martedì 8 settembre 2015

La grandissima Trinità ultima arma del sionismo imperiale

Nella patria dell’Umanesimo e del Rinascimento ci chiediamo che cosa ci è rimasto per poter ripensare ciò che è accaduto e ciò che non è stato combattuto e prendere in considerazione ciò che può accadere, e cosa combattere.
I fatti sono veri e le proposte provenienti dal futuro sono già qui. Si intravede il futuro che ci permette di esplorare che cosa fare e come. In primo luogo ci porta a guardare il tempo in cui viviamo al seguito del complesso politico-militare-mediatico-econimico degli Stati Uniti d’America.
Subito ci rendiamo conto che in questo momento gli Stati Uniti stanno allargando sempre di più l’offensiva nel progetto di globalizzazione neoliberale. I suoi trionfi sono innegabili nell’Unione europea, dove gli Usa comandano già la Nato e con la logica di “efficienza” fra i capi di Stato promuovono attività di pace e di guerra, e impongono sempre più politiche neoliberiste di “accumulazione per esproprio” o saccheggi.
Sempre più soggetti o obbedienti, i Paesi dominanti dell’Unione europea non solo si inchinano alla sua crescente forza finanziaria, militare, politica e mediatica, ma distruggono il progetto di un’Europa unita con la pressione su Italia e Spagna e con il maltrattamento crudele della Grecia
La politica della globalizzazione continua e gioca con l’individualismo per poter raccogliere i frutti. “Individualismo”, clientelismo, particolarismo, settarismo sono armi da taglio in grado di distruggere molte lotte di liberazione e quelle della classe operaia e dei popoli diseredati e oppressi o la lotta più ampia dei popoli per la loro sovranità.
Altra arma della globalizzazione neoliberista è la corruzione. Si evidenziano collusione, cooptazione, mercato nero mentre la pubblicità seducente sveglia sogni delusi soprattutto tra i giovani.
Oltre l’individualismo e la corruzione un’altra arma gioca a favore del neoliberismo globale: la privatizzazione, i cui promotori e protettori progettano con i governi piani di privatizzazione, per aumentare ulteriormente il loro profitto. Essi vogliono massimizzare l’organizzazione globale e un progetto già molto avanzato: siano le società responsabili per tutta la produzione, distribuzione, commercio, servizi e consumi in tutto il mondo.
Il gioco è sporco e dura da 70 anni. E’ iniziato con l’idea dello sviluppo a imitazione dell’Occidente, ma senza raggiungerlo, per tutti gli stati, compreso il diluvio di Stati costituitisi con la decolonizzazione.
La formula per grossi profitti è semplice: fornire credito a un Paese abbastanza povero da non essere in grado di rimborsarlo alla svelta, ma non così povero da non poter continuare a pagarne gli interessi per anni. Per valerne la pena il progetto dev’essere ad alta intensità di capitale, come (aero)porti e strade di grande comunicazione per gli (aero)porti a beneficio dell’import-export, assemblare auto – qualcosa per i ricchi.
Idealmente, il Paese richiede altro credito a servizio del primo, e si offre allora un secondo, un terzo prestito a interesse più alto. Finché il debito non è più sostenibile; il Paese debitore viene allora spremuto a fondo. Poi giunge il tempo per un alleviamento del debito, purché il profitto realizzato investendo nel debito sia maggiore del debito condonato.
La Germania ha realizzato 100 miliardi di euro sulla crisi greca a partire dal 2010 – che ammonta al 3% del Pil – sulla differenza fra gli interessi pagati alle banche tedesche e quello che esse hanno pagato; dalle banche tedesche alla Bce 1%, alle banche tedesche dai debitori, diciamo, il 6%, riferisce uno studio dell’Agence France Presse.
Ma non basta. L’élite industriale-finanziaria che ha dato vita all’Organizzazione Mondiale del Commercio, ora ha fretta di snaturarla per dare vita al nuovo miracolo di quella che qualcuno chiama “la grandissima Trinità” del sionismo imperiale, la nuova arma: i trattati delle tre T: Tpp, Ttip e Tisa.
Il Trans-Pacific Partnership (Tpp); il partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip); Accordo sugli scambi di servizi (Tisa).
Nulla sembra fermare gli Usa nel suo desiderio schizofrenico di ripristinare la loro egemonia perduta. I Trattati della “Trinità” cercano di frenare la possibilità di un nuovo ordine mondiale multipolare. Ciò implica accerchiare la Russia, distruggere l’Iran, isolare la Cina, per colpire i Brics e la Shanghai Cooperation.
In America Latina, l’obiettivo è quello di far cessare il progresso rivoluzionario dei popoli e dei governi di Alba. Per questo, gli Stati Uniti hanno gestito l’alleanza con il nemico (Cuba) per sconfiggere gli altri nemici: Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua. Tra gli altri, anche l’Argentina, El Salvador, il Brasile, in modo da annullare la forza di Petrocaribe, Mercosur e Celac.
I “Trattati” della “Trinità” sono finalizzate a produrre il nuovo ordine mondiale neoliberista annunciato da David Rockefeller, creatore del Bilderberg Club, dove l’élite del “potere privato” decide il destino del mondo; la Trilaterale atta a favorire la cooperazione economica e militare tra gli Stati Uniti, Giappone ed Europa; il Club di Roma, promotore dell’istituzione del neomalthusianesimo nel mondo. Mentore dei servizi di intelligence del sionismo internazionale (Usa Cia e Interpol, M16 inglese, Mossad israeliano), tra gli altri “contributi” all’ordine del mondo del “potere privato”.
I nostri governanti servitori degli “accordi” che coinvolgono Ttip (così come Ttp e Tisa) e mass media ci convinceranno che gli investimenti esteri sono una fonte di lavoro e di reddito, insistendo su questo mito, per nascondere la verità: licenziamenti di massa, lavori precari, chiusura di aziende “non competitive”, perdita di tutti i traguardi raggiunti in anni di lotta sui diritti del lavoro e libertà di associazione, fuga di cervelli verso gli Usa, restrizioni sulle esportazioni europee.
Certo il Ttip ha generato nei Paesi europei una forte ondata di indignazione e proteste, ma chi chiedeva e chiede la cessazione di insediamento dei Trattati appartiene alla realtà della vita quotidiana: lavoratori, disoccupati, studenti, giovani professionisti e non professionisti, donne e chiunque non appartenga alle burocrazie d’oro dei loro Stati, alle Ong vende-patria, o a quella piccola percentuale di tecnocrati che prospera sulla ricchezza delle élite del potere economico e finanziario.

lunedì 7 settembre 2015

Jobs Act: c'è il controllo a distanza sui dipendenti

Il Consiglio dei ministri ha approvato gli ultimi quattro decreti attuativi del Jobs Act, confermando "i testi usciti dal cdm con l'apporto delle osservazioni parlamentari che erano molto coerenti" - come ha sottolineato il sottosegretario Claudio De Vincenti al termine del cdm. I testi tornano ora di nuovo in Parlamento per un ultimo passaggio. La conclusione dell'iter è prevista fra un paio di settimane.
AMMORTIZZATORI - "Abbiamo fatto un lavoro importante sugli ammortizzatori sociali tenendo tutto dentro ai principi di inclusione, semplificazione e razionalizzazione", spiega il ministro del Lavoro Giuliano Poletti commentando il via libera del Consiglio dei Ministri al decreto relativo alla riforma degli ammortizzatori sociali che ha modificato la cassa integrazione e introdotto una sorta di meccanismo di bonus malus che farà pagare di più le aziende che più utilizzano la cig.
IL NODO DEI CONTROLLI A DISTANZA - "Quello che serviva era una legge chiara e rispettosa della privacy e la norma li rispetta entrambi", rivendica Poletti, spiegando le modifiche apportate dal Cdm al capitolo controlli a distanza, al centro di un braccio di ferro tra governo e Parlamento. "Abbiamo modificato l'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori per individuare una nuova disciplina nel rispetto della privacy colmando un vuoto non sugli impianti fissi ma sugli strumenti in dotazione ai lavoratori", spiega al termine del Cdm. "Oggi abbiamo una legge complessiva con norme chiare e definite nel rispetto della privacy", conclude. In particolare, la soluzione scelta per dipanare la matassa prevede: un accordo sindacale per poter installare un impianto di sorveglianza fisso mentre nessuna autorizzazione sarà richiesta per dotare i lavoratori di strumenti di lavoro dal cellulare al tablet, al Pc. L'impresa dovrà invece "informare adeguatamente" il lavoratore sulle potenzialità di controllo sia degli impianti che degli strumenti e rispettare le norme sulla privacy.

domenica 6 settembre 2015

L’Unione Europea è soltanto una colonia degli Stati Uniti

“L’Unione Europea è governata da una classe di persone completamente vendute agli Stati Uniti. Esempio tipico e classico è stata la debacle libica, dove gli Stati Uniti e la Francia hanno completamente distrutto il Paese più sviluppato in Africa. Ottenendo che centinaia di migliaia di profughi attraversino il Mediterraneo e cerchino rifugio dalla guerra in Europa. Tale risultato avrebbe potuto essere molto facile da prevedere, e tuttavia i Paesi europei non ha fatto nulla per impedirlo. In realtà, tutte le cosiddette Obamawars (Libia, Siria, Afghanistan, Irak, Yemen, Somalia, Pakistan) hanno portato a enormi flussi di rifugiati. Si aggiunga anche il caos in Egitto, Mali e la povertà in tutta l’Africa. Assistiamo a un esodo di massa che nessun muro-frontiera, fosso di scavo o bombe lacrimogene fermeranno.
Se non bastasse, l’UE ha realizzato quello che può solo essere chiamato un suicidio politico ed economico, consentendo all’Ucraina di esplodere in una guerra civile che coinvolge 45 milioni di persone, che ha distrutto completamente un’economia e installato al potere un vero e proprio regime nazista. Anche questo risultato era facile da prevedere. Ma la reazione degli Euroburocrati e’ stata di imporre sanzioni economiche masochiste alla Russia. Il che che ha finito per creare esattamente le condizioni e l’incentivo necessario per l’economia russa a diversificare e a produrre localmente invece di importare tutto dall’estero.
Vale la pena di ricordare che alla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Europa era praticamente un territorio occupato. I Sovietici avevano la parte centro-orientale, mentre gli Stati Uniti/Regno Unito avevano la parte occidentale. Siamo stati condizionati a pensare che le persone che vivevano sotto “l’oppressione” di ciò che la propaganda degli Stati Uniti ha denominato il “Patto di Varsavia” (in realtà chiamato “Organizzazione del Trattato di Varsavia”) siano stati meno liberi rispetto a quelli che vivevano sotto la “protezione” del Trattato Nord Atlantico.
A parte il fatto che il termine “Nord Atlantico” è stato coniato deliberatamente per legare l’Europa occidentale agli Stati Uniti, la questione centrale è che mentre in molti modi le persone in Occidente hanno avuto più libertà rispetto a quelli in Oriente, gli Stati Uniti/Gran Bretagna occupavano parte di un’Europa che non si è mai ripresa la propria sovranità. E proprio come i Sovietici hanno coltivato un’élite compradora locale in ogni Paese dell’Europa orientale, così hanno fatto gli Stati Uniti in Occidente.
La grande differenza è apparsa solo alla fine degli anni ’80 e ai primi ’90, quando l’intero sistema a conduzione sovietica è crollato mentre il sistema gestito dagli Stati Uniti è uscito rafforzato a seguito del crollo sovietico. Sicché, a partire dal 1991, la morsa di ferro degli Stati Uniti sopra l’UE è diventata ancora più forte di prima.
La realtà è triste e semplice: l’Unione Europea è una colonia degli Stati Uniti, gestita da marionette degli Stati Uniti che non sono in grado di lottare per gli interessi fondamentali ed evidenti degli Europei.”

venerdì 4 settembre 2015

LE RIFORME STRUTTURALI NON SONO MAI ABBASTANZA STRUTTURALI

Proprio a metà agosto, quando tutti erano distratti, il governo ha rettificato le cifre sulle assunzioni a tempo indeterminato in conseguenza dell'entrata in vigore del "Jobs Act". Gli assunti effettivi sarebbero in realtà poco più della metà dei seicentotrentamila annunciati in un primo momento. Probabilmente a Natale, o a Capodanno, dalla pagina interna di qualche quotidiano, verremo a sapere che anche questa seconda cifra sarà stata ulteriormente rettificata al ribasso.
Fin qui niente di strano, poiché alla spinta occupazionale del "Jobs Act" non aveva creduto nessuno, meno che meno quelli che avevano fatto finta di crederci. Il problema è che queste "riforme strutturali" falliscono anche, e soprattutto, laddove persino gli oppositori più decisi si aspetterebbero un risultato, cioè nell'aumento della produttività e della competitività nei confronti delle cosiddette "economie emergenti". La scorsa settimana l'agenzia Reuters ha raccolto una serie di pareri di esponenti del Fondo Monetario Internazionale e dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, per spiegare come mai queste "riforme strutturali" non soltanto non raggiungano nessuno degli obiettivi di aumento della competitività, ma, all'opposto, deprimano ancora di più l'economia.
Le spiegazioni fornite da questi "prestigiosi esperti", come al solito, si dimostrano piuttosto fumose e contraddittorie. Sì, sono venti anni che in Italia si fanno "riforme strutturali" in tutti i campi, ma non sono poi strutturali-strutturali come dovrebbero essere. Come diceva Sergio Endrigo, manca sempre una lira per fare un milione.
Insomma, le mitiche "riforme strutturali" non falliscono mai, falliscono solo i governi che le attuano, o perchè non hanno saputo fare i decreti attuativi, o perché la Pubblica Amministrazione non le ha sapute applicare, visto che è rimasta inefficiente nonostante le "riforme strutturali". Qualcuno, come l'ex del FMI Vito Tanzi, si atteggia a maoista del sedicente liberismo, e si spinge a dire che l'Italia avrebbe bisogno di una "rivoluzione culturale". Queste "argomentazioni" sono inattaccabili proprio perché non argomentano su nulla. Lo straparlare di questi "prestigiosi tecnici" serve solo a ribadire il vincolo gerarchico e coloniale che sottopone i governi nazionali come quello italiano alle direttive delle organizzazioni sovranazionali come il FMI e l'OCSE.
In realtà gli effetti recessivi di queste riforme strutturali non sono poi così male, se si considera che la stagnazione europea ha determinato una stagnazione mondiale che sta mettendo in crisi i piani di industrializzazione dei Paesi più poveri, perciò la gerarchia imperialistica è salva. Né il FMI, né l'OCSE, sono mai stati minimamente interessati allo sviluppo dei Paesi più poveri, semmai il contrario; e non ci vuole una mente superiore per capirlo. Più un Paese è povero, più il suo PIL arranca, più alti dovranno essere gli interessi che questo Paese paga sui suoi titoli di Stato. Uno Stato che possa esibire tassi di crescita vivaci, non sarebbe un debitore interessante per le grandi banche internazionali, poiché il suo basso rischio di insolvenza gli permetterebbe di pagare interessi bassi sui propri titoli. Il concetto di "crisi del capitalismo" va quindi completamente rivisto, se si considera che, proprio nel periodo di "crisi", i ricchi sono diventati molto più ricchi ed i poveri molto più poveri. C'è infatti da sottolineare che le "riforme strutturali" hanno favorito lo sviluppo di una serie di business tipici della recessione. Ci sono, ovviamente, le privatizzazioni/svendita. In Grecia la compagnia telefonica OTE, che era di Stato, oggi è controllata in maggioranza da Deutsche Telekom.
I vari "Jobs Act" favoriscono l'intermediazione parassitaria delle agenzie di "somministrazione del lavoro" (quelle che una volta si chiamavano agenzie di lavoro "interinale"). Il caporalato istituzionalizzato delle agenzie di somministrazione del lavoro rappresenta un business trasversale, che piace molto anche alle "sinistre", visto che il ministro del Lavoro (?), Giuliano Poletti, era a capo di una di queste agenzie, Obiettivo Lavoro. Quindi, se c'è qualcuno a cui la disoccupazione fa piacere, è proprio Poletti. Poi, visto che i salari sono bassi ed i posti precari, c'è l'esplosione del credito ai consumi, con il proliferare di agenzie finanziarie, che vengono, direttamente o indirettamente, generate dalle banche. Più sei povero, e più sei costretto ad indebitarti. Ed, infine, ultime, ma non meno importanti, ci sono le agenzie di recupero crediti, perché anche l'insolvenza dei troppo poveri può diventare un grosso business se sai come organizzare la loro persecuzione.

giovedì 3 settembre 2015

La retorica della legalità

Tra il 2009 e il 2014 l'Europa e i suoi Paesi membri hanno pagato un conto di 221 miliardi di euro per far fronte alla crisi delle banche. Eppure, le stesse istituzioni -nel nome del rigore- hanno imposto una dura lezione al governo greco. A guidarle c'è Jean-Claude Juncker, che si è dimesso nel 2013 da primo ministro del Lussemburgo (e poi è stato travolo dallo scandalo "LuxLeaks", l'elusione fiscale garantita alle multinazionali). Un esempio di doppia morale

Se non altro, la “questione greca” che tanto ci ha appassionato prima dell’estate ci ha lasciato un insegnamento: l’etica prima di tutto. I debiti vanno ripagati. Un’ondata di moralità -piuttosto inaspettata- che ha pervaso il continente. La lezione è stata ripetuta con determinazione al governo ellenico, che alla fine ha accettato le condizioni per “restare in Europa”: misure di austerità, privatizzazioni, tagli. Persino il Fondo monetario internazionale -che peraltro è tra i creditori della Grecia-, pochi giorni dopo il via libera del Parlamento greco al “piano”, ha con chiarezza affermato che il debito greco va rivisto, se si vuole che le riforme abbiano effetto. Ma tant’è. La medicina è stata imposta al paziente: d’altronde questa è “l’era dell’acquiescenza”, per parafrasare il titolo di un saggio dell’americano Steve Frazer. Difficile da stabilire, comodi in poltrona, se noi avremmo fatto diversamente.
La retorica della legalità è stata portata avanti dai rappresentanti dei Paesi e delle istituzioni europee, con l’appoggio quasi unanime dell’opinione pubblica.
Tra i portavoce di questa narrazione, Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea dal 2014. Juncker è stato costretto a dimettersi da primo ministro del governo del Lussemburgo nel 2013, accusato di aver “schedato” senza autorizzazione migliaia di concittadini. Negli anni in cui era al potere nel suo Paese, un gran numero di multinazionali hanno goduto di regimi fiscali agevolati. Una vicenda nota come “LuxLeaks”: miliardi di euro di entrate tributarie eluse ai governi nazionali dei singoli Paesi (dell’Ue, compresa la Grecia) in cui le multinazionali operavano. Per inciso, tra le multinazionali ci sono anche quelle che prosperano grazie a internet e ai social network, col loro portato di trolls, bufale, violenza verbale. Tanto per dire.
A luglio l’ufficio studi di Mediobanca ha pubblicato il consueto report sui principali istituti bancari europei. Tra i vari dati è emerso che, tra il 2009 e il 2014, anni della crisi bancaria, il conto pagato dagli Stati europei, tra iniezioni di capitali pubblici e minori imposte, è stato di 221 miliardi. 1,2 volte il Pil della Grecia. Questo dato non tiene conto di istituti minori e territoriali. Tra il 2011 e il 2014, sempre secondo Mediobanca, le banche europee hanno “bruciato” 178,5 miliardi tra contenziosi, risarcimenti e svalutazioni.
Tra le maggiori banche europee c’è la tedesca Deutsche Bank. Accusata di aver manipolato illecitamente i tassi interbancari (il cosiddeto Libor), ha pagato 2,5 miliardi di dollari in sanzioni. Negli ultimi 3 anni, tra multe e composizioni stragiudiziali il conto per il colosso tedesco arriva a 9 miliardi di euro.
Il cancelliere Angela Merkel e il ministro delle finanze Wolfgang Schäuble sono anch’essi molto impegnati nella narrazione della necessaria legalità ed etica europea. Sempre per dire.
Anche le istituzioni e l’opinione pubblica italiana hanno brillato nella spinta all’ondata di moralità. Noi non siamo come i greci, che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità.
Appena prima della pausa estiva, anche l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia ha presentato il suo consueto rapporto annuale. Secondo Bankitalia nel nostro Paese le attività corruttive, l’evasione e il riciclaggio di denaro sono “diffuse e pervasive”. La collaborazione del contrasto a queste attività illecite da parte delle pubblica amministrazione “è scarsa” e i professionisti danno un “modesto contributo”. Poco prima, anche l’Autorità nazionale anticorruzione aveva ribadito il grido d’allarme per voce del suo presidente, Raffaele Cantone, in un’audizione parlamentare. C’è sempre qualcuno che sta peggio: questa volta è toccato alla Grecia. Buon per noi.
Ps: a luglio il ministro della Giustizia Orlando ha confermato l’imminente cancellazione del reato di clandestinità, inserito nel 2009 nel nostro ordinamento penale. “È stato inefficace e la sua abolizione comporterà risparmio di risorse, giudiziarie e amministrative”.

mercoledì 2 settembre 2015

Politici-spazzatura e catastrofe, qualcuno lo spieghi ai media

Una delle cause strutturali per cui la crisi europea ha colpito l’Italia più di altri paesi sono le sue antiche carenze quanto a istruzione e ricerca e sviluppo (R&S). In vista di una transizione a un diverso modello produttivo e occupazionale sarebbe essenziale aumentare in misura considerevole la spesa pubblica per la scuola secondaria e l’università. Con il 22% dei diplomati contro una media del 36 per l’intera Ue, l’Italia occupa l’ultimo posto in tale classifica. È una percentuale scandalosamente bassa; e ancora più scandaloso è il fatto che dinanzi all’obbiettivo proposto dalla Commissione Europea di raggiungere il 40% entro il 2020 come media Ue, uno dei nostri recenti governi abbia risposto che l’Italia punta nientemeno che al 27%. Dati analoghi valgono per i laureati. L’obiezione per cui diplomare o laureare un maggior numero di giovani non serve allo sviluppo, o è addirittura un danno, perché tanto non trovano lavoro, è priva di senso. I giovani non trovano lavoro perché non esistono politiche economiche capaci di creare nuovo lavoro nel momento in cui il lavoro tradizionale scompare.
Anche in tema di R&S siamo messi male. Tra i 32 paesi Ocse l’Italia occupa il penultimo posto quanto a spesa in R&S, con un misero 1,25% tra pubblico e privato. Le statistiche delle richieste di brevetto depositate presso l’Ufficio Brevetti europeo, che Matteo Renzivedono l’Italia in coda ai maggiori paesi Ue sia quanto a numero sia quanto a contenuto tecnologico, riflettono tale povertà di spesa. Come minimo occorrerebbe raddoppiare quest’ultima nel più breve tempo possibile. Di fronte ai problemi sopra richiamati, alla pericolosità della crisi Ue, ed alla addizionale gravità di quella italiana, il governo Renzi non esiste. Non che, per ora, le opposizioni offrano gran che di meglio. Moltiplicare invettive contro il dominio della finanza, oggi ben rappresentato dall’euro, non serve: anche il “Mein Kampf” ne era pieno (dieci anni dopo, non a caso, il suo autore giunto al potere impiegò poche settimane per accordarsi con la grande finanza).
Il dominio bisogna prima seriamente studiarlo, per poi smontarlo pezzo per pezzo con strumenti politici e legislativi appropriati. Né serve a molto inveire contro la casta. Una volta stabilito che si tratta di una intera classe politica che ha fatto da decenni il suo tempo, nonché di buona parte della classe imprenditoriale, si tratta di sostituirla con una classe avente una concezione del mondo diversa e opposta, che sappia amministrare il paese e ogni sua parte in nome dei diritti al lavoro e del lavoro; dell’uguaglianza (in una economia dove gli amministratori delegati guadagnino magari 50 volte i loro dipendenti e Il sociologo Luciano Gallinofacciano bene il loro mestiere invece di guadagnare 500 volte e farlo male); dei beni comuni da sottrarre alle privatizzazioni; di una economia che non distrugga l’ambiente nel quale dovrebbero vivere e prosperare i nostri discendenti.
Allo scopo di far emergere dal paese, che da più di un segno appare in grado di farlo, una nuova classe dirigente all’altezza del compito, occorrono i voti. Per moltiplicare i voti necessari occorre che il maggior numero possibile di elettori comprenda qual è l’enormità della posta in gioco, in Italia come nella Ue, e la relativa urgenza. E se è vero che l’opinione politica si forma per la massima parte sotto l’irradiazione dei media, è di lì che bisogna partire. Supponendo che la traccia proposta sopra sia qualcosa di assimilabile a uno schema di programma politico a largo raggio, bisognerebbe quindi avviare una campagna di comunicazione estesa, incessante, capillare, volta a mostrare che la rappresentazione che il governo e i media fanno di quanto avviene è una deformazione della realtà, e poco importa se non è intenzionale. Insistendo su pochi punti essenziali, siano essi quelli qui indicati o altri – purché siano pochi e di peso analogo. Lo scopo è semplice: ottenere che alle prossime elezioni parecchi milioni di cittadini votino per una società migliore di quella verso cui stiamo rotolando, a causa dei nostri governi passati e presenti, non meno che della deriva programmata della Ue verso una oligarchia ottusa quanto brutale.

martedì 1 settembre 2015

"Buona scuola". Scoperto un altro buco: mancano gli insegnanti di sostegno

Scoperto un altro buco nella cosiddetta “Buona scuola”: non ci sono insegnanti di sostegno. A lanciare l'allarme è l'Anief, che sottolinea come l'allerta sia partito nelle ultime ore: A Milano, per esempio, come ha detto il provveditore, ne mancano 1.900. Il numero così elevato è in relazione all’elevato numero di studenti disabili, che negli ultimi anni sono aumentati toccando la cifra di più di 12mila. Sono arrivate 700 certificazioni in più solo nell'ultimo mese, dicono al provveditorato, e “noi non abbiamo insegnanti per loro nonostante potremmo assumerne tantissimi”. E non è solo una necessità dei grandi centri del Nord, 'perché lo stesso problema c'è in Sicilia o in Calabria: mancano gli specialisti, non ce ne sono in tutta Italia'. Anche perché quelli che ci sono continuano a
fare i supplenti'.
''Si tratta di un vero e proprio bug contenuto nella riforma – spiega Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo Confedir - perché invece di cancellare la piaga del precariato scolastico, quella che il premier ha più volte chiamato 'supplentite', si è agito nel modo opposto: si continuano a tenere ai box, come supplenti, oltre 12mila docenti che, dopo essersi formati loro spese nelle università indicate dallo Stato, pagando circa 3mila euro a testa, potevano tranquillamente essere immessi in ruolo attraverso il piano straordinario di assunzioni previsto dalla riforma. Ancor di più perché i posti vacanti sono tre volte tanto: l'anno prossimo, infatti, partirà con 90mila cattedre di sostegno coperte da personale di ruolo su oltre 120mila posti a tutti gli effetti vacanti''. "Non sono affatto numeri ingigantiti - secondo Anief - ma quelli necessari per garantire il diritto allo studio di più di 240mila alunni disabili certificati con problemi di apprendimento. La carenza di docenti specializzati per i disabili riguarda tutte le regioni: ''nel Lazio mancano circa 700 insegnanti di sostegno''. La situazione in provincia non è migliore: a Pistoia ci sono ''46 cattedre vuote sul sostegno, ma mancano gli insegnanti'', a Prato le immissioni in ruolo non sono bastate: rimangono da coprire 34 cattedre per il sostegno. Potremmo andare avanti, ma ci fermiamo qui", rileva il sindacato.
Eppure, aggiunge, "quello delle graduatorie esaurite è un problema che poteva essere tranquillamente superato. Governo e Parlamento, infatti, non hanno permesso l'accesso nelle GaE dei 12.840 insegnanti di sostegno specializzati negli ultimi anni, attraverso il primo e secondo ciclo di Tfa: si tratta di docenti - selezionati su un numero preciso di posti individuato annualmente dal Miur - che hanno svolto lo stesso percorso formativo dei colleghi che si sono specializzati nel sostegno alla disabilità, sino al 2011, attraverso le Ssis. Invece, tutti questi specializzati, malgrado la Buona Scuola, anche quest'anno continueranno a sottoscrivere una supplenza - ad anno scolastico iniziato - su convocazione del dirigente scolastico".Dai conteggi della rivista Tuttoscuola risulta che, complessivamente, se si tiene conto anche delle cattedre comuni, ''delle 71.143 domande presentate ne dovrebbero andare a buon fine soltanto 55.373''.