lunedì 11 settembre 2017

L’atomica, salvacondotto dei regimi

Non farsi attaccare e avere una potente leva di ricatto nei confronti delle altre potenze nucleari e regionali: questo è il senso dell’atomica. Il dottor Stranamore è sempre di moda. I Paesi oggi teoricamente “inattaccabili”, oltre a quelli del club nucleare ufficiale, sono Pakistan, India e Israele, che non hanno mai firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, tutti collocati su linee di faglia geopolitiche esplosive e dove si susseguono da decenni guerre infinite.
Il caso del Pakistan, in perenne conflitto con l’India per il Kashmir, sta diventando sempre più complicato per le frizioni che lo oppongono agli Usa sulla questione del sostegno di Islamabad alle reti islamiste in Afghanistan e la presenza economica e finanziaria cinese nei grandi progetti di sviluppo sulla Via della Seta in collaborazione con i pakistani. Sia pure indirettamente, i piani atomici nordcoreani incrociano quelli pakistani attraverso l’espansione della Cina nel subcontinente indiano.
Non è un caso che abbiano cercato di procurarsi il nucleare anche gli iraniani, vista la costante ostilità Usa, israeliana e araba, oltre che la vicinanza con la Turchia, membro della Nato - che ospita i missili e l’aviazione degli americani a Incirlik - e il confine con il Pakistan. «Se avessimo avuto l’atomica, l’avremmo usata contro Saddam Hussein che attaccando l’Iran nel 1980 ha fatto in quella guerra un milione di morti» disse una volta il ministro iraniano degli Esteri Javad Zarif. Aggiungiamo che oggi nessuno stato del Medio Oriente ha eserciti così numerosi e motivati da potere sacrificare sul fronte mezzo milione di soldati e di “martiri”: l’atomica in un certo senso è ritenuta una necessità.
Gli ayatollah iraniani sono stati abbastanza abili da contrattare con le superpotenze la rinuncia a un’atomica “virtuale” e non fare la fine di Saddam Hussein, sbalzato dal potere nel 2003 anche se non aveva armi di distruzione di massa. Evento che non è passato inosservato in Corea del Nord.
Ma pure i sauditi vogliono l’atomica, in funzione anti-iraniana. E in attesa di realizzarla, per mettersi alla testa del mondo musulmano sunnita, comprano miliardi di dollari di armi dagli americani. Sotto questo profilo risalta ancora di più il negoziato voluto da Barack Obama con Teheran che ha portato all’accordo del 2015: ha frenato temporaneamente una proliferazione nucleare nel Golfo che è già in atto da tempo.
La posta in gioco per gli iraniani con l’accordo del luglio di due anni fa era l’allentamento delle sanzioni e qualche momentanea garanzia che Washington avrebbe rinunciato a un cambio di regime a Teheran. È quello che in sostanza chiede anche la dittatura nordcoreana: sopravvivere con l’aiuto della Cina e qualche spiraglio di commercio internazionale.
Il regime di Pyongyang non è così folle come viene descritto. Quello che gli Stati Uniti finora non hanno mai voluto garantire è la continuità della dinastia nordcoreana al potere da 60 anni: per Washington, ma anche per Seul, l’obiettivo di medio-lungo termine è la riunificazione della penisola coreana. Un traguardo che la Cina non ha nessuna intenzione di agevolare perché significa avere le truppe americane in casa, cosa che del resto avverrebbe anche in caso di guerra.
Pechino non vuole né una Corea del Nord “normale” né un conflitto con gli Usa: questo è il nodo della questione con Pechino. Un’ambiguità espressa anche recentemente dalle parole del ministro cinese degli Esteri Wang Yi: «Lo scopo delle sanzioni alla Corea del Nord è riportare la questione nucleare al tavolo delle trattative per realizzare la denuclearizzazione della penisola». In poche parole Pechino punta a rendere militarmente neutrale sia la Corea del Nord che quella del Sud per potere poi decidere la transizione del regime di Pyongyang e l’eventuale riunificazione della penisola che non vede per niente di buon occhio. Il motto degli imperi è sempre “divide et impera”.

venerdì 8 settembre 2017

RISPARMIO ASSICURAZIONE AUTO E MOTO

Una delle domande più frequenti, di ogni automobilista è: “Come fare per risparmiare sulle polizze auto e moto?”. Oltre alle polizze condivise, con la nuova legge per la Concorrenza, 124/2017, ci sono diverse opportunità per i guidatori di veicoli a quattro e a due ruote, che devono sottoscrivere una polizza assicurativa.
  • Scatola nera. Con la nuova legge sulla concorrenza, essa entra a pieno titolo nella Rc auto anche dal punto di vista normativo. Quindi, chi accetta di montarla acquisisce, di diritto, degli sconti. Inoltre, i dati raccolti dalla scatola nera durante un incidente costituiscono una prova a cui il giudice dovrà quasi sempre attenersi nel determinare le responsabilità del sinistro.
  • Ispezione del mezzo. Prima di sottoscrivere una polizza, per ricevere uno sconto sull’importo da pagare, è necessario sottoporlo a un’ispezione preventiva a carico della compagnia assicuratrice.
  • Test alcolock. Un altro modo per ricevere uno sconto sulla polizza è l’installazione, a bordo dell’auto, di meccanismi elettronici che impediscono l’avvio del motore in caso nel guidatore venisse riscontrato un tasso alcolemico superiore ai limiti di legge.
  • La disdetta non serve.  Non potrà quindi più esserci nessun addebito imprevisto per chi decide di interrompere la polizza dopo il termine massimo previsto. La legge ha introdotto anche il diritto a disdire il contratto per via telematica, senza più dover ricorrere alla raccomandata per posta, con un taglio dei tempi che comporterà anche un taglio dei costi.
  • I confronti sul web. È possibile consultare dei siti come Money.it oppure Facile.it per individuare la polizza più vantaggiosa per il proprio veicolo e le proprie esigenze. In questo modo non sprecherete tempo e potrete scegliere l’offerta più vantaggiosa spendendo il giusto.
  • Garanzie accessorie. Esaminatele una per una (dall’incendio al furto fino ai danni), e verificate se sono davvero necessarie e quale costo rappresentano. Solo dopo questa ricognizione potete decidere con la giusta conoscenza.
  • Attenti alle promozioni. Non sempre le offerte vantaggiose sono le più adatte alle proprie esigenze. Quindi, non fatevi ammaliare dai prezzi stracciati ma valutate attentamente i costi e i vantaggi reali delle polizze in promozione.
  • Attenti alle clausole nascoste. Molto spesso le offerte proposte dalle varie compagnie nascondono delle clausole, scritte quasi sempre in caratteri di piccole dimensioni, che possono comportare dei costi inaspettati. Vincoli contrattuali, spese di recesso e opzioni obbligatorie possono essere ignorati al momento della sottoscrizione ed emergere al momento del primo pagamento.
  • Occhio ai massimali. Controllate bene i massimali all’interno della polizza che andate a stipulare. E verificate che rispettino quanto previsto dalla legge: ovvero dei minimi di danni di 1 milione di euro per le cose e di 5 milioni di euro per le persone.
  • Prodotti giornalieri oppure a tempo. Se non utilizzare il veicolo tutti i giorni, potete optare per delle polizze giornaliere oppure a tempo, che vi consentiranno di abbattere i costi godendo, al tempo stesso, della tutela legale in caso di sinistro. Una valida alternativa, se utilizzate di rado l’auto o le due ruote.

giovedì 7 settembre 2017

A settembre inizia il nuovo anno scolastico. Quest’anno la preoccupazione maggiore delle famiglie con figli minori non è legata alle ricorrenti carenze scolastiche, ma alle vaccinazioni obbligatorie, che la nuova legge ha aumentato da 4 a 10 e che riguardano tutti i minori che non hanno ancora compiuto 17 anni di età (quindi anche oltre l’età dell’obbligo scolastico). È vero che il Parlamento ha attenuato l’impatto del provvedimento originario (il Decreto Legge del Governo), riducendo le vaccinazioni da 12 a 10 e abbassando da 7.500 a 500 euro il tetto massimo della sanzione per gli inadempienti, ma le novità in tema di vaccini non sono di poco conto rispetto agli anni precedenti. Basti dire che i bambini non vaccinati con età inferiore ai 6 anni non potranno frequentare gli asili nido e le scuole dell’infanzia, mentre quelli oltre i 6 anni saranno ammessi nelle scuole dell’obbligo ma con il pagamento di una sanzione e con il rischio di dover cambiare classe (poiché è previsto soltanto uno studente non vaccinato per ciascuna classe). Durante l’estate abbiamo assistito ad un confronto molto acceso su questo tema delicato, visto che riguarda un diritto fondamentale come la salute, che è tutelato costituzionalmente (art. 32). Spesso si è trattato di un dibattito segnato da impostazioni ideologiche e dogmatiche, con il risultato di stigmatizzare tutte le posizione critiche o dubbiose rispetto alle scelte politiche intraprese. In questo contesto un ruolo decisivo e negativo è stato svolto dai media che in generale hanno trasmesso un allarme sociale ingiustificato e che hanno presentato il problema come se si trattasse di uno scontro tra scienza e oscurantismo. In realtà anche sul tema della profilassi vaccinale è in gioco il modo di intendere il metodo scientifico, che di solito ci viene presentato come espressione dell’autorevolezza cattedratica attraverso l’intervista ad un personaggio di rilievo, mentre invece proprio la scienza si fonda sul pensiero critico, dialettico, aperto, disponibile a modificare le convinzioni tenendo conto di dati nuovi e fattori alternativi. Purtroppo nel furore della polemica finora non si è dato adeguato spazio alle voci di scienziati della medicina che sottolineano la complessità del problema delle vaccinazioni, considerando gli aspetti positivi, ma senza nascondere le problematicità e gli aspetti contraddittori. In questa prospettiva si colloca il documento predisposto dal Consiglio direttivo nazionale della SIPNEI (Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia) sulla nuova legge sui vaccini, nel quale si dimostra – attraverso dati ed evidenze scientifiche – che la legge voluta dal Ministro Lorenzin «non regge». Vediamo di seguito i punti salienti delle osservazioni presentate dalla SIPNEI. Anzitutto, viene ridimensionata la presunta epidemia di morbillo in Italia: «La premessa su cui si fonda la decisione governativa è che saremmo in presenza di forti rischi per la collettività essendosi pericolosamente abbassati i tassi di copertura vaccinale, che non garantirebbero la cosiddetta “immunità di gregge”. I dati portati a sostegno riguardano la diffusione del morbillo nel nostro Paese, che nell’anno in corso sarebbero a livelli eccezionalmente alti. La serie storica dei dati degli ultimi anni e il suo paragone con paesi europei simili, pur senza sottovalutare l’andamento dell’infezione, non confermano l’eccezionalità dell’attuale diffusione del morbillo. Ad oggi il morbillo è endemico in molti paesi europei tra cui Germania, Belgio, Svizzera, Francia, Polonia, Romania e altri. Non risulta che Francia, Germania, Svizzera, Belgio abbiano introdotto l’obbligatorietà della vaccinazione MPR (Morbillo Parotite Rosolia), pur essendo attivamente impegnati nel controllo della diffusione di questi agenti infettivi». Inoltre – secondo la SIPNEI – la premessa scientifica su cui si fonda la decisione dell’estensione dell’obbligatorietà vaccinale, che è costituita dalla cosiddetta “Immunità di gregge”, secondo cui “è necessario raggiungere il 95% della copertura vaccinale per ottenere l’effetto gregge” «presenta molte falle». Anzi, l’informazione che è stata data al pubblico e agli stessi operatori sanitari, sulle percentuali di copertura vaccinale necessarie per raggiungere il cosiddetto “effetto gregge”, «è assolutamente parziale e quindi, sostanzialmente, non veritiera. Secondo fonti ufficiali (Organizzazione mondiale della sanità e Istituto Superiore di Sanità), le coperture vaccinali critiche per l’immunità di gregge sono altamente variabili: il fatidico 95% viene indicato solo per il morbillo. È bene sapere che per la poliomielite, le istituzioni citate danno come copertura necessaria 80-86%; per la parotite 75-86%; per la rosolia 83-85%; per l’ Hemophilus infl. B il 70%». Senza considerare il tetano, che non è trasmissibile e per cui non ha senso parlare di “effetto gregge”. Nelle recenti discussioni sul tema di solito si è sorvolato su aspetti importanti come i diversi effetti prodotti dall’immunizzazione naturale rispetto a quella ottenuta con la vaccinazione. È noto e dimostrato scientificamente che l’immunizzazione naturale, a differenza di quella indotta dal vaccino, causa una stimolazione immunitaria più prolungata ed efficace nel tempo. Questo fatto, per esempio se posto in relazione alla diffusione del morbillo, ha una forte rilevanza per la quota di bambini infettati con meno di un anno di vita, un’età a rischio, in cui ancora non è raccomandata e praticata la vaccinazione antimorbillo. «Le donne immunizzate naturalmente trasmettono una quantità di anticorpi nettamente superiore a quella delle donne vaccinate. La differenza della presenza di anticorpi anti morbillo, in bambini nati da madri che hanno subito il contagio rispetto ai nati dalle vaccinate, è netta e rintracciabile per lo meno fino all’età di 5 mesi. Quindi, donne che, nella loro infanzia, si sono vaccinate contro il morbillo potrebbero non trasmettere un’adeguata protezione anticorpale ai propri figli nel primo anno di vita, a differenza delle donne che hanno contratto un’immunizzazione naturale». Occorre tenere sempre presente che nessun vaccino è mai completamente sicuro. Gli effetti avversi delle vaccinazioni sono un dato di fatto, riconosciuto anche da sentenze della Corte Costituzionale. «In Italia, pur scontando un sistema di sorveglianza che è un eufemismo definire scarsamente efficiente, le segnalazioni all’AIFA di effetti avversi, successivi alle vaccinazioni, nel 2014 sono state 8.873, di cui una quota (con diverse centinaia di casi) classificata grave (con alcuni decessi). Secondo il Rapporto dell’AIFA, il vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia (MPR) ha un tasso di segnalazioni di effetti avversi gravi tra i più alti: 201 su 100.000 dosi per un totale di 479 casi nello scorso anno, la cui quota maggioritaria spetta all’abbinamento del trivalente con il vaccino contro la varicella (MPR+V oppure MPRV). Tuttavia, anche l’esavalente ha un tasso elevato di segnalazioni gravi: 166 ogni 100.000». Che effetti possono generare 6 vaccini somministrati contemporaneamente, seguiti a breve da altri 4 vaccini iniettati insieme? «Sotto questo profilo, la “tesi” che non c’è alcun problema a somministrare diversi antigeni insieme, poiché il bambino ogni giorno incontra centinaia di antigeni senza danno, ci sembra non regga ad un esame anche non troppo approfondito, poiché il solo buon senso ci consente di comprendere che gli antigeni multipli, che immettiamo con i vaccini, non sono banali, ma componenti di aggressivi agenti infettivi, che è alquanto irreale incontrare tutti insieme in natura». La SIPNEI sottolinea il fatto che nessuno finora ha prodotto dati certi sugli effetti delle formulazioni multiple sul sistema immunitario del neonato. Del resto anche il Parlamento – emendando il testo governativo – ha previsto l’uso dei vaccini monodose, mentre la campagna ufficiale del Ministero della salute continua a proporre soltanto due somministrazioni (esavalente + quadrivalente). In sintesi, la scelta dell’obbligo per 10 vaccini «si mostra non solo inopportuna, ma anche infondata sul piano scientifico, poiché lo Stato può chiedere alla persona (o al suo tutore) la violazione della libertà individuale, riguardo alla propria salute, se dimostra che le misure obbligatorie servono a scongiurare un rischio collettivo riferito ai singoli vaccini proposti. Da quanto abbiamo scritto, è errato mettere tutti vaccini sullo stesso piano: alcuni di loro non producono alcun “effetto gregge”, altri conferiscono un’immunità che deperisce nel tempo». Infine, si pone anche una questione di correttezza e di trasparenza: «Pensiamo che servirebbe molto alla scienza e alla ricostruzione di un rapporto di fiducia con ampie fasce della popolazione, l’istituzione di una Commissione di valutazione e controllo sui vaccini indipendente e cioè composta da ricercatori, scienziati ed esperti di politica sanitaria che non abbiano legami con l’industria e con le associazioni professionali, spesso molto adese all’industria. Una Commissione sul modello della Task Force statunitense che si occupa di valutazione delle politiche preventive (USTFP), senza legami con l’industria e con le corporazioni professionali. Occorre cioè proteggere la società dalle infezioni, ma anche dagli interessi di parte». E soprattutto dall’epidemia della disinformazione a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi. In questo scenario, qual è la posizione e la proposta alternativa del SIPNEI? «Siamo contrari alle vaccinazioni obbligatorie (in linea con tutti i paesi europei più avanzati e da alcuni anni in Veneto, con ottimi risultati), bensì proponiamo una riorganizzazione delle politiche vaccinali, che a livello statale dovrebbe selezionare le priorità epidemiologiche e, a livello territoriale, dovrebbero avere come perno il pediatra, che ha in cura fin dalla nascita il bambino, che verrebbe inserito in finestre di opportunità vaccinale, anche utilizzando i vaccini monodose, in base alle caratteristiche del bambino. Siamo convinti che una politica di promozione attiva, centrata sulla flessibilità dei programmi vaccinali, nel quadro di politiche di protezione della gravidanza e di promozione della salute dell’infanzia, permetterebbe un salto in avanti nella prevenzione primaria, da sempre trascurata nel nostro Paese, e porrebbe su basi nuove le relazioni tra cittadini e scienza e tra curati e curanti». Appare evidente che questa prospettiva sia ragionevolmente fondata e nell’interesse della tutela del benessere dei cittadini e della collettività. A questo punto si pone una domanda di fondo: c’è qualcuno in Parlamento e al Ministero della salute che abbia letto senza pregiudizi questo documento, redatto da persone professionalmente e scientificamente competenti, e che sappia spiegare perché oggi ci ritroviamo con una legge che va esattamente in direzione opposta?

A settembre inizia il nuovo anno scolastico. Quest’anno la preoccupazione maggiore delle famiglie con figli minori non è legata alle ricorrenti carenze scolastiche, ma alle vaccinazioni obbligatorie, che la nuova legge ha aumentato da 4 a 10 e che riguardano tutti i minori che non hanno ancora compiuto 17 anni di età (quindi anche oltre l’età dell’obbligo scolastico). È vero che il Parlamento ha attenuato l’impatto del provvedimento originario (il Decreto Legge del Governo), riducendo le vaccinazioni da 12 a 10 e abbassando da 7.500 a 500 euro il tetto massimo della sanzione per gli inadempienti, ma le novità in tema di vaccini non sono di poco conto rispetto agli anni precedenti. Basti dire che i bambini non vaccinati  con età inferiore ai 6 anni non potranno frequentare gli asili nido e le scuole dell’infanzia, mentre quelli oltre i 6 anni saranno ammessi nelle scuole dell’obbligo ma con il pagamento di una sanzione e con il rischio di dover cambiare classe (poiché è previsto soltanto uno studente non vaccinato per ciascuna classe).
Durante l’estate abbiamo assistito ad un confronto molto acceso su questo tema delicato, visto che riguarda un diritto fondamentale come la salute, che è tutelato costituzionalmente (art. 32). Spesso si è trattato di un dibattito segnato da impostazioni ideologiche e dogmatiche, con il risultato di stigmatizzare tutte le posizione critiche o dubbiose rispetto alle scelte politiche intraprese. In questo contesto un ruolo decisivo e negativo è stato svolto dai media che in generale hanno trasmesso un allarme sociale ingiustificato e che hanno presentato il problema come se si trattasse di uno scontro tra scienza e oscurantismo.
In realtà anche sul tema della profilassi vaccinale è in gioco il modo di intendere il metodo scientifico, che di solito ci viene presentato come espressione dell’autorevolezza cattedratica attraverso l’intervista ad un personaggio di rilievo, mentre invece proprio la scienza si fonda sul pensiero critico, dialettico, aperto, disponibile a modificare le convinzioni tenendo conto di dati nuovi e fattori alternativi. Purtroppo nel furore della polemica finora non si è dato adeguato spazio alle voci di scienziati della medicina che sottolineano la complessità del problema delle vaccinazioni, considerando gli aspetti positivi, ma senza nascondere le problematicità e gli aspetti contraddittori.
In questa prospettiva si colloca il documento predisposto dal Consiglio direttivo nazionale della SIPNEI (Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia) sulla nuova legge sui vaccini, nel quale si dimostra – attraverso dati ed evidenze scientifiche – che la legge voluta dal Ministro Lorenzin «non regge». Vediamo di seguito i punti salienti delle osservazioni presentate dalla SIPNEI.
Anzitutto, viene ridimensionata la presunta epidemia di morbillo in Italia: «La premessa su cui si fonda la decisione governativa è che saremmo in presenza di forti rischi per la collettività essendosi pericolosamente abbassati i tassi di copertura vaccinale, che non garantirebbero la cosiddetta “immunità di gregge”. I dati portati a sostegno riguardano la diffusione del morbillo nel nostro Paese, che nell’anno in corso sarebbero a livelli eccezionalmente alti. La serie storica dei dati degli ultimi anni e il suo paragone con paesi europei simili, pur senza sottovalutare l’andamento dell’infezione, non confermano l’eccezionalità dell’attuale diffusione del morbillo. Ad oggi il morbillo è endemico in molti paesi europei tra cui Germania, Belgio, Svizzera, Francia, Polonia, Romania e altri. Non risulta che Francia, Germania, Svizzera, Belgio abbiano introdotto l’obbligatorietà della vaccinazione MPR (Morbillo Parotite Rosolia), pur essendo attivamente impegnati nel controllo della diffusione di questi agenti infettivi».
Inoltre – secondo la SIPNEI – la premessa scientifica su cui si fonda la decisione dell’estensione dell’obbligatorietà vaccinale, che è costituita dalla cosiddetta “Immunità di gregge”, secondo cui “è necessario raggiungere il 95% della copertura vaccinale per ottenere l’effetto gregge” «presenta molte falle». Anzi, l’informazione che è stata data al pubblico e agli stessi operatori sanitari, sulle percentuali di copertura vaccinale necessarie per raggiungere il cosiddetto “effetto gregge”, «è assolutamente parziale e quindi, sostanzialmente, non veritiera. Secondo fonti ufficiali (Organizzazione mondiale della sanità e Istituto Superiore di Sanità), le coperture vaccinali critiche per l’immunità di gregge sono altamente variabili: il fatidico 95% viene indicato solo per il morbillo. È bene sapere che per la poliomielite, le istituzioni citate  danno come copertura necessaria 80-86%; per la parotite 75-86%; per la rosolia 83-85%; per l’ Hemophilus infl. B il 70%». Senza considerare il tetano, che non è trasmissibile e per cui non ha senso parlare di “effetto gregge”.
Nelle recenti discussioni sul tema di solito si è sorvolato su aspetti importanti come i diversi effetti prodotti dall’immunizzazione naturale rispetto a quella ottenuta con la vaccinazione. È noto e dimostrato scientificamente che l’immunizzazione naturale, a differenza di quella indotta dal vaccino, causa una stimolazione immunitaria più prolungata ed efficace nel tempo. Questo fatto, per esempio se posto in relazione alla diffusione del morbillo, ha una forte rilevanza per la quota di bambini infettati con meno di un anno di vita, un’età a rischio, in cui ancora non è raccomandata e praticata la vaccinazione antimorbillo. «Le donne immunizzate naturalmente trasmettono una quantità di anticorpi nettamente superiore a quella delle donne vaccinate. La differenza della presenza di anticorpi anti morbillo, in bambini nati da madri che hanno subito il contagio rispetto ai nati dalle vaccinate, è netta e rintracciabile per lo meno fino all’età di 5 mesi. Quindi, donne che, nella loro infanzia, si sono vaccinate contro il morbillo potrebbero non trasmettere un’adeguata protezione anticorpale ai propri figli nel primo anno di vita, a differenza delle donne che hanno contratto un’immunizzazione naturale».
Occorre tenere sempre presente che nessun vaccino è mai completamente sicuro. Gli effetti avversi delle vaccinazioni sono un dato di fatto, riconosciuto anche da sentenze della Corte Costituzionale. «In Italia, pur scontando un sistema di sorveglianza che è un eufemismo definire scarsamente efficiente, le segnalazioni all’AIFA di effetti avversi, successivi alle vaccinazioni, nel 2014 sono state 8.873, di cui una quota (con diverse centinaia di casi) classificata grave (con alcuni decessi). Secondo il Rapporto dell’AIFA, il vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia (MPR) ha un tasso di segnalazioni di effetti avversi gravi tra i più alti: 201 su 100.000 dosi per un totale di 479 casi nello scorso anno, la cui quota maggioritaria spetta all’abbinamento del trivalente con il vaccino contro la varicella (MPR+V oppure MPRV). Tuttavia, anche l’esavalente ha un tasso elevato di segnalazioni gravi: 166 ogni 100.000».
Che effetti possono generare 6 vaccini somministrati contemporaneamente, seguiti a breve da altri 4 vaccini iniettati insieme? «Sotto questo profilo, la “tesi” che non c’è alcun problema a somministrare diversi antigeni insieme, poiché il bambino ogni giorno incontra centinaia di antigeni senza danno, ci sembra non regga ad un esame anche non troppo approfondito, poiché il solo buon senso ci consente di comprendere che gli antigeni multipli, che immettiamo con i vaccini, non sono banali, ma componenti di aggressivi agenti infettivi, che è alquanto irreale incontrare tutti insieme in natura». La SIPNEI sottolinea il fatto che nessuno finora ha prodotto dati certi sugli effetti delle formulazioni multiple sul sistema immunitario del neonato. Del resto anche il Parlamento – emendando il testo governativo – ha previsto l’uso dei vaccini monodose, mentre la campagna ufficiale del Ministero della salute continua a proporre soltanto due somministrazioni (esavalente + quadrivalente).
In sintesi, la scelta dell’obbligo per 10 vaccini «si mostra non solo inopportuna, ma anche infondata sul piano scientifico, poiché lo Stato può chiedere alla persona (o al suo tutore) la violazione della libertà individuale, riguardo alla propria salute, se dimostra che le misure obbligatorie servono a scongiurare un rischio collettivo riferito ai singoli vaccini proposti. Da quanto abbiamo scritto, è errato mettere tutti vaccini sullo stesso piano: alcuni di loro non producono alcun “effetto gregge”, altri conferiscono un’immunità che deperisce nel tempo».
Infine, si pone anche una questione di correttezza e di trasparenza:  «Pensiamo che servirebbe molto alla scienza e alla ricostruzione di un rapporto di fiducia con ampie fasce della popolazione, l’istituzione di una Commissione di valutazione e controllo sui vaccini indipendente e cioè composta da ricercatori, scienziati ed esperti di politica sanitaria che non abbiano legami con l’industria e con le associazioni professionali, spesso molto adese all’industria. Una Commissione sul modello della Task Force statunitense che si occupa di valutazione delle politiche preventive (USTFP), senza legami con l’industria e con le corporazioni professionali. Occorre cioè proteggere la società dalle infezioni, ma anche dagli interessi di parte». E soprattutto dall’epidemia della disinformazione a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi.
In questo scenario, qual è la posizione e la proposta alternativa del SIPNEI? «Siamo contrari alle vaccinazioni obbligatorie (in linea con tutti i paesi europei più avanzati e da alcuni anni in Veneto, con ottimi risultati), bensì proponiamo una riorganizzazione delle politiche vaccinali, che a livello statale dovrebbe selezionare le priorità epidemiologiche e, a livello territoriale, dovrebbero avere come perno il pediatra, che ha in cura fin dalla nascita il bambino, che verrebbe inserito in finestre di opportunità vaccinale, anche utilizzando i vaccini monodose, in base alle caratteristiche del bambino. Siamo convinti che una politica di promozione attiva, centrata sulla flessibilità dei programmi vaccinali, nel quadro di politiche di protezione della gravidanza e di promozione della salute dell’infanzia, permetterebbe un salto in avanti nella prevenzione primaria, da sempre trascurata nel nostro Paese, e porrebbe su basi nuove le relazioni tra cittadini e scienza e tra curati e curanti». Appare evidente che questa prospettiva sia ragionevolmente fondata e nell’interesse della tutela del benessere dei cittadini e della collettività.
A questo punto si pone una domanda di fondo: c’è qualcuno in Parlamento e al Ministero della salute che abbia letto senza pregiudizi questo documento, redatto da persone professionalmente e scientificamente competenti, e che sappia spiegare perché oggi ci ritroviamo con una legge che va esattamente in direzione opposta?

mercoledì 6 settembre 2017

MILIARDI ALLE BANCHE. MANCE AI POVERI

Venti miliardi alle banche in dissesto. Cinque miliardi per combattere vecchie e nuove indigenze create alla crisi economica. Questi sono i numeri per le priorità del governo e quali invece situazioni di rincalzo. Con un elemento aggiuntivo: più della metà dei soldi stanziati per le banche (13 miliardi) sono già stati spesi. Per i poveri si vedrà, forse, l’anno prossimo visto che tutta la manovra sembra avere un evidente sapore elettorale. Il solito bidone all’italiana. Alle banche gestite da manigoldi con criteri delinquenziali, o quasi, il governo e il parlamento hanno regalato fior di miliardi, evitando con cura di denunciare pubblicamente i responsabili dei fallimenti, mentre ai miserabili riservano qualche spicciolo, la cui distribuzione sarà soggetta alle consuete regole burocratiche, e avverrà all’insegna del pressappochismo. Con i criteri di selezione di cui si parla i veri bisognosi corrono il rischio di essere penalizzati a favore dei finti indigenti, quelli che ufficialmente sono in bolletta ma in realtà evadono il fisco. Pertanto si parte col piede sbagliato e si sommeranno ingiustizie a ingiustizie. Seconda ragione. Da anni ogni partito predica la necessità di ridurre le tasse. Ottima idea, però mai realizzata per mancanza di fondi. Infatti le imposte crescono e il debito pure, cosicché si crea l’esigenza di inasprire i tributi. Altro che abbassarli. Dove si andranno a prendere i denari per i diseredati? Non si capisce. È vero che si possono fare le nozze coi fichi secchi, ma stavolta non si vedono nemmeno i fichi. La sensazione è che il governo approvi certi provvedimenti non perché finalizzati alla giustizia sociale, bensì a fini elettorali. Un po’ di quattrini seminati in giro sperando di raccogliere i frutti nelle urne. La lotta alla povertà non si vince con i regali. Occorre dare impulso all’economia consentendo agli imprenditori di creare lavoro. Hanno bisogno di aiuti, non di essere continuamente scoraggiati e avviliti. La lezione a Palazzo Chigi dovrebbero averla capita. Renzi ha regalato bonus a destra e a manca (dagli 80 euro al bonus per i neo-maggiorenni). Pensava di essersi comprato il consenso degli elettori. Invece ha finito per diventare l’uomo politico più odiato dagli italiani.

martedì 5 settembre 2017

I 10 (DEI TANTI) MESTIERI CHE L’ITALIA NON OFFRE AI SUOI GIOVANI

Nel quadro di una retorica ideologica che da anni ormai è volta ad accusare i giovani italiani di non essere più disposti a fare “certi” lavori, i giornali continuano a battere su questo punto.
Tale punto sottintende l’attribuzione di una sorta di peccato originale dovuto al fatto che purtroppo non siamo analfabeti e quindi osiamo aspirare a posizioni professionali coerenti con i nostri profili. Perché devo sentirmi in colpa se non voglio andare a raccogliere pomodori se sono un ingegnere aerospaziale? Piuttosto tu, Stato, fatti due conti e modifica la tua ossatura economica in modo da mettere le tue risorse (che dovremmo essere noi italiani, CONTRIBUENTI) nelle condizioni di lavorare.
Ovviamente ormai il re è nudo, sappiamo che questo moralismo calvinista serve a supportare il piano di importazione di manodopera a basso costo in corso con l’argomentazione che è colpa nostra. Abbiamo quasi tutti ricevuto un’educazione cattolica, quindi il senso di colpa ce lo abbiamo piantato nell’inconscio, perciò è un argomento che alla fine funziona.
Siccome mi sono imbattuta nell’ennesimo articolo sui 10 mestieri che non si trovano più fra i giovani, ho pensato di stilare una controlista recante 10 esempi dei tanti lavori che l’Italia non ti offrirà mai e per i quali sarai obbligato ad emigrare, volente o nolente. 10 mestieri per i quali i nostri giovani (come me) hanno competenze, qualità, e conoscenze, per le quali all’estero vanno a ruba (si – a ruba. A parità di cv fui assunta al posto di un autoctono, in un paese Ue tra quelli “fighi” con la seguente motivazione:”gli italiani sanno vedere le cose da più punti di vista, sono rigorosi ma anche creativi e le università italiane danno una preparazione teorica migliore”. La mia faccia era basita. Ma non eravamo pelandroni sfigati e ignoranti?)<- avere="" che="" di="" digressione="" importante="" la="" ma="" mi="" nella="" p="" per="" quello="" realt="" riscontri="" scuso="" succede=""> Ciò detto, visto che i media pongono la questione solo sul piano della scarsità di domanda, vale la pena sottolineare che sul lato dell’offerta stiamo messi pure peggio:
1. Quantitative analist, data scientist, statistico.
2. Advisor in Servizi Finanziari.
3. Tirocinio retribuito a scopo formativo e/o di inserimento nel mercato del lavoro.
4. Operaio edile.
5. Ricercatore – in tutti i settori specialmente scienze “dure” e discipline umanistico-sociali.
6. Ingegnere edile.
7. Insegnante a tutti i livelli.
8. Tecnologie e Robotica.
9. Agronomo ed Enologo.
10. Musicista.
La lista sarebbe molto più lunga. Sentitevi pure liberi di completarla da voi.

lunedì 4 settembre 2017

Sono quasi 5mila le aziende appartenenti ai diversi settori merceologici delle province di Bari e di Barletta – Andria – Trani “visitate” dagli ispettori del Ministro del Lavoro nell’anno 2016. In una ispezione su due sono state riscontrate irregolarità, 2348 sono state le infrazioni per numero di lavoratori accertati di cui in nero 1618. L’agricoltura è il settore maggiormente colpito dove la percentuale di sommerso si attesta intorno all’86%, seguono i servizi e la ristorazione all’83%, il manifatturiero al 77%, al 70% il commercio. I numeri li diffonde direttamente il Ministero in un report nazionale che non fa altro che fotografare una situazione più volte sottolineata e denunciata dalla Cgil. “Il lavoro nero continua a rappresentare la piaga maggiore per il territorio – spiega Giuseppe Deleonardis, segretario generale Cgil Bat –, a cui si aggiunge un altro fenomeno altrettanto grave che è quello delle varie infrazioni ed evasioni contrattuali e in materia di sicurezza sul lavoro che si attestano al 60% con picchi del 68%. Serve maggiore qualità del lavoro ma soprattutto serve che i sindaci e le istituzioni smettano di stare a guardare in silenzio". Deleonardis ricorda che insieme a Cisl e Uil la Cgil ha chiesto ai sindaci della provincia Bat di attivare tutte le iniziative in grado di intercettare le risorse comunitarie e avviare percorsi virtuosi per lo sviluppo, costruendo occasioni di confronto tra le parti sociali ed il partenariato economico e sociale: "Abbiamo proposto la sottoscrizioni di due protocolli - spiega - uno sulle relazioni sindacali con le amministrazioni comunali e sui bilanci e politiche di welfare comunale e l'altro sulla costruzione di percorsi di governance in grado di rilanciare le politiche di sviluppo per cogliere le opportunità messe un campo dall’Europa ed un altro sugli appalti pubblici. Ma dopo mesi dall’inizio delle trattative - spiega il segretario Cgil - il bilancio è sconfortante: solo con quatto comuni abbiamo firmato il primo accordo (quello sulle relazioni sindacali) mentre nessuno dei sindaci interpellati fino ad ora ha dimostrato interesse a stabilire criteri in materia di concessioni e appalti pubblici di lavori, forniture, servizi, responsabilità solidale e clausola sociale". “Riteniamo che proprio alla luce dei dati sul nero emersi dalle ispezioni - continua Deleonardis - sia più che mai urgente che almeno le pubbliche amministrazioni si facciano promotrici della cultura del lavoro di qualità e che prestino una particolare attenzione nel momento in cui fanno un affidamento diretto o procedano con l’aggiudicazione di un appalto se è vero come è vero che i settori in cui si annidano le maggiori irregolarità, oltre all’agricoltura, sono quelli della ristorazione e dei servizi ma anche sociale, sanità ed istruzione non se la passano meglio, infatti in questi settori, sempre secondo il Ministero un lavoratore su due è a nero”. Cgil, Cisl e Uil il ancora a giugno scorso sono tornate a scrivere ai dieci sindaci del territorio per sollecitare la costruzione di un percorso che, unitamente alle politiche di sviluppo e all’incremento dell’occupazione, punti alla qualità del lavoro e dei diritti. Obiettivo questo rientrante in una battaglia più generale sulla legalità prevista anche dalle norme legislative in materia di lotte e contrasto al lavoro nero e a tutte le forme di irregolarità, quali la legge 199/2016 e la legge regionale n. 28/2006 che espressamente prevedono l’obbligo in capo alle committenze pubbliche di prevedere sia negli appalti e sia nel beneficio delle risorse pubbliche, la regolarità contributiva, il rispetto della contrattazione collettiva nazionale e integrativa con revoche e sanzioni per la mancata applicazione delle stesse. “Ad oggi – conclude Deleonardis – nessuno dei destinatari della mail ha ancora risposto. Un silenzio inaccettabile. La nostra proposta è una lotta di civiltà giuridica che mira ad attualizzare e dare applicazione alla legislazione vigente ma evidentemente, visto il silenzio di tutti, deduciamo che le istituzioni non sono intenzionate ed interessate a combattere al nostro fianco questa battaglia: il tema della legalità non interessa proprio nessuno, succubi del mercato e di un’idea di scambio tra lavoro e diritti”.

Sono quasi 5mila le aziende appartenenti ai diversi settori merceologici delle province di Bari e di Barletta – Andria – Trani “visitate” dagli ispettori del Ministro del Lavoro nell’anno 2016. In una ispezione su due sono state riscontrate irregolarità, 2348 sono state le infrazioni per numero di lavoratori accertati di cui in nero 1618. L’agricoltura è il settore maggiormente colpito dove la percentuale di sommerso si attesta intorno all’86%, seguono i servizi e la ristorazione all’83%, il manifatturiero al 77%, al 70% il commercio. I numeri li diffonde direttamente il Ministero in un report nazionale che non fa altro che fotografare una situazione più volte sottolineata e denunciata dalla Cgil.
“Il lavoro nero continua a rappresentare la piaga maggiore per il territorio – spiega Giuseppe Deleonardis, segretario generale Cgil Bat –, a cui si aggiunge un altro fenomeno altrettanto grave che è quello delle varie infrazioni ed evasioni contrattuali e in materia di sicurezza sul lavoro che si attestano al 60% con picchi del 68%. Serve maggiore qualità del lavoro ma soprattutto serve che i sindaci e le istituzioni smettano di stare a guardare in silenzio".
Deleonardis ricorda che insieme a Cisl e Uil la Cgil ha chiesto ai sindaci della provincia Bat di attivare tutte le iniziative in grado di intercettare le risorse comunitarie e avviare percorsi virtuosi per lo sviluppo, costruendo occasioni di confronto tra le parti sociali ed il partenariato economico e sociale: "Abbiamo proposto la sottoscrizioni di due protocolli - spiega - uno sulle relazioni sindacali con le amministrazioni comunali e sui bilanci e politiche di welfare comunale e l'altro sulla costruzione di percorsi di governance in grado di rilanciare le politiche di sviluppo per cogliere le opportunità messe un campo dall’Europa ed un altro sugli appalti pubblici. Ma dopo mesi dall’inizio delle trattative - spiega il segretario Cgil - il bilancio è sconfortante: solo con quatto comuni abbiamo firmato il primo accordo (quello sulle relazioni sindacali) mentre nessuno dei sindaci interpellati fino ad ora ha dimostrato interesse a stabilire criteri in materia di concessioni e appalti pubblici di lavori, forniture, servizi, responsabilità solidale e clausola sociale".
“Riteniamo che proprio alla luce dei dati sul nero emersi dalle ispezioni - continua Deleonardis - sia più che mai urgente che almeno le pubbliche amministrazioni si facciano promotrici della cultura del lavoro di qualità e che prestino una particolare attenzione nel momento in cui fanno un affidamento diretto o procedano con l’aggiudicazione di un appalto se è vero come è vero che i settori in cui si annidano le maggiori irregolarità, oltre all’agricoltura, sono quelli della ristorazione e dei servizi ma anche sociale, sanità ed istruzione non se la passano meglio, infatti in questi settori, sempre secondo il Ministero un lavoratore su due è a nero”.
Cgil, Cisl e Uil il ancora a giugno scorso sono tornate a scrivere ai dieci sindaci del territorio per sollecitare la costruzione di un percorso che, unitamente alle politiche di sviluppo e all’incremento dell’occupazione, punti alla qualità del lavoro e dei diritti. Obiettivo questo rientrante in una battaglia più generale sulla legalità prevista anche dalle norme legislative in materia di lotte e contrasto al lavoro nero e a tutte le forme di irregolarità, quali la legge 199/2016 e la legge regionale n. 28/2006 che espressamente prevedono l’obbligo in capo alle committenze pubbliche di prevedere sia negli appalti e sia nel beneficio delle risorse pubbliche, la regolarità contributiva, il rispetto della contrattazione collettiva nazionale e integrativa con revoche e sanzioni per la mancata applicazione delle stesse. “Ad oggi – conclude Deleonardis – nessuno dei destinatari della mail ha ancora risposto. Un silenzio inaccettabile. La nostra proposta è una lotta di civiltà giuridica che mira ad attualizzare e dare applicazione alla legislazione vigente ma evidentemente, visto il silenzio di tutti, deduciamo che le istituzioni non sono intenzionate ed interessate a combattere al nostro fianco questa battaglia: il tema della legalità non interessa proprio nessuno, succubi del mercato e di un’idea di scambio tra lavoro e diritti”.

venerdì 1 settembre 2017

Economisti e istituzioni di primo piano ora ammettono che la globalizzazione aumenta la disuguaglianza

Tutti abbiamo sentito dire che la globalizzazione fa crescere l’economia per tutti e aumenta la nostra ricchezza… Ma ora gli economisti e le organizzazioni più importanti iniziano a dire che la globalizzazione aumenta la disuguaglianza.

L’Ufficio Nazionale di Ricerca Economica (NBER) – la più grande organizzazione di ricerca economica degli Stati Uniti, che vanta come membri numerosi premi Nobel e dirigenti del Consiglio dei Consulenti Economici – a maggio ha pubblicato un rapporto secondo il quale:

“Le recenti tendenze verso la globalizzazione hanno aumentato la disuguaglianza negli Stati Uniti, aumentando in maniera sproporzionata il reddito dei più ricchi.

L’aumento della competizione delle importazioni ha avuto un effetto deleterio sui lavori manifatturieri, ha portato le aziende a migliorare la loro produzione e causato una diminuzione dei redditi dei lavoratori.”

Il NBER  spiega che la globalizzazione permette ai dirigenti di utilizzare il sistema a proprio vantaggio:

Questo articolo esamina il ruolo della globalizzazione nel rapido aumento dei redditi più alti. Grazie all’utilizzo di un’ampia fonte di dati riguardanti migliaia di dirigenti presso aziende degli Stati Uniti tra il 1993 e il 2013, scopriamo che le esportazioni, così come la tecnologia e la dimensione dell’azienda, hanno contribuito all’aumento dei compensi dei dirigenti. Isolando le variazioni nell’export non legate alle azioni e alle qualità dei dirigenti, mostriamo che la globalizzazione ha influenzato il salario dei dirigenti non solo attraverso il mercato, ma anche in altri modi. Inoltre, shock esogeni alle esportazioni hanno aumentato i compensi dei dirigenti per lo più attraverso i bonus anche in casi di cattiva gestione, elemento che conferma l’ipotesi che la globalizzazione ha aumentato le opportunità per i dirigenti di acquisire rendite di posizione. Nel loro insieme, questi risultati indicano che la globalizzazione ha giocato un ruolo più centrale nella rapida crescita dei compensi ai dirigenti e della disuguaglianza americana di quanto si pensasse, e che l’acquisizione di rendite di posizione è una tassello importante del quadro complessivo.”

Un documento della Banca Mondiale sostiene che la globalizzazione “potrebbe aver portato a un aumento della disuguaglianza dei salari”. Fa notare che:

“Dati USA recenti suggeriscono che i costi dell’aggiustamento per chi lavora in settori esposti alla competizione delle importazioni cinesi sono molto più alti di quanto precedentemente ipotizzato. Il commercio potrebbe aver contribuito ad aumentare la disuguaglianza nelle economie ad alto reddito…”

La Banca Mondiale cita inoltre l’economista premio Nobel Eric Maskin, secondo cui la globalizzazione aumenta la disuguaglianza in quanto aumenta la disparità di competenze dei diversi lavoratori.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale nota che:

“Un alto livello di commercio e flussi finanziari tra i paesi, in parte reso possibile dalle scoperte tecnologiche, è comunemente ritenuto causa di un aumento della disuguaglianza di reddito… Nelle economie avanzate, la capacità delle aziende di adottare tecnologie per ridurre l’impiego di manodopera e la tendenza a spostare le produzioni all’estero sono state citate come fattori importanti nel declino del settore manifatturiero e nell’aumento del divario di compenso tra le diverse competenze (Feenstra and Hanson 1996, 1999, 2003) …

È stato mostrato che i flussi finanziari in aumento, in particolare gli Investimenti Esteri Diretti (IDE), e i flussi di portafoglio, aumentano la disuguaglianza sia nelle economie avanzate, sia nei mercati emergenti (Freeman 2010). Una possibile spiegazione è la concentrazione di attività e passività straniere in settori relativamente caratterizzati da maggiori competenze ed elevato livello di tecnologia, che spinge verso l’alto la richiesta e i salari dei lavoratori più qualificati. Inoltre, gli IDE potrebbero indurre cambiamenti tecnologici specifici per competenze, essere associati a contrattazioni salariali divise per competenze, e risultare in un aumento della formazione dei lavoratori già formati anziché di quelli meno formati (Willem te Velde 2003). Inoltre, Investimenti Diretti in uscita dalle economie avanzate in settori a bassa competenza, potrebbero di fatto risultare relativamente ad alta competenza nei paesi a cui si rivolgono nelle economie emergenti (Figini and Görg 2011), accentuando così la richiesta di lavoratori ad alta formazione in questi ultimi paesi. La deregolamentazione finanziaria e la globalizzazione sono stati inoltre citati come fattori determinanti per l’aumento della ricchezza finanziaria, della relativa intensità di competenze, e dei salari all’interno dell’industria finanziaria, uno dei settori a crescita più rapida delle economie avanzate (Phillipon and Reshef 2012; Furceri and Loungani 2013).”

La Banca dei Pagamenti Internazionali – La “Banca Centrale delle Banche Centrali”  – nota inoltre che la globalizzazione non è tutta rose e fiori. Il Financial Times spiega:

“Tuttavia tre recenti articoli di esponenti di spicco della Banca dei Pagamenti Internazionali si spingono oltre, sostenendo che la globalizzazione finanziaria stessa rende i cicli di boom e crash molto più frequenti e destabilizzanti di quanto sarebbero altrimenti.”