L’Italia è al secondo posto in Europa per tasse sulle imprese, e
dodicesima nel mondo. Il dato ormai non ha -purtroppo- sapore di novità,
essendo stato confermato da più fonti negli ultimi anni, Corte dei
Conti inclusa. A guardarci bene però, potremmo dire che la classifica è
errata, sfortunatamente per difetto; solitamente si ha infatti la
tendenza a prendere in considerazione le tasse singolarmente a comparti
stagni, anziché con uno sguardo di insieme. Forse la cosa si spiega
perché, da buoni italiani, non amiamo le cattive notizie, e una
pressione fiscale superiore al 100% non lo è di certo; purtroppo però, è
necessario farsi forza, e quindi i conti in tasca.
Respiri dunque paghi
Cominciamo dall’Irpef, l’imposta di reddito delle persone fisiche, che
grava su ognuna delle persone fisicamente residenti in Italia, e su
tutte le tipologie di reddito prodotte. Insomma, non importa che tu sia
leone o gazzella, comunque paghi, ed è inutile pensare di sfuggire
producendo all’estero, la tassa vale infatti per ogni tipo di reddito
prodotto…nel mondo. Fra i redditi tassati troviamo: quello da lavoro
autonomo (liberi professionisti), da capitale (derivati, azioni, titoli
di stato ecc), da lavoro dipendente, e fondiari. Come noto si tratta di
una tassa progressiva, pertanto si paga per scaglioni, con aliquote che
vanno da un minimo del 23% (con un reddito di 15000 euro) fino a un
massimo di 43% (oltre 75000). Insomma, di media già un 30% del guadagno
se ne va, oplà!
Costi quel che costi
l’Irpef, come visto,
la paga chiunque, ma se qualcuno fa impresa, ovviamente non mancano
altri dazi. Vi pare infatti giusto che qualcuno che produca o dia lavoro
e quindi sostenga la propria ed altre famiglie, debba godersi i sudati
guadagni? Ah no, non sia mai, pertanto oltre alle tasse sul reddito, e
ai numerosi costi di gestione cui un imprenditore deve far fronte, ecco
che si trova fra capo e collo l’Irap, la tassa sul differenziale tra il
valore di produzione e i costi di quest’ultima. Da pagare su base
regionale, con un’aliquota che va, a seconda del tipo di impresa e a
seconda della regione, da un minimo di circa il 4% a un massimo di circa
il 9%.
taxwedge_families
Pressione fiscale sui redditi da
lavoro (imposta sul reddito più contribuzioni a carico di dipendente e
datore di lavoro). Fonte: OECD
Tanto va il guadagno al largo…
Non mancano ovviamente delle tasse più specifiche, come l’Ires, per le
società di capitali (24%), e l’Iri, per le società di persone (sempre al
24%). Insomma, si può dire che al momento, di media, stiamo tra il 40%
e il 60%. Finito? Oh, proprio no. Andando molto velocemente, è evidente
che gli imprenditori, a prescindere dalla loro forma imprenditoriale o
societaria, dovranno pagare degli stipendi, e quindi dei contributi, Tfr
compreso, il trattamento di fine rapporto, ossia il diritto a un
indennizzo per il lavoratore proporzionale agli anni di servizio svolti;
manco a dirlo, questo “diritto” è parimenti tassato. I contributi ad
ogni modo, costati sangue e sudore tanto del datore di lavoro che del
lavoratore, servono teoricamente a contribuire (anche se non
direttamente) a quella che sarà poi, un giorno molto lontano, la
pensione, anch’essa ovviamente soggetta all’Irpef. Tasse su costi già
sostenuti e denaro già tassato, e purtroppo non si tratta dell’ultimo
esempio.
Si comincia a far chiaro come mai le aziende nostrane
licenzino, chiudano o delocalizzino, perché il nostro Stato, assieme
alle politiche europee, uccide l’impresa.
Tutto il resto è dazio
Ora, spostandoci dal “lavoro” vediamo come la situazione non migliori
affatto. Con quel poco che è rimasto infatti si dovrà pur campare, no?
No, che domande. Quindi, se dovete prendere la macchina, o qualsiasi
altro mezzo motorizzato (per il quale comunque e tanto per gradire
bisogna pagare l’assicurazione e il bollo), ricordiamoci che su circa
1,5 euro al litro di benzina, un euro (due terzi!) sono accise, e quindi
tasse. Se invece decidessimo di optare per una passeggiata a piedi o in
bici, ci risparmieremmo sicuramente il salasso ma il moto, si sa, mette
appetito; ecco allora che ci si ristora con un pasto, un po’ d’acqua e
un bel caffè, che ingurgitiamo insieme a un’indigesta Iva del 22%,
pagata utilizzando soldi sui quali, di nuovo, le tasse sono già state
pagate. Dopo il pranzo però -se si ha il vizio- una sigaretta ci sta
bene, e anche su quelle ci sono le accise, così i soldi vanno
letteralmente, in fumo (ad ogni modo oltre al portafogli non ringraziano
nemmeno i polmoni). Tutto questo pagare però, insomma, è veramente
stancante, meglio tornare a casa. Ah, casa dolce casa, quanti sacrifici
per comprarla (a cominciare dal 3% di imposta di registro sul contratto
di acquisto); però dai, chissenefrega, ne è valsa la pena, ognuno ha
diritto alla propria bicocca, peccato che ogni anno arriva la stangata
dell’Imu, che al confronto il mutuo è una bazzeccola. E le bollette?
Vogliamo parlare delle bollette? Da quest’anno ci saranno circa 1000euro
in più da pagare per famiglia. Roba da matti! Viene quasi voglia di
fare come nei film americani e ingozzarsi di gelato finto o di qualsiasi
altra porcheria, anzi no! Perché poi c’è da pagare la tassa sui
rifiuti. Tanto vale accendere un po’ di tv, che tanto il canone Rai
adesso si paga per forza.
Inutile aggiungere come al contempo, e
vergognosamente, i servizi essenziali del welfare siano sempre più
compromessi e non garantiti. Ecco, l’elenco non è finito, ma è chiaro
quanto la cosa sia assurda, ossia pagare e ripagare tasse su quanto già
tassato, per arrivare ad una cifra astronomica praticamente uguale se
non superiore a quanto guadagniamo. Come è possibile in tutto ciò
metterci anche il semplice mangiare o vestirsi, come? Come è possibile
in tutto ciò, che la cosa sembri normale? Perché allora è vero, proprio
sì, che “viviamo al di sopra delle nostre possibilità”