giovedì 25 agosto 2016

Terremoto: in Italia il 70% delle costruzioni viola le regole antisismiche

Gli sfollati sono migliaia, 1.500 solo nelle Marche. E per la gestione di questa emergenza saranno utilizzati i primi soldi che saranno stanziati oggi dal consiglio dei ministri. Per i costi della ricostruzione vera e propria, invece, è ancora presto. Il ministro delle Infrastnitture Graziano Delrio dice che al momento «non è possibile indicare una cifra precisa». Servirà tempo. Ma è utile ricordare che per il terremoto dell’Aquila, per alcuni aspetti simile a quello di ieri, la spesa complessiva programmata fino al 2029 ammonta a 13,7 miliardi di euro. Dopo ancora, forse, sarà il momento delle decisioni per rendere più sicuri gli edifici, si legge su “il Corriere della Sera“.
In Italia il 70% delle costruzioni non è antisismico
O meglio non è progettato per resistere alla «scossa di riferimento», quella che può tornare in media ogni 475 anni. Non c’è una regola unica per tutto il territorio nazionale: la forza del terremoto di riferimento varia di chilometro in chilometro. Il punto è che devono essere costruiti in modo da resistere a questa scossa solo gli edifici nuovi. Per quelli esistenti non c’è alcun obbligo. Ed è questo il vero problema per un territorio fatto dai centri storici antichi, di case che si tramandano di generazione in generazione. La nostra bellezza, la nostra debolezza. «In Giappone una botta così arriva una volta al mese e loro, sulla sicurezza, sono diventati i primi al mondo», dice Massimo Forni, capo del laboratorio di ingegneria sismica e prevenzione dell’Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie. «Mentre da noi – continua – succede ogni cinque anni, Tutte le volte piangiamo, promettiamo. Ma poi ci dimentichiamo e lasciamo perdere».
Oggi la metà delle scuole italiane non rispetta le regole
Dopo il terremoto che distrusse la scuola di San Giuliano di Puglia, nel 2002, è scattato l’obbligo di «analisi di vulnerabilità» per tutti gli edifici pubblici. Ma ancora oggi la metà delle scuole italiane non rispetta le regole. Il vero punto interrogativo, però, sono le case private. Nel 2002 — ricorda Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri — proprio la Regione Lazio approvò una legge che rendeva obbligatorio il fascicolo di fabbricato, documento che imponeva un esame di tutti i fabbricati esistenti per sapere almeno in che condizioni erano. Ma la norma è stata poi bocciata da TAR e Consiglio di Stato, fermando tutto. E allora, per la sicurezza, restano due strade. La prima, più volte scartata, è l’assicurazione obbligatoria. Oggi è volontaria e rarissima: meno dell’1% dei 33 milioni di case ha una polizza del genere. L’alternativa, che il governo sta studiando, è rafforzare gli sconti fiscali per chi fa una ristrutturazione anti sismica.

mercoledì 24 agosto 2016

Per Londra, la propaganda è un'arte

Come tutte le guerre, quella contro la Siria dà luogo a una valanga di propaganda. E l'argomento dei bambini è sempre in auge.
Così, all'inizio della guerra, il Qatar voleva dimostrare che la Repubblica, lungi dal servire l'interesse generale, disprezzava il Popolo. La petro-dittatura ha allora trasmesso sulla sua catena televisiva Al-Jazeera la leggenda dei bambini di Deraa, torturati dalla polizia. Per illustrare la crudeltà del suo avversario, il Qatar precisava che erano state loro strappate le unghie. Naturalmente, nonostante le proprie ricerche, nessun giornalista ha trovato traccia alcuna di questi bambini. La BBC ha pur trasmesso l'intervista con due di loro, ma avevano ancora le unghie.
Siccome il mito era inverificabile, il Qatar ha poi lanciato una nuova storia: quella di un bambino, Hamza Ali Al-Khateeb (13 anni), che sarebbe stato torturato e castrato dalla polizia del "regime". Questa volta si disponeva un'immagine probante. Tutti potevano vedere un corpo senza sesso. Peccato! L'autopsia dimostrava che il corpo era stato conservato male, che si era fermentato e gonfiato. Il ventre nascondeva il sesso del bambino, che stava ancora lì.
In questa rivista, Sir Arthur Conan Doyle immagina l'arresto di una spia tedesca da parte di Sherlock Holmes. Lo scrittore lavorava per l'Ufficio della propaganda di guerra.
Alla fine del 2013, i britannici si son fatti carico della guerra di propaganda. Essi dispongono di una lunga esperienza in questo campo e sono considerati gli inventori della propaganda moderna, durante la prima guerra mondiale, con l'Ufficio della propaganda di guerra. Una delle caratteristiche dei loro metodi consiste nel ricorrere sempre agli artisti, perché l'estetica neutralizza lo spirito critico. Nel 1914, reclutarono i grandi scrittori dell'epoca - come Arthur Conan Doyle, HG Wells o Rudyard Kipling - per pubblicare testi che attribuissero dei crimini immaginari al nemico tedesco. Poi, reclutarono i proprietari dei loro principali giornali affinché riprendessero le informazioni immaginarie dei loro scrittori.
Quando gli statunitensi ripresero il metodo britannico nel 1917 con il Comitato dell'Informazione Pubblica, studiarono più precisamente i meccanismi di persuasione, con l'aiuto di una star del giornalismo come Walter Lippmann e dell'inventore della moderna pubblicità, Edward Bernays (il nipote di Sigmund Freud). Ma persuasi dal potere della scienza, si scordarono l'estetica.
All'inizio del 2014, l'MI6 britannico ha creato la società Innovative Communications & Strategies (InCoStrat) [Comunicazione e strategie innovative] a cui dobbiamo per esempio i magnifici loghi dei gruppi armati, dal più "moderato" al più "estremista". Questa società, che ha uffici a Washington e a Istanbul, ha organizzato la campagna per convincere gli europei a raccogliere 1 milione di profughi. Ha realizzato la fotografia del giovane Aylan Kurdi, annegato su una spiaggia turca, ed è riuscita in appena due giorni a farla riprendere unanimemente dai principali quotidiani atlantisti in tutti i paesi della NATO e del Consiglio di cooperazione del Golfo.
Ogni anno, prima della guerra, un centinaio di persone morivano annegate sulle spiagge turche, me nessuno ne parlava. E soprattutto, solo i giornali scandalistici mostravano cadaveri. Ma quella fotografia era così ben fatta ...
Così come avevo fatto notare che un corpo non può essere rigettato dal mare perpendicolarmente alle onde, il fotografo ha in seguito spiegato di aver spostato il cadavere per le esigenze della fotografia.
La foto del piccolo Omran Daqneesh (5 anni), in un'ambulanza di Aleppo-Est è dunque accompagnata da un video. I due supporti visivi consentono di raggiungere sia la stampa scritta sia le televisioni. La scena è così drammatica che una presentatrice della CNN non ha potuto impedirsi di piangere nel vederla. Naturalmente, una volta che si riflette, il bambino non è preso in carico da soccorritori che gli prestino primi soccorsi, bensì da dei figuranti (i c.d. «White Helmets», trad. "Caschi Bianchi") che lo fanno adagiare di fronte all'obiettivo.
Gli sceneggiatori britannici fanno del bambino solo quel che loro interessa per realizzare le proprie immagini. Secondo la Associated Press, la fotografia è stata scattata da Mahmud Raslan, che si vede anche nel video. Tuttavia, secondo il suo account di Facebook, egli risulta essere membro di Harakat Nur al-Din al-Zenki (sostenuto dalla CIA, che gli ha fornito missili anti-carro BGM-71 TOW). Sempre secondo il suo account di Facebook, confermato da un altro video, è stato lui personalmente - il 19 luglio 2016 - a sgozzare un bambino palestinese, Abdullah Tayseer Al Issa (12 anni). Tuttavia Mahmud Raslan non ha tenuto il coltello del carnefice, ma con Umar Salkho ha condannato a morte Abdullah Tayseer al-Issa e ha organizzato la sua esecuzione pubblica.
Le leggi europee disciplinano rigorosamente il ruolo dei bambini nella pubblicità. Evidentemente, non si applicano alla propaganda di guerra

martedì 23 agosto 2016

Pil congelato: Renzi costretto a scontro con Ue

Il Pil congelato su base trimestrale nel periodo aprile-giugno costringe il governo Renzi ad andare allo scontro frontale con Bruxelles sui conti pubblici. Questo perché gli ultimi dati macro che certificano una crescita anemica della terza economia dell’area euro rendono sempre più difficile il mantenimento degli impegni presi in materia di rientro del deficit. Spagna e Portogallo sono state risparmiate, ma questo non significa che all’Italia verrà consentito di spendere per gli investimenti come il premier spera.
Anche per questioni di popolarità a sei mesi di tempo dal confronto con l’Unione Europea per ottenere margini di flessibilità sui conti pubblici per il 2016 e un piano di salvataggio per Mps e il settore bancario in crisi, il governo si ritrova punto e a capo. Anziché rispettare gli impegni e ottenere il via libera a circa 13,6 miliardi di deficit ulteriore, Padoan e Renzi sembrano propensi invece a chiedere alla Ue il permesso di sforare ancora una volta.
Rispetto a sei mesi fa molto è cambiato. Oggi infatti le necessità di liquidità e il bisogno di smaltire i crediti deteriorati di Mps – il Tesoro è il primo socio con il 4,02% del capitale – e in seconda battuta di Unicredit sono impellenti. Come spiega bene Il Fatto Quotidiano “in caso di fallimento del complesso piano di salvataggio privato annunciato a fine luglio, per ricapitalizzare la banca sarà necessario un intervento dello Stato con soldi pubblici. Non prima di aver imposto perdite ad azionisti e obbligazionisti subordinati, a meno di non riaprire anche su questo le trattative con i partner europei”.
Governo al bivio, incognita salvataggio Mps
I dati sul pil del secondo trimestre non solo rendono impossibile de facto il raggiungimento dell’obiettivo di crescita dell’1,2% contenuto nel Documento di economia e finanza (Def), ma rendono anche molto più costoso ridurre il rapporto tra deficit e Pil all’1,8% e quello tra debito pubblico e Pil dal 132,7 al 132,4%. È stata la Commissione europea a chiedere di centrate tali obiettivi, come contropartita offerta a maggio in cambio della flessibilità concessa per il 2016, che doveva essere un anno di transizione prima del rilancio economico.
Ma in matematica, si sa, se il denominatore è più basso del previsto, il rapporto tende ad aumentare e per contenerlo servono più risorse. Il debito galoppante salito su nuovi recod si può ridurre in termini assoluti con l’operazione delle privatizzazioni. Ma sul deficit Renzi non si può permettere misure di contenimento. Per farlo andrebbero prelevate risorse alle “misure espansive”, ossia al taglio dell‘Ires, che a questo punto certamente non verrà anticipato, agli incentivi fiscali per investimenti e ricerca – che il governo conta di inserire nella prossima legge di Bilancio.
Il premier e il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan sono con le spalle al muro e non resta loro altro da fare che giocare la carta dello scontro frontale. Nel weekend di Ferragosto La Repubblica ha attribuito al premier il seguente concetto cardine delle sue politiche future: “Non saranno dei vincoli europei a mandare l’Italia per la terza volta in recessione”.
La manovra recessiva è fuori discussione. “Abbiamo già ottenuto molta flessibilità, intendiamo chiederne ancora, tutta quella possibile”, ha anticipato il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda a La Stampa, definendo “sbagliata” la decisione dell’Ecofin di concedere solo una volta (e l’Italia le ha appunto ottenute per quest’anno) le attenuanti che aprono la strada asconti sul risanamento.
Salta l’anticipo al 2017 del taglio Irpef
Renzi vorrebbe tutto: mantenere il rapporto tra deficit e Pil intorno al 2,3% anziché ridurlo all’1,8% per poter avere lo spazio di manovra per gli interventi sulle pensioni. La differenza vale circa 8 miliardi, che verrebbero utilizzati per finanziare le voci di uscita della prossima manovra. La Repubblica ieri ha ipotizzato che la cifra possa arrivare fino a 10 miliardi di euro, se il tasso deficit/pil venisse fissato al 2,4%.
Sarebbero soldi importanti per un governo che vista la crescita zero del Pil fatica a trovarne. L’anticipo al 2017 del taglio dell’Irpef (in calendario per il 2018) è sicuramente saltato, perché – come dice anche il Fatto Quotidiano – “anticiparlo non è più proponibile, e si riducono i margini per gli interventi sulle pensioni (anticipo dell’uscita dal lavoro, ampliamento della no tax area e della platea che riceve laquattordicesima, scivolo per i lavoratori precoci e per chi ha svolto mestieri usuranti).
“Quando la crescita rallenta, bisogna parlare meno di misure redistributive sulle pensioni e più di misure fiscali a favore di investimenti e lavoro”, ha avvertito già in passato il viceministro dell’Economia Enrico Zanetti.
Dopo il trilaterale tra Renzi, Hollande e Merkel, i due capi di Stato di Francia e Germania, le prime due potenze economiche e politiche dell’area euro, il governo è attesto a settembre da un negoziato delicato e caldo con l’Ue. Il tutto un paio di mesi prima dell’attesissimo referendum costituzionale che potrebbe decidere il futuro dell’Italia e dell’intera Europa.

lunedì 22 agosto 2016

“Renzi è un bluff. E l’Imu su seconde case ammazza immobiliare”

Bocciata in toto la politica economica del governo Renzi. Un governo che, secondo l’economista Riccardo Puglisi, docente universitario e responsabile economico di Italia Unica, non solo non fa la spending review, ma si è basata finora sull’ “idiozia elettorale” del bonus degli 80 euro. E una politica economica che si sarà anche tradotta nell’abolizione dell’IMU sulla prima casa, ma che nonostante ciò sta distruggendo il mercato immobiliare italiano, con la stessa Imu altissima sulle seconde case e terze case“.
Si combatte nell’area del programma Omnibus, in onda su La7, il dibattito tra Puglisi e Valentina Castaldini, portavoce nazionale del Ncd. Un dibattito in realtà fittizio, dal momento che i tentativi di Castaldini di difendere a spada tratta l’operato del governo non fanno altro che peggiorare le cose.
Così Puglisi:
“Io penso che dal punto di vista della politica economica Renzi sia un bluff, sostanzialmente. La sua politica economica da subito è partita da diagnosi sbagliate e le soluzioni per diagnosi sbagliate possono essere giuste solo per un caso straordinario. Il problema è negli investimenti, ma si sapeva già, nel senso che è nei dati. Le esportazioni vanno bene, molte imprese italiane sono brave a esportare. Ma che ha fatto il governo? Ha cacciato 9 miliardi di euro in una grossa idiozia elettorale come gli 80 euro, che sono un bonus strano, solo per certi tipi di reddito”.
Non manca l’ironia:
“Io ricordo sempre con tanto affetto l’onorevole Picierno (Pd, ndr), che, durante la campagna elettorale per le Europee, sostenne che, secondo il Censis, gli 80 euro avrebbero aumentato i consumi del 15%, cioè una cosa fantasmagorica. Da lì creai il termine “piciernile” per indicare il 15%, che è questa nuova unità statistica”.
Tornando al bonus tanto sbandierato dal premier:
“Gli 80 euro vengono da qualche parte. Cosa ha fatto il governo? Il governo chiede – altra neolingua del governo che viene utilizzata in questi giorni, mesi, anni – la flessibilità all’Unione europea. Mi viene uno sconforto terrificante per le generazioni future in Italia. E questo perché flessibilità 2 – ipotesi di nuova richiesta flessibilità – significa una cosa sola: vuol dire deficit. Il governo Renzi non fa la spending review perchè non ha alcuna intenzione di farla, fa la spending review sui commissari, mandandone a casa due su tre: dunque, come finanzia questi bonus? Li finanzia con deficit, che viene chiamato nelle slide di Renzi flessibilità Ue. Ma il punto è che se io devo finanziare qualcosa in deficit, e così spendo qualcosa con soldi che non ci sono, non lo faccio con un bonus che va ai consumi, quando i problemi sono gli investimenti, ma faccio deficit per finanziare gli investimenti pubblici, faccio qualcosa che valga per il futuro, faccio qualcosa per le infrastrutture”.
Interviene Castaldini, menzionando l’abolizione dell’Imu sulla prima casa: una mossa che si rivela tatticamente sbagliata, dal momento che il tentativo dell’esponente di Ncd di salvare l’immagine del governo fallisce, e anche miseramente. Puglisi, dati alla mano, chiede e risponde:
“Quant’è il gettito dell’Imu totale? Lo sa? Sono 20 miliardi di euro. Voi siete dei disgraziati: togliete l’Imu sulla prima casa e su tutto il resto ammazzate. Sta dicendo delle castronerie megagalattiche, roba da bocciare a un esame di Scienze delle Finanze, che io peraltro insegno”.
E ancora:
“L’altra idiozia fatta dal governo Renzi, solo più piccola perchè vale 3 miliardi e mezzo di euro e non 9 miliardi come nel caso dei bonus è questa: creare una discriminazione micidiale tra la prima casa e tutto il resto, per cui si creano effetti paradossali, folli, di cui gli italiani si accorgono benissimo come questa: possiedo una maggione da 700 metri quadri che vale come prima casa e pago zero. Ho ereditato una piccola casetta dai nonni in campagna, che non è la mia prima casa, pago l’Imu, che è l’Imu di molti (…) e l’Imu sulle seconde e terze case, altissima, sta ammazzando il mercato immobiliare (…) “
Perchè, questo?
“Andate a fare un giro per le città per vedere quante vendite ci sono: si tratta delle seconde e terze case che vengono messe in vendita, perchè la gente si è rotta le scatole di fare il bancomat del governo”.

lunedì 15 agosto 2016

Sacchetti per la spesa illegali: nella grande distribuzione sono ancora molti

Ogni volta che entro in un supermercato (e spesso anche in un normale negozio al dettaglio), specie quelli che incrocio nei luoghi vicino al mare e durante l’estate, mi faccio sempre le stesse domande: Perché ci sono ancora tanti sacchetti di plastica per infilare i prodotti acquistati? Ne abbiamo davvero bisogno? Sbaglio o ci sono delle norme che ne vietano l’uso, almeno nella versione più inquinante? Secondo una recente indagine di Legambiente su 26 campioni di sacchetti di bioplastica prelevate in tutta Italia, ben 6 ,circa il 23%, sono risultati illegali. Ovvero non presentano quelle caratteristiche di materiale biodegradabile e compostabile, come previsto dalle legge approvata prima in sede europea e poi dal parlamento nazionale. Sono illegali. E li paghiamo, tra i 5 e 15 centesimi ciascuno. Il record di questa autentica truffa ai danni dei consumatori, purtroppo, si registra in particolare nelle regioni meridionali, Campania, Basilicata, Puglia e Calabria. Mentre gli shopper fuorilegge sono scomparsi dai punti vendita della grande distribuzione in Lombardia e in Veneto. Perché questa odiosa differenza territoriale? Forse i venditori del Nord sono più corretti e i consumatori del Sud più distratti?
UTILIZZO SACCHETTI DI PLASTICA IN ITALIA -
In attesa che qualcuno si decida a fare controlli più severi, restiamo dei grandi consumatori di shopper: ne facciamo fuori, a spese nostre, 181 a testa nell’arco di un anno, e in tutta Europa 8 miliardi di sacchetti di plastica per la spesa finiscono nella spazzatura. O, peggio, nelle discariche, laddove uno shopper compostabile e biodegradabile può essere smaltito anche con i rifiuti umidi.
SACCHETTI PER LA SPESA ILLEGALI -
Il danno dei sacchetti illegali è anche di natura economica. L’industria italiana, infatti, è molto avanzata nel settore della chimica verde e ha tutto l’interesse alla crescita e al consumo di shopper a norma secondo la legge nazionale ed europea. Il sacchetto inquinante, al contrario, è come un prodotto contraffatto dai cinesi: produce concorrenza sleale. Infine un consiglio a chi fa la spesa con frequenza: ricordatevi della vecchia busta della nonna da portare con voi. È sempre la migliore soluzione, e la più economica.

giovedì 11 agosto 2016

Italicum, Renzi rischia alla Consulta

Davvero solo la Consulta può togliere le castagne dal fuoco del governo e salvare l’incauto apprendista di Rignano? Si chiacchiera in modo troppo maldestro sulle questioni costituzionali. E si ritiene che sia di poco conto, dal punto di vista politico e istituzionale, un nuovo pronunciamento della Corte costituzionale a segnalare elementi di illegittimità di sicuro presenti nella legge elettorale. Il carattere grottesco del chiacchiericcio quotidiano raggiunge il culmine con l’assunto che, proprio rilevando l’incostituzionalità dell’Italicum, la Consulta dà un bel soccorso al governo. Che questo aiuto indiretto sia in effetti l’auspicio di antiche cariche istituzionali, di esponenti del governo ecc. non cambia la sostanza del problema e semmai aggrava la percezione della gravità del decadimento della cultura politica.
Il dato politico e istituzionale cui è difficile sfuggire è questo. Il capo del governo ha avuto il mandato di scrivere la nuova legge elettorale per rimediare a una grave crisi di sistema apertasi con la dichiarazione dell’incostituzionalità del Porcellum. Egli non può in alcun modo gioire se la Consulta censura la manutenzione sulla tecnica elettorale imposta manu militare emulando nelle procedure illiberali gli architetti della legge truffa.
In una democrazia decente un parlamento delegittimato nella sua composizione che non rimuove le condizioni formali del proprio originario deficit, e anzi sforna una tecnica elettorale dai redivivi profili di incostituzionalità, aprirebbe una devastante crisi di regime. Solo in Italia da una tragedia costituzionale di tale entità antichi custodi e novelli statisti traggono motivo di esultanza.
Una bocciatura sia pure parziale della Consulta non può cadere indifferente sul governo. Renzi ha posto più volte la fiducia per accelerare l’approvazione della sua riforma, l’ha dipinta come una conquista straordinaria, che tutti al mondo invidiano e avrebbero presto imitato per il suo tocco di genialità nel risolvere l’enigma della governabilità al calar della sera.
Nelle fasi più cruente dello scontro, Renzi dichiarava: «Non c’è cosa più democratica di mettere la fiducia: se passa, il governo va avanti altrimenti va a casa. Cosa c’è di più democratico di chi rischia per le proprie idee. È tempo del coraggio non di rimanere attaccati alla poltrona». Sperare che un ritocco sollecitato dalla Consulta possa autorizzare a tornare indietro, per la semplice paura che vinca il M5S, è impossibile e costoso. Sarebbe l’equivalente di una crisi di regime, con pratiche devianti che sono più da sistemi precari come la Tunisia o l’Egitto che non da democrazia europea, seppur malata.
Il governo che ha già forzato troppo su regole essenziali della repubblica deve solo aspettare la sentenza della Consulta e se sarà negativa, come ragione giuridica vorrebbe, dovrà prendere la responsabilità politica dell’accaduto. Un esecutivo nato nell’emergenza che ha imposto con prove inaudite di forza una legge elettorale ritenuta incostituzionale non ha l’autorevolezza politica e la legittimità etica per restare al potere un giorno in più. Una legislatura aggredita dalla grave macchia della illegittimità originaria della composizione dei suoi organi di rappresentanza, e che non sana la sua ferita iniziale, ma anzi reitera la manipolazione illiberale delle regole, deve estinguersi e con un provvedimento condiviso ripristinare il quadro minimale della legalità costituzionale. Altro che aiutino del giudice delle leggi che spinge Renzi a una nuova manomissione

mercoledì 10 agosto 2016

REFERENDUM, RENZI CI METTE LE FIRME. NON LA DATA

Giovedì scorso, 4 agosto, ventisei giudici di Cassazione dell’ufficio centrale per il referendum hanno ammesso anche l’ultima richiesta di referendum sulla riforma costituzionale, quella depositata dal comitato del Sì e accompagnata da 579mila firme di cittadini. La notizia è stata ufficializzata ieri con un comunicato stampa. Sia il comitato per il Sì che la raccolta delle firme sono un’idea di Renzi e del suo consigliere americano Jim Messina, ragione per cui ieri il presidente del Consiglio si è variamente compiaciuto: «Questa è una sfida di un popolo. Dipende da ciascuno di noi, non da uno solo», ha scritto. Registro assai diverso da quello con il quale aveva lanciato la campagna, quando spiegava che «chi vota no mi odia». Il referendum ci sarebbe stato in ogni caso, perché la riforma costituzionale è stata votata in parlamento con una maggioranza ridotta e perché la richiesta era già stata presentata dai parlamentari e accolta dalla Cassazione, il 6 maggio.
Anche l’esito positivo della (veloce) verifica della Cassazione sulle firme era cosa nota, questo giornale ne aveva scritto l’indomani, venerdì 5 agosto. La lettura dell’ordinanza offre però un dettaglio importante: il numero di firme verificate come effettivamente valide dai giudici è appena sufficiente ad autorizzare la richiesta di referendum: 504.387, la soglia minima essendo fissata a 500mila. L’iniziativa di Renzi, dunque, è salva per un pelo. Il che aggiunge dubbi in quanti avevano già notato il «miracolo» delle firme per il Sì che si producevano in assenza di banchetti destinati a raccoglierle. Due cose in effetti colpiscono. La prima è la scarsissima percentuale di firme scartate dalla Cassazione. Nel caso delle ultime proposte di referendum abrogativo arrivate alla suprema corte con le firme necessarie, quelle dei radicali sulla giustizia nel 2013 e quella di Parisi, Di Pietro e Segni contro il Porcellum nel 2011, la percentuale di sottoscrizioni ritenute non valide è stata dal 25% nel primo caso e del 55% nel secondo. Nel caso delle firme «renziane» la percentuale di scarti è stata appena del 12%. Il controllo cartolare è durato venti giorni, mentre negli altri casi i giudici hanno avuto a disposizione due mesi. Sorprendenti sono anche i numeri che i segretari regionali del Pd hanno dato sulla raccolta firme, nel tentativo di mettersi in buona luce con il segretario. 50mila firme in Toscana, 25mila in Calabria, 17mila in Sardegna e nelle Marche sono numeri che possono sembrare alti ma che per chi ha pratica di raccolta firme non consentono in genere di raggiungere il quorum. Ad esempio in Toscana (come in altre regioni) il comitato per l’abrogazione dell’Italicum ha raccolto praticamente lo stesso numero di firme, pur non essendo riuscito a raggiungere nel complesso le 500mila necessarie. Per rispondere a questi dubbi, alimentanti anche dalla vicenda del rimborso che ora spetterà al comitato del Sì, potrebbe essere utile una pubblicazione delle firme depositate e certificate. Ma il 20 luglio scorso la Cassazione ha risposto di no al costituzionalista Fulco Lanchester che con i radicali ha chiesto l’accesso agli atti. No perché l’ufficio centrale per il referendum non è una «amministrazione pubblica» ma «un organo giurisdizionale».
Anche Renzi alimenta la confusione sui numeri. Nell’esultare, ieri ha scritto che il suo Sì alla riforma è sostenuto da «quasi 600mila firme, circa il triplo degli altri». Gli «altri» sono quelli del comitato del No ma in realtà lo scarto con le «loro» 316mila firme è assai minore, non è neanche del doppio. Soprattutto, Renzi continua a evitare la comunicazione più attesa, quella della data del referendum. La legge non prevede tempi di attesa, il governo da oggi ha 60 giorni di tempo per convocare il referendum (a sua volta da tenersi tra il 50esimo e il 70esimo giorno successivo al decreto di indizione, firmato dal capo dello stato). Se Renzi farà trascorrere invano questa settimana, il referendum costituzionale non potrà più essere fissato il 2 ottobre, come pure lui ha detto (anche in tv) di desiderare. Se farà passare tutto il mese di agosto, il referendum slitterà inevitabilmente a novembre. E se voteremo quasi a dicembre non sarà per evitare inopportuni incroci con la sessione parlamentare di bilancio. Ci sarebbe tutto il tempo per anticipare la presentazione alla camera della legge di stabilità, il punto è che Renzi non è più di questa idea. «A ottobre ci divertiremo», ripeteva ancora a fine giugno quando leggeva sondaggi diversi e assicurava di voler votare «il prima possibile». Adesso ha bisogno di un colpo d’ala per cercare di vincere, e cercherà di piazzarlo nella finanziaria.