martedì 9 agosto 2016

LAVARE TROPPO IL CAPITALE PORTA ALLA GUERRA MONDIALE

La Convenzione del Partito Democratico (quello a denominazione di origine controllata, non le imitazioni nostrane) si è conclusa con la scontata consacrazione della candidatura di Hillary Clinton, e, soprattutto, con il previsto calo di brache da parte di Bernie Sanders, il candidato danneggiato dalle frodi della dirigenza del partito a favore della Clinton. Sanders ha lanciato un appello all’unità del partito attorno alla candidatura Clinton ed ha giustificato la propria sottomissione con la necessità di fronteggiare il pericolo rappresentato dal candidato repubblicano, il “bullo” Donald Trump. D’altra parte, visti gli intrighi perpetrati nei confronti di Sanders, la stessa candidatura di Trump si espone al sospetto di costituire soltanto un’ulteriore mistificazione a favore della Clinton, contrapponendole l’unico candidato disponibile sulla piazza che sia più impresentabile di lei. Il risultato è che non solo si premia la Clinton per aver barato, ma addirittura la si santifica come se fosse la nuova Giovanna d’Arco chiamata a salvare il mondo dalla minaccia Trump.
Ai sostenitori di Sanders rimane anche un altro dubbio, forse più inquietante: visto che Sanders ha rivelato alla fine di non essere un vero candidato anti-establishment, che bisogno c’era di farlo fuori con dei trucchi? Ne potrebbe venir fuori una sorta di paradosso: a volte imbrogliare è necessario perché non si capisca che imbrogliare non era davvero necessario, cioè che un candidato vale l’altro, perché tanto non è mica il presidente a comandare.
Con la sua consueta protervia, la Clinton ha cercato di rovesciare la vicenda delle frodi a proprio favore, accusando Putin di essersi inserito con le sue spie nel sistema informatico del Partito Democratico. Ammesso che fosse vero - e probabilmente non lo è -, la filosofia della Clinton consiste evidentemente nel considerare colpevole non chi commette le frodi, ma chi aiuta a scoprirle. Quando qualcuno ha accusato la CIA di aver confezionato in funzione anti-Putin i “Panama Papers”, cioè il dossier sui conti nelle società offshore, nessuno dei media occidentali ha ritenuto di considerare le accuse contro la CIA più rilevanti di quelle contro Putin, come invece sta accadendo adesso per le presunte intromissioni russe nel sistema del Partito Democratico. Tra l’altro nei “Panama Papers” Putin non è mai nominato, perciò i media sono arrivati a lui per proprietà transitiva, dato che vi erano i nomi di magnati russi. Cosa ti può fare l’amore per la verità. Per screditare Putin forse sarebbe stato più attendibile ricordare più spesso che egli ha ricevuto la cittadinanza di quella entità extra-territoriale che è la City londinese, cioè la suprema lavanderia del capitale.
Strano poi che negli USA ci si sia scandalizzati tanto per le società offshore, dato che un “rispettabile” Stato americano come il Delaware è per l’appunto un paradiso fiscale che ha adattato la propria legislazione in funzione delle società offshore. Paradisi fiscali non sono soltanto sperdute isole dei Caraibi o loschi emirati arabi, ma Paesi di serie A. Viene quasi il sospetto che tra le intenzioni recondite della pubblicazione dei “Panama Papers” vi fosse quello di screditare un paradiso fiscale ormai sgamato come Panama per accreditare nuove lavanderie del capitale più titolate e protette come il Delaware.
Lavare/riciclare il denaro costituisce attualmente una delle attività principali, poiché nella mobilità i capitali si ripuliscono e si rigenerano. Non si tratta solo di coprire il denaro di provenienza illecita, ma anche di provenienza lecita. Ad esempio, la Banca Centrale Europea sta concedendo alle banche europee prestiti considerevoli a tassi di interesse zero, con l’unica condizione che i fondi vengano impiegati per aprire credito alle imprese locali.
Per aggirare questo vincolo ed esportare il denaro appena ricevuto, le banche non devono fare altro che prestare quel denaro a società con sede in Italia ma che a loro volta siano azioniste di società offshore, dato che nessuna legislazione lo vieta. In tal modo si perde ogni traccia della fonte originaria dei soldi. L’offshore non serve solo a ripulire il denaro del narcotraffico e ad eludere il fisco, ma anche a celare una delle massime vergogne del capitalismo, cioè che il capitale ha la sua origine nella spremitura del contribuente, cioè nei finanziamenti che gli Stati elargiscono alle imprese ed alle banche magari col pretesto di “salvarle”. Dopo le centinaia di miliardi elargiti direttamente dagli Stati, o tramite quella finzione che è il MES o Fondo “Salva-Stati” (in realtà salva-banche), le banche sono ancora in crisi. Le banche italiane sono più nel mirino di altre, ma la tempesta finanziaria sembra non salvare nessuno.
In nome della mobilità dei capitali si sta assistendo ad un suicidio politico degli Stati. Sino a qualche decennio fa l’esportazione dei capitali era un reato penale, mentre oggi gli Stati, attraverso i fondi europei, finanziano apertamente l’esportazione dei capitali. In altri termini, il lavoratore paga le tasse per finanziare la delocalizzazione dell’impresa di cui è dipendente, cioè finanzia il proprio licenziamento. Come è potuto accadere? Il problema è che lo Stato non esiste: in parte è una superstizione, in parte è un’astrazione giuridica, ma soprattutto è uno pseudonimo delle lobby finanziarie.
L’altro problema è che le imprese e le banche stesse sembrano oggi patire l’eccesso di mobilità dei capitali, tanto che stanno cedendo l’iniziativa a quelle nuove creature mostruose (sviluppatesi proprio in funzione del lavaggio dei capitali) che sono gli “hedge fund”, risultati al centro della speculazione che oggi colpisce i titoli bancari. Dato che in inglese “hedge” significa siepe, verrebbe da dire: “il buio oltre la siepe”.
La scelta di abolire qualsiasi ostacolo alla circolazione dei capitali è stata spacciata come un incentivo allo sviluppo, mentre al contrario si è risolta in una cronica depressione dell’economia reale a vantaggio di una speculazione finanziaria sempre più distruttiva e caotica. Per rimettere ordine nella finanza occorrerebbe rilanciare l’economia reale, un risultato che si può raggiungere soltanto limitando la mobilità dei capitali e consentendo investimenti pubblici. In altre parole, sarebbe necessario lasciare che il denaro pubblico rimanga tale, senza essere “lavato”. Ma da quest’orecchio l’oligarchia statunitense non ci sente, poiché una ripresa dell’economia mondiale comporterebbe un ulteriore sviluppo dei cosiddetti “BRICS”, ed in particolare della Russia. Gli Stati Uniti oggi rappresentano solo un quinto dell’economia mondiale e non intendono scendere al di sotto di questa soglia di garanzia per la loro posizione dominante. Secondo settori dell’oligarchia finanziaria statunitense il caos finanziario dovrebbe quindi trovare il suo sbocco “naturale” in una guerra contro la Russia. Non sorprende perciò che si punti sulla Clinton, non perché sarà lei a decidere, ma perché con il suo look nevrastenico potrà abituare l’opinione pubblica all’idea di una guerra mondiale.

lunedì 8 agosto 2016

Causa ingiusta: Hiroshima e Nagasaki

il presidente Obama non ha chiesto scusa per l’attacco nucleare degli Stati Uniti che distrusse la città di Hiroshima il 6 agosto 1945, nella recente visita alla città. Invece, ha invitato vacuamente al coraggio di “diffondere la pace e perseguire un mondo senza armi nucleari”, evitando chiaramente qualsiasi riferimento specifico al motivo per cui gli Stati Uniti decisero di bruciare oltre 100000 giapponesi, sermonando, “Riflettiamo sulle forze terribili scatenate in un passato non così lontano. Piangiamo i morti… le loro anime ci parlano e ci chiedono di guardarci dentro. Per chiarire chi siamo e cosa potremmo diventare“, un esercizio retorico che in sostanza è pari al poco più infame “cose che accadono” di Donald Rumsfeld. Settanta anni dopo la seconda guerra mondiale, a quanto pare gli attacchi nucleari su Hiroshima e Nagasaki sono ancora una questione evasa e giustificata dai funzionari degli Stati Uniti come l’unico modo per porre fine alla guerra e salvare vite statunitensi. Per indicare le omissioni di Obama, mi rivolgo allo storico Gar Alperovitz. Il suo libro del 1995, The Decision to Use the Atomic Bomb and the Architecture of An American Myth, è il resoconto definitivo sul perché Hiroshima fu distrutta, e come la storia ufficiale che giustifica tale decisione sia stata fabbricata successivamente e promulgata dalla dirigenza della sicurezza nazionale. Come spiega, la bomba non solo non salvò vite di statunitensi, ma in realtà avrebbe causato la morte inutile di migliaia di militari degli Stati Uniti.
Cominciamo con la domanda fondamentale: era necessario sganciare la bomba su Hiroshima, per costringere alla resa il Giappone e, quindi, salvare vite statunitensi?
Assolutamente no. Almeno, ogni traccia di prova che abbiamo indica fortemente non solo che non era necessario, ma che era già noto che fosse inutile. Questo fu il parere dei vertici dei servizi segreti e militari. C’era l’intelligence che da aprile 1945, e ribadendolo di mese in mese fino al bombardamento di Hiroshima, che la guerra sarebbe finita quando i sovietici sarebbero entrati in guerra (e che) i giapponesi si sarebbero arresi se l’imperatore avesse mantenuto almeno un ruolo onorario. L’esercito statunitense aveva già deciso (di voler) mantenere l’imperatore perché voleva servirsene dopo la guerra per controllare il Giappone. Praticamente tutti i principali dati militari sono ora disponibili, e la maggior parte quasi subito dopo la guerra ed è sorprendente, se si pensa a tal proposito, che dicano che il bombardamento fu del tutto inutile. Eisenhower lo disse in diverse occasioni. Lo disse il Presidente degli Stati Maggiori Riuniti, Ammiraglio Leahy, anche capo di gabinetto del presidente. Curtis LeMay, responsabile del bombardamento convenzionale del Giappone (lo disse pure). Sono tutte dichiarazioni pubbliche. E’ degno di nota che i leader militari lo fecero pubblicamente, contestando la decisione del presidente poche settimane dopo la guerra, alcuni pochi mesi dopo. In realtà, pensandoci oggi, lo s’immaginerebbe? E’ quasi impossibile pensarlo.1aayGli Stati Uniti vollero mai l’intervento dei sovietici?
Ecco quello che successe. Non sapendo se la bomba avrebbe funzionato o meno, i leader degli Stati Uniti furono preavvisati che la dichiarazione di guerra sovietica, combinata con l’assicurazione che l’imperatore poteva restare in qualche modo senza potere, avrebbe posto fine alla guerra. Ecco perché a Jalta (il vertice del febbraio 1945 tra Roosevelt, Stalin e Churchill) implorammo disperatamente i sovietici ad entrarvi, e decisero di farlo entro tre mesi dalla fine della guerra in Europa. L’intelligence degli Stati Uniti aveva già detto che ciò avrebbe concluso la guerra, motivo per cui ne cercammo il coinvolgimento prima che la bomba fosse testata. Dopo di ché, gli Stati Uniti cercarono disperatamente di far finire la guerra prima che arrivassero.
E’ possibile che la leadership degli Stati Uniti evitasse azioni che provocassero la resa, pur di mantenere la situazione in modo d’avere la scusa per usare la bomba?
Ora punta sulla più delicata di tutte le domande. Non possiamo provarlo, ma sappiamo che il consiglio del presidente, che praticamente contava tutti i vertici militari e politici, l’assicurarono che i giapponesi probabilmente si sarebbero arresi all’inizio dell’estate 1945, secondo i rapporti dell’intelligence di aprile. Lo dissero in quel momento, mentre molti massimi responsabili suggerirono al sottosegretario di Stato (Joseph) Grew, per esempio, e al segretario alla Guerra (Henry) Stimson, come la guerra potesse benissimo concludersi presto, anche prima dell’intervento dei sovietici.
I leader degli alleati riunitisi a Potsdam, a fine luglio, rilasciarono nella dichiarazione di Potsdam i termini della resa dei giapponesi. Nel suo libro, si discute del tentativo di includervi le necessarie garanzie di preservare l’imperatore. Che successe?
Scritto nel testo originale, il comma dodici della Dichiarazione di Potsdam essenzialmente assicurava i giapponesi che l’imperatore non sarebbe stato deposto e (sarebbe) rimasto similmente al re o alla regina d’Inghilterra, senza alcun potere. Fu una raccomandazione di tutto il governo, ad eccezione di Jimmy Byrnes. Byrnes fu il principale consigliere del presidente in materia, era il segretario di Stato. Non c’è dubbio che abbia seguito la decisione alla base di ciò. Fu anche il rappresentante personale del presidente al comitato ad interim che studiò se usare la bomba. Fu l’uomo direttamente responsabile, in questo caso. Tutti pensavano che la guerra sarebbe finita una volta che fosse stata emessa, e sapevano che la guerra sarebbe continuata se eliminavano il comma dodici, e Jimmy Byrnes lo tolse con l’approvazione del presidente.
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Perchè non possiamo collaborare con mutua fiducia?
Quindi fu uno sforzo deliberato per prolungare la guerra?
Penso che sia vero, ma non si può dimostrarlo. I Joint Chiefs of Staff, di fronte al blocco di Byrnes, spinsero lo Stato maggiore inglese a chiedere a Churchill di contattare Truman scavalcando Byrnes, per cercare di convincerlo a rimettere il comma, e Churchill lo fece. Ma Truman non cedette, seguendo il consiglio di Byrnes. Fu un momento straordinario.
Qual è stata la giustificazione per Nagasaki?
Ebbene, si affermò che si trattava di decisione automatica. Fu deciso di usare le bombe quando erano pronte. Credo che gli scienziati, e poi anche i militari, Groves in particolare, volessero testare la seconda. C’è un altro motivo che penso probabilmente pesasse. L’Armata Rossa era entrata in Manciuria l’8 agosto, e Nagasaki fu bombardata il 9 agosto. L’intero fulcro decisionale dei vertici, cioè Jimmy Byrnes consigliere del presidente, in quel momento… non era più usare o meno la bomba… ma far finire la guerra il più velocemente possibile, mentre l’Armata Rossa avanzava in Manciuria. Il collegamento logico tra ciò e “Perché continuare con Nagasaki?” o meglio “perché non su sospeso“, è impossibile con la documentazione attuale, ma non c’è dubbio che il sentimento e lo stato d’animo dei vertici decisionali era “come porre fine a questa cosa il più dannatamente veloce possibile?” Un contesto in cui la decisione di colpire Nagasaki era presa, o meglio, neanche discussa.
La linea ufficiale, che abbiamo, che la bomba salvò diverse vite e che i giapponesi avrebbero combattuto fino all’ultimo uomo, ecc., si consolidò abbastanza rapidamente. Come lo spiega?
La rivista Harper’s giocò un ruolo importante. Pubblicò ciò che era fondamentalmente un articolo disonesto dall’ex-ministro della Guerra Henry Stimson. Vi erano crescenti critiche dopo la guerra, infatti, avviate dai conservatori, non dai liberali che difesero Truman, arrivando poi da militari e alcuni scienziati, e quindi da certi leader religiosi, fino all’articolo del New Yorker di John Hersey “Hiroshima”. C’erano così tante critiche nel 1946 che la leadership pensò che andassero fermate, e quindi spinse l’ex-segretario alla Guerra Stimson a difenderla con forza. In realtà, fu scritto da McGeorge Bundy (in seguito consigliere della sicurezza nazionale negli anni del Vietnam), e fecero sì che la rivista Harper’ lo pubblicasse (nel febbraio 1947). L’articolo divenne notissimo nel Paese e fu la base di articoli di giornali e radio al momento. Penso che sia corretto dire che spense le critiche per due decenni.
Beh, possiamo considerare questa intervista un atto di espiazione. Era importante per la politica estera degli Stati Uniti convincere il Paese e il mondo che non fece una brutta cosa, ma una buona per porre fine alla guerra e salvare vite umane?
Sì, su due livelli. Hiroshima e Nagasaki non erano obiettivi militari. Ecco perché non furono attaccate, perché erano in fondo nella lista delle priorità. Allora, cosa c’era? Piccoli impianti militari. I giovani erano in guerra, e chi si erano lasciati alle spalle? Come minimo circa 300000 persone, prevalentemente bambini, donne e vecchi, persone che furono distrutte inutilmente. È una straordinaria sfida morale alle posizioni degli Stati Uniti e dei vertici che presero tali decisioni. Se non giustificavano tale decisione in qualche modo, erano pesantemente criticabili, e giustamente.
Se Obama non aveva intenzione di chiedere scusa per la bomba di Hiroshima, cosa avrebbe dovuto dire?
Sarebbe stato un bene che il presidente andasse oltre le parole, agendo mentre era in città. Un buon inizio sarebbe stato annunciare la decisione di non spendere 1 miliardo di dollari per le armi nucleari di nuova generazione e loro vettori. E poteva invitare la Russia e altre nazioni nucleari a partecipare ai negoziati in buona fede, richiesti dal trattato di non proliferazione nucleare per ridurre radicalmente gli arsenali nucleari

venerdì 5 agosto 2016

Libia, Pinotti: “Italia pronta a concedere le basi

Il Governo è pronto a valutare positivamente un’eventuale richiesta di uso delle basi e dello spazio aereo se fosse funzionale a una più rapida e efficace conclusione dell’operazione in corso” da parte degli Stati Uniti contro l’ISIS in Libia, ha dichiarato il ministro della Difesa Roberta Pinotti, aggiungendo che tale operazione “non ha finora interessato l’Italia né logisticamente né per il sorvolo del territorio nazionale”.
Ciò non basta tuttavia a spegnere le numerose perplessità sull’opportunità di questa scelta, soprattutto considerando che nel 1986 il governo Craxi negò a Donald Reagan l’uso delle basi in Italia per l’Operazione Colorado Canyon che portò al bombardamento di Tripoli e Bengasi da parte dell’aviazione statunitense ed inglese. Il governo Renzi cerca di mantenere una politica multivettoriale, che lo vede stringere rapporti con più paesi e potenze anche in contrasto tra loro, ma ciò inevitabilmente è destinato ad un certo punto a tradursi nella necessità di operare una tardiva e dolorosa scelta di campo, in questo caso a favore di Washington.
Sarebbe stato molto più saggio tentare di riaffermare lo storico ed ormai dimenticato ruolo dell’Italia come di rilevante potenza nell’ambito mediterraneo, mediando una soluzione più equilibrata tra gli Stati Uniti e paesi come l’Egitto e la Russia per individuare una strategia indubbiamente più appropriata ed efficace con cui debellare il Califfato.

giovedì 4 agosto 2016

Jobs Act: il grande bluff con il trucco

È ormai possibile tirare le somme dell’operazione Jobs Act e incrementi occupazionali che è stata, nell’ultimo biennio il cuore politico e pubblicitario del governodi Matteo Renzi.
Che il Jobs Act in sé considerato consiste solo in una sistematica distruzione dei diritti che assicuravano dignità ai lavoratori italiani, è ormai chiaro a tutti perché, con la pratica abolizione dell’art. 18 dello Statuto, i lavoratori sono ormai privi di difesa., contro ogni tipo di sopraffazione.
Ci si è chiesti però se questa umiliazione avesse – come a sempre ha sostenuto il patronato – il pur discutibile vantaggio di una maggiore occupabilità, ossia di una maggior propensione dei datori di lavoro ad assumere lavoratori perché ormai resi malleabili.
Per sostenere questa deteriore ed infondata tesi il governo Renzi ha pensato di ricorrere ad un (costosissimo) trucco che gli avrebbe consentito poi di menare gran vanto: si trattava di dotare i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato (ma senza garanzia dell’art. 18) di un incentivo economico davvero poderoso, così drogando al massimo le assunzioni nel periodo subito successivo al Jobs Act ossia nell’anno 2015.
E’ stata, dunque, varata la decontribuzione, in forza della quale il datore che avesse assunto nell’anno 2015 lavoratori con il «nuovo» contratto di lavoro a tempo indeterminato avrebbe ricevuto, per il triennio successivo uno sgravio contributivo fino ad 8.060,00 annui per un totale così di ben euro 24.000 per ogni assunzione. Ma appunto solo per i contratti conclusi nell’anno 2015, perché per quelli conclusi nel 2016 il regalo si sarebbe più che dimezzato.
L’unica condizione posta dalla legge era che il lavoratore da assumere non avesse già avuto un contratto di lavoro a tempo indeterminato negli ultimi sei mesi precedenti, perché altrimenti, come ovvio, tutti sarebbero ricorsi a licenziamenti immediatamente seguiti dalle assunzioni con l’incentivo. La decontribuzione veniva invece concessa se il lavoratore avesse prima lavorato con contratto precario (es: a termine, di apprendistato, di collaborazione a progetto) perché queste trasformazioni sarebbero state il fiore all’occhiello del governo Renzi accreditato come grande protagonista – della lotta al precariato.
Ben presto questa «storica impresa» si è rivelata un semplice bluff con il crollo delle assunzioni a tempo indeterminato appena trascorso l’anno d’oro 2015, ma quello che pochi sanno è che non si è trattato solo di un immenso dispendio di denaro pubblico senza adeguati risultati, ma, piuttosto, di un immenso furto di denaro pubblico perché consapevolmente versato, nei casi di trasformazioni di rapporti precari, a datori di lavoro i quali, 9 volte su 10 erano evasori e contravventori passibili di multe e recuperi contributivi da parte dell’Inps.
In secondo luogo vogliamo segnalare al lettore che la decontribuzione demagogica del governo ha dovuto drenare risorse per il suo «regalo agli evasori», ha dovuto abrogare il principale vero incentivo all’occupazione, che funzionava bene da oltre 20 anni, ossia quello previsto dall’art 8 l. 407/1990 per disoccupati e cassa integrati da più di 24 mesi.
Procediamo, però, con ordine: nel corso del 2015 si sono registrati 1,4 milioni di nuovi rapporti a tempo indeterminato incentivati ma, con quasi 500.000 trasformazioni di contratti a termine e quasi 100.00 di contratti di apprendistato, oltre alle trasformazioni di centinaia di migliaia di co.co.pro. (collaborazioni a progetto) figura giuridica abrogata dal 01.01.2016.
Proprio queste trasformazioni sono state le occasioni del rande furto di cui tra poco si dirà, dopo aver ricordato che nel 2016, quando la decontribuzione è stata ridotta per i contratti di quest’ultimo anno da 8.060 a 3.250 e la sua durata decurtata da 36 a 24 mesi. Allora è arrivato il risveglio dalla sbornia: infatti secondo l’Inps nei primi quattro mesi del 2016 si è avuta una diminuzione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente addirittura del 78% dei contratti a tempo indeterminato mentre tornavano cosi a dominarlo i contratti precari e a termine e addirittura vouchers, forma di mercificazione definitiva del lavoro umano.
Il bluff così è stato scoperto ma non ancora il reato che esso nascondeva e che ora denunciamo: il fatto è che le molte centinaia di migliaia di trasformazioni dei contratti precari (delle tre principali tipologie del contratto a termine, apprendistato e a progetto) nascondevano una circostanza peraltro notissima agli operatori del mercato del lavoro, e cioè che essi erano quasi sempre irregolari. Infatti o mancava una causale precisa (contratti a termine), o mancava l’insegnamento (apprendistato), o mancava in realtà il progetto (co.co.pro.) con la conseguenza che per legge quei rapporti dovevano essere considerati già tutti a tempo indeterminato fin dal loro inizio. Per conseguenza non poteva essere concessa dall’Inps la decontribuzione connessa alla loro apparente trasformazione nei nuovi contratti a tutele crescenti perché, come detto, la stessa Legge 190/2014 vietava di concedere la decontribuzione con riguardo ai lavoratori che già fossero (in realtà) a tempo indeterminata nei sei mesi precedenti.
Quello che scandalizza, allora, è che l’Inps il quale era, per l’innanzi, ben attento a perseguire i rapporti precari irregolari, andando alla loro caccia e dichiarandoli a tempo indeterminato, cosi da poter recuperare la relativa contribuzione, sia improvvisamente convertito con l’arrivo del Jobs Act e della L.190/2014 al ruolo di pacifico e innocuo «ufficiale pagatore». Così da concedere, in automatico tutte le decontribuzioni richieste per le supposte trasformazioni di rapporti o precari invece di fare ciò che doveva fare, ossia una attentissimo screening o vaglio dei contratti precari in via di trasformazione, per escludere quelli irregolari, dai quali, era già sorto fin dal principio un rapporto di lavoro a tempo indeterminato.
Quante sono state le trasformazioni fasulle? Difficile dirlo, naturalmente, ma ammesso che potessero essere anche solo 8 su 10 e cioè 500.000 circa in tutto, il danno ovvero furto di denaro pubblico può essere calcolato in miliardi di euro, tra gli 8 e 10 nell’arco del triennio. Ognuno può d’altro canto calcolare da sé le varie ipotesi quantitative, ricordando che la decontribuzione triennale per ogni contratto del 2015 è di 24.000.
Può essere che nessuna centrale sindacale senta il bisogno di portare queste semplicissime riflessioni ad una Procura della Corte dei Conti o anche della Magistratura penale?
E’ veniamo al secondo importante profilo: l’incentivazione dell’occupazione è uno dei punti più delicati della disciplina del mercato del lavoro può facilmente dar luogo ad effetti distorsivi. Ma su un concetto vi è un accordo unanime: che l’incentivazione più importante è quella che aiuti a reinserire nel circuito lavorativo chi ne è uscito da un tempo ormai cosi lungo da far temere una emarginazione definitiva.
A questo provvedeva l’art. 8 della Legge 407 /1990, il quale concedeva a chi avesse assunto a tempo indeterminato un disoccupato o cassaintegrato da più di 24 mesi, una decontribuzione per tre anni al 100% se l’imprenditore operante del centro sud o di qualifica artigiana e del 50% negli altri casi. La grande utilità della misura è testimoniata dalla circostanza che è durata per ben 25 anni fin quando Renzi l’ha abolita per finanziare le sue trasformazioni fasulle di contratti precari irregolari.
Decisamente la normativa del lavoro del governo Renzi e degli altri governi liberisti che l’hanno preceduto, scritta sotto dettatura di Confindustria, merita soltanto di essere abrogata e rifatta da capo a fondo

mercoledì 3 agosto 2016

Referendum, le bugie di Renzi

«Spero che il referendum si faccia il 2 ottobre», ha detto Matteo Renzi all’inizio di giugno in tv (Rai2). «Fosse per me lo farei subito», ha chiarito un mese dopo, sempre in diretta (Sky). Al contrario, il presidente del Consiglio sta cercando di spostare «la madre di tutte le battaglie» (definizione ancora sua) il più tardi possibile. Che è molto tardi, in teoria si può arrivare fino al 18 dicembre. Per non aprire le urne proprio sotto l’albero di Natale, al presidente del Consiglio andrebbe bene, adesso, l’ultima domenica di novembre, il 27. Quasi due mesi dopo i precedenti annunci. Cerca però di presentare questo rinvio come conseguenza naturale dei tempi tecnici e dell’incrocio con la legge di stabilità. Non si può votare durante la sessione di bilancio, spiegano Renzi e i suoi.
«A ottobre ci divertiremo», diceva il presidente del Consiglio quando ancora immaginava che il Sì potesse vincere facilmente il referendum costituzionale. Ora, non prevedendo più risate, sta cercando di azzerare la campagna elettorale per farla ripartire su basi completamente diverse dopo l’estate e soprattutto dopo una legge di stabilità che dovrebbe concedere nuove mance elettorali. Ora sostiene di non aver mai voluto personalizzare il voto sulla Costituzione, eppure è stato sempre lui a dire che «può votare no solo chi mi odia»
Se davvero le sue preoccupazioni fossero di ordine istituzionale, per evitare l’incrocio tra il referendum e la sessione di bilancio ci sarebbe tutto il tempo di votare prima che il parlamento cominci ad esaminare i conti. È vero, la legge impone al governo di presentare la stabilità alle camere (quest’anno si comincerà da Montecitorio) entro il 15 ottobre (e prima ancora i documenti andranno inviati a Bruxelles). Ma il governo Renzi l’anno scorso ha fatto arrivare la legge di stabilità in senato solo il 25 ottobre. Fino ad allora nemmeno le commissioni hanno visto un cifra. A ottobre 2016 ci sono dunque ben tre domeniche in cui si potrebbe andare a votare per il referendum prima che la manovra, con le sue annunciate elargizioni, impegni il parlamento: il 9, il 16 e il 23 di quel mese.
La legge concede al governo la possibilità di rimandare il consiglio dei ministri (che convoca il referendum) fino a 60 giorni dopo la comunicazione della Cassazione che le richieste di referendum sono regolari. La possibilità, non l’obbligo. Quanto alla comunicazione della Cassazione, questa sarebbe già arrivata non fosse per le firme che il Pd ha presentato in extremis. I giudici stanno discutendo se è il caso di sottoporle a immediata verifica o se si può soprassedere. Ne parleranno ancora dopodomani, giovedì. Se decidessero di procedere con la verifica delle firme, potrebbero ufficializzare il loro via libera al più tardi il 14 agosto. Anche allora se Renzi volesse essere di parola – «fosse per me voterei subito» – potrebbe convocare il consiglio dei ministri in tempi brevi, entro la fine di agosto, per votare prima della sessione di bilancio.
Ma giovedì i giudici della Cassazione potrebbero anche chiudere la questione, decidendo che non ha senso aspettare il conteggio delle firme dal momento che le richieste di referendum presentate dai parlamentari sono state già accolte. E così, convenienze governative a parte, il referendum potrebbe essere indetto per ottobre (dal presidente della Repubblica, che firma un decreto del governo) già la prossima settimana. Non c’è nulla di tecnico dietro la decisione di Renzi di allungare la campagna elettorale.

martedì 2 agosto 2016

Bologna, 2 agosto 1980

Il 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.
Lo scoppio fu violentissimo, provocò il crollo soccorsidelle strutture sovrastanti le sale d'aspetto di prima e seconda classe dove si trovavano gli uffici dell'azienda di ristorazione Cigar e di circa 30 metri di pensilina. L'esplosione investì anche il treno Ancona-Chiasso in sosta al primo binario.
Il soffio arroventato prodotto da una miscela di tritolo e T4 tranciò i destini di persone provenienti da 50 città diverse italiane e straniere.
Il bilancio finale fu di 85 morti e 200 feriti. (testimonianze di Biacchesi e da "Il giorno")
La violenza colpì alla cieca cancellando a casaccio vite, sogni, speranze.
Maria Fresu si trovava nella sala della bomba con la figlia Angela di tre anni. Stavano partendo con due amiche per una breve vacanza sul lago di Garda. Il corpicino della piccola, la più giovane delle vittime, venne ritrovato subito. Solo il 29 dicembre furono riconosciuti i resti della madre.
Marina Trolese, 16 anni, venne ricoverata all'ospedale Maggiore, il corpo devastato dalle ustioni. Con la sorella Chiara, 15 anni, era in partenza per l'Inghilterra. Le avevano accompagnate il fratello Andrea, e la madre Anna Maria Salvagnini. Il corpo di quest'ultima venne ritrovato dopo ore di scavo tra le macerie. Andrea e Chiara portano ancora sul corpo e nell'anima i segni dello scoppio. Marina morì dieci giorni dopo l'esplosione tra atroci sofferenze.
Torquato Secci, impiegato alla Snia di Terni, venne allertato dalla telefonata di un amico del figlio Sergio, Ferruccio, che si trovava a Verona. Sergio lo aveva informato che a causa del ritardo del treno sul quale viaggiava, proveniente dalla Toscana, aveva perso una coincidenza a Bologna e aveva dovuto aspettare il treno successivo.
Poi non ne aveva più saputo nulla.
Solo il giorno successivo, telefonando all'Ufficio assistenza del Comune di Bologna, Secci scoprì che suo figlio era ricoverato al reparto Rianimazione dell'ospedale Maggiore.
"Mi venne incontro un giovane medico, che con molta calma cercò di prepararmi alla visione che da lì a poco mi avrebbe fatto inorridire", ha scritto Secci, "la visione era talmente brutale e agghiacciante che mi lasciò senza fiato. Solo dopo un po' mi ripresi e riuscii a dire solo poche e incoraggianti parole accolte da Sergio con l'evidente, espressa consapevolezza di chi, purtroppo teme di non poter subire le conseguenze di tutte le menomazioni e lacerazioni che tanto erano evidenti sul suo corpo".
Nel 1981 Torquato Secci diventò presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage.
La città si trasformò in una gigantesca macchina di soccorso e assistenza per le vittime, i sopravvissuti e i loro parenti.
soccorsiI vigili del fuoco dirottarono sulla stazione un autobus, il numero 37, che si trasformò in un carro funebre.
E' lì che vennero deposti e coperti da lenzuola bianche i primi corpi estratti dalle macerie.
Alle 17,30, il presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò in elicottero all'aeroporto di Borgo Panigale e si precipitò all'ospedale Maggiore dove era stata allestita una delle tre camere mortuarie.
Per poche ore era circolata l'ipotesi che la strage fosse stata provocata dall'esplosione di una caldaia ma, quando il presidente arrivò a Bologna, era già stato trovato il cratere provocato da una bomba.
Incontrando i giornalisti Pertini non nasconse lo sgomento: "Signori, non ho parole" disse,"siamo di fronte all'impresa più criminale che sia avvenuta in Italia".
Ancora prima dei funerali, fissati per il 6 agosto, si svolsero manifestazioni in Piazza Maggiore a testimonianza delle immediate reazioni della città.
Il giorno fissato per la cerimonia funebre nella basilica di San Petronio, si mescolano in piazza rabbia e dolore.
Solo 7 vittime ebbero il funerale di stato.

lunedì 1 agosto 2016

Barattare la Carta con un mini-Italicum

SECONDO la suggestiva proposta della costituzionalista Lorenza Carlassare, l’Italicum costituisce il “perno” della riforma costituzionale Renzi-Boschi. Il suo scopo sarebbe infatti quello di «verticalizzare il potere e gestirlo senza ostacoli e limiti da parte di nessuno, cittadini compresi ». Tesi che è confermata, da un lato, dai tempi di approvazione delle due leggi (prima l’Italicum e poi la riforma costituzionale) e, dall’altro, dalla ritrosia di Matteo Renzi ad accettare il suggerimento di giornalisti, imprenditori e banchieri, di assegnare l’abnorme premio di maggioranza alla coalizione anziché alla lista più votata. Se infatti l’Italicum è stato davvero pensato come il perno della riforma costituzionale, assegnare il premio alla coalizione anziché alla lista impedirebbe quella personalizzazione del potere, che costituisce l’obiettivo di Renzi.
È bensì vero che il premio alla coalizione eviterebbe i diffusi timori nei confronti dell’“uomo solo al comando”, ma, a parte il fatto che questa sola modifica non eliminerebbe i vari vizi di legittimità che caratterizzano l’Italicum — su cui la Corte costituzionale è già stata ripetutamente chiamata a pronunciarsi — , ciò che non viene evidenziato nel dibattito in corso è che il costo del baratto (il Sì alla riforma costituzionale) sarebbe comunque eccessivamente elevato, quand’anche l’Italicum fosse radicalmente modificato.
La riforma costituzionale non solo viola i principi supremi della Costituzione, ma è addirittura confusa e pasticciata, come è testimoniato dai rilievi critici di ben 20 ex giudici costituzionali (10 ex presidenti e 10 ex vicepresidenti!) e dei più autorevoli costituzionalisti, che qui di seguito cercherò di sintetizzare.
Il Senato verrebbe eletto dai consigli regionali e non dal popolo, nonostante l’elettività “diretta” costituisca, per la Corte costituzionale (sentenza n. 1 del 2014), il fulcro della sovranità popolare. Ciò nondimeno eserciterebbe le funzioni sia legislativa sia di revisione costituzionale. Sarebbe composto da 95 senatori che, nel contempo, dovrebbero svolgere le funzioni di consigliere regionale o di sindaco — il che renderebbe praticamente impossibile il puntuale adempimento delle funzioni loro assegnate — e da cinque senatori nominati, per altissimi meriti, dal presidente della Repubblica per la stessa durata del capo dello Stato (sic!). Poiché la carica di senatore sarebbe connessa a quella di consigliere regionale o di sindaco, l’identità dei 95 senatori cambierebbe continuamente, una volta scaduti dalla carica di consigliere regionale o di sindaco. Inoltre, il Senato eleggerebbe, da solo, ben due giudici costituzionali, il che introdurrebbe nella Corte costituzionale una pericolosa logica corporativa.
Il Senato non avrebbe natura territoriale, come erroneamente si ritiene dai sostenitori del Sì. L’elezione da parte dei consigli regionali avrebbe infatti una generica natura politico-partitica, non essendo previsti né il vincolo di mandato né l’identico numero di senatori per ogni Regione: elementi necessari perché la rappresentanza sia davvero “territoriale”. Il “nuovo” articolo 55 afferma che «il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali » ma, a ben vedere, è un mero flatus vocis. Il Senato continuerebbe infatti ad operare come organo dello Stato. Quanto al procedimento legislativo, dai due tipi attualmente esistenti (quello normale e la conversione dei decreti legge) si passerebbe, con la “nuova” Costituzione, ad almeno otto procedimenti “formalmente” diversi, con il rischio di potenziali conflitti tra le Camere o addirittura di incostituzionalità delle leggi.
Nel rapporto Stato-Regioni, la riforma è tutta sbilanciata a favore del potere centrale. Le cinque Regioni a statuto speciale, alle quali non si applica la riforma, risulterebbero ingiustamente privilegiate, laddove le Regioni ad autonomia ordinaria verrebbero private della potestà legislativa concorrente, superficialmente accusata di essere la causa dell’immane contenzioso costituzionale Stato- Regioni. Nella riforma è infatti prevista la sola potestà legislativa esclusiva, sia per lo Stato in ben 51 materie, sia per le Regioni in una quindicina di materie prevalentemente organizzative. Conseguentemente, materie importanti quali la circolazione stradale, i lavori pubblici, l’industria, l’agricoltura e l’attività mineraria — di cui non si parla nella riforma — è dubbio che spetterebbero alle Regioni oppure allo Stato. Invece, materie tipicamente autonomistiche quali le politiche sociali, il governo del territorio e l’ambiente verrebbero irrazionalmente attribuite allo Stato.
Infine, quanto al sindacato parlamentare, mentre è stato eliminato il Senato come contropotere esterno, non vengono previsti contropoteri politici interni, in quanto il “nuovo” art. 64 si limita a rinviare la «disciplina lo statuto delle opposizioni » al futuro regolamento della Camera dei deputati. E poiché è noto che i regolamenti parlamentari sarebbero approvati a maggioranza assoluta dei componenti dell’assemblea, ne segue che se l’Italicum restasse in vigore, sarebbe la maggioranza governativa a regolamentare lo statuto delle opposizioni.