lunedì 10 agosto 2015

Roma, la vecchia faccia della nuova mafia

Per capire quello che sta avvenendo a Roma sia sul piano giudiziario che su quello politico e istituzionale è necessario capire da subito che il fenomeno criminale di Mafia Capitale non solo era prevedibile, ma che si è costruito in decenni di imperdonabile disattenzione e spesso, come emerge dalle carte della Procura di Roma, di complicità.
In molti ci hanno raccontato che la Banda della Magliana era finita con la morte di Enrico De Pedis nel 1990 e che con lei si fosse chiusa la possibilità che si costituisse nella Capitale un’organizzazione criminale di matrice mafiosa. Altri addirittura datavano la fine della Banda con l’arresto nell’85 di Pippo Calò. Perfino la preziosissima relazione della Commissione Antimafia presieduta da Gerardo Chiaromonte e pubblicata nel 1992 sposava questa tesi. Purtroppo in troppi ci hanno creduto. Di conseguenza questa narrazione ci ha portato oggi, davanti al progressivo svelamento dell’organizzazione criminale che farebbe capo all’ex terrorista dei Nar e uomo della Banda Massimo Carminati, ad affrontare, capire e interpretare il fenomeno del potere mafioso nella Capitale con almeno 20 anni di ritardo. Mafia Capitale (questo il nome dato dagli inquirenti a questa quinta mafia alla matriciana) è figlia della Banda, del mondo dell’eversione nera e in particolare dei Nar e degli intrecci consolidati in almeno quarant’anni fra “romani” e Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra.
La Banda della Magliana non è mai morta, ma si è inabissata esattamente come ha fatto Cosa nostra dopo le stragi del ‘92 e ‘93 e con il tempo si è trasformata, diluita e infine riorganizzata in altro. Gli enormi capitali che i membri dell’organizzazione avevano accumulato sono rimasti pressoché intoccati. Molti membri di quella organizzazione sono tornati in libertà. A fine pena non si sono certo rassegnati alla vita da pensionati. Inoltre il ruolo di raccordo e mediazione fra tutte le organizzazioni criminali presenti sul territorio - ottenuto spesso con la violenza dell’intimidazione o delle armi - si è riproposto in chiave più moderna con l’organizzazione di Carminati. Tutti, in un modo o nell’altro, a Roma hanno dovuto fare i conti prima con la Banda e poi con “er cecato” - il soprannome di Carminati che ha perso un occhio in uno scontro a fuoco con i carabinieri -, anche chi a Roma c’era già a partire dai primi anni ‘70 come tutte le organizzazioni mafiose del Paese si erano radicate e avevano avviato una serie di relazioni di collaborazione con ambienti della destra eversiva, con pezzi deviati dello Stato e dei servizi e con la politica nazionale e locale.
In nessun’altra città italiana si è arrivati a una forma organizzativa e imprenditoriale della criminalità come a Roma. Qui la definizione di Mafie spa trova conferma. Anzi, per capire quale è la forma del potere criminale che ha in pugno la Capitale d’Italia sarebbe più corretto parlare di una Associazione Temporanea d’Impresa. Con mediatore e broker Massimo Carmianti.

domenica 9 agosto 2015

Nel 2015 sono morti nel Mediterraneo 2.000 migranti

Sono più di 2.000 i migranti morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo ed arrivare in Europa. Questa rotta si conferma così come la più pericolosa per chi rischia la vita alla ricerca di un futuro migliore. L’anno scorso, nel medesimo periodo, i decessi in mare erano stati 1.607; 3.279 alla fine del 2014.
La maggior parte dei migranti ha perso la vita nel Canale di Sicilia, lungo la rotta centrale del Mediterraneo che collega la Libia all’Italia: è proprio in questo tratto di mare che le imbarcazioni usate dai trafficanti, in pessime condizioni già al momento di partire, rischiano di naufragare. I dati raccolti dall’OIM suggeriscono che la rotta del Canale di Sicilia sia sproporzionatamente più pericolosa delle altre.
Nonostante l’Italia e la Grecia siano entrambe interessate da flussi migratori molto significativi (rispettivamente circa 97.000 e 90.500), i tassi di mortalità sono molto diversi: sono stati circa 1.930 i migranti morti nel tentativo di arrivare in Italia, mentre sono stati circa 60 i migranti morti sulla rotta verso la Grecia.
Nel corso dell’ultima settimana sono stati circa 20 i morti in mare. Le salme di 14 di loro, appartenenti a un gruppo più grande di 456, sono stati trovati in acque internazionali dalla nave della marina irlandese LÉ Niamh e portati al porto di Messina il 29 luglio. Lo staff dell’OIM presente nel sud Italia ha parlato con alcuni dei sopravvissuti: secondo le testimonianze dei migranti, il motore della barca si è surriscaldato durante la traversata. Per raffredarlo, hanno dovuto usare l’acqua potabile a bordo ma 14 di loro non ce l’anno fatta a causa della sete e del caldo.
“E’ inaccettabile che nel XXI secolo le persone in fuga da conflitti, persecuzioni, miseria e degrado ambientale debbano debbano patire tali terribili esperienze nei loro paesi, per non dire quello che sopportano durante il viaggio e poi morire alle porte dell’Europa”, ha detto il Direttore Generale dell’OIM William Lacy Swing.
Nonostante queste tragedie, l’OIM riconosce gli sforzi straordinari delle forze navali presenti nel Mediterraneo, che continuano a salvare vite umane ogni giorno. Il numero di decessi è diminuito in maniera significativa negli ultimi mesi e ciò è dovuto in gran parte al potenziamento dell’operazione Triton: il Mediterraneo è ora pattugliato da un maggior numero di imbarcazioni che si possono spingere fino a dove partono le richieste di soccorso.
Sono quasi 188.000 i migranti salvati nel Mediterraneo fino ad ora e l’OIM sostiene con forza il proseguimento di tali attività. L’Organizzazione ritiene che il numero di migranti in arrivo aumenterà nei prossimi mesi e che la soglia dei 200.000 sarà raggiunta molto presto.

mercoledì 5 agosto 2015

Grecia, la regola dell'elefante

Fiumi d'inchiostro continuano a scorrere in Grecia e sulla Grecia, ma l'unico argomento davvero cruciale per il destino del Paese - la necessità di ristrutturare il debito pubblico - rimane ancora sullo sfondo. "C'è un elefante nel salotto buono", recita un detto inglese dedicato alle verità scomode note a tutti e da tutti ignorate.
Intanto, mentre il pachiderma si destreggia fra porcellane e cristalli, Atene cerca di tornare a una parvenza di normalità. Oggi riapre la Borsa, la settimana scorsa il Governo ha alzato il limite ai prelievi sul conto corrente, portandolo a 420 euro in tre giorni anziché in una settimana. Nel frattempo, i tecnici della Troika (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) sono tornati vittoriosi nella capitale greca, dove hanno ricominciato a lavorare indisturbati.
In ballo c'è il nuovo Memorandum che dovrà essere siglato entro la metà del mese, così da permettere il versamento della prima rata del nuovo piano di aiuti entro il 20 agosto, quando Atene dovrà rimborsare alla Bce più di 3 miliardi di euro. Oltre all'innalzamento dell'età pensionabile e alla cancellazione delle baby-pensioni, il pacchetto di riforme imposto dai creditori prevede altri due interventi particolarmente dolorosi, la reintroduzione dei licenziamenti collettivi e lo stop alla contrattazione collettiva.
Sul versante finanziario, invece, la Grecia deve fare i conti con la recente direttiva europea sulle risoluzioni bancarie, un nuovo meccanismo di salvataggio che prevede in prima istanza il contributo di correntisti, azionisti e obbligazionisti degli istituti, anche ricorrendo a prelievi forzosi sui depositi oltre i 100mila euro, come già avvenuto a Cipro. Tra le banche greche e la Bce sono in corso colloqui proprio per allontanare il fantasma dell'haircut in caso di ristrutturazioni.
Quanto all'elefante in salotto, mentre tutti si sforzano di non guardarlo, l'unica istituzione con gli occhi fissi sul pachiderma è il Fmi, che stavolta punta i piedi e fa sul serio: non parteciperà al salvataggio di Atene finché il Paese non darà il via libera a nuove riforme e soprattutto finché i creditori europei non prenderanno un impegno concreto sul fronte della ristrutturazione del debito.
La divergenza fra Bruxelles e Fondo monetario su questo punto è tutta politica. I Paesi europei non intendono ridurre il peso del debito ellenico perché significherebbe ammettere di aver sprecato i soldi dei propri contribuenti. In realtà non c'è stato alcuno spreco, il punto è che l'obiettivo non è mai stato la salvezza della Grecia: quelle risorse sono servite in massima parte a ripulire i bilanci delle banche francesi e tedesche, spostando sui conti pubblici nazionali l'esposizione al debito greco.
Il denaro in questione non tornerà mai indietro, anche perché nel frattempo stiamo infliggendo al Pil della Grecia l'ennesima bordata d'austerità. In queste condizioni, immaginare che un giorno Atene riuscirà a tornare sul mercato, finanziare da sola tutto il proprio debito pubblico e ripagare per intero i prestiti ricevuti significa credere nella versione finanziaria di Babbo Natale. Lo sanno tutti benissimo, ma piuttosto che ammetterlo e scontarne il prezzo politico preferiscono continuare ad alimentare il perverso schema Ponzi che tiene artificialmente in vita i conti di Atene: debiti nuovi per ripagare i debiti vecchi.
Un circolo vizioso che il Fmi vuole interrompere non per buon cuore, ma perché subisce pressioni da più parti: alcuni lamentano mancanza di equità nel trattamento riservato ai diversi Paesi del globo, altri sono contrari all'accanimento terapeutico incapace di guarire la malattia greco-europea. A capeggiare il secondo gruppo sono gli Stati Uniti, che da qualche tempo vanno a caccia di elefanti nei salotti europei.

martedì 4 agosto 2015

CAMBIO DI REGIME IN RUSSIA ?

Come gli eventi in Siria hanno dimostrato, la Russia e’ il mattone piu’pesante da spostare negli infiniti piani delle lobby volti al dominio mondiale; ecco perchè la rimozione di Putin ed il suo rimpiazzo con una marionetta che esegua a bacchetta ogni comando e volere dei neocons e’ l’obiettivo principe dell’intera politica attuale dei neocons suddetti.
Ad ogni modo, le loro possibilità di raggiungere questo loro ambizioso obiettivo sono parecchio scarne e le motivazioni costruite e pretestuose almeno quanto le fantomatiche armi di distruzione di massa di Saddam in Iraq. La nuova “guerra fredda” contro la Russia, di istigazione neoconservatrice, che avrebbe dovuto indebolire l’economia Russa, così portando a proteste anti-governative stile Maidan, ha in realtà fatto schizzare la popolarità del presidente Putin alle stelle, come evidenziano i sondaggi.
Le percentuali di apprezzamento per quest’uomo, per demonizzare il quale i neocons non hanno risparmiato nessuna energia, almeno negli ultimi 12 anni, sono a livelli di record assoluto, quasi il 90% dei Russi hanno una opinione positiva del loro presidente.
L’appoggio alle sue politiche estere è altrettanto solido, con un 70% che approva le scelte in materia di crisi Ucraina.
Il politico pacifista Britannico George Galloway ha twittato:
“La popolarità di Putin tocca livelli record sfiorando il 90% di gradimento delle sue capacità di gestire gli eventi da parte della popolazione. Un’altra storia di successo per la NATO!!”
Ma non è soltanto la popolarità di Putin a rappresentare un macigno che blocca i piani neoconservatori per il cambio di regime. La principale e più agguerrita opposizione a Putin ed al suo partito Russia Unita non è costituita da liberali pro-NATO e pro-Israele, bensi’ dal partito comunista Russo, che è il secondo maggior partito della Nazione,
Il leader comunista Gennady Zyuganov ha ottenuto il 17% dei consensi alla scorsa tornata elettorale (nel Dicembre 2011), e i comunisti nel loro complesso hanno ottenuto 92 seggi sui 450 seggi totali alla Duma.
I comunisti hanno fatto pressione su Putin nell’assumere un ruolo ancora più fermo e deciso contro coloro che essi considerano nemici della Russia. Nel Maggio 2013 presentarono una mozione per suggerire che la Russia convocasse il consiglio di sicurezza ONU in seguito a bombardamenti illegali Israeliani sulla Siria.
“La Siria non è nè la prima, nè certamente l’ultima tra le vittime dell’espansione globale degli Stati Uniti e dell’alleanza NATO. Gli eventi degli ultimi 20 anni mostrano che la Russia stessa si trova costantemente in bilico. Considerato questo, la protezione dei nostri confini passa anche dalle città Siriane, attualmente scena di duri e intensi combattimenti. La Russia non può permettersi di girarsi dall’altra parte mentre la sovversione violenta degli Americani e dei loro satelliti si scaglia contro i nostri alleati”. Così recitava la dichiarazione del comitato centrale del partito comunista.
I sovvertori di regime seriali dell’Occidente si trovano di fronte a una situazione in cui l’unica opposizione credibile esistente a un leader che vorrebbero vedere eliminato sarebbe ancora più decisa nel seguire politiche che gli risulterebbero ancora più complicate da digerire.
E allora che fanno? Con evidente disprezzo delle vedute del popolo Russo e totalmente ignorando il fatto che il partito comunista rappresenta il secondo partito nazionale, ci dipingono i cosiddetti “liberali”, che godono di livelli di supporto popolare del tutto esigui (attualmente intorno all’1%!) come l’ “opposizione democratica”!!!
La linea neoconservativa così recita: “in nome della democrazia i partiti più impopolari tra gli elettori dovrebbero governare la Russia”. Una interpretazione della parola democrazia che straccia 1984 di Orwell.
“Per quanto cambio di regime sia diventata una espressione sporca, la cosa migliore che potrebbe accadere alla Russia, ai suoi vicini, ed al mondo intero, sarebbe un cambiamento, dall’autoritarismo dal pugno duro firmato Vladimir Putin a una qualche forma di democrazia”, ha sostenuto Alexander Motyl su Newsweek in Gennaio, articolo che Newsweek riprese da una prima pubblicazione sul blog del Consiglio Atlantico...
Dunque, in altre parole, l’uomo con il gradimento record dovrebbe essere eliminato così che qualcuno molto meno popolare possa governare la Russia. Tutto, certo, come sempre nel nome di “diffondere la democrazia”!
In ogni caso, semmai non bastasse quanto è stato detto, i piani neoconservatori per la promozione della loro democrazia non democratica in Russia sono sbarrati da un ulteriore macigno, la legislazione Russa sugli agenti stranieri. La legge prevede che tutte le organizzazioni non governative che ricevono finanziamenti esteri e che svolgono attività politiche debbano registrarsi come “agenti esteri”. Inoltre, per i partiti politici Russi è vietato farsi sponsorizzare o svolgere qualsiasi tipo di affari, o forme di partnership con organizzazioni non governative distinte dallo status di “agente estero”.
Questo rende la possibilità di “rivoluzioni colorate” alimentate da finanziamenti esteri parecchio pià difficile a materializzarsi

lunedì 3 agosto 2015

Il dramma del Sud, oltre i luoghi comuni

 Il vero confronto tra Grecia e Sud d’Italia è sul piano socio-politico: qui è scomparsa la mobilitazione sociale
Ogni anno, l’ennesimo Rap­porto Svi­mez pre­senta inva­ria­bil­mente la situa­zione eco­no­mica del Mez­zo­giorno che si fa sem­pre più grave ed inso­ste­ni­bile. Ed ogni anno, con pun­tua­lità sviz­zera, assi­stiamo alla rina­scita, sui mass media, per un giorno della «que­stione meri­dio­nale». I gridi di allarme, gli S.o.s., per­sino le let­tere al capo del governo di turno si sprecano.
E poi, come ormai abbiamo impa­rato da tempo, non suc­cede più nulla. Il fatto è che la «que­stione meri­dio­nale», cioè l’enorme e cre­scente diva­rio tra Nord e Sud del nostro paese, è diven­tata una noti­zia eccezionale.
Da far scat­tare per poche ore l’interesse dei media. E que­sto signi­fica che un feno­meno strut­tu­rale è ormai trat­tato come fosse un evento straor­di­na­rio, una emergenza.
Pur­troppo, la «que­stione meri­dio­nale» è morta e sepolta da diversi anni. Il primo colpo glielo ha asse­stato la caduta del muro di Ber­lino nel 1989 e la con­tem­po­ra­nea aper­tura al mer­cato mon­diale della Cina. In altre parole: la glo­ba­liz­za­zione dei mer­cati ha por­tato a ren­dere sem­pre meno rile­vante il mer­cato meri­dio­nale per le imprese del Centro-Nord Ita­lia (che in pas­sato aveva rap­pre­sen­tato media­mente il 35% del mer­cato di sbocco delle merci prodotte).
Il secondo colpo glielo ha dato l’entrata nell’Eurozona che ha tolto alle imprese ita­liane la pos­si­bi­lità di godere dello stru­mento della sva­lu­ta­zione della lira con cui ave­vano spesso fatto ricorso per supe­rare i gap di com­pe­ti­ti­vità. In breve, glo­ba­liz­za­zione dei mer­cati ed entrata nell’Euro hanno pro­vo­cato la rot­tura di un patto non scritto tra Nord e Sud del nostro paese : il Sud non era più un mer­cato inte­res­sante e suf­fi­ciente per le imprese del Centro-Nord che ormai guar­da­vano al mondo come ad un unico mer­cato, e diven­tava solo un «costo» per le imprese del Nord dato che i tra­sfe­ri­menti netti dello Stato a favore del Sud veni­vano in parte finan­ziati con le impo­ste pre­le­vate nel resto del ‘paese. Infine, il colpo finale glielo ha dato la Lunga Reces­sione che stiamo ancora attraversando.
Come tutti i dati signi­fi­ca­tivi ci mostrano l’impatto della crisi eco­no­mica, sca­te­nata dalla finanza, sul Mez­zo­giorno è stato molto più forte che nel resto d’Italia. Ed esat­ta­mente, dal 2007 al 2015 il red­dito pro-capite, i con­sumi e l’occupazione hanno fatto regi­strare una caduta con valori doppi di quelli del Nord. Se pren­diamo, ad esem­pio, il dato della disoc­cu­pa­zione essa è di circa il 13 per cento nella media nazio­nale, ma è del 23 per cento al Sud e del 9 per cento nel Nord.
Per­chè la crisi ha agito nel Mez­zo­giorno con que­sta vio­lenza aumen­tando a dismi­sura il diva­rio tra Nord e Sud. Due sono i fat­tori che pos­sono spie­gare que­sto ina­spet­tato effetto della crisi. Il primo è legato al taglio lineare della spesa pub­blica che ha col­pito dop­pia­mente il Mez­zo­giorno dato che in que­sto ter­ri­to­rio rap­pre­senta circa il 25 per cento del Pil, il dop­pio del Nord. Il secondo è dato dal fatto che le imprese meri­dio­nali hanno una scarsa pro­pen­sione all’esportazione (il con­tri­buto delle imprese meri­dio­nali all’export nazio­nale ha rag­giunto al mas­simo il 12 per cento sul totale nazio­nale!) e che le imprese che sono soprav­vis­sute alla crisi sono state in gran parte quelle che ave­vano accesso ai Mer­cati inter­na­zio­nali, data la cre­scente caduta della domanda interna.
Ma, il dato che più ha col­pito l’opinione pub­blica è quello che è stato estra­po­lato dal Rap­porto Svi­mez : dal 2000 ad oggi il Mez­zo­giorno ha fatto regi­strare una caduta del Pil supe­riore a quello greco. Il dato però andava spie­gato: dal 2000 al 2007 la Gre­cia ha avuto una cre­scita eco­no­mica ad un tasso più del dop­pio di quello del Mez­zo­giorno, men­tre dal 2007 al 2015 la Gre­cia ha perso più del 25 per cento del Pil men­tre nel nostro Sud la per­dita è stata di circa il 18 per cento.
Era neces­sa­rio chia­rire l’origine e la com­po­si­zione di que­sto dato, altri­menti non si capi­sce per­chè abbiamo assi­stito in Tv a scene di panico e dispe­ra­zione in Gre­cia e non nel Mez­zo­giorno. Ma, il vero con­fronto tra il Sud d’Italia e la Gre­cia va fatto ad un altro livello. È sul piano socio-politico che il popolo greco ha dimo­strato una grande capa­cità di mobi­li­ta­zione, men­tre nel Mez­zo­giorno sono scom­parse le lotte sociali o abbiamo avuto solo ver­tenze locali. Ed è ancora di più sul piano politico-istituzionale che assi­stiamo ad un vuoto di lea­der­ship nel ter­ri­to­rio meri­dio­nale, ad una mar­gi­na­lità della classe poli­tica meri­dio­nale che non si era mai veri­fi­cata nella sto­ria d’Italia.
Il Mez­zo­giorno di Gram­sci, Di Vit­to­rio, ma anche di Pio La Torre o di Gia­como Man­cini, di Ber­lin­guer e tanti altri pre­sti­giosi uomini poli­tici del sud con una cara­tura nazio­nale, era una terra più povera di oggi sul piano dei con­sumi e del red­dito pro-capite, ma molto più ricca sul piano sociale, cul­tu­rale e poli­tico. Il dramma del Sud di oggi è quello di non avere più una pro­spet­tiva poli­tica, un rap­porto di amore con la pro­pria terra — lot­tare per restare e restare per lot­tare — una forma orga­niz­zata di rap­pre­sen­tanza poli­tica a livello nazionale.
C’è un feno­meno inquie­tante che è pas­sato quasi inos­ser­vato: il mol­ti­pli­carsi di cir­coli e pseu­do­ri­vi­ste filo­bor­bo­ni­che, il cre­scere sul web di siti e pro­clami che esal­tano il Regno delle Due Sici­lie. Lo straor­di­na­rio suc­cesso com­mer­ciale del libro “Ter­roni” di Pino Aprile ne è una prova incon­fu­ta­bile. Qua­ranta anni fa, stu­diosi seri ed appas­sio­nati come Nicola Zitara o Cape­ce­la­tro e Carlo, ave­vano denun­ciato la “colo­ni­za­zione e lo sfrut­ta­mento del Mez­zo­giorno” da parte della bor­ghe­sia indu­striale del Nord, ma i loro testi erano rima­sti nei cir­coli della sini­stra extraparlamentare.
Oggi, c’è una dif­fusa con­vin­zione a livello di masse popo­lari che l’Unità d’Italia sia stata una fre­ga­tura, che il Sud è sem­pre stato sfrut­tato dal Nord e que­sto spiega il suo sottosviluppo.
A parte che sto­ri­ca­mente le cose sono state più com­pli­cate, in que­sto modo le respon­sa­bi­lità della classe poli­tica meri­dio­nale ven­gono igno­rate. Un popolo che ha nostal­gia di un mitico pas­sato, a cui si aggrappa per spie­gare il pre­sente, è un popolo che ha perso ogni spe­ranza sul futuro. Ed invece, pro­prio la crisi eco­no­mica ed i dra­stici tagli alla spesa pub­blica offrono oggi delle grandi oppor­tu­nità per cam­biare modello di sot­to­svi­luppo, cor­ru­zione, e assistenzialismo.
Infatti, i tagli agli enti locali hanno messo in crisi la gestione clien­te­lare delle risorse pub­bli­che, hanno per­messo ai cit­ta­dini di man­dare a casa la vec­chia poli­tica del malaf­fare – come è suc­cesso in diverse ammi­ni­stra­zioni locali — ed avere delle ammi­ni­stra­zioni comu­nali fon­date sulla difesa dei Beni Comuni in pic­cole e grandi città.
Ma, pur essendo pre­ge­vole lo sforzo e gli spazi poli­tici che si aprono a livello locale, il Mez­zo­giorno ha oggi biso­gno di una forza poli­tica che lo rap­pre­senti all’interno di una pro­spet­tiva nazio­nale ed euro­pea. Non una forza ter­ri­to­ria­li­sta (come la Lega del Sud), ma una forza poli­tica nazio­nale che abbia uno sguardo diverso ed un pro­getto poli­tico ed eco­no­mico che parta dal Mez­zo­giorno per incon­trare gli altri popoli del Medi­ter­ra­neo. Insomma, come scri­veva Valen­tino Par­lato e, con un’altra ango­la­zione Guido Viale, abbiamo biso­gno di una Sini­stra Euro Medi­ter­ra­nea, che metta insieme i paesi del Sud Europa come massa cri­tica per con­tra­stare l’egemonia tede­sca e neo­li­be­ri­sta, ma capace altresì di creare una alleanza con gli altri paesi medi­ter­ra­nei con chiare scelte di campo, a par­tire dal soste­gno incon­di­zio­nato al popolo palestinese.

domenica 2 agosto 2015

Sono tempi duri per l’industria della “rivoluzione colorata” degli USA. Perfezionato in Europa orientale dopo la caduta dell’Unione Sovietica e affinato durante la cosiddetta “primavera araba”, il processo di sovversione di un Paese per rovesciarne il governo con la copertura di proteste di massa inscenate sembra essere finalmente alla fine. Ecco perché negli Stati Uniti non è più possibile nascondere il fatto che dietro a tali proteste, che spesso anche nascondono il ruolo di elementi armati infiltrati segretamente, si dia l’ultima spinta ai governi presi di mira. La nazioni hanno imparato ad identificare, denunciare ed opporsi a tale tattica, e come con Adolf Hitler e la tattica del regime nazista della Blitzkrieg, una volta individuate le contromisure appropriate, l’efficacia dell’assalto travolgente, militare o politico, viene neutralizzata. Ciò s’è recentemente visto in Armenia durante le cosiddette proteste “Erevan Elettrica”. Erevan è la capitale dell’Armenia ed “elettrica” è in riferimento alla presunta motivazione dei manifestanti, l’aumento dei prezzi della luce. Le “rivoluzioni colorate” sono sempre iniziate con una motivazione apparentemente legittima, che rapidamente diventava politica scartando molte richieste legittime, le precedenti richieste pratiche, per concentrarsi quasi esclusivamente sul “cambio di regime”. Gli agitatori armeni che guidano Erevan “elettrica” neanche se ne rendono conto, usando la maggior parte del loro slancio iniziale nel tentativo di convincere il mondo che non sono un’altra sommossa appoggiata dagli USA.
Il colpo di Stato furtivo
Nikol Pashinjan e il suo partito “Contratto civico” sono nettamente appoggiati dagli USA. Così molti trovato sospetto che ne sia la voce prominente, insistendo sul fatto che il movimento “Erevan elettrica” non sia politico e appoggiato dagli USA. Verelq, sito armeno che inspiegabilmente si collega al sito armeno di Radio Free Europe/Radio Liberty del dipartimento di Stato, avrebbe indicato nell’articolo, “Nikol Pashinyan: le proteste a Erevan sono di natura esclusivamente sociale” che: “Anche se si guardano ai processi con il microscopio, è possibile visualizzare componenti politiche e politici, nazionali e stranieri, nelle dimostrazioni. La gente non vuole che cresca il prezzo della luce. Questo è tutto“, dice Pashinjan, secondo cui l’energia elettrica è prima di tutto un prodotto: la vendono le reti elettriche e i cittadini la comprano. “Le azioni di protesta dovrebbero essere considerate come protezione dei diritti dei consumatori. La politica non c’entra nulla“, ha detto. Ma la politica c’entra. Come i politici come lo stesso Pashinjan, che ha visitato i manifestanti incarcerati nella fallita rivolta, e che a un certo punto ha invocato la costruzione di un “muro umano” di prominenti personalità armene tra manifestanti e polizia. Armenia Now, finanziato dal dipartimento di Stato, (nuovo centro di formazione dei giornalisti) riporta, “La politica in mezzo: legislatori, figure pubbliche formano un “muro umano” tra la polizia e i manifestanti”: “L’appello per creare un muro umano è stato fatto dal deputato di opposizione Nikol Pashinyan, esortando tutti i parlamentari, ex e attuali, studiosi, rappresentanti del mondo dello spettacolo, avvocati, giornalisti, rappresentanti religiosi e altre figure pubbliche a visitare il sito della protesta per garantire che la forza venisse usata sui manifestanti”. Altri legami evidenti tra proteste, Pashinjan e ONG appoggiate dagli USA sono state indicate dall’analista geopolitico Andrew Korybko nell’articolo, “‘Erevan Elettrica’ va fuori controllo“. Nonostante questi legami, alcuni hanno tentato di affermare che Pashinjan sia semplicemente un opportunista e che il suo sostegno dagli USA e i tentativi delle ONG degli USA di manipolare le proteste avevano poco a che fare con le proteste. Ma niente potrebbe essere più lontano dalla verità.
L’azione furtiva degli agitatori
ngo-licence La prossima generazione di “rivoluzioni colorate” degli USA tenterà di offuscare i legami tra essa e i loro agitatori, nel tentativo di riprendere l’iniziativa strategica mantenendo la massima negazione plausibile. Ma se si osserva bene, scopriranno che per quanto ricorrano a offuscamento e sotterfugi, non potranno nascondere i collegamenti tra il dipartimento di Stato USA e la sua mafia. Le proteste sono opera del gruppo “No al saccheggio”, guidato da avvocati e attivisti organizzati da National Endowment for Democracy (NED) e USAID del dipartimento di Stato degli USA, dall’Associazione dei giovani avvocati armeni (AYLA) finanziata dall’Open Society e dell’Helsinki Citizens’ Assembly Vanadzor Office che apertamente coordinava gli sforzi di “No al saccheggio” per fare pressione sul governo su numerosi problemi. Almeno 2 membri di AYLA, Ara Gharagjozjan e Arthur Kocharjan, sono stati identificati membri del nucleo di “No al saccheggio”. Il sito di AYLA, “Iravaban“, elenca vari giovani avvocati e attivisti che avevano frequentato uno dei programmi di tirocinio nel 2014. Iravaban ha anche seguito le contorte vicende delle proteste dall’inizio alla fine, così come le attività di AYLA ed ‘Helsinki Citizens’ Assembly Vanadzor Office per sostenere le proteste. Numerosi altri “siti notiziari” pro-proteste, incluso Hetq, se ammettono di essere finanziati dall’Open Society Foundation del criminale finanziario George Soros, non indicano la NED come sponsor, ma la NED tuttavia elenca Hetq. C’è anche Media.am, finanziata dall’USAID e dal Fondo europeo per la democrazia. Tutto ciò si aggiunge alla vasta rete di media locali finanziati da ONG straniere, per diffondere l’illusione del consenso alla disinformazione spacciata sulle proteste. Insieme ai programmi di formazione finanziati per indottrinare gli studenti e creare avvocati e attivisti nelle arti più fini della sedizione, permettendogli di poter gestire per conto proprio le sommosse, gli Stati Uniti ritengono che ci sia sufficiente negazione plausibile per nascondere i legami tra essi e i capi della protesta. Sforzi simili furono fatti a Hong Kong e più recentemente Thailandia, dove le sommosse apertamente appoggiate dagli USA furono aizzate da elementi addestrati e scatenati dagli agenti degli USA. Nonostante questa attenta disposizione, le proteste di “Erevan Elettrica” non hanno mai avuto un peso decisivo. La ragione è semplice: era sospettata di essere appoggiata dagli USA e i loro agenti più evidenti, che alla fine avrebbero dovuto guidare le proteste, non poterono farlo poiché confermarono il sospetto minando il proprio tentativo. Senza che simili agenti agiscano e diano ulteriore sostegno, proteste maggiori sono logisticamente e politicamente impossibili.
Come abbattere un colpo di Stato furtivo
I media della Russia influenzano sempre più la scena mondiale, avendo un ruolo essenziale nel smascherare e sventare la destabilizzazione e il rovesciamento del governo in Armenia da parte degli USA. La capacità di essere un passo avanti alla narrazione occidentale e denunciarne gli attori prima che siano sul palco, comporta che la gente sappia già cosa cercare. Quando i manifestanti scesero in piazza e le proteste si trascinavano, ONG e media occidentali le sostenevano confermando gli avvertimenti dei russi. Quando il goffo ed evidente agente Pashinjan si presentò, non ci furono dubbi che il prezzo della luce, da vero punto di contesa, veniva utilizzato per creare un più grande, dirompente e in definitiva pericoloso tentativo di cambio di regime eterodiretto. In futuro, il governo dell’Armenia dovrà essere attento nel concedere ad interessi stranieri lo sfruttamento di contese; la dedizione al progresso economico e sociale non va ignorato, con la fiducia che ciò possa ridurre potenziali proteste. Altre nazioni hanno molto da imparare da come la Russia ha sventato questo ultimo tentativo degli USA di proiettare potenza all’estero disturbando la vita di un popolo sovrano a migliaia di miglia di distanza. Grazie a persone semplicemente informate di ciò che davvero succede, seguendo il denaro e denunciando gli attori coinvolti, il popolo dell’Armenia ha deciso da solo se sostenere o meno la sommossa, scegliendo saggiamente di no. Quando l’Armenia adotterà leggi simili a quella della Russia sulle ONG, come mandato di dichiarare apertamente e quanto spesso di ricevere finanziamenti esteri, il popolo valuterà se o meno le sommosse che tali ONG sostengono siano veramente a favore dei loro interessi, o di quelli di Wall Street e Washington.armeniaTony Cartalucci, ricercatore e scrittore di geopolitica di Bangkok, per la rivista online New Eastern Outlook.

sabato 1 agosto 2015

L’ottimismo non è il profumo della vita

C’era una volta un ottimista che abitava in una casa popolare a equo canone in un anonimo quartiere di un’anonima periferia della metropoli. Non aveva molto, ma quello che aveva gli bastava: un tetto sotto cui dormire, un lavoro a tempo indeterminato da impiegato di concetto in una fabbrica di laterizi di medie dimensioni, con uno stipendio modesto ma più che sufficiente per i suoi bisogni, e un televisore su cui seguire il calcio, il suo sport preferito. Quando era ancora un giovane ottimista, sognava di zampettare sul campo accanto ai suoi calciatori preferiti, di fronte a migliaia di tifosi in delirio. Il fatto di essere negato con la palla tra i piedi, però, non aveva intaccato il suo ottimismo. “In fondo – pensava – sarei potuto nascere servo della gleba nel Medioevo o uomo primitivo nell’era dei dinosauri”. Ebbene no, la storia naturale non era il suo forte.
L’ottimista non nutriva una grande passione per la politica. A dire il vero, non gli interessava proprio, salvo reagire con un’istintiva diffidenza di fronte a tutte le manifestazioni, gli scioperi e le proteste di piazza, che sembravano voler mettere in discussione il suo ottimismo. Senza rendersene conto, l’ottimista faceva parte della maggioranza silenziosa che a ogni passaggio elettorale assicurava la vittoria al candidato più ottimista di turno. “L’ottimismo è il sale della vita”, ripeteva ogni volta a se stesso nel segreto della cabina elettorale, prima di tracciare la crocetta sul simbolo del partito più ottimista del momento. Era una frase che aveva sentito molte volte in tv e gli sembrava riassumere alla perfezione il suo approccio alla vita.
Il giorno in cui gli comunicarono il licenziamento dalla fabbrica di laterizi, che aveva deciso di trasferire uffici e produzione all’estero, l’ottimista non venne meno al suo ottimismo. In tv aveva sentito il politico ottimista che aveva votato alle ultime elezioni spiegare che c’era la crisi, che le aziende dovevano fronteggiare la sempre più agguerrita concorrenza internazionale e che tutti avrebbero dovuto fare la loro parte per rilanciare il Paese. Lui avrebbe fatto la sua. “In fondo – pensò – sarei potuto nascere in uno di quei Paesi africani dove i bambini hanno la pancia grossa per la fame”. E si sentì subito meglio.
Tonino Guerra al tempo dello spot per Unieuro
Quando arrivò la notizia dell’acquisto dei diritti televisivi del calcio da parte di una nota pay tv, il suo ottimismo, per la prima volta, vacillò. Ma solo per un attimo. “Nessun pasto è gratis”, disse subito a se stesso, ripetendo la frase che aveva sentito pronunciare mille volte in tv dal politico ottimista che aveva votato alle ultime elezioni. Non avrebbe più potuto guardare le partite di Coppa dei Campioni, perché dopo il licenziamento la televisione a pagamento era un lusso che non poteva permettersi, ma gli restava un tetto sulla testa e il calcio l’avrebbe comunque seguito alla radio o attraverso le cronache dei quotidiani sportivi, disponibili in abbondanza nel bar sotto casa. “In fondo – pensò – sarei potuto nascere in uno di quei Paesi dove lo sport nazionale è il curling”. E si sentì subito meglio.
La notifica dello sfratto colse l’ottimista un po’ di sorpresa, ma anche questa volta il disappunto durò solo i pochi attimi necessari a richiamare nella sua mente le parole che qualche giorno prima aveva sentito ripetere in un talk show televisivo dal politico ottimista che aveva votato alle ultime elezioni. “La crisi ormai è alle spalle – aveva detto – ma per sostenere la ripresa bisogna ridurre il debito pubblico, privatizzare i servizi, valorizzare il patrimonio degli enti locali”. Così il suo Comune aveva posto gli inquilini delle case popolari come lui di fronte all’alternativa di acquistare l’appartamento in cui vivevano o sloggiare. Nel raccogliere le sue cose prima di andarsene, l’ottimista non poté fare a meno di provare un brivido di orgoglio. In quel preciso momento stava dando il suo contributo per rilanciare il Paese. Anche se non sapeva ancora dove avrebbe passato quella notte e quelle successive, perché la sua piccola utilitaria era stata confiscata qualche mese prima, dopo che non era più stato in grado di pagare le rate dell’acquisto, pensò che in fondo era fortunato, perché quando c’è la salute c’è tutto. E si sentì subito meglio.
Al pronto soccorso, dove era stato ricoverato dopo una brutta caduta che gli aveva provocato una frattura all’anca, l’ottimista si sentì spiegare dal medico di turno che avrebbero dovuto sostituirgliela con una protesi in lega di titanio. L’intervento, però, era a pagamento, perché la spending review, approvata qualche mese prima dal governo guidato dal politico ottimista che aveva votato alle ultime elezioni per recuperare fondi da destinare al taglio delle tasse, l’aveva inserito tra le prestazioni sanitarie ritenute non essenziali. L’ottimista si limitò ad annuire, ricordandosi di aver già sentito la stessa spiegazione alla tv del bar della stazione, dove ormai trascorreva quasi tutte le sue notti. “In fondo poteva andarmi peggio – pensò mentre lasciava il pronto soccorso reggendosi sulle stampelle generosamente donate all’ospedale dalla fondazione che faceva capo al politico ottimista che aveva votato alle ultime elezioni – potevo rompermi l’osso del collo”. E si sentì subito meglio.
Il giorno in cui si ruppe l’osso del collo, l’ottimista stava attraversando la strada sulle strisce pedonali davanti alla stazione. Una delle stampelle generosamente donate all’ospedale dalla fondazione che faceva capo al politico ottimista che aveva votato alle ultime elezioni, infatti, si incastrò in uno dei tanti buchi nell’asfalto che l’amministrazione comunale non aveva potuto rattoppare. Buona parte degli stanziamenti locali destinati alla manutenzione stradale, infatti, era stata cancellata nell’ambito di una riduzione complessiva della spesa pubblica, che il governo guidato dal politico ottimista aveva approvato in ossequio alle indicazioni delle istituzioni internazionali, volte a scongiurare una deprecabile battuta d’arresto della virtuosa fase di ripresa economica. “In fondo poteva andarmi peggio”, pensò l’ottimista mentre si schiantava al suolo, ma non riuscì a completare la frase perché fu investito da un’auto che sopraggiungeva proprio in quel momento.
Dentro il loculo che gli era stato riservato nell’anonimo cimitero dell’anonima periferia metropolitana in cui viveva prima dello sfratto – costruito su un terreno a destinazione agricola che il Comune aveva acquistato qualche anno prima dalla fondazione che faceva capo al politico ottimista vincitore delle ultime elezioni, dopo una provvidenziale variazione del piano regolatore – lo spazio era molto buio, angusto e faceva un po’ freddo. L’ottimista, però, non si perse d’animo. “In fondo poteva andarmi peggio – pensò – Se fossi vissuto al tempo dei pirati sarei potuto finire in pasto ai pescecani”. E mentre si compiaceva del fatto di avere di nuovo un tetto tutto per sé sopra la sua testa, si rese conto di essere morto.