon e Facebook capitalizzano in Borsa 3mila miliardi (con una media di 600 miliardi), il 50% in più del Pil dell’Africa. Fossero una nazione, sarebbero la quinta più ricca del mondo, davanti alla Gran Bretagna. Anche nel 2007, prima delle parole di Bernanke, le Borse superarono il Pil (60mila miliardi contro 58mila). Sappiamo com’è andata.

martedì 19 settembre 2017

La vergogna saudita e quella dell’Onu

Ci risiamo. Stavolta è Human Right Watch a denunciare i crimini di guerra dell’Arabia Saudita nello Yemen. Secondo un rapporto dell’organizzazione umanitaria americana, negli ultimi tre mesi sono stati registrati cinque bombardamenti dell’aviazione di Riyad su obiettivi civili, che hanno ucciso 26 bambini; il più grave ha colpito una casa facendo una strage di 14 componenti di un’intera famiglia.
Da due anni una colazione di paesi arabi a guida saudita è in conflitto con i ribelli Houthi appoggiati dall’Iran. L’Amministrazione Obama prima e quella Trump ora, stanno supportando l’Arabia Saudita in maniera diretta fornendo armi, aerei, logistica e intelligence. Come denunciato sempre da Human Rights Watch un anno fa, Washington non si farebbe scrupolo di rifornire la coalizione saudita anche di “bombe a grappolo” vietate dai trattati internazionali.
L’ultimo rapporto dell’Ufficio Diritti Umani delle Nazioni Unite del 30 agosto 2017, segnala dall’inizio della guerra, 5.144 vittime civili di cui oltre il 20% bambini (1.184) e 8.750 feriti. Oltre il 60% di queste vittime sono state causate dagli attacchi aerei della coalizione guidata dai sauditi molti dei quali “deliberatamente mirati” contro ospedali, scuole, mercati e moschee.

Voltafaccia Onu

Ogni anno l’Onu redige una “List of Shame”, una “Lista della Vergogna”, dei paesi che praticano una violazione dei diritti dei bambini nelle zone di guerra (reclutamento di bambini-soldati o azioni di violenza bellica nei loro confronti anche attraverso il bombardamento indiscriminato di obiettivi civili come scuole e ospedali). Nella Lista del 2016 era stata inserita anche l’Arabia Saudita, proprio per le stragi civili che sta provocando da due anni nello Yemen. Ma incredibilmente, sotto la pressione della “lobby saudita” attiva anche in molte cancellerie occidentali (comprese Londra e Parigi), Ryad è stata cancellata dalla Lista.
La cosa sconvolgente è che lo stesso Segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon ha ammesso pubblicamente che la scelta è stata dettata dalla minaccia dei sauditi e dei loro alleati di togliere i finanziamenti a molti programmi umanitari. Davanti ai giornalisti il Segretario dell’Onu ha dichiarato: “Ho anche dovuto considerare la reale possibilità della grave sofferenza di milioni di altri bambini e, come mi è stato suggerito, alcuni paesi avessero deciso di sconvolgere molti programmi dell’ONU”. Insomma un ricatto a cui l’Onu si è piegato senza alcun tipo di pudore.
Nel silenzio dei grandi media occidentali e dei moralisti dell’Europa democratica, assistiamo impietriti a questa doppia vergogna: quella dei crimini impuniti dell’Arabia Saudita e quella della viltà ipocrita dell’Onu.

lunedì 18 settembre 2017

Banche, fedelissimi di Renzi nella commissione inchiesta.

Non solo lo ius soli, ma anche le banche e la creazione della commissione bicamerale d’inchiesta può essere motivo di scontro all’interno del Pd e non solo. Per placare gli animi Matteo Renzi gioca la carta delle nomine che ricadono su un uomo che possa fungere da mediatore, incline all’intesa, di centro insomma.
E questo uomo non è altro che l’ex presidente della Camera dei deputati Pierferdinando Casini. Chi meglio dell’ex leader dell’Udc oggi a capo dei Centristi per l’Europa per far da paciere?
Ma non solo Casini. Nella commissione Renzi inserisce anche altri nomi, come il capo delegazione Matteo Orfini, colui che nel Pd si è più esposto sul tema banche, e altri suoi fedelissimi come Bonifazi e Marcucci. Ma è il nome di Casini che fa gridare allo scempio tra i banchi dell’opposizione, visto che si tratta di un membro della maggioranza che dovrà presiedere una commissione di inchiesta in cui a finire sotto i riflettori sono banche che vedono intricati anche personaggi di spicco proprio del Partito democratico.
Prima fra tutti il caso crac Etruria. I Cinque stelle hanno chiesto tra le prime audizioni che dovrà fare la commissione, con tutta probabilità la data sarà decisa ad ottobre, quella dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni che a suo tempo si era dichiarato pronto a raccontare del suo colloquio con l’allora ministro Maria Elena Boschi che, secondo le rivelazione di un libro a firma di Ferruccio De Bortoli, avrebbe chiesto l’intercessione di Ghizzoni proprio per salvare la banca aretina dove figurava come vicepresidente il padre, Pier Luigi Boschi.

venerdì 15 settembre 2017

Centro Studi di Confindustria: 14 miliardi di perdite ogni anno per l'esodo dei giovani italiani all'estero

La crescente emigrazione dei giovani italiani all’estero, dovuta alla mancanza di lavoro e alle bassissime retribuzioni, costa all’Italia un punto di Pil all’anno, circa 14 miliardi di euro. Il dato le evidenzia il Centro Studi di Confindustria che ha avvertito: “la bassa occupazione giovanile è il vero tallone d’Achille del sistema economico e sociale italiano”. Non solo. Negli utlimi sette anni il fenomeno ha subito un’accelerazione impressionante: si è passati dai 21 mila emigrati sotto i 40 anni di età del 2008 ai 51mila del 2015. “I flussi crescenti di emigrazione producono una perdita di capitale umano stimata – ha calcolato il Csc – in un punto di Pil all’anno, abbassando così il potenziale di sviluppo”. Questo “rappresenta una vera e propria emergenza”.

La diagnosi di Confindustria però è assai incompleta. Ritiene infatti che l’inadeguato livello dell’occupazione giovanile stia producendo “gravi conseguenze permanenti sulla società e sull’economia dell’Italia, sotto forma di depauperamento del capitale sociale e del capitale umano del Paese”, ma non c’è alcuna riflessione sul fatto che le retribuzioni offerte dalle imprese ai giovani siano sempre più spesso ridicole. Non solo nel sistema delle imprese private ma anche nelle istituzioni pubbliche, soprattutto nel sistema della ricerca.

Secondo le ultime rilevazioni dell’Istat e dell’Inps riprese dal Csc, l’Italia ha tassi di occupazione giovanili molto ridotti, specie per gli under 30. Nel 2016 un sesto dei 15-24enni era occupato (16,6%), contro il 45,7% in Germania, praticamente un terzo nella media dell’Eurozona (31,2%). Tra i 25-29enni il tasso di occupazione italiano sale al 53,7%, ma anche in questo caso il divario rispetto agli altri paesi dell’eurozona si amplia, da 14,6 a 17,1 punti percentuali. La posizione relativa dell’Italia comincia a migliorare nella fascia di età immediatamente successiva (30-34 anni), con il tasso di occupazione al 66,3%, comunque ben 10 punti sotto alla media dell’Eurozona.

Dal 2008 al 2015, periodo in cui il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,7% all’11,9% (dal 9,8% al 18,9% per gli under 40), hanno spostato la residenza all’estero 509mila italiani: di questi, circa 260mila avevano tra i 15 e i 39 anni, il 51,0% del totale degli emigrati, un’incidenza quasi doppia rispetto a quella della stessa classe di età sulla popolazione (28,3%).

Considerando che la spesa familiare per la crescita e l’educazione di un figlio, dalla nascita ai 25 anni, può essere stimata attorno ai 165 mila euro, è come se l’Italia, con l’emigrazione dei giovani, in questi anni avesse perso 42,8 miliardi di euro di investimenti in quello che viene definito “capitale umano”. Per il solo 2015, con un picco di oltre 51mila emigrati sotto i 40 anni (dai 21mila del 2008), la perdita si aggira sugli 8,4 miliardi. A questi va aggiunta la perdita associata alla spesa sostenuta dallo Stato per la formazione di quei giovani che hanno lasciato il Paese: 5,6 miliardi se si considera la spesa media per studente dalla scuola primaria fino all’università. In totale 14 miliardi nel 2015.
 Lasciando da parte percentuali e tabelle, la sintesi che se ne ricava è che sul nostro paese è in corso, esattamente dal 2008, un processo di spoliazione di risorse a tutto campo e di concentrazione delle stesse nel “nucleo centrale” dell’Eurozona (Germania, paesi del Nord Europa), lo stesso che è avvenuto in Grecia e in Spagna. Tra queste sottrazioni di risorse c’è anche quel “capitale umano” rappresentato da decine di migliaia di giovani, spesso altamente scolarizzati, che di fronte alla miseria delle prospettive messe a disposizione da imprese private e istituzioni pubbliche, trovano condizioni migliori nei paesi forti dell’Eurozona. Il risultato è una concentrazione di risorse giovani, formate e disponibili per i processi di accumulazione e innovazione capitalistica in paesi diversi da quello di provenienza. Il risultato non è solo la deindustrializzazione e la regressione economico/sociale/civile dell’Italia ma è l’escalation di uno sviluppo disuguale interno (ad esempio tra il polo Lombardia/Emilia/Veneto e il resto del paese) e della subalternità ai diktat della Troika europea. Ma di tutto questo, nella logica e nei parametri della Confindustria, non troverete traccia.

giovedì 14 settembre 2017

Altro che prevenzione, in dieci anni è raddoppiato il territorio italiano a rischio idrogeologico

Dieci anni dopo la prima e unica Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici in Italia, il promotore dell’iniziativa – l’allora ministro dell’Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio – è tornato in Senato per fare un punto su quanto compiuto dal 2007 ad oggi, supportato tra gli altri dal presidente dell’Ispra Stefano Laporta. Assai poche purtroppo le buone notizie.
Dai dati Ispra risulta come dieci anni fa il 10% territorio italiano fosse interessato da una forte criticità idrogeologica, mentre nel 2017 le aree a rischio sono quasi raddoppiate arrivando al 19,4%. Conseguentemente, la popolazione residente in aree a pericolosità frana elevata e molto elevata è passata da 992.403 a 1.247.679, mentre quella esposta a rischio alluvione ha quasi raggiunto i 2 milioni di persone; ampliando l’analisi anche gli abitanti che vivono in aree a scenario di pericolosità media e scarsa, si arriva a 9 milioni di persone. «Avere perso dieci anni è stato un crimine – commenta Pecoraro Scanio – ora basta ritardi. Fenomeni estremi come bombe d’acqua e alluvioni stanno stravolgendo lo scenario climatico del Paese e il recente disastro di Livorno ci ricorda che le nostre città sono vulnerabili ai pericoli. Non è accettabile perdere vite umane».
Com’è stato possibile? Di grande importanza è la dinamica relativa al progressivo consumo di suolo, che ancora oggi mangia 4 metri quadrati al secondo e comporta costi alla collettività per almeno 820 milioni di euro all’anno, con l’Ispra che «ha evidenziato un trend positivo degli interventi a mitigazione del rischio idrogeologico solo nel biennio 2007-2008. Dal 2009, invece, gli stessi dati confermano l’assenza di programmazione». Altro fattore determinante è l’avanzata dei cambiamenti climatici, più acuta in Italia rispetto alla media globale: com’è stato ricordato durante l’incontro in Senato dalla Fondazione UniVerde (di cui Pecoraro Scanio è oggi presidente), nel 2007 si evidenziò come «l’anomalia della temperatura media si attestasse allora a +1 °C rispetto al trentennio 1961-1990: in meno di dieci anni è passata a +1,58 °C con il 2017 già entrato nella storia per le roventi temperature raggiunte».
Un fronte sul quale un altro ex ministro dell’Ambiente, Edo Ronchi, si unisce per denunciare la mancanza di impegno da parte delle istituzioni per contenere le emissioni di gas serra prodotte dall’Italia, che dopo decenni. Nei primi 7 mesi del 2017 – secondo i dati pubblicati da Terna, osserva Ronchi – la produzione di elettricità da fonti rinnovabili in Italia, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, è diminuita del 5,4%, scendendo da 62,3 a 58,9 TWh. Poiché la produzione di elettricità è invece aumentata nello stesso periodo da 156,4 a 163,2 TWh, la produzione di elettricità da fonti termiche fossili è cresciuta in questo periodo dell’11,3%».
Un trend che parte da lontano, dato che «il peggioramento delle rinnovabili aveva già provocato l’aumento delle emissioni specifiche di CO2 nel settore elettrico in Italia: secondo i dati Ispra, dopo ben 25 anni di calo progressivo, le emissioni specifiche hanno infatti cominciato a crescere da 303 grammi di Co2/KWh nel 2014 a 315 nel 2015 e a 331 nel 2016».
Per la nuova Strategia energetica nazionale (Sen), documento per il quale si è chiusa ieri la fase di consultazione pubblica, la crescita futura delle rinnovabili elettriche dovrebbe in primis «essere compatibile con il contenimento dei costi in bolletta», con il concreto rischio però di allontanare ulteriormente l’attuazione dell’Accordo di Parigi, come già mostrano «tre anni di fila di aumento delle emissioni specifiche di CO2 per kilowattora elettrico». Per Ronchi «sarebbe possibile accelerare, come necessario, lo sviluppo delle rinnovabili elettriche non caricando ulteriori incentivi sulle bollette solo correggendo il mercato – in modo che riconosca i costi dei danni prodotti dalla crisi climatica alimentata dalle emissioni di CO2 – introducendo una forma adeguata di carbon pricing», ma nonostante tutti i benefici potenziali la definizione di una carbon tax nel nostro Paese al momento continua a rimanere un’ipotesi fantascientifica per la mancanza di impegno politico.

mercoledì 13 settembre 2017

L’occupazione cresce, ma soltanto se è precaria

E’ triste vedere un istituto prestigioso piegare l’enfasi – nel pubblicare i dati – in modo che i media possano fare più facilmente da coro al governo. Specie in materia di occupazione, ossia della condizione vitale per l’esistenza stessa della popolazione.
Nulla da eccepire sui numeri, naturalmente, raccolti ed elaborati da ricercatori di alto livello, anche se spesso con contratti assai precari. Fosse lasciata a loro la possibilità di presentare gli stessi dati, l’enfasi laudatoria ne uscirebbe parecchio azzoppata…
Nella nota diffusa stamattina si dà conto degli andamenti del secondo trimestre del 2017, che segna una certa inversione nel numero (dunque anche nel tasso) dei disoccupati: una crescita congiunturale (+78 mila, +0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+149 mila, +0,9%), in oltre otto casi su dieci a termine (+123 mila, +4,8%).
La nota dell’Istat riferisce quasi per caso quel che dovrebbe essere invece il dato che rivela il fenomeno più rilevante nell’attuale mercato del lavoro: la sostituzione di lavoro a temo indeterminato con lavoro a termine. Rifacendo il conto con gli stessi numeri dell’Istat, infatti, viene fuori che il totale degli occupati (78.000 in più) è dovuto alla convergenza di due fenomeni: la diminuzione degli “autonomi” (partite Iva monocommittenti, consulenti, ecc: -71.000) e la crescita senza freni dei lavoratori a termine (123.000 sui 149.000 nuovi assunti). I posti di lavoro a tempo indeterminato in più sono soltanto 26.000.
Questo in una congiuntura temporaneamente favorevole (i tre trimestri precedenti erano stati caratterizzati da un aumento della disoccupazione), registrata in termini di crescita del Pil pari allo 0,4% nel trimestre e all’1,5% su base annua.
La centralità assoluta dei contratti a termine testimonia, forse involontariamente, dell’incertezza con cui le imprese affrontano l’aumento congiunturale degli ordinativi: si prendono dipendenti usa e getta, da qui a tre o sei mesi, perché nessuno sa dire – neppure la Bce – se il tren leggermente positivo durerà più a lungo.
Fa pena dunque il concerto dei media mainstream che segnala come – tra il secondo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente – venga stimata una crescita di 153 mila occupati (+0,7%), che riguarda comunque soltanto i dipendenti (+356 mila, +2,1%), oltre tre quarti dei quali a termine, a fronte della rilevante diminuzione degli indipendenti (-3,6%).
Prenndendo in considerazione l’arto temporale di un anno, insomma, la sostituzione di lavoro stabile con lavoro precario risulta ancora più lampante.
Un piccolo esercito di lavoratori con salari più bassi e senza garanzie di continuità lavorativa, su cui dunque non viene costruita alcuna prospettiva produttiva di lungo periodo. Lo stesso calo degli “inattivi” (-0,3 punti) 15-64 anni rivela che “la riserva di grasso” in mano alle famiglie si è assottigliata, costringendo una parte a tornare sul mercato del lavoro, pronti ad accettare qualsiasi retribuzione.
Le variazioni degli stock – spiega la stessa Istat – sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso continuano a diminure le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,3% al 16,5%). A fronte della riduzione complessiva delle transizioni dalla disoccupazione all’occupazione (-3,1 punti), i flussi dai disoccupati verso i dipendenti a tempo determinato aumentano (+0,9 punti). Riguardo agli inattivi, per le forze di lavoro potenziali è aumentata soprattutto la percentuale di quanti transitano verso la disoccupazione (dal 18,5% al 21,3% nei dodici mesi). Ovvero cercano nuovamente un lavoro, ma non lo trovano…
Le imprese, dal canto loro, colgono in pieno la debolezza dei lavoratori (che temono di perdere il posto) e dei disoccupati (disposti a fare qualsiasi cosa per qualsiasi salario). “Le ore lavorate per dipendente crescono (+0,2%) rispetto al trimestre precedente”.
Ne risentono ufficialmente anche le retribuzioni: “in termini congiunturali si registra una diminuzione dello 0,1% delle retribuzioni e dello 0,5% degli oneri sociali e, quale loro sintesi, un calo dello 0,2% del costo del lavoro”.
Se si può gioire per risultati così, allora tutto è possibile…

martedì 12 settembre 2017

Le testate nucleari nel mondo: 15mila bombe atomiche pronte a distruggere

Attualmente sono 15mila le testate nucleari a livello planetario, precisamente 15.350 al 2016. Alle quali vanno, però, aggiunte un numero imprecisato di altre testate (tra le 150 e le 240) dislocate in Paesi europei aderenti all’Alleanza Atlantica nell’ambito del programma di condivisione nucleare avviato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Poco meno di cinquemila sono dispiegate e pronte all’uso.
Il 93% di tutte le testate nucleari sono di proprietà dei due Stati militarmente più forti del mondo, Russia e Stati Uniti.

La mappa degli Stati con armi nucleari

Ecco la lista dei Paesi del mondo che possiedono la bomba atomica, l’arma più micidiale:
  • Russia: 7.000 ( 1.796 testate schierate e pronte all’uso più altre 2.700 in deposito e 2.510 ritirate e pronte per essere smantellate)
  • Stati Uniti: 6.780 ( 1.740 schierate, 2.740 accumulate e 2.300 in disuso)
  • Francia: 300 (290 schierate ed il resto in deposito)
  • Cina: 260 (sconosciuto il numero di quelle che sarebbero operative)
  • Gran Bretagna: 215 (120 pronte all’utilizzo)
  • Pakistan: 140 (nessuna testata schierata)
  • India: 120 (nessuna testata schierata)
  • Israele: 80 (nessuna testata schierata)
  • Corea del Nord: 15 (il numero non è certo e non si sa, inoltre, se queste armi sono operative o accumulate)
La maggior parte degli Stati che possiedono armi atomiche sono i vincitori della Seconda guerra mondiale, nonché quelli che hanno sottoscritto il Trattato di non proliferazione (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna).
Inoltre il numero di testate nucleari, bombe Sandia B-61, tutte di fabbricazione statunitense, create a partire dalla seconda metà degli anni ’60, conservate da alcuni Paesi NATO, dovrebbe essere tra le 150 e le 240.
Da leggere: Benvenuti nell’Antropocene, l’era della bomba atomica

In Italia 90 testate nucleari americane

L’Italia non ha la bomba atomica ma in base al concetto di condivisione nucleare interno alla Nato, sul territorio italiano, nelle basi Usa di Ghedi e Aviano, sono dislocate 90 testate nucleari americane.