giovedì 9 febbraio 2017

La Grecia di nuovo sotto i riflettori: il FMI avverte che il debito greco è su una traiettoria "esplosiva"

Nella sua nuova valutazione dell'economia greca, diffusa ieri, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha avvertito che il debito pubblico del paese si trova su un percorso "esplosivo" e ancora una volta ha invitato il resto della zona euro ad offrire alla Grecia una "riduzione del debito significativa." Il FMI ha finora rifiutato di essere coinvolto nel terzo programma di salvataggio greco a meno che non vengano adottate misure per assicurare che il debito greco sia sostenibile.
Tuttavia, il ministro delle Finanze olandese e presidente dell'Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem ha commentato "E 'sorprendente, perché la Grecia sta già facendo meglio di quanto descrive il rapporto del FMI. Alla fine del corrente programma di [di salvataggio], a metà del 2018, cercheremo ancora una volta di vedere ciò che è possibile e ciò che è necessario. Ma non prima. "

mercoledì 8 febbraio 2017

Draghi non sa più che pesci prendere. Ora l’Euro torna “irrevocabile”

La questione è un po’ più complicata di come l’ha voluta rappresentare il numero uno della BCE: innanzitutto perché, come la lettera di Draghi ammette, e come un attento articolo di scenarieconomici.it fa subito notare, nel saldo Target 2 rientra anche l’Assets Purchasing Program (APP), ovvero il programma di acquisto degli assets finanziari rientranti nel Quantitative Easing.
In pratica, per acquistare i titoli di stato europei sul mercato secondario, la BCE si serve della liquidità proveniente dalle banche centrali nazionali. In questo caso, con la liquidità proveniente da Banca d’Italia, Mario Draghi compra titoli di stato che per la maggior parte non sono italiani e questi rappresentano un nostro credito, non un debito.
Perché allora il saldo Target 2 risulta negativo? Semplicemente perché il sistema Target 2 non indica esclusivamente un rapporto di debiti e crediti dei vari stati europei, ma si limita a registrare contabilmente i movimenti di capitale tra le banche centrali nazionali e la BCE, che fa da intermediaria.
Come rivela la stessa lettera di Draghi, l’allargamento del saldo negativo italiano registrato dal Target 2 non è dovuto ad operazioni di natura commerciale che determinano uno spostamento di capitali dall’Italia verso la Germania, ma al programma di acquisto di assets finanziari APP. Pertanto, a fronte di una parte consistente di quei 358 miliardi di saldo negativo, con tutta probabilità ci sarebbe un credito del nostro Paese verso altri Stati dell’Eurozona.
E per la parte di saldo proveniente da transazioni commerciali? Costituiscono un debito? Per rispondere a questa domanda dobbiamo cercare di capire innanzitutto come lavora il sistema Target 2. Per farlo ci aiuteremo con un articolo del giugno 2012 scritto da Felix Salmon, giornalista esperto di economia e finanza, tradotto in italiano da Voci dall’Estero.
Salmon spiega: “Ciascuna banca dell’Eurosistema è titolare di un conto presso la rispettiva banca centrale nazionale — e se si somma tutto il denaro presente in tutti questi conti, il totale è il saldo Target2 presso la banca centrale in questione. Vale la pena qui ricordare l’unica cosa su cui tutti sono d’accordo riguardo i Target2: finché la zona euro resta in piedi, non sono affatto un problema. La somma della totalità di saldi Target2 nelle varie banche centrali è sempre zero, ed il sistema funziona efficientemente e perfettamente.
Se una signora spagnola fa un assegno al suo terapista, il denaro esce dal suo conto ed entra nel conto del terapista. Finché entrambi i conti sono presso banche spagnole, si tratta solo di un trasferimento da una banca all’altra, ed il il saldo Target2 presso il Banco de España rimane invariato. Supponiamo però che la nostra correntista spagnola decida di trasferire €1.000 da Banco Santander su un conto della Deutsche Bank. In questo caso, il saldo nel suo conto Santander andrà a sotto di €1.000, ed il Banco de España dovrà anch’esso dedurre €1.000 dal conto di Santander presso la Banca centrale. In Germania, €1,000 si materializzano sul conto Deutsche Bank, ed alla prima occasione Deutsche Bank depositerà questa somma nel suo conto presso la Bundesbank, cosicché la Bundesbank aggiungerà €1.000 al saldo di Deutsche Bank.
In pratica, il Banco de España avrebbe appena distrutto €1.000, e la Bundesbank avrebbe appena creato €1.000. Non è un problema — si tratta di banche centrali, e la funzione delle banche centrali è quella di creare e distruggere denaro. Ma per semplici ragioni di contabilità, i conti nell’Eurosistema devono essere pareggiati. Teniamo presente che quelli che per noi normalmente sono degli attivi, per le banche sono passività. Quindi Deutsche Bank deve €1.000 alla nostra signora spagnola — che è un altro modo per dire che lei deposita €1.000 presso Deutsche Bank. A sua volta, Deutsche Bank deposita €1.000 presso la Bundesbank, il che significa che la Bundesbank deve €1.000 alla Deutsche Bank. E la catena continua: la BCE deve €1.000 alla Bundesbank, il Banco de España deve €1.000 alla BCE, e Santander deve €1.000 al Banco de España, dal momento che Santander ha di fatto dovuto prendere in prestito il denaro dal Banco de España per poterlo trasferire alla Deutsche Bank.
Trattandosi di alta finanza, gli obblighi verso le banche centrali nazionali sono qui garantiti, sicché il Banco de España detiene garanzie da parte di Santander che coprono abbondantemente i €1.000 dovuti. Da parte sua, il Banco de España invece non è tenuto a fornire garanzie alla BCE. Le banche centrali non hanno bisogno di fare nulla del genere: le garanzie non sono necessarie poiché esse possono sempre stampare denaro in caso di bisogno.
Non è comunque difficile capire che il saldo Target2 della Bundesbank è ultimamente in crescita, mentre i saldi delle periferie sono in diminuzione: è in atto una corsa verso investimenti più sicuri, e le banche tedesche sono (giustamente) percepite come più sicure delle banche spagnole, greche e di quelle degli altri paesi della periferia. Analogamente, le banche tedesche che hanno prestato denaro a debitori spagnoli — ed in particolar modo alle banche spagnole — non rinnovano questi prestiti. Quando i prestiti sono ripagati, le banche tedesche depositano semplicemente il denaro presso la Bundesbank, invece di prestarli nuovamente a qualche paese in seria difficoltà. Questo fa aumentare ulteriormente i saldi Target2 della Bundesbank, ed ogni qualvolta ciò accade c’è una riduzione uguale e contraria dei saldi Target2 altrove.
Si nota dunque subito ad occhio nudo come stanno davvero le cose: il denaro affluisce verso la Germania. I risparmiatori dei PIIGS o rimborsano direttamente i loro debiti con le banche tedesche, oppure trasferiscono i loro fondi presso conti in banche tedesche. In tal senso, è un po’ strano che personaggi come Sinn e Soros descrivano queste transazioni come denaro prestato dalla Germania alla periferia — in realtà, i flussi sono nella direzione esattamente opposta. Ma per ragioni contabili, questi flussi generano obblighi di contabilizzazione interna fra le varie banche dell’Eurosistema, e a quanto pare sono proprio questi obblighi di contabilità interna a preoccupare così tanto Soros e Sinn.”
Abbiamo compreso in larga sostanza come funzionano i trasferimenti di denaro da un Paese ad un altro e come purtroppo si evince, il trasferimento parte quasi sempre dai Paesi periferici per giungere in Germania.
Comunque, finché resta in piedi l’Eurozona, anche con questi squilibri, il sistema contabile registrato dal Target 2 da sempre somma zero. Ma se un Paese volesse uscire, cosa accadrebbe? Continuiamo la lettura dell’articolo di Felix Salmon:
“Un’eventuale uscita della Grecia sarebbe troppo poco significativa per destare preoccupazioni. La Grecia ha un saldo negativo Target2 di circa €100 miliardi. Questo significa che le banche greche devono €100 miliardi alla Bank of Greece, che sono coperti da garanzia; e che a sua volta la Bank of Greece deve €100 miliardi alla BCE in titoli non garantiti. Se la Grecia dovesse svalutare in modo caotico ed andare in default, sarebbe perfettamente ragionevole pensare che la Bank of Greece non adempirebbe ai suoi obblighi verso la BCE, e tratterrebbe per sé le garanzie delle banche greche, per aiutare a finanziare il più possibile la nascente dracma.
Se dovesse succedere, il fondo dell’Eurosistema — le altre 16 banche centrali, più la BCE — subirebbe una perdita contabile di €100 miliardi. Ma esse dispongono di un capitale di €86 miliardi, e possono creare altri 400 miliardi di capitale in qualsiasi momento, semplicemente rivalutando le loro riserve auree. Quindi trovare €100 miliardi non sarebbe difficile — soprattutto perché lo stesso concetto di banca centrale insolvente è un tantino assurdo. Anche nel caso in cui il capitale di una banca centrale cessasse di essere positivo e diventasse negativo, all’atto pratico nulla cambierebbe. Le banche centrali non possono fallire, perché possono sempre stampare moneta.”
Ma guarda un po’ che dice questo populista: “Le banche centrali non possono fallire, perché possono sempre stampare moneta”. Dovremmo chiudere il nostro discorso già qui, perché se è vero che le banche centrali non possono fallire, vorrebbe dire che le loro passività sono mera scrittura contabile. Non si capisce perché allora Draghi si faccia forte nell’esigere crediti, quasi come se la BCE avesse a bilancio sofferenze di non performing loans e rischiasse di saltare come Banca Etruria o Monte dei Paschi.
Qualcuno a questo punto potrebbe osservare che per la Germania il saldo Target 2 è in attivo di più di 700 miliardi e che la Bundesbank tiene depositato quel denaro alla BCE, la quale è debitrice della Banca Centrale tedesca per 700 e rotti miliardi di euro. Come avrete già compreso, però, quel denaro è già nel circolo dell’economia tedesca in mano a risparmiatori e famiglie tedesche.
Perciò quel “debito” è semplicemente un passaggio contabile tra banche centrali, le quali non possono fallire. Una volta che l’euro venisse smantellato, la Bundesbank non andrebbe di certo a bussare alla porta delle famiglie tedesche per farsi ridare i soldi. Semplicemente potrebbe ricreare riserve in nuova valuta stampando marchi. Sarebbe comunque un passaggio obbligato visto che la moneta nuova andrebbe per forza stampata.
Oltretutto, la fine dell’Euro significherebbe quasi certamente la fine della BCE, a meno che uno smantellamento controllato della moneta unica prevedesse il ritorno ad un sistema monetario fittizio tipo ECU che potrebbe necessitare, almeno temporaneamente, di una banca centrale europea ancora attiva. Nel primo caso verrebbe a mancare il soggetto determinante di tutte le transazioni finanziarie e commerciali, per cui non esisterebbero né più debiti e né più crediti, nel secondo caso la questione rimarrebbe probabilmente oggetto di negoziato e a quel punto, servirebbero semplicemente dei bravi negoziatori capaci di non farsi fregare. Giusto per dirne una, se di squilibri commerciali si tratta, presumibilmente una volta smantellato il cambio fisso tra Germania e PIIGS, ci sarà una inversione di rotta e quei “debiti” verranno pian piano ripagati.
Come abbiamo detto già diverse volte, il nuovo corso alla Casa Bianca è apparentemente anti-Euro. Non solo Donald Trump ha fatto precise dichiarazioni di non amare particolarmente la moneta unica europea e la svalutazione competitiva della Germania, ma gli hanno fatto eco alcuni suoi collaboratori: il primo, Ted Malloch, professore alla Henley Business School, consigliere del Presidente USA e papabile ambasciatore USA in UE, in una intervista rilasciata alla BBC ha detto testualmente che “l’Euro ha meno di 18 mesi di vita”.
Il secondo, Peter Navarro, capo del Consiglio per il Commercio di Donald Trump, ha attaccato la Germania, dichiarando: “Lo squilibrio strutturale degli scambi che la Germania ha con il resto dell’Ue e con gli Usa riflette l’eterogeneità economica dell’Ue. Quindi, questo è un accordo multilaterale mascherato da bilaterale. Un grande ostacolo rispetto al considerare il Ttip come multilaterale è la Germania, che continua a sfruttare altri Paesi con quello che è un marco tedesco implicito fortemente sottovalutato”.
A dar ragione a Peter Navarro non è il populista di turno, bensì Wolfgang Schäuble che attaccando Draghi ha detto che l’Euro “è troppo debole per la Germania” e che “la BCE deve attuare politiche che lavorano per l’Europa nel suo complesso”, aggiungendo: “Il tasso di cambio dell’Euro è troppo basso per la competitività della Germania. Quando il capo della BCE ha intrapreso la politica monetaria espansiva, gli dissi che avrebbe fatto salire il surplus di esportazione della Germania”.
In realtà, quel che interessa di più a Schäuble non è tanto il tasso di cambio che probabilmente continuerebbe volentieri a tenerlo basso, piuttosto è preoccupato, per la nota fobia che i tedeschi si portano dietro dall’esperienza di Weimar, dall’aumento dell’inflazione in Germania che a gennaio a segnato un +1,9%, cifra molto vicina a quel 2% considerato dalla BCE obiettivo fondamentale del suo Quantitative Easing.
In pratica Schäuble intima velatamente a Draghi di alzare i tassi e di ridurre, o magari interrompere, il programma di Quantitative Easing, perché l’obiettivo del 2% di inflazione, con la complicità della risalita del prezzo del petrolio, è prossimo a realizzarsi. Cosa importa a Schäuble se mentre in Germania l’inflazione risale, nel sud Europa invece l’Italia e gli altri arrancano tra deflazione e zero virgola? Assolutamente nulla.
Dopo Draghi, Trumpiani e Schäuble, è la volta di Angela Merkel: a Malta, la Cancelliera tedesca ha fatto delle dichiarazioni shock: “Abbiamo imparato dalla storia degli ultimi anni che ci potrebbe essere un’Europa a differenti velocità e che non tutti parteciperanno ai vari passi dell’integrazione europea. Ritengo che questo potrebbe essere incluso nella dichiarazione di Roma”, il prossimo 25 marzo quando i 27 Paesi UE decideranno come affrontare il post-Brexit.
Fate bene attenzione, però, Angela Merkel non ha parlato espressamente di “Euro a due velocità”, che potrebbe essere il passo iniziale di uno smantellamento controllato della moneta unica, ma ha parlato di “Europa a differenti velocità”, che potrebbe sottintendere un processo di maggior integrazione per i Paesi aderenti alla moneta unica.
Cosa che per noi potrebbe non essere molto positiva, perché l’integrazione si farebbe alle regole della Germania: quindi scordatevi trasferimenti nord-sud e politiche di bilancio espansive. E se anche Prodi commenta contento che “questa è la risposta che aspettavo. Finalmente la Germania sembra cominciare ad assumere quel ruolo di leadership che non aveva mai voluto esercitare”, allora è quasi certo che si tratti di fregatura.
Tuttavia, gli sviluppi degli ultimi giorni hanno dato il via a vari riposizionamenti. L’Uscita dall’Euro non è più un tabù, tanto che i media nazionali hanno dato particolarmente risalto alla conferenza “Oltre l’Euro” con Alberto Bagnai, Claudio Borghi, Marco Zanni e moderata da Mario Giordano (potete vedere il video integrale qui mentre potete scaricare il manuale “Oltre l’Euro” qui). Per La7, ad esempio, “l’uscita dall’euro ora non è più suggestione” tanto che “i benefici potrebbero arrivare a 56 miliardi di Euro”.
Ma è dal fronte banche, alle prese con ricapitalizzazioni e crediti deteriorati, che i malumori per la moneta unica si fanno sentire con più forza. Ancora abbastanza catastrofista, tuttavia possibilista, Unicredit, che ieri ha dato il via ad un massiccio aumento di capitale da 13 miliardi di Euro che si chiuderà il 10 marzo, inserisce tra i “fattori di rischio” del maxi aumento elencati dalla nota di sintesi approvata dalla Consob, vengono citate l’ipotesi di “uscita di uno stato membro dall’Euro”, le incognite su come potrebbero essere gestite in questo caso “le attività e passività correnti denominate in euro” del Paese, ma soprattutto la “disgregazione dell’area euro”.
Uno studio di Mediobanca riservato ai clienti più facoltosi rivela che se l’Italia uscisse ora dall’Euro “si risparmierebbero 8 miliardi”. Questo perché la ridenominazione del debito pubblico in lire (tramite lex monetae) e il conseguente deprezzamento della lira “possono supportare una sostanziale decurtazione del debito e, insieme a una politica monetaria ritornata sovrana, possono creare le condizioni per un genuino rilancio dell’economia italiana”.
Lo studio appare molto equilibrato (lo trovate completo in pdf qui) perché considera il debito pubblico anche a fronte dell’applicazione delle CACs, clause di azione collettiva, approvate dal governo Monti nel 2012 (ad ogni guaio c’è sempre lui di mezzo), le quali a partire dal 1 gennaio 2013, vincolano l’emissione dei titoli di Stato alla legislazione europea e pertanto una volta usciti dall’Euro, il debito pubblico di recente emissione rimarrà espresso in Euro e non verrà convertito. Appare evidente quindi che più si rimanderà l’uscita e più si ridurranno i benefici della conversione del debito pubblico.
Intanto continua il tira e molla tra Italia e Commissione UE sui conti pubblici. La lettera inviata dall’Eurogruppo all’Italia il 5 dicembre scorso parlava di un buco di 16 miliardi nel deficit strutturale, mentre la Commissione UE ne chiede per ora soltanto 3,4. Alle minacce di commissariamento, il governo italiano si è messo in ginocchio ed è pronto a mettere a posto i conti e a trovare i soldi per il terremoto, aumentando le accise sulla benzina. Siamo uno Stato fallito, questo è ormai evidente.
Torniamo ora a Mario Draghi. Accortosi del polverone e delle reazioni che le sue parole sull’Euro hanno provocato, ieri è tornato sui suoi passi. “L’Euro è irrevocabile” – ha detto, parlando prima in italiano, poi in inglese. Secondo lui i trattati non lo prevedono, ma forse dovrebbe lasciare che di questo se ne occupino i giuristi.
È notizia di queste ore, invece, che per paura di Marine Le Pen, lo spread è risalito sopra i 200 punti base.
Ma noi sappiamo che lo spread sale e costituisce un problema solo se la Banca Centrale lo permette, perciò sarebbe meglio per Draghi pensare esclusivamente al suo lavoro.

martedì 7 febbraio 2017

Ministro greco invita Schaeuble a lasciare la zona euro

"Se Schaeuble continuerà con questa politica, allora vedremo una serie di accordi bilaterali tra i paesi del sud [Europa], non c'è alternativa. Le discussioni tra la diplomazia francese, spagnola, portoghese e greca sono già iniziati. Noi non cediamo l'euro a nessuno, se la Germania vuole questo, allora è la Germania che dovrebbe lasciare [la zona euro] ".
A dichiararlo è il Vice Ministro delle Infrastrutture, Nikos Mavraganis, che ha commentato in questo modo l'atteggiamento del governo tedesco e soprattutto del ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble. Lo riporta il blog KTG.
In un'intervista con la radio Salonicco NORD 98 FM, Mavraganis ha invitato la Germania a riconsiderare la sua politica, "altrimenti vedremo accordi bilaterali tra i paesi del sud europeo entro un anno." E ancora: "Se Schaeuble ritiene di poter spremere il Sud, poi il Sud non avrà altra soluzione".
Riferendosi alle forze congiunte dei paesi del sud, il ministro ha detto che tali "accordi bilaterali erano maturi", aggiungendo che i leader che hanno firmato la dichiarazione del Sud erano d'accordo sul fatto che "ci devono essere diverse politiche rispetto all'umana dignità."
Alla domanda della differenza delle "due Europe con una moneta unica," Mavraganis ha dichiarato: "Noi non cederemo il diritto sull'euro a nessuno. Se qualcuno vuole lasciare l'euro, che lo faccia, se i tedeschi vogliono, è un loro diritto."

lunedì 6 febbraio 2017

Poletti “sperimenta”, ma il part time agevolato è un flop annunciato

Per un governo e un'ideologia che ha fatto del “merito” una bandiera da sventolare non ci dovrebbe essere nulla di peggio che ospitare ben tre ministri senza laurea (Poletti, Lorenzin e addirittura il ministrao dell'istruzione, Fedeli). Si può benissimo dire che per anche senza un titolo di studio elevato si possa comunque esser molto competenti nel compito assegnato, ossia individuare i problemi del paese e dar loro soluzione efficace. L'esperienza può fare miracoli, in un cervello creativo.
Guardando però ai risultati del part time agevolato per avvicinare gli ultrasessantenni alla pensione c'è da dubitare che il ministro del lavoro – Giuliano Poletti, ex presidente della Coop, grande beneficiaria delle leggi che hanno legalizzato precarietà e lavoretti sottopagati – sia in grado di trovare soluzioni minimamente efficaci.
La pensata del part time sembrava una genialata all'italiana: i lavoratori anziani che avrebbero maturato il requisito di vecchiaia (66 anni e 7 mesi) entro il 31 dicembre 2018 potevano scegliere (dal 2 giugno 2016) di ridurre l'orario di lavoro, perdendo poco in termini salariali perché lo Stato avrebbe garantito i contributi previdenziali risparmiati dall'azienda e anche una parte della differenza salariale.
Perché la riduzione d'orario potesse avvenire serviva solo l'accordo tra lavoratore e impresa, senza tanta burocrazia. E Poletti aveva stimato il 30.000 le domande che sarebbero arrivate.
Sono state solo 200. Lo zero virgola sei per mille. Praticamente nulla. Chiunque si fosse esercitato nel banale calcolo costi benefici (sia dal lato aziendale che da quello del lavoratore) poteva vedere che il gioco non valeva la candela; mentre dal lato dei conti pubblici – avvertiva Tito Boeri, liberistissimo presidente dell'Inps – ci sarebbe stato un aggravio dei costi amministrativi.
E dire che la campagna di comunicazione istituzionale era stata potente, con spot pubblicitari ben recitati e ben girati (anche questo è un costo, ovviamente che non viene compreso tra quelli per l'attuazione della misura snobbata).
Lo stesso insuccesso, forse ancora più clamoroso, è stato registrato da un'altra "pensata" del prolifico Poletti con l'entusiastico appoggio di Renzi: mettere – a richiesta – il tfr in busta paga, per avere l'imrpessione di guadagnare di più subito, al prezzo ovviamente di andare in pensione con un assegno miserabile.
Mancano ancora i dati, ma probabilmente anche l'ultimissima invenzione Poletti-Renzi (andare in pensione fino a tre anni prima, ma chiedendo un mutuo in banca) darà gli stessi miserabili risultati.
Il ministro si è difeso parlando della necessità di “sperimentare”. Ma proprio per poter immaginare e realizzare degli esperimenti, in genere, occorre aver studiato…
Sembra eccessivo chiedere a un ministro che non ne ha mai imbroccata una di dimettersi e andare felicemente in pensione subito?

venerdì 3 febbraio 2017

L’euro è un’agonia

Il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, in una lettera di risposta a due parlamentari europei del Movimento Cinque Stelle, ha messo in chiaro come l’Italia qualora uscisse unilateralmente dall’Euro-zona dovrebbe rimborsare in toto le sue passività accumulate nei confronti della BCE. L’Italia infatti nel mercato interbancario regolato dai saldi Target 2 ha un debito pari attualmente a circa 350 miliardi. In caso di fuoriuscita dall’euro, tale debito dovrebbe essere rimborsato. Nell’affermazione del Presidente della BCE vi sono un paio di implicazioni meritevoli di particolare attenzione.
I saldi del sistema Target 2 aggiornati all’ottobre 2016, in miliardi di euro. Il sistema Target 2 registra tutti i pagamenti interbancari all’interno dell’eurozona. L’Italia ha un deficit nei confronti dell’euro-sistema di circa 350 miliardi di euro. Mario Draghi ha affermato che in caso di uscita unilaterale dalla moneta unica, l’Italia sarebbe tenuta a saldare interamente la sua posizione debitoria.
La prima è che ai massimi vertici in realtà si sta già prendendo in considerazione l’ipotesi di ammainare la bandiera della moneta unica. Questo potrebbe significare un ripiegamento da parte di alcuni Paesi verso un nazionalismo monetario e, per l’Italia in particolare, si tratterebbe di tornare alla lira. In alternativa, si è parlato di un “doppione” dell’euro, con una valuta diversa per i paesi del Nord Europa e per quelli del Sud in modo da tenere insieme i Paesi che hanno fra loro un progresso economico maggiormente livellato e omogeneo. E’ chiaro che questa seconda ipotesi dipenderà molto da come andranno le presidenziali francesi che si terranno tra fine aprile e inizio maggio e che attualmente vedrebbero profilarsi un secondo turno in cui la leader del Front National, Marine Le Pen, si troverà a fronteggiare il gollista François Fillon, in grossa difficoltà a causa di uno scandalo finanziario che occupa tutte le prime pagine parigine da una settimana, o Emmanuel Macron, l’ex-ministro dell’Economia che si presenta come candidato indipendente.
La seconda implicazione è che finalmente anche chi guida la BCE, come lo stesso Draghi, ha ammesso che non esiste un unico mercato monetario dell’euro. O meglio: esiste, si chiama per l’appunto Target 2, ma è incompleto perché non prevede meccanismi di compensazione tra paesi persistentemente in deficit, come l’Italia e paesi persistentemente in surplus, come la Germania, con un reinvestimento da parte di questi ultimi in modo da compensare le passività dei primi. E si sa che i tedeschi non hanno alcuna intenzione di utilizzare le proprie disponibilità finanziarie a tale fine scaricando così gli squilibri sulla sfera finanziaria, violando le impossibili norme del Trattato Europeo riguardo gli sforamenti del surplus commerciale. Impossibili, perché scritte dallo stesso governo Merkel nel 2009 che se le dovrebbe anche auto-applicare.
Con il Front National in testa ai sondaggi e il candidato del centro destra, François Fillon, in grave difficoltà, le elezioni francesi si annunciano fondamentali per il futuro della moneta unica.
Quando l’economista britannico J.M. Keynes, durante le trattative di Bretton Woods quale rappresentante del governo di Sua Maestà ammonì il suo omonimo americano, Harry Dexter White, in merito alle debolezze connaturate ad un sistema monetario incentrato su un’unica moneta, il dollaro, non lo fece solo per difendere l’interesse britannico durante gli accordi con gli Stati Uniti. Lo fece anche, e soprattutto, per preservare un sistema monetario che non ricadesse negli errori del precedente sistema aureo e che a differenza di quest’ultimo avesse come obiettivo la stabilità fra paesi, sottolineando come la condizione di un paese persistentemente in surplus non sia affatto simile a quella di un paese strutturalmente in deficit. E per preservare un meccanismo che non crei asimmetrie e sbilanciamenti nelle rispettive bilance dei pagamenti di ogni stato – anche se il Target 2 vale solo per il sistema dei pagamenti tra i rispettivi paesi dell’Eurozona – è necessaria una “camera di compensazione” (clearing house) che non sia dettata dai soli rapporti di forza, cioè da un aggiustamento dei soli paesi in deficit verso “il basso”, con misure di austerità e di taglio delle importazioni, ma anche da aggiustamenti dei paesi in surplus, in modo tale che quest’ultimi non siano incentivati a sviluppare un approccio neo-mercantilista, ma abbiano invece una situazione di commercio bilanciato che è il presupposto da cui partire per avere sani rapporti di libero scambio.
Il Prof. Massimo Amato dell’Università Bocconi di Milano ripercorre la genesi dell’unione monetaria europea e le ragioni strutturali della sua fragilità, legate all’assenza di un meccanismo per correggere gli squilibri interni.
Il fatto che la baraonda europea non sia ancora implosa su se stessa non può essere un indice del suo livello di sanità o del suo elevato grado di resistenza. Il fatto che sull’Eurozona non si sia ancora abbattuto un effetto domino – anche se a livello di Unione Europea la Brexit segnala che ci si sta muovendo in tale direzione – lo si deve non alla struttura mal congegnata dell’Euro, ma alla bravura tattica dell’attuale Presidente della BCE che a partire dal 2012, tra l’altro con un bluff, ha assopito la crisi di liquidità dei paesi strutturalmente in difficoltà. Al tempo stesso però, si è acuita l’impasse strategica dei governi. E saranno loro a decidere politicamente cosa fare della moneta unica. Con la speranza che la triste fine dell’euro non avvenga unilateralmente, non sia l’ennesimo indicatore della frammentazione dei sistemi economici nazionali, ma rappresenti invece una nuova fase per l’Europa. Stavolta, possibilmente, non a guida tedesca.

giovedì 2 febbraio 2017

Trump: “L’euro è un marco travestito con cui la Germania sfrutta USA e UE.

L’amministrazione Trump lancia un’offensiva contro l’euro. E in particolare attacca la Germania, colpevole di sfruttare un moneta unica “ampiamente svalutata per sfruttare gli Stati Uniti e gli altri Paesi europei.”
A dirlo, in un’intervista al Financial Times, Peter Navarro, che guida il Consiglio nazionale sul Commercio.
Secondo il consigliere di Trump, l’euro è come una sorta di marco svalutato che dà a Berlino un vantaggio sui suoi principali partner commerciali. L’euro è “un marco tedesco camuffato”, il cui valore troppo basso dà a Berlino un vantaggio sui principali partner. L’attacco di Trump alla politica commerciale della Germania è stato sferrato da Peter Navarro, capo del Consiglio nazionale sul commercio, organismo creato dal presidente americano per stabilire le linee della sua nuova politica economica.
La Germania sta quindi usando una “grossolana sottovalutazione dell’euro” per sfruttare USA e UE.
La cancelliera Merkel ha ribattuto: “la Germania è un paese che ha sempre ha chiesto alla Banca centrale europea di portare avanti una politica indipendente, come faceva la Bundesbank prima che l’euro esistesse”. In altre parole, la Merkel nega ogni addebito.
Intanto però l’euro si è rivalutato sul dollaro. La polemica fra Washington e Berlino non accenna a placarsi e anzi gli eurofili – o eurofolli – reagiscono contrattaccando.
Per il Presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, dichiara che Cina, Russia e la nuova America di Trump rappresentano i rischi principali per la UE.
Ecco cosa ha dichiarato a Tallin, Estonia:
“Per la prima vola nella nostra storia, in un mondo che è sempre più multipolare, sono molti coloro che diventano apertamente anti-europei, o euroscettici. In particolare, il cambio a Washington mette l’Unione europea in una situazione difficile. Con la nuova amministrazione sembrano messe in discussione gli ultimi 70 anni della politica estera statunitense”.
La brama di potere della Germania e la voglia di rivalsa dei “paesetti” dell’est Europa ci stanno portando sempre più in un vicolo cieco, in fondo al quale si ode un sinistro tintinnio di sciabole.
Non si capisce bene la ratio di questa volontà di scontrarsi contro il resto del mondo. Forse la Germania ha scritto nel DNA qualcosa riguardo allo scatenare guerre contro avversari più forti e numerosi, in particolare la Russia, come noi abbiamo forse qualche istruzione genetica che ci impone di seguire ciecamente i tedeschi nelle loro follie.
Altrimenti non si spiegherebbe il perché di questa cieca corsa verso il baratro. Ovviamente non bisogna essere ingenui: quest’ennesima bordata americana contro la Merkel non è dovuta a chissà quale spirito umanitario, ma semplicemente alla volontà di Trump di difendere l’occupazione americana e la sua produzione.
Ma la cosa potrebbe essere volta a nostro vantaggio, ad esempio per strappare concessioni dalla Germania, se solo i nostri politici fossero capaci di scelte coraggiose e di rottura. Al momento, però, non c’è nulla di simile all’orizzonte: la Germania comanda, noi si borbotta un po’, ma poi si esegue, magari trascinando i piedi come dei bambini mandati in punizione dal padre.
Ancora non sappiamo quando e come l’euro e la UE falliranno, ma purtroppo sembra certo che noi, come capita da tempo, il cambiamento lo subiremo senza essere in grado di dirigerlo neppure un po’.
L’unica consolazione sarà quella di vedere gli eurofili di oggi affannarsi a smentire di essere mai stati proeuro. Un po’ come quando Craxi fu costretto alla fuga: non si sarebbe potuto trovare un socialista neanche a pagarlo a peso d’oro.

mercoledì 1 febbraio 2017

Una famiglia greca su 2 campa della pensione di un parente

Tagli a sangue la spesa pubblica, imponi tasse folli, elimini la moneta sovrana. E ottieni, esattamente, la Grecia: dove, si apprende, un cittadino su due sopravvive, lottando contro la fame, solo grazie alla piccola pensione percepita da un membro della famiglia. E’ la fotografia perfetta del rigore “germanico” imposto all’Europa con la moneta unica, che impedisce allo Stato di proteggere la comunità nazionale e promuovere investimenti vitali per il lavoro. Gli ultimi dati su Atene sono spaventatosi. Li pubblica “Keep Talking Greece”, in un aggiornamento sulla situazione finanziaria dei nuclei familiari in Grecia. «Quasi la metà delle famiglie vive della sola pensione di un familiare, i tre quarti hanno subìto un peggioramento delle proprie condizioni economiche, e quasi altrettanti si aspettano ulteriori peggioramenti nell’anno in corso, a testimonianza di un paese che ha perso ogni speranza nel futuro», scrive “Voci dall’Estero”, che ha tradotto il report statistico, secondo cui, appunto, «la metà dei nuclei familiari in Grecia dichiara che l’unica fonte di reddito di cui dispone è la pensione di un membro della famiglia».
Secondo il sondaggio, condotto a novembre 2016 dall’associazione piccole imprese (Ime Gsevee) su un campione di mille nuclei familiari distribuiti in tutto il paese, il 49,2% delle famiglie non ha alcuna altra fonte di reddito, a parte la (piccola) Atene, anzianipensione di un familiare. I greci sono letteralmente allo stremo: tre su quattro hanno «subìto un declino significativo del proprio reddito nel corso dell’anno 2016». Dati impietosi: il 37,1 % dei nuclei familiari dice di vivere con meno 10.000 euro all’anno; il 37,9 % campa del proprio magro salario, e il 9 % dipende principalmente dai redditi provenienti da attività commerciali. Attenzione: un nucleo familiare su tre ha almeno un componente della famiglia disoccupato, ciò significa una stima di 1,1 milioni di famiglie. E i disoccupati di lungo periodo contano per il il 73,3 % di tutti i senza lavoro. Se il lavoro c’è, è poca cosa: il 22,4 % dei nuclei familiari ha un componente occupato della famiglia che guadagna meno del salario mensile minimo, pari a 586 euro lordi. Intanto, in una famiglia ogni dieci, un parente ha già lasciato il paese. E il futuro è nero: il 73,5 % degli intervistati si aspetta un peggioramento ulteriore della propria situazione finanziaria, fra tasse arretrate che non potrà pagare e mutui bancari troppo salati.
Il report suggerisce che «La crisi finanziaria di lungo periodo, la cui vittima principale è la classe media, non sta portando solo a un ulteriore declino dei redditi e a un ampliamento delle disuguaglianze, ma minaccia apertamente la coesione sociale». In compenso i conti pubblici sarebbero in via di risanamento? Certo, come nel vecchio adagio “l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto”. «La cosiddetta terapia, che consiste nel continuo aumento delle tasse, dirette e indirette, può anche portare a un avanzo fiscale primario, ma questo – sintetizzano gli autori del report – non si riflette in alcun beneficio per i contribuenti in termini di qualche forma di servizio pubblico, e anzi al tempo stesso viene ridotta la spesa per la sanità e l’istruzione». Questo è l’orrore su cui si specchia, in Grecia, l’Europa delle élite oggi affidata all’ordoliberismo della Merkel: strangolato lo Stato, a sua volta costretto a strangolare i cittadini (più tasse, meno servizi vitali), l’imposizione dell’euro si manifesta per quello che è: un’operazione senza anestesia, inflitta a un’Europa senza futuro. Pagano tutti, a cominciare dai più deboli.