domenica 7 giugno 2015

Grecia: in 5 anni perso quasi metà del reddito. Atene posticipa pagamenti al FMI

Nei primi cinque anni della crisi e dell’austerity in Grecia, il nucleo famigliare medio ellenico ha perso quasi quattro decimi del proprio reddito.
E’ quanto si evince da uno studio sulla situazione finanziaria delle famiglie elleniche presentato dai suoi autori, Tasos Yiannitsis e Stavros Zografakis, economisti all’Università di Atene e l’Università di Agricultura della capitale greca.
Secondo lo studio – intitolato ‘Grecia: forme di adattamento, la solidarietà e le disuguaglianze nel periodo di crisi’ – la maggior parte delle perdite registrate (il 23,1%) sono state in reddito diretto. Un ulteriore 8,8% è stato perso a causa di una maggiore imposizione fiscale e un altro 7% per l’inflazione non compensata da un aumento del reddito nel periodo 2008-2012. La ricerca – che si basa sulle dichiarazioni dei redditi di 5,2 milioni di contribuenti – sostiene inoltre che nello stesso periodo preso in esame, la percentuale della popolazione greca che vive al di sotto della soglia di povertà è passata dal 27,9% al 31,1%.
“TRATTATIVE” – Al termine di un’altra frenetica giornata di confronti, terminati nella tarda serata di giovedì 4 giugno, slitta intanto al 30 giugno la scadenza di venerdì 5 giugno, per il debito greco con l’Fmi che voleva entro venerdì 300 milioni di euro.
Atene, sfruttando una clausola presente nei trattati, ha posticipato tutti i pagamenti di giugno – quasi 1,6miliardi di euro – a fine mese, in un’unica tranche. Intanto il pressing minaccioso di Fmi, Bce e Ue continua: i creditori chiedono a Tsipras misure ulteriori per 4,5 miliardi di euro a partire da luglio. Si parla della solita ricetta di macelleria sociale: Iva più alta, pensioni e salari più bassi, precarizzazione e privatizzazioni. Un piano però che per Tsipras “non può essere la base per un accordo”.
Tsipras ha proposto un surplus primario (la differenza tra entrate e uscite dello Stato) per il 2015 fra 0,85 e 1% in rialzo fino al 3,5% nel 2018: numeri ormai vicini a quelli proposti dai creditori che però chiedono interventi più draconiani sulla previdenza (dove Tsipras propone un approccio graduale sulle pensioni anticipate), sul rialzo dell’iva (il cui gettito resterebbe invece invariato) e sul lavoro (dove Atene vuole reintrodurre la contrattazione collettiva e il rialzo, progressivo, del salario minimo).
A tarda ora l’ultima telefonata tra Tsipras, Merkel e Hollande: un “colloquio costruttivo”, lo definisce Atene, “le trattative proseguono”. Oggi, venerdì, il premier di Syriza torna in Parlamento, dove alle 18 riferirà sui suoi incontri europei.
L’intervista con Dimitri Deliolanes, corrispondente in Italia della tv pubblica greca Ert, riaperta proprio da Tsipras dopo il taglio imposto dall’Euroausterity.

sabato 6 giugno 2015

Blocco dei contratti pubblici. Il bilancio vale più della Costituzione In evidenza

Da quando esiste lo Stato liberal-democratico le questioni di diritto costituzionale si discutono indipendentemente dal calcolo ragionieristico. Perché, altrimenti, sarebbe troppo semplice per il soggetto che ha violato la Carta fondamentale - l'architrave della struttura giuridica - dire "vabbeh, ho torto, ma non pago perché non ho i soldi".
Questa è esattamente la situazione creata dall'Unione Europea, che ha imposto ai paesi membri il "vincolo al pareggio di bilancio".
E proprio a questo principio si è appellato oggi l'avvocatura dello Stato nella sua arringa difensiva davanti alla Corte Costituzionale, chiamata a giudicare se il blocco dei contratti pubblici da sei anni a questa parte sia o no incostituzionale. Nel frattempo gli stipendi hanno perso tra il 10 e il 15% del loro valore, e lo stesso avviene per i contributi previdenziali sulla cui base verranno calcolati gli assegni pensionistici a fine carriera.
Va da sé che se l'Avvocatura mette in guardia la Consulta dall'emettere una sentenza simile a quella sul blocco dell'indicizzazione delle pensioni sta già ammettendo che la decisione del governo Berlusconi, poi confermata da Monti, Letta e Renzi, è decisamente incostituzionale.
E infatti l'Avvocatura ha parlato di conti, non di diritto. "L'onere" della "contrattazione di livello nazionale, per il periodo 2010-2015, relativo a tutto il personale pubblico, non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi", con "effetto strutturale di circa 13 miliardi" annui dal 2016. Tanto valeva mandarci la Ragioneria, invece dell'avvocato...
I contratti dei dipendenti pubblici sono bloccati dal 2010 e l'adeguamento sarebbe dovuto ripartire nel 2017, provocando un danno medio oscillante tra i 600 e i 2.000 euro annui per ciascun dipendente dello Stato. Esclusi però poliziotti, carabinieri e militari in genere (il perché ci sembra inutile spiegarlo, vista la popolarità dei politici di questi tempi...). E l'argomento diventa incandescente nel moment in cui la dinamica dell'inflazione, "grazie" al quantitative easing della Bce, riprende a salire.
Il prossimo 23 giugnola Consulta dovrà emettere la sua sentenza. Ma dall'arringa dell'Avvocatura sappiamo già la reazione del governo ad una eventuale sentenza "negativa". La Corte costituzionale dovrebbe dunque considerare soprattutto l'impatto economico della contrattazione: "Di tali effetti non si può non tenere conto a seguito della riforma costituzionale che ha riscritto l'art. 81 Cost, a partire dalla disposizione del nuovo comma 1, secondo la quale lo Stato assicura l'equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico".
Non manca la presa per i fondelli. L'Avvocatura infatti ritiene che "in ogni caso le prerogative sindacali risultano salvaguardate e si sono estrinsecate, tra l'altro, nella partecipazione all'attività negoziale per la stipulazione dei contratti integrativi (Ccni), sia pure entro i limiti finanziari normativamente previsti". Per i non addetti ai lavori la traduzione sembra necessaria: "abbiamo contrattato tranquillamente con i sindacati, ma non abbiamo dato un euro di aumento, come deciso dal governo".
In cosa consisterebbe allora la "contrattazione"? E' rimasta la possibilità "di dar luogo alle procedure relative ai contratti collettivi nazionali, sia pure per la sola parte normativa".
Non sappiamo se anche gli emolumenti dell'Avvocatura dello Stato siano rimaste soggette al blocco della contrattazione e quindi economicamente ferme al 2007 (ultimo cntratto sottoscritto). Ma ci auguriamo che siano stati ridotti. Per aiutare a ragiungere il mitico "pareggio di bilancio"...

venerdì 5 giugno 2015

Membro dell'Isis ammette: "Aerei usa per due volte ci hanno lanciato armi e aiuti alimentari in Iraq"

Rapporto recente di Bloombergview ha dimostrato che gli Stati Uniti erano a conoscenza del piano dell’Isis di occupare la città irachena di Al-Ramadi

da hispantv
Un membro dell’Isis (Daesh in arabo), ha ammesso che aerei USA hanno inviato aiuti al gruppo estremista, che opera in Iraq e la Siria.
Il terrorista dell’Isis, arrestato dalle forze tribali irachene, ha confessato che gli aerei statunitensi hanno lanciato due volte armamento e aiuti alimentari al Daesh in Iraq, come dimostra un video pubblicato, ieri, sul sito web indipendente Veteranstoday.
«Ho visto due volte con i miei occhi l’aereo USA lanciare aiuti ai combattenti dell’Isis a Mosul, nel nord dell’Iraq», ha raccontato il terrorista quando è stato interrogato da un ufficiale dell’esercito iracheno.
«Un aereo cargo statunitense ci ha inviato scatole piene di armi, proiettili, razzi, granate, pezzi di armi pesanti made in USA», ha proseguito. Inoltre, ha aggiunto: «Dagli aerei ci hanno lanciato anche cibo e bevande».
Gli aerei da guerra coalizione anti-Isis, guidata dagli Stati Uniti, hanno ripetutamente inviato una grande quantità di armi e munizioni ai terroristi del Daesh in Iraq e la Siria, sostenendo che si trattava di un errore.
Queste sovvenzioni degli Stati Uniti ai terroristi non stupiscono nessuno: Majed al-Qarawi, un membro della Commissione per la sicurezza e la difesa del parlamento iracheno, ha rivelato all’inizio di gennaio scorso, che un aereo delle forze armate statunitensi ha lanciato armi ai takfiri nella provincia di Salah al-Din, Iraq centrale.
Secondo Edward Snowden, ex analista del National Security Agency degli Stati Uniti, NSA, il gruppo terroristico Isis è nato dagli sforzi congiunti dei servizi segreti degli Stati Uniti, Regno Unito e regime israeliano.
Un rapporto recentemente pubblicato dall’agenzia Bloombergview ha dimostrato che gli Stati Uniti erano a conoscenza del piano dell’Isis di occupare la città irachena di Al-Ramadi, capoluogo della provincia di Al-Anbar (ovest), ma non ha avvertito il governo iracheno.
L’Isis, con migliaia di membri stranieri, attualmente operanti in Iraq e Siria, commettono crimini contro l’umanità contro tutti i gruppi etnici e religiosi, tra cui sciiti, sunniti, curdi e cristiani.

giovedì 4 giugno 2015

L’EUROPA E’ SOLO UN’ESPRESSIONE GERMANICA

L’unione europea e l’euro vennero spacciati come strumento per unificare i paesi europei. L’effetto è opposto. I paesi mediterranei, pieni di debiti e di disoccupati, dopo aver ceduto gli asset migliori, vengono spinti verso il Terzo Mondo, mentre il Terzo Mondo, sui barconi, viene spinto dentro di essi. La separazione tra nord e sud d’Europa viene resa sempre più dura e insuperabile. Zero solidarietà e zero veduta d’insieme. Menefreghismo totale e compiaciuto: i paesi nordeuropei si stanno costruendo il loro subcontinente coloniale per trarne mano d’opera e lavorazioni a buon mercato.
L’idea di unificazione europea era assurda sin dall’inizio: bastava guardare alle costanti storiche delle principali nazioni europee che dovevano unificarsi, per predire che questo progetto era irrealizzabile. E che, se realizzato, avrebbe portato a un incrocio tra una polveriera come la Jugoslavia unita e una palude malata come l’Italia unita.
Superiore efficienza, solidarietà interna, conformismo, sopraffazione degli altri popoli, soprattutto se mediterranei, assenza di scrupoli: queste sono le caratteristiche politiche e culturali del popolo tedesco oggi, esattamente come ai tempi del Terzo Reich, ai tempi del Secondo Reich e anche prima. Le atrocità della seconda guerra mondiale, le invasioni di paese neutrale, le stragi di civili, anche di bambini, le compivano anche nella prima, non avevano bisogno di aspettare Hitler e il nazismo. Hitler e il nazismo sono un’espressione dell’animo tedesco profondo (accanto ad altri, ben diversi), una sua costante, non un fattore esogeno e transitorio di disturbo, separabile dalla nazione.
Nella consapevolezza di ciò, dopo la prima guerra mondiale, i vincitori le imposero dure condizioni economiche, studiate per impedire che risorgesse come potenza militare.
Visto che ciò non era bastato, dopo la seconda guerra mondiale, la si si ridusse molto di dimensioni e la si divise in quattro zone di controllo; ma esistevano piani più radicali per renderla inoffensiva, facendone un paese puramente agricolo. Quasi dimenticavo: durante e dopo la guerra, sovietici e statunitensi sterminarono deliberatamente diversi milioni di civili e di prigionieri tedeschi, trucidandoli o facendoli morire di fame e di stenti.
Effetto di queste misure e di queste stragi, è stato di consolidare l’atteggiamento morale condiviso da quel popolo, ossia considerare gli altri popoli come avversari da sottomettere non appena possibile. Con mezzi economici, se non con mezzi militari.
Passiamo al Regno Unito. Anche i britannici di oggi continuano i caratteri storici del loro atteggiamento verso l’Europa continentale: Né dentro né fuori, ma meglio fuori che dentro, possibilmente alla distanza giusta per controllare. Nel 2017, faranno un referendum per l’uscita dall’Unione Europea. È però ben possibile che minaccino di farlo allo scopo di ottenere, come già hanno fatto in passato, più vantaggi economici e privilegi dall’Unione Europea, disposta a pagare pur di evitare l’uscita di un membro così insigne, la quale sarebbe una dimostrazione di fallimento dell’Unione Europea stessa, forse l’inizio della sua scomposizione. Ossia, è probabile che da Londra stiano dicendo: Voi, eurocrati predoni e parassiti di Bruxelles e Strasburgo, se volete continuare a fare i vostri comodi, se volete che non rompiamo il vostro giocattolo, la vostra macchina da soldi, pagateci.
La Francia mantiene costante la sua identità e fierezza nazionale, la sua forza militare e nucleare indipendente, la sua politica razionalmente egoista anche se spesso ingenua, come dimostrato dagli esiti del suo Asse con la Germania, con cui i suoi nani politici si illudevano, e illudevano la gente, che la Francia potesse condividere con questa il dominio sull’Europa, anziché restare al guinzaglio finanziario delle sue banche.
Dell’Italia, paese senza peso internazionale, anzi ormai sostanzialmente governato dall’esterno, con oltre vent’anni di ininterrotta decadenza funzionale alle spalle e la mafia come mentalità e metodo della sua politica e della sua burocrazia, non serve dire molto: per un paese appena efficiente, l’unirsi ad essa sarebbe autolesionismo.
Quanto puerile idealismo necessita, quanto bisogna… spinellarsi, per credere oggi che da questi presupposti di fatto possa nascere un’Europa unita, se non attraverso la violenza, la coercizione e la sopraffazione? Ma se questo è il progetto degli illuminati architetti che hanno congegnato e calato dall’alto questo ordinamento europeo e questa moneta unica con le sue regole di bilancio, allora proprio la Germania, la patria dei Lager e dei campi di lavoro forzato, è il suo vero e immancabile strumento di realizzazione. Euro macht frei.

mercoledì 3 giugno 2015

La corsa alle armi hi-tech

Una set­ti­mana fa il «Comando dell’attacco glo­bale» ha lan­ciato dalla Cali­for­nia un mis­sile inter­con­ti­nen­tale Minu­te­man III, col­pendo con una testata spe­ri­men­tale un atollo nel Paci­fico a 8mila km di distanza. Con que­sti test il Comando veri­fica «l’affidabilità» dei 450 Minu­te­man III, pronti al lan­cio con le loro testate nucleari. Il Con­gresso ha stan­ziato oltre 200 miliardi di dol­lari (acconto su circa 1000 miliardi in dieci anni) per poten­ziare le forze nucleari, con altri 12 sot­to­ma­rini da attacco (7 miliardi l’uno, il primo già in can­tiere), armato cia­scuno di 200 testate nucleari, e altri bom­bar­dieri stra­te­gici (550 milioni l’uno), cia­scuno armato di 20 testate nucleari. L’Esercito sta spe­ri­men­tando armi laser capaci di abbat­tere veli­voli, met­tere fuori uso i visori e acce­care i sol­dati nemici; la Marina ha già instal­lato un can­none laser sulla nave Ponce, pre­ci­sando che «deve ancora essere usato in un com­bat­ti­mento reale»; l’Aeronautica annun­cia che dal 2022 armerà di laser i suoi cacciabombardieri.
In forte svi­luppo anche il set­tore dei droni e robot da guerra. Men­tre si moder­niz­zano i droni tele­gui­dati (il Glo­bal Hawk ha supe­rato le 150mila ore di volo), si spe­ri­men­tano veli­voli da attacco com­ple­ta­mente robo­tiz­zati: l’X-47B ha effet­tuato in volo il primo rifor­ni­mento auto­ma­tico di carburante.
Il cac­cia F-35C per le por­tae­rei, annun­cia il Segre­ta­rio alla marina, «sarà pro­ba­bil­mente l’ultimo con pilota a bordo».
Nel 2016 sarà spe­ri­men­tato anche un robot subac­queo che, lan­ciato da un sot­to­ma­rino, indi­vi­dua e segue auto­ma­ti­ca­mente le navi nemi­che. Dalla guerra robo­tiz­zata a quella spa­ziale il passo è breve: il 20 mag­gio è par­tito per la sua quarta mis­sione segreta l’X-37B, un mini-shuttle robo­tico della U.S. Air Force già testato per quasi 4 anni nello spa­zio. Il gene­rale Grea­ves, nuovo capo del Comando spa­ziale, ha dichia­rato che gli Stati uniti «use­ranno tutti i mezzi per man­te­nere la supre­ma­zia nello spazio».
Alla corsa par­te­ci­pano sulla scia degli Usa i mag­giori paesi euro­pei della Nato: dieci giorni fa, i mini­stri della difesa di Fran­cia, Ger­ma­nia e Ita­lia hanno fir­mato il memo­ran­dum d’intesa per lo svi­luppo di un veli­volo robo­tico da guerra.
Israele par­te­cipa alla corsa con nuovi droni e armi nucleari, armi che può con­ti­nuare a svi­lup­pare dopo che la pro­po­sta araba di con­vo­care nel 2016 una con­fe­renza per creare in Medio­riente una zona libera da armi nucleari è stata bloc­cata all’Onu da Usa, Canada e Gran Bre­ta­gna. Rus­sia, Cina e altri paesi, che sono nel mirino stra­te­gico Usa/Nato, rea­gi­scono di con­se­guenza.
La Rus­sia sta svi­lup­pando il Sar­mat, un nuovo mis­sile bali­stico inter­con­ti­nen­tale le cui testate nucleari mano­vrano al rien­tro nell’atmosfera per evi­tare i mis­sili inter­cet­tori dello «scudo» Usa, e il sot­to­ma­rino della classe Borey, estre­ma­mente silen­zioso, armato di 200 testate nucleari.
Mis­sili e sot­to­ma­rini ana­lo­ghi sono costruiti dalla Cina che, secondo il Comando Usa, sta spe­ri­men­tando anche armi spa­ziali anti-satellite per acce­care i sistemi di attacco statunitensi.
Su tutto que­sto cala il blac­kout media­tico, men­tre i riflet­tori ven­gono pun­tati sui bam­bini che, alla parata mili­tare del 2 giu­gno, festeg­giano con ombrelli tri­co­lori. Non la pace, come gli è stato detto, ma la guerra che li aspetta.

martedì 2 giugno 2015

Renzi è un cazzaro.

Il suo petulante ottimismo è solo una sceneggiata per i media di corte.
Il suo presunto carisma è un prodotto sintetico di quegli stessi media.
Il suo pseudo consenso maggioritario in un anno s’è già praticamente dimezzato.
E come queste regionali hanno dimostrato, il suo personale potere effettivo non gli basta nemmeno a controllare il suo stesso partito. Un PD più dilaniato che mai dalla guerra fra bande, con arroganti capibastone che spadroneggiano alla faccia dell’immagine che Renzi vorrebbe spacciare, e cadaveri eccellenti pronti a cogliere l’occasione giusta per vendicarsi dell’usurpatore fiorentino.
Grazie a Cofferati, ne ha trovato il modo persino lo sparuto ex sodale Pippo Civati: dopo un anno di travagliati monologhi con in mano il teschio di Letta, il Principe Triste s’è deciso a lasciare il partito e riciclarsi come Principe del Popolo, sostenendo un candidato ligure inventato apposta per fottere – meritatamente – il PD. Un fuoco amico che Renzi non ha saputo fronteggiare, se non con inutili appelli al voto utile anti-berlusconiano, che da parte sua suonano particolarmente grotteschi, visto che Berlusconi è stato un suo grande elettore almeno quanto Marchionne.
E i califfati di Puglia e Campania, con Emiliano e soprattutto De Luca, minacciano d’essere per Renzi una zeppa nel culo persino peggiore della bruciante sconfitta ligure.
Anche a prescindere dall’assegnazione delle singole poltrone, queste regionali sanciscono comunque il tramonto di quell’apparente consenso plebiscitario manifestatosi alle elezioni europee, che non potrà più essere sbandierato dal premier come simulacro di legittimazione popolare per ogni sua porcata.
Come un reggente fantoccio insediato da un esercito occupante, Renzi non ha il controllo del territorio. Tutto il potere che ostenta deriva dalle lobby che lo sostengono al governo nazionale, e che alle amministrazioni locali sono in definitiva meno interessate.
Quello che a loro importa è controllare la politica economica nazionale, in modo che l’Italia continui a togliere ai lavoratori per dare agli speculatori, e che ogni ostacolo residuo sul percorso di questo denarodotto venga spazzato via.
Infatti l’attuale bersaglio privilegiato del premier, dopo l’istruzione pubblica, sono il diritto di sciopero e i sindacati, soprattutto quelli di base, che progetta di abolire.
Con tutta la sua vanagloria Renzi non è affatto un sovrano.
Per citare Apocalypse Now, è soltanto un garzone mandato dal droghiere a incassare i sospesi.
Politicamente parlando, Renzi è un killer.
E il suo obiettivo siamo noi.
La sua caduta però è già cominciata.

lunedì 1 giugno 2015

I dati sull’occupazione e le riforme del governo

Dall'inizio del 2015 i dati sui flussi occupazionali occupano le prime pagine dei quotidiani. Da quei dati si cerca infatti di ricavare una prima valutazione sull'efficacia del Jobs Act e dell'introduzione degli sgravi contributivi.
A una prima lettura, i dati segnalano una dinamica positiva dell'occupazione a tempo indeterminato. Le elaborazioni sul numero di nuovi contratti di lavoro stipulati nel primo trimestre del 2015 pubblicate dall'INPS riportano una crescita delle attivazioni di contratti a tempo indeterminato di circa 91.000 unità rispetto al primo trimestre 2014.
La crescita delle assunzioni a tempo indeterminato è stata immediatamente interpretata dal Governo e dalla quasi totalità della stampa nazionale come un inequivocabile segnale del successo della riforma del mercato del lavoro. In realtà, i dati finora diffusi andrebbero letti con maggiore cautela perché l'interpretazione delle tendenze in atto e del ruolo giocato dalle riforme è molto complessa e non può essere desunta dalla semplice differenza tra i dati di due periodi diversi.
Per valutare tali aspetti bisogna rispondere ad alcune domande: quanti sono effettivamente i nuovi contratti a tempo indeterminato? Quanti fra questi sarebbero stati presumibilmente stipulati anche in assenza degli sgravi e quanti, invece, sono dovuti ad essi? E fra questi ultimi quanti consistono in conversioni di contratti atipici in contratti tempo indeterminato (sebbene nella versione light delle tutele crescenti a partire dal 7 marzo 2015) e quanti sono invece corrispondono a effettiva nuova occupazione?
Per valutare l'efficacia degli sgravi bisogna quindi distinguere l'origine dei nuovi contratti a tempo indeterminato. Se si trattasse di contratti a tempo indeterminato che sarebbero stati comunque attivati, il bilancio pubblico subirebbe una perdita netta non compensata da alcun beneficio. Nel caso di trasformazione di contratti atipici vi sarebbero, come benefici, la possibile maggiore stabilità della relazione contrattuale e le maggiori tutele di welfare in caso di trasformazione di collaborazioni. Tuttavia, la maggiore stabilità sarebbe da dimostrare, sia perché i contratti a tempo indeterminato in Italia, già prima della riforma, non erano affatto stabili e sicuri, sia perché il combinato disposto di sgravi e costi di licenziamento previsti dal Jobs Act rende conveniente per un'impresa assumere a tempo indeterminato e poi licenziare. Indubbi sarebbero invece i benefici per i lavoratori e, via effetti macroeconomici, per il bilancio pubblico se la concessione degli sgravi contribuisse a realizzare nuova occupazione.
Per stimare il numero di contratti al netto di quelli che sarebbero stati comunque attivati, bisogna guardare la variazione rispetto al primo trimestre del 2014: dai dati INPS risulta una crescita di 98.000 contratti a tempo indeterminato (91.000 attivazioni e 7.000 trasformazioni in più). Tale crescita, anche al netto delle 7.000 trasformazioni, non può però essere interamente imputabile a nuova occupazione: i dati segnalano infatti che, rispetto al primo trimestre 2014, le assunzioni a tempo determinato, in apprendistato e con collaborazioni si sono ridotte, rispettivamente, di 32.000, 9.000 e 19.000 unità.
Dei 91.000 contratti aggiuntivi, 60.000 sembrano quindi imputabili alla scelta delle imprese - in virtù della presenza degli sgravi - di assumere a tempo indeterminato anziché a termine lavoratori che, osservando i trend passati, sarebbero stati comunque assunti, ma con contratti atipici. Ma, allora, possiamo affermare con certezza che i 31.000 contratti residui costituiscono occupazione aggiuntiva da attribuire agli effetti benefici di sgravi e Jobs Act?
Come noto, la misura di sgravio si applica per il solo 2015 ed era stata annunciata ben prima che entrasse in vigore. E' quindi presumibile che il numero di contratti stipulati nei primi mesi del 2015 risenta di un "trascinamento", dovuto ai contratti a tempo indeterminato che sarebbero stati stipulati negli ultimi mesi del 2014, ma che sono stati posticipati a gennaio per usufruire degli sgravi o, nel caso delle grandi imprese, a marzo per avvantaggiarsi delle forme contrattuali istituite dal Jobs Act. Effettivamente, nell'ultimo trimestre del 2014 si è avuta una riduzione del numero di attivazioni di contratti a tempo indeterminato non imputabile a fluttuazioni stagionali e una stima prudenziale ci porta a ritenere che l'attivazione di almeno 15.000 contratti a tempo indeterminato sarebbe stata posticipata da fine 2014 a inizio 2015. Al netto di quest'effetto "trascinamento", i contratti a tempo indeterminato veramente aggiuntivi scenderebbero, dunque, a circa 16.000 unità. Attribuirli tutti alle misure adottate dal governo sarebbe, peraltro, un po’ arbitrario in considerazione del miglioramento che si è verificato nelle condizioni congiunturali.
Ma cosa implicano questi dati nella valutazione dell’efficacia degli sgravi contributivi in rapporto ai loro costi?
Al momento l'INPS segnala che 268.000 nuovi contratti a tempo indeterminato hanno usufruito degli sgravi (di cui 61.000 in seguito a trasformazioni di precedenti contratti a termine). Assumendo che la riduzione di 60.000 contratti da dipendente a termine, da apprendista e da parasubordinato si sia concretata in contratti che hanno usufruito di sgravi e sommando questi contratti ai 61.000 derivanti da trasformazioni, possiamo ipotizzare che sui 268.000 contratti che hanno usufruito di sgravi, 121.000 presentino caratteristiche di maggiore stabilità. Ad essi possono aggiungersi i 16.000 corrispondenti a effettiva nuova occupazione.
Ciò implica che 131.000 contratti a tempo indeterminato sarebbero comunque stati stipulati: in questi casi l'esonero contributivo consisterebbe in un puro trasferimento a vantaggio delle imprese. Sulla base di semplici ipotesi sugli oneri di finanza pubblica per ogni contratto "sgravato", risulta che ognuno dei 137.000 contratti nuovi o stabili finora stipulati costerebbe al contribuente italiano 8.500 Euro per un triennio. Ma, come sottolineato, la maggiore stabilità dei nuovi contratti è tutta da verificare. Se ci limitiamo a considerare la nuova occupazione effettiva, il costo della manovra per ognuno dei 16.000 nuovi contratti (ovvero il 6% dei contratti che usufruiscono degli sgravi) sarebbe addirittura pari a 73.000 Euro l'anno per un triennio.
Se le misure di sgravio non modificassero i comportamenti delle imprese relativi alla stabilità dei lavoratori e alle loro scelte future di investimento, il 94% della spesa per i contratti che finora hanno usufruito di sgravi rappresenterebbe allora un puro trasferimento redistributivo a vantaggio delle imprese e il costo della creazione di veri nuovi posti di lavoro risulterebbe esorbitante.