martedì 7 luglio 2015

Le contromisure della Troika e la connivenza italiana

E’ giunto il day after e dall’altra parte delle coste italiane, nessun greco ha ancora parlato di uscire dall’Euro, anzi Tsipras ha parlato di una riapertura delle trattative dando ragione a chi sosteneva che il giovane premier greco abbia voluto bluffare fin dall’inizio e usare l’esito del referendum come una minaccia all’Europa. Il giovane astro della snistra europea, per ora, è riuscito nel poco ambito intento di far imbestialire la Merkel che ha già dichiarato: “Tsipras vuole il muro contro muro”. Siamo proprio sicuri che l’astutissima Angela si lascerà stringere negli angoli del ring da uno sbarbatello greco? La risposta non può essere che un NO – OXI – deciso, anzi, a ben vedere la gentile signora teutonica aveva già imposto ai banchieri europei alcune precauzioni: stiamo parlando delle direttive europee sul “prelievo forzoso”.
La Camera dei Deputati ha già recepito le direttive UE approvando di fatto il bail in, ennesimo termine inglese sconosciuto ai più che gli italiani impareranno a conoscere molto bene, grazie ai voti della maggioranza. La nuova legge di delegazione europea prevede che, nel caso in cui alcune banche dovessero fallire, il governo potrà valutare “L’opportunità di stabilire modalità applicative del “bail in” coerenti con la forma societaria cooperativa”. Cosa vuol dire? Usando parole comprensibili si può dire che il governò potrà decidere di salvare una banca in grande difficoltà – com’era successo alla Montepaschi – andando a prelevare il famoso sei per mille dai conti correnti dei clienti della stessa banca. Questo nuovo sistema cambia l’ottica del salvataggio delle banche: fino ad oggi era previsto l’intervento dello Stato, che spesso richiedeva l’aiuto di banche più grosse, e a tirare fuori il grano per degli errori finanziari erano tutti i cittadini; dal 2016 si utilizzerà il metodo del salvataggio interno poiché non sarà più lo Stato a dover pagare, ma saranno per primi gli azionisti, a seguire gli obbligazionisti, i crediti non garantiti e, infine, i correntisti / depositanti aventi più di cento mila € sul conto corrente.
Agli italiani, insomma, verrebbero nuovamente proposti metodi ben poco democratici al solo fine di scansare una grave crisi finanziaria che potrebbe essere causata dal fallimento di un istituto creditizio. Unico precedente della storia tricolore è targato 1992 – un anno alquanto ricorrente quando si parla di atti poco democratici – quando il governo Amato impose un prelievo forzoso del 6/1000 sui conti correnti di tutti gli italiani aventi un conto corrente con più di dieci milioni sopra. Altro precedente, ben più grave, è accaduto a Cipro dove la grave crisi ha piegato il paese ed il governo cipriota ha ben deciso di prelevare il 30% sui conti correnti dei cittadini, ben altre cifre, ma il principio è lo stesso. Per evitare una crisi finanziaria, non basata sull’economia reale, causata dall’errore di un brooker impiastro, lo Stato, anziché salvaguardare i cittadini dalle sempre più torbide acque della finanza e della virtual economy, decide di salvare le banche facendo annegare il popolo.
A costo di far rivoltare nella tomba il compianto Saramago, bisognerebbe essere dei grandissimi amanti delle coincidenze per credere che l’Europa abbia emanato queste direttive per puro caso proprio pochi giorni prima del referendum greco, qui Angela ci cova.

lunedì 6 luglio 2015

Grecia dice Oxi: le reazioni Ue

No sempre più vicino alla vittoria. E la Merkel vola a Parigi per incontrare Hollande. Non un Eurogruppo a Bruxelles ma un asse franco-tedesco a Parigi che non promette nulla di buono
Manca poco più di un’ora per avere la conferma se il No ha vinto e in che misura. Al momento, con quasi il 20% di schede scrutinare, il No vince con il 60,42% contro il 39,58%. E da alcuni paesi dell’Unione Europea arrivano le prime reazioni.
Dalla Francia. Il ministro dell’Economia francese Emmanuel Macron, ha dichiarato comunque e anche in caso di vittoria del “No” al referendum in Grecia, già da domani si deve tornare a discutere per trovare un accordo con Atene, ed evitare l’uscita del paese dall’euro perché ciò significherebbe il primo passo indietro nel progetto di costruzione europea. Macron, negli Incontri economici di Arles (sud-est della Francia), ha aggiunto che si tratta di “Trovare un compromesso con la Grecia, basato su riforme, su un debito sostenibile e sull’evoluzione della situazione finanziaria che ci deve vedere impegnati con forza in un accompagnamento amministrativo e politico”. L’obiettivo dev’essere “l’integrazione più forte della zona euro. Se siamo arrivati a questo punto è perché per dieci anni abbiamo vissuto in un fraintendimento” e perché “una con zona euro senza una soluzione e una ambizione politica, significherà domani avere altre Grecia”.
Intanto dall’Eliseo un comunicato ufficiale rende noto che domani a Parigi, si terra un incontro urgnte tra Merkel e Holland per valutare le conseguenze del referendum greco. Una riunione che esclude la possibilità di un’altra riunione, quella dell’Eurogruppo, quindi un direttorio, un asse franco-tedesco che non promette nulla di buono. A dimostrazione che in questo Eurogruppo contano sono alcuni paesi, e soprattutto la Germania. Chissà che ne pensa Renzi, che nonostate i suoi scodinzolamenti dietro la signora Merkel, non viene neanche preso in considerazione.
Dalla Germania. Intanto, dalle pagine quotidiano economico Handelsblat, Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, ha dichiarato che una eventuale uscita della Grecia dall’euro provocherebbe un buco di bilancio per la Germania. Nel caso si produca il temuto “grexi”, ha precisato Weidmann, il governo tedesco dovrà mettere in conto che la banca centrale non potrà trasferire, nei prossimi anni, parte dei suoi profitti al Tesoro. Il risultato, secondo Weidmann, sarebbe un buco di bilancio per miliardi di euro nei prossimi anni.
Dalla Spagna. Il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy, visto il risultato del referendum greco, ha convocato una riuione urgente per domani mattina dei membri della Commissione degli Affari Economici.
Pablos Iglesias, segretario di Podemos, tweetta: “Oggi in Grecia ha vinto la democrazia” a cui si aggiunge la dichiarazione di Miguel Urban, eurodeputato sempre di Podemos: “Da oggi la Grecia avrà più forza per negoziare in nome del suo popolo” Per Urban la vittoria del no è la vittoria di coloro “che vogliono un’Europa con giustizia sociale, democratica, solidaria e dei popoli, un’Europa che rispetti i diritti di tutti e tutte”. A questo referendum, per Urban, non hanno partecipato solo i greci, ma tutti quelli che vogliono “un’altra Europa”.

domenica 5 luglio 2015

Bail-in, nuovo regalo alle banche Ue

Dovrebbero inventare uno sport che assomigli alla professione del banchiere: individuale in caso di vittoria, di squadra in caso di sconfitta. La regola aurea della finanza post-Lehman (privatizzare gli utili e socializzare le perdite) trova l’ennesimo riscontro nel “bail-in”, il nuovo meccanismo di salvataggio delle banche che prevede il contributo degli azionisti, degli obbligazionisti e soprattutto (qui sta il marcio) dei correntisti.
La novità è stata introdotta in Italia giovedì scorso, quando la Camera ha approvato in via definitiva con 270 voti favorevoli, 113 contrari e 22 astenuti il disegno di legge di delegazione europea 2014, un provvedimento che delega il governo a recepire 56 direttive comunitarie e 9 decisioni quadro della Ue. Hanno votato contro Forza Italia e il Movimento 5 Stelle.
La direttiva incriminata è la Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive), che dà nuovi strumenti alle autorità per gestire le crisi bancarie, peraltro utilizzabili non solo in caso di dissesto conclamato, ma anche in via preventiva o ai primi segnali di difficoltà.
La norma del “bail-in” stabilisce che dal 2016 i problemi degli istituti di credito vadano risolti dall’interno, facendo pagare il salvataggio in prima istanza a chi possiede azioni e obbligazioni della banca, ed eventualmente attingendo anche ai depositi superiori ai 100mila euro (come accaduto a Cipro qualche anno fa).
L’aspetto più grave, come detto, è l’ultimo, soprattutto perché ogni governo europeo può stabilire i criteri di applicazione della regola. Ciò significa che la soglia dei 100mila euro potrebbe essere abbassata prendendo a modello la Germania, che ha ridotto il limite a 30mila euro.
In generale, la disciplina del “bail-in” è speculare a quella più nota del “bail-out”, che prevede il salvataggio delle banche con un intervento esterno e a catena, per dribblare la norma che vieta gli aiuti di Stato. L’esempio migliore è fornito dalla Grecia: i contribuenti europei hanno dato i soldi ai rispettivi Stati, i quali hanno finanziato i fondi salva-Stati (prima l’Efsf, poi l’Esm), che a loro volta hanno girato quei denari alla Banca centrale greca, da dove le risorse sono state smistati nei singoli istituti di credito ellenici, che hanno potuto così ripagare i propri debiti con le banche europee, soprattutto francesi e tedesche (la massima parte degli aiuti che abbiamo pagato per la Grecia non sono stati spesi per far ripartire l’economia ellenica, ma questa è un’altra storia).
Se l’obiettivo è salvare una banca, piuttosto che infierire sui contribuenti europei, è evidentemente più giusto far pagare in prima istanza azionisti e obbligazionisti della banca stessa, ovvero gli investitori che hanno speso i propri soldi per acquistare titoli finanziari emessi dall'istituto in questione, ben conoscendo (si spera) i rischi connessi al proprio investimento.
Per quanto riguarda i correntisti, invece, il discorso è molto diverso. I depositi fino a 100mila sono garantiti sempre e comunque dalla Banca centrale europea, che rifonde i correntisti in caso di bancarotta dell'istituto. Questo però non significa che sia lecito disporre dei depositi che superano quella soglia per le necessità di capitale della banca, magari per tappare un buco di bilancio tutt'altro che mortifero, “in via preventiva”.
La ragione è scritta nell'articolo 47 della Costituzione italiana, che al primo comma recita quanto segue: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito”. A giudicare dal contenuto della nuova norma, sembra piuttosto che la Repubblica abbia scelto di tutelare le banche.
Anzi, a ben vedere non ha scelto nulla. Si è limitata a ratificare l'ennesima trovata geniale di Bruxelles, che continua ad affannarsi sempre e soltanto per garantire alle banche la rete di sicurezza più comoda possibile, aiutandole a continuare le loro evoluzioni speculative grazie alla liquidità oceanica messa a disposizione dalla Bce.
Magari, per ridare dignità all'economia reale e prevenire la prossima crisi, potrebbe essere utile concepire una più rigida regolamentazione della speculazione finanziaria. Ma chi lo farebbe, sapendo che può vincere da solo e perdere in squadra?

sabato 4 luglio 2015

Il salvataggio ad ogni costo delle banche

È decisamente preferibile che ex-ante esistano procedure precodificate che indichino chi si fa carico del tentativo di salvataggio, in quali tempi, con quali modalità. Che si tratti di un tentativo deriva dal fatto che, per definizione, un salvataggio non ha mai un esito certo e può in effetti mettere in pericolo lo stesso soccorritore, oltre al soggetto soccorso, che è già in pericolo. Lungo le nostre spiagge ci sono i bagnini, che sono pronti ad intervenire per l’eventuale salvataggio di chi si dovesse trovare in difficoltà, nuotando, e le motovedette e i rimorchiatori, per chi altro si dovesse trovare in difficoltà, navigando.
Chi paga tutto ciò?
Che ci debba essere un sistema di soccorso in mare, lo diamo per scontato. In tutte le ulteriori situazioni in cui le persone si trovano con una certa frequenza in difficoltà, pure ci aspettiamo che esista un sistema di salvataggio organizzato con perizia. Non ci sorprendiamo dunque dell’esistenza del soccorso alpino, e del soccorso stradale (sia pure, di solito, con riferimento ad un disagio di viaggio piuttosto che a un vero pericolo di vita). Lo sviluppo della sensibilità generale ha portato ad organizzare un sistema organico preordinato per affrontare le grandi emergenze. Ed è stata così creata (nel 1992) la Protezione civile.
Il sistema che preordina gli strumenti per un salvataggio (in mare, in montagna, …) è certamente costoso e qualcuno lo deve pagare. Ci sono alcune ipotesi: lo può pagare l’Erario, lo possono pagare le persone che affrontano il pericolo, lo possono pagare le persone di cui si organizza il salvataggio. Se il sistema di salvataggio lo paga l’erario, ne consegue che ogni contribuente subirà una tassazione aggiuntiva a questo fine. In certi casi è ragionevole andare in questa direzione. In altri casi è inaccettabile. Ci sono casi in cui indubbiamente pagheranno le persone soccorse, come nel caso del soccorso stradale (ma appunto di solito non si tratta di pericolo di vita…). Nel caso dei bagnini sulla spiaggia, e nelle piscine, pagherà il gestore che incassa il vantaggio direttamente legato alla sicurezza della balneazione in quel luogo.
Il fatto che esista un sistema di soccorso e che il bagnante o l’alpinista non paghi per questo, spinge indubbiamente un poco verso il pericolo. Ci sarà sicuramente un bagnante non abbastanza cauto dopo aver visto un bagnino affidabile nella sua postazione di osservazione. Ci sarà sicuramente uno scalatore che azzarda un percorso più arduo dopo aver verificato che l’elicottero del soccorso alpino è nella sua postazione in condizioni di piena operatività. Ma questo effetto di ampliamento del rischio è tutto sommato contenuto.
Oltre ai bagnanti, agli scalatori, agli automobilisti e a tutti gli altri, occorre organizzare anche un sistema di salvataggio dei … risparmiatori. Questo è problema assai complesso e molto rilevante in ogni contesto fortemente bancarizzato, come il nostro. Non si tratta di un rischio di vita, ma di un rischio di perdita del risparmio, che è a un gradino notevolmente più in basso del rischio di perdita della vita umana, ma insomma sufficientemente importante da meritare esplicita attenzione.
La prima regola condivisa è che non è affatto opportuno salvare il banchiere, ma è opportuno salvare la banca. Il banchiere è stato causa della difficoltà della banca. È stata causa attiva nel senso che ha fatto qualcosa che ha causato la difficoltà (è colpa sua) o non fatto ciò che era necessario per non mettersi in pericolo (che nel caso del banchiere è poco diverso, essendo sempre causa sua). Quindi il banchiere deve essere rapidamente allontanato e magari deprivato dei guadagni personali da lui monetizzati nel periodo precedente.
La Lettera Enciclica Laudato Sì del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune tocca il punto con la seguente espressione: “Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà generare nuove crisi dopo una lunga, costosa ed apparente cura”. L’indicazione si rivolge alla possibilità di salvataggio di una banca facendo pagare il relativo prezzo a interlocutori deboli, in base ad una regola iniqua per cui “ad ogni costo”, ossia con qualsivoglia conseguenza, si debba ottenere il risanamento della banca, senza una corretta individuazione delle responsabilità personali e anche sistemiche. Il Santo Padre precisa in sostanza che il salvataggio di una banca deve essere operato in base ad una analisi attenta delle cause e non può in ogni caso essere un salvataggio in capo alla popolazione e a beneficio di un interlocutore forte.
La banca deve essere salvata perché ne va del risparmio dei clienti. Ma la conseguenza è anche più importante: il rimborso dei debiti di una banca è alla radice della fiducia sistemica che noi abbiamo verso le banche. Il pubblico non può maturare una sensazione di pericolo circa la solvibilità delle banche. Le banche creano moneta e credito per l’economia e devono essere (per così dire) al di sopra di ogni sospetto. Quindi le banche si salvano per salvare i risparmiatori, ma anche per salvare la stabilità generale di un meccanismo che crea benessere attraverso il credito.
Chi paga in questo caso?
Tradizionalmente in Italia l’Erario si è fatto carico (con modalità tecniche complesse che non è utile esplicitare qui) della differenza tra valore dell’attivo della banca insolvente e il valore (superiore) dei debiti da pagare. Lo sbilancio causato da Michele Sindona è stato pagato dall’Erario. Anche lo sbilancio causato da Roberto Calvi, e così via. Al mondo politico di quegli anni non pareva ragionevole fare pagare quel danno ai risparmiatori che avevano depositato presso le banche di Sindona e Calvi. L’idea che prevaleva è che i risparmiatori non potevano per definizione accorgersi di quello che accadeva nei Cda di quelle banche e andavano tutelati così come i cittadini sorpresi da un terremoto. Il danno materiale è del medesimo livello.
La comunità europea ha recentemente cambiato orientamento e ha imposto anche all’Italia di scaricare sui depositanti una quota della perdita connessa al fallimento della loro banca. Questa regola è in corso di attuazione e sta entrando in piena operatività. Nel gergo tecnico si chiama regola di “bail-in”. Questo riorientamento ha i suoi vantaggi tecnici, ma è assai discutibile sotto il profilo etico. Gli svantaggi sono probabilmente prevalenti. I casi di banche che sono cadute recentemente in difficoltà dimostrano chiaramente che dall’esterno dei Cda (e in qualche caso pure stando lì …) non era possibile capire l’avanzamento dei comportamenti fraudolenti. Le stesse visite ispettive della Banca d’Italia in diversi casi non avevano messo sufficientemente in evidenza i comportanti truffaldini e non si capisce come, in questo, si possa addossare una quota di perdita al risparmiatore.
La teoria preferita dal legislatore europeo distingue tra risparmiatore inconsapevole (da difendere sempre al 100%) e risparmiatore consapevole (che invece in teoria può capire il pericolo e se ne può allontanare e se non se allontana deve compartecipare alla perdita). La teoria è sensata, ma ciò non è sufficiente per determinare la sua veridicità. La logica basata sul risparmiatore consapevole ha senso solo dopo che se ne trovi un paio nel mondo reale.
Se invece i risparmiatori consapevoli non esistono (cosa non certa, ma possibile in base al fatto che non se ne trovano) ne deriva che andiamo verso un sistema basato su un elicottero finanziario che ti porta via dal pericolo di una banca insolvente, ma che ti addebita il viaggio sulla carta di credito, prima che tu salga.
Quando esiste un sistema di soccorso, effettivamente si corre il rischio che gli utenti potenziali si mettano in pericolo. Ma se il costo del salvataggio diviene questione privata, ne deriva che il sistema di vigilanza ex-ante può allentare la precisione d’intervento. Anche questo è azzardo morale. Con un sistema di partecipazione del costo del fallimento a carico del risparmiatore (bail-in) diviene meno rilevante per l’autorità di vigilanza non accorgersi di comportamenti fraudolenti in corso. In sintesi: questa soluzione del bail-in è discutibile e mina alla radice il meccanismo fiduciario. Che si realizzi in questo mondo un effetto di stabilizzazione del sistema bancario è dubbio. Di sicuro si realizza un nuovo costo per il risparmiatore che incappa nella banca gestita fraudolentemente. Un poco come nel gioco del Monopoli, quando si estrae la carta sfortunata. Pura sfortuna.

venerdì 3 luglio 2015

E se l'oro fosse dichiarato illegale?

Secondo un numero crescente di gestori e analisti in periodi di crisi avere cash a portata di mano in caso di emergenza monetaria è consigliabile.
Sopratutto in vista di possibili controlli di capitale in Europa. Ma cosa dire allora dell'oro, che già una volta in passato è stato dichiarato illegale? È successo 82 anni fa, quando dopo la Grande Depressione la banca centrale statunitense lo ha messo al bando.
Rendere un asset illegale non significa esclusivamente che diventi impopolare. Quando il presidente Roosvelt decise che le autorità assumessero il completo controllo dell'oro, lo fece per assicurarsi il controllo dei soldi dei cittadini americani. Allora, infatti, nell'epoca pre Bretton Woods, il dollaro era legato ancora all'oro.
Una volta che la Fed vietò l'oro, le autorità ne assunsero il controllo. Furono così in grado di svalutare il dollaro risettando il tasso di cambio dollaro-oro da 20 a 35 dollari. In un solo istante la gente ha perso più del 40% dei loro averi (calcoli misurati in oro).
Il divieto è rimasto in vigore per ben 42 anni. Nel 1975 Jim Blanchard fece pressioni per togliere il divieto.
Oggi in teoria le autorità non hanno bisogno di mettere l'oro fuori legge. È considerato un asset come tanti altri. Poche persone lo detengono e poche persone, nemmeno le autorità, prestano attenzione all'oro. Tuttavia tutto potrebbe cambiare in fretta, non appena le file al bancomat si allungheranno.
I cittadini più previdenti accumuleranno oro, per premunirsi in caso di scoppio di una crisi sistemica. È pur sempre una forma di cash, la più pura. Perché si può controllare.
Si può scambiare in cambio di benzina, cibo e altre forme di benessere. Molte cose possono mettersi male durante una crisi. E il denaro liquido può essere di grande aiuto.
Normalmente il prezzo dell'oro sale quando c'è incertezza e in momento di panico sui mercati. L'oro è sempre uno strumento utile, il bene rifugio per eccellenza. Come il Bitcoin e il cash (al contrario dei conti correnti o dei soldi che la banca ti deve) l'oro non può essere controllato dal governo o dalle banche. Non devi fare la fila per prelevarlo, per esempio.
Ma se l'oro diventa un asset sempre più appetibile per i cittadini stanchi di fare le code agli sportelli del bancomat o impauriti dall'eventualità di prelievi coatti governativi, le autorità potrebbero anche ricorrere alla misura estrema di vietarlo, mettendolo fuori legge un'altra volta.

giovedì 2 luglio 2015

SE RENZI SI SCHIERA CON LA MERKEL

“Una cosa è chiedere flessibilità nel rispetto delle regole. Un’altra è pensare di essere il più furbo di tutti, essere cioè quello che le regole non le rispetta”.
Matteo Renzi prende le distanze da Alexis Tsipras e si allinea ai euroburocrati di Bruxelles. “I negoziati li ha interrotti Varoufakis, purtroppo…”, fa notare il premier in una lunga intervista al direttore del Sole 24Ore Roberto Napoletano durante la quale sposa la linea di Angela Merkel e attacca a testa bassa il primo ministro greco.

“Il problema non è su chi ha sbagliato per primo, questo non è l’asilo”. Per Renzi il passato è il passato. E tutte le colpe ricadono, quindi, su Tsipras e compagni che hanno deciso di far saltare il tavolo indicendo il referendum. “Il punto è che la Grecia può ottenere condizioni diverse ma deve rispettare le regole – tuona – altrimenti non c’è più una comunità”. E incalza: “Scusi, noi abbiamo fatto la riforma delle pensioni: ma non è che abbiamo tolto le baby pensioni agli italiani per lasciarle ai greci eh! Noi abbiamo fatto la riforma del lavoro, ma non è che con i nostri soldi alcuni armatori greci possono continuare a non pagare le tasse. Potrei continuare”. Quindi, incalzato da Napoletano, mette in chiaro che, “se c’è il tana libera tutti sulle regole”, lo stesso deve valere per la Spagna e la Francia che nei prossimi mesi avranno delle scadenze da saldare. “Una cosa è chiedere flessibilità nel rispetto delle regole – puntualizza – un’altra è pensare di essere il più furbo di tutti, essere cioè quello che le regole non le rispetta. Noi vogliamo salvare la Grecia, ma devono volerlo anche i greci. Altrimenti non funziona”. Per questo considera il “no” del governo Tsipras “inutilmente ostinato”.
“Dare la colpa alla Germania di ciò che sta avvenendo in Grecia è un comodo alibi che non corrisponde alla realtà – insiste Renzi – dare sempre la colpa ai tedeschi non può essere una politica. Può tirare su il morale, ma non tira su l’economia”. Nell’intervista al Sole 24Ore ha solo parole di stima per la Merkel. “Ha provato davvero a trovare una soluzione – dice – credo che la mossa del referendum l’abbia spiazzata. Lei era in prima fila in Germania per fare un accordo anche contro la sua opinione pubblica”. La speranza di Renzi, come della maggior parte degli euroburocrati di Bruxelles, è che alla consultazione di domenica prossima vinca il “sì”. Ma avverte: “Adesso il rischio è che il referendum si trasformi in Merkel contro Tsipras. Sarebbe un errore ed è quello che vuole Alexis”.
Nella lunga chiacchierata con Napoletano, Renzi si premura di rassicurare gli italiani spiegando che il Belpaese è già fuori dalla linea del fuoco e che non rischia nulla da un eventuale default greco. “Abbiamo iniziato un percorso coraggioso di riforme strutturali – spiega – l’economia sta tornando alla crescita e l’ombrello della Bce ci mette al riparo”. E non manca di attaccare (senza nominarlo per nome e cognome) Silvio Berlusconi: “Noi ce li ricordiamo nel sorrisino di Cannes di Sarkozy quando sul banco degli imputati avevano messo noi. Qual è il nostro posto? Il nostro posto in passato era tra i problemi, adesso è tra quelli che provano a risolvere i problemi”.

mercoledì 1 luglio 2015

La troika ha una responsabilità criminale enorme rispetto alla Grecia"

Istituzioni e paesi che hanno imposto alla Grecia un taglio dei costi "hanno una responsabilità criminale". Così in un'intervista al Time il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz. Qualche anno fa quando la Grecia era all'inizio della sua discesa nella recessione economica, Stiglitz ricorda di aver parlato della crisi con funzionari greci.
Ciò che volevano era un pacchetto di misure di incentivazione economica per promuovere la crescita e creare posti di lavoro e Stiglitz, che aveva appena prodotto un influente rapporto per le Nazioni Unite su come affrontare la crisi finanziaria globale, acconsentì al fatto che questo sarebbe stato il miglior modo di procedere. Invece i creditori esteri imposero un rigido programma di austerità. L'economia greca è crollata del 25 per cento circa dal 2010. Il taglio dei costi è stato un errore enorme, spiega Stiglitz per il quale sarebbe tempo che i creditori lo ammettessero. "Hanno una
responsabilità criminale", afferma parlando della cosiddetta troika delle istituzioni finanziarie Fondo Monetario Internazionale,
Commissione Europea e Banca centrale europea. "E' una sorta di responsabilità criminale per aver causato una grande recessione"