martedì 11 ottobre 2016

Il grande (?) ritorno degli italiani all’estero

“Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori”. Questo, teoricamente saremmo noi, italiani.
E’ giunta una nuova epoca, nella quale torniamo ad essere trasmigratori. Sebbene la stampa italiana faccia di tutto per presentare come positiva la “grande invasione” degli italiani all’estero, il nostro Paese sembra retrocesso di almeno cent’anni.
Precisamente, all’età giolittiana, quando lo statista Giovanni Giolitti, varie volte Presidente del Consiglio, sceglieva agli inizi del ‘900, per pareggiare il bilancio dello Stato un metodo del tutto originale. Incoraggiava gli italiani ad emigrare, pagava loro il passaporto, e tramite le loro rimesse, pareggiava il bilancio dello Stato. In pratica, l’Italia “grande proletaria” veniva incentivata a partire. Si legga il poemetto “Italy” di Giovanni Pascoli, per capire, seppur a grandi linee, le condizioni miserrime, povere, degradanti dei nostri antenati cent’anni fa.
Oggi come allora, lo Stato Italiano, incita, come soluzione ai problemi interni, i suoi cittadini alla fuga. Si può certamente obiettare che le condizioni siano totalmente cambiate: se prima i nostri avi scappavano per la povertà, ora il nostro Paese, dopo due guerre mondiali, si trova tra i più avanzati al mondo, e certamente non si fugge per espletare il bisogno primario della fame. E allora, cosa succede, per quale motivo siamo tornati ad essere un popolo di emigranti?
In primo luogo, lo dice l’ANSA stessa, gli emigranti attuali sono giovani. Ciò che dovrebbe essere il fiore all’occhiello, la nuova classe dirigente, non trova alcuno spazio, né per crearsi un futuro, né per avere prospettive solide per un’indipendenza. Abbiamo analizzato poco tempo fa quali cause abbiano generato il lavoro precario, da circa una ventina d’anni a questa parte. Le leggi liberiste hanno minato il tessuto sociale nel profondo. I contratti precari non garantiscono continuità lavorativa, e pertanto indipendenza dal nucleo famigliare, creazione di una famiglia, nascita di nuovi figli.
La crisi economica che ci attanaglia dal 2008 ha cancellato migliaia di posti di lavoro, in particolar modo nel nord post – industriale. L’ingresso nel mondo del lavoro di migliaia di giovani è stato talmente rapido, da esserne usciti con altrettanta celerità.
Come se non bastasse, il mondo baronale, ingrigito, gerontocratico delle Università e dei posti di ricerca (e comando) in Italia, non ha mai gradito l’accesso ai “non addetti” ai lavori. Per capirci, alcuni libri di indagini in tal senso (basti citare il Londra Italia di Enrico Franceschini, corrispondente di Repubblica) hanno rilevato la massiccia presenza di Professori e scienziati italiani all’estero, i quali sono stati costretti a fuggire da un Paese che non li ha accettati o li ha ridotti al precariato eterno.
In secundis, il cambiamento di mentalità. I media mainstream, hanno inculcato da tempo l’idea che emigrare sia una cosa di tendenza. La figura del cittadino globale, che può essere a casa propria a Roma come a Budapest, a Parigi come a Berlino, con mete imprescindibili come Barcellona e Londra sempre pronte, è stata narrata, propagandata fino allo spasmo. Il modello “Generazione Erasmus”, dello studente libero, bello e ribelle, è ciò che tuttora gli universitari italiani sognano dal primo giorno in facoltà. Poco importa se si tratta di una realtà falsa e ovattata, creata ad arte dai vari Beppe Severgnini i quali sono arrivati a scrivere addirittura che il progetto Erasmus è stata una benedizione perché l’incontro tra giovani europei aveva generato….. diversi bebé.
La grave colpa che si può attribuire ai giovani attuali è il non avere tentato di lottare in casa propria, cedendo alle lusinghe di questa falsa propaganda, secondo la quale, tentare di cambiare il proprio paese è impossibile, e allora, giocoforza, si deve emigrare. Il coraggio, le potenzialità, l’unione di determinate menti avrebbe sicuramente aiutato la nostra società, desiderosa di svecchiamento, ed invece, questi talenti sono stati assorbiti da Londra, Parigi, Berlino o qualunque altra città offrisse quelle certezze di cui i nostri giovani abbisognano(-vano).
In terzis, i Governi. Non si può, in nessun modo, ragionare in base ad un debito pubblico insaldabile, e rendere le generazioni future schiave dello stesso. I Governi hanno il dovere morale di pensare alle generazioni attuali e future. Hanno il compito di risolvere questa crisi, facendo in modo che i vari italiani fuggiti possano tornare, e mettere a disposizione il loro capitale e le loro conoscenze in questo nuovo contesto socio – economico. Non ottemperare a questo ruolo, evitare di affrontare la questione invocando la strada giolittiana di cent’anni fa, implica scenari catastrofici. Non solo per l’invecchiamento progressivo della società, composta sempre più da immigrati inseriti nel contesto in maniera forzosa e problematica. Si tratta di una auto – amputazione, rivolta però, a chi deve garantire il futuro. E fin quando i nostri giovani (e meno), saranno costretti a partire, le parole crescita, ripartenza, sviluppo, si svuotano di ogni significato. La crisi, è proprio questa.

lunedì 10 ottobre 2016

“Renzi lavora per noi”, assicura l’Unione Europea

C'è chi ancora crede che la sede del potere, qui in Italia, sia a Palazzo Chigi. C'è insomma chi non si è accorto. o non ha capito, quel che è avvenuto negli ultimi 25 anni. Il potere vero, ossia la possibilità di decidere e far rispettare le proprie decisioni, si è progressivamente trasferito dalle singole capitali dell'eurozona a Bruxelles. In specifico nella sede della Commissione Europea, guidata da Jean-Claude Juncker e condizionata fin qui soprattutto dalla Germania.
I governi nazionali, insomma, che beneficino o no del consenso popolare, non contano quasi un tubo. Per lo meno non nella materia principale di ogni scelta politica: economia e finanza. Senza soldi non si possono fare scelte, dunque chi determina gli indirizzi economici e finanziari (il bilanci dei singoli Stati) determina anche le scelte politiche nazionali. Quantomeno riguardo ai saldi finali e alle voci di spesa considerate "inutili" (quelle sociali, ovvio…).
La riprova si è avuta in queste ore, quando il commissario europeo agli affari economici (il "ministro dell'economia" europeo), Pierre Moscovici ha spiegato che l'attuale governo in carica otterrà tutta o quasi la "flessibilità sui conti pubblici" che va chidendo da tempo. Perché in Italia “c’è una minaccia populista. E’ per questo che sosteniamo gli sforzi di Renzi affinché sia un partner forte all’interno dell’Ue”.
Non ci sarebbe da aggiungere altro. E' "populismo" tutto ciò che fa riferimento – strumentale o meno – alle condizioni vita dei singoli popoli. E quindi il pensiero mainstream considera tali sia gli euroscettici un po' razzisti di destra, sia i movimenti politici e sociali della sinistra più o meno radicale che vanno consolidandosi in dversi paesi, soprattutto Piigs.
In specifico, Moscovici ha voluto rassicurare i mercati – gli investitori finanziari – sull'eventualità che la legge di bilancio presentata da Padoan e Renzi, con cifre previsionali chiaramente inventate, possa essere stracciato e riscritto dalla Commissione. In teoria meriterebbe questa sorte, ha fatto capire, ma siccome c'è "la minaccia populista" si concederà qualcosa in più di quanto è previsto dai trattati.
I capitoli che favoriscono questa interpretazione benevola dei trattati sono quelli già individuati dal governo italiano: terremoto e migranti. Spese impreviste in un caso (come se in Italia i terremoti fossero un evento eccezionale e inconsueto…) e spese per fare da "cuscinetto selettivo" dei flussi migratori dall'Africa verso l'Europa.
Naturalmente questa flessibilità non può essere infinita. “Abbiamo detto chiaramente cosa è la flessibilità nel gennaio 2015. Dobbiamo incoraggiare i Paesi che creano molti investimenti, lo abbiamo fatto con l’Italia. Aiutare i Paesi che portano avanti riforme strutturali affinché possano avere più tempo, lo abbiamo fatto con l’Italia. Abbiamo detto che saremmo pronti a considerare spese per la crisi di rifugiati o un terremoto o un Paese che soffre attacchi terroristici come il Belgio. Si tratta di flessibilità precise, limitate e chiaramente spiegate. In generale un Paese deve rispettare i criteri e ridurre il debito, è il principale problema di Italia e Belgio”.
Guinzaglio corto, insomma. Anche a bruxelles sano benissimo che questo contafrottole è capace di tutto. Persino di minacciare l'Unione Europea quando parla in casa e di chiedere la carità quando si presenta in alto loco…

venerdì 7 ottobre 2016

Analfabetismo funzionale e fine della democrazia

Per comprendere la portata di quanto accaduto con l’approvazione della cosiddetta “legge sul cyberbullismo”, meglio indicata come “Legge Ammazza Web” e la cui valenza è ben riassunta dal popolare blogger Cory Doctorow con “la più stupida legge censoria d’Europa”, dobbiamo rispolverare il grande filosofo e piscoanalisti Erich Fromm.
Secondo lo scienziato tedesco, la democrazia può resistere alla minaccia autoritaria sola se riesce a trasformarsi da “democrazia di spettatori passivi” a “democrazia di partecipanti attivi”, nella quale cioè i problemi della comunità siano familiari al singolo e per lui importanti quanto le sue faccende private.
Il particolarismo e l’individualismo della società moderna, sempre più frenetica e affannata nel lavoro e nel consumo, è un fatto già assodato. Quello che invece crea sconcerto, su cui dobbiamo soffermarci, è l’incapacità ormai consolidata di comprendere gli accadimenti della vita collettiva.
ignoranzaSecondo una recente ricerca dell’Ocse, un italiano su due non possiede le abilità di lettura, scrittura e calcolo richieste per lo svolgimento efficiente delle attività della vita quotidiana. Le sue competenze e conoscenze non sono quindi funzionali alla vita nella società moderna: è stato perciò coniato il termine “analfabetismo funzionale”, o di ritorno. Oltre la metà della popolazione (54%) non ha letto alcun libro nell’ultimo anno, e un italiano su 10 dichiara addirittura di non possedere neanche un libro.
Ma, sempre citando Fromm, il saper leggere e scrivere non è affatto una benedizione qualora la gente se ne serva soltanto per leggere scritti che ne impoveriscono la capacità di sperimentare e immaginare.
Il livello di partecipazione alla vita pubblica e l’utilizzo degli strumenti democratici per la metà degli italiani, affetti da analfabetismo funzionale, è pari a quello di un bambino della scuola elementare.
E proprio questa incapacità di comprendere gli avvenimenti e metterli in relazione deve essere alla base dell’approvazione alla Camera della legge sul cyberbullismo e del quasi unanime consenso – o silenzio assenso – del mainstream mediatico.
La proposta di legge era stata avviata già da tempo e a fine luglio, mentre tutti pensavamo alle vacanze o eravamo scossi da qualche tremendo attentato, ha riportato delle modifiche al testo originario davvero draconiane. Quella più clamorosa e sostanziale è che nella casistica di cyberbullismo non deve più rientrare necessariamente un minore. Chiunque può esserne vittima. E questo dovrebbe bastare per comprendere lo snaturamento e la sopravvenuta inappropriatezza della normativa.
Inoltre, la definizione di cyberbullismo è stata ampliata e rientrerà nella fattispecie “l’aggressione o la molestia reiterate, a danno di una o più vittime, anche al fine di provocare in esse sentimenti di ansia, di timore, di isolamento o di emarginazione ,ecc.”, sia essa attuata attraverso “atti o comportamenti vessatori, pressioni e violenze fisiche o psicologiche (…) offese o derisioni, anche aventi per oggetto la razza, la lingua, la religione, l’orientamento sessuale, l’opinione politica, l’aspetto fisico o le condizioni personali e sociali della vittima.” Insomma, il confine con l’informazione critica è talmente lieve da venir meno.
La pena, per chi si macchierà di questo crimine, sarà durissima: oltre al sequestro del computer e degli altri dispositivi mobili, il testo prevede la reclusione da uno a sei anni, anche per chi usa “la sostituzione della propria all’altrui persona”.
Chissà se la maggioranza che ha votato compatta in aula (contrari solo i Cinque Stelle e il gruppo di Civati) soffriva di analfabetismo di ritorno, come i cittadini che si mostrano tacitamente disinteressati, o di opportunismo, altro grande male della democrazia?

giovedì 6 ottobre 2016

In Italia 4,5 milioni di poveri, ma lo spreco di cibo vale 12,6 miliardi di euro

Come ridurre lo spreco di cibo in Italia? Secondo l’analisi diffusa oggi, durante giornata di studio organizzata a Roma dall’associazione Greenaccord e Arsial Lazio, ogni anno nel nostro Paese passando dal terreno alla tavola si sprecano oltre 5 milioni di tonnellate di cibo: falle che mandano in fumo «un controvalore economico pari a 12,6 miliardi di euro», come precisano dall’Agenzia laziale, e rappresentano uno schiaffo inaccettabile sia per i 4,5 milioni di poveri italiani sia per l’ecosistema.
Se non si indagano in profondità i tanti aspetti del fenomeno, difficilmente si può arrivare a risolvere i problemi che esso provoca. Francesco Maria Ciancaleoni, area ambiente e territorio della Coldiretti, sottolinea come in Italia «la maggiore responsabilità è nel consumo, visto che lì si contano il 54% delle perdite. Un modello efficace è quello di prossimità che prevede il riavvicinamento tra chi produce e chi consuma: si tratta di un modello che porta vantaggi sociali e ambientali concreti in termini di riduzione degli sprechi».
Ma per cambiare concretamente rotta è necessario l’apporto di tutti i componenti della filiera, dal produttore al consumatore passando per la distribuzione. A fornire numeri e scenari mondiali sul fenomeno dello spreco alimentare è stata Marcela Villareal, direttrice Divisione partenariati, attività promozionali e sviluppo della Fao, che ha ribadito la necessità di una rivoluzione culturale: «Il 44% della popolazione mondiale negli Anni ‘80 viveva in estrema povertà. Oggi è il 10%, nonostante questo ci sono ancora 800 milioni di persone che soffrono di fame cronica». Secondo uno studio dell’organizzazione Onu «un terzo del cibo prodotto al mondo viene perso durante il processo di produzione o sprecato durante la consumazione. Parliamo di 1,3 miliardi di tonnellate sprecate o perse ogni anno. Una quantità pari a quella che produce l’Africa in cibo». Per combattere queste realtà «serve realizzare gli impegni dell’Agenda 2030 – continua Villareal – che prevedono il dimezzamento degli sprechi e l’introduzione di sistemi di monitoraggio all’interno dei singoli Paesi».
Sprecare 1,3 miliardi di tonnellate di alimenti, dalla materia prima ai prodotti trasformati, significa infatti perpetrare gravissimi danni economici e ambientali, che valgono ben il 7% delle emissioni di gas serra mondiale prodotte.
«È arrivato il momento di una seria riflessione sulla riconquista di valore, non solo economico ma anche etico e culturale del cibo – conclude il presidente di Greenaccord, Alfonso Cauteruccio – Non solo gli attori delle filiere produttive e le catene di distribuzione ma ogni famiglia, soprattutto noi privilegiati residenti nel mondo ricco, è chiamato a ripensare i propri stili di consumo».

mercoledì 5 ottobre 2016

L’anatocismo esce dalla porta e rientra dalla finestra

Dal 1° ottobre 2016, rientra dalla finestra l’anatocismo, ossia l’odiosa pratica di ricapitalizzare gli interessi bancari, oggetto di una ventennale battaglia giudiziaria di Adusbef, che aveva visto consolidare la giurisprudenza in Cassazione e Corte Costituzionale, con il suo divieto assoluto recepito dalla legge di stabilità del 2014.
Infatti la delibera del CICR – Comitato Interministeriale Credito e Risparmio del 3 agosto 2016, intitolata “Modalità e criteri per la produzione degli interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 212 del 10 settembre 2016) attua le nuove norme sull’anatocismo previste dal secondo comma dell’art. 120 del Testo unico bancario (Tub), come riformato dall’articolo 17-bis del decreto legge 14 febbraio 2016, ripristina l’anatocismo su base annua, offrendo al debitore (affidato) la scelta della corda con la quale impiccarsi, ossia di autorizzare l’addebito degli interessi sul conto corrente al momento in cui questi divengono esigibili, dando attuazione alla loro capitalizzazione, oppure estinguerli entro 60 giorni (1 marzo) dal momento in cui diventano esigibili con l’afflusso di nuovi capitali cash.
I correntisti devono quindi scegliere se autorizzare l’addebito degli interessi passivi maturati al 31 dicembre di ogni anno, che così diventano capitale e producono altri interessi, oppure se estinguerli con afflussi freschi di denaro: ad esempio, se un conto affidato matura – per ipotesi- 1.000 euro di interessi conteggiati al 31 dicembre di ogni anno, diventando esigibili entro il 1 marzo dell’anno successivo, o vanno estinti – quindi pagati con denaro cash del correntista- oppure si aggiungono alla sorte capitale del fido, mettiamo di 20.000 euro, che ricapitalizzano per l’anno successivo 21.000 euro di nuovi interessi.
Se il correntista paga gli interessi maturati, non vengono aggiunti al capitale; se autorizza l’ addebito in conto, diventano capitale che maturano altri interessi; se l’affidato non paga gli interessi e non autorizza l’addebito in conto, scatta l’inadempienza contrattuale con l’aggravante di ulteriori interessi di mora. Le banche potrebbero aggiungere alle clausole contrattuali che regolano i rapporti dei conti correnti, che i fondi accreditati nel conto del cliente sul quale è regolato il finanziamento, possano essere impiegati per estinguere il debito da interessi, mentre per i contratti in corso le banche sono state autorizzate – come sempre- ad effettuare variazioni unilaterali dalle nuove norme a partire da domani 1° ottobre 2016, con la descritta richiesta di autorizzazione dell’affidato per l’addebito in conto degli interessi maturati diventati esigibili.
Le banche, ringraziano il Pd (e la maggioranza di Governo) che con un emendamento della scorsa primavera aveva ripristinato e resuscitato l’anatocismo bancario, vietato dal 1° gennaio 2014, essendo grate due volte al CICR ed alla Banca d’Italia, che non ha messo bocca, sul periodo di vacatio legislativa, nel quale l’efficacia della delibera del 2000 è venuta meno a causa della novella dell’ art 120 TUB che ne giustificava la sussistenza, ed il momento in cui diviene operativa la nuova delibera, con la previsione dell’art. 1283 Codice Civile il quale prevede il divieto di anatocismo ad eccezione delle ipotesi in cui sia autorizzato dal cliente dopo la scadenza o derivi da una domanda giudiziale.
Adusbef e Federconsumatori stigmatizzano i comportamenti scorretti di Cicr e Banca d’Italia, che non hanno disposto alcuna previsione di restituzione automatica, con i relativi conteggi, dell’anatocismo illecito, praticato dalle banche dal 1 gennaio 2014 ad oggi. (Adusbef)

martedì 4 ottobre 2016

Pensioni, il bluff propagandistico di Renzi è palese"

Sono solo proposte avanzate verbalmente, neppure sulla carta di progetti legislativi, ma quanto è stato discusso tra Governo e Sindacati sul terreno delicatissimo delle pensioni è già oggetto da parte degli organi d’informazione di una vera e propria campagna di mistificazione.
La realtà viene nascosta da titoli devianti rispetto alla realtà che nascondono i diversi progetti di provvedimento.
Prendiamo ad esempio, ma soltanto come esempio, le due pagine che Repubblica dedica all’argomento.
Il titolo in alto recita : Pensioni a 63 anni e minime più alte. Governo e sindacati firmano l’accordo”. E il catenaccio: “Sei miliardi alla previdenza in un triennio. No tax area, tutele per i lavoratori precoci”.
Qual è la realtà di partenza, tanto per cominciare?
L'età media all'incasso del primo assegno Inps, in particolare, è aumentata di tre anni per le pensioni di vecchiaia (dai 62,5 del 2009 ai 65,6 del 2014) e di quasi un anno per quelle di anzianità (dai 59 anni ai 59,9 anni).
Il bilancio sociale 2014 presentato da Tito Boeri mostra la difficile situazione in cui si trovano molti pensionati. Quasi un pensionato su due, il 42,5%, pari a circa 6,5 milioni d’individui, percepisce un reddito pensionistico medio inferiore a mille euro mensili. Tra questi, il 12,1% non arriva a 500 euro al mese. E le sorprese non finiscono qui perché l’Inps ha comunque il bilancio ancora in rosso. Il saldo tra entrate e uscite evidenzia un disavanzo complessivo di 7 miliardi, benché nel 2014 abbia erogato 20.920.255 pensioni, tra cui 17.188.629 pensioni previdenziali, ossia invalidità, vecchiaia e superstiti, per circa 243,514 miliardi di euro e 3.731.626 pensioni assistenziali. Il reddito medio più basso è dei pensionati residenti al Sud: 1.151 euro; al Nord si sale a 1.396 euro, mentre al Centro si arriva a 1.418 euro.
Questa dunque sommariamente la situazione di partenza.
Entriamo ora nel dettaglio dell’attualità.
Sotto il titolo “L’anticipo pensionistico, via dal lavoro prima con il prestito” è presentata l’APE : punto d’intesa, del resto, che rimane ancora del tutto aperto.
A parte i lavoratori che le aziende mettono fuori per ristrutturazioni o riorganizzazioni (accollandosi però anche il costo dell'Ape) e quelli che rientrano nell'Ape sociale, tutti gli altri - la stragrande maggioranza dei 350 mila potenziali italiani interessati all'Anticipo pensionistico - dovranno pagare di tasca propria la possibilità di ritirarsi sino a tre anni prima. Quanto? Secondo alcune simulazioni, come quelle di Progetica, anche un quarto del futuro assegno previdenziale (quello che s’incassa dal compimento dei 66 anni e 7 mesi, il requisito di legge per andare in pensione). Con una postilla non da poco: la metà della futura rata andrà a ripagare banche e assicurazioni, dunque il sistema finanziario che di fatto rende fattibile l'intera operazione, altrimenti impossibile alla nostra finanza pubblica.
L’ipotesi più probabile è quella di una ridottissima funzione dell’APE in quanto pochissimi potranno usufruirne restando in possesso di un assegno degno di questo nome.
Così com’è accaduto per la previdenza complementare.
In Italia la partecipazione alla previdenza complementare appare ancora limitata. A fine 2015 gli iscritti ammontavano a circa 7,3 milioni e le risorse destinate alle prestazioni avevano raggiunto i 139 miliardi di euro; si tratta di un valore pari a circa l’8,1% del Pil e il 3,3% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. Il tasso di adesione risulta pari al 25,6% rispetto alla forza lavoro e al 29,5% rispetto agli occupati. Per i dipendenti del settore privato il tasso di adesione supera il 33%, con valori diversificati per dimensione aziendale. Si stima un valore prossimo al 50% nelle imprese con almeno 50 addetti che scende al 20% nelle imprese di minore dimensione.
Su questo elemento risiede un altro punto di mistificazione giornalistica: il titolo è “Sgravi fiscali sull’assegno integrativo”.
Ma, come abbiamo visto, questo riguarda soltanto una parte molto limitata della platea interessata all’universo pensionistico.
Addirittura si prevede che chi richiede l’APE potrà affiancare questa richiesta con l’anticipo dell’altra pensione, quella integrativa usufruendo di una “riduzione” non precisata sul piano fiscale. Tassazione che, nel frattempo, il governo Renzi ha innalzato dall’11,5 % al 20%.
Terzo passaggio: una mensilità in più per 3,3 milioni (sempre seguendo il titolo di Repubblica)
La famosa “quattordicesima”.
Per chi si colloca al di sotto dei 750 euro mensili non ci sarà il raddoppio dei 40 euro, bensì, come ha fatto intendere il sottosegretario Nannicini il 30% di aumento, quindi 12 euro in più, che per fare “sciato” saranno versati in unica soluzione.
Nella sostanza gli assegni in più, versati a luglio, corrisponderanno (su pensioni collocate tra i 750 e i 1000 euro al mese) a una fascia di 446 euro (15 anni di contributi), 546 (25 anni), 655 (più di 25 anni).
Infine,la questione della “no tax area” che salirà fino agli 8.125 euro annui (625 euro al mese) soltanto per gli “over 74”: una platea molto limitata, se andiamo a vedere le cifre complessive delle pensioni al di sotto della soglia.
Senza dimenticare la questione degli esodati: siamo ormai all’ottava salvaguardia che così si configura:
1) 1.542 esodati con una contribuzione insufficiente per il diritto alla pensione;
2) 1.779 sprovvisti di una delle condizioni accessorie previste dai singoli provvedimenti;
3) 14.010 non ammessi alle precedenti tutele per via del fatto che maturano tardivamente il diritto all’assegno previdenziale. Si tratta di: 3.099 con decorrenza fra il 7 gennaio 2017 e il 2018 e ulteriori 10mila che maturano l’assegno fra il 2018 e il 2045. Ammontano a circa una decina i lavoratori che hanno decorrenza oltre il 2030, la maggioranza infatti (si parla di 9mila esodati) l’ha entro il 2025.
Per quel che riguarda gli esodati il tema della decorrenza della pensione costituisce una questione centrale
Proprio su questo aspetto il nuovo intervento di ottava salvaguardia dovrebbe allungare la rete. Il disegno di legge presentato alla Camera, e come detto ora in attesa in commissione Lavoro, prevede di tutelare all’incirca 32mila esodati, quelli che maturano la pensione entro il 2019, nonostante la decorrenza dell’assegno sia successiva a questa stessa data.
Si ricorda inoltre che la liquidazione del trattamento pensionistico è stata completata nell’estate appena trascorsa per la seconda salvaguardia .
Questo quadro, fatto di piccole cifre per chi ci vive a stento e per di più presi in giro da chi calcola il proprio guiderdone nell’ordine delle migliaia di euro immessi nella cerchia del “sempre meglio che lavorare” si colloca in una situazione generale così composta:
Disoccupazione giovanile. 37,9% in Italia, in Europa la media è del 22%
In generale : a luglio il tasso di disoccupazione all’11,4%,
Nel 2015 il dato di povertà assoluta ha coinvolto il 6,1% delle famiglie.
Inoltre e davvero infine
Il rapporto realizzato dall'organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha mostrato come nella maggior parte dei Paesi la disuguaglianza di reddito abbia raggiunto livelli record.
Secondo il rapporto, nei 34 Paesi membri dell'Ocse il dieci per cento più ricco della popolazione ha un reddito corrispondente a 9.6 volte quello del 10 per cento più povero.
In Italia il 21 per cento più ricco della popolazione detiene il 60 per cento della ricchezza del Paese, mentre il 40 per cento più povero ne controlla solamente il 4.9 per cento.
Una differenza, stando ai dati, accentuata soprattutto dalla crisi economica: tra il 2007 e il 2011, il 10 per cento più povero degli italiani ha perso il 4 per cento della ricchezza, contro l'1 per cento perso dal 10 per cento più ricco.
Le disuguaglianze del reddito non riflettono tanto il tasso di disoccupazione, quanto piuttosto la dispersione salariale, ovvero la differenza di salario tra persone che svolgono simili impieghi.
Dati che non richiedono commento di sorta.
Intanto ci si balocca con le favole del turismo, del cibo, del ponte sullo Stretto, delle Olimpiadi in un Paese privo di piano industriale, incapace di una seria politica di intervento pubblico.
Un paese dove l’evasione fiscale si situa a livello stratosferici: secondo il Rapporto sull’evasione fiscale 2014 pubblicato ministero dell’Economia basato su dati Istat, l’entità del sommerso nazionale nel 2008 oscillava tra i 255 e i 275 miliardi di euro, cifre che in percentuali rappresentano il 16,3% e il 17,5% del PIL.
Un paese dove Cantone proibisce di parlare di corruzione e invece: Nella ventunesima edizione del CPI, l’Italia si classifica al 61° posto nel mondo, così l’Italia rimane ancora in fondo alla classifica europea, seguita solamente dalla Bulgaria e dietro altri Paesi generalmente considerati molto corrotti come Romania e Grecia, entrambi in 58° posizione con un punteggio di 46.
Un Paese nel quale la presenza della criminalità organizzata appare evidente: mafia, n’drangheta, camorra, sacra corona unita così come l’allargamento delle attività economiche coperte da parte di queste organizzazioni ben al di fuori dei territori di riferimento tradizionale.
In realtà, tornando al tema pensionistico, ci sarà un trascinamento propagandistico che arriverà al 4 Dicembre, data del referendum, poi il tutto si dileguerà come neve al sole com’è stato nel caso del Job Act, senza dimenticare il fallimento dell’operazione anticipo del TFR in busta paga.

lunedì 3 ottobre 2016

Shimon Peres: l’uomo del nucleare di Israele

L’ex Primo Ministro e Presidente di Israele, Shimon Peres, è stato un marchio di successo. E’ stato presentato al mondo come signorile, saggio, sostenitore della pace, e voce razionale nel mezzo di un conflitto considerato insensato e senza fine.
Ora che è morto a 93 anni, i media internazionali sono pieni di omaggi toccanti e di elogi commoventi del vincitore del Premio Nobel per la Pace, uno dei più perspicaci ‘padri fondatori’ di Israele, che è stato anche considerato un ‘gigante tra gli uomini’.
Queste caratteristiche erano basate sul sentimento piuttosto che sui fatti, e tuttavia, una completa conoscenza dell’eredità dell’uomo dura ancora certamente tra molti palestinesi, libanesi e difensori della pace e della giustizia in Medio Oriente.
La verità è che Peres non è stato mai veramente un paciere, non ha mai lavorato tanto per raggiungere compromessi politici giusti ed equi che avrebbero preservato la dignità e i diritti dei palestinesi, unitamente alla salvaguardia del futuro del suo popolo. Di fatto Peres era un massimalista, un uomo che apertamente spingeva avanti le sue idee allo scopo di raggiungere i suoi obiettivi, indipendentemente da quale fosse il metodo o il prezzo.
Non era neanche un leader con qualità specifiche che gli permettevano di eccellere in particolari campi della politica. Era, invece, la ‘incarnazione della quintessenza del politico israeliano che scambiava i ruoli e che cambiava marchio quando l’occasione o il ruolo lo richiedevano.
“Per vari decenni Peres è stato primo ministro (due volte) e presidente, anche se non ha mai realmente vinto un’elezione nazionale completamente ,” ha scritto Ben White su Middle East Monitor. “E’ stato membro di 12 governi e ha avuto dei periodi come ministro della difesa, degli esteri e della finanza.”
Era anche definito “guerriero” in patria e ‘colomba’ della pace nei forum internazionali. Ha dato sempre l’impressione di essere gentile e formale, e i media occidentali spesso accettavano quella immagine sbagliata facendo poche domande.
Per molti, però, Shimon Peres era un falso profeta. Come Ehud Barak, Tzipi Livni, Ehud Olmert e altri era un ‘paciere’ soltanto di nome ed era definito così soltanto da coloro di cui soddisfaceva gli ideali.
Temendo che la sua reputazione di “troppo tenero ” per guidare Israele, che di solito è comandato da generali temprati dalla battaglie, avrebbe influenzato la sua posizione tra gli elettori, Peres spesso infliggeva punizioni al popolo palestinese e a quello libanese. La sua storia è stata piena di brutali crimini di guerra che restavano impuniti.
Anche se viene ricordato per aver ordinato il bombardamento di un rifugio dell’ONU nel villaggio libanese di Qana nel 1996, che uccise e ferì centinaia di persone innocenti, la lista dei suoi crimini di guerra collegati al suo nome è lunga quanto la sua carriera. E’ restato, proprio fino alla fine, un fedele sostenitore delle guerre del governo israeliano di destra contro Gaza e dell’assedio a quella regione impoverita e tradita.
Anche come ‘paciere’ ha fallito terribilmente. Ha perorato gli Accordi di Oslo come un trattato politico che avrebbe rafforzato l’occupazione israeliana e trasformato quel poco che restava della Palestina storica in Bantustan *scollegati, come era successo, forse anche in misura peggiore, nel Sudafrica dell’apartheid. Certamente, comunque, Peres si assunse la responsabilità oppure espresse alcun rimorso per la conseguente situazione critica dei palestinesi.
Cionondimeno, il marchio di Shimon Peres è vecchio. Attraversa tutto il corso della sua lunga carriera, cominciando da quando entrò nelle milizie sioniste clandestine, prima che Israele si stabilisse sulla terra palestinese espropriata. Al suo gruppo militante, Haganah, fu affidata l’attuazione del Piano Dalet che mirava, sostanzialmente, alla pulizia etnica della popolazione palestinese della sua patria storica.
Essendo uno dei ‘discepoli di David Ben Gurion’, il Primo Ministro di Israele’, Peres “trascorse la sua lunga carriera politica sotto i riflettori,” anche se “i suoi più grandi successi venivano preparati nell’ombra,” secondo Yaron Ezrahi, un professore di politica all’Università ebraica di Gerusalemme, come citato da Jonathan Cook.
Uno dei suoi successi è stata la bomba nucleare. Anche se vari paesi del Medio Oriente, soprattutto l’Iraq e l’Iran vengono spesso derisi per le armi nucleari che non hanno mai posseduto, Pers è stato il padre fondatore nella regione delle armi di distruzione di massa.
“Peres, come il suo mentore, credeva che la bomba israeliana fosse la chiave per garantire la posizione di Israele – sia a Washington, D.C. che tra gli stati arabi – come potenza incontestabile in Medio Oriente,” ha scritto Cook.
Eludendo le proteste americane, Peres ha “reclutato” l’appoggio clandestino di Gran Bretagna, Francia, Norvegia e di altri paesi per realizzare la sua ambizione.
Tuttavia, durante tutta la sua carriera, Peres non smise mai di parlare di ‘pace.’ La sue retorica e la faccia atteggiata a ‘sincerità’ soddisfaceva anche suoi rivali politici per la giustapposizione di Peres amante della pace rispetto, per esempio, al guerrafondaio Ariel Sharon, la quale mostrava Israele come paese con sane istituzioni democratiche.
Tuttavia, la vera presa in giro è che le differenze tra Peres e i suoi rivali che comprendevano anche l’ex Primo Ministro israeliano, Yitzhak Shamir, erano a malapena evidenti, e soltanto rilevanti all’interno del contesto politico e storico di Israele.
Per esempio, Shamir che guidò il governo dal 1983 al 1984, e, di nuovo dal 1986 al 1992, era membro del gruppo terrorista paramilitare sionista, Lehi, noto anche come Banda Stern, nell’epoca in cui Peres era membro dell’Haganah. Durante tutte le loro carriere di militanti e di politici, entrambi hanno collaborato sull’argomento della pulizia etnica, hanno dichiarato guerre, hanno esteso le colonie ebraiche illegali, e hanno rafforzato l’occupazione militare della terra Palestinese dopo il 1967.
Tuttavia, il ’signorile’ Peres sceglieva accuratamente le sue parole ed era effettivamente un diplomatico astuto, mentre Shamir era un personaggio brusco e sgradevole. Per quanto riguarda la differenze pratiche, tuttavia, gli esiti finali delle loro politiche erano praticamente identici.
Un esempio particolarmente deplorevole di questo è stato il governo di unità di Israele nel 1984 che aveva una composizione della leadership molto peculiare che comprendeva sia Shamir del partito di destra Likud e Peres del partito laburista che all’epoca era nella prima fase della sua “reinvenzione” come ‘colomba.’ Yitzhak Rabin fu destinato all’incarico di Ministro della Difesa).
Questi due individui che sono stati al timone della leadership israeliana costituivano la peggiore combinazione possibile dal punto di vista dei palestinesi che vivevano nei territori occupati. Mentre Shamir e Perez avevano il ruolo rispettivamente di intransigente e di ricercatore della pace, di fronte alla comunità internazionale, entrambi i personaggi e i loro governi erano a capo di un retaggio saturo di violenza, dell’annessione illegale della terra palestinese e dell’espansione degli insediamenti.
Il numero di coloni ebrei che si erano trasferiti nei territori occupati, tra il 1984 e il 1988, aumentò considerevolmente, contribuendo a una politica di lenta annessione della terra palestinese e, prevedibilmente, della pulizia etnica di molte altre persone.
Nell’ottobre 1994, a Peres, insieme a Yasser Arafat e a Yitzhak Rabin, fu assegnato il Premio Nobel per la Pace. Mentre Rabin venne assassinato da un estremista ebreo e Arafat morì a causa di un sospetto avvelenamento, Peres è vissuto fino a 93 anni, difendendo l’interesse di Israele a spese dei palestinesi, proprio fino alla fine, giustificando le guerre israeliane, l’assedio e l’occupazione militare.
Gli Israeliani e molti media occidentali tradizionali possono pur lodare Peres come un eroe, ma per i palestinesi, i libanesi e per moltissimi altri, è un altro criminale di guerra che è scampato a qualsiasi obbligo di rispondere dei suoi innumerevoli misfatti.