lunedì 5 settembre 2016

Imposte dall’alto: i 13 miliardi del paradosso europeo

Ha fatto scalpore negli ultimi giorni la decisione della Commissione Europea di condannare la Apple al rimborso di tasse non pagate in seguito ad un accordo fiscale illegittimo con l’Irlanda; la cifra a cui ammonterebbe l’evasione fiscale è da capogiro: 13 miliardi di Euro. La situazione paradossale è originata dalla posizione presa dall’Irlanda: il paese dovrebbe incassare la somma esorbitante, ma ritiene che non ci sia stata alcuna illegalità e che la multinazionale americana sia perfettamente in regola con il fisco.
Per comprendere meglio la controversia è necessario partire dal lontano 1980: in quel periodo non esisteva né l’UE (che si chiamava ancora Comunità Economica Europea), né tantomeno l’Euro, e la Repubblica Irlandese stava affrontando l’ennesima grave crisi economica, con il numero dei disoccupati in continuo aumento; lo Stato, per arginare il fenomeno, decise di intraprendere una serie di riforme su larga scala, che prevedano anche degli accordi fiscali anticipati con le multinazionali: il cosiddetto fenomeno del “Tax Ruling”. In pratica, per attrarre capitali dall’estero e creare posti di lavoro, venivano concesse importanti agevolazioni alle grandi imprese che investivano nel paese. La storia di Apple in Irlanda nasce proprio da questa fattispecie: inizialmente l’azienda originaria di Cupertino, aprendo una nuova sede a Cork, assunse 60 dipendenti; nel corso degli anni il numero dei lavoratori è centuplicato, arrivando a 6mila in tutta l’isola. Appare evidente che la multinazionale americana, la quale ha sempre avuto nella strategia di delocalizzazione uno dei suoi cavalli di battaglia (basti pensare a tutta la manifattura dei prodotti in Cina, dove il costo della manodopera è assai inferiore), ha saputo sfruttare al meglio l’accordo preso con la Repubblica Irlandese, aumentando la propria influenza nelle scelte di politica economica nazionale.
Infatti nel frattempo il regime di agevolazioni fiscali è continuato, anzi, a detta della Commissione Europea, si è incrementato, fino a giungere ad un’aliquota irrisoria dello 0,005% sui profitti nel 2013. Il problema è sorto a causa della cessione di una parte della sovranità dello Stato in seguito alla costituzione dell’Unione Europea. Prima infatti l’Irlanda aveva tutta la libertà di attuare accordi fiscali anticipati, sostenuta anche dalla teoria economica neo-classica, in particolare Pigouviana, secondo la quale è necessario ricompensare con sussidi le attività che generano “esternalità positive”(come dare lavoro a molti disoccupati per es.). la situazione si è invece assai complicata con l’istituzione del Mercato Unico: non è più sufficiente valutare l’equità della tassazione rispetto alle altre imprese operanti in Irlanda, ma deve essere relazionata a quelle di tutta Europa. L’accusa mossa dalla Commissione Europea è infatti quella di concorrenza sleale, definendo come semplice “aiuto di Stato” la relazione contrattuale fra Apple e Irlanda , rinnovatasi per più di 35 anni, che ha contribuito fortemente al risveglio economico della “Tigre Celtica” negli anni ’90, influendo anche sulle caratteristiche demografico-sociali di un’intera nazione. Alla luce di tutto ciò, risulta più facile comprendere perché l’Irlanda ritiene che quei 13 miliardi di Euro non siano in alcun modo dovuti dalla multinazionale americana; c’è infatti in gioco la reputazione stessa del paese, e difficilmente in futuro altre imprese saranno disposte ad investire in Irlanda se la condanna della Commissione dovesse essere confermata.

venerdì 2 settembre 2016

Monte dei Paschi di Siena: salvata da J. P. Morgan?

Dunque il Monte dei Paschi di Siena è "salvo"? E, se sì, può essere questa la svolta decisiva della crisi bancaria italiana? Se la risposta alla prima domanda è assolutamente prematura, quella alla seconda è un rotondissimo no. Ma c'è un'altra domanda. Nel caso il salvataggio si concretizzi, quale sarà il nome del proprietario della nuova good bank? Non sarà, per caso, quello di JP Morgan?
La paura fa novanta, e gli oligarchi della finanza si son dati da fare ad architettare una via d'uscita da una situazione che rischiava di avere pesanti ripercussioni su tutto il settore bancario. Idem i decisori politici, semplicemente atterriti all'idea di dover applicare ilbail in- che pure hanno approvato in sede europea - alla quarta banca italiana.
Insomma, Mps è stata considerata da tutti costoro Too big to fail, anche se nel caso non di fallimento si sarebbe trattato, bensì (come si dice nell'insuperabile eurocratese) di una "risoluzione". Il problema è che il conto di queste "risoluzioni" (vedi il caso delle quattro banche "risolte" l'autunno scorso) spetta oggi a chi possiede obbligazioni, in primo luogo quelle subordinate.
Il governo si è dunque preoccupato dei risparmiatori che sarebbero stati colpiti? In parte sì, perché un simile esito avrebbe tolto altri consensi ad un Renzi già in affanno. Ma la preoccupazione maggiore è stata un'altra, quella del cosiddetto "contagio". Non solo l'applicazione del bail in ad Mps avrebbe determinato perdite vistose (nell'ordine di qualche miliardo) agli investitori istituzionali (altre banche, assicurazioni, fondi), ma avrebbe fatto crollare il valore dei bond emessi dagli altri istituti di credito, con un effetto a cascata difficile da valutare ma certamente imponente.
Il Sistema (con la maiuscola) - intendendo con tale termine l'insieme (spesso intrecciato) dei poteri economici e politici - ha dovuto perciò reagire. Prima con la ricerca di una scappatoia che consentisse un intervento pubblico in deroga alle norme europee, poi, vista l'indisponibilità della Commissione Europea, con la predisposizione di un piano che viene pomposamente definito di "mercato", ma che ha come protagonisti alcuni dei principali avvoltoi della finanza internazionale.
E siccome un siffatto "mercato" piace assai dalle parti di Francoforte, ecco che gli uomini di Draghi hanno dato l'atteso via libera ad un'operazione che, più che a Siena od a Roma, sembra concepita a New York. Per l'esattezza all'indirizzo di Park Avenue 270, dove si trova il quartier generale di JP Morgan, una delle più grandi banche d'affari del mondo.
Già, JP Morgan, quella simpatica istituzione che in un rapporto del 28 maggio 2013 si premurò di definire le costituzioni nazionali del Sud Europa come «inadatte a favorire la maggiore integrazione dell'area europea», a causa di una «forte influenza delle idee socialiste» e di una «licenza di protestare» che proprio non si attaglia ai tempi dell'attuale dittatura finanziaria. Insomma, come compagni di strada, sulla via del referendum costituzionale, Renzi non avrebbe potuto trovarne di migliori.

giovedì 1 settembre 2016

Milano-Roma: l'asse delle stragi del '93 tra bombe e trattative

Via dei Georgofili, via Palestro, S. Giovanni, S. Giorgio al Velabro. Sono questi i luoghi in cui, nella calda estate del 1993, le città di Firenze, Milano e Roma furono colpite dalla furia di Cosa nostra. In pochi mesi l'Italia ripiombò nel terrore dopo che, appena un anno prima, erano stati già uccisi i giudici Falcone e Borsellino. Non bastò l'arresto della belva Totò Riina, in gennaio, per fermare la follia stragista. Le bombe continuarono a scoppiare con tutta la propria potenza. Cambiò il fronte. Dalla Sicilia il sangue fu versato in “Continente”. A ventitré anni di distanza, nonostante lo svolgimento di svariati processi, sono ancora molti gli interrogativi che restano aperti e che meriterebbero una risposta. Quel che è certo è che in quel momento lo Stato subì un colpo durissimo tanto che gli stessi vertici delle Istituzioni arrivarono a pensare ad un Colpo di Stato in atto.
27 luglio 1993, tutto in una notte
In una Milano spopolata, in quella sera di luglio l'agente di Polizia Locale Alessandro Ferrari notò la presenza di una Fiat Uno (che risulterà poi rubata qualche ora prima) parcheggiata in via Palestro, di fronte al Padiglione di arte contemporanea, da cui fuoriusciva un fumo biancastro e quindi richiese l'intervento dei Vigili del fuoco, che accertarono la presenza di un ordigno all'interno dell'auto. Fu un attimo e l'autobomba esplose uccidendo l'agente Alessandro Ferrari e i vigili del fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno ma anche l'immigrato marocchino Moussafir Driss, che venne raggiunto da un pezzo di lamiera mentre dormiva su una panchina.
Erano le 23,15. Il Padiglione di Arte Contemporanea venne completamente distrutto ed altre dodici persone rimasero ferite. Pochi minuti dopo la stessa scena si verificò a Roma quando due ordigni esplosero, uno sul retro della Basilica di San Giovanni in Laterano dove ha sede la Curia. L’altro davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro. Nelle stesse ore venne registrato un black out a palazzo Chigi, la sede del Governo e le linee telefoniche rimasero isolate per alcune ore. Quegli attentati vennero messi subito in relazione a quelli in via Fauro a Roma (14 maggio 1993) e in via dei Georgofili a Firenze (27 maggio 1993, 5 morti).
�Le indagini ed i processi
Parte della verità sulla strage di via Palestro venne ricostruita grazie alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Pietro Carra, Antonio Scarano, Emanuele Di Natale e Umberto Maniscalco. Così, nel 1998, Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano, Gaspare Spatuzza, Luigi Giacalone, Salvatore Benigno, Antonio Scarano, Antonino Mangano e Salvatore Grigoli vennero riconosciuti come esecutori materiali della strage di via Palestro nella sentenza per le stragi del 1993. Tuttavia nella sentenza veniva anche messo nero su bianco che: “Purtroppo, la mancata individuazione della base delle operazioni a Milano e dei soggetti che in questa città ebbero, sicuramente, a dare sostegno logistico e contributo manuale alla strage non ha consentito di penetrare in quelle realtà che, come dimostrato dall’investigazione condotta nelle altre vicende all’esame di questa Corte, si sono rivelate più promettenti sotto il profilo della verifica 'esterna'”.�Un nuovo capitolo si è poi aperto nel 2002 quando, sempre in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Carra e Scarano, la Procura di Firenze dispose l'arresto dei fratelli Tommaso e Giovanni Formoso ("uomini d'onore" di Misilmeri), identificati dalle indagini come coloro che aiutarono Lo Nigro nello scarico dell'esplosivo ad Arluno e che compirono materialmente l'attentato. I fratelli Formoso vennero condannati nel 2003 all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Milano ed il giudizio venne confermato anche nei successivi gradi di giudizio.
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La strage di via dei Georgofili
Spatuzza ed i frammenti di verità
Nuovi frammenti di verità sulle stragi del 1993 sono stati portati nel 2008 grazie al pentimento di Gaspare Spatuzza. L'ex boss di Brancaccio in particolare riferì che lui, Cosimo Lo Nigro, Francesco Giuliano, Giovanni Formoso e i fratelli Filippo Marcello e Vittorio Tutino (quest'ultimo, pur essendo condannato per le stragi di Firenze e Roma, assolto in via definitiva per quella di Milano, così che non potrà più essere chiamato alla sbarra, ndr) parteciparono ad una riunione in cui vennero decisi i gruppi che dovevano operare su Roma o Milano per compiere gli attentati; secondo Spatuzza, Formoso e i fratelli Tutino operarono su Milano e in un primo momento lui, Lo Nigro e Giuliano li raggiunsero per aiutarli nello scarico dell'esplosivo e nel furto della Fiat Uno utilizzata nell'attentato, per poi tornare a Roma al fine di compiere gli attentati alle chiese. Con le sue dichiarazioni di fatto Spatuzza scagionò anche Tommaso Formoso, dichiarando che all'attentato partecipò soltanto il fratello Giovanni, che da Tommaso si era fatto prestare con una scusa la villetta di Arluno dove venne scaricato l'esplosivo. Ciò non bastò a portare alla revisione del processo tanto che nell'aprile 2012 la Corte d'Assise di Brescia rigettò la richiesta adducendo che le sole dichiarazioni di Spatuzza non bastavano.
Con le stesse motivazioni, di fatto, nel giugno 2015 è stato assolto anche Filippo Marcello Tutino (già in cella ad Opera per la condanna inflitta dal gup di Palermo a 10 anni e 8 mesi di reclusione per essere un affiliato alla famiglia mafiosa dei Brancaccio, ndr), accusato di essere stato il basista della strage. Nelle motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d'Assise di Milano, infatti, si spiega che non basta la testimonianza di un collaboratore di giustizia, seppure attendibile, per arrivare alla condanna. “Le dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza in ordine alla strage di via Palestro, aventi anche carattere autoaccusatorio - scrivono i giudici - appaiono connotate da attendibilità intrinseca in base ai criteri di precisione, coerenza, costanza e spontaneità”. Mentre “appaiono infondate le contrarie deduzioni della difesa dell’imputato”. Secondo la Corte l'attendibilità di Spatuzza (accertata anche nell'ambito di altri procedimenti, ndr) “non si deve confondere con la verifica della sussistenza dei necessari riscontri alle dichiarazioni del collaboratore”. Nessuno tra gli elementi forniti da Spatuzza sul coinvolgimento di Tutino secondo giudici “assume un valore decisivo di riscontro individualizzante” a carico dell’imputato. Così come “nessun concreto elemento è ricavabile dalle dichiarazioni” di altri collaboratori di giustizia. Nonostante la “provata appartenenza” a Cosa Nostra, quindi, i giudici hanno assolto Tutino dall’accusa di strage con la formula “per non aver commesso il fatto”.
Il pm della Dda di Milano Paolo Storari, che aveva chiesto la condanna all’ergastolo, ha presentato lo scorso dicembre ricorso in appello contro l'assoluzione.
Secondo il pm la strage di via Palestro si inseriva “nella più ampia strategia stragista che andava da Capaci, passando per via D’Amelio, via dei Georgofili, l’attentato a Maurizio Costanzo e il fallito attentato allo stadio Olimpico”.
Il caos e la firma di Cosa nostra
Il sospetto che dietro a quelle stragi vi fosse la mano di Cosa nostra emerse sin da subito e le indagini passarono in fretta dalla procura di Milano a quella di Firenze in quanto l'esplosivo utilizzato nell'attentato era lo stesso di quello utilizzato in via dei Georgofili.
Oggi quale fosse il clima che si respirava all'epoca lo sappiamo con più certezza anche grazie alle deposizioni di tanti smemorati di Stato al processo trattativa Stato-mafia. A cominciare dall'ex Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Davanti alla Corte d'assise di Palermo ha confermato che dopo le bombe del '93 ai livelli più alti delle istituzioni di allora si ebbe immediatamente la consapevolezza di un attacco diretto da parte della mafia. L'ex presidente parlò esplicitamente “di un aut-aut nei confronti dello Stato da parte della mafia corleonese per alleggerire la pressione detentiva o, in caso contrario, proseguire nella strategia destabilizzante dello Stato”. Parole che ben fanno comprendere il clima teso dell’epoca, nel quale si sono consumate le stragi del ’92 e ‘93.
Anche l'ex Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi fornì importanti tasselli per fornire una chiave di lettura. Ciampi, all'epoca, era particolarmente preoccupato per lo strano black-out di Palazzo Chigi. Dopo la notte delle bombe, annunciò di voler riformare i servizi segreti e il 2 agosto 1993, partecipando a sorpresa alla commemorazione della strage di Bologna del 1980, intervenne dal palco: “È contro questa concreta prospettiva di uno Stato rinnovato che si è scatenata una torbida alleanza di forze che perseguono obiettivi congiunti di destabilizzazione politica e di criminalità comune”. Anni dopo, ai pm di Palermo, ha aggiunto: “Ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi”.
Ed ecco dunque le domande che scorrono. A cosa si riferiva Ciampi quando parlava di “torbida alleanza di forze”?
Nel corso del tempo sono state raccolte alcune certezze come la relazione della Dia dell’agosto '93 in cui si forniva una lettura chiara sulla natura delle stragi addirittura utilizzando il termine “trattativa”. “La perdurante volontà del Governo di mantenere per i boss un regime penitenziario di assoluta durezza ha concorso alla ripresa della stagione degli attentati - scrive la Dia - Da ciò è derivata per i capi l’esigenza di riaffermare il proprio ruolo e la propria capacità di direzione anche attraverso la progettazione e l’esecuzione di attentati in grado d’indurre le Istituzioni a una tacita trattativa”. “Verosimilmente – continua la nota – la situazione di sofferenza in cui versa Cosa Nostra e la sua disperata ricerca di una sorta di soluzione politica potrebbe essersi andata a rinsaldare con interessi di altri centri di potere, oggetto di analoga aggressione da parte delle istituzioni, ed aver dato vita ad un pactum sceleris attraverso l’elaborazione di un progetto che tende a intimidire e distogliere l’attenzione dello Stato per assicurare forme d’impunità ovvero innestarsi nel processo di rinnovamento politico e istituzionale in atto nel nostro paese per condizionarlo”.
Gli investigatori della Direzione antimafia avvertono anche i rischi che si sarebbero corsi qualora vi fosse una revoca “anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’Art. 41 bis”. Questa infatti “potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe”. Il risultato? Nel novembre successivo, appena due mesi dopo l’arrivo della al Ministero degli Interni, il Ministro della Giustizia Giovanni Conso lascerà scadere il regime di 41 bis per 373 detenuti mafiosi.
Se su questi fatti si sta indagando e si sta svolgendo un processo a Palermo vi sono anche elementi sulla strage che andrebbero approfonditi.
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La Basilica di San Giovanni in Laterano
Punto di domanda
Un primo interrogativo riguarda proprio la scelta dei luoghi da colpire. Attentare al patrimonio artistico e culturale di un Paese, non manifesta solo la volontà di metterlo all'angolo, ma quasi annientarlo. “Ti immagini se l'Italia si sveglia e non trova più la Torre di Pisa?”, avevano suggerito a Nino Gioè, nel tentare di convincere la mafia a procedere con gli attentati per tutta la Nazione. A dargli l'idea, forse, la Primula Nera, l'ex terrorista nero e legato ai servizi segreti, Paolo Bellini. Il sospetto che dietro a quegli attentati non vi fosse solo Cosa nostra è più che legittimo. Chi ha indicato alla mafia i luighi da colpire? Sicuramente appare difficile pensare che i boss palermitani siano stati grandi esperti d'arte da sapere che in via Palestro vi fosse il PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea) ed è un dato di fatto che, sul piano artistico, di luoghi da colpire ve ne fossero di più importanti. Del resto vi è persino il dubbio che sia stato veramente questo l'obiettivo. Proprio Spatuzza ha dichiarato che “a Milano sorsero problemi e l’obiettivo venne mancato di 150 metri”.
A circa cento metri dal museo si sarebbe trovata una sede massonica: il Centro Europeo di comunicazione, guidato dal Gran Maestro Giuliano Di Bernardo. Poco distante, poi, vi era presumibilmente un ufficio dei Servizi Segreti ed anche gli uffici di Marcello Dell'Utri, oggi imputato al processo trattativa Stato-mafia e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Quella bomba esplosa in anticipo, che secondo i pentiti non avrebbe dovuto fare vittime, doveva essere un messaggio per queste organizzazioni o per lo stesso ex senatore?
Resta avvolto nel mistero chi ha acceso la miccia o chi ha guidato l'auto fino al PAC. Assolti entrambi i fratelli Tutino, vi sono dei testimoni che parlano di una donna, bella, bionda e magra, probabilmente sotto i trent'anni (identikit simile a quello fornito da altri testimoni sull’attentato di via Fauro a Roma). Potrebbe essere stata lei a parcheggiare la Fiat Uno per poi dileguarsi su un'altra autovettura con due uomini a bordo. Quell'identikit però sparisce completamente dalle indagini e, di cosneguenza, anche dalle sentenze. �Un altro nome che non finì mai nelle inchieste è quello di Roberto Enea, capo di Cosa nostra a Milano. Vi sarebbero delle riprese che lo ritraevano mentre si allontanava frettolosamente da via Palestro proprio poco dopo l'esplosione. Se si considerano le regole di Cosa nostra appare inverosimile che non fosse stato informato sull'attentato che si doveva compiere. Ad oltre vent'anni dalle stragi, dunque, restano gli interrogativi ed un'attesa di verità e giustizia da parte dei familiari delle vittime. Un'attesa che, si spera, non sia eterna.

mercoledì 31 agosto 2016

La disperazione degli USA e il ritorno di Kissinger

L’élite anglo-statunitense appare molto preoccupata dai neocon (Bush/Clinton) ancora incapaci di fermare, o anche rallentare, la Russia. Sono sempre più seccati dagli impotenti e isterici Rambo guerrafondai neocon di sinistra e di destra appollaiati su Hillary Clinton. L’élite anglo-statunitense cerca una via d’uscita e, evitando di mostrare disperazione, cerca di resuscitare il leale servitore Henry Kissinger. Invece delle minacce inefficaci dei clintoniani (Ashton Carter, John Allen, Leon Panetta, Michael Morell, ecc), tale élite cerca di rivivere la strategia del lento avvelenamento utilizzata da Kissinger negli anni ’70. Kissinger, ai loro occhi, ottenne tre grandi successi con la sua distensione “amichevole”:
1) indebolire e minare, progressivamente ma inesorabilmente, la Russia,
2) dividere Russia e Cina
3) neutralizzare l’influenza russa in Medio Oriente
La politica aggressiva feroce e squilibrata dei neocon è riuscita a vanificare i successi geostrategici di Kissinger. In un certo senso, è una fortuna per l’umanità, prova della capacità diplomatica di Vladimir Putin e chiara indicazione della stupidità rapace della dirigenza Clinton/Bush. Per profitto ha venduto alla Russia la corda per impiccarla. Ma ora l’élite anglo-statunitense sa che il gruppo, la mafia, l’istituzione a cui ha dato le chiavi della macchina, ha creato una situazione mortale per il suo dominio. L’economia degli Stati Uniti è indebolita dall’esplosione del saccheggio finanziario, al punto che anche la capacità bellica è a repentaglio. E l’élite sa che la Russia e i suoi alleati non cederanno al feroce ma isterico e vacuo assalto ideato dagli stupidi criminali di guerra neocon. Questa volta non ci sarà una vile guerra fasulla come quella contro l’Iraq o la Libia. Questa volta ci sarà una vera guerra nucleare. E l’élite anglo-statunitense è pronta ad iniziare qualsiasi guerra contro un nemico capace di difendersi, sebbene sia terrorizzata da una guerra vera in cui rischia di perdere. Sa, inoltre, che nonostante le avventure militari e le attuali spese militari, gli Stati Uniti sono sempre più isolati. Sa che, nonostante gli investimenti nella propaganda goebbelsiana, la NATO non è la bacchetta magica che si sognava. Mentre l’economia reale dei Paesi che l’ospitano viene dissanguata, la struttura della NATO non è più capace di adempiere la sua missione, che era: “Tenere fuori i russi, dentro gli americani e gli europei sotto”. I recenti sviluppi in Turchia mostrano, per la prima volta, che un colpo di Stato sponsorizzato da NATO/USA è fallito. Ora, la Turchia segue una nuova traiettoria politica e un nuovo campo geostrategico. Anche se è difficile prevedere con assoluta precisione cosa accade, è chiaro che un processo di progressiva disgregazione del dominio anglostatunitense è iniziato e potrebbe progredire molto velocemente e molto drammaticamente. La possibilità che la Turchia lasci la NATO, de jure o de facto, è contemplata da molti osservatori competenti. Una relazione militare informale con Russia, Cina (e Iran!) è già un dato di fatto. La nota rete d’influenza statunitense nominalmente gestita da Fetullah Gulen viene smantellata non solo in Turchia, ma anche in Azerbaigian e si ritiene sia indebolita e neutralizzata in tutte le aree turcofone, cioè sul fianco meridionale dell’ex-Unione Sovietica. Queste aree avrebbero dovuto essere il bastione “occidentale” contro la Russia, ma diventano rapidamente il contrario.
Eltsin-Clinton La lezione turca viene studiata molto attentamente da molti Paesi. Partendo dalla leadership della Bulgaria che preferì vigliaccamente il suicidio economico quando la beniamina di Hillary Clinton, Victoria Nuland, chiese di annullare il gigantesco gasdotto South Stream della Russia. La lezione turca è studiata nei Balcani, Medio Oriente, Nord Africa e naturalmente Europa. La decisione inglese della Brexit, anche se chiaramente dettata da considerazioni intelligenti, realpolitik di sopravvivenza “per combattere un altro giorno”, rientra tra queste lezioni e probabilmente fu un incentivo per esercito ed élite turche per il colpo di Stato di Gulen. E così il decrepito Kissinger viene di nuovo presentato sulla scena pubblica dalle élite che sperano di poter di nuovo ricorrere al trucco della “distensione”. Vi sono seri dubbi che la Russia ci caschi nemmeno per un secondo. Nonostante i molti “amici” della Russia che a gran voce raccontano a Putin: guarda, guarda quanto è buono Kissinger, rappresenta la fazione dei buoni in occidente. Firma un accordo con lui e tutto andrà bene. Molto probabilmente la Russia tratterà il “fattorino” con estremo rispetto formale, arriverà anche a discutere e negoziare per forma. Ma non potrà mai lasciare che la sua strategia sia condizionata dalle promesse dell’uomo della distensione. Non ci sarà un altro Gorbaciov, né uno Eltsin. Anzi, al contrario. Forse non ci sarà nemmeno un Medvedev nel futuro della Russia. Il 4 febbraio Kissinger era a Mosca per un discorso presso il Fondo Gorchakov, a spiegare perché rappresenti l’alternativa allo scontro, e a presentare il suo piano per tornare ai bei vecchi tempi, cioè a quando la Russia venne… regalmente sabotata. Vedasi il discorso completo.
Il 19 agosto, il Dottore ritorna sulla stessa solfa in una intervista a Jacob Heilbrunn per la rivista National Interest. E’ molto eloquente del disagio presso i padroni di Kissinger. Da una parte, il vecchio factotum di Wall Street dice parole che, secondo lui, saranno gradite a Mosca (critica l’atteggiamento contro la Russia dei neocon), dall’altro non può spiegare con franchezza che la sua strategia della distensione negli anni ’70 e le sue “belle parole” nel 2016 hanno lo stesso scopo: distruggere la Russia! Gli viene chiesto: “la distensione ha giocato un ruolo fondamentale nell’eliminare l’Unione Sovietica, no?” La risposta di Kissinger: “Questo è il mio punto di vista. Abbiamo usato la distensione come strategia bellica contro l’Unione Sovietica“.
Vedasi il seguente scambio:
Heilbrunn: avevo dimenticato che c’era riuscito. Alla fine, però, la distensione ebbe un ruolo fondamentale nell’eliminare l’Unione Sovietica, no?
Kissinger: Questo è il mio punto di vista. Abbiamo usato la distensione come strategia bellica contro l’Unione Sovietica.
Heilbrunn: Sono stupito che ciò non abbia più attenzione in Europa, questa è l’opinione comune, che la distensione fosse essenziale per ammorbidire l’Europa orientale e l’Unione Sovietica, abbandonando la memoria della seconda guerra mondiale, mentre negli Stati Uniti ne abbiamo una visione trionfalistica.
Kissinger: Beh, c’è l’idea che Reagan iniziasse il processo con il suo discorso sull’Impero del Male che, a mio parere, avvenne nel momento in cui l’Unione Sovietica era già sulla via della sconfitta. Eravamo impegnati in una lotta a lungo termine, generando molte analisi concorrenti. Ero sulla linea dura dell’analisi, ma sottolineai anche le dimensioni diplomatiche e psicologiche. Dovevamo condurre la guerra fredda da una posizione in cui non fossimo isolati e in cui avessimo la miglior base per guidare conflitti inevitabili. Infine, avemmo l’obbligo particolare di trovare un modo per evitare il conflitto nucleare, dato che minacciava la civiltà. Cercammo una posizione per essere pronti a usare la forza quando necessario, ma sempre nel modo per poterlo esibire chiaramente come ultima risorsa. I neoconservatori hanno una visione più assolutista. Reagan usò il lasso di tempo a disposizione con notevole abilità tattica, anche se non sono sicuro che tutto fosse previsto. Ma l’effetto fu estremamente impressionante. Credo che la distensione ne fu il preludio indispensabile.
Heilbrunn: L’altra realizzazione monumentale era ovviamente l’apertura alla Cina. Che ne pensa oggi?
Kissinger: La riduzione del ruolo sovietico in Medio Oriente, non fu da meno.
Heilbrunn: Giusto, e salvare Israele nella guerra del ’73 inviando armi.
Kissinger: Erano collegati.
Heilbrunn: La Cina è la nuova Germania guglielmina di oggi? Richard Nixon, poco prima di morire, disse a William Safire che era necessario aprire alla Cina, ma che creammo un Frankenstein.
Kissinger: Di un Paese che per tremila anni dominava la regione si può dire abbia una realtà intrinseca. L’alternativa sarebbe stata mantenere per sempre la Cina collusa con l’Unione Sovietica, e quindi far divenire l’Unione Sovietica, avanzato Paese nucleare, potenza dominante sull’Eurasia con la connivenza statunitense. Ma la Cina presenta intrinsecamente una sfida fondamentale per la strategia statunitense.

martedì 30 agosto 2016

La Germania: il Ttip è morto. Cremaschi: merito del Brexit

La notizia è volata anche sui media mainstream, telegiornali compresi: dopo Donald Trump, anche il numero due del governo tedesco, Sigmar Gabriel, leader dell’Spd che sorregge la super-coalizione (larghe intese) guidata da Angela Merkel, “boccia” senza appello il famigerato Ttip, cioè il Trattato Transatlantico sul commercio Usa-Ue sviluppato in anni di trattative segrete, condotte a porte chiuse dai responsabili delle principali 1500 lobby statunitensi ed europee, dietro il paravento della Casa Bianca e della Commissione Europea. Trattato che, come trapelato, avrebbe messo fine alle storiche garanzie europee sulla salute, la qualità dell’agricoltura, la sicurezza del cibo e le tutele sul lavoro, autorizzando le multinazionali a “piegare” al loro volere – con pensanti sanzioni – qualsiasi governo si opponesse al loro business. Sarebbe stata la fine dello Stato di diritto, sotto molti aspetti. Ma ora l’incubo sembra dissolversi: «Il governo tedesco dichiara morto il Ttip, grazie alla Brexit», scrive Giorgio Cremaschi, ricordando tra l’altro che il governo Renzi «era il più servile verso il terribile trattato», da approvare a scatola chiusa. Motivo in più per «votare No alla sua controriforma costituzionale».
Il vicepremier della Germania Gabriel, socialdemocratico, ha dichiarato che il Ttip non si farà più, scaricando le responsabilità del fallimento del trattato sulle eccessive pretese degli Stati Uniti, per le loro multinazionali, scrive Cremaschi sulla sua pagina Sigmar Gabriel, numero due della MerkelFacebook. «La verità è che dopo la Brexit i negoziati per il Ttip non sono neppure cominciati. Doveva esserci una sessione decisiva proprio alla fine di giugno e il nostro ministro Calenda si era sperticato sulla necessità di giungere ad un accordo. Il governo Renzi si era mostrato il più servile, il più colonizzato d’Europa». Francia e Germania invece «avevano già frenato sull’intesa». Ma il precedente accordo tra Canada e Ue, con molti dei contenuti del Ttip, «spingeva comunque verso il disastro». Poi, «per fortuna il popolo britannico ha votato No alla Ue ed è saltato tutto: grazie alla Brexit si sono fermati, a dimostrazione che il voto britannico è stato un grande segnale positivo per la libertà e i diritti dei popoli».
Certo non è finita, ammette Cremaschi. Ma «il liberismo sfrenato del Ttip era troppo favorevole agli interessi delle multinazionali Usa: per questo quelle tedesche e francesi alla fine hanno festeggiato il suo fallimento». Ma questo, aggiunge l’ex leader sindacale Fiom, non vuol dire che «le aggressioni al lavoro, allo stato sociale e all’ambiente in Europa finiranno». I poteri economici e finanziari della Ue (e i loro politici di complemento) «continueranno a fare danni finché i popoli europei non li fermeranno». Intanto, però – grazie alla Brexit – «una catastrofe è stata evitata», sintetizza Cremaschi. «Ora dobbiamo evitarne un’altra: la distruzione della nostra Costituzione». Il fronte del Sì al referendum «è fatto dalle stesse forze e interessi che erano favorevoli al Ttip e che avevano demonizzato la Brexit». Sconfiggerli «sarà un passo avanti per l’Italia e l’Europa», visto che «i No dei popoli fanno bene alla democrazia».

lunedì 29 agosto 2016

Italia, crescita zero

Il nostro Paese è attanagliato dalla crescita zero. La crescita zero è condivisa solo dalla Francia (malata con mali simili a quelli nostri) che però annualmente raddoppia su di noi): più 1,4% contro il nostro magro 0,7%: quindi finite le scuse su Brexit (che fino al 30 giugno non può avere influenzato alcunchè: il Regno Unito è cresciuto al 2,2% l’anno) o il terrorismo, rimane come unica ancora cui aggrapparsi la trita storia dei vincoli europei.
La parola d’ordine è “flessibilità” ottenuta la quale il governo potrebbe varare una mano espansiva in grado di dare ossigeno alla nostra boccheggiante economia. Più nello specifico, sia della politica che delle imprese, si invoca una revisione del limite dell’1,8% al deficit pubblico concordato con la Commissione Europea per il 2017.
Dobbiamo porci due domande fondamentali: è vero che finora abbiamo patito più degli altri per colpa dell’austerità? E ci convengono queste mitiche politiche “espansive”?
Sotto il primo profilo è difficile affermare che la pubblica amministrazione abbia tirato la cinghia in Italia? Se prendiamo gli ultimi tre anni completi in Italia, dal 2013 al 2015, notiamo che la spesa pubblica ha rappresentato rispettivamente il 51%, il 51,2% e il 5,5% del Pil, una dinamica che non catalogherei come draconiana. Ed attenzione, insomma, dal 2013 se eliminiamo la spesa per interessi passivi, abbiamo addirittura aumentato un po’ la spesa che comunque nel triennio è piatta come l’olio. Anche a voler calcolare in modo diverso i famosi 80 euro (come diminuzione di tasse e non aumento di spesa come invece li considerano le statistiche Eurostat), il saldo finale, cioè il debito pubblico, non cambia (2,9% nel 2013, 3,0% nel 2014 e 2,6% nel 2015) a conferma che sulla flessibilità abbiamo già ottenuto parecchio, per la precisione l’1,7% negli ultimi tre anni (compreso il 2016 quando il disavanzo dovrebbe attestarsi sul 2,3% del Pil e, a quanto pare, non ne abbiamo tratto grandi benefici). Insomma, salvo che per il costo del debito, la spesa pubblica non cala di un grammo. E la ragione per cui a differenza dei mega deficit di Spagna, Regno Unito e Irlanda che, dopo aver dilatato la loro spesa nel 2010-2011, hanno intrapreso una via di rigore ed ora crescono che è una bellezza. Noi non possiamo farlo per la pesantezza del fardello del nostro debito che è il 132,7 % del nostro Pil e che pure quest’anno con ogni probabilità resterà allo stesso livello.
Insomma anche nel documento di programmazione economica e finanziaria si dice che se diamo l’impressione che non riusciamo a controllare il debito e per di più cresciamo poco si può creare una spirale negativa di percezione che aumenta i tassi richiesti dai creditori, il che aumenta il deficit e il debito e così via.
Insomma pensare di curare i mali italiani con la “flessibilità” è una pia illusione e dovremmo alla fine rendercene conto.

venerdì 26 agosto 2016

Nucleare: costoso e rischioso, sfatiamo (ancora) tutti i miti sulla convenienza

Le rinnovabili stanno compiendo la loro rivoluzione, il futuro sarà all’insegna della mobilità sostenibile, dell’energia pulita e della lotta ai cambiamenti climatici.
Come s’inserisce il nucleare in questo scenario? Per Angelo Baracca, docente emerito di Fisica Teorica dell'Università di Firenze e autore di numerose pubblicazioni su questo tema, in un’intervista sfata alcuni luoghi comuni.
Il ritorno al nucleare conviene? Secondo Baracca no, anzi, è evidente la necessità di abbandonarlo definitivamente.

L’impiego civile del nucleare non contribuisce affatto alla riduzione del gas serra e del CO2: ecco uno dei miti che Baracca sfata, una fandonia in realtà sfatata da vent’anni.
“Vero è che nello stadio attuale di sviluppo […] le emissioni complessive sono inferiori rispetto ad altre fonti di energia, ma […] se potessero svilupparsi massicci programmi nucleari lo sfruttamento di minerali più poveri di uranio porterebbe ad un aumento delle emissioni complessive”, afferma.
E i rischi connessi al ritorno del nucleare sono tutt’altro che pochi, al contrario di quanto affermano i sostenitori dell’atomo, che spesso minimizzano. Le centrali anche durante l'esercizio normale rilasciano emissioni radioattive. E’ stato registrato nelle popolazioni che vivono nelle zone prossime alle centrali nucleari un aumento di vari tipi di malattie, tra le quali tumori.
Le centrali portano con sé poi uno dei problemi che le rinnovabili non presentano, quello dello smaltimento delle scorie. Come fa notare Baracca, “nessun Paese ha ancora realizzato un deposito nazionale definitivo per i residui radioattivi. Decine di migliaia di tonnellate di combustibile esaurito si accumulano pericolosamente in piscine. Ormai solo la Francia esegue il ritrattamento, producendo, altre a scorie radioattive pericolosissime, ulteriore plutonio”.
Impossibile, infine, non parlare di incidenti. C’è la probabilità di un incidente grave ogni 7-8 anni. Solo questo dovrebbe spingere ad uno sviluppo delle rinnovabili sostenuto ancora dai governi, invece che un dibattito sul ritorno del nucleare, che peraltro non è conveniente, dice Baracca:
“L'energia nucleare non è competitiva, mentre i costi delle rinnovabili sono in picchiata. I tempi di costruzione delle centrali si allungano, i costi lievitano e grandi capitali devono essere immobilizzati per tempi lunghi e non prevedibili”.