mercoledì 11 gennaio 2017

Efficienza pubblica amministrazione: Italia ultima in Europa

Le inefficienze della pubblica amministrazione hanno un impatto negativo devastante sull’economia. Secondo l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, se la nostra amministrazione pubblica avesse in tutta Italia la stessa qualità nella scuola, nei trasporti, nella sanità, nella giustizia, etc. che ha nei migliori territori del Paese, il Pil nazionale aumenterebbe di 2 punti (ovvero di oltre 30 miliardi di euro) all’anno.
La macchina amministrativa statuale, guidata da Marianna Madia continua ad essere un mostruoso Leviatano disorganizzato e sprecone, in barba alla massima accademica la quale pretende l’efficacia e l’efficienza della stessa, in ogni suo ambito e competenza.
L’analisi degli Artigiani di Mestre su dati relativi a uno studio realizzato dal Fondo Monetario Internazionale non ci lascia scampo. Tra le migliori 30 regioni europee non c’è traccia di nessuna amministrazione pubblica del nostro Paese. La prima, ovvero la Provincia autonoma di Trento, si colloca al 36° posto della classifica generale. La Provincia autonoma di Bolzano al 39°, la Valle d’Aosta al 72° e il Friuli Venezia Giulia al 98°. Appena al di sotto della media Ue troviamo al 129° posto il Veneto, al 132° l’Emilia Romagna e di seguito tutte le altre.
Nella classifica generale la Pa italiana si colloca al 17° posto su 23 paesi analizzati. Solo Grecia, Croazia, Turchia e alcuni paesi dell’ex blocco sovietico fanno peggio di noi. Tutti gli altri Stati garantiscono dei servizi nettamente superiori a quelli offerti dalla nostra Pa. A guidare la classifica, invece, sono le Pa dei paesi del nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi, etc.)

martedì 10 gennaio 2017

La ricchezza, la deflazione, la bussola

Per molti anni, in passato, il dibattito economico tra sinistra e destra è stato sulla "creazione" versus la "distribuzione" delle ricchezze.
A destra, come noto, si sosteneva che distribuire troppo la ricchezza prodotta mortificava la creazione della stessa; in altre parole, che le ricette di sinistra finivano per redistribuire solo povertà.
Io non credo, come alcuni, che questa teoria sia stata una creazione a tavolino dei "ricchi" per avere l'alibi di non ridistribuire: anzi, in passato è stata vera, è successo così. Bisogna dirlo in onestà intellettuale. Il cosiddetto socialismo reale è fallito (anche) per questo.
Adesso forse - dopo trent'anni in cui ha avuto l'egemonia culturale e politica - la destra economica dovrebbe interrogarsi sul contrario, tuttavia. Specie in Italia e in tempi di deflazione.
Dovrebbe interrogarsi cioè sull'ipotesi - che a me sembra molto suffragata dai dati di realtà - che l'eccesso di concentrazione della ricchezza a sua volta soffochi la produzione della stessa.
Ad esempio, deprimendo i consumi.
Ma anche provocando quella parcellizzazione sociale (il tutti contro tutti tra categorie e tra fasce che stanno in basso) che è il contrario della coesione sociale; e che a sua volta provoca sfiducia e scarsa progettazione del futuro, cioè le condizioni ideali per una spirale di recessione.
Forse ci si potrebbe anche utilmente chiedere, da quelle parti, se la "flessibilizzazione" a lungo evocata (ad esempio, la licenziabilità e il precariato estremo) alla fine ha effetti più negativi che positivi: perché chi non ha un minimo di certezza del reddito non consuma, non fa girare la macchina dell'economia. Quindi l'imprenditore, tutto contento perché può assumere e licenziare a piacimento anche solo per un'ora, poi si scopre un po' meno contento perché nessuno compra più nulla.
Negli ultimi trent'anni la sinistra ha fatto profonda e spesso fondata autocritica sugli errori dei suoi dogmi economici; un'autocritica che ha talvolta portato la sinistra stessa a sposare incondizionatamente e acriticamente la visione opposta. Il governo Renzi, in questo, è stato emblematico - anche se non certo l'unico né il primo: ha scommesso cioè tutto sugli imprenditori, ha dato loro miliardi di euro in incentivi e mani libere nel mercato del lavoro, ha applicato in modo quasi religioso le teorie classiche della destra economica sperando che producessero una ripresa della dinamica produzione-consumi. Risultato, siamo in deflazione: non credo che sia troppo aggressivo dire che quella scommessa è clamorosamente fallita.
A proposito: non è ancora alle viste alcuna autocritica della destra economica né di chi, pur provenendo da altra storia, i dettami di quella destra ha sposato: benché questi abbiano portato non solo alla crisi iniziata nel 2008 ma anche al disastro sociale-civile contemporaneo, ai Trump e alle Le Pen, alla cieca rivolta dei ceti medi impoveriti e senza bussola.
Eppure, forse, oggi - con i dati di realtà inoppugnabili sulla enorme concentrazione di ricchezze che è avvenuta negli ultimi trent'anni e sulla situazione drammatica in cui troviamo, anche in termini di stabilità e prospettive comuni - si potrebbe avanzare l'ipotesi che redistribuire un po' sia utile non solo a chi se ne avvantaggia direttamente, ma a tutto il sistema economico.
E sì, credo che sia questo il principale dibattito da fare nel 2017, in Europa e in Italia.

lunedì 9 gennaio 2017

Il voltafaccia della Turchia

La Turchia è un membro della NATO, un alleato dell'Arabia Saudita, un patrono del jihadismo internazionale a seguito del ricovero del principe Bandar Ben Sultan nel 2012, nonché lo sponsor della Fratellanza Musulmana dopo il rovesciamento di Mohamed Morsi e la lite tra Doha e Riyad nel 2013 -14. Oltre a questo, ha attaccato la Russia nel novembre 2015, distruggendo un Sukhoi-24 e causando l'interruzione dei rapporti diplomatici con Mosca.
Eppure, questa è la stessa Turchia che ha appena sponsorizzato il cessate il fuoco in Siria, concepito dalla Russia [1].
Perché?
Dal 2013, Washington non considera più Recep Tayyip Erdoğan come un partner di fiducia. La CIA ha quindi lanciato diverse operazioni, non contro la Turchia, ma contro Erdoğan in persona. Nel mese di maggio-giugno 2013, ha organizzato e sostenuto il movimento di protesta al Parco Taksim Gezi. Durante le elezioni legislative del giugno 2015, ha finanziato e supervisionato il partito delle minoranze, l'HDP, in modo da limitare i poteri del presidente. Ha giocato con la stessa tattica durante le elezioni del novembre 2015, che il potere aveva truccato. La CIA passa quindi dall'influenza politica all'azione segreta. Organizza quattro tentativi di assassinio, l'ultimo dei quali, nel luglio 2016 finisce male, costringendo gli ufficiali kemalisti a tentare un colpo di Stato per il quale non erano preparati.
Erdoğan si trova pertanto in una posizione simile a quella del primo ministro italiano degli anni '70, Aldo Moro. Entrambi gli uomini sono alla testa di uno Stato membro della NATO, ed entrambi devono affrontare l'ostilità degli Stati Uniti. La NATO è riuscita a eliminare l'italiano, manipolando un gruppo di estrema sinistra [2], ma non è riuscita a uccidere il turco.
Inoltre, al fine di vincere le elezioni del novembre 2015, Erdoğan ha lusingato i suprematisti turco-mongoli espandendo unilateralmente il conflitto con la minoranza curda. In questo modo, ha aggiunto i presunti «nazionalisti» del MHP alla sua base elettorale islamista (AKP). In pochi mesi, ha causato la morte di oltre 3.000 cittadini turchi di etnia curda, e distrutto diversi villaggi, o persino certi quartieri di grandi città.
Infine, trasmettendo ad al-Qa'ida e a Daesh le armi che gli facevano pervenire l'Arabia Saudita, il Qatar e la NATO, ha tessuto stretti rapporti con le organizzazioni jihadiste. Non ha esitato a utilizzare la guerra contro la Siria per fare soldi a titolo personale. All'inizio smantellando e saccheggiando le fabbriche di Aleppo, poi trafficando il petrolio e le antichità rubati dai jihadisti. Progressivamente, tutto il suo clan si è legato ai jihadisti. Ad esempio, il suo primo ministro, il mafioso Binali Yıldırım, ha organizzato fabbriche per la confezione di merci contraffatte nei territori amministrati da Daesh.
Tuttavia, l'intervento di Hezbollah nella seconda guerra contro la Siria, a partire da luglio 2012, poi quello della Federazione Russa, nel settembre 2015, hanno rovesciato le sorti della guerra. Ormai, la gigantesca coalizione degli «Amici della Siria» ha largamente perso il terreno che aveva occupato, e ha incontrato crescenti difficoltà nel reclutamento di nuovi mercenari. Migliaia di jihadisti hanno disertato il campo di battaglia e hanno già ripiegato in Turchia.
Orbene, la maggior parte di questi jihadisti sono incompatibili con la civiltà turca. In effetti, i jihadisti non erano stati reclutati per formare un esercito coerente, ma solo per far numero. Sono stati almeno 250.000, forse ancora molti di più. In un primo momento, di trattava di delinquenti arabi supervisionati dai Fratelli Musulmani. Progressivamente, si sono aggiunti i sufi Naqshbandi provenienti dal Caucaso e dall'Iraq, nonché dei giovani occidentali in cerca di rivoluzione. Questo miscuglio inverosimile non può tenersi insieme se lo si sposta in Turchia. Prima di tutto perché ormai ciò che i jihadisti vogliono è uno stato tutto loro, e sembrerebbe impossibile annunciare nuovamente il Califfato in Turchia. E poi per tutta una serie di ragioni culturali. Per esempio: i jihadisti arabi hanno adottato il wahhabismo dei loro benefattori sauditi. Secondo questa ideologia del deserto la Storia non esiste. Hanno quindi distrutto molte vestigia antiche, con il pretesto che il Corano proibisce l'idolatria. Anche se tutto ciò non ha finora posto problemi ad Ankara, è fuori discussione che si permetta loro di osar toccare il patrimonio turco-mongolo.
Così, oggi Erdoğan deve affrontare tre nemici contemporaneamente - senza contare la Siria:
- Gli Stati Uniti ed i loro alleati turchi, il FETÖ dell'islamista borghese Fethullah Gülen;
- I kurdi indipendentisti, in particolare il PKK;
- Le ambizioni sunnite intese a creare uno Stato proprio dei jihadisti, in particolare di Daesh.
Mentre l'interesse principale della Turchia sarebbe, in via prioritaria, di comporre i conflitti interni con il PKK e il FETÖ, l'interesse personale di Erdoğan è quello di trovarsi un nuovo alleato. È stato l'alleato degli Stati Uniti, quando la loro influenza era al suo apice, e attualmente spera di diventare l'alleato della Russia, ormai la prima potenza militare convenzionale nel mondo.
Questo voltafaccia sembra tanto più difficile da realizzare poiché il suo paese è membro dell'Alleanza atlantica, un'organizzazione che nessuno è mai riuscito a lasciare. Forse in un primo momento avrebbe potuto lasciare il comando militare integrato, come fece la Francia nel 1966. All'epoca, il presidente Charles De Gaulle dovette fronteggiare un tentativo di colpo di Stato e numerosi tentativi di assassinio da parte del OAS, un'organizzazione finanziata dalla CIA [3].
Anche supponendo che la Turchia riuscisse a gestire questa evoluzione, dovrebbe ancora affrontare altri due problemi principali.
Prima di tutto, anche se non sappiamo con precisione il numero di jihadisti in Siria e in Iraq, si può stimare che essi ora non siano più di un numero compreso tra 50.000 e 200.000. Dato che questi mercenari sono massicciamente irrecuperabili, che cosa se ne deve fare? L'accordo di cessate il fuoco, il cui testo è volutamente impreciso, lascia aperta la possibilità di un attacco contro di loro a Idlib. Questo governatorato è occupato da uno stuolo di gruppi armati che non hanno legami tra loro, ma sono coordinati da parte della NATO dal LandCom di Izmir, tramite alcune ONG «umanitarie». Contrariamente a Daesh, questi jihadisti non hanno mai imparato a organizzarsi correttamente e continuano a dipendere dagli aiuti dell'Alleanza atlantica. Questo aiuto arriva loro attraverso il confine turco, che potrebbe presto essere chiuso. Tuttavia, mentre è facile controllare camion che viaggiano su percorsi ben definiti, non è possibile controllare il passaggio di uomini che attraversano i campi. Migliaia, forse anche decine di migliaia di jihadisti potrebbero presto fuggire in Turchia e destabilizzarla.
La Turchia ha già iniziato a cambiare la sua retorica. Il presidente Erdoğan ha accusato gli Stati Uniti di continuare a sostenere i jihadisti in generale e Daesh in particolare, lasciando intendere che se lui stesso l'ha fatto in passato, ciò avveniva sotto l'influenza malefica di Washington. Ankara spera di fare soldi affidando la ricostruzione di Homs e di Aleppo alla sua società di costruzioni e lavori pubblici. Tuttavia, è difficile immaginare come la Turchia possa sfuggire alle proprie responsabilità, dopo aver pagato centinaia di migliaia di siriani affinché lasciassero il loro paese, dopo aver saccheggiato il nord della Siria, e dopo aver sostenuto i jihadisti che hanno distrutto questo paese e ucciso centinaia di migliaia di siriani.
Il voltafaccia della Turchia, se sarà confermato nei mesi a venire, provocherà una reazione a catena di conseguenze. A cominciare dal fatto che il presidente Erdoğan oramai si presenti non solo come l'alleato della Russia, ma anche come il partner di Hezbollah e della Repubblica islamica dell'Iran, vale a dire gli eroi del mondo sciita. Fine, quindi, del miraggio di una Turchia leader del mondo sunnita, che combatta gli «eretici» con denaro saudita. Ma il conflitto artificiale inter-musulmano lanciato da Washington non finirà fino a quando l'Arabia Saudita non vi avrà rinunciato essa stessa.
Lo straordinario ribaltamento di posizioni da parte della Turchia è probabilmente difficile da comprendere per gli occidentali, secondo i quali la politica è sempre di pubblico dominio. Lasciando da parte l'arresto di ufficiali turchi in un bunker della NATO a est di Aleppo, che risale a due settimane fa, il tutto è più facile da capire per chi ricorda il ruolo personale di Erdoğan durante la prima guerra cecena, quando dirigeva la Millî Görüş; un ruolo di cui Mosca non ha mai parlato, ma sul quale i servizi segreti russi hanno conservato parecchi archivi. Vladimir Putin ha preferito trasformare un nemico in un alleato, piuttosto che farlo cadere e dover continuare a combattere il suo Stato. Il presidente Bashar el-Assad, Sayyed Hassan Nasrallah, e l'ayatollah Ali Khamenei hanno volentieri seguito il suo esempio.
Da ricordare:
- Dopo aver sperato di conquistare la Siria, il presidente Erdoğan si trova, soltanto a causa della sua politica, a essere sfidato su tre fronti: dagli Stati Uniti e il FETÖ di Fethullah Gülen, dai separatisti curdi del Pkk e da Daesh.
- A questi tre avversari, potrebbe di nuovo aggiungersi la Russia, che detiene numerose informazioni sul suo percorso personale. Anche il presidente Erdoğan ha scelto invece di allearsi con Mosca e potrebbe uscire dal comando integrato della NATO.

giovedì 5 gennaio 2017

Vivere al di sopra delle proprie possibilità

L’Italia è al secondo posto in Europa per tasse sulle imprese, e dodicesima nel mondo. Il dato ormai non ha -purtroppo- sapore di novità, essendo stato confermato da più fonti negli ultimi anni, Corte dei Conti inclusa. A guardarci bene però, potremmo dire che la classifica è errata, sfortunatamente per difetto; solitamente si ha infatti la tendenza a prendere in considerazione le tasse singolarmente a comparti stagni, anziché con uno sguardo di insieme. Forse la cosa si spiega perché, da buoni italiani, non amiamo le cattive notizie, e una pressione fiscale superiore al 100% non lo è di certo; purtroppo però, è necessario farsi forza, e quindi i conti in tasca.
Respiri dunque paghi
Cominciamo dall’Irpef, l’imposta di reddito delle persone fisiche, che grava su ognuna delle persone fisicamente residenti in Italia, e su tutte le tipologie di reddito prodotte. Insomma, non importa che tu sia leone o gazzella, comunque paghi, ed è inutile pensare di sfuggire producendo all’estero, la tassa vale infatti per ogni tipo di reddito prodotto…nel mondo. Fra i redditi tassati troviamo: quello da lavoro autonomo (liberi professionisti), da capitale (derivati, azioni, titoli di stato ecc), da lavoro dipendente, e fondiari. Come noto si tratta di una tassa progressiva, pertanto si paga per scaglioni, con aliquote che vanno da un minimo del 23% (con un reddito di 15000 euro) fino a un massimo di 43% (oltre 75000). Insomma, di media già un 30% del guadagno se ne va, oplà!
Costi quel che costi
l’Irpef, come visto, la paga chiunque, ma se qualcuno fa impresa, ovviamente non mancano altri dazi. Vi pare infatti giusto che qualcuno che produca o dia lavoro e quindi sostenga la propria ed altre famiglie, debba godersi i sudati guadagni? Ah no, non sia mai, pertanto oltre alle tasse sul reddito, e ai numerosi costi di gestione cui un imprenditore deve far fronte, ecco che si trova fra capo e collo l’Irap, la tassa sul differenziale tra il valore di produzione e i costi di quest’ultima. Da pagare su base regionale, con un’aliquota che va, a seconda del tipo di impresa e a seconda della regione, da un minimo di circa il 4% a un massimo di circa il 9%.
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Pressione fiscale sui redditi da lavoro (imposta sul reddito più contribuzioni a carico di dipendente e datore di lavoro). Fonte: OECD
Tanto va il guadagno al largo…
Non mancano ovviamente delle tasse più specifiche, come l’Ires, per le società di capitali (24%), e l’Iri, per le società di persone (sempre al 24%). Insomma, si può dire che al momento, di media, stiamo tra il 40% e il 60%. Finito? Oh, proprio no. Andando molto velocemente, è evidente che gli imprenditori, a prescindere dalla loro forma imprenditoriale o societaria, dovranno pagare degli stipendi, e quindi dei contributi, Tfr compreso, il trattamento di fine rapporto, ossia il diritto a un indennizzo per il lavoratore proporzionale agli anni di servizio svolti; manco a dirlo, questo “diritto” è parimenti tassato. I contributi ad ogni modo, costati sangue e sudore tanto del datore di lavoro che del lavoratore, servono teoricamente a contribuire (anche se non direttamente) a quella che sarà poi, un giorno molto lontano, la pensione, anch’essa ovviamente soggetta all’Irpef. Tasse su costi già sostenuti e denaro già tassato, e purtroppo non si tratta dell’ultimo esempio.
Si comincia a far chiaro come mai le aziende nostrane licenzino, chiudano o delocalizzino, perché il nostro Stato, assieme alle politiche europee, uccide l’impresa.
Tutto il resto è dazio
Ora, spostandoci dal “lavoro” vediamo come la situazione non migliori affatto. Con quel poco che è rimasto infatti si dovrà pur campare, no? No, che domande. Quindi, se dovete prendere la macchina, o qualsiasi altro mezzo motorizzato (per il quale comunque e tanto per gradire bisogna pagare l’assicurazione e il bollo), ricordiamoci che su circa 1,5 euro al litro di benzina, un euro (due terzi!) sono accise, e quindi tasse. Se invece decidessimo di optare per una passeggiata a piedi o in bici, ci risparmieremmo sicuramente il salasso ma il moto, si sa, mette appetito; ecco allora che ci si ristora con un pasto, un po’ d’acqua e un bel caffè, che ingurgitiamo insieme a un’indigesta Iva del 22%, pagata utilizzando soldi sui quali, di nuovo, le tasse sono già state pagate. Dopo il pranzo però -se si ha il vizio- una sigaretta ci sta bene, e anche su quelle ci sono le accise, così i soldi vanno letteralmente, in fumo (ad ogni modo oltre al portafogli non ringraziano nemmeno i polmoni). Tutto questo pagare però, insomma, è veramente stancante, meglio tornare a casa. Ah, casa dolce casa, quanti sacrifici per comprarla (a cominciare dal 3% di imposta di registro sul contratto di acquisto); però dai, chissenefrega, ne è valsa la pena, ognuno ha diritto alla propria bicocca, peccato che ogni anno arriva la stangata dell’Imu, che al confronto il mutuo è una bazzeccola. E le bollette? Vogliamo parlare delle bollette? Da quest’anno ci saranno circa 1000euro in più da pagare per famiglia. Roba da matti! Viene quasi voglia di fare come nei film americani e ingozzarsi di gelato finto o di qualsiasi altra porcheria, anzi no! Perché poi c’è da pagare la tassa sui rifiuti. Tanto vale accendere un po’ di tv, che tanto il canone Rai adesso si paga per forza.
Inutile aggiungere come al contempo, e vergognosamente, i servizi essenziali del welfare siano sempre più compromessi e non garantiti. Ecco, l’elenco non è finito, ma è chiaro quanto la cosa sia assurda, ossia pagare e ripagare tasse su quanto già tassato, per arrivare ad una cifra astronomica praticamente uguale se non superiore a quanto guadagniamo. Come è possibile in tutto ciò metterci anche il semplice mangiare o vestirsi, come? Come è possibile in tutto ciò, che la cosa sembri normale? Perché allora è vero, proprio sì, che “viviamo al di sopra delle nostre possibilità”

mercoledì 4 gennaio 2017

Italia nel baratro

Lo hanno chiamato “Salva Risparmio” ma si tratta dell’ennesima manovra salva banche. Il testo della risoluzione prevede che il debito pubblico potrà aumentare fino a 20 miliardi di euro con lo scopo di finanziare tutti quei provvedimenti atti a tutelare il sistema bancario. A Montecitorio la risoluzione è passata con 389 sì, 134 no e 8 astenuti, mentre a Palazzo Madama il via libera è arrivato con 221 sì, 60 no e 3 astenuti. Dopo l’ufficializzazione del fallimento dell’aumento di capitale della banca, il Consiglio dei ministri si è riunito poco prima di mezzanotte del 22 Dicembre per un’ora e ha dato il via libera all’istituzionalizzazione di un fondo da 20 miliardi di euro, già approvato dal Parlamento. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha precisato che la prima banca a beneficiarne sarà Monte dei Paschi di Siena, ma “è pensato anche per altre situazioni” e ha aggiunto che “ciascuna banca che sia interessata dovrà fare domanda”. Soprattutto stupisce, se si è ancora in grado di farlo, il modo in cui si conclude la parte finale del testo della relazione presentata al Parlamento dalla presidenza del consiglio dedicata a “finalità del provvedimento e piano di rientro”:
“In relazione all’incertezza sulle modalità, sui tempi e sull’entità finanziaria dei provvedimenti da adottare, l’aggiornamento del quadro programmatico di finanza pubblica e il relativo piano di rientro potranno essere dettagliati con i prossimi documenti di programmazione tenuto conto delle misure che potranno essere effettivamente intraprese”. (Testo completo qui)
In pratica non si sa nulla di come si potranno spendere questi soldi e soprattutto non si sa come saranno restituiti. Ed è proprio su questo punto che le associazioni dei consumatori hanno incentrato la loro protesta. Il Codacons, si rivela subito molto aggressivo nei confronti del governo: “Ancora una volta si tenta di salvare gli istituti di credito ricorrendo ai soldi dei cittadini” così attacca il presidente Carlo Rienzi e continua: “I 20 miliardi di euro che il Governo vuole mettere sul tavolo per far fronte alla crisi delle banche avranno un impatto diretto sugli italiani: è come se ogni famiglia fosse costretta a versare 833 euro per salvare le banche in difficoltà”.
Incalzato dai media, Padoan ha dichiarato: " bisogna continuare con l'azione di controllo e di responsabilità nei confronti di manager che dovessero deviare da comportamenti ovviamente leciti”, dichiarazioni senza riscontri pratici dove continuare ironicamente e tristemente, risulta essere la parola chiave.
Incalzato dai media, Padoan ha dichiarato: “Bisogna continuare con l’azione di controllo e di responsabilità nei confronti di manager che dovessero deviare da comportamenti ovviamente leciti”, dichiarazioni senza riscontri pratici dove continuare ironicamente e tristemente, risulta essere la parola chiave
Inoltre la sfiducia nei confronti del Ministro dello Sviluppo Economico è arrivata alle stelle, i consumatori non credono ad una parola del Ministro Padoan secondo cui “gli impatti sui risparmiatori saranno minimizzati o resi inesistenti”, perché fino ad oggi gli unici soggetti che hanno pagato per la gestione scriteriata delle banche sono stati proprio i risparmiatori, attraverso il crollo delle azioni e l’azzeramento delle obbligazioni subordinate, con perdite complessive per miliardi di euro. Nessun riferimento ai manager che hanno ridotto Mps allo stato in cui si trova adesso, nessuna commissione d’inchiesta nei confronti del Cda della banca, insomma nessun responsabile, perlomeno formale.
La crisi delle banche continua ad esser pagata dai cittadini invece che dai manager degli istituti che hanno prodotto la disastrosa situazione attuale. E continua ad essere una proposta quasi ridicola quella di ricorrere al loro patrimonio personale per sanare il debito. Piuttosto avrebbe senso proporre la sanzione pecuniaria oltre che penale di certi atteggiamenti e certe condotte che risultano rischiose per gli azionisti. Chiaramente, come spesso succede il governo e il suo nuovo premier hanno saputo rivendere la notizia come un traguardo per i risparmiatori:
Gentiloni in conferenza stampa sul decreto Salvarisparmio
Politicamente si tratta dell’inaugurazione di un nuovo patto tra Pd e Forza Italia, le quali prerogative sembrano sempre più chiare agli occhi del pubblico: essere disposti a qualsiasi accordo pur di salvare le aziende del patron Silvio Berlusconi. Negli stessi giorni in cui, per trovare i soldi di Mps ci sono volute poche ore ed un solo Consiglio dei Ministri, sono altri due i fallimenti in ambito di politica economica che pesano come macigni sulle finanze e sul morale degli italiani.
Il primo è l’insuccesso dell’ultimo tentativo di mediazione avuto per la storica azienda romana operante dal 1983 Almaviva Contact; la società sarà costretta a chiudere una delle sue sedi e questo di fatto ha messo sulla strada 1666 dipendenti della sede romana. L’affare Almaviva va avanti da qualche mese ormai ed è recente la notizia rilanciata da Affaritaliani, secondo cui l’azienda in Italia chiude e licenzia mentre investe all’estero e nello specifico in Brasile con una linea di finanziamento da 6 milioni di euro concessa mesi fa da Simest, la partecipata pubblica e italianissima, votata alla internazionalizzazione all’estero delle imprese italiane. Questa operazione sembrerebbe di fatto un tentativo di delocalizzazione dell’azienda, confermando il trend di delocalizzazione avviato dalla maggioranza delle medie e grandi aziende italiane. I costi per le imprese e la pressione fiscale costringono gli investitori ad investire altrove e ad abbandonare l’Italia, mentre le politiche del Mise continuano a concentrarsi sul come trovare i fondi per salvare le banche in crisi. Il viceministro del Ministero dello Sviluppo Economico Teresa Bellanova che ha partecipato alla trattativa di fine dicembre con Almaviva e sindacati (dovesse scomodarsi il Ministro in persona) prontamente ha dato la colpa ai delegati dei sindacati che non sono stati in grado di gestire l’offerta proposta dal governo all’azienda di rinviare di altri tre mesi la fine della trattativa come era stato fatto per la sede di Napoli.
L’offerta del governo era però un semplice palliativo di fronte ad un’enorme discontento dei lavoratori che già da parecchi mesi si portano avanti questa situazione di incertezza lavorativa. Quando a fallire sono le banche, non è mai colpa dei manager che le hanno portate sul baratro, quando invece a fallire sono le aziende che danno lavoro, non ci sono manovre che tengano: licenziamento facile con colpe attribuite a caso e dipendenti mandati a casa tra natale e capodanno. È infatti inaccettabile che ancora una volta dopo i Monti bond, non si sappiano i nomi e i cognomi delle persone che hanno usufruito dei prestiti milionari che Mps ha concesso senza poi rivederne indietro i soldi. Tra le teste di serie dei debitori parrebbe esserci Carlo De Benedetti, che avrebbe usufruito di 600 milioni per la Sorgenia senza mai restituirli per poi farla fallire come l’Olivetti.
Ogni governo che si è susseguito dal 2011 in poi si è sempre dimostrato estremamente compiacente e comprensivo nei confronti dei fallimenti delle banche, nello specifico nel caso di Monte dei Paschi di Siena, offrendo contributi pagati dai cittadini per sanare il debito dell’istituto di credito. Questo atteggiamento compiacente non ha mai avuto una controparte che si occupasse di vigilare i manager e le pratiche che hanno portato al disastro bancario che abbiamo davanti. D’altra parte lo stesso Stato non manca di vigilare le piccole e medie imprese che danno lavoro, non risparmiandole dalle eventuali sanzioni che derivano dal mancato pagamento delle imposte e in generale della pressione fiscale pesantissima che sono costrette a subire. Due pesi e due misure in un sistema di aiuti/sanzioni che impostata così è difficilissima da sopportare, economicamente e moralmente.
A dimostrazione della pessima gestione, sempre tra panettone e cotechino, e sotto la completa disattenzione dei media, la corte di cassazione ha stabilito che d’ora in avanti sarà legittimo il licenziamento con il fine di aumentare i profitti. “Il motivo oggettivo di licenziamento determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva, nel cui ambito rientra anche l’ipotesi di riassetto organizzativo per la più economica gestione dell’impresa, è rimesso alla valutazione del datore di lavoro, senza che il giudice possa sindacare la scelta dei criteri di gestione dell’impresa”. In sostanza Il licenziamento del manager può essere legittimo anche quando i conti dell’impresa sono buoni, la crisi non è all’orizzonte e non ci sono spese straordinarie da sostenere. Questa sentenza riporta indietro di 100 anni i diritti dei lavoratori, per cui già vedevano indebolite le proprie tutele a seguito del Jobs Act di Renzi con l’abolizione del principio di licenziamento per giusta causa nei nuovi contratti a tempo indeterminato.

martedì 3 gennaio 2017

Chi sono quelli che non restituiscono i prestiti al Mps?

Perché una banca può andare a rotoli? Perché i soldi che ha prestato non sono tornati indietro e sono diventati “sofferenze bancarie”, ossia crediti quasi inesigibili che probabilmente non rientreranno tutti o non rientreranno mai. Ma chi sono i furbetti che hanno preso i soldi in prestito dalla banca e poi non riescono o non intendono restituirli? E’ il sig. Mario che ha fatto un mutuo ma poi è stato licenziato e non riesce più a pagare le rate per la casa? Robetta!! E’ la sig.ra Maria che ha chiesto un prestito per pagare il rifacimento della facciata del palazzo e sta saltando le rate? Bazzecole!! A mettere in crisi le banche sono soggetti che somigliano molto ai banchieri e spesso ci vanno a cena insieme: i prenditori.
Una analisi dei debitori del Monte dei Paschi di Siena, porta alla luce tanti nomi della imprenditoria italiana ai quali la banca ha prestato soldi e che da tempo non sono rientrati.
Fra i clienti che non hanno rimborsato il Mps troviamo ad esempio la Sorgenia della famiglia De Benedetti che ha lasciato un buco di 600 milioni e poi Don Verzè fondatore del l’ospedale San Raffaele portato al dissesto con un buco di duecento milioni. Fino all’anno scorso, risulta poi una fidejussione di 8,3 milioni di Berlusconi a favore della ex cognata Antonella Costanza, prima moglie del fratello Paolo. La signora Costanza aveva acquistato, per nove milioni, una villa sfarzosa in Costa Azzurra e aveva dimenticato di pagarla. A Siena, però, conoscevano bene la famiglia Berlusconi e si fidavano. Erano stati i primi a credere nella capacità imprenditoriali di Silvio e non se n’erano certo pentiti.
Ma Mps opera anche attraverso altre banche come la Banca Agricola Mantovana in stretti rapporti d’affari con il gruppo Marcegaglia che ha accumulato un’esposizione verso la banca di 1,6 miliardi..
Insomma da un primo screening viene fuori che il 70% delle insolvenze è concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti superiori ai 500mila euro, dunque molto ma molto di più del sig. Mario o della sig.ra Maria. In totale si tratta di 9.300 posizioni debitorie in cui il tasso di insolvenza cresce all’aumentare del finanziamento. La percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. Si è scoperto poi che gran parte parte dei problemi nasce dopo l’acquisizione della bannca Antonveneta da parte del Mps. I prestiti concessi nel 2008 sono diventati sofferenza nel 2014.
Dunque la crisi del Mps, per la quale lo Stato ha trovato subito e stanziato 8 miliardi di euro, dipende soprattutto dalla stessa classe alla quale appartengono i banchieri. E’ questo il motivo per cui chi sostiene che anche questa volta ci troviamo di fronte ad una “socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti”, ha ragioni da vendere. Una volta che si è deciso di intervenire con fondi pubblici, sarebbe meglio una nazionalizzazione della banca stessa, e non pre restituirla ai banditi di sempre dopo aver risanato i conti, ma per metterla a disposizione del paese e non dei soliti noti.

lunedì 2 gennaio 2017

La fabbrica delle illusioni

Obama esce di scena in maniera quasi infantile, come vendicatore della Clinton. Sanzioni alla Russia, ritenuta colpevole della vittoria di Trump su un'élite incapace di interpretare l'umore dell'opinione pubblica.
Rinnovo delle sanzioni all'Iran, colpevole di essere un Paese che non si piega agli Usa e di avere raggiunto in Siria un accordo di tregua con Mosca e Ankara.
Ha fatto poco, se non l'accordo sul nucleare con Teheran senza però dargli alcun seguito.
Sarà rimpianto solo se il successore farà peggio: in otto anni ai vertici dell'Ufficio Propaganda, lui ha soprattutto moltiplicato le illusioni. Buona fortuna