sabato 9 aprile 2016

Istat: la “zavorra” di giovani Neet rimane altissima e in Italia sempre più vecchi

"Sono oltre 2,3 milioni i giovani 15-29enni che non sono inseriti in un percorso scolastico e/o formativo e non sono impegnati in un'attività lavorativa".
Il dato si riferisce al 2015 e a rilevarlo è l'Istat con il rapporto 'Noi Italia', pubblicato il 7 aprile. In totale si tratta del 25,7% dei giovani, con un’alta incidenza tra le donne (27,1%) e nel Mezzogiorno (in Sicilia e Calabria sfiora il 40%).
L’alta quota è comunque in leggero calo rispetto all'anno prima: nel 2014 i giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet, erano il 26,5%. Il primo ribasso dall'inizio della crisi. È indicativo che chi ha da poco varcato la soglia dei trenta anni risulta laureato appena uno su quattro.
Nel 2015, rileva, solo "il 25,3% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio universitario, un livello di poco inferiore al 26% stabilito come obiettivo per l'Italia ma lontano dal 40% fissato per la media europea". Quindi, la quota di chi ha un titolo accademico sale, nel 2014 era al 23,9%, ma il target Ue, fissato nella Strategia Europa 2020, rimane davvero lontana.
L’Istat ha anche rilevato che "sale al 14% l'incidenza del lavoro a termine nel 2015, più alta nelle regioni meridionali (18,4%) rispetto al Centro-Nord (12,5%)". L'Istituto spiega come la quota dei dipendenti a termine si ottiene dal rapporto percentuale tra i dipendenti a tempo e il totale dei dipendenti.
In generale, "nella graduatoria europea relativa al 2014, solamente Grecia, Croazia e Spagna presentano tassi di occupazione inferiori a quello italiano mentre la Svezia registra il valore più elevato (74%).
L'Italia è indietro anche nell'uso del web: la posizione nazionale è decisamente inferiore alla media Ue28 (75% nel 2014), perché solo Bulgaria e Romania fanno peggio di noi. Nel confronto europeo, anche la diffusione della banda larga nelle famiglie italiane è inferiore alla media dei 28 paesi (78% nel 2014), i valori più elevati si registrano nel nord Europa.
Sempre secondo l'Istat, gli utenti di Internet nel nostro paese sono il 60,2% (circa 34 milioni 500mila persone), ma solo il 40,3% si connette quotidianamente. La totalità delle regioni del Centro-Nord ha livelli di uso di Internet superiori al valore nazionale, nel Mezzogiorno la quota è più bassa. L'uso della rete è fortemente collegato all'età, con una quota di utenti che decresce progressivamente dopo i 24 anni.
Riguardo la banda larga, dal 2006 è aumentata la quota di famiglie che dispongono di una connessione veloce per accedere a Internet da casa, con quasi due terzi delle famiglie che nel 2015 utilizzano una connessione a banda larga. Il Mezzogiorno, e in particolare la Calabria (56,6%), si trovano in posizione svantaggiata.
L’Istat ha anche fotografato il livello anagrafico e lo stato civile. Ci sono pochi matrimoni, ancor meno figli e tanti, tanti anziani. Perchè il nostro Paese diventa sempre più popolato da vecchi: al 1° gennaio 2015 risultano 157,7 anziani ogni 100 giovani. E 55,1 persone in età non lavorativa ogni 100 in età lavorativa; valori in continua ascesa negli ultimi anni.
In caduta libera i fiori d'arancio. Perché con 3,2 matrimoni ogni mille abitanti, l'Italia è uno dei paesi dell'Ue28 in cui si va meno a nozze. Nel corso del 2014 in tutte le regioni si é verificata una stasi o un calo, fatta eccezione per il Trentino-Alto Adige. Resiste la tradizione del Mezzogiorno con la nuzialità più alta mentre il Nord-ovest è l'area con meno matrimoni rispetto alla popolazione. L'incidenza di divorzi rimane comunque bassa: 8,6 ogni 10mila abitanti nel 2014; a livello europeo solo Irlanda e Malta registrano valori inferiori (anno 2013). Per le separazioni si sta verificando una convergenza tra le varie aree del Paese (14,8 e 14,6 ogni 10mila abitanti nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno) mentre il divario Nord-Sud per i divorzi resta ancora evidente (rispettivamente 9,8 e 6,6).
Continua, pure a diminuire il numero medio di figli per donna (al Sud le mamme più giovani): nel 2014 si attesta a 1,37 mentre occorrerebbero circa 2,1 figli per garantire il ricambio generazionale.
Capitolo stranieri: in Italia risiedono oltre 5 milioni di cittadini non italiani (1,9% in più rispetto all'anno precedente) che rappresentano l'8,2% del totale dei residenti. Tuttavia, il flusso in ingresso di cittadini non comunitari verso il nostro Paese risulta in flessione: nel corso del 2014 i nuovi permessi rilasciati sono stati quasi il 3% in meno rispetto all'anno precedente. La riduzione dei nuovi ingressi ha riguardato soprattutto il Nord-est del Paese, mentre nel Mezzogiorno si è registrato un deciso aumento (quasi 8mila in più), a seguito soprattutto degli arrivi per mare di persone in cerca di protezione internazionale. Il grado di istruzione degli stranieri è di poco inferiore a quello degli italiani; tra i 15-64enni quasi la metà degli stranieri ha al massimo la licenza media, il 40,1% ha un diploma di scuola superiore e il 10,1% una laurea (tra gli italiani il 15,5%).

venerdì 8 aprile 2016

PARLA PUTIN PER LA PRIMA VOLTA DOPO I PANAMA PAPERS

Arriva la prima risposta del presidente russo Vladimir Putin ai Panama Papers. Dopo aver ricordato di non esser presente nella lista dei leader mondiali indicati in questa lista opaca, il leader del Cremlino ha dichiarato: "Sul server non c'è, e non c'è niente di cui io debba parlare. Ma ho una missione e devo lavorare. Che cosa hanno fatto? Un prodotto mediatico", ha detto il presidente russo durante un forum multimediale. Lo riporta RT.
Il presidente russo ha poi difeso la sua amicizia con il musicista Sergey Roldugin, una delle persone indicate nella lista delle 'carte di Panama'. "Sono orgoglioso di persone come Sergej Pavlovich, sia come amico che in generale. Sono orgoglioso della sua amicizia".
"Artista del Popolo della Russia" e un "musicista geniale".
Vladimir Putin ha confermato che Roldugin ha "tentato di essere un uomo d'affari" ed è "un azionista di minoranza in una delle nostre aziende", anche se ha dichiarato che "naturalmente non guadagnano miliardi di dollari, che è una sciocchezza."
Dopo la rivelazione dei documenti, molti media occidentali si sono affrettati a unirsi alla campagna russofoba e diffamatoria contro il presidente russo Vladimir Putin, basando le loro accuse sul fatto che alcuni suoi amici siano stati menzionati nei documenti. Il tutto, nonostante il nome del presidente russo non appaia nemmeno una volta.

giovedì 7 aprile 2016

Debito, la Bce grazia l’Irlanda: fine del regime del rigore?

Per risolvere il problema del debito pubblico, è stato iniziato da Dublino un esperimento monetario sotto l’egida della Bce: l’Irlanda emette buoni del tesoro a scadenza centennale, al tasso fisso lordo del 2,5%, e la Bce li compera sul mercato primario». Le conferme si trovano nel web, scrive Marco Della Luna, attento osservatore dei dispositivi di dominio per via finanziaria, autore di saggi come “Cimiteuro, uscirne e risorgere”. «Dato che calcoli a 100 anni sono al di fuori di qualsiasi ragionevole prevedibilità economica – afferma Della Luna nel suo blog – l’acquisto e la gestione di tali titoli è palesemente pensata per soggetti che non si limitano a cercare di prevedere o indovinare, come è il caso dei risparmiatori, ma che hanno la forza di prendere e imporre decisioni di lungo termine, come è il caso del cartello bancario-monetario Bri-Imf-Fed-Bce & C», ovvero le massime “istituzioni” finanziarie occidentali, che da trent’anni hanno imposto il regime dell’austerity agli Stati, costretti a tagliare spese e investimenti.
«Se l’esperimento avrà successo, e se Berlino non avrà la forza di bloccare tutto», continua della Luna, si potrà estendere l’esperimento irlandese «a tutti i paesi europei aventi un grave indebitamento pubblico, per rimetterli in grado di eseguire Marco Della Lunainvestimenti pubblici in funzione di rilanciare quelli privati, i redditi e l’occupazione». E forse, aggiunge, questa inedita “innovazione” «si potrà applicare anche per la risoluzione delle crisi bancarie da deterioramento dei crediti». Sarebbe in ogni caso una svolta epocale: la “monetizzazione del debito” permetterebbe agli Stati di uscire dal tunnel della crisi, innescata dall’irruzione della finanza speculativa nella finanza pubblica – i titoli di Stato affidati ai “mercati” – e aggravata in modo fatale, in Europa, dall’avvento dell’euro, che ha tolto definitivamente ai governi la possibilità di gestire il proprio debito: non più denominato in moneta sovrana, da leva strategica fondamentale (investimenti, salari e infrastrutture, con ricadute positive sull’economia privata) il debito si trasforma in un onere insostenibile.
Secondo Della Luna, il test irandese – se non verrà stoppato dalla Germania – potrebbe creare un precedente per una clamorosa inversione di rotta, dopo decenni di dominio assoluto da parte del super-potere finanziario e neoliberista internazionale, interpretato dal Fmi e dalla Fed, nonché da potenze come la Bank for International Settlements (Bri, banca dei regolamenti internazionali) e fino a ieri anche dal Wto. La missione: disabilitare la capacità di spesa degli Stati, per accelerare la maxi-privatizzazione globale di aziende e servizi. Ruolo in Europa affidato all’Ue e alla Bce, fino ai negoziati segretissimi per la stipula del Ttip, il Trattato Transatlantico che consegnerebbe il potere, anche giuridico, alle multinazionali. Che senso ha, allora, la contromossa che si starebbe giocando in Irlanda, dove – di fatto – si restituirebbe il potere finanziario allo Stato? Un estremo tentativo di tenere in piedi l’Europa dell’euro a guida tedesca, il cui crollo è dato da più parti per imminente, o l’implicita ammissione del fallimento del sistema globalizzato, privatizzatore e neoliberista?

mercoledì 6 aprile 2016

Se la realtà non obbedisce a Renzi, bisogna normalizzare l'Istat

Nel luglio dello scorso anno l'Ue, la Bce e il Fondo Monetario Internazionale riuscirono a far capitolare la Grecia sulla questione del debito, imponendo privatizzazioni e tagli, come sappiamo.
Ma una delle condizioni della capitolazione di Tsipras, firmata dal premier greco, fu quella del controllo, da parte delle istituzioni europee, dell'istituto di statistica nazionale. Quest'ultimo punto, qualora il problema sfuggisse, era essenziale per poter procedere agli altri due.
La statistica è, etimologicamente, una scienza dello Stato. Questo significa che produce dati ufficiali che non sono solamente di puro orientamento scientifico, o materiale per i media, ma che fanno effetti su politiche, strategie previsioni, orienta le modalità di funzionamento della macchina amministrativa.
La statistica produce vere e proprie norme fatte di numeri che, una volta costruite non possono essere ignorate. Un esempio? Lo si capisce dalla scomparsa, nella riorganizzazione dell'Istat voluta da un dirigente in area Madia (quella del primato del privato nelle partecipate), del dipartimento delle statistiche sociali e ambientali.
Dipartimento diretto da Linda Sabbadini, che non è, anzi era, una direttrice qualsiasi: innumerevoli sono i riconoscimenti guadagnati dalla Sabbadini sul piano internazionale. Una sorta, per capirsi, di Rita Levi Montalcini della statistica, specie per gli studi sulla condizione della donna. Ma di cosa si occupava il dipartimento diretto dalla Sabbadini? Semplice, di tutto ciò che il governo Renzi intende cancellare dalla realtà. Ad esempio, dei senza casa. Come dire cancello i tuoi diritti con la legge Lupi e poi la tua esistenza facendo sparire la statistica che parla di te. Se poi voglio legittimare degli Isee che escludono quante più persone possibili da rimborsi, sconti e diritti mi serve un istituto nazionale di statistica disattento, o capace di attenuare di molto, sulla dimensione dell'allarme sociale.
Alimentazione, ambiente, condizione femminile, anziani, omosessuali, droghe: tutte le ricerche che spiegano il paese reale trovano, nella riorganizzazione dell'Istat, un processo di insabbiamento fino alla scomparsa grazie alla cancellazione del dipartimento scienze sociali e ambientali (oggi "accorpato" in altro dipartimento per neutralizzarlo). In effetti da quando Renzi ha preso il potere, ovvero è diventato il presidente del consiglio, l'uso della statistica come strumento di propaganda è stato uno dei cavalli di battaglia di Filippo Sensi, ministro della cultura popolare unofficial del governo.
Si tratta quindi di fare un'altra cosa dopo due anni, e dopo che le statistiche, anche quelle fatte piegate all'estremo secondo i desideri comunicativi del governo (vedi il balletto dati Inps-Istat sui nuovi assunti) non aiutano a produrre l'adrenalina della persuasione tanto amata dalla propaganda. Quest'altra cosa è riorganizzare la statistica mettendo in secondo piano i dipartimenti, e le persone, che rilevano una realtà che non riesce ad essere raccomandata secondo gli schemi della propaganda.
Al momento è in corso una petizione, prima firmataria Dacia Maraini, in favore di Linda Sabbadini che chiede il reintegro suo e del suo dipartimento. Si dimentica troppo spesso quanto una politica della statitisca possa influire, in senso positivo o meno, proprio sull'erogazione dei servizi sociali. Perchè, come dicevamo, la statistica costruisce numeri ufficiali che hanno un peso, nell'amministrazione dello stato, simile a quello delle norme. Non a caso si silurano infatti direttori come la Sabbadini, che è famosa internazionalmente per gli studi sulla condizione femminile in Italia, si affossando dipartimenti di studi sociali e ambientali, e si promuovono ricerche sull'omicidio stradale, raddoppiamento della pena inutile sul piano della prevenzione degli incidenti stradali (tra l'altro in calo) ma utile per alimentare qualche canale con un pò di opinione pubblica forcaiola.
Questo il contributo alla scienza del governo Renzi -tra uno spot noiosissimo in California ed uno ad Harvard- dopo la riduzione della scuola dell'obbligo a refettorio del sapere con la "riforma" Giannini.
Ci attendiamo ora una serie di statistiche sul lavoro che cresce e sulla ricchezza degli italiani che è a livelli mai toccati. Forse però, più che riorganizzare l'Istat, per questo lavoro bisognerebbe ingaggiare Crozza. Sempre se, tra un sospetto e l'altro per una megatangente alla corrente renziana proveniente dalla Total per l'affare Tempra Rossa, resta del tempo. Attualmente occupatissimo per produrre fiumi di propaganda in grado di distogliere dalla vicenda Total.

martedì 5 aprile 2016

La truffa della "trasparenza" dei Renzi's boys

Chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni, peccato che le eccezioni siano davvero tante
Un piccolo ma prezioso termometro dello stato di salute della democrazia italiana è racchiuso in un provvedimento semisconosciuto adottato dal governo, in via preliminare, il 20 gennaio. Stiamo parlando del diritto di ogni cittadino ad accedere agli atti della pubblica amministrazione. È la versione italiana del Freedom of Information Act. Negli Stati Uniti esiste dal 1966. In molti Paesi, una novantina, è un paradigma della trasparenza. Dà la misura reale della cittadinanza. E della libertà d’informazione, del diritto di cronaca. Senza quelle norme — tanto per fare un solo esempio — non avremmo avuto l’inchiesta del Boston Globe sui preti pedofili (si chiese l’accesso agli atti giudiziari), da cui è stato tratto il film premio Oscar Spotlight. Da noi invece la legge rischia di assumere il tono di una concessione dovuta, una fastidiosa e vuota incombenza. Eppure va dato atto al governo, e in particolare a Renzi (ne fece cenno durante il suo discorso di insediamento al Senato il 24 febbraio 2014) e al ministro Madia (Leopolda del 2015), di averne fatto una bandiera. Peccato che questo vessillo di libertà sia stato velocemente ripiegato nel testo varato a inizio anno, ed esprima, al contrario, tutto il potere discrezionale di cui la burocrazia italiana è ghiotta. All’articolo 6 del decreto legislativo, si legge che «chiunque ha diritto di accedere ai dati e ai documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni». Bene.
Peccato però che l’elenco delle eccezioni sia semplicemente sterminato. Alcune (sicurezza, difesa, relazioni internazionali) sono condivisibili. Altre decisamente meno. Il limite della «tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti» forma una categoria talmente vasta da porre il diritto del cittadino a conoscere l’iter di un atto, i tempi e i costi della sua esecuzione, in una condizione di palese inferiorità, alla stregua di una curiosità molesta. La legge non identifica, nelle varie amministrazioni, un responsabile unico cui rivolgersi. Non c’è uno sportello. La mancata risposta dopo trenta giorni alla domanda di un singolo cittadino (destinata a perdersi nelmare magnum degli uffici) configura una sorta di silenzio-rigetto privo di sanzione. L’obbligo di motivazione del rifiuto, da parte dei pubblici uffici, era già previsto dalla legge 241 del 1990. Disposizione quasi mai rispettata. E dunque il legislatore, innovando la 241, ne avrebbe tenuto conto (cioè si sarebbe arreso a un’inadempienza), ipotizzando, con il silenzio-rigetto, una particolare «garanzia» per il cittadino titolare di un interesse legittimo. Rivolgendosi al Tar, questi potrebbe costringere l’amministrazione a spiegare il suo no. Una procedura troppo complessa e costosa per un semplice diritto all’informazione.
Nel suo parere, il Consiglio di Stato (18 febbraio 2016) è assai critico sullo schema di decreto legislativo. Condivide, citando Norberto Bobbio, «l’aspirazione a una democrazia intesa come regime del potere visibile». Sottolinea come la trasparenza sia «una forma di prevenzione dei fenomeni corruttivi». Ma senza semplicità nell’accesso ai dati e con troppe eccezioni, è tutto inutile. Il silenzio-rigetto, decorsi i 30 giorni dalla richiesta, realizzerebbe poi «il paradosso che un provvedimento in tema di trasparenza neghi all’istante di conoscere in maniera trasparente gli argomenti in base ai quali la pubblica amministrazione non gli accorda l’accesso richiesto».
I fautori di un più esteso Freedom of Information Act italiano si sono mobilitati. Hanno raccolto firme. Saranno ascoltati dalle Commissioni Affari costituzionali delle Camere il 7 aprile. Meritano di essere presi sul serio. E non considerati dei petulanti rompiscatole legislativi. Qualche loro richiesta è opinabile (come la gratuità dell’accesso agli atti) ma le loro critiche sono fondate. Il provvedimento finale verrà probabilmente varato entro un paio di mesi ed è auspicabile che sia corretto tenendo conto, non solo dei rilievi del Consiglio di Stato, ma anche delle osservazioni dell’Anac, l’autorità anticorruzione (ribadite ieri nell’audizione del presidente Raffaele Cantone) e del Garante per la protezione dei dati personali.
Il governo ha l’occasione di dare attuazione a una promessa che riguarda la libertà dei cittadini e il loro diritto ad essere informati. La trasparenza non va vissuta come un intralcio all’attività amministrativa ed economica. Se attuata senza eccessi (e con buon senso) è garanzia di correttezza e incisività degli atti. Un deterrente efficace contro la corruzione e i soprusi. Valorizza le buone pratiche, contrasta abusi di potere e assenteismi. Se, al contrario, vincerà ancora una volta la burocrazia, non dovremo più stupirci se il nostro Paese è così arretrato nelle classifiche internazionali (libertà di stampa compresa). Conoscere la qualità dell’assistenza di un ospedale, le sue liste d’attesa, sapere le condizioni igieniche dei ristoranti e dei bar che frequentiamo, gli stipendi di coloro che gestiscono i servizi pubblici, non ha una portata rivoluzionaria o distruttiva dei rapporti economici. Non è il Panopticon di Jeremy Bentham. L’occhio ossessivo di una prigione di vetro. È solo la normalità di una democrazia avanzata che non ha paura né della trasparenza né del diritto d’informazione. Anzi, ne va orgogliosa

lunedì 4 aprile 2016

L’importante era la salute

L’importante è la salute. Si sente ogni qualvolta si voglia descrivere la propria condizione di vita attuale. La salute è la struttura della serenità, il resto è solo sovrastruttura che può essere apprezzabile in presenza della prima imprescindibile condizione. Malattie e fratture, augurandosi in ogni maniera possibile il contrario, possono incombere nella vita di tutti: in questo caso vi è la l’irrazionale facoltà di poter relegare tali imprevisti alla sfera della sfortuna. Discorso diverso deve essere fatto valere per assistenza medica ed efficienza ospedaliera, variabili esogene al paziente ma assolutamente endogene allo Stato che, attraverso un’adeguata gestione del welfare state, deve garantire un rassicurante servizio ai cittadini. Deve, o meglio, dovrebbe: nel 2015 è stato registrato un boom di decessi, secondo le stime attorno a 68mila in più rispetto al 2014. Per trovare una cifra simile si deve accendere la macchina del tempo e impostarla sull’anno 1943, quando il contesto era totalmente diverso e vi era una guerra in corso. Tutt’oggi non ci si riesce a capacitare di tale exploit negativo: c’è chi relega la colpa all’inquinamento, chi all’invecchiamento progressivo della popolazione. Di fatto, però, nessuna delle suddette ipotesi parrebbe poter giustificare l’incredibile dato sopra esposto. Essendo il seguente articolo pubblicato nella sezione “economia”, nelle righe successive si porteranno alla luce i dati relativi alla spesa sanitaria italiana, riservanti spiacevoli sorprese.
Innanzitutto, è decisivo precisare che la spesa sanitaria pro capite dell’Italia è inferiore alla media OCSE: 3077 dollari, contro i 3453 della media, decisamente sotto ai 4819 tedeschi e i 4124 francesi (fonte: Health at glance 2015, OCSE). In un contesto internazionale l’Italia si ritrova non solo a spendere meno, ma anche ad aumentare la health expenditure di una esigua, minore, percentuale. Precisamente, dal 2005 al 2009, la spesa sanitaria pro capite è aumentata in media dello 0,5%, inferiore alla media OCSE (3,4%), nonché ad altri Stati come Francia (1,5%), Germania (2,8%) e Giappone (3,2%). Dal 2009 al 2013, poi, si è registrato un -1,6% nei fondi governativi destinati alla salute dei cittadini italiani, sempre sotto la media che riporta un + 0,6%. Ancora più sconvolgente è il dato relativo alla spesa sanitaria in percentuale della spesa governativa totale: sempre OCSE approssima quella italiana al 13%, che acquista valore se comparata alla media, 15%, e ancor di più in riferimento a Germania, 19%, oppure al Regno Unito, 16%. Il quadro via via si delinea, facendo emergere un impiego quantomeno sobrio di fondi nell’ambito della spesa sanitaria italiana, che rimane la più efficiente d’Europa e la terza nel mondo, dietro a Honk Hong e Singapore.
Si potrebbe dedurre, data la virtuosità contabile della spesa sanitaria italiana, una certa serenità nella gestione dei conti. Non è così. Con la ratifica del Fiscal Compact, che impone un sostanziale pareggio di bilancio, la sanità italiana, così come molte altre sfumature del welfare state, entrano nel mirino della burocrazia di Bruxelles. Per la precisione l’Europact, sezione del trattato, indica esplicitamente i campi oggetto di analisi per la determinazione della virtuosità riformista degli Stati contraenti. Nel documento riportante le conclusioni post- riunione 11/03/2011 dei capi di stato della zona euro, specificatamente nella sezione “Rafforzare la sostenibilità delle finanze pubbliche”, si legge: <>. La valutazione passa anche attraverso una razionalizzazione della spesa sanitaria che <<è diminuita negli ultimi anni, a seguito degli sforzi del governo per ridurre i disavanzi di bilancio nel contesto della crisi economica. Stime preliminari suggeriscono che queste riduzioni della spesa sanitaria hanno continuato a un tasso pari a -3% in termini reali nel 2013>>, riportava l’OCSE nel 2014. I tagli sono stati reiterati dal Governo Renzi. Nel DEF 2015 sono riportati con chiarezza i tagli per gli anni a venire: dal 6,8% dell’anno scorso al 6,6% nel 2020, considerando tagli pari a 2,6 mld a decorrere dal 2015. Il dato acquista ancora maggior impatto se si pensa che nel 2012 la spesa sanitaria in percentuale del PIL ammontava al 9,2% e ad oggi risulta scesa al 6,8%, con una popolazione in progressivo invecchiamento e nessuna particolare motivazione riguardo all’inversione di tendenza, che avrebbe naturalmente visto un’espansione della spesa per far fronte alle esigenze della cittadinanza. Importante citare anche il taglio di 215 prestazioni sanitarie reputate “non necessarie” dal ministro Lorenzin che spera di racimolare 7 mld entro il 2017: non vi sarà ulteriore approfondimento in questa sede. I 68mila decessi potrebbero non aver nulla a che vedere con i forti tagli alla spesa destinata alla salute degli italiani; è da annotare, in ogni caso, la responsabilità che il governo italiano si è caricato sulle spalle: soddisfare il vincolo contabile esterno al costo di esporre gli italiani ad un inadeguato servizio sanitario.

domenica 3 aprile 2016

Il re della Giordania Abdullah II accusa la Turchia di sostenere l'Isis: “Esporta terroristi in Europa”

La Turchia è stata più volte accusata di esercitare un ruolo "doppiogiochista" nella lotta contro l'Isis e ciò è stato sostenuto specialmente da parte dei guerriglieri curdi e della Russia, notoriamente aventi pessimi rapporti con Ankara.
Recentemente, alle ipotesi avanzate da curdi e russi si sono aggiunte quelle avanzate dal re della Giordania Abd Allah II.
Secondo quanto è stato riportato da Middle East Eye(1), in un meeting segreto tra il re giordano e i membri del Congresso Usa dell’11 gennaio il re giordano avrebbe dichiarato che la Turchia starebbe dietro l'avanzata dell'islamismo radicale in Medio Oriente e la proliferazione del terrorismo islamista in Europa.
Come riportato in un articolo su "Wall Street Italia"(2), re Abdullah ha dichiarato che :
" Il fatto che i terroristi si stiano recando in Europa fa parte della politica della Turchia”, anche perché il presidente turco Tayyip Erdogan ritiene che “la soluzione per la regione (del Medio Oriente) sia quella dell’Islam radicale“. Di fatto, la “Turchia cerca una soluzione religiosa per la Siria, mentre noi siamo a favore di elementi moderati nel sud e la Giordania ha fatto pressioni su una terza opzione, che non permetterebbe l’adozione di una opzione religiosa "
Inoltre, a una domanda di un membro del Congresso Usa che li chiedeva se l’Isis starebbe esportando petrolio in Turchia, il re giordano ha risposto affermativamente e durante l'incontro ha anche sostenuto che gli jihadisti sarebbero stati “creati in Turchia”, per poi essere “rilasciati” in Europa.