martedì 8 marzo 2016

La vera rivoluzione del voto alle donne

La conquista del diritto di voto è stata per le donne di gran lunga più difficile che per ogni altra fetta di popolazione, non solo in Italia. Come Natalia Aspesi ha scritto su Repubblica introducendo il film Suffragette, la lotta per il suffragio è stata lunga e dura, in tutti i paesi, anche quelli di storia liberale come l’Inghilterra, o quelli che nacquero sul consenso elettorale e l’eguaglianza, come gli Stati Uniti. È quindi giusto dire che il decreto legislativo più rivoluzionario che ha avuto l’Italia fu quello a firma De Gasperi- Togliatti che in data 31 gennaio 1945 riconobbe il diritto delle donne al voto, anche se non all’eleggibilità, una discriminazione che sarebbe caduta di lì a poco: ventuno furono le donne elette il 2 giugno 1946 all’Assemblea costituente.
Quello suffragista fu il primo movimento globale, la prima forma di mobilitazione rappresentativa che conquistò legittimità mediante l’opinione e grazie a celebrità intellettuali che associarono il loro nome alla causa. Harriet Taylor e il marito, John Stuart Mill, furono tra i primi europei a collaborare al movimento, raccogliendo finanziamenti e scrivendo proclami. Chi come Mill o il nostro Salvatore Morelli provarono ad avanzare proposte di legge in tal senso trovò in parlamento un muro: la proposta di Mill ottenne una settantina di voti, quella di Morelli non venne neppure discussa.
Certo, vi erano state, anche in Italia, proposte per concedere alle donne il diritto di voto amministrativo: ci provò Minghetti appena dopo l’unità, e poi il sindaco di Firenze, Peruzzi, la cui moglie aveva anche organizzato un salotto di discussione per preparare l’opinione suffragista. Tra gli invitati vi era il giovane Vilfredo Pareto, allora un sostenitore radicale del suffragio femminile (e della rappresentanza proporzionale!) e ammiratore del Subjection of Women (La servitù delle donne) di Mill che Annamaria Mozzoni tradusse in italiano nel 1870. Ma seppure moderata (e reiterata altre volte fino all’avvento del fascismo), la proposta del voto amministrativo non decollò.
Quale la ragione di tanta ostilità? L’argomento più usato, un pregiudizio radicato da secoli, era quello dell’impossibilità della donna di sviluppare ragionamenti di giustizia perché incapace di giudizi di imparzialità. Destinata dalla natura a procreare e prendersi cura della specie, l’intelletto femminile era portato a comprendere l’utile vicino e l’interesse parziale della sua famiglia, non quello lontano e generale. La donna era votata all’economia domestica quindi; quella politica era privilegio dei figli, dei mariti e dei padri.
Quando questa idea così radicata nella cultura occidentale entrò in crisi? Questa domanda consente di mettere a fuoco la portata rivoluzionaria del suffragismo. Fu la trasformazione del voto da funzione (in difesa di interessi) a diritto della persona la chiave di volta. Infatti, se la rappresentanza deve essere espressione degli interessi che gli eletti svolgono con libero mandato e competenza, perché il suffragio universale? James Mill, il teorico del governo rappresentativo, scrisse negli anni Trenta dell’Ottocento che siccome ogni interesse riflette quello degli altri, sembra ragionevole che il voto del capofamiglia porterà in Parlamento anche le esigenze dei componenti della famiglia, per cui non serve che i giovani maschi e le donne votino. Fino a quando il voto fu inteso come funzione e non come diritto di sovranità, l’esclusione delle donne fu ritenuta funzionale alla loro vocazione di cura e giustificata con l’argomento della rappresentanza surrogata.
Il Settecento radicale - l’illuminismo francese - fu lo spartiacque. Quando il voto, a partire da Rousseau, divenne la “volontà” del sovrano come libertà di darsi leggi, allora il non voto parve subito segno di assoggettamento. Mary Wollstonecraft volse questo argomento contro Rousseau stesso, il quale aveva escluso le donne dalla città mostrando quanto il pregiudizio potesse contro la logica. Ma con la Rivoluzione francese, il mutamento del paradigma della legittimità politica fu radicale. Di qui si fece strada l’idea che il governo fondato sul consenso elettorale non era semplicemente rappresentativo degli interessi, ma costituzione di libertà. E nel 1792 Olympe de Gouges presentò al governo rivoluzionario una Déclaration des droits de la femme nella quale venivano richiesti per le donne tutti i diritti civili e politici.
Siccome il voto è potere, non potersi difendere da esso godendo di un potere eguale si traduce nel sottostare a un potere arbitrario. In questa nuova concezione del voto è radicata l’idea della designazione elettorale diretta da parte dei singoli, in quanto non parte di gruppi, ceti o classi; non perché portatori di specifici interessi da difendere: ecco l’argomento rivoluzionario dell’idea del suffragio come diritto individuale nel quale si inserisce il suffragismo. Un movimento che cominciò proprio insieme all’idea del cittadino come parte uguale della nazione, sede del popolo sovrano. Ecco perché la decisione che la Consulta prese nel 1945 approvando l’estensione del diritto di voto ai cittadini e alle cittadine, “senza distinzione”, fu rivoluzionaria e coerentemente democratica

lunedì 7 marzo 2016

Mutui, dal leasing immobiliare al vitalizio ipotecario

Ad oggi le proteste sulle mosse del governo Renzi a favore delle banche in merito ai mutui hanno generato un polverone in parte utile anche all’esecutivo. Se non altro ne uscirà come un esecutivo buono, concedendo qualche briciola in più ad una trattativa che lo vedrà attento a suo dire “alle parti in causa”.
Le opposizioni all’interno del parlamento tentano quantomeno di cavalcare il problema, fuori anche il Codacons si muove per protestare con un esposto alla Procura della repubblica di Roma. Tutto questo era un effetto del tutto previsto da parte del governo Renzi, il suo viceministro all’Economia Enrico Zanetti ribadisce che “il governo è disponibilissimo a modificare il testo presentato”. Gli fa eco il presidente dell’Associazione bancari italiani presidente Antonio Patuelli che dichiara: “Non riguarda fatti del passato, ma la possibilità e l’eventualità per il futuro, lasciata alla libera contrattazione tra famiglie e istituti bancari. Sono logiche europee, ce ne sono anche altre, comunque noi non ce ne siamo interessati”.
Aldilà delle parole spese da questa o da quella parte la realtà continua ad essere la stessa.
La volontà delle banche di ripianare i propri conti è forte, il debito di quelle italiane è di almeno 200 miliardi di euro, dei quali solo il 30% a causa dei semplici cittadini che hanno contratto finanziamenti o mutui. Su questi ultimi bisogna agire ed in questo caso si vuole dare un colpo di spugna all’intromissione di un tribunale, come oggi avviene prima della vendita all’asta dell’immobile. Questo passaggio quantomeno garantiva al debitore il trascorrere di 7/8 anni nel quale il cittadino poteva rientrare di una parte del debito e comunque non correre il rischio di finire dall’oggi al domani in mezzo ad una strada. Da questo punto di vista le banche potranno fare il prezzo e saranno indubbiamente interessate a rientrare del proprio debito e basta, per di più saranno loro stesse a ricomprarle tramite agenzie immobiliari satelliti quando non palesemente col proprio nome. Gli atti del governo da tempo rispondono alle banche, in questo caso il vitalizio ipotecario e il leasing immobiliare sono stati passaggi che indubbiamente li hanno visti andare a braccetto nel ridurre maggiori strati del paese ad essere “debitori cronici” a vita.
A questo serve il vitalizio immobiliare, riservato a chi ha compiuto 60 anni di età, particolarmente in difficoltà, ad esempio per via dei costi della casa del quale si è proprietari, perché anziani bisognosi di cure, o per dover mantenere i propri familiari. Del resto il bacino di bisognosi è in aumento, un’esigenza di liquidità che porta a monetizzare quello che è rimasto ancora da monetizzare, in questo caso le banche concedono un prestito mettendo un'ipoteca sulla casa di proprietà. Insomma un finanziamento strutturato appositamente per le esigenze finanziarie della popolazione di età avanzata: all'anziano viene concesso un finanziamento a fronte dell'iscrizione di un'ipoteca sulla casa di proprietà (che dunque l'anziano non è costretto a vendere) mentre la restituzione del capitale e degli interessi fa carico, in tutto o in parte, agli eredi posteriormente al decesso del mutuatario.
L’aggravante maggiore di questa operazione pone come vincolo da contratto che il vitalizio ipotecario passi agli eredi e ove costoro si rifiutino di provvedere a questo pagamento, la banca può vendere l'immobile e soddisfarsi con il ricavato (restituendo agli eredi l'eventuale eccedenza). L'entità della somma concedibile a mutuo varia sia in funzione del valore della casa concessa in ipoteca sia dell'età del mutuatario: l'importo è tanto più elevato quanto più la casa vale e quanto più è avanzata l'età del mutuatario. Un peso che graverà sulle spalle del debitore e dei suoi eredi è rappresentato dall'esponenziale crescita del debito (dovuta alla capitalizzazione annuale degli interessi sulla somma erogata), soprattutto dove vi sia una lunga aspettativa di vita: questo meccanismo è in grado di “mangiare” in poco tempo l'intero valore dell'immobile offerto in garanzia. Altro aspetto di perplessità deriva dalla considerazione che la casa oggetto di ipoteca non è vendibile, non è ulteriormente ipotecabile e nemmeno è possibile concederla in locazione a terzi: infatti in questi casi, la legge sancisce la cosiddetta “decadenza dal beneficio del termine” e cioè la banca può dichiarare il contratto risolto e pretendere la restituzione immediata di capitale e interessi.
Nella visione del debitore cronico vi sono le così dette giovani coppie che decidono di comprare casa. Il metodo è come quello delle auto comprate con il leasing, in questo caso il leasing immobiliare consente alle giovani coppie attraverso un indebitamento di avere una casa utilizzando un finanziamento con maxi rata finale. A fronte della precarietà lavorativa e del potere di acquisto sempre più in calo dei salari italiani, non vi sarà che la continuazione dell’indebitamento da parte di chi ha contratto questo tipo di leasing.
Bisogna tener conto innanzitutto la durata, generalmente più breve, dei mutui in quanto con una durata troppo lunga si andrebbe incontro ad un canone eccessivamente alto in proporzione e, quindi, non conveniente. La locazione finanziaria non supera i 20 anni, ma generalmente si attesta tra i 12 e i 15 anni. Questo significa pagamenti (mensili, ma più spesso bimestrali o trimestrali) più elevati. In quanto saranno la maggioranza a dover chiedere di finanziare la maxi rata a causa pagando quindi per la vita.
Ritornando sul vespaio più in generale dovuto alla notizia di qualche giorno fa il governo Renzi ora parla di modifiche, come ad esempio la sostituzione delle 7 rate con le attuali 18 rate non pagate, grosso modo un anno e mezzo di insolvenza, briciole di fronte alla portata della cosa o meglio della casa. Oppure del diritto ad avere un perito nominato dal tribunale per stabilire il valore della casa per la successiva vendita.
Anche in questo caso le rassicurazioni che parlano di regole applicate ai nuovi mutui e del fatto che si vuole far credere che il debitore ed il creditore possano avere lo stesso peso nella trattativa, offendono l’intelligenza di chi oggi vive nella realtà italiana. Eterni debitori è quello che il governo e le banche vorrebbero avere dalle attuali m

sabato 5 marzo 2016

Cinguettii o starnazzamenti non fanno crescere l’occupazione

A guardare la realtà cosi come si nasconde dietro le fumisterie propagandistiche del Twittatore c'è molto poco da ridere. Huffington post, online. 4 marzo 2016
I messaggi via twitter li chiamano “cinguettii”. Ma a volte, per la loro grevità, andrebbero catalogati come starnazzamenti. E’ di questo ultimo tipo l’ultima intemerata contro i “gufi” che Matteo Renzi ha deciso di lanciare via twitter dopo la pubblicazione da parte dell’Istat delle ultime rilevazioni sull’andamento del mercato del lavoro. Risulterebbero nel mese di gennaio 71mila posti di lavoro permanente in più rispetto al dicembre del 2015. Il premier grida vittoria perché in questo modo si sarebbe arrestato il calo della occupazione dipendente per la prima volta dall’ottobre 2013. E questo sarebbe sufficiente per tessere le lodi della nuova legislazione sul lavoro.
Ma è proprio così? Ad un esame più attento non sembrerebbe. Leggendo con più attenzione i dati Istat ed anche la stampa, sia quella generalista che quella specializzata, emerge un quadro assai più torbido. Per comodità prendo ad esempio l’editoriale del Sole24Ore di mercoledì 2 marzo. In esso Luca Ricolfi, pur sotto un titolo redazionale compiacente, offre un panorama assai meno sgargiante. Nel quale emerge con forza un’ipotesi più che probabile. Al di là della disputa sui numeri, che dipendono ovviamente dai punti e dai parametri di riferimento, l’incremento dei posti di lavoro non è che l’esito di un’onda lunga dovuta a tre cause: il contratto a tutele crescenti (jobs act), la generosissima decontribuzione, la liberalizzazione dei contratti a termine dovuta al decreto Poletti del marzo del 2014. Il mercato del lavoro si è servito prevalentemente di questi ultimi, generando precarietà. Per poi orientarsi sul contratto a tutele crescenti grazie alla decontribuzione ad esso collegata (più di 8mila euro per assunto). Questa scelta si è venuta intensificando in prossimità dell’abbattimento previsto della contribuzione medesima.
A questo punto serietà vorrebbe che ci si interrogasse se questa trasformazione del tempo determinato in tempo indeterminato – si fa per dire, perché priva della protezione contro i licenziamenti ingiusti che era prevista dall’articolo 18 dello statuto dei diritti dei lavoratori – ha possibilità di segnare una reale inversione di tendenza consolidandosi nel tempo. E qui i facili entusiasmi scemano rapidamente. Nel complesso l’economia mondiale, già dentro una crisi epocale - Larry Summers parla di “stagnazione secolare” - sta per entrare in una congiuntura ancora più sfavorevole. Difficile che un paese come il nostro, che ha già perso il 25% della propria potenzialità produttiva, possa risollevarsi solo con misure che agiscono solo dal lato dell’offerta di lavoro. Se si guarda all’insieme del mondo del lavoro, quindi anche al mondo del lavoro autonomo o presunto tale, si scopre che l’occupazione totale – fatti salvi i travasamenti dal lavoro autonomo al lavoro dipendente in virtù delle decontribuzioni e delle altre norme favorevoli - è rimasta negli ultimi sei mesi pressoché invariata.
Ma soprattutto bisognerebbe capovolgere l’angolo di visuale. Guardare cioè non solo al tasso di disoccupazione ma a quello di occupazione. Ovvero al peso dei lavoratori sul totale della popolazione in età da lavoro. L’Italia, per diventare un paese normale, per dirla alla D’Alema, dovrebbe aumentare di sette milioni i suoi posti di lavoro. Nei primi nove mesi del 2015 il tasso di occupazione è sì tornato sopra il 56%, ma siamo lontani da quello francese (64%) o da quello tedesco (74%). Da noi il tasso di occupazione tra i più giovani è sceso al 15%, ovvero 10 punti in meno rispetto all’inizio della crisi. Contemporaneamente è salito quello tra gli anziani, a seguito dell’allungamento dell’età pensionabile. In Italia le persone che non studiano e non lavorano sono ormai 14 milioni, di questi 4,4 hanno meno di 24 anni. Una generazione perduta per lo studio e il lavoro, le cui conseguenze si faranno sentire nel tempo sia in termini economici che civili.
Per tutte queste ragioni non c’è davvero nulla per esultare. Tanto più che politiche di interventi strutturali nella nostra economia per favorire il rilancio di investimenti pubblici e privati in settori innovativi capaci di impiegare lavoro e conoscenze non se ne vedono. Il Governo prepara invece un Documento di economia e finanza per aprile – in vista delle prossima legge di stabilità - il cui cuore sembrano essere ritocchi all’Ires in favore delle imprese e forse qualche anticipazione sull’Irpef, cioè l’imposta sulle persone fisiche. Ma in questo caso si vorrebbe ridurre da cinque a tre gli scaglioni, con aliquote pari al 23%, 27% e 43%. A beneficiarne sarebbero particolarmente i redditi medio-alti, con un risparmio di circa 2430 euro l’anno per chi ne guadagna 50mila e di 3.500 euro l’anno per chi sta sui 60mila. Come si vede Renzi sente approssimarsi il periodo elettorale.

venerdì 4 marzo 2016

Contro le trivelle. Il 17 aprile tanti SI!

Le trivellazioni sono una pratica barbara e arcaica di ricerca e produzione di fonti energetiche, che violenta il territorio e deturpa il paesaggio, che sottrae sovranità alle comunità locali e le sacrifica alle multinazionali, che impoverisce ulteriormente la Terra, piegandola a un modello di sviluppo non più compatibile con la sopravvivenza del Pianeta e del genere umano.
Il cosiddetto decreto “sblocca trivelle” del governo Renzi rende questa pratica più agile, più snella e accentra nelle mani del governo nazionale la valutazione d’impatto ambientale sulle perforazioni.
In tutta Italia e in tutto il mondo esistono comitati, movimenti, studi scientifici che – oltre a battersi contro le trivellazioni – dimostrano la possibilità e l’utilità di investire su una produzione energetica rinnovabile e pulita, non più fondata su idrocarburi e risorse naturali non rinnovabili.
È il principio di una necessaria e irrinviabile rivoluzione verde, che restituisca centralità all’ambiente e ai diritti degli uomini e delle donne, che coniughi lavoro buono e ecologia.
Il referendum del 17 aprile è importante: sul piano simbolico, culturale e politico.
Ed il fatto che sia oggetto di uno scandaloso oscuramento mediatico è una testimonianza di quanto se ne avverta il pericolo nelle sedi governative e nelle sedi delle multinazionali.
Sinistra italiana voterà SI per bloccare le trivelle e rivendicare la conversione ecologica dell’economia. Facciamolo tutti insieme e avremo vinto la battaglia giusta di una guerra giusta.

giovedì 3 marzo 2016

Altro favore alla banche: casa all'asta dopo sette mesi di arretrato

Il governo delle banche. Questa definizione sintetica del governo Renzi contiene molte verità. Si potrebbero esaminare da vicino molti dei provvedimenti e dei decreti emanati da questa congrega di prestanome e si troverebbe quasi sempre la prova. Certo, nella testa di tutti rimane stampato il “decreto salvabanche”, quello che ha fissato il criterio del bail in anche per i correntisti che erano stati truffati e convinti (costretti, spesso) a sottoscrivere “obbligazioni subordinate” di alcuni istituti, in cima a tutti quella Banca Etruria che aveva il padre del ministro Boschi come vicepresidente.
Ma c'è un altro decreto legislativo, ancora in discussione nelle Commissioni parlamentari, che concede un nuovo, irresistibile potere die sproprioo in mano alle banche. Si tratta della modifica al Testo Unico Bancario che deve recepire – in teoria - “la direttiva 2014/17/Ue sui contratti di credito a consumatori relativi a immobili residenziali”. In pratica, ne norme reativi ai mutui immobiliari.
L'articolo incriminato non consente interpretazioni benevole:
«le parti del contratto di credito possano convenire espressamente, al momento della conclusione del contratto di credito o successivamente, che in caso di inadempimento del consumatore, la restituzione o il trasferimento del bene immobile oggetto di garanzia reale o dei proventi della vendita del medesimo bene comporta l’estinzione del debito, fermo restando il diritto del consumatore all’eccedenza»
Lo scandalo è scoppiato quando, leggendo e traducendo la neolingua legislativa, qualcuno si è reso conto che questa “modifica” consente alla banca di mettere all'asta un immobile il cui proprietario sia indietro con i pagamenti. Appena sette mensilità, anche non continuative, e via, si va all'asta senza più passare per la lunga procedura processuale (in alcuni casi può durare anni, vista la lentezza della giustizia civile italiana) e tu sei messo fuori da casa tua in pochi mesi.
È noto che i contratti bancari, e soprattutto quelli di mutuo, sono stapaffiate chilometriche dense di commi, codicilli e note esplicative (in corpo 4, ossia illeggibili) che nella maggior parte il cliente non legge neppure, preso com'è dal concludere “l'affare”. Quindi il soggetto motore del contratto è per forza di cose la banca. Senza più neanche essere costretta a chiedere un parere al cliente.
Che le cose stiano così, non c'è dubbio. Al punto che gli stessi parlamentari del Pd presenti nelle due Commissioni sono stati costretti a presentare emendamenti di “riparazione”. Almeno in apparenza.
I due presenti in Commissione alla Camera, per esempio, propongono che «la norma non sia retroattiva, e non riguardi quindi i contratti già esistenti», secondo quella logica che imperversa da quasi vent'anni: creare due schieramenti con interessi teoricamente simili ma in contrasto sui dettagli (i “garantiti”, che conservano la vecchia legislazione, e i “non garantiti” che cadono sotto le nuove regole). Come per l'art. 18 e le pensioni, insomma, e per un po' di tempo. Fino a quando un altro decreto ristabilisce “l'equità” togliendo anche ai “garantiti” ogni tutela.
Ma il punto essenziale del decreto è un altro, lo sanno anche loro. Quindi sono obbligati a chiedere che il governo cambi la regola sul “trasferimento dell’immobile in garanzia”, concedendo al debitore e non alla banca il diritto di decidere di avviare la procedura. E infine di chiarire meglio «le condizioni che determinano l’inadempimento, distinguendolo dal ritardato pagamento»
Anche perché, ricordano a questo punto alcuni parlamentari spaventati dalle possibili reazioni al momento delle elezioni, esistono anche le norma presenti nel «Fondo mutui» del ministero del Tesoro, che prevede – e tutela – il creditore in difficoltà consentendo la sospensione fino a 18 mesi del pagamento della rata del mutuo.
Ma non si intende tornare indietro. Al massimo, ipotizzano alcuni membri delle due Commissioni parlamentari, si potrebbe prevedere un diritto del creditore ad ottenere almeno "l'eccedenza". Tradotto: se hai chiesto 100.000 euro di mutuo, ma la tua cas viene venduta all'asta per 150.000, forse non è bello che la banca si tenga proprio tutto. QUalcosa, di quei 50.000 in più, dovrebbe pur lasciarlo al neo-sfrattato...
C'è comunque da restare in allarme e “vigilanti”, perché questo governo è completamente privo di scrupoli. E quel che oggi sembra un'enormità che non può essere approvata, nel giro di pochi mesi diventerà il “danno minore” per evitare uno schema anche più infame.
E stiamo parlando della casa di proprietà, ossia di un pilastro dell'ideologia “proprietaria” che tanti consensi ha sottratto alle culture critiche del capitalismo... Figuriamoci sul resto, cosa possono combinare.

mercoledì 2 marzo 2016

Renzi vuol tagliare le pensioni fingendo di "mettere soldi in tasca"

Un governo criminale si giudica non solo per la legislazione omicida già approvata, ma soprattutto per la bulimia di provedimenti fatali che esibisce ogni giorno.
Quello di Renzi sta battendo ogni record, ma rischia anche di vedersi “scoperto”. L'ossessiva propaganda che ci investe dagli schermi tv e dai giornali, infatti, si scontra apertamente con le condizioni di vita reali. E non c'è dunque alcun messaggio “ottimistico” che possa nascondere il peggioramento quotidiano che ognuno di noi può sperimentare.La "crescita" nonsi è vista, e le previsioni globali dicono che non si vedrà affatto. Semmai il contrario...
Dunque c'è bisogno di qualche “pensata” che possa – temporaneamente, almeno – sembrare una dimostrazione concreta di “benevolenza” per chi vive solo del proprio lavoro, magari stimolando a spendere qualcosa di più subito (per "alimentare la crescita", ovviamente). L'effetto degli “80 euro” è finito da un pezzo – anche perché, ci segnalano molti lettori, in busta paga non si sono più visti da gennaio – e non c'è un euro da destinare alle tasche dei lavoratori. Semmai, con i tagli promessi all'Unione Europea, ci sarà da toglierne altri.
Quindi come si può fare? Attaccando le pensioni, naturalmente! Ma facendo finta di “abbassare le tasse, così si fa anche un discorso “popolare”...
Il meccanismo è stato studiato da Tommaso Nannicini, uno dei tanti bocconiani che non ci dormono la notte su come affamare la gente, e per questo nominato tra i consiglieri economici di Matteo Renzi. Si tratta di “ridurre il cuneo fiscale”, ovvero quella quota di salario e profitto che mensilmente viene stornato all'Inps sotto forma di contributi previdenziali.
L'inganno è già nel nome che viene dato alle cose: i contributi previdenziali, infatti, non sono affatto “tasse”, ma semplicemente “salario differito”. Ossia una quota dello stipendio che viene accantonata per riceverla poi – tassata, questa volta sì – sotto forma di assegno pensionistico.
La proposta di Nannicini è insomma una truffa, vecchia come il cucco, per di più concepita nel solito modo differenziante: tagliare di sei punti percentuali i contributi (tre dal lato del lavoratore, tre da quello dell'azienda) per tutti i nuovi assunti. E per sempre.
Cosa avviene, in questo modo? Per le casse dello Stato non cambia assolutamente nulla (e infatti viene descritta come una “operazione a costo zero”), mentre per quelle dell'Inps si apre una voragine strutturale crescente nel tempo, tale da mettere in forse l'erogazione delle pensioni future.
Per le aziende si tratta di un risparmio secco, un 3% di profitti in più che verranno trattenuti.
Per i lavoratori, analogamente, c'è la possibilità di avere in busta paga qualche spicciolo in più (su uno stipendio di 1.200 euro mensili, circa 36 euro). Ma naturalmente questo significa rinunciare a una quota di pensione futura, perché – contrariamente a quanto fatto in altri casi similari – il governo Renzi non prevede di compensare l'Inps per il mancato introito. Quindi questi “soldi in più in busta paga” saranno sicuramente soldi in meno al momento della pensione (peraltro già in drastica riduzione per le generazioni future).
La botta rischia di essere così rilevante, sul trattamento pensionistico individuale, che l'”ipotesi Nannicini” prevede che il singolo lavoratore possa scegliere di non ricevere quei soldi in busta paga, destinandoli invece... alla previdenza integrativa. Ossia ai fondi pensione privati. Un modo di affossare l'Inps facendo guadagnare la finanza che si occupa di fondi...
Non è finita. Anche questa scelta avverrebbe con perdita, perché lo stesso governo Renzi, qualche mese fa, ha provveduto ad aumentare la tassazione (vera, anche questa!) sui contributi versati ai fondi pensione: dall'11,5 al 20%.
Una tripla fregatura, insomma, per cui qualsiasi cosa tu decida di fare, ci rimetti. Subito oppure dopo, ma ci rimetti.
Ultima osservazione, ma decisamente rilevante. Questo “trattamento di favore” a scapito dei nuovi assunti verrebbe a creare – come avviene dall'epoca della “riforma Dini” e del “pacchetto Treu” - un doppio regime pensionistico. Uno per i “vecchi assunti” e un'altro, peggiore, per i “nuovi”. Possiamo scommettere sulla data di inizio della campagna mediatica contro i “privilegiati” che manterrebbero l'attuale sistema, sottolineando la “disparità di trattamento” e l'”ingiustizia”. Campagna ossessiva, come quella che ha poi portato all'abolizione dell'art. 18 per tutti (visto che i precari creati dal “pacchetto Treu” e dalla “legge 30” non avevano alcuna protezione dal licenziamento senza giusta causa), fin quando non sarà finalmente ristabilita “l'equità”, togliendo anche ai vecchi assunti ciò che si prevede di non dare più ai nuovi.
Strano che il presidente dell'Inps, Tito Boeri, così prodigo di suggerimenti anche non richiesti, non abbia ancora detto nulla su questa “idea” che rischia di svuotare le casse dell'istituto da lui diretto.
Non strano, invece, che il governo Renzi prepari altri provvedimenti criminali che permettano di realizzare il programma “dovete morire”.

martedì 1 marzo 2016

Renzi vuol tagliare le pensioni fingendo di "mettere soldi in tasca"

Un governo criminale si giudica non solo per la legislazione omicida già approvata, ma soprattutto per la bulimia di provedimenti fatali che esibisce ogni giorno.
Quello di Renzi sta battendo ogni record, ma rischia anche di vedersi “scoperto”. L'ossessiva propaganda che ci investe dagli schermi tv e dai giornali, infatti, si scontra apertamente con le condizioni di vita reali. E non c'è dunque alcun messaggio “ottimistico” che possa nascondere il peggioramento quotidiano che ognuno di noi può sperimentare.La "crescita" nonsi è vista, e le previsioni globali dicono che non si vedrà affatto. Semmai il contrario...
Dunque c'è bisogno di qualche “pensata” che possa – temporaneamente, almeno – sembrare una dimostrazione concreta di “benevolenza” per chi vive solo del proprio lavoro, magari stimolando a spendere qualcosa di più subito (per "alimentare la crescita", ovviamente). L'effetto degli “80 euro” è finito da un pezzo – anche perché, ci segnalano molti lettori, in busta paga non si sono più visti da gennaio – e non c'è un euro da destinare alle tasche dei lavoratori. Semmai, con i tagli promessi all'Unione Europea, ci sarà da toglierne altri.
Quindi come si può fare? Attaccando le pensioni, naturalmente! Ma facendo finta di “abbassare le tasse, così si fa anche un discorso “popolare”...
Il meccanismo è stato studiato da Tommaso Nannicini, uno dei tanti bocconiani che non ci dormono la notte su come affamare la gente, e per questo nominato tra i consiglieri economici di Matteo Renzi. Si tratta di “ridurre il cuneo fiscale”, ovvero quella quota di salario e profitto che mensilmente viene stornato all'Inps sotto forma di contributi previdenziali.
L'inganno è già nel nome che viene dato alle cose: i contributi previdenziali, infatti, non sono affatto “tasse”, ma semplicemente “salario differito”. Ossia una quota dello stipendio che viene accantonata per riceverla poi – tassata, questa volta sì – sotto forma di assegno pensionistico.
La proposta di Nannicini è insomma una truffa, vecchia come il cucco, per di più concepita nel solito modo differenziante: tagliare di sei punti percentuali i contributi (tre dal lato del lavoratore, tre da quello dell'azienda) per tutti i nuovi assunti. E per sempre.
Cosa avviene, in questo modo? Per le casse dello Stato non cambia assolutamente nulla (e infatti viene descritta come una “operazione a costo zero”), mentre per quelle dell'Inps si apre una voragine strutturale crescente nel tempo, tale da mettere in forse l'erogazione delle pensioni future.
Per le aziende si tratta di un risparmio secco, un 3% di profitti in più che verranno trattenuti.
Per i lavoratori, analogamente, c'è la possibilità di avere in busta paga qualche spicciolo in più (su uno stipendio di 1.200 euro mensili, circa 36 euro). Ma naturalmente questo significa rinunciare a una quota di pensione futura, perché – contrariamente a quanto fatto in altri casi similari – il governo Renzi non prevede di compensare l'Inps per il mancato introito. Quindi questi “soldi in più in busta paga” saranno sicuramente soldi in meno al momento della pensione (peraltro già in drastica riduzione per le generazioni future).
La botta rischia di essere così rilevante, sul trattamento pensionistico individuale, che l'”ipotesi Nannicini” prevede che il singolo lavoratore possa scegliere di non ricevere quei soldi in busta paga, destinandoli invece... alla previdenza integrativa. Ossia ai fondi pensione privati. Un modo di affossare l'Inps facendo guadagnare la finanza che si occupa di fondi...
Non è finita. Anche questa scelta avverrebbe con perdita, perché lo stesso governo Renzi, qualche mese fa, ha provveduto ad aumentare la tassazione (vera, anche questa!) sui contributi versati ai fondi pensione: dall'11,5 al 20%.
Una tripla fregatura, insomma, per cui qualsiasi cosa tu decida di fare, ci rimetti. Subito oppure dopo, ma ci rimetti.
Ultima osservazione, ma decisamente rilevante. Questo “trattamento di favore” a scapito dei nuovi assunti verrebbe a creare – come avviene dall'epoca della “riforma Dini” e del “pacchetto Treu” - un doppio regime pensionistico. Uno per i “vecchi assunti” e un'altro, peggiore, per i “nuovi”. Possiamo scommettere sulla data di inizio della campagna mediatica contro i “privilegiati” che manterrebbero l'attuale sistema, sottolineando la “disparità di trattamento” e l'”ingiustizia”. Campagna ossessiva, come quella che ha poi portato all'abolizione dell'art. 18 per tutti (visto che i precari creati dal “pacchetto Treu” e dalla “legge 30” non avevano alcuna protezione dal licenziamento senza giusta causa), fin quando non sarà finalmente ristabilita “l'equità”, togliendo anche ai vecchi assunti ciò che si prevede di non dare più ai nuovi.
Strano che il presidente dell'Inps, Tito Boeri, così prodigo di suggerimenti anche non richiesti, non abbia ancora detto nulla su questa “idea” che rischia di svuotare le casse dell'istituto da lui diretto.
Non strano, invece, che il governo Renzi prepari altri provvedimenti criminali che permettano di realizzare il programma “dovete morire”