martedì 11 luglio 2017

Mps, “salvata” la banca, non i dipendenti: tagliati 5500 posti di lavoro

Chiusura di circa 600 filiali e riduzione del personale di 5.500 unità. Sono alcuni degli obiettivi del piano di ristrutturazione di Mps. Il piano prevede il ridisegno del network distributivo, con la riduzione delle filiali (da 2mila nel 2016 a circa 1.400 nel 2021) e delle relative strutture di governo commerciale. Inoltre è previsto un ridimensionamento di tutte le strutture organizzative del gruppo Mps che porterà ad una riduzione di circa 5.500 unità entro il 2021 (di cui 4.800 uscite attraverso l’attivazione del Fondo di Solidarietà, 450 uscite legate alla cessione/chiusura di attività, 750 uscite derivanti da turnover fisiologico e circa 500 nuove assunzioni).
Mps, il piano lacrime e sangue
Il piano di ristrutturazione è «una pietra miliare nel processo di ripristinare un percorso di crescita per la banca e di recupero dei depositi e dei prestiti», ha detto Marco Morelli, amministratore delegato e direttore generale del Monte dei Paschi di Siena, presentando il piano agli analisti. Morelli ha spiegato che «sarà un processo lento e non immediato» e che «è la prima volta che una ricapitalizzazione precauzionale è realizzata e questa è una delle ragioni principali per cui il processo ha richiesto così tanto tempo». «Quello che il management della banca ha vissuto in questi mesi – ha aggiunto – credo che sia senza precedenti. L’esperienza è stata un po’ quella di un pronto soccorso all’ospedale, con un’emergenza ogni cinque minuti. E credo che il management abbia affrontato la situazione in maniera eccellente…». Un’autodifesa che ignora totalmente il destino dei risparmiatori e le vicende che hanno portato allo scandalo Mps. «Quello che la banca ha vissuto non si è mai sentito, in termini di pressione mediatica e commerciale», ha aggiunto come se sul Monte dei Paschi si fosse abbattuto il destino cinico e baro e non una pessima gestione che ha portato sul lastrico l’istituto di credito toscano sopravvissuto solo grazie al salvataggio pubblico. Mps presenterà il prospetto per il ritorno in Borsa alla fine di settembre. «La riammissione in Borsa delle azioni Mps – ha spiegato ancora Morelli – sarà decisa dalla Consob. Ci sarà un prospetto e immagino che Consob valuterà un potenziale relisting e la quotazione delle azioni ordinarie quando il prospetto sarà perfezionato alla fine di settembre».

lunedì 10 luglio 2017

Mps, “salvata” la banca, non i dipendenti: tagliati 5500 posti di lavoro

Chiusura di circa 600 filiali e riduzione del personale di 5.500 unità. Sono alcuni degli obiettivi del piano di ristrutturazione di Mps. Il piano prevede il ridisegno del network distributivo, con la riduzione delle filiali (da 2mila nel 2016 a circa 1.400 nel 2021) e delle relative strutture di governo commerciale. Inoltre è previsto un ridimensionamento di tutte le strutture organizzative del gruppo Mps che porterà ad una riduzione di circa 5.500 unità entro il 2021 (di cui 4.800 uscite attraverso l’attivazione del Fondo di Solidarietà, 450 uscite legate alla cessione/chiusura di attività, 750 uscite derivanti da turnover fisiologico e circa 500 nuove assunzioni).
Mps, il piano lacrime e sangue
Il piano di ristrutturazione è «una pietra miliare nel processo di ripristinare un percorso di crescita per la banca e di recupero dei depositi e dei prestiti», ha detto Marco Morelli, amministratore delegato e direttore generale del Monte dei Paschi di Siena, presentando il piano agli analisti. Morelli ha spiegato che «sarà un processo lento e non immediato» e che «è la prima volta che una ricapitalizzazione precauzionale è realizzata e questa è una delle ragioni principali per cui il processo ha richiesto così tanto tempo». «Quello che il management della banca ha vissuto in questi mesi – ha aggiunto – credo che sia senza precedenti. L’esperienza è stata un po’ quella di un pronto soccorso all’ospedale, con un’emergenza ogni cinque minuti. E credo che il management abbia affrontato la situazione in maniera eccellente…». Un’autodifesa che ignora totalmente il destino dei risparmiatori e le vicende che hanno portato allo scandalo Mps. «Quello che la banca ha vissuto non si è mai sentito, in termini di pressione mediatica e commerciale», ha aggiunto come se sul Monte dei Paschi si fosse abbattuto il destino cinico e baro e non una pessima gestione che ha portato sul lastrico l’istituto di credito toscano sopravvissuto solo grazie al salvataggio pubblico. Mps presenterà il prospetto per il ritorno in Borsa alla fine di settembre. «La riammissione in Borsa delle azioni Mps – ha spiegato ancora Morelli – sarà decisa dalla Consob. Ci sarà un prospetto e immagino che Consob valuterà un potenziale relisting e la quotazione delle azioni ordinarie quando il prospetto sarà perfezionato alla fine di settembre».

venerdì 7 luglio 2017

Ma quale lavoro, in Italia il 35,1% degli adulti è inattivo: né occupato, né disoccupato

Per esplorare un aspetto più che rilevante dell’ingessatura che blocca lo sviluppo italiano (ed europeo) è utile dare un’occhiata ai dati appena prodotti da Eurostat, incentrati sulle persone economicamente inattive presenti all’interno dell’Ue. In tutta Europa sono 89 milioni le persone nella fascia d’età 15-64 anni che risultano inattive, ovvero fuori dal mercato del lavoro. Né occupati, né disoccupati: il 27,1% della popolazione in età da lavoro.
Uno spettro che si fa assai variegato a seconda dello Stato preso a riferimento. Nessuno fa peggio dell’Italia, con il 35,1% dei 15-64enni classificata come inattivo. Dietro di noi seguono Croazia e Romania (entrambi al 34,4%), il Belgio (32,4%) e la Grecia (31,8%). All’estremità opposta troviamo Svezia (17,9%), Danimarca (20%) e Paesi Bassi (20,3%). Ovunque la presenza di inattivi è più marcata tra le donne rispetto agli uomini, ed è più probabile che ad essere inattivo sia una persona con un basso livello di istruzione: il 47% dei 15-64enni con al massimo un diploma di scuola media risulta inattivo nel 2016, una quota che diminuisce al 24% per coloro che hanno un diploma, e il 12% per quanti hanno una laurea.
È necessario comunque considerare che un inattivo europeo è nel 35% dei casi impegnato in un percorso di istruzione e formazione, nel 16% pensionato, in un altro 16% affetto da malattia grave e/o disabilità, e in un altro 10% dei casi si tratta di persone si prendono cura di bambini o adulti incapaci. L’Italia, con una delle popolazioni più anziane al mondo e la fetta più grande dei Neet (giovani non impegnati in un percorso lavorativo o di formazione) in tutta Europa, campeggia così come la patria degli inattivi europei.
Per esplorare un aspetto più che rilevante dell’ingessatura che blocca lo sviluppo italiano (ed europeo) è utile dare un’occhiata ai dati appena prodotti da Eurostat, incentrati sulle persone economicamente inattive presenti all’interno dell’Ue. In tutta Europa sono 89 milioni le persone nella fascia d’età 15-64 anni che risultano inattive, ovvero fuori dal mercato del lavoro. Né occupati, né disoccupati: il 27,1% della popolazione in età da lavoro. Uno spettro che si fa assai variegato a seconda dello Stato preso a riferimento. Nessuno fa peggio dell’Italia, con il 35,1% dei 15-64enni classificata come inattivo. Dietro di noi seguono Croazia e Romania (entrambi al 34,4%), il Belgio (32,4%) e la Grecia (31,8%). All’estremità opposta troviamo Svezia (17,9%), Danimarca (20%) e Paesi Bassi (20,3%). Ovunque la presenza di inattivi è più marcata tra le donne rispetto agli uomini, ed è più probabile che ad essere inattivo sia una persona con un basso livello di istruzione: il 47% dei 15-64enni con al massimo un diploma di scuola media risulta inattivo nel 2016, una quota che diminuisce al 24% per coloro che hanno un diploma, e il 12% per quanti hanno una laurea. È necessario comunque considerare che un inattivo europeo è nel 35% dei casi impegnato in un percorso di istruzione e formazione, nel 16% pensionato, in un altro 16% affetto da malattia grave e/o disabilità, e in un altro 10% dei casi si tratta di persone si prendono cura di bambini o adulti incapaci. L’Italia, con una delle popolazioni più anziane al mondo e la fetta più grande dei Neet (giovani non impegnati in un percorso lavorativo o di formazione) in tutta Europa, campeggia così come la patria degli inattivi europei.

giovedì 6 luglio 2017

E’ ora di riscoprire la geografia elettorale

Parigi non è la Francia. Per ricordarlo agli intellò della capitale ci è voluto un intervento di Michel Houellebecq su France 2 durante la regina delle puntate televisive condotta da Pierre Pujadas e Léa Salamé. In prima serata, pochi giorni prima del ballottaggio per la corsa all’Eliseo, l’autore di Sottomissione ammise di sentirsi uno straniero in patria. «Non potrei più scrivere – disse – un libro su questa Francia. Io non credo al voto ideologico ma a quello di classe. E che io lo voglia o meno appartengo alla Francia che vota Macron, sono troppo ricco per votare Le Pen e Mélenchon, ormai faccio parte dell’élite globalizzata. Eppure provengo anch’io da quella Francia. Ma quella Francia non abita nel mio quartiere, non abita nemmeno a Parigi. A Parigi Le Pen non esiste». Profetico, ancora una volta. Qualche giorno dopo la capitale avrebbe attribuito al candidato di En Marche! il 90 per cento dei voti.
Houellebecq ha letto Christophe Guilluy, il geografo divenuto popolare Oltralpe per aver dimostrato, statistiche alla mano, la «grande frattura» culturale e socio-economica che esiste tra il mondo metropolitano e quello delle periferie (che non sono le banlieue). Così l’autore di La France périphérique e Le crépuscule de la France d’en haut è diventato il nemico pubblico delle élite urbanizzate e l’icona intellettuale degli «sdentati» di François Hollande, quel popolo emarginato che alle ultime elezioni, in massa, ha barrato il simbolo Front National o non si è nemmeno recato alle urne. Se il primo dei saggi di Guilluy è un lavoro minuzioso che spiega l’ascesa del voto anti-establishment nella provincia francese, il secondo è invece un vero e proprio j’accuse contro i «bobos», i bourgeois-bohème di Parigi, incapaci di vedere le condizioni di quello che Charles Maurras chiamava il «Paese reale». I suoi studi sulla geografia socio-elettorale hanno scalato tutte le classifiche, eppure non sono mancati i detrattori che hanno inventato l’accusa di «urbanofobia». Il peccato originale di Christophe Guilluy, accusato dagli intellò di aver scritto «libri a vantaggio di Marine Le Pen», è quello di aver smascherato una minoranza cool e open mind che ha imposto ai ceti popolari una società multiculturale, terziarizzata e precaria senza viverne direttamente le conseguenze.
Si legge che negli ultimi anni la questione sociale è stata ridotta alle banlieue urbane abbandonando integralmente le aree periferiche dove vive il petit peuple di Francia. Nei quartieri popolari delle grandi città – spiega Guilluy – abitano prevalentemente figli di immigrati, borghesi in potenza, gli unici che fanno mobilità sociale per legge dei grandi numeri con annesso sistema delle quotas (leggi anti-discriminazione) e per motivi di vicinanza geografica ai milieu che contano. Quello che molti scienziati della politica chiamano multiculturalismo non è altro che un processo di ghettizzazione di classe in cui gli immigrati svolgono le professioni meno qualificate al servizio del ceto benestante protetto da una città inaccessibile sul piano economico e immobiliare. Esisterebbe dunque un patto di non belligeranza tra le élite urbanizzate benpensanti e una mano d’opera a basso costo, naturalizzata francese, che ha sacrificato i piccoli centri dell’Esagono, veri sconfitti della globalizzazione. Così le accuse di «fascismo» e «razzismo» sono diventate per Guilluy «armi al servizio della nuova borghesia intellettuale per mascherare la sofferenze delle persone comuni e difendere i propri privilegi»

mercoledì 5 luglio 2017

La Ue smonta il mini-ricatto italiano sui migranti

L’Unione Europea se ne fotte dei migranti, e il governo Gentiloni non ha il peso specifico necessario a imporre il sognato scambio tra più restrizioni all’ingresso e maggiore redistribuzione tra i vari paesi europei.
Il certice di Tallin si è concluso con uno schiaffo in faccia al governo italiano e l’apertura di una mini-crisi tra i maggiori responsabili del falimento. Per capirci: l’Austria ha messo i mezzi corazzati al valico del Brennero, con l’esplicita motivazione della sfiducia nella capacità (o nella volontà) dell’Italia di trattenere sul proprio territorio che sbarca qui dai barconi. Il “liberale ed europeista” Emmanuel Macron ribadisce un fermissimo “no” arrivo di quelli che vengono chiamati “migranti economici”, minacciando la chiusura dei porti francesi alle navi che li hanno salavati in mare. Stessa posizione per la Spagna, paese di confine forse più dell’Italia, ma che da tempo ha scelto di alzare muri di sbarramento ai confini delle sue enclave in territorio marocchino /Ceuta e Melilla).
In pratica, l’Unione Europea ha raggiunto l’agognato accordo su un solo tema: fermare gli sbarchi. A questo scopo, come al solito, si prevede di implementare gli accordi già esistenti con la Libia di Al Serraj (che controlla una porzione ridicola delle coste), magari cercando di estenderli a tribù dell’interno. L’idea è impedire la partenza dei barconi e fermare i flussi già nel deserto del Sahara, lontani dalle telecamere.
L’altro punto fermo è l’ostacolo all’attività delle navi delle cosiddette Ong (un insieme molto variegato, che va dalle multinazionali della “solidarietà” a piccoli gruppi sicuramente degni di rispetto. DI fatto, si impedirà a queste navi di effettuare soccorsi di propria iniziativa, obbligandole a sottostare agli ordini di Frontex o della Guardia costiera italiana. Non potranno entrare nelle acque territoriali libiche, non potranno spegnere il transponder (una sorta di gps che ne permette l’individuazione), dovranno ufficializzare anche più precisamente finanziatori, bilanci e mebri degli equipaggi. Un’overdose di adempimenti burocratici pensata per rallentare l’attività operativa.
Come ultima misura, resta sempre sullo sfondo la “minaccia” di Gentiloni e Minniti, quella di impedire alle navi di soccorso l’ingresso nei porti italiani (quello che hanno già deciso Francia e Spagna, in pratica) oppure, in casi limite, il sequestro delle stesse navi.
In effetti Salvini è stato scavalcato a destra…
Tutto questo però sembra ancora poco ai paesi dell’Est europeo, assolutamente contrari a qualsiasi distribuzione anche minima di migranti, non importa con quale etichetta (rifugiati, “economici”, richiedenti asilo, ecc).
L’interesse comunitario per la questione è stato del resto mostrato con chiarezza dall’aula semivuota di Strasburgo, quando il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, doveva comunicare al cosiddetto “parlamento” (in realtà privo di potere legislativo) i risultati del semestre di presidenza maltese della Ue e sulla crisi migratoria. Furente per il vuoto assoluto della platea ha giustamente apostrofato come “ridicoli” i presunti europarlamentari. Che avesse pienamente ragione lo si può capire dalla stizzita reazione del carneade Antonio Tajani, arrivato a presiedere l’assemblea in virtù di congiunzioni astrali difficilmente ripetibili.
Alla fine della fiera, comunque, resta il punto politico che spiazza definitivamente l’atteggiamento furbesco del governo italiano, che aveva pensato – “minacciando” la chiusura dei porti – di poter usare i migranti come oggetto di scambio col resto della Ue. Questa Unione “solidale”, ripetiamo, se ne fotte.

martedì 4 luglio 2017

Al funerale di Kohl i becchini di quest’Europa germanizzata

Per l’addio all’ex cancelliere tedesco Helmuth Kohl, l’Ue ha organizzato nell’Europarlamento di Strasburgo il primo funerale di Stato. Le élite che governano l’Europa e il mondo non potevano non assumere la sua figura come fondativa del presente, della nuova Europa e della nuova realtà globalizzata. Perché indissolubilmente legata alla caduta del Muro di Berlino. Fu lui nel dicembre 1989, a quasi un mese dal crollo del Muro, che al Bundestag annunciò la possibile riunificazione tra le due Germanie (le «due patrie», l’altra era la Ddr) divise per mezzo secolo con sullo sfondo l’ombra delle responsabilità tedesche nella Seconda guerra mondiale e simbolo della Guerra fredda. Quel «dopo-Muro» fu un’epoca ricca di promesse, per gran parte non mantenute, ma certo inconfrontabile con l’attuale stagione. Il piano della riunificazione e poi la decisione del «cambio uno a uno tra marco dell’est e dell’ovest» presa da Kohl – sempre sostenuto a testa bassa dal suo ministro degli interni che si chiamava Wolfgang Schaeuble – sconvolsero e stupirono il quadro politico internazionale di sinistra e di destra, protagonisti Gorbaciov, Mitterrand e Andreotti, Thatcher, Bush padre e Reagan. E perfino autorità economiche e monetarie a partire dalla stessa Bundesbank.
Fu dalla riunificazione a tappe forzate che alla fine emerse evidente la nuova pesante centralità della Germania. Tornata grande – con il marco al centro del mercato europeo – così tanto da dover accettare, sul tavolo della trattativa con l’Unione Helmut Kohleuropea che appena nasceva, come contrappeso l’avvio dell’integrazione europea e dell’adozione dell’euro. Questa «epoca delle promesse» ieri è stata ricordata non a caso da un personale politico che – senza confronto col nuovo Corbyn – più vintage non si può: c’erano infatti in mezzo a tanti incredibili leader attuali, come l’ex monarchico berlusconiano Tajani, diventato chissà come presidente dell’Europarlamento, Bill Clinton, Romano Prodi e perfino Silvio Berlusconi. Tutti a contendersi le spoglie del «dopo-Muro» che fu. Ma non c’è più il dopo-Muro di una volta. Da quel crollo inziale, precipitò l’Unione sovietica che con Michail Gorbaciov proponeva la «casa comune europea», un’idea straordinaria fatta a pezzi dai leader occidentali che preferirono la sua caduta e l’avvento a Mosca di Boris Eltsin, piuttosto che corrispondere positivamente.
Adesso, al contrario, è tornata la guerra fredda ai confini della Russia-nazione, con l’incendio in Ucraina, nel Donbass, e con gli eserciti atlantici dislocati tutti sulla frontiera russa. Mentre la guerra calda infuria nell’inferno mediorientale e l’Africa torna a vocazione post-coloniale. E soprattutto l’erede di Kohl, Angela Merkel, pur avendo sviluppato le tematiche democristiane della Cdu in chiave socialdemocratico-cristiana, si muove proprio al contrario del grande padre Kohl che l’ha introdotta nel partito e nel potere. Lo ha affermato con durezza il nuovo leader della Spd Martin Schulz, quando all’ultimo congresso straordinario della Spd di pochi giorni fa, ha così accusato l’ex ragazza dell’est «mutti»: «L’idea dell’ex cancelliere Helmuth Il funerale di Kohl a StrasburgoKohl era quella della Germania europea, non dell’Europa germanizzata». Un attacco frontale che fotografa lo stato delle cose. Con una Germania che, dopo la Brexit, si candida apertamente a guidare i destini d’Europa, surrogata dalla Francia di Macron che annuncia nuova grandeur.
Insomma la Grande Germania è tornata, si sceglie i profughi, privilegia le sue banche, decide sanzioni, marginalizza le aree da escludere come la Grecia, guida i rapporti con l’Asia, fa guerre a destra e a manca, ingloba truppe dell’est nella Bundeshweher. Subalterni i restanti 26 paesi europei. Mentre quelli dell’Est, a proposito della Cortina di ferro, diventati appendice di Berlino e della Nato, vanno per proprio conto a destra, cancellando diritti umani e democrazia. Mentre solo in Europa di muri ne sono stati eretti almeno altri dieci. No, non c’è più il dopo-Muro di una volta.

lunedì 3 luglio 2017

Il totalitarismo corporativo e la novità della guerra

“In guerra sono sempre gli stessi a perdere” è una frase detta in una scena del film spagnolo “Soldati di Salamina” e riflette quella che è sempre stata una costante in ogni conflitto bellico che sia avvenuto in qualsiasi luogo del nostro pianeta; cioè perdono coloro che hanno la disgrazia di non avere risorse sufficienti per non essere vittime della violenza e della distruzione scatenate.
Quelli che in epoche passate erano definiti metodi corretti per fare la guerra sono stati sostituiti da altri che, nelle stesse epoche, sarebbero stati condannati da ogni punto di vista etico e morale, dato l’inutile eccesso di crudeltà, di distruzione e di morti di persone di qualsiasi età, osservato ad esempio durante la 2° Guerra Mondiale e, successivamente, nella guerra del Vietnam.
Oggi nessuno si sorprende che, ogni giorno, si commettano eccessi contro intere popolazioni indifese, trasformate in bersaglio e scenario di conflitti bellici, generalmente aizzati dalle potenze occidentali con gli Stati Uniti alla guida, come succede da decenni nella regione del Medio Oriente senza che si veda una soluzione definitiva.
Tutto questo rappresenta una nuova metodologia per la dominazione. Anche se sembra inverosimile.
Non si può ignorare l’utilizzazione di nuovi e migliori ingranaggi di controllo della vita di intere popolazioni, molte volte senza che queste ne siano coscienti.
L’evoluzione dalla politica all’economia politica (basata, soprattutto, sui postulati dell’economia neoliberista) spinge, visto che questo le è necessario, all’omogeneizzazione dei diversi gruppi sociali, al di là delle loro caratteristiche etniche, antropologiche, culturali e/o religiose: il che spiegherebbe, in parte, le espressioni xenofobe e razziste che sono affiorate con forza in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi due decenni, legittimate da una guerra contro il terrorismo che, naturalmente, solo i loro governi sono autorizzati a decretare e combattere.
Si tratta di un processo di disciplinamento che ricorre ad ogni tipo di motivazioni giuridico-legali, religiose, propagandistiche, mediatiche, ideologiche e psicologiche che finiscono per modellare ogni individuo in base alle necessità del nuovo potere corporativo economico-politico. Detto da Michel Foucault, “la disciplina, ovviamente, analizza, scompone gli individui, i luoghi, i tempi, i gesti, le operazioni. Li scompone in elementi che sono sufficienti per percepirli, da un lato, e modificarli dall’altro”. Per questo è essenziale inculcare nelle persone il bisogno compulsivo di ottenere e godere di beni materiali, anche al di sopra della propria dignità, il che spinge all’egoismo e all’abbandono di qualsiasi espressione di umanità e di solidarietà rispetto ai propri simili.
Ben lontano dal preservare e far risaltare la particolarità delle persone (in un ampio e positivo senso), ciò che si pretende è che esse siano e agiscano come massa, ottenendo il loro incanalamento collettivo, in modo che rispondano più docilmente e rassegnatamente ai disegni di coloro che governano.
L’attuale predominio dei dispositivi di sicurezza contribuisce a questo proposito, giustificato dalla paura di trasformarsi in eventuali vittime dei terroristi che, come è stato da tempo dimostrato, sono stimolati, appoggiati, addestrati, finanziati e armati dai governi degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale. Tutto in nome della libertà e della democrazia.
L’enorme crescita demografica verificatasi negli ultimi cento anni e le migrazioni di massa verso gli Stati Uniti ed i paesi dell’Europa hanno fatto sì che politici, economisti e consiglieri alla sicurezza abbiano progettato di aumentare il controllo esercitato tramite genocidi sistematici. Questo renderebbe più facile la desiderata possibilità di influire, dominare e controllare individui e gruppi sociali in tutti i loro aspetti. Così i settori dominanti, gli usufruttuari di questo potere economico-politico globalizzato garantiscono a se stessi la salvaguardia della propria egemonia e della struttura di dominazione che la rende possibile.
Questo, come si può capire, porterebbe il mondo al totalitarismo corporativo, forse non nel modo descritto da George Orwell nel suo “1984”, ma certamente molto vicino ad esso, il che imporre all’umanità intera una stessa identità e una stessa logica.