domenica 8 novembre 2015

L’ ipocrisia dell’ Occidente

Lo scenario politico militare che si presenta in Medio Oriente rappresenta l’espressione nitida di un pianeta che all’inizio del quarto lustro del secolo XXI affronta posizioni diametralmente opposte nella forma di gestire le relazioni internazionali.
Si profila un quadro di controversie tra quelle potenze che utilizzano l’aggressione diretta, l’ occupazione ed i metodi di destabilizzazione dei governi che non sono conformi ai loro interessi, come anche utilizzano il bombardamento indiscriminato di città, paesi e villaggi, i crimini di massa con l’uccisione di donne ebambini, la distruzione di Nazioni – come l’Iraq, la Siria, lo Yemen – e la negazione del diritto all’autodeterminazione di altri – come nel caso della Palestina – per raggiungere i loro obiettivi , anche se questo significa la formazione e il sostegno dei gruppi terroristici i quali nel futuro potrebbero coinvolgere con le loro azioni anche le loro stesse società.
Tutto questo si muove nel tentativo di perseguire il mantenimento di una egemonia e le ambizioni di tenere il controllo delle ricchezze naturali dei popoli.
Su questo sito, del tragico scenario delle guerre che scuotono il medio Oriente, si trova il governo degli Stati Uniti, i suoi partner europei, aggiungendo a questi la Turchia, l’Arabia Saudita, l’entità sionista e le feudali monarchie del Golfo Persico, che hanno reso possibile , attraverso un comportamento ipocrita e codardo, la morte di 250.000 siriani, il trasferimento di oltre 7 milioni di sfollati interni e 4 milioni i rifugiati. Oltre ad un milione e mezzo di morti iracheni, causati dall’occupazione americana che è iniziata l’anno 2003, il saccheggio della sua ricchezza di idrocarburi ed ha prodotto la sua frammentazione, nell’interesse dell’egemonico di cui si preoccupa Washington e i suoi alleati, nell’idea di circondare l’Iran ed impedire l’avanzata dell’influenza russa nell’area.
Ci sono anche quelli, che sono rappresentati dalle società della Siria e dell’ Iraq, le persone mobilitate in Yemen attraverso il movimento di Ansarola, il popolo palestinese e la società del Bahrain, che lottano ogni giorno contro quel gruppo di paesi, comandati dal sanguinario quartetto costituito da Stati Uniti, Europa, Riyadh e Tel Aviv, che attraverso il loro braccio armato hanno generato terrore e distruzione. Queste società ,unitamente al supporto militare , concreto e risoluto della Federazione Russa – nel caso siriano – e principalmente della Repubblica islamica dell’Iran a Damasco, ma anche al popolo iracheno, Yemenita e del Bahrain, hanno consolidato un blocco che coordina le azioni di difesa contro l’aggressione e politiche offensive in campo diplomatico e militare. Questo, al fine di annientare efficacemente i gruppi takfiri operanti nella zona.
Sanno bene gli Stati Uniti e loro vassalli incondizionati, che non è la stessa cosa intervenire in Kosovo, in Afghanistan o in Libia, dove le macchine politiche, diplomatiche e militari degli Stati Uniti e dei suoi partner della NATO hanno agito senza contrappeso, piuttosto che intervenire, ad esempio, nella regione di Dombås – se russo – o in Siria, dove in particolare la presenza della Russia e dell’ Iran ha rallentato i momenti di intervento militare diretto nella politica di aggressione terroristica contro questi paesi .
Non ci sono alcune truppe della NATO o dell’entità sionista, non perché non vogliano, ma perché la ferma volontà di Teheran e Mosca ha frenato tale desiderio e piuttosto l’Occidente ed i i paesi di vassalli utilizzano i servizi di terze parti, eserciti mercenari con nomi come il Fronte di al-Nusra, o questa invenzione dei ribelli”moderati”, che raggruppati nel cosiddetto Fronte Islamico – formato da sette gruppi takfiri – si finanziano apertamente con i soldi sauditi. Tutto questo insieme con le operazioni aeree presumibilmente finalizzate alla lotta contro movimenti salafiti, ma il cui obiettivo finale è quello di minare la capacità economica e industriale dei governi di Siria e Iraq.
Una coalizione non è uguale all’altra
La decisione del governo russo di inviare armi di ultima generazione in Siria, bombardieri, missili e anche le truppe e di rafforzare la presenza militare della base di Tartus in settori quali Latakia, hanno significato dare una svolta nella situazione politica militare che esisteva nel paese Levantino, dopo 4 anni e mezzo di continue aggressioni e attacchi da parte di gruppi armati Takfiri, armati, finanziati e sostenuti da Arabia Saudita, Giordania, Turchia e dalle monarchie del Golfo, con la benedizione e complicità di Washington e della NATO.
I bombardamenti russi, su posizioni dell’ISIS e degli altri gruppi terroristici, in un mese, hanno avuto più effetto che tutte le azioni svolte dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti in 14 mesi di bombardamenti. Tanto inutili come falsi in termini di obiettivi perseguiti.
In effetti, la coalizione internazionale contro lo Stato Islamico – CICD – guidata dagli Stati Uniti, fin dall’inizio delle operazioni di bombardamento contro l’ISIS sui territori che essi occupano, nel nord-est siriano e nel centro e nord dell’Iraq – che aveva avuto il suo inizio nel mese di agosto dell’anno 2014 – vista dal punto di vista qualitativo, presenta risultati insignificanti, obiettivi poco chiari, che si nascondono dietro le loro reali preoccupazioni di dominio e sopratutto manifesta che la politica degli alleati è disastrosa e per lo più con mancanza di visione. Questo, tanto più considerando che i due paesi chiave dell’area, se la lotta è veramente contro l’ISIS, non sono coinvolti in questa coalizione: l’Iran e la Siria.
Si sosteneva in una cronaca precedente, che la cosiddetta coalizione internazionale diretta da Washington e che, nominalmente, coinvolge 60 paesi, si è caratterizzata come uno strumento di pressione sui veri combattenti contro lo Stato Islamico. È una coalizione trasformata in un’arma di complotto contro il Medio Oriente, creata per diffamare l’Islam nella mano di politiche antislamiche sostenute dall’ Inghilterra, dal regime di Israele e dagli Stati Uniti, appoggiata da paesi come Arabia Saudita, Turchia, dalle monarchie arabe del Golfo e dalla Giordania e che servono da orchestra per questa musica del terrore.
Lo Stato Islamico è semplicemente un limitato burattino, uno strumento di violenza per alimentare il fuoco della egemonia occidentale e sulle posizioni nella zona dei takfiri, pilotati utilizzando Riyadh, l’Arabia Saudita, dove la casa Al-Saud e la sua dottrina Wahabista è il supporto della gran parte dei movimenti terroristici, che tendono a cancellare il Maghreb, Medio Oriente e Asia Centrale.
La ferma decisione di Teheran di sostenere i popoli della Siria e dell’Iraq, senza cedere di fronte alle pressioni dell’Occidente e i suoi partner regionali, nonostante l’enorme campagna politica e di comunicazione che ha cercato di schiacciare la nazione persiana nel processo di discussione sul suo programma nucleare con il G5 1, questa ha dimostrato che il miglior modo di raggiungere obiettivi di difesa contro gli attacchi e le azioni di movimenti terroristici che destabilizzare il Medio Oriente è quello di un’azione decisa senza marce indietro.
La nazione Iraniana non si è negata al ruolo fondamentale che ha assunto in difesa dei governi dell’Iraq, della Siria ed anche dei movimenti di resistenza nello Yemen attraverso Ansarola e nel Bahrain, cui la società civile si oppone alla tirannia del Khalifa, e che ha significato aumentare il prestigio persiano nell’arena internazionale.
Il governo di Teheran ha dichiarato che certe potenze pretendono di incitare le divergenze nella regione, al fine di trarne vantaggio e contribuire alla realizzazione dei propri interessi economici ed in questo livello di crisi è essenziale la cooperazione di tutti per instaurare la pace e la sicurezza permanente. Questi richiami sono stati fatti assiduamente da Teheran e tuttavia Stati Uniti hanno sistematicamente rifiutato di attuare una politica di riavvicinamento e di lotta congiunta contro l’ISIS . Prima di queste costanti negative, l’Iran ha attuato una politica di sostegno all’Iraq ed alla Siria, a cui più tardi si è unita la Russia, con forza in Siria e con certe possibilità di coinvolgersi nello stesso modo in Iraq, se così verrà stabilito dal governo di quel paese, che ha espresso la volontà di cercare supporto Russo nella sua lotta contro il terrorismo.
L’Iran e la Russia sono impegnati nella lotta contro il terrorismo salafita, che è stato sostenuto dalla monarchia saudita di Casa Al-Saud e dalla sua dottrina politica religiosa del wahabismo che ha scatenato il terrore in Medio Oriente. Questo fondamentale impegno, che si concretizza nel coordinamento militare tra Damasco-Baghdad – Mosca – Teheran-, sta cambiando la correlazione delle forze in Medio Oriente e avrà chiare implicazioni politiche e militari, non solo in quella regione del mondo, ma anche in Nord Africa e dell’Asia centrale, che hanno subito per molti anni le condizioni di aggressione di un Occidente che ambisce alle ricchezze naturali di gas e petrolio da paesi che compongono queste regioni.

venerdì 6 novembre 2015

Ad ottobre 83.000 disoccupati in più. Ma non era la Spagna delle “riforme”?

La Spagna delle riforme e dei progressi, tanto decantata dagli europeisti, si vede aumentare mese per mese il numero dei suoi disoccupati. Ad ottobre il Paese ha toccato la cifra record di +83.000 senza lavoro per un tasso di disoccupazione complessivo, sempre superiore al 20%. Questa tendenza all’aumento dei senza lavoro è iniziata da agosto, da come si evince sul grafico.
I settori più colpiti dalla perdita di posti di lavoro sono stati i servizi 2,3% e l’agricoltura-pesca +11,8% . Esattamente su quest’ultimo settore, il Paese soffre della rimozione, imposta dalle politiche dell’UE, sui dazi doganali di merce agricola ed ittica proveniente principalmente dal vicino nord Africa, innescando un processo distruttivo di dumping ai danni della produzione locale spagnola. Figuriamoci i danni economici tramite l’accordo di libero di libero scambio con gli USA (TTIP), soprattutto per i Paesi del sud Europa.
Per tornare al titolo, proprio delle riforme che occorre fare un’analisi: queste sono orientate per far recuperare competitività al Paese dal suo interno, ovvero tagliando la spesa statale, i salari e quindi comprimendo la domanda al fine di aumentare le esportazioni con moneta pesante (euro). Per essere precisi, si parla della pesante riforma del lavoro, avviata nel 2012, una sorta di Jobs Act che ha puntato proprio alla svalutazione interna per “conquistare” fette di mercato estero. Il risultato è stato raggiunto in parte, ma gli effetti collaterali sono superiori ai minimi “vantaggi” ottenuti. E infatti, disoccupazione in aumento e deflazione, questi funzionali al regime dell’eurozona, non sono mancati.
Da ciò si deve capire che in economia non esistono sconti o regali. Peccato che Podemos non l’abbia ancora capito, a due mesi dalle elezioni…

giovedì 5 novembre 2015

Italia fanalino di coda della Ue: è la Norvegia il regno della prosperità

Alla Norvegia va la maglia rosa della prosperità, e all’Italia non resta che accontentarsi di piazzarsi a metà classifica: questo il quadro del benessere nel pianeta, almeno a prendere per buoni gli indicatori del think tank britannico The Legatum Institute e del suo annuale Prosperity Index.
Indice di prosperità, Italia fanalino di coda
Dunque, il Belpaese rimane fuori dalla “serie A” riservata ai primi 30 fra i 142 Paesi scrutinati, e si attesta solo al 37° posto: dietro agli altri Stati dell’Ue e con la sola eccezione di due repubbliche baltiche ex sovietiche, Ungheria, Bulgaria, Romania, Grecia e Croazia. Solo a parziale consolazione, l’Italia conserva comunque la massima serie (con un buon 22° posto) sul fronte della sanità; non riemerge viceversa dalla seconda categoria (su un totale di 4) in tutti gli altri dossier presi in considerazione: condizione economica, libertà d’impresa, governance, istruzione, sicurezza, libertà personale, capitale sociale. E naturalmente, tra i primi della classe – dopo la Norvegia, confermata in vetta alla classifica – spopolano Paesi del nord Europa o del nuovo mondo: con la Svizzera seconda e poi Danimarca, Nuova Zelanda, Svezia, Canada, Australia, Olanda, Finlandia e Irlanda. Seguono, tra decimo e ventesimo posto, Paesi più popolosi come Usa, Germania, Regno Unito o Giappone (ma pure Singapore e Hong Kong) e fra il 20° e il 30° come Francia, Spagna o Corea del Sud. e non è ancora tutto: l’Italia risulta preceduta in Europa anche da Repubblica Ceca (26a), Polonia (29a) e Slovacchia (35a). Ed è indicata addirittura una posizione indietro al “paradiso petrolifero” del Kuwait, mentre batte di poco come risultato complessivo Israele (su cui pesa la scarsa sicurezza percepita), Cipro, Lettonia e Lituania.
Tra i parametri della ricerca, occupazione e tasso di corruzione
In sostanza il Belpaese si mantiene allo stesso livello della graduatoria dell’anno scorso, ma perde terreno rispetto ad altri negli ultimi cinque anni. E, oltre al danno, anche la beffa, ribadisce il punteggio peggiore (48a posizione) quanto a libertà individuali. Il giudizio si fonda sui dati macroeconomici (dall’inflazione alle previsioni di crescita del Pil), sull’occupazione, sull’accesso ai servizi sociali, ma anche su percezioni soggettive. E qui spicca il 90,5% di chi ritiene dilagante la corruzione fra politici e uomini d’affari, il misero 3% di chi giudica quello attuale un momento propizio per trovare lavoro e il 69% che vede l’Italia come una sorta di bengodi per gli immigrati. A fronte di questo, un 90% di persone è convinta di poter trovare aiuto, nella famiglia o nella collettività, in caso di difficoltà. Fuori dall’area Ue, dati sorprendenti infine fra i Paesi dell’ex Urss non agganciati a Bruxelles: a guidare – poco oltre il 50° posto – sono infatti classificate repubbliche asiatiche ricche di idrocarburi, ma povere di democrazia quali Kazakhstan e Uzbekistan. Mentre più indietro è la Bielorussia (63a) e fra 70° e 80° posto languono Ucraina, Azerbaigian o Georgia.

mercoledì 4 novembre 2015

Il grido di dolore della sanità. "Rischiamo di non farcela"

«La nostra sopravvivenza è a rischio, si profilano forti criticità e dalla Sanità manca 1 miliardo, e due terzi della spending review sono a carico nostro». Il presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino lancia un nuovo grido d'allarme sulla legge di stabilità, e chiede un incontro d'urgenza all'esecutivo confermando le dimissioni annunciate nei giorni scorsi. In serata la replica di Renzi che convoca i governatori per domani ma ammonisce: «Adesso ci divertiamo, ma sul serio: non consentirò che aumentino le tasse, eliminino piuttosto gli sprechi. Sulla sanità ci sono più soldi che in passato”. La verità è che le regioni sono in una trappola. Ma la denuncia di Chiamparino è perentoria e circostanziata. “Ormai è a rischio anche l’erogazione dei farmaci salvavita”, dice. Anche per i tecnici di camera e senato la situazione è sull’orlo del precipizio. L'ulteriore taglio del Fondo sanitario nazionale previsto per il 2016 "potrebbe creare tensioni lungo tale linea di finanziamento",quella,appunto delle prestazioni sanitarie. "Il livello del Fondo sanitario nazionale per il 2016 era gia' stato ridotto con il decreto-legge n. 78 del 2015 in misura pari a circa 2,5 miliardi di euro rispetto al tendenziale a legislazione vigente", scrivono i tecnici. Per Chiamparino "se non cambiano questi dati vorra' dire che, ad esempio, sui farmaci innovativi ci sara' qualcuno a cui bisognera' dire di no". "Potremmo trovarci a un livello tale che, ha aggiunto, la centesima persona che arriva e ha bisogno di un farmaco salvavita si sente dire di no perche' le regioni non hanno i soldi per acquistarlo".
Giudizio nettamente critico anche da parte della Cgil, in un documento consegnato ieri ai parlamentari delle Commissioni Bilancio congiunte di Camera e Senato. All’audizione hanno partecipato il segretario generale , Susanna Camusso e il segretario confederale Danilo Barbi. "Una manovra non espansiva, che non crea lavoro per i giovani, sbilanciata verso le imprese, a scapito del Paese", ha detto la Cgil.
Da uno dei più grandi ospedali di Roma, il "San Camillo", il direttore generale Antonio D'Urso prima prova a tranquillizzare: "Siamo al limite ma reggiamo. La salute dei nostri pazienti non è peggiorata, nonostante i tagli". Poi, di fronte all'equazione "meno risorse più prestazioni da erogare" ammette: "Questa volta rischiamo di non farcela". Lo dice in una intervista di Paolo Russo su La Stampa. Nota un peggioramento della salute degli italiani dopo oltre 30 miliardi di tagli alla sanità in 5 anni? "Siamo al limite. Questo è vero. Ma ancora reggiamo. In Italia la quota di popolazione che dichiara di soffrire di una qualche patologia è la più bassa d'Europa e nel mio ospedale devo dire che in questi ultimi anni non abbiamo osservato un peggioramento dello stato di salute dei nostri utenti".
Medici e infermieri però si lamentano di non farcela più a furia di turni massacranti per carenza di personale. Da voi come vanno le cose? "Paghiamo come tutti gli effetti del prolungato blocco del turnover, che per di più è generalizzato. Noi qui abbiamo carenze di anestesisti, cardiologi, medici dell'emergenza e magari in altre specialità siamo in sovrannumero. Qui nel Lazio ogni 10 professionisti che vanno in pensione se ne sostituiscono meno di due. E questo genera anche un innalzamento dell'età media di medici e infermieri». Con che risvolti sull'assistenza? "Negativi, perché a una certa età c'è meno disponibilità a sacrificarsi in turni e guardie mediche. Così è difficile garantire una buona funzionalità dell'ospedale". Come risulta dal rapporto Crea-sanità, "molti farmaci innovativi non arrivano proprio sul nostro mercato. E mi risulta che la stessa cosa valga per diversi dispositivi medici". Le risorse diminuiscono ma ci sono da pagare i nuovi e costosi medicinali e da garantire più prestazioni con i nuovi Lea".

martedì 3 novembre 2015

L’Italia blanc et noir: fra Expo e schiavitù

“Pochi credevano possibile il miracolo. Ma questo paese è forte, solido, autorevole. La nostra è un’Italia coraggiosa, che non scappa davanti alle sfide, ma le affronta e le vince” sono le parole pronunciate da Renzi su facebook alla vigilia della chiusura dell’Expo, ma presenti anche nei suoi innumerevoli discorsi. Frasi che, pronunciate da un paziente in un ospedale psichiatrico, darebbero motivo ai medici di diagnosticare, al paziente in questione, un’evidente schizzofrenia. Tuttavia, non è la prima volta che fuoriescono determinate affermazioni. Lo stesso subdolo gioco linguistico è avvenuto per il Jobs Act, per cui il primo ministro affermò che finalmente si andava incontro a “una riforma che agevola l’occupazione giovanile”, dimenticando però di aggiungere un aggettivo importante.. “Temporanea”. Tale è la condizione di mi
ioni di giovani i quali lottano quotidianamente per guadagnare una parvenza economica dal loro periodico sfruttamento. Spesso,invece, chi ha un posto stabile è minacciato continuamente di licenziamento ed è perciò sottoposto a condizioni di lavoro disumane.
Negli ambienti della Milano bene targata Expo, si è argomentato nei modi più svariati il ritorno alla terra, al contatto dell’uomo con la natura, promuovendo il settore agrario come fattore di rinascita del paese. Per ironia della sorte, si tratta del settore che invece risulta maggiormente compromesso e arretrato, sia dal punto di vista dello sviluppo, sia in materia di diritti. Soprattutto nelle regioni del centro-Sud quali Puglia, Basilicata e Calabria, i ritmi lavorativi sono estenuanti: una giornata media di un bracciante inizia alle sei di mattina e termina alle 12, con una sola ora di pausa, per poi ricominciare alle 13 e finire alle 19. Il tutto avviene sotto la rigida sorveglianza del caporalato, il quale, nel periodo di raccolta, esige anche la preparazione delle cassette ortofrutticole da presentare al mercato estero. Dunque, in quel contesto le ore lavorative aumentano da 12 a 15/16, ripagate con un compenso in nero fra i 500 e gli 800 euro, pagamento non sempre puntuale, anzi spesso tardivo. Gli agricoltori non osano lamentarsi eccessivamente, poiché sono a conoscenza del rischio di un probabile licenziamento. E’ palese la condizione di schiavitù economica e psicologica cui lavoratori italiani ed extracomunitari sono sottoposti, situazione per la quale, nell’estate del 2015, sono avvenuti ben tre decessi di braccianti agricoli nella sola regione Puglia: le cause di morte sono ovviamente riconducibili alle insostenibili temperature estive.
Per non parlare della situazione in cui versano stabilimenti quali l’Ilva, in cui gli impiegati, mal retribuiti, operano in situazioni di sicurezza precaria e coperture assicurative minime, in balia di rovinose strutture e apparati industriali risalenti agli anni ’70 e mai messi a norma.
L’esplosione del caporalato e dello sfruttamento, la schiavitù dell’eterna precarietà e flessibilità e il totale (oramai legalizzato) svilimento dei diritti dei lavoratori sono i sintomi evidenti della neo-restaurazione di un potere oligarchico, molto simile a quello dell’alta borghesia industriale o i padronati latifondisti di fine ‘800, ma molto più evoluto e celato dietro organismi finanziari dalle logiche apparentemente razionali quale la stessa Unione Europea. L’Italia, fra tutti i paesi del continente, è quello che più si è inchinato e asservito dinanzi al liberismo capitalista e alla sua opera di impoverimento collettivo, cedendo a qualsiasi diktat europeo per merito dell’attuale presidente Renzi, fregiato, tra l’altro, dell’appellativo di “scolaretto”. Non è finita qui, dal momento che, nonostante tutti i danni subiti, il paese ha offerto il proprio fondoschiena politico ed economico per ospitare una manifestazione come l’Expo, della quale fruiranno esclusivamente gli organizzatori o la partnership imprenditoriale, non la gente comune. Non è questione di ideologismi di sinistra o nazionalismi, come tanta stampa liberale vuol bollare queste dure critiche, bensì è un invito alla rivendicazione dei diritti e delle risorse di pura ed esclusiva appartenenza popolare.

lunedì 2 novembre 2015

Istat: la lenta crescita del lavoro povero e precario

L’Italia si avvia con passo lento verso la società del lavoro povero, a ter­mine e pieno di sco­rag­giati. I dati Istat sugli occu­pati e disoc­cu­pati a set­tem­bre hanno regi­strato il primo arre­sto del lieve incre­mento, dovuto essen­zial­mente ai 15 (forse 20) miliardi ero­gati a piog­gia dal governo Renzi alle imprese con la decon­tri­bu­zione nel Jobs Act. La stima degli occu­pati è dimi­nuita dello 0,2% (-36 mila) e riguarda sia i dipen­denti (-26 mila) sia gli indi­pen­denti (par­tite Iva e para­su­bor­di­nati: –10 mila). Dato con­fer­mato ieri dall’Inps secondo il quale gli iscritti alla gestione sepa­rata sono dimi­nuiti di 49 mila unità nell’ultimo anno e addi­rit­tura del 233 mila dal 2011. In gene­rale, il tasso di occu­pa­zione dimi­nui­sce dello 0,1% atte­stan­dosi al 56,5%, il più basso tra i paesi euro­pei col­piti dalla crisi. Si lavora sem­pre meno e, nel peri­me­tro degli attivi, si lavora sem­pre peggio.
Così andrebbe inter­pre­tato il dato sui lavo­ra­tori inat­tivi: +53 mila per­sone a set­tem­bre. Il tasso di inat­ti­vità è pari al 35,8% in aumento di 0,2% cau­sato del primo calo tra gli occu­pati gio­vani (-11 mila). Que­sto signi­fica che, pur avendo cer­cato lavoro nel peri­me­tro del lavoro povero e pre­ca­rio, que­ste per­sone si sono arrese. Su base annuale, il tasso di inat­ti­vità è calato (-39 mila per­sone). I dati con­fer­mano una ten­denza: le poli­ti­che occu­pa­zio­nali non creano nuovo lavoro, tra­sfor­mano solo i con­tratti esi­stenti in altre tipo­lo­gie che ven­gono poi rin­no­vate infi­nite volte. Que­sta è la «sta­bi­lità» occu­pa­zio­nale. Molto pre­ca­ria, in realtà.
Par­liamo di «cre­scita»
Si dice che ci sia la cre­scita. Esi­ste, ma è neces­sa­rio capire di quale natura sia. Le stime dell’Istat regi­strano un decre­mento minimo del tasso di disoc­cu­pa­zione (-0,1%), pari all’11,8%. Nell’ultimo anno le per­sone occu­pate sono aumen­tate di 192 mila unità (+0,9%), men­tre è calata la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile al 40,5% (-0,2%). Sono noti­zie posi­tive, e come tali sono state accolte dalle fan­fare di Palazzo Chigi. Per Renzi basta vedere un segno più e tutto va bene. «Il Jobs Act ha creato oppor­tu­nità e posti di lavoro sta­bili. È la volta buona, l’Italia riparte. non dimen­ti­chiamo che era­vamo sopra al 13% di disoc­cu­pa­zione a livello gene­rale e oltre il 46% per i gio­vani. Sono per­cen­tuali e numeri, certo, ma sono anche per­sone, vite, fami­glie, destini»» ha detto. Il mini­stro del lavoro Poletti ha aggiunto: «C’è un miglio­ra­mento strut­tu­rale del mer­cato del lavoro».
In realtà è in corso una strut­tu­ra­zione del mer­cato sul modello del lavoro sta­bil­mente pre­ca­rio, non un suo «miglio­ra­mento». Almeno il 70% dei nuovi posti di lavoro è stato creato dal decreto Poletti che ha modi­fi­cato pro­fon­da­mente la disci­plina sui con­tratti a ter­mine, prima dell’approvazione del Jobs Act come ha osser­vato il segre­ta­rio con­fe­de­rale della Cgil, Serena Sor­ren­tino, secondo la quale «più che una mac­china da corsa il Jobs Act si con­ferma un’utilitaria che ha biso­gno di molta manutenzione».
La lenta, e ondi­vaga, cre­scita dell’occupazione con­ferma uno sce­na­rio gene­rale di sta­gna­zione. «Di que­sto passo – com­menta il cen­tro studi Adapt — si potrà tor­nare a livelli pre-crisi, se non vi saranno inci­denti di per­corso, intorno al 2020». Quanto alla dina­mica strut­tu­rale avviata dal Jobs Act fa que­sta valu­ta­zione: «Set­tem­bre ci ha ripor­tati alla dura realtà del mer­cato del lavoro ita­liano: su base annua, i con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato cre­scono dello 0,8%, sem­pre distac­cati dall’aumento del 4,6% di quelli a tempo deter­mi­nato, la moda­lità pre­fe­ren­ziale con la quale assu­mono le imprese».
Emerge una foto­gra­fia par­ziale, ma effi­cace, degli effetti del Jobs Act: «A fronte di 790 mila con­tratti che hanno usu­fruito della decon­tri­bu­zione pre­vi­sta dalla legge di sta­bi­lità del 2015 sono solo 101 mila i posti di lavoro in più a tempo inde­ter­mi­nato – sostiene l’Adapt — Que­sti fondi sono stati quindi uti­liz­zati uni­ca­mente per con­ver­sioni e sulla base di una idea di sta­bi­lità che manca tanto nella legge quanto nella realtà del mer­cato del lavoro».
Il senso dell’inattività
A set­tem­bre, al ter­mine del boom del lavoro sta­gio­nale estivo, si con­ferma la fles­sione degli effetti degli incen­tivi annun­ciata, qual­che tempo fa da Guglielmo Loy (Uil) che ieri ha indi­cato come «dram­ma­ti­ca­mente cri­tico soprat­tutto il fronte gio­va­nile che «con­ferma la man­canza di inter­venti mirati ai gio­vani che pur­troppo, non tro­viamo» nem­meno nella Legge di Sta­bi­lità». La «Garan­zia gio­vani» ha pro­dotto un numero vola­tile di tiro­cini e, visti gli sco­rag­giati, non pro­duce risultati.
Con­fer­mato anche il diva­rio netto tra l’occupazione povera degli adulti e quella misera dei gio­vani. Ieri è stato lar­ga­mente cele­brato l’arretramento della loro disoc­cu­pa­zione dal 41,5 al 40%. Biso­gna inten­dersi: l’Italia supera la media euro­pea di disoc­cu­pa­zione gio­va­nile del 20%. Lo «sta­ti­sti­cal noise» pro­dotto da un lieve decre­mento non muta la strut­tura che si è for­mata dal 2008. Con­ti­nuare a farlo è una beffa per i ragazzi ita­liani. «Ser­vi­reb­bero delle poli­ti­che che creino posti di lavoro – sostiene Susanna Camusso, segre­ta­ria gene­rale Cgil — ma pur­troppo si è scelta ancora una volta la strada della ridu­zione fiscale a piog­gia». «I gio­vani ita­liani che hanno perso le spe­ranze di poter tro­vare un impiego sono 22 mila in più — fa notare Luigi Di Maio dei Cin­que Stelle — Strano ma vero e c’è anche chi festeg­gia. Que­sta è la dit­ta­tura dell’ottimismo».
In un inter­vento all’assemblea dell’Anci il pre­si­dente della Repub­blica Mat­ta­rella ha denun­ciato gli «inso­ste­ni­bili indici di disoc­cu­pa­zione che assu­mono tal­volta carat­teri di emer­genza». Un giorno toc­cherà sta­bi­lire anche l’indice dell’insostenibilità del lavoro povero, inter­mit­tente e senza garanzie.

domenica 1 novembre 2015

Stato di malattia per l’Europa e per l’Italia

Recen­te­mente sono apparsi due con­tri­buti che ana­liz­zano il pro­blema della man­cata cre­scita dell’Italia e il peso-ruolo degli inve­sti­menti, asso­ciata alla bassa pro­dut­ti­vità del lavoro, di Alberto Qua­drio Cur­zio sul Sole 24 ore (4 otto­bre 2015) e di Inno­cenzo Cipol­letta in Lavoce.info (2 otto­bre 2015). Sono con­tri­buti che pos­sono aiu­tare la discus­sione gene­rale per­ché trat­tano del noc­ciolo duro della crisi nella crisi che attra­versa il nostro Paese.
Qua­drio Cur­zio sol­leva una que­stione che inte­ressa l’Europa nel suo insieme: otto­bre sarà un mese impor­tante per veri­fi­care se vi sarà almeno un cam­bio di tona­lità per una poli­tica degli inve­sti­menti in Europa, cioè se il rigore for­male del Fiscal Com­pact potrà mai cedere il passo alla pro­spet­tiva dell’Investiment Com­pact, cosa di cui noi dubitiamo.
A que­sto pro­po­sito sono enu­cleate le cosid­dette fles­si­bi­lità intro­dotte in gen­naio 2015 dell’UE.
Inno­cenzo Cipol­letta intro­duce domande circa la dina­mi­cità (pro­dut­ti­vità) del sistema pro­dut­tivo e la qua­lità del lavoro. Cipol­letta giunge a rico­no­scere che le riforme del mar­cato del lavoro – da Treu in poi – hanno creato lavoro a mar­gine, in atti­vità a basso valore aggiunto e bassa produttività.
L’aspetto ori­gi­nale, non certo per chi scrive, è l’utilizzo di alcune infor­ma­zioni sta­ti­sti­che che aiu­tano la com­pren­sione del posi­zio­na­mento inter­na­zio­nale dell’Italia. Tra l’altro, nes­suno dei due inter­lo­cu­tori uti­lizza come indi­ca­tore di crisi dell’Italia il costo del lavoro e, in par­ti­co­lare, il peso del cuneo fiscale. Un punto tutt’altro che banale vista la discus­sione che il Par­la­mento e il governo devono affron­tare con la Legge di Sta­bi­lità, e le con­ti­nue e rei­te­rate sol­le­ci­ta­zioni sulla neces­sità di ridurre le tasse per favo­rire la crescita.
Il richiamo di Qua­drio Cur­zio per una mutata poli­tica euro­pea è, sot­to­trac­cia, abba­stanza chiaro. L’Europa deve deci­dere se avere più paura del debito pub­blico o della cre­scita. La sol­le­ci­ta­zione a inve­stire meglio e di più, viste le recenti ten­denze, e pre­oc­cu­parsi meno delle esi­genze con­ta­bili sarebbe un buon punto di par­tenza. Molto discu­ti­bile rimane il rife­ri­mento al piano Junc­ker che mol­ti­plica, per chi ci crede, a 315 mld i 21 mld dispo­ni­bili per inve­sti­menti, quando la caduta degli inve­sti­menti in rap­porto al PIL da conto meglio di altri indi­ca­tori dello «stato di malat­tia» di un Paese e, più in gene­rale, di un’area eco­no­mica integrata.
Cipol­letta sol­leva il tema della pro­dut­ti­vità con una domanda che vale una poli­tica eco­no­mica: Di cosa par­liamo quando par­liamo di pro­dut­ti­vità? (il punto inter­ro­ga­tivo è nostro). La varia­zione per­cen­tuale del PIL per addetto dell’Italia è male­det­ta­mente più bassa rispetto a quella dei paesi presi a rife­ri­mento – Ger­ma­nia, Fran­cia, area Euro –, con il «para­dosso» di un pro­dotto per addetto dell’Italia più alto della Ger­ma­nia, rispet­ti­va­mente 72.500 e 71.400 nel 2013.
Ma que­sto è un effetto ottico. Infatti, il tasso di occu­pa­zione dell’Italia è così con­te­nuto da modi­fi­care il peso spe­ci­fico di que­sto indi­ca­tore. Diver­sa­mente, sarebbe inspie­ga­bile il basso valore del PIL pro-capite dell’Italia (25.500) rispetto a Ger­ma­nia, Fran­cia e area Euro, rispet­ti­va­mente pari a 34.400, 32.100 e 29.500.
Gli inve­sti­menti con­cor­rono alla cre­scita, ma non tutti gli inve­sti­menti hanno lo stesso impatto. Infatti, prima della crisi del 2007, il sistema pro­dut­tivo nazio­nale non ha inve­stito meno della media euro­pea, ma ciò non ha pro­dotto una cre­scita del PIL uguale a quella dei paesi presi a rife­ri­mento. Infatti, tanto più il paese inve­stiva, tanto più il gap di cre­scita dell’Italia aumen­tava. Quindi, la sto­ria nazio­nale degli inve­sti­menti dovrebbe essere letta nel suo insieme e non solo durante la recente crisi.
Rimane peral­tro vero il crollo degli inve­sti­menti inter­ve­nuto nel periodo suc­ces­sivo, mag­giore di quello di altri paesi, ma la pos­si­bi­lità di con­se­guire una cre­scita del PIL uguale a quella della media euro­pea attra­verso dei nuovi inve­sti­menti è tutta da dimo­strare. Inol­tre, la caduta della domanda cau­sata dalle scel­le­rate poli­ti­che d’austerità euro­pee, hanno con­corso alla contrazione-ricomposizione degli inve­sti­menti. Se la domanda latita, per­ché una impresa dovrebbe rea­liz­zare nuovi inve­sti­menti, quando già inve­stiva male prima?
Nel frat­tempo la com­po­si­zione quali-quantitativa della domanda e degli inve­sti­menti è cam­biata in pro­fon­dità. Primo, la com­po­nente inve­sti­menti della domanda ha oggi una inten­sità tec­no­lo­gica molto più alta degli anni pre-crisi, così come la com­po­nente domanda di con­sumo. Non basta inve­stire di più per cre­scere e aumen­tare la pro­dut­ti­vità, occorre che gli inve­sti­menti siano coe­renti con il cam­bio di para­digma pro­dut­tivo intervenuto.
Il punto su cui Qua­drio Cur­zio e Cipol­letta sor­vo­lano è il tipo di inve­sti­menti neces­sari per aumen­tare la pro­dut­ti­vità e, quindi, la cre­scita economica.
L’impresa ita­liana ha sem­pre incor­po­rato ricerca e svi­luppo, pro­ve­niente da altri Paesi, negli inve­sti­menti. Sostan­zial­mente non ha mai gui­dato il cam­bia­mento tec­no­lo­gico, suben­dolo ogni volta che si pre­sen­tava nel con­sesso inter­na­zio­nale: ado­zione ed imi­ta­zione, più che inven­zione, Anche per que­sta ragione la pro­dut­ti­vità dell’Italia è così bassa. Per non par­lare del lavoro, ambito nel quale quanto a qua­lità dello stesso e pra­ti­che inno­va­tive nell’organizzazione non abbiamo né adot­tato né imi­tato, men che meno inventato.
Rimane la «que­stione» sol­le­vata che per noi è un tri­no­mio: cre­scita, pro­dut­ti­vità, inno­va­zione. Un ine­dito che potrebbe diven­tare anche una discus­sione quasi seria delle poli­ti­che eco­no­mi­che che pos­siamo (dob­biamo) intra­pren­dere, sapendo bene che le poli­ti­che euro­pee non sono inin­fluenti, che siano quelle giu­ste, rare, o quelle sba­gliate che vanno pur­troppo per la maggiore.